Due Germanie nell'Europa dei blocchi, una Germania nell'Europa libera

Di Alain de Benoist  -  Numero 12 del 01/10/1982

 

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Il problema tedesco e il neutralismo - Le responsabilità occidentali nella divisione della Germania e dell'Europa - Strategie per la riunificazione.

Alain de Benoist

La ratifica da parte del Bundestag della decisione presa dalla NATO, il 12 dicembre 1979, di installare in caso di fallimento dei negoziati sul disarmo, mis­sili Pershing II in Europa occidentale, ha riportato l'attenzione sul movimento neutralista tedesco.

Lo sviluppo di questo movimento è stato rapido. Nel novembre 1980, 1'«appello di Krefeld», che chiedeva l'annullamento della decisione della NA­TO e l'apertura di negoziati con l'Est, raccoglieva più di mezzo milione di firme, specialmente presso gli iscritti ai sindacati (DGB), la cui direzione pure aveva ufficialmente condannato l'iniziativa. Un anno più tardi, il 10 ottobre 1981, più di ducentocinquantamila manifestanti si ritrovavano a Bonn per pro­testare contro la «nuclearizzazione dell'Europa». Più recentemente, nel gen­naio 1982, si è appreso che per la prima volta la Repubblica federale tedesca e la Repubblica democratica tedesca erano d'accordo per presentare insieme all'ONU proposte in favore del disarmo.

È stato ugualmente rimarcato come nel quadro dell'affare polacco siano stati l'attendismo e la passività a prevalere nella Germania dell'ovest. In Der Spie­gel, Rudolf Augstein notava: «Una Polonia in agitazione significa sempre un pericolo di guerra per l'Europa». L'ondata non tocca soltanto l'estrema sinistra e i giovani del partito socialdemocratico, gli Jusos, raggruppati attorno a Willy Brandt. Il 23 gennaio, a larga maggioranza, i delegati amburghesi della SPD si pronunciano per una zona denuclearizzata in Europa. L'offensiva sarà rilancia­ta al congresso del partito in aprile a Monaco. La chiesa protestante si è pari­menti associata al movimento. Nell'area dell'opposizione, Kurt Biedenkopf, vi­cepresidente della CDU-CSU, non ha esitato a scrivere in Die Zeit che «biso­gna cercare una soluzione sostitutiva all'attuale strategia nucleare del Patto atlantico». Questo punto di vista si ricongiunge con quello di Dieter Schröder che, nella Suddeutsche Zeitung, constata che «l'alleanza atlantica è oggi messa in pericolo da Washington più che da Mosca» (10 dicembre 1981). E anche condiviso dal segretario generale dei cristiano-democratici, Heiner Geissler, e dal presidente della Junge Union, Matthias Wissman.

I sondaggi sono eloquenti. Nel mese di dicembre 1979, è rivelato che sol­tanto il 28% dei tedeschi occidentali ritiene che l'URSS persegua una politica aggressiva. Altre inchieste mostrano che 1'80% dei tedeschi sono ancora favorevoli al mantenimento della Repubblica federale nella NATO, ma nel feb­braio 1980 il 71,7% rispondono «no» alla domanda: «Parteggiate per l'idea di difendere militarmente la RFT, se ciò dovesse comportare l'impiego di armi atomiche sul suo territorio?». Nell'agosto 1981, il 67% si dichiarano ostili a qualsiasi rafforzamento del dispositivo bellico occidentale stanziato in Germa­nia.

L'aspetto più importante della situazione non è tuttavia questo. Attiene invece al fatto, rilevato da numerosi organi di stampa di diversi paesi (1), che il movimento neutralista tende a prendere in Germania federale una colora­zione nettamente nazionale.

Si diffonde ovunque l'opinione secondo cui la Germania non può più re­stare un giocattolo tra le mani irresponsabili degli americani. Alla manifesta­zione del 10 ottobre, Heinrich Albertz, ex borgomastro socialdemocratico di Berlino, ha tenuto a presentarsi come un «patriota tedesco», Helmut Goll­witzer, pastore protestante, denuncia in questi termini la colonizzazione ame­ricana: «Nessun tedesco può accettare questa subordinazione incondizionata degli interessi del nostro popolo a interessi stranieri». Willy Brandt afferma che bisogna farla finita con una «morale da schiavi». Lo scrittore Gerd Fu­chs dichiara alla rivista Konkret: «Gli americani ci hanno tolto l'onore». «In un certo senso» osserva Günther Grass «è la coscienza della propria geografia che da trent'anni manca ai tedeschi».

