| Di Stefano Vaj - Numero 15 del 01/07/1983 |
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«Le nazioni che vogliono protettori, troveranno padroni»
Fisher Ames (Discorso di Boston)
Nei momenti storici più importanti, che sono anche quelli del rimescolamento di carte e della massima confusione degli spiriti, si produce un fenomeno costante e tipico. Le vecchie associazioni d'idee, i discorsi di autogiustificazione, le credenziali storiche diventano irrilevanti di fronte a due scelte, a due prese di posizione decisive.
Sul piano culturale, ciò che veramente conta è sempre più la concezione del mondo cui si aderisce: la visione egualitaria o quella sovrumanista, lo schierarsi per la fine della storia o per la sua rigenerazione in un nuovo inizio, l'anelito ad una vita normalizzata in una civilizzazione massificata e cosmopolita o ad un'esistenza attiva, piena di senso, caratterizzata da un'appartenenza e da un destino.
Sul piano politico immediato, il campo decisivo storicamente determinante, è quello della politica internazionale.
Non è un caso infatti che l'Uomo libero fin dalla sua nascita ponga al centro della propria attenzione la questione culturale e la questione della collocazione dell'Europa. È attorno a questi due nodi che va accentrandosi e sempre più si accentrerà il vero scontro politico della fine del secolo, ed è ad essi che finiscono per riportarsi tutti i problemi oggi agitati.
Che cosa significa, che interesse ha il dire ad esempio, come fanno i quotidiani, che in Francia ha vinto la sinistra (cioè la «socialdemocrazia» tentennante di Mitterand) e che poi in Germania ha vinto la destra (ovverossia il «liberalismo avanzato» a tinte cristiane di Kohl), quando in un caso come nell'altro, ha vinto il partito americano, contro la grandeur filoaraba francese e la strategia di Ostpolitik dei tedeschi? Ci sono ragioni storiche e motivi contingenti per queste differenze di «collocazione» del collaborazionismo atlantico più estremista, ma come dimostra anche il recente summit di Williamsburg, al di là delle piccole polemiche elettoralistiche ed ottocentesche, sull'essenziale ci si trova d'accordo anche quando i propri partiti portano nomi diversi.
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Se è vero, come sosteniamo, che oggi le posizioni che realmente contano da un punto di vista strettamente politico sono soltanto quelle che comportano una scelta di campo rispetto alla situazione internazionale e mondiale, bisogna essere estremamente chiari. Bisogna innanzitutto guardare in faccia la verità, e poi ancora dirla. La storia recente è piena di verità più o meno scomode più o meno ovvie che per non essere più dette sono state dimenticate (1).
Alla fine dell'ultima guerra mondiale l'Europa è stata sconfitta. Dal 1945 essa è divisa e occupata. La divisione dell'Europa in due zone di «influenza» ci è stata imposta dal nuovo ordine mondiale deciso a Yalta di comune accordo dall'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e dagli Stati Uniti d'America (2). All'interno di quest'ordine mondiale le due superpotenze si fanno concorrenza, il che non impedisce che siano perfettamente solidali nel difenderlo. Questa concorrenza si presenta globalmente come uno degli strumenti privilegiati del mantenimento dello status quo. L'Europa occidentale non è meno occupata di quanto non sia l'Europa orientale. Il permanere di un residuo giuridico di sovranità in capo alle nazioni al di quà della cortina di ferro non cambia la realtà dei fatti. Anche la Polonia, l'Ungheria, la Cecoslovacchia sono nazioni indipendenti e sovrane, se pure tale loro qualità è maggiormente rimessa in discussione dalla dottrina della sovranità limitata e dalla frequente sanzione costituzionale di un'alleanza «eterna» con l'Unione Sovietica.
Le differenze riscontrabili non consistono quindi in nient'altro che nelle differenti modalità di quest'occupazione, da un lato principalmente (ma non solo), politico-militare, dall'altro principalmente (ma non solo) economico-cul turale. Entrambe queste occupazioni sono non soltanto subite, ma altresì accettate, tanto dalle classi politiche vassalle portate e mantenute al potere dalla potenza dominante quanto dalla gran massa della popolazione. Ognuno può giudicare come crede quale delle due sia più alienante, più invadente e più negatoria della libertà fondamentale, che è quella di essere se stessi. Impregiudicato questo giudizio, non possiamo però non constatare che se si sono rivelate possibili ribellioni all'occupazione dell'Europa orientale, non esiste storicamente alcuna prova che sia altrettanto facile ribellarsi all'occupazione dell'Europa occidentale.
Di fronte a questo stato di cose gli atteggiamenti possibili si riducono a due: quello di chi è contro, di chi vuole l'unità e l'indipendenza dell'Europa ed agisce di conseguenza, e quello di chi ripone le proprie speranze nel perdurare del regime di divisione e colonizzazione in cui versa tutto il continente. Il primo non potrà che tenere un discorso «risorgimentale» e di liberazione nazionale; sarà per questo accusato di essere disposto a intendersi col «nemico». Il secondo si sentirà parte dell'Occidente, del «mondo libero» o della comunità socialista, e sarà per questo considerato dal primo un traditore. Entrambi dal proprio punto di vista hanno perfettamente ragione.
Questa è l'alternativa: tutto il resto sono parole. I suoi termini sono brillantemente illustrati da Alberto Pasolini Zanelli in un articolo pubblicato dal Giornale nuovo nel quadro della sua campagna preventiva per gli euromissili di un paio d'anni fa: «Gli europei sono chiamati, per la seconda volta in trent'anni, a decidere quale sia la "casa comune": se quell'espressione geografica che si è chiamata per duemila e cinquecento anni Europa o se quella comunità di valori e di sistemi che si chiama Occidente e che geograficamente è unita dall'Atlantico. Insomma se Francoforte e Milano hanno più a che spartire con Praga e Budapest oppure con Boston e Montreal» (3).
Noi la nostra decisione l'abbiamo già presa. Ed è significativo per un articolista del principale organo italiano dell'anticomunismo e dell'atlantismo viscerale, che un aspirante cittadino di Boston o di Montreal, dovendo indicare due città con cui sente di non aver nulla a che fare citi proprio Budapest e Praga, i due simboli della rivolta europea contro la dominazione sovietica. In realtà nel sistema dei due blocchi relativamente contrapposti la presenza russa e la presenza americana si legittimano vicendevolmente, la NATO è la giustificazione dell'esistenza del Patto di Varsavia e viceversa. Quando un missile americano stanziato in Italia è puntato su Praga, perché la Cecoslovacchia non dovrebbe cautelarsi accogliendo un missile russo puntato su Milano? Si afferma che è stato il blocco orientale a rompere l'«equilibrio» strategico e che è quest'ultimo a condurre una politica «aggressiva» nei confronti dell'Europa occidentale. Ciò è perfettamente vero, ma non si vede perché l'Unione sovietica, accerchiata da ogni lato da nazioni filo-occidentali, debba trovare più sopportabile la presenza delle divisioni e dell'armamento atomico NATO alla frontiera della Repubblica democratica tedesca di quanto gli Stati Uniti trovassero sopportabile la presenza dei missili russi a Cuba.
Le «attribuzioni di responsabilità» di questo tipo tradiste una scelta di campo già effettuata, una malafede radicata, come la pretesa da che nelle trattative sugli armamenti di teatro non si tenga conto delle testate nucleari autonomamente detenute da Regno Unito e Francia, come se fossero puntate in entrambe le direzioni, o se queste due nazioni non fossero pedissequamente schierate nel campo occidentale.
La coscienza di questa situazione, il rifiuto di offrire le proprie vite quali mercenari (ed ostaggi) per le rivalità concorrenziali dei propri nemici, era ben chiaro nell'immediato dopoguerra negli spiriti degli sconfitti, dei «buoni europei» di cui parlava Drieu La Rochelle, e agli albori della guerra fredda trovò espressione in uno slogan tedesco rieccheggiato in Italia, in ligio, in altri paesi: «Ohne uns», «Senza di noi». Altrettanto chiare sono state le posizioni del nazionalismo europeo degli anni sessanta, come è espresso nelle pagine di Jean Thiriart o di Adriano Romualdi (4) e il conseguente rigetto della propaganda occidentale. Ancora più chiara deve essere oggi la nostra rivolta contro la persistente sudditanza dell'Europa a tutto ciò che può renderla ulteriormente aggravata e duratura.
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In questi mesi le burocrazie parlamentari dell'Europa occidentale, accettando lo stanziamento dei cosiddetti euromissili americani con larghe maggioranze relegano una volta di più nel bidone delle immondizie le aspirazioni di una gioventù che da una parte tuonava contro l'imperialismo yankee, dall'altra gridava che per «russi, cinesi e americani» non ci sarebbe stato un domani sul suolo d'Europa. I partiti socialcomunisti si sono legittimati come possibili forze di governo non tanto rinunciando alla rivoluzione, ma accettando definitivamente la logica dei blocchi, il che in Occidente significa, demagogia pacifista a parte, accettare l'Alleanza atlantica. Le forze conservatrici, quando hanno il pudore di non lanciarsi nei panegirici dello zio Sam come il Giornale nuovo e Le Figaro, si ammantano di fronte al proprio pubblico, spesso affetto da istinti nazionalisti senz'altro ingenui, ma fondamentalmente sani, di realismo e di machiavellismo. In verità, chi si rifà ad una valutazione «realistica» della situazione («le cose stanno così ... non c'è altra scelta») di regola non ha mai fatto nulla perché questa fosse diversa, e comunque non propone alcun progetto per uscirne. Ugualmente, chi sottintende allusivamente dei distinguo tattici tra i propri ideali europeisti e le proprie contingenti posizioni occidentali ed atlantiche, non sa mai spiegare come possa esistere un disegno politico in funzione dell'unità e dell'indipendenza dell'Europa che non comporti precisamente una lotta per l'unità e l'indipendenza dell'Europa, bensì l'opposto, e cioè l'aggravamento della sua divisione e dei suoi vincoli di dipendenza da potenze extraeuropee. In politica internazionale, come in politica interna, è così sempre la solita illusione, a giocare: che a forza di fare i pretoriani si possa riuscire presto o tardi a impadronirsi del Palazzo.
La massima di Carl Schmitt, secondo cui è sovrano colui che dispone dello stato di eccezione (5), come nota Armin Mohler (6), può anche essere letta in questo senso: è sovrano chi dispone delle armi stanziate sul suo territorio. E il contrario di uno Stato sovrano è uno Stato occupato. Le truppe e le armi straniere stanziate sul suo territorio costituiscono le forze d'occupazione. La prassi politica di un popolo o di un insieme di popoli che desiderino l'indipendenza non può che essere una lotta di liberazione nazionale (anche se come è ovvio nell'immediato essa non può passare che in una lotta di liberazione degli spiriti, italiani ed europei). Scopo strategico di questa lotta è sempre quello di creare dentro e fuori dalle istituzioni esistenti un contropotere che arrivi a delegittimare e, a termine, a sostituire le strutture di potere dell'occupante. Detto ciò, è perfettamente naturale che da un punto di vista filoaustriaco si considerassero gli eserciti asburgici come schierati a difesa del Regno Lombardo-Veneto dalle mire espansionistiche dei franco-piemontesi e dei loro partigiani; ma è altrettanto ovvio come questo argomento riuscisse molto poco convincente per i patrioti mazziniani, che proprio in quell'esercito avevano identificato, in base al proprio progetto storico, il nemico.
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Ciò conduce ad un'altra considerazione. Il rifiuto politico del sistema dei blocchi deve necessariamente saldarsi con una precisa assunzione di quella che è la nostra posizione concreta. Risultano così inaccettabili le angeliche e disincarnate professioni di falsa equidistanza di tanta parte dell'intellighenzia radicale riconvertita dal suo velleitario sovversivismo alla difesa dei «diritti dell'uomo» e dei valori borghesi.
La prospettiva di vedere un giorno squadroni di cosacchi abbeverare i cavalli nella fontana di S. Pietro sarà certo orribile - come del resto lo è la vista dei marines della sesta flotta che infestano le discoteche del Veneto e della Campania. Denunciare l'imperialismo sovietico e i suoi misfatti è certo un'ottima cosa, come pure essere solidali con l'eroica difesa del popolo afgano. Soltanto, guarda caso, le truppe straniere stanziate in Italia non sono affatto russe, a controllare la nostra economia non è il Politburo, ma le multinazionali; a farci oggetto del suo colonialismo linguistico e culturale è lo spazio angloamericano. A partire da questa realtà, la stessa «obbiettività» dell'atteggiamento di salomonica equidistanza è profondamente mistificante.
Non si tratta certo di essere filosovietici. L'Europa non ha nulla da sperare da Mosca. Chi, come Jean Cau (7), la pensa diversamente, si fa delle illusioni, sia sul vero aspetto della società sovietica, sia sul vero orientamento della politica estera del Cremlino. Ciò nonostante, da un punto di vista europeo occidentale, russi e americani non possono essere posti sullo stesso piano.
