Gli eroi sono stanchi
La giovinezza nelle società tradizionali e nel
mondo moderno - La gioventù come laboratorio sperimentale del consumismo
- La concezione organica dell'uomo.
Guillaume Faye
/Ogni epoca ha la mitologia che si
merita. La nostra ha fatto della gioventù il suo idolo
onnipresente, a cui riserva un culto permanente e ossessionante. E come
se la preoccupazione essenziale dei nostri contemporanei fosse di
essere giovani, o, non essendolo, di atteggiarsi a tali. Ed è l'abuso di questo termine che genera (o per lo meno dovrebbe generare) il sospetto.
Bisogna infatti porsi riguardo alla gioventù la stessa domanda di Jean
Baudrillard [alias] riguardo al nuovo: in
un mondo in cui tutto si vuole nuovo, com'è che c'è
così poco rinnovamento? Parimenti, proprio quando la giovinezza
assume un significato magico, com'è che i valori dominanti che
guidano la mentalità collettiva dei giovani (il benessere
materiale minimale, l'umanitarismo, l'assistenza, ecc.) sono valori
così « da vecchi » ? Come
render conto del paradosso di una società che porta la
gioventù sugli scudi e che rifiuta, nella sua ideologia come nei
suoi valori, il gusto del rischio, della sfida, del combattimento?
Ma, in primo luogo, che cos'è la giovinezza?
Etologicamente, essa costituisce la fase
di formazione dell'uomo adulto, più esattamente il passaggio
dall'infanzia all'età matura. La fisiologia umana conosce
durante questo periodo, che va pressapoco dai diciotto ai venticinque
anni, la sua fase di massimo dinamismo. L'uomo, essere dalla
gioventù persistente, vive in questa fase della sua esistenza,
del bisogno di curiosità e di avventura, bisogno che può
arrivare fino al sacrificio della vita. Quando entra nell'età
matura, l'uomo è capace (è ciò che lo distingue
dall'animale) di conservare queste qualità della giovinezza che
sono la sete d'esperienza e il gusto del rischio, poiché
è un essere mai finito.
Niente di strabiliante, stando così le cose, se molte culture hanno rappresentato l'«uomo tipo » come individuo giovane.
È l'età dei kouroi
che si possono ammirare al museo del Partenone; è anche
l'età dei guerrieri cinesi delle incisioni dell'epoca Ming.
Anche nelle società tradizionali, quelle che precedono la
rivoluzione industriale, gli uomini non accedevano più tardi
alle responsabilità. Non c'era transizione fra l'infanzia e
l'età adulta. A Roma, si passava in un sol colpo dalla veste
pretesta alla toga virile a diciotto anni. Nel Medioevo, da quando un
apprendista cominciava a lavorare, quale che fosse la sua età,
era integrato nel mondo degli adulti. I generali di Napoleone Bonaparte
avevano spesso tra i venti e i venticinque anni, esattamente come i
comandanti della battaglia di Cunaxa, descritta da Senofonte, che
conducevano in battaglia le truppe di Sparta. I valori della
gioventù erano organicamente integrati all'insieme sociale, allo
stesso titolo di quelli dell'età matura e della vecchiaia, che
rappresentavano la riflessione e l'esperienza. Gli uni
controbilanciavano gli altri, senza conflitto. Certo la gioventù
si ritrovava durante le feste tradizionali, ma non in quanto
«classe d'età» (nel senso in cui oggi si ha una « terza età »). Si
trattava spesso di riunire i giovani da sposare o quelli che arrivavano
all'età di portare le armi. Giovinezza significava tutto il
contrario di quanto significa oggi: non una seconda infanzia
prolungata, ma l'ingresso nel mondo degli uomini, nel mondo vero. Per
farla breve, non c'era giovanilità, ma la « giovinezza» penetrava i valori sociali.
È a
partire dall'epoca romantica, e poi soprattutto con la rivoluzione
industriale, che la gioventù, considerata come classe e come
valore, fa la sua apparizione.
L'allungamento medio della durata della vita obbliga a differire
l'età della presa di responsabilità. Un'età
intermedia appare progressivamente fra l'infanzia e la vita
professionale. Nelle società. tradizionali, a basso indice di
scolarizzazione, era la comunità che trasmetteva il sapere agli
individui, mischiando tutte le classi di età. A partire dal
diciannovesimo secolo, l'educazione obbligatoria e il servizio militare
vanno a far fronte comune con la famiglia ridotta al suo nucleo per
isolare la gioventù in maniera funzionale. Al contempo, si
constata che la società avvia un processo gerontocratico: le
occupazioni vengono strutturate a carriera; si fissano soglie
d'età per l'esercizio delle responsabilità.
Dal 1890 le opere sugli adolescenti si fanno sempre più
numerose. La giovinezza adolescenziale diviene un valore, connotata da
temi avventurosi e guerrieri. Lo scoutismo nasce sotto forme
decisamente paramilitari. Il servizio militare obbligatorio trasforma
gli eserciti europei in raggruppamenti delle gioventù nazionali
e non più in truppe professionali d'età mista.
Dappertutto si vedono sbocciare dei movimenti della gioventù che
indossano l'uniforme e che si vogliono portatori di una rigenerazione
sociale e politica. Nei collegi e nei licei la gioventù
imparerà a vivere insieme e a riconoscersi come categoria a
parte.
Fra il 1890 e il 1910, la letteratura
comincia ad appassionarsi alla adolescenza e le inchieste sulla
gioventù si succedono sulla stampa: se ne contano cinque in
Francia nel solo 1912. Raymond Radiguet e Colette illustrano, nei loro romanzi, il culto della gioventù « perdonabile di ogni suo eccesso », mentre Montherlant osserva nel 1926 che si va sviluppando un nuovo fenomeno, « l'adolescentismo », nuovo
rivale del femminismo. Nel frattempo il culto dello sport e
dell'olimpismo nasce e si sviluppa, appoggiato su di un'esaltazione
della giovinezza, spesso intesa come portatrice d'un rinnovamento
pagano. Per liberare la gioventù dal giogo borghese della
famiglia, Gide lancia il suo famoso «Famiglie, io vi odio », e
i regimi totalitari ed autoritari che nascono in Russia, in Germania,
in Italia, in Grecia, in Ungheria, ecc. si considerano tutti delle
«dittature della gioventù ».
La modernità delle nuove
tecniche, quella dei pionieri dell'aviazione o degli eroi della
velocità dell'automobile, è interpretata come di
competenza della gioventù, come d'altra parte — quasi paradossalmente — un certo desiderio di ritorno alla natura, ben rappresentato da movimenti come il Wandervogel [alias]
in Germania. C'è, in entrambi i casi, la medesima pulsione di
purezza selvaggia ed aggressiva, la medesima rivendicazione da' parte
della gioventù di un reinvestimento di una funzione creatrice e
guerriera dimenticata dal mondo borghese.
Un'inversione di senso si produce
però grosso modo dopo la seconda guerra mondiale.
Progressivamente, all'«adolescentismo » va a sostituirsi l'era dei teen agers. La
gioventù «precipita» nella funzione mercantile: a
livello di ideologia e discorsi, essa conosce il suo trionfo, ma nei
fatti, i valori giovanili crollano. Essere giovane non significa
più donare la propria vita per una causa, ma « consumare » una sottocultura fabbricata per i giovani.
Similmente ai loro eserciti, funzionali e burocratici — a dispetto della giovane età di reclutamento — le
società occidentali s'impegnano ad addomesticare i giovani
utilizzando il dinamismo formale dell'ideale di gioventù
ereditato dall'anteguerra. Due movimenti paradossali sono osservabili a
partire dagli anni cinquanta: la gioventù perde le sue
organizzazioni, le sue istituzioni, spesso considerate troppo « militari » dalla
società dei consumi; l'ideologia esalta più che mai la
gioventù in quanto frangia sociale munita di diritti (si
denuncia il «razzismo anti giovani ») e di una cultura propria, quella dei teen agers di ispirazione americana. La gioventù diviene un surrogato del proletariato, e gli epigoni della scuola
di Francoforte [alias]
lanciano il tema della lotta generazionale. Da un lato, la
società si individualizza e la gioventù fisicamente
organizzata scompare; dall'altro, l'ideologia e la cultura costruiscono
ciò che non è altro che un simulacro della giovinezza.
L'arrivo sul mercato delle numerose
classi di età del dopoguerra, è coinciso, nei paesi
occidentali, con la nascita di una « cultura per i giovani », apparsa per la prima volta negli Stati Uniti. Lanciata negli anni cinquanta da una serie di films dei quali James Dean è l'eroe, poi proseguita per trent'anni con mode di abbigliamento (i jeans), musicali (il rock, il pop, la disco, ecc.),
alimentari ed ideologiche, questa cultura della gioventù,
d'obbiedienza anglo-americana e a vocazione internazionale, ha avuto
per funzione quella di staccare le giovani generazioni dalle loro
culture nazionali e di includerle nella « nuova società dei consumi » dominata dai canoni culturali americani. Veniva così creata una nuova « classe internazionale », che costituiva di fatto la prima categoria di consumatori integralmente « occidentali ». L'idea
di gioventù, ereditata dall'anteguerra, veniva così
sfruttata come veicolo commerciale e, più o meno consciamente,
svuotata del suo significato e privata di ogni energia rivoluzionaria.
Le nuove generazioni nate dopo il trauma della guerra offrivano,
rispetto ai genitori, il vantaggio di essere più facilmente
avulse dalle loro tradizioni specifiche. La cultura dei giovani,
cosiddetta contestatrice e liberatrice, fu così il primo grande
tentativo di massificazione e di omogeneizzazione culturale ed
economica esercitato su di una generazione « cavia ». Il processo è culminato alla fine degli anni sessanta — è l'epoca di Woodstock — nel
momento in cui i giovani di vent'anni, erano i più numerosi.
Successivamente il fenomeno subisce una pausa, ma la gioventù
resta sempre il laboratorio sperimentale dell'occidentalismo, delle sue
mode, dei suoi costumi.
È dunque necessario guardare con un minimo di critica e di sospetto alle dottrine della « guerra delle generazioni », sostenute per esempio da Marcuse,
e sulla validità dei movimenti contestatari che mobilitavano la
gioventù fino alla metà degli anni settanta. Questi,
così come le culture underground pretenziosamente « di
rottura» col mondo borghese, sono state non solo recuperate dal
Sistema, ma molto peggio, gli hanno fornito nuovo fiato. In effetti, la
funzione dell'«ideologia della rottura » fra
le generazioni era di integrare la gioventù, con un processo di
acculturazione, a una nuova forma di capitalismo mondiale, tecnocratico
e non più patrimoniale, basato su di uno stile « americanomorfo» e su costumi permissivi, atti a staccare i giovani dalle specifiche morali etno-nazionali.
I discorsi antiborghesi e l'aspetto
rivoluzionario della controcultura non devono alimentare illusioni:
essi veicolano un'ideologia di stordimento e modelli comportamentali
che conducono diritto filato all'iperindividualismo e al culto del
benessere materiale minimale. Theodor
Adorno
ha avuto almeno il merito di mostrare che le musiche ritmiche
costituiscono niente più che una parvenza di rivolta, e hanno
per vero scopo quello di smobilitare la gioventù prima di
condizionarla al consumismo.
In queste condizioni, non c'è da
stupirsi che le teorie della guerra tra le generazioni, i movimenti
contestatari e lo stile ribelle delle controculture conoscessero il
loro declino in questo inizio degli anni ottanta: una volta realizzata
l'integrazione nell'«americanosfera» esse
non servono più se non sotto forme sempre più asettiche,
quasi accademiche e in realtà conservatrici. Un'autentica
controcultura delle giovani generazioni, in continuo rinnovamento, e
che veicolasse temi realmente mobilitanti dell'eroismo e
dell'avventura, farebbe paura alla cultura umanitaristico-borghese. Va
meglio l'individualismo della falsa rottura e della pseudo-emarginazione, nel quale si riconoscono i giovani « omologati » d'oggi e i loro genitori di quarant'anni, i vecchi teen-agers degli anni sessanta, che immaginano di essere restati giovani, mentre non lo sono stati mai.
Molti studi sociologici contemporanei,
fra cui quelli del Centro di Comunicazione Avanzata, attestano della
nascita fra i giovani di due nuovi tipi di mentalità:
l'«omologazione » — o integrazione — che è maggioritario, e la « marginalità » — o disadattamento — ancora minoritaria, ma in costante aumento fra i soggetti al di sotto dei vent'anni.
Gli « omologati » ritornano
al Sistema, dopo averlo combattuto, perché si rendono conto
più o meno consciamente, che esso veicolava i loro stessi
valori. Disincantati quanto alle virtù del « rivoluzionarismo », questi nuovi piccoli borghesi hanno conservato della « sinistra » le idee umanitarie, ecologistiche e pacifiste. L'avvenire auspicato è quello di un mondo in cui la « pace » debba
essere preservata ad ogni costo. I valori dominanti non sono più
la rivoluzione sociale, e nemmeno l'ambizione personale dei « giovani quadri dinamici », bensì
la sicurezza e la tranquillità di una vita privata senza
costrizioni, fatta di libertà estetizzante, di molto tempo
libero e di redditi « sufficienti ». I grandi problemi sociali o nazionali non interessano più gli omologati, anche se — grandi fruitori di mass media — piangono sulla Polonia e approvano sempre Amnesty International. Se militano, lo fanno per la « qualità della vita », al
fine di costruire una società sedata e conviviale. Il dinamismo
e la potenza nazionale sono biasimati da questi nuovi adepti di un
petainismo freddo. Amanti dei magnetoscopi e delle riviste pratiche,
riservano il loro immaginario avventuroso ai palmizi di un Club Méditerranée, e
vivono la liberazione sessuale per procura. Hanno bisogno di un
circondanio televisivo, musicale e umano, rassicurante e sorridente. La
vita, per loro, è in primo luogo, la vita privata, il nido o il
bozzolo, lontano dal furore delle militanze e delle vere competizioni.
I «marginali », che rappresentano già il 20% dei giovani fra i 15 e i 25 anni, sono, a differenza degli « omologati », non coinvolti. Non contestano e non approvano « si disinteressano ». Neppure
utopisti, si chiudono nel loro narcisismo costituendo, il più
delle volte, dei micro gruppi frammentari provvisti ognuno di un
proprio stile. La loro creatività è spesso notevole, ma
è indirizzata verso la sfera individuale o la ricostruzione di
piccoli mondi fatti di parvenze e di sogni. Bambini perenni e adulti
disillusi al tempo stesso, questi giovani divengono schizofrenici:
lavorano per vivere — spesso con impieghi volanti — ma
la loro vera vita è altrove. Essi sono mentalmente assenti sia
dal proprio lavoro che dalla propria società. Eternamente alla
ricerca dell'evasione, spingono il loro psichismo di sognatori in una
marginalità culturale e in una indifferenza ideologica che non
impediscono il loro inserimento sociale effettivo. In fin dei conti
bisogna ben « consumare », ed
essi non ne fanno certo a meno. Lo Stato-Provvidenza non ha da
lamentarsi di questi nuovi giovani, la cui schizofrenia interiore
lascia piena libertà d'azione a qualsiasi dittatura
amministrativa di tipo materno. Il calo d'ambizioni, la dipendenza
ombelicale e il neo-tribalismo prefigurano una mentalità
adattissima alle strutture economiche di una società mercantile
socializzata, a fonte tasso di disoccupazione, a bassa progressione di
reddito, e dominanta da un'assistenza burocratica generale.
Ecco ben evidente l'«implosione dei sensi » di
cui parla Baudrilland: all'abbondanza dispersa degli stili, dei
ghiribizzi feticisti e dei valori intimisti, risponde un gran silenzio:
dalla gioventù non viene nessun discorso, nessun progetto,
nessun ideale.