«Nessuna nazione europea» ha detto lo stesso cancelliere Schmidt «deve immaginarsi che l'esistenza di uno Stato nazionale sia la situazione normale per tutte le nazioni salvo che per i tedeschi». Parole, malgrado tutto, rivela­trici - e che hanno già fatto spandere molto inchiostro (2).

La parola «patria», che nel 1975 aveva. una connotazione positiva per il 60% dei tedeschi dell'ovest raccoglie oggi il favore del 69% tra di essi. Un altro sondaggio mostra che il 62% degli abitanti della Repubblica federale considerano tuttora la riunificazione un obiettivo prioritario. E, per il 34%, Königsberg, la città natale di Kant, oggi in Unione sovietica, si trova innanzi­tutto in Prussia orientale.

Un dissidente tedesco-orientale, Robert Havemann, ha fatto pervenire al­l'Ovest un manifesto-petizione in forma di lettera aperta che ha fatto anch'es­so molto rumore. Il testo dichiara: «È urgente firmare un trattato di pace e far ritirare le truppe d'occupazione d'ambo le parti della Germania. Come noi tedeschi risolveremo la nostra questione nazionale, è una cosa che spetta a noi di decidere e nessuno deve temere ciò più che una guerra atomica». Da parte sua, Henry Kissinger afferma: «Il pacifismo tedesco costituisce una forma di nazionalismo e di romanticismo» (intervista concessa a Le Point, 21 dicem­bre 1981).

Il nazionalismo tedesco risorgerebbe dunque oggi a sinistra? Tale even­tualità non è invero sorprendente che per gli osservatori che dimenticano co­me, nel passato, un buon numero di ideologie classificate «di sinistra» (romanticismo, socialismo, ecologismo) abbiano subìto, al di là del Reno, evolu­zioni del tutto inattese.

È un fatto, d'altra parte, che tendenze incontestabilmente nazionali ap­paiono (per quanto ancora timidamente) in certi settori della sinistra tedesco-occidentale. Registi come Werner Herzog, cantanti come Hannes Wader, sono i primi a predicare a favore di una «decolonizzazione culturale». «Perché dovremmo abbandonare i nostri interessi nazionali alla reazione?» ha esclamato Heinrich Albertz. «È un pregiudizio il pensare che la destra po­litica sia nazionale e la sinistra internazionalista» constata Helmut Berschin (3). Nella rivista Wir selbst, il saggista Wolfgang Venohr scrive: «Antifascismo e nazionalismo di liberazione non sono antagonisti e non de­vono essere considerati come tali. Noi dobbiamo riappropriarci del senso na­zionale tedesco. La lunga marcia attraverso la coscienza del popolo tedesco dev'essere nazionalrivoluzionaria».

In un libro recente (Die Linke and die nationale Frage, Rowohlt, Rein­bek 1981) Peter Brandt, figlio dell'ex cancelliere, e Herbert Ammon fanno il punto sull'atteggiamento della sinistra di fronte alla questione nazionale, presentandoci un'arringa ben documentata contro «la distruzione del sentimento nazionale e della coscienza nazionale da parte dell'imperialismo culturale delle superpotenze, e principalmente degli Stati Uniti». Il libro ha scatenato a sini­stra, in particolare sulle colonne della Tageszeitung, una violenta discussione cui hanno partecipato tanto Egon Bahr, capofila della SPD, quanto il conte­statore Rudolf Bahro (4).

Poco tempo prima della sua morte, Rudi Dutschke aveva anch'egli messo la questione nazionale all'ordine del giorno, come si può constatare nelle sue stesse memorie (5), ove non esita a stigmatizzare la situazione di un popolo tedesco «finanziariamente ricco, ma sempre più povero spiritualmente».

Questa preoccupazione di una certa sinistra si ricongiunge, in modo abba­stanza sorprendente, a quella dei diversi gruppi e giornali nazional-rivoluzio­nari (Neue Zeit, Rebell, Befreiung, etc.) che muovendo dall'altro capo dello scacchiere politico e ideologico, assumono oggi posizioni simili (6). Uno dei teorici del movimento nazionalrivoluzionario, Enning Eichberg, autore di un libro contro la «snazionalizzazione» della Germania (Nationale Identität, Langen-Muller/Herbig, München 1978) aveva precisamente dialogato con Ru­di Dutschke sul tema «Nationalistist revolutionär» (Das da-avanti, n. 11, 1978). Non ha cessato da allora di sviluppare il suo punto di vista (7). Nello stesso ordine di idee, alcuni arrivano fino a parlare di «nazionalcomunismo» e a sognare di un «Tito tedesco». «Tale eventualità deve essere presa in considerazione», afferma in un noto articolo (8) l'intellettuale neoconservato­re Armin Mohler « tuttavia non si potrebbe a giusto titolo parlare di nazio­nalcomunismo se non nel caso questo movimento godesse interamente della propria libertà in rapporto a Mosca. Ora, sfortunatamente l'epoca di Lenin è ben lontana: da decenni l'Unione sovietica non rischia più nella politica. (...) Non si può attribuire alla gerontocrazia del Kremlino il desiderio di realizzare l'audace esperienza di un nazionalcomunismo in quel luogo strategico che è la Germania. La sola eventualità prevedibile sarebbe una riunificazione nella stessa prigione! Per resistere a una cura da cavallo di questo genere, ci vorreb­be un popolo dotato di una struttura più semplice e più atta alla decisione del popolo tedesco».

Una delle ragioni di questa evoluzione attiene al fatto che, nelle giovani generazioni, si riconosce sempre più diffusamente che gli occidentali portano una parte di responsabilità altrettanto grande, se non più grande, di quella dei Russi nella divisione della Germania - come conferma un rapido colpo d'oc­chio sugli avvenimenti intervenuti da trent'anni a questa parte.

Stalin, com'è noto, aveva difeso il principio dell'unità della Germania, nel luglio 1945, alla conferenza di Potsdam. Furono gli Alleati che insistettero per il suo smembramento. Il 23 maggio 1949, la trizona d'occupazione alleata si trasformò in Repubblica federale tedesca. In replica alla formazione di questo «Stato separato», la zona sovietica si trasformò a sua volta, il 7 ottobre, in RDT. In assenza di qualunque trattato di pace, le quattro grandi potenze, URSS, Inghilterra, Francia e USA, si dichiaravano «responsabili» del popo­lo tedesco.

Nel marzo 1952, Stalin, il quale pensa che uno scontro «interimperiali­sta» sia più da temere di uno scontro Est-Ovest (9), propone di restaurare l'unità tedesca sulla base delle disposizioni previste dalla conferenza di Potsdam. Egli è disposto ad accordare alla Germania, che verrebbe in questo ca­so resa neutrale, il diritto di produrre il materiale bellico e di disporre delle forze necessarie alla sua difesa, ed arriva fino a prevedere la restituzione a tutti gli ex membri della Wehrmacht dei loro diritti civili e militari.

Quest'iniziativa spettacolare provoca una viva emozione. L'ex cancelliere Wirth, che fu uno degli artefici del Trattato di Rapallo del 1922, si pronuncia per la presa in considerazione di questa proposta. In aprile, al Bundestag, Carlo Schmid e i socialdemocratici sostengono lo stesso punto di vista. Ma si scontrano con l'opposizione risoluta del cancelliere Adenauer - uno dei poli­ticanti democratici occidentali più perniciosi del secolo, assieme con Churchill e Clemenceau. Vecchio separatista renano, Adenauer non ha affatto simpatia per i «prussiani». Predicando teoricamente la riunificazione, egli punta di fatto sull'integrazione al mondo «atlantico». Sotto il suo impulso, la RFT va ad identificarsi sempre più con la comunità ideologica delle democrazie libera­li. La chance storica nata dalla proposta di Stalin non si ripresenterà più.

A quest'epoca, la riunificazione conta d'altronde, a quanto sembra, più partigiani in URSS che nella RDT. Paradossalmente, fu la rivolta di Berlino del giugno 1953 a condurre Mosca a cambiare posizione ed a portare il pro­prio appoggio a Walter Ulbricht (10).

La situazione sembra sbloccarsi a partire dal 1966, data in cui i due Stati tedeschi riprendono tra loro contatti continuativi. Nel 1969, è il momento del lancio dell'Ostpolitik. Il primo incontro «intertedesco», tra Willy Stoph e Willy Brandt, ha luogo a Erfurt il 19 marzo 1970. Il 12 agosto, è la volta della conclusione a Mosca del trattato tra Russia e Germania occidentale (che sta­rebbe all'origine delle dimissioni di Ulbricht, che è sostituito il 3 marzo 1971 da Honnecker). Infine l'otto novembre 1972 viene firmato il «trattato fonda­mentale» tra la RDT e la RFT.

E un grave errore, come ha notato Alfred Grosser, il «credere che l'O­stpolitik tenda alla riunificazione, a prezzo, se necessario, di un'uscita dal campo occidentale» (Le Monde, 20 gennaio 1982). Di fatto, essa mira «a creare un riavvicinamento sulla base di una rinuncia all'unità, di un'accetta­zione dell'ancoraggio di ciascuno dei due Stati in uno dei due campi antagoni­sti» (ibidem). E grazie ad essa, nondimeno, che la Germania Ovest comincia a riprendere la dimensione diplomatica di cui era nata priva.

Parallelamente, la tensione tra Bonn e Washington, latente dopo le diver­genze monetarie del 1968, appare in piena luce, accentuata dal rifiuto (timida­mente) manifestato da Bonn di sacrificare la propria politica economica agli interessi americani. Ma le relazioni tra i due Stati tedeschi tornano ad ina­sprirsi. La nuova carta costituzionale della Repubblica democratica tedesca, adottata nel 1974, comporta due modificazioni essenziali in rapporto a quella del 1968. Essa precisa che la RDT non è più uno «Stato socialista di nazione tedesca» (ex art. 1), ma uno «Stato socialista di operai e di contadini». D'altra parte, fa stato di un'«alleanza eterna ed indistruttibile con l'Unione Sovietica». La proclamazione secondo cui la RDT ricercava «l'eliminazione della divisione della Germania imposta dall'imperialismo alla nazione tedesca» è soppressa. Le parole «Germania» e «nazione» scompaiono dal­la costituzione.

Sul piano economico e commerciale, la Germania occidentale è oggi il maggior partner dei sovietici. Non va ugualmente dimenticato che vi sono an­cora un milione e ottocentomila tedeschi in URSS, in particolare i «tedeschi del Volga», senza contare ventimila tedeschi ancora residenti nei paesi baltici. In campo militare, rimarcava recentemente Breznev, «la Germania federale si trova di fronte a scelte fondamentali». È il minimo che si possa dire. Nell'i­potesi di un conflitto armato, la RFT è il paese europeo più vulnerabile. Si­tuata in prima linea, sul «fronte», non avendo né retroterra geografico né spazio di manovra, essa costituirebbe necessariamente il principale teatro d'o­perazioni. Più di diecimila ogive atomiche si trovano sul territorio dei due Sta­ti tedeschi (di cui i due terzi, per la verità, in Germania occidentale).

L'applicazione della dottrina americana della risposta flessibile (concetto base della NATO), un ricorso cioè «limitato» ad armi di distruzione massic­cia, proporzionale all'attacco e ristretto al «teatro» in cui questo si svolge, porterebbe con sé la scomparsa pura e semplice del popolo tedesco. Fatto più grave: i tedeschi non hanno il diritto di difendersi autonomamente. Confer­mando le disposizioni del trattato di Parigi, la ratifica del trattato di non proli­ferazione nucleare firmato dal governo Brandt nel novembre 1968 impegna dal 1974 la RFT a non fabbricare armi atomiche ed a non procurarsene. La Germania occidentale non può disporre nemmeno delle armi tattiche stanziate sul suo territorio! Le sue stesse forze armate sono sotto il comando america­no. «La definizione di Carl Schmitt secondo cui è sovrano colui che dispone dello stato di eccezione» scrive Armin Mohler (art. cit.) «significa per noi: è sovrano colui che può disporre liberamente delle armi esistenti sul suo territo­rio. E il contrario di uno Stato sovrano è uno Stato occupato».

Come stupirsi, in queste condizioni, che la creazione in Europa occidenta­le di uno «spazio denuclearizzato» appaia a molti tedeschi al tempo stesso come la sola possibilità di riunificazione - e come la sola possibilità di non essere cancellati dalla carta geografica attraverso uno scontro cui le due super­potenze si abbandonerebbero sul territorio tedesco? I neutralisti tedeschi non sono lontani dal fondare le loro analisi su di una constatazione che il generale De Gaulle aveva fatto prima di loro: quella che «l'ombrello» americano non vale niente. De Gaulle poté scegliere l'opzione della force de frappe. I tede­schi, da parte loro, non ne hanno il diritto. Essendo improponibile l'ipotesi della «battaglia», che mette direttamente in discussione la loro esistenza na­zionale e fisica, che cosa devono fare?

Alcuni pensano che i Russi non accetteranno mai di veder ricrearsi sul loro fianco occidentale una Germania riunificata di ottanta milioni d'abitanti, il cui peso sarebbe evidentemente considerevole. Ma la vera questione è di sapere se, per il Kremlino, il gioco vale la candela. Ora, la posta è evidente. In più, l'evoluzione degli armamenti ha considerevolmente diminuito il «peri­colo tedesco» sul piano dell'estensione geografica e del numero di abitanti. Una Germania riunificata e resa neutrale non costituirebbe sui tempi brevi per la Russia, protetta in sovrappiù dallo Stato cuscinetto polacco, la minima mi­naccia militare. «Se pesano su questo progetto numerose ipoteche politiche», osserva il generale Gallois «militarmente non ve n'è alcuna».

L'obiettivo sovietico è sempre stato quello di giungere alla denuclearizza­zione dell'Europa. La riunificazione e la neutralizzazione della Germania mo­dificherebbero interamente la situazione militare in Europa. Per la NATO, la Repubblica federale tedesca resta infatti la maglia più importante di una linea di difesa «atlantica» che va da Capo Nord fino all'Anatolia. L'alleanza atlan­tica sarebbe probabilmente smantellata. L'imperialismo americano riceverebbe un colpo decisivo.

Due modi di riunificarsi sono a priori possibili, quello della neutralizza­zione e quello dell'indipendenza preliminare dei due Stati tedeschi dai rispetti­vi «protettori». La seconda ipotesi è «ideale», ma attualmente irrealizzabile. Solo la prima è possibile: coloro che hanno costruito il muro di Berlino restano anche quelli più in grado di smantellarlo. Quando si dice che i neutra­listi tedeschi «fanno il gioco del Kremlino», si enuncia beninteso un'eviden­za. Ma quest'evidenza non rappresenta che un aspetto del problema. Solo un'analisi dalla vista corta può fermarsi ad una denuncia isterica della «mano di Mosca». Bisogna anche considerare come si è arrivati a questa situazione. E chi porta la responsabilità principale del presente stato di cose?

Le democrazie liberali raccolgono di fatto, molto semplicemente, i frutti della loro politica. Chi infatti se non le democrazie liberali si è adoperato da trent'anni a questa parte per interdire ai tedeschi il diritto più elementare che è il diritto ad una patria - e ai sentimenti che essa può ispirare? Sono gli stessi che deplorano oggi il «pacifismo tedesco» e che hanno fatto di tutto per togliere alla Germania ogni energia, ogni fierezza, ogni coscienza di se stessa, che hanno fatto di tutto per imporle un ideale di sicurezza ed immer­gerla in uno stato di soggezione, di sottomissione e di disarmo morale e mili­tare. Gli americani, oggi, denunciano il «nazionalismo frustrato» dei tede­schi. Non avevano che da astenersi dal frustrarlo! Familiarizzati come sono al­la psicanalisi, d'altronde, avrebbero dovuto avere qualche idea della potenza del ritorno del rimosso.

«I vincitori della Germania hanno finalmente raggiunto il loro scopo» nota Michel Bosquet. «al posto di un popolo conquistatore hanno fatto sor­gere dei tedeschi buoni che sono ben disposti a che altri rischino la propria vita per loro, ma che non sono affatto disposti a rischiarla né per gli altri né per se stessi» (Le Nouvel Observateur, 21 novembre 1981). Opinione che coincide con quella di Maurice Bardèche: «Gli Alleati hanno voluto che que­sto popolo disciplinato disimparasse la disciplina, che questo popolo coraggio­so si disgustasse del coraggio, che questo popolo virile divenisse un gregge: hanno voluto dei bevitori di birra, hanno oggi dei bevitori di birra che non hanno alcuna voglia di calzare stivali e di portare l'elmetto» (Défense de 1'Occident, novembre 1981). Durante l'ultimo incontro tedesco-americano or­ganizzato a Bad Godesberg dalla Fondazione Adenauer, i partecipanti ameri­cani hanno rimproverato ai tedeschi di mancare di «sentimento nazionale». «Hanno detto ciò» commenta Armin Mohler «a tedeschi che non hanno potuto fare carriera che sotto sorveglianza americana ed a condizione di spu­tare tre volte al giorno sulla loro nazione!».

È la politica dei blocchi, accettata e voluta dall'Ovest come dall'Est, che ha «congelato» la questione nazionale al di là del Reno. È questa politica che non ha dato altra alternativa alla Germania che il vassallaggio. L'opera­zione di rieducazione (11) cui è stato sottoposto il popolo tedesco mirava ad insegnargli «che il fine di una politica estera non è l'autoaffermazione di una nazione, ma la propagazione degli ideali umani». Coloro che sono stati i pro­motori di questa operazione sono oggi nella posizione peggiore per lamentarsi che li si abbia presi alla lettera. Dopo aver fatto della sicurezza un valore su­premo, non sono più stati in grado di garantire questa sicurezza; a partire da allora è normale che i loro «protetti» cerchino altrove delle assicurazioni. Gli americani hanno prima proibito ai tedeschi di difendersi. Vogliono ora - estrema ironia della storia - risuscitare un «sentimento nazionale» che essi hanno fatto di tutto per annientare, senza vedere che la rinascita di questo sentimento giocherà del tutto naturalmente più nel senso di un desiderio di nazione che nel senso dell'anticomunismo primario. «I figli» scrive Mohler «ripagano come possono coloro che hanno fatto piegare la schiena ai loro pa­dri. E la loro rivincita consiste precisamente nel prendere la rieducazione alla lettera e nel ridurla all'assurdo».

È meglio una Germania «mal riunificata» che nessuna riunificazione del tutto? È questa la domanda che ci si pone oggi. Essa concerne non solo i te­deschi, ma tutti gli Europei. La scelta non è infatti tra una metà di Europa che sarebbe sovrana e una metà che non lo sarebbe, ma tra un'Europa che, da una parte e dall'altra, subisce occupazioni diverse ma complementari, e una riunificazione «zoppa» che però potrebbe perlomeno creare le condizio­ni di una dinamica storica nuova, di cui nessuno può attualmente prevedere con certezza in quale direzione ci porterà.

«Perché» si dice qua e là in Germania «gli europei non potrebbero ri­volgersi direttamente ai Russi e mettere in atto in comune la propria Ostpoli­tik? Che cosa significa esattamente il termine di `neutralizzazione'? È provato che implichi la `finlandizzazione'? Perché non vedere quali sono le condizioni del Kremlino (il che non significa necessariamente accettarle), vedere cosa vo­gliono i Russi, qual'è il prezzo che sono disposti a pagare e, inseguito, deter­minare una posizione in funzione del solo interesse europeo?».

Una cosa è certa, che vi è contraddizione tra il rifiuto della politica dei blocchi e il mantenimento della divisione tedesca. Non si può al tempo stesso parlare contro lo «spirito di Yalta» e opporsi alla riunificazione della Germania, che ne è la conseguenza più diretta. «In Europa la vera posta della divi­sione in due campi irriconciliabili resta la spartizione della Germania. Ogni politica mirante a mettere in discussione lo spirito di Yalta apre inevitabil­mente la via al riavvicinamento tra le due Germanie ed, al termine, alla loro riunificazione» (Libération, 24 dicembre 1981).

Non bisogna dimenticare, d'altronde, che è per questo sentimento antite­desco che gli Alleati non hanno cessato di accettare la politica dei blocchi e la spartizione del mondo. La Germania faceva paura ieri quando faceva la guerra. Fa paura oggi perché vuole la pace. Qualsiasi cosa faccia, la Germania, agli occhi di alcuni, sarà sempre colpevole. Sarà colpevole di esistere (12).

Certo, la situazione non è né semplice né piacevole: da un lato, quelli che si rimettono ai russi («meglio rossi che morti»), dall'altro, quelli che si ri­mettono agli americani («non si può fare altrimenti»). Pure, al di là di que sti due atteggiamenti parimenti inaccettabili, c'è un fatto positivo. È «la con­vinzione crescente nel pubblico tedesco che una semplice politica di integra­zione all'Occidente non può soddisfare a termine tutte le aspirazioni culturali, umane e nazionali del popolo tedesco diviso in due Stati» (François Schlos­ser, Le Nouvel Observateur, 9 gennaio 1982).

In questo senso, l'attuale ondata di «neutralismo-pacifismo» rappresenta un'occasione storica da cogliere per tutti coloro che vogliono farla finita con la «nevrosi tedesca», epicentro del resto di una più generale «nevrosi europea». Tale è precisamente il punto di vista presentato da Armin Mohler nell'articolo già più volte citato.

Si tratta di un punto di vista critico. «Nella vita politica tedesca» scrive Mohler «i conservatori sono stati maestri nell'arte di mancare le occasioni storiche». Troppo spesso i conservatori praticano la politica dello struzzo e ripetono slogan («gli americani sono la nostra sola salvezza», «la libertà viene prima dell'unità»). Soprattutto, come molti tedeschi, non comprendono che esiste una differenza radicale tra la politica interna, in cui sarebbe auspi­cabile non avere che avversari, e la politica estera, dove si hanno necessaria­mente dei nemici. Capire la natura specifica della politica estera, prosegue Mohler, è essere capaci di designare il nemico. Ora, il nemico è il condominio sovietico-statunitense - la «tenaglia» di cui un braccio è a Mosca e l'altro a Washington. Il nemico, è colui che ha voluto e accettato la divisione tedesca, cioè gli americani e i russi. « Colui che vuole fare dei russi soltanto un capro espiatorio imbroglia le carte. Ogni volta che i russi hanno accentuato la divi­sione della Germania, l'hanno fatto con l'accordo degli americani. Il muro di Berlino è stato costruito dopo consultazione preliminare con gli americani. Gli accordi con l'Est hanno finito per essere accettati perché gli americani avevano fatto pressione sulla CDU. È nella logica delle cose » (13).