Alain de Benoist, interrogandosi sui criteri di quell'atto politico elementare ed essenziale che è la designazione del nemico principale, scrive: «Il sistema che noi consideriamo, in tali condizioni, come il nemico principale è quello, quali che possano essere per altro le sue caratteristiche, il cui esistere e mantenersi comporta per i popoli la decadenza più profonda, le cui manifestazioni provocano più irrimediabilmente la disgregazione sociale e lo sfaldamento delle identità collettive, la cui diffusione conduce più sicuramente alla fine della storia. Il nemico principale, per noi, sarà dunque il liberalismo borghese e l`Occidente atlanticoamericano, di cui la socialdemocrazia europea non è che uno dei più pericolosi succedanei» (8). Al di là di queste stesse osservazioni, sul piano politico immediato, la risposta è ancora più semplice. La minaccia che la potenza russa rappresenta per l'Europa occidentale è certo grave. Ma, come dice la parola, essa, anche nella peggiore delle ipotesi, è una minaccia; la dominazione occidentale sui nostri paesi è una realtà. Ed ha poca importanza che questa realtà sia tuttora mal percepita. La libertà non si riduce al sentimento che se ne ha. Lo schiavo e il robot possono benissimo credersi liberi. Basta che abbiano perduto ogni possibilità di rappresentarsi ciò che potrebbe essere veramente la loro libertà.
La prima scadenza politica diventa così la denuncia del concetto stesso di Occidente. «L'Occidente è oggi uno spazio molto vasto che va dagli Stati Uniti fino ad Israele ed oltre» (Saul Friedlander, Cadmos, estate 1981).
Questo spazio non è il nostro, i suoi interessi sono opposti ai nostri. «Bisogna farla finita con questo termine di "Occidente" che, sfociando la semantica surrettiziamente in una falsa geopolitica, ci separa arbitrariamente dall'Est europeo e ci piazza nel campo americano. Le "relazioni est-ovest", per gli Europei, definiscono esclusivamente le relazioni che esistono o dovrebbero esistere tra le due parti del continente europeo che, da un lato e dall'altro del muro di Berlino, subiscono occupazioni complementari. Noi siamo pronti a batterci per la difesa del continente e del modello europeo. Non ci batteremo affatto per la "difesa dell'Occidente"» (9).
In quest'ottica, il ricatto della cosiddetta «solidarietà atlantica» perde qualunque significato, quali che siano i pretesti contingenti che gli danno fiato. Del resto, nessuno in Europa si sogna di pretendere che i polacchi o i guerriglieri afgani denuncino e combattano l'imperialismo americano.
Negli ultimi anni i partigiani della dominazione occidentale dell'Europa hanno perso un'arma importante nella loro ricerca di consenso: la paura. Adenauer e De Gasperi ebbero facile gioco nella svendita delle nazioni sconfitte all'occupante americano, grazie alla sua enorme superiorità dell'epoca. La massiccia presenza militare convenzionale sovietica nel cuore dell'Europa, resa possibile dagli esiti della guerra, era virtualmente annullata dal primato - inizialmente addirittura dal monopolio - nucleare americano. Mentre le società europee venivano educate all'ideale della sicurezza, quella stessa sicurezza era «garantita» dall'esterno dalla promessa americana che in caso di invasione sovietica sarebbero piovute le atomiche su Mosca e Leningrado.
Nel momento in cui l'Unione sovietica ha raggiunto la parità nucleare strategica, questa garanzia venne automaticamente a cadere, anche se continuò a restare vivo il mito popolare dell'«ombrello atomico» americano. Non era in fatti certo credibile che per difendere le proprie colonie europee gli USA avrebbero scatenato un olocausto nucleare sulla Russia cui sarebbe immancabilmente seguita un'analoga distruzione sul territorio americano. Di conseguenza, la dottrina strategica della NATO passò dalla dottrina della «rappresaglia nucleare totale» a quella della «risposta flessibile». Che cosa significa questo? Che gli arsenali nucleari strategici, intercontinentali, restano a garantire col loro potenziale apocalittico i rispettivi territori nazionali divenuti per così dire dei «santuari»; e che ad un attacco proveniente da est e diretto solo contro l'Europa occidentale si prevede di rispondere con una reazione proporzionale all'attacco e limitata al «teatro» europeo. Ora, se si pensa che nelle due Germanie sono stanziate già ora più di diecimila testate atomiche - di cui due terzi, sia detto per inciso, nella Germania federale - si può facilmente capire quali sarebbero ad esempio per il popolo tedesco le conseguenze di un ipotetico conflitto «limitato» tra le due superpotenze.
La dottrina della risposta flessibile, che è tutt'ora il concetto-base degli scenari NATO, prevede puramente e semplicemente la scomparsa fisica dell'Europa dalla scena della storia, la sua trasformazione in zona franca per avventurismi militari a basso rischio. In questa situazione, lo stanziamento degli «euromissili», cioè di vettori americani «di teatro», tra l'altro sottratti a qualunque controllo dei paesi in cui saranno dislocati, ha l'unico effetto di rendere vieppiù tali paesi obbiettivi strategici per le forze del Patto di Varsavia verso cui dirigono la loro minaccia. Il concetto di dissuassione diventa così una truffa: l'Unione sovietica è tanto più portata ad una politica aggressiva nei confronti dell'Europa occidentale quanto più quest'ultima è una pericolosa e docile testa di ponte americana sulle soglie del suo territorio. Ciò spiega il rapido divampare in tutta Europa e in particolare in Germania (10) dell'attuale ondata di «pacifismo», imperniata sulla denunzia della truffa delle «garanzie» americane.
Di fronte al crollo della sua autolegittimazione sulla base dei valori borghesi, l'ideologia occidentale presenta talvolta oggi una certa tendenza a riciclarsi attraverso valori patriottici nazionali. Gli ex apologeti del disfattismo e dell'im boscamento eretti a stile di vita tuonano contro l'onta della «diserzione», senza rendersi conto che proprio sulla base dei valori militari e nazionali che confusamente prendono a prestito, la diserzione in alcune situazioni può essere non soltanto lecita, ma moralmente e politicamente doverosa: ad esempio, proprio quando si è arruolati a forza nell'esercito nemico. Ci si scandalizza, dopo aver esaltato per quarant'anni la sicurezza, il pacifismo, la tranquillità dei traffici, l'indifferenza per l'onore nazionale, di fronte a slogan del tipo: «meglio schiavi che morti». Come se questa non fosse esattamente la mentalità imposta dalla rieducazione americana alle nazioni europee, nazioni vinte e nazioni formalmente vincitrici! Non c'è alcun dubbio, del resto, che per un popolo sia meglio essere fisicamente schiavo che spiritualmente morto, non fosse che per la diversa definitività di questi due stati; e la viltà non risiede certo nella prima - tragica - scelta, anzi. In realtà, politicamente, valori come la fedeltà, l'autorità, la lealtà, l'onore, lo spirito di servizio e di sacrificio, lo stesso senso di appartenenza restano valori vuoti finché non si determinano in rapporto ad un oggetto. L'esempio tipico in questo campo, il campo dello sfruttamento sistematico di certe strutture mentali da parte di un'ideologia fondamentale opposta, è quello della civilizzazione giapponese contemporanea, dell'impiegato nipponico modello che nel suo sistema di referenze ha semplicemente sostituito l'Impero e il Tenno con la ragione sociale e l'utile della multinazionale presso cui lavora. Chi pensa che ci sia qualcosa di male nel rifiutare di farsi ammazzare per la causa sbagliata è afflitto da un complesso dalle conseguenze personali politiche disastrose. Il coraggio, l'abnegazione, lo spirito di sacrificio, l'orgoglio hanno senz'altro un lato significativo in sé sul piano estetico ed esistenziale, ma presi di per sé rischiano purtroppo di diventare unicamente valori prepolitici.
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Già nel 1964, Jean Thiriart rigettava su posizioni nazionaliste questa logica: «L'Europa non vuole più essere una posta in gioco tra Mosca e Washington, o un'arma per il conflitto tra il materialismo dei ricchi e il materialismo dei poveri. Né una posta, né una preda, né un'arena. (...) Non vogliamo diventare un poligono di tiro. (...) Non è del tutto escluso (ciò che di fatto si annuncia oggi) che allo Stato Maggiore sovietico e americano venga la tentazione di disseminare l'Europa (...) di "piccole bombe tattiche", evitando accuratamente, nel medesimo tempo, per non inasprire la situazione, di bombardare i territori americano e russo. Se una distruzione a due deve aver luogo, deve interessare coloro che per primi faranno uso dell'arma atomica, sul loro stesso territorio e non su quello dei loro attuali satelliti, considerati loro amici. (...) Un campo di battaglia esterno "limitato" fu già scelto in Corea, nel Vietnam, nel Laos. Non vi è ragione perché non sia concepito su scala un po' più grande. La NATO è un'impostura che fa sì che l'Europa serva da fanteria coloniale agli USA. Noi non vogliamo essere i senegalesi del Pentagono. (...) Oggi l'Europa è una posta in gioco tra Mosca e Washington, domani potrebbe essere un'arena su cui si scatenerebbe una guerra disastrosa. Alla NATO che ha fatto dell'Europa occidentale una barriera militare destinata a ricevere le bombe sovietiche, noi sostituiremo un'organizzazione di difesa esclusivamente europea» (11).
Oggi, sulla linea del rifiuto di servire ancora gli interessi degli occupanti yankee si allineano autori tanto diversi quanto Armin Mohler in Germania o Enoch Powell nel Regno Unito, entrambi considerati nelle rispettive nazioni nazionalisti e «di destra», non certo sospettabili quindi di simpatie marxiste latenti. Parallelamente, aree piccole, ma significative della sinistra europea, quelle a disagio nel grande ecumenismo egualitario e borghese in cui vanno a confluire tutte le ideologie attualmente dominanti, riscoprono valori come l'identità e l'indipendenza nazionale, la difesa delle specificità culturali ed etniche, la causa dei popoli contro le burocrazie conservatrici e anonime del Sistema. In un misto di ammissioni e mistificazioni prende atto di questa realtà persino Enzo Bettiza: «Il loro (dei neutralisti tedeschi) pacifismo è infatti strumento e paravento di un nazionalismo riciclato a sinistra, che ha le sue radici bismarckiane nella Ostpolitik, il suo obbiettivo tattico nella cacciata degli americani dalla Germania, il suo fine strategico nella riunificazione tedesca sotto l'ombrello atomico russo. Questo singolare "pacifismo patriottico", che per un'attiva minoranza tedesca è oggi la, sola contestazione revanscistica possibile dopo la guerra perduta nel 1945, sta già diffondendo disagio e allarme tra i francesi. I russi, per ora, se ne servono. Ma domani?» (12).
Da un punto di vista storico e ideologico l'URSS è perfettamente corresponsabile e solidale col modello dei blocchi contrapposti. Da un punto di vista economico e culturale è possibile che la società sovietica sia in via d'assorbimento nel sistema occidentale, e vi sono già indizi che la differenza tra le società «a socialismo reale» e le società «capitaliste» vada sempre più attenuandosi nel senso di un'adozione progressivamente universalizzata dell'american way of life (al di là di altri aspetti e componenti positivi, il sindacalismo polacco sembra spesso orientarsi verso una rivendicazione di questo tipo e in funzione di un'accelerazione di questo processo). Proprio per questo oggi nel mondo occidentale il miglior modo di essere antisovietici è quello di essere antioccidentali, di lottare per l'abolizione dell'integrazione economica e militare dei nostri paesi nel sistema di potere americano. Ciò anche rispetto agli europei che oggi vivono al di là della cortina di ferro e alle prospettive di una loro liberazione. L'allentarsi della pressione militare occidentale potrebbe infatti contribuire innanzitutto ad una perdita di senso e di giustificazione del Patto di Varsavia, ad un processo, secondo alcuni già in atto, di inversione della direzione principale dei rapporti nella comunità socialista. Nelle relazioni particolari tra l'URSS e la Germania democratica, paradossalmente è già oggi la prima ad avere sempre più bisogno della seconda, da un punto di vista strategico-militare, economico, finanziario (quella tedesco-orientale ha la curiosa caratteristica di essere l'unica economia socialista che funziona) (13). Qualora la seconda non avesse più necessità della tutela interessata dell'Armata rossa, qualora gli atteggiamenti coloniali russi non fossero più giustificati dall'occupazione occidentale dell'altra metà dell'Europa, queste spinte evolutive sarebbero senz'altro favorite.
In ogni caso una visione della nostra politica estera in cui le nazioni europee trattassero, in base ad un consolidato indirizzo comune, senza deleghe a Washington, direttamente con Mosca, ed in funzione finalmente dell'esclusivo interesse europeo, non sarebbe comunque una visione di cedimento, ma anzi una posizione di iniziativa e di realismo politici. È questa del resto la sola posizione che possa favorire un'emancipazione ed un ricongiungimento dei paesi dell'Europa orientale; gli americani nel 1956 e nel 1968 hanno dimostrato come nel sistema dei blocchi, al di là della demagogia kennedyana, i disordini interni al blocco comunista sono da considerarsi soltanto come presupposti propagandistici di un rafforzamento della propria presa sull'opinione pubblica occidentale. Dal punto di vista europeo è molto più interessante la notizia dell'incontro avvenuto recentemente a Berlino, in veste come è ovvio estremamente «informale» e discreta, tra i neutralisti tedesco-occidentali e quelli tedesco-orientali, notizia riportata in trafiletti di dieci righe, che non i roboanti e iperpropagandati proclami della Casa Bianca sulla situazione polacca.
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Se, come dicevamo all'inizio, negli anni decisivi della fine del secolo, il campo determinante sul piano immediatamente politico diventerà sempre più quello degli schieramenti internazionali, diventa facile disegnare la linea di divisione (14) che verrà a sostituirsi alle contrapposizioni ottocentesche, fittizie e truccate che abitano il monocorde panorama ideologico attuale. Amici, in politica interna ed estera, saranno da considerarsi tutti coloro che rifiutano la decadenza, la schiavitù, il condominio russo-americano con ciò che questi culturalmente significano; tutti coloro che non vogliono essere «né sudditi, né ostaggi, né mercenari»; tutti coloro che si schierano per la causa dei popoli e la libertà di essere se stessi, contro l'universalismo distruttore delle superpotenze e la fine della storia nel grembo soffocante del Sistema (15). Nemici, in politica interna ed estera, sono tutti coloro che hanno interesse al mantenimento dell'attuale ordine mondiale o che non riescono a liberarsi psicologicamente dalle categorie di autolegittimazione di quest'ultimo.
Ciò significa, in altri termini, che di fronte ad un fatto politico, comunque ne possa essere approfondita l'analisi, la prima questione che si pone è essenzialmente quella di sapere se esso è favorevole all'integrazione, all'unità, all'indipendenza europea o alla sua disunione, alla sua divisione ed alla sua sudditanza. In questa prospettiva l'Europa diventa automaticamente l'alleata naturale del cosiddetto terzo mondo, o meglio di tutti i paesi terzi che rifiutano l'allineamento alle superpotenze. «La nostra solidarietà col terzo mondo non ha certo nulla a che vedere col terzomondismo neobiblico, radicato in un'umiltà da ex colonizzatore alla ricerca di un supplemento di buona coscienza. Essa non è governata dall'apologia della debolezza, che fa il gioco degli imperialismi moderni, ma al contrario dalla coscienza del fatto che la forza resta l'essenza della politica. Ogni paese terzo che rifiuta l'allineamento con le superpotenze deve essere aiutato a diventare forte» (16). La stessa nozione di terzo mondo potrebbe vedersi attribuita dall'Europa un nuovo significato, per cui farebbe parte del terzo mondo ogni paese che opponendosi alle due superpotenze verrebbe così a contestare la loro pretesa di essere le sole due alternative possibili. L'Europa stessa in questo senso farebbe parte del «terzo mondo».
Il concetto di non allineamento va evidentemente preso in senso critico e in rapporto alle situazioni locali. Nei paesi del terzo mondo, per esempio, l'ideologia comunista resta forte perché il sistema occidentale vi sostiene o vi ha soste nuto dittature che rendono credibili le analisi marxiste più sommarie, superate e caricaturali. Di fronte a questa situazione, di fronte ad esempio alla politica statunitense in America latina, i relativi popoli non hanno altra risorsa che di volgersi verso l'Unione sovietica, dal momento che l'Europa, legata al sistema occidentale, non offre loro una terza possibile soluzione.
Ancora, bisogna evitare una volta di più di subire passivamente a questo proposito la propaganda occidentale. Nota Mohler: «Certi politologi, che fanno il gioco delle superpotenze, tentano di ridurre il numero dei partner possibili distribuendo largamente l'etichetta di crazy state. Giudizi peggiorativi di questo tipo devono essere esaminati in modo critico, anche nel caso di un Gheddafi o di un Khomeini» (17). In realtà, una volta cortocircuitata la truffa atlantica, resta ancora valido, perché storicamente e geopoliticamente (18) fondato, lo schizzo di progetto di politica estera europea abbozzato da Thiriart: «amicizia col mondo arabo, alleanza con l'America latina, simbiosi con l'Africa, coesistenza con un'Unione sovietica rientrata nelle sue frontiere, rapporto finalmente paritario con gli Stati Uniti».
È chiaro comunque che lo svilupparsi di un'autonoma politica estera europea non potrà che andare di pari passo con l'emancipazione politica, economica ed innanzitutto militare del nostro continente dalla subordinazione attuale. Subordinazione che per l'Europa occidentale e per l'Italia, se sul piano economico-culturale ha il volto del sistema occidentale, sul piano strategico militare ha il volto della NATO, «alleanza» che non rappresenta alcun fattore di sicurezza per il nostro territorio ed ha per solo effetto di legare il nostro destino a decisioni prese altrove. Una presa di posizione chiara sul progettato rafforzamento e sullo stesso mantenimento del dispositivo bellico occidentale nei nostri paesi è oggi dunque un nodo politico ineludibile, e ad esso non abbiamo voluto sottrarci.
Nella speranza che possa un giorno diventare attuale l'ammonimento di Georges Bernanos: «Diffidate dell'Europa, o uomini d'America. Voi siete giovani, ma essa è più giovane di voi...».
1 Questo processo di oblio progressivo e la prassi di svolgimento che esso rende necessaria sono ben esemplificati a proposito delle rivoluzioni nazionali nel saggio di GIORGIO LOCCHI, L'essenza del fascismo, Il Tridente, Savona 1981, oggi ripubblicato con il titolo "Espressione politica e repressione del principio sovrumanista" in l'Uomo libero n. 53.
2 Cfr. il libro di PIERO SELLA, L'occidente contro l'Europa, Edizioni dell'Uomo libero.
3 «L'America c'è ma non c'è l'Europa», Il Giornale nuovo del 6 dicembre 1981.
4 Cfr. JEAN THIRIART, L'Europa, un impero di 400 milioni di uomini, Volpe, Roma 1965; ADRIANO ROMUALDI, La destra e la crisi del nazionalismo, Edizioni del Settimo Sigillo, Roma 1973.
5 CARL SCHMITT, Le categorie del politico, Il Mulino, Bologna 1972. Lo «stato di eccezione», uno dei concetti cardine della scienza politica contemporanea e del diritto costituzionale, è la situazione d'emergenza non prevedibile e non risolubile con meccanismi legali fissati in precedenza.
6 ARMIN MOHLER, Deutsche Aussenpolitik. Oder: die Bundesrepublik hat Gliederzerren, in Criticon, n. 68, novembre-dicembre 1981 (Criticon, Promenadeplatz 9, 8 München 2).
7 Vedi ad esempio scritti come Discours de la décadence, Copernic, Parigi 1977, oppure Il cavaliere, la morte e il diavolo, Volpe, Roma 1979.
8 ALAIN DE BENOIST, Il nemico principale, La Roccia di Erec, Firenze 1983.
9 ALAIN DE BENOIST, op. cit.
10 Al movimento neutralista tedesco occidentale l'Uomo libero ha dedicato uno studio di ALAIN DE BENOIST apparso sul n. 12 dell'ottobre 1982 («Due Germanie nell'Europa dei blocchi, una Germania nell'Europa libera»).
11 L'Europa, un impero di 400 milioni di uomini, op. cit.
12 «La conta del terrore», Il Giornale nuovo del 4 dicembre 1981.
13 Vedi a questo proposito le considerazioni conclusive di Robert Steuckers e di Gérard Nances nell'articolo "Idée prussienne, destin allemand", pubblicato da Nouvelle Ecole, n. 37, primavera 1982.
14 Cfr. CARL SCHMITT, Le categorie del politico, op. cit., nonché Teorie del partigiano, Il Saggiatore, Milano 1981.
15 GUILLAUME FAYE, Il sistema per uccidere i popoli, Edizioni dell'Uomo libero, Milano 1983.
16 ALAIN DE BENOIST, Op. Cit.
17 «Deutsche Aussenpolitik. Die Bundesrepublik hat Gliederzerren », art. cit.
18 Cfr. JORDIS VON LOHAUSEN, Mut zur Macht, Vonwinkel, Bergam See 1979.