In questa era in cui la « rande muta non
è più l'esercito, ma la gioventù, tutti parlano,
come per compensazione, di gioventù. Viviamo una nevrosi della
gioventù.
Essa diviene una qualità a se
stante, puramente estenionizzata, nel momento stesso in cui cessa di
essere una disposizione dello spirito. Apparente e fisica, questa falsa
gioventù si vuole eterna, la qual cosa ben si adatta ad una
società fissata sul presente. Un'autentica cultura giovanile
presupponebbe, al contrario, che l'adolescenza costituisca un passaggio
verso il mondo adulto, uno stato transitorio. Il vero adulto — il vir dei Romani, il kalòs kàgathòs dei Greci — faceva coabitare in sé una giovinezza dionisiaca e una padronanza apollinea, ma soprattutto non intendeva « restare » giovane,
proprio per poter attualizzare, in quanto adulto padrone di se stesso,
quella parte del suo animo che, qualsiasi cosa succedesse, restava
sempre creativa e giovanile. Noi siamo ben lontani da questa concezione
organica dell'uomo...
All'infantilizzazione del mondo adulto
corrisponde ciò che bisogna ben chiamare, con un barbaro
neologismo, l'«adultizzazione » dei
bambini e dei giovani in generale. Il bambino-re degli anni cinquanta e
sessanta è diventato un giovane vissuto, ma i suoi genitori sono
rimasti rimbecilliti e continuano a leggere Topolino. Giocano a fare i
giovani e immaginano che sia sufficiente averne i vestiti,
l'atteggiamento o il linguaggio per restare tali.
Questi tratti puerili della cultura di massa sono compensati da un'ostentazione generale dell'« esprit de sérieu ».
La liberalizzazione dei costumi,
seriosamente prognammata come una nuova morale, nasconde male
l'irrigidimento dei comportamenti. Le etichette sociali e il
funzionalismo capillare della vita quotidiana spengono ogni
gioiosità, ogni spontaneità dei rapporti sociali. Il
canto, il riso, la mimica, il bisticcio, non caratterizzano più
le relazioni umane, apparentemente «senza costrizioni», ma
in realtà imprigionate in circuiti rigidi. Le feste della
gioventù sono le danze tristi o le copulazioni elettroniche con
i simulatori delle « guerre spaziali », successori dei sorpassati flippers.
La sparizione della giovinezza nei
rapporti sociali corrisponde d'altra parte all'intellettualismo che
domina la nostra epoca. L'esprit de géometrie supera ovunque l'ésprit de finesse, e questo, insieme con la « sfera letteraria », di cui parla Aldous Huxley [alias], è stato inghiottito dalla « cultura matematica ». I
giovani d'oggi sono allo stesso tempo formati, in maniera pensino
esagerata, alla matematica, e completamente neopnimitivi nel loro
linguaggio, nel loro comportamento, nel loro stile di abbigliamento,
nei loro gusti musicali, ecc. Contemporaneamente, l'ascesa dello
spirito iperanalitico distrugge ogni freschezza comportamentale
nell'insieme della società. La gioventù moderna rischia
fortemente di essere l'avanguardia di una nuova borghesia, barbara adepta del confort e
delle comodità elettroniche, limitata dal pragmatismo
tecnologico e smussata nella sensibilità a contatto con la
sottocultuna americana.
Tutto accade come se, per compensare
l'invecchiamento demografico e l'installarsi dei valori senescenti
dell'egualitanismo di massa, l'ideologia sociale avesse creato un
simulacro di giovinezza e avesse incarcerato la gioventù in un
mondo artificiale, per prevenire un'autentica rivolta contro questo
stato di fatto.
Ma l'artificio può niginansi
contro chi lo maneggia. Gli ideatori della falsa gioventù stiano
in guardia: finché ci sarà qualcuno che veglia, tutto
è sempre possibile. La gioventù, un giorno o l'altro,
può sentirlo. Come il fiume della vita, essa ritorna sempre ad
ogni generazione.
E quelli che vegliano ci sono. Essi
seminano. Non per questo mondo. Non per questa gioventù, ma per
l'altra, quella che viene.
Guillaume Faye