Nell'immediato, il compito dei «neoconservatori» tedeschi (14) potrebbe essere quello di contribuire al chiarimento della situazione dando «respiro po­litico» ad una tendenza che, fin qui, non si è espressa che tramite «lamentazioni e rassegnazione». A questo effetto, Armin Mohler propone di adottare una linea di condotta che prenda in conto i cinque principi seguenti:

  1. la volontà di una politica estera tedesca: «La storia non fa regali. La condizione preliminare a qualsiasi politica estera tedesca è che i tedeschi vo­gliano essi stessi costituire una nazione non divisa e sovrana»;

  2. la situazione è favorevole: sul piano interno, la società consumista è in crisi. Su scala mondiale, «si vedono dappertutto apparire gruppi, paesi, et­nie, che, in tempo di pace, non vogliono più sopportare il condominio sovieti co-americano, e che, in tempo di guerra, non intendono costituire il campo di battaglia sul quale i due colossi dai piedi d'argilla potrebbero regolare i loro conti»;

  3. basta con la politica della rinuncia: «I bisogni in sconfitte dei tede­schi sono soddisfatti per svariate generazioni. (...) La sottomissione non rap­presenta una garanzia contro la disfatta». Per ritornare ad essere una nazio ne a pieno titolo la Germania dovrà seguire una strada lunga e difficile. Non ci sono ricette per riuscirci. «Una cosa tuttavia è chiara: ci sono dei limiti all'umiliazione. E si può arrivare ad un punto in cui bisogna impegnare la propria esistenza fisica per difendere il proprio diritto ad un'esistenza autono­ma, non dipendente dall'estero»;

  4. il problema di Berlino: l'antica capitale del Reich è «il punto più vulnerabile di una politica estera tedesca. (...) Non ci si può permettere di agire deliberatamente in una maniera che aggraverebbe ancora la situazione dei berlinesi. Ma non si devono neppure accettare ricatti su Berlino. Questo nell'interesse degli stessi berlinesi, il cui destino dipende in tutto e per tutto da quello dell'intera nazione»;

  5. nessuna preclusione: «Soli contro tutti» non può essere il motto di una politica estera tedesca, né dentro né fuori le frontiere. «Il che significa innanzitutto che le differenze interne devono essere subordinate alle necessità della politica esterna. In particolare, bisogna sondare la sinistra tedesca per vedere se essa è animata veramente da una nuova coscienza nazionale. Se i suoi sentimenti sono sinceri e non soltanto demagogici, non c'è ragione di non tentare, con questa sinistra, di scuotere la palude di pigrizia benpensante che precisamente a proposito della questione nazionale si trincera dietro i "però" e i "sì, ma"». Parimenti, in politica estera, la Germania deve considerarsi co­me 1'alleata di tutti coloro che hanno degli interessi in comune con lei, come la Cina e la Francia. La prima, «perché è il vicino del mio nemico». La se­conda, «perché l'obiettivo principale della sua politica estera, dal tempo di De Gaulle, è stato di sganciarsi dalla morsa sovietico-americana». Lo stesso principio vale ovunque altrove nel mondo: ogni paese indipendente dalle su­perpotenze è un alleato potenziale. «Certi politologi, che fanno il gioco delle superpotenze, tentano di ridurre il numero dei partner possibili distribuendo largamente l'etichetta di crazy state. Giudizi peggiorativi di questo genere de­vono essere esaminati in modo critico, anche nel caso di un Gheddafi o di un Khomeini».


Conclude Armin Mohler: «Si è potuto dire della Germania federale che era un gigante economico, ma un nano politico. La prima parte di questa de­finizione comincia lentamente e impercettibilmente a sgretolarsi. Un po' più peso dall'altro lato contribuirebbe a ristabilire l'equilibrio tra i due piatti della bilancia. La grande possibilità politica della nazione dotata di espressio­ne e dalle molte sfaccettature che è la Germania potrebbe essere di diventare il portavoce di tutti coloro che per il mondo tentano di opporsi alla grande uniformizzazione che la stella sovietica e soprattutto le Stars and stripes ame­ricane vogliono imporre».

Alain de Benoist

Traduzione dal francese a cura di Stefano Vaj


1 In particolare tra gli altri: Wolfgang Pohrt, «Ein Volk, ein Reich, ein Frieden. Uber die Friedensbewegung and das neue, alte Heimatgefühl», in Die Zeit del 30 ottobre 1981; John Vinocur, «Gruff Nationalist Tone of Peace Movement Get Bonn's Attention», nell'International Herald Tribune del 12 novembre 1981; Marc Lery-Beaulieu, «La droite du pacifisme», in Valeurs actuelles del 16 novembre 1981; Jan Marcel Bourguerau, «La résurgence d'un nationa­lisme allemand», in Libération del 25 novembre 1981; Barbara Spinelli, «Nell'angoscia della guerra i Tedeschi ritrovano la nostalgia della nazione», in La Repubblica del 10 dicembre 1981; Jöelle Kuntz, «L'Allemagne du Nationalneutralisme» in Le Matin dell'11 dicembre 1981.

In Italia va segnalato per il suo zelo gesuitico nella caccia al pacifista tedesco il Giornale nuovo, che nell'occasione ha avuto modo di eccitare una volta di più, presumibilmente senza trop­pe difficoltà, tutti insieme gli istinti di antinazismo, anticomunismo ed atlantismo viscerali dei suoi lettori. (N.d.T.).

2 Avendo Wolfgang Pohrt affermato, in Die Zeit, che la riapparizione di formule come «il nostro popolo» o «la nostra patria» gli pareva tale da «far tremare», il pacifista Matthias Geffrath gli ha risposto denunciando il suo gusto per 1'«autocolpevolizzazione», il «servilismo» e il «manicheismo antitedesco».

3 Deutschland - ein Name im Wandel, München 1979.

4 Alla fine del 1979 appare, negli ambienti socialdemocratici all'opposizione, di sinistra, un giornale interamente dedicato a questo dibattito: Diskussionforum zur Einheit Deutschlands (Carla Boulboullé, Sterstrasse 50, 4 Düsseldorf).

5 Mein länger Marsch, hrsg. von Gretchen Deutsche-Motz e.a., Rowohlt, Reinbeck 1980. Rudi Dutschke è stato uno degli animatori e dei «capi storici» del sessantotto tedesco. (N.d.T.).

6 In particolare la Nationalrevolutionäre Plattform edita nel 1981 dal Nationalrevo­lutionäre Koordinationsbüro (Armin Krebs, Postfach 582, 5750 Menden-Sauerland).

7 Henning Eichberg, «Brauchen wir einen neuen Nationalismus?», in Das da Magazi­ne, marzo 1981, n. 44-47. Eichberg è ugualmente intervenuto nel libro di Peter Dudek e Hans­Gerd Jaschke, Revolte von Rechts. Anatomie einer neuen Jugendpresse, Campus, Frankfürt/M. 1981.

8 «Deutsche Aussenpolitik. Oder: die Bundesrepublik hat Gliederzerren», in Criticòn, n. 68, novembre-dicembre 1981.

9 Il suo libro Problemi economici del socialismo in URSS, la cui prima parte data dal febbraio 1952.

10 Cfr. Renata Fritsch-Bournazel, L'Union soviétique et les Allemands, Fondation natio­nale des sciences politiques, Paris 1979.

11 Sulla rieducazione tedesca («Umerziehung»), il libro-base da consultare è quello di Caspar von Schrenk-Notzing, Charakterwäsche. Die Politik der amerikanischen Umerziehung in Deutschland, Langen-Müller, München 1981. In quest'opera, di cui la prima parte è apparsa nel 1965, von Schrenk-Notzing ridisegna le grandi linee del dibattito che ebbe luogo nel 1945 negli Stati Uniti sul tema: «What to do with Germany?». L'autore descrive il modo in cui i «riforma­tori del carattere» si adoperarono a rimodellare da capo a cima l'anima tedesca e a far nascere un'«opinione pubblica tedesca» interamente fabbricata su licenza americana.

12 Cfr. a questo proposito gli articoli di André Fontaine, «La fausse image», e di Gil­bert Comte, «Le complexe français» in Le Monde, 20 gennaio 1982.

13 Nello stato attuale dei rapporti tra forze politiche in RFT, questa «logica» ci sembra suscettibile di essere meglio compresa dai socialdemocratici che dalla CDU-CSU. La salita al po­tere a Bonn della democrazia cristiana sarebbe, a nostro avviso, un'eventualità negativa, che com­porterebbe un aggravamento della sudditanza nei confronti degli Stati Uniti.

14 Il cosiddetto movimento neoconservatore tedesco è una corrente culturale e di opinio­ne che ha riscosso negli ultimi anni un certo successo in Germania occidentale e che trova la sua espressione più importante nella rivista Criticòn, di cui è direttore Caspar von Schrenk-Notzing (Criticòn, Promenadeplatz 9, 8 München 2). Pur collocandosi a destra, questo fenomeno non ha nulla a che vedere, come si desume facilmente anche dalle posizioni delineate nel presente articolo, con le omonime tendenze angloamericane o scandinave, e trova i suoi principali punti di riferi­mento ideologici nella corrente metapolitica della Konservative Revolution, affermatasi nella Ger­mania tra le due guerre con autori come Cari Schmitt, Martin Heidegger, Hans F.K. Günther, Ernst Jünger, Moeller van der Brück, Osvald Spengler, Ernst von Salomon, eccetera. (N.d.T.)