Declino e caduta dell'impero freudiano

Di Hans J. Eysenck  -  Numero 11 del 01/07/1982

 

La psicoanalisi come fattore-chiave della cultura corrente - Valutazione scientifico-clinica della sua attendibilità teorica e pratica: verità o fantasie? - Uno "studio sullo sviluppo della superstizione" - Teorie alternative fondate sulla sperimentazione di laboratorio e della pratica clinica.

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La psicoanalisi presenta oggi, a chi intenda valutarne criticamente i portati, un dilemma piuttosto curioso. In campo psichiatrico essa è divenuta la corrente di moda, tanto che in alcuni paesi, come per esempio in Argentina, è quasi impossibile ottenere un ruolo-guida - sia nella sfera accademica che nella libera professione - senza avere seguito un corso di specializzazione in psicoanalisi ed essersi così sottoposti ad un efficacissimo lavoro di «lavaggio del cervello». Allo stesso modo fra romanzieri, cineasti, giornalisti, insegnanti, filosofi, e persino nel grosso pubblico, la psicoanalisi è l'unica forma nota di psicologia: anzi. per la maggior parte della gente, psicologia vuol dire psicoanalisi.

Persino i disegnatori di fumetti si sono integrati nella moda, al punto che la barzelletta sulla psicoanalisi è divenuta d'obbligo per giornali come Punch o The New Yorker.

In breve volger di tempo le originali eresie di Freud [alias, alias] sono così divenute largamente accettate e ancor più largamente acclamate: un fatto che sembra smentire la deduzione che Freud stesso trasse dalle sue teorie, e cioè che l'accettazione della psicoanalisi avrebbe incontrato una resistenza particolarmente aspra, in confronto a qualsiasi altra cosiddetta nuova idea. Al contrario, la psicoanalisi fu accettata molto più prontamente, diffusamente ed acriticamente di qualunque altro tipo di analoga rivoluzionaria «idea nuova», Se la profezia di Freud è effettivamente consequenziale alle sue teorie, allora i fatti sembrano aver smentito, insieme a questa sua profezia, molte altre componenti della sua dottrina.

In questo vasto coro di acclamazione, comunque, resiste un tenace nucleo di miscredenti: un certo numero di persone per le quali l'intera vicenda della psicoanalisi altro non è che la ripetizione della famosa favola dell'abito nuovo dell'Imperatore. Ed è curioso notare come questi dissenzienti si trovino tutti fra persone che hanno ricevuto una formazione scientifica e che praticano la psicologia come professione. Vi sono veramente pochi psicologi sperimentali o teorici di grido in campo psicologico che accettino la dottrina freudiana, mentre la maggioranza tende a considerarla così inattendibile da non ritenere neppure necessario il discutere e contestare le sue presunzioni.

Ci troviamo così di fronte alla curiosa situazione di una psicoanalisi largamente accettata nel mondo non-professionale dei profani. del tutto ignoranti di metodologia sperimentale e privi quindi della capacità di valutare i risultati della sperimentazione, mentre vi è il più largo rifiuto da parte dei competenti, esperti in metodologia sperimentale e dotati perciò della capacità di valutare i risultati della esperienza scientifica.

L'ipotesi più ovvia che tale stato di cose suggerisce sembra allora essere quella che la psicoanalisi è un mito: un insieme di credenze pseudo-religiose diffuse da gruppi di individui che van considerati più profeti che scienziati.

Scopo di questo articolo sarà quello di indagare fino a qual punto essa sia fondata su germi di verità, o fino a qual punto invece essa non sia una mascolzonesca caricatura della realtà.

Innanzi tutto, allora prendiamo in esame un tipo di argomentazione utilizzata spesso dai sostenitori del movimento psicoanalitico. Si tratta di un discorso di questo genere: la psicoanalisi, per sua stessa natura non può essere una Naturwissenschaft - cioè una scienza naturale come la fisica o la fisiologia - ma deve essere una Geisteswissenschaft - cioè una sorta di «intuitiva» disciplina umanistica - che non può offrire spiegazioni in termini di leggi generali, ma può soltanto fornire «comprensione» in termini di intuizione personale.

Questa è una linea assunta, per esempio, da alcuni filosofi tedeschi, i cui «a priori, ex cathedra obiter dicta» hanno suscitato un interesse assai maggiore di quello destato dalla loro carenza di cognizioni sulla moderna psicologia e sulla sua metodologia di lavoro.

Fortunatamente, comunque, non sarà qui necessario dissertare sulle fallaci argomentazioni di quella che Windelband ha battezzato come scuola «idiografica», in contrapposizione alla cosiddetta scuola «nomotetica»: ci basterà rifarci alle esplicite intenzioni dello stesso Freud - e dei suoi più fidati seguaci - per renderci conto che egli non desiderava affatto nascondersi dietro le gonne di questa sgraziata figura materna.

Egli credeva, e lo affermò in modo inequivocabile in frequenti occasioni, che la psicoanalisi fosse una disciplina scientifica come molte altre; che le sue leggi avessero le stesse pretese di universalità di quelle della fisica; che le sue previsioni fossero previsioni scientifiche che potessero essere verificate sperimentalmente; e che l'intera struttura e gli interi contenuti della psicoanalisi fossero deterministici. Coloro che oggi cercano di sfuggire il nodo della verifica sperimentale delle dottrine psicoanalitiche affermando che la psicoanalisi va misurata su di un diverso metro, ci offrono un argomento che non sarebbe affatto piaciuto a Freud, ed così che non merita di dibattere oltre su questi tentativi di evasione dal nodo centrale del problema.

L'unico interesse scientifico che le dottrine freudiane possano presentare è quello del loro contenuto in «fatti», ed in «conclusioni» derivanti da questo contenuto, agli effetti del trattamento psicoterapico. È sempre possibile sostenere una credenza religiosa su base non-empirica: «io so che il mio Redentore esiste» non pretende di essere una affermazione scientifica equivalente a quella: «io so che il neutrino esiste». Ora se facciamo una affermazione quale: «il complesso di Edipo è universale ed ha certe definite conseguenze comportamentali», noi possiamo considerare tale affermazione o come un credo religioso da cantarsi in coro durante le cerimonie psicoanalitiche, o come una proposizione scientifica da verificare in termini sperimentali. Se le affermazioni della psicoanalisi sono del primo tipo, esse non sono di alcun interesse se non per chi le condivide fideisticamente e per gli studiosi di credenze religiose; se esse sono invece del secondo tipo, allora il loro interesse è in diretto rapporto al grado di dimostrabilità - ossia al numero di «prove» - da cui possono essere sostenute.

In altre parole: o la psicoanalisi è una scienza, sottoposta alle norme del dibattito scientifico e della prova scientifica, o essa non è nulla, ovvero non è comunque ciò che pretende di essere.

***


La psicoanalisi è stata originariamente introdotta come un metodo di terapia di disturbi nevrotici, e come una teoria che spiegasse le cause di tali disturbi.

La teoria ha subìto molti sottili rimaneggiamenti, ed io do per scontato che essa sia troppo ben conosciuta per richiedere una esposizione se non brevemente riassuntiva.

Per lo psicanalista, i sintomi nevrotici non sono altro che le manifestazioni esteriori di sottostanti complessi, ben sepolti giù nell'inconscio, ma troppo forti per restare del tutto silenti. Questi complessi datano dai lontani anni dell'infanzia, e sono associati al «complesso di Edipo», che è la loro « fons et origo ». La cura consiste quindi nello scoprire la precisa esperienza infantile che ha posto le basi della successiva nevrosi.

Questo tipo di terapia dura ormai da una sessantina d'anni, e parecchie migliaia di psichiatri e psicoanalisti l'hanno attuata in praticamente tutti i paesi civili del mondo. Ora, sarebbe naturale pensare che dopo tutto questo tempo si sia accumulato un certo grado di ben definita conoscenza su questo tipo di pratica psicoterapica. Bene, curioso a dirsi, non è affatto così.

Gli psicoanalisti sono sempre stati inclini a mantenere in penombra i risultati provati - positivi o negativi - dei loro trattamenti. Ciò è in stridente contrasto con l'impressione - data, volutamente o meno, dagli psicoanalisti - che il loro metodo sia il solo a dare favorevoli e duraturi risultati in questo campo. Quel che gli psicoanalisti fanno abitualmente è pubblicare singoli casi individuali - quasi invariabilmente casi nei quali il paziente presenta un miglioramento - e da questi esempi «illustrativi» derivare conclusioni generalizzate. L'obiezione si concreta nel classico esempio della fallacia di una generalizzazione del principio «post hoc, ergo propter hoc». II fatto che il paziente Giovanni Bianchi, che soffre di una fobia, dia segni di miglioramento dopo quattro anni di trattamento psicoanalitico, non è una prova che Giovanni Bianchi sia migliorato a seguito di tale trattamento; ed il ragionare in questa guisa, anche in via di pura illazione, è così palesemente assurdo che nessuno si sognerebbe oggi di ritenere un tale metodo sufficiente ed attendibile in qualsiasi altro ramo della pratica clinica. Non vi è storicamente metodo curativo - dalla preghiera alla somministrazione di docce fredde, o dalla ipnosi alla estrazione dentaria per la eliminazione di foci settici - che non abbia sollevato pretese analoghe a quelle della psicoanalisi, e che non abbia condotto alla pubblicazione di clamorose ed interminabili liste di «guarigioni» così raggiunte. É chiaro che la definizione delle pretese di risultati clinici in questo campo è complessa e difficile, ed impone oggi un minimo di sofisticazione metodologica.

La più ovvia delle difficoltà che insorgono è costituita dal problema di ciò che talvolta viene chiamato remissione spontanea. E’ risaputo che i disturbi nevrotici spesso si risolvono senza formale trattamento di sorta: anzi, questo accade in realtà nella maggioranza dei casi. Inoltre, capita che tali disturbi svaniscano dopo tipi di trattamento del tutto aspecifici, i quali invece, secondo gli psicoanalisti, dovrebbero essere assolutamente inefficaci. Un eccellente esempio è la famosa ricerca di Denker, con la quale egli studiò ben cinquecento nevrotici gravi che avevano ottenuto una pensione di invalidità totale a causa delle loro nevrosi.

Ora, questi cinquecento nevrotici, non soltanto non ebbero mai la fortuna di ricevere alcuna sorta di trattamento psicoanalitico, ma erano anche - per via della pensione - altamente motivati a mantenere in atto i propri disturbi; e tuttavia, circa i due terzi di essi guarirono entro due anni, senza aver fatto altra cura che le solite «pillole rosa» e quattro chiacchiere col medico della mutua, mentre entro cinque anni la percentuale delle guarigioni era salita al 90%.

Vi sono molte altre ricerche che conducono alle stesse conclusioni, ossia che i disturbi nevrotici tendono spontaneamente alla risoluzione e, per gravi che siano, difficilmente durano più di due o tre anni anche se sono curati da medici senza specializzazione in psichiatria o psicoanalisi, e addirittura anche se non sono curati per niente.

Per dimostrare la sua efficacia, la psicoanalisi dovrebbe evidentemente ottenere risultati migliori di questi: se gente curata attraverso la psicoanalisi non guarisce in tempi più brevi o in numero più elevato di gente non curata per niente, allora è chiaro che le pretese della psicoanalisi su suoi presunti poteri curativi sono da respingere seccamente.

Inoltre, si badi bene, la psicoanalisi avrebbe potuto presentare in questo senso risultati altamente positivi anche a prescindere dalla sua reale efficacia, dal momento che gli psicoanalisti - nella quasi totalità - si limitano a trattare i soggetti «migliori» e più intelligenti, tendendo a selezionare rigorosamente i pazienti sulla base delle probabilità che essi traggano o meno beneficio dal trattamento; di conseguenza, i loro pazienti dovrebbero presentare una casistica di guarigioni migliore rispetto a quella dei gruppi non selezionati la cui media di guarigioni spontanee viene assunta come punto di riferimento. Al contrario, le statistiche mostrano pesantemente che, se vi è differenza, essa consiste nel fatto che i pazienti trattati dagli psicoanalisti ci mettono di più a guarire, e guariscono in numero inferiore, rispetto ai pazienti non sottoposti a trattamenti di sorta.

Queste conclusioni, si badi bene ancora una volta, sono raggiunte facendo una media dei risultati proclamati da vari psicoanalisti o centri di psicoanalisi circa i loro stessi pazienti, accettando per buoni e senza critica alcuna questi risultati, contro il logico rischio della soggettiva inclinazione ottimistica che spinge il singolo psicoanalista (come qualsiasi altro operatore) a sopravvalutare i propri successi, così da fornire un quadro complessivo più favorevole di quello che potrebbe emergere da una valutazione oggettiva, compiuta da osservatori indipendenti. Tale raffronto di fatti è tuttavia, di necessità, carente da molti punti di vista: è difficile essere certi che i pazienti dei diversi gruppi soffrano realmente di disturbi della stessa gravità, ed è difficile stabilire che i criteri di «cura» e «guarigione» usati da persone diverse siano identici nei fatti.

Si potrebbe discutere a lungo su tali questioni, ma per quanto si possa o si voglia far pender la bilancia dal lato favorevole alla psicoanalisi, e per quanto le nostre illazioni possano stiracchiare le probabilità statistiche, in nessun modo si riesce ad interpretare i dati in guisa da convalidare le pretese degli psicoanalisti. Questa «sentenza» emerge da molteplici ricerche, assai più rigorose dal punto di vista sperimentale, nelle quali i pazienti erano divisi in vari gruppi, rispettivamente sottoposti a trattamenti di diverso genere, o a nessun trattamento. I risultati di questi studi comparativi mettono in luce il fatto che il metodo psicoanalitico non ha alcun più evidente effetto paragonato ad altri trattamenti, e persino paragonato al non-trattamento: ancora una volta, quindi, la terapia psicoanalitica non riceve convalida di sorta dalle risultanze sperimentali.

Si sarebbe potuto pensare che la psicoanalisi potesse poggiare su basi un poco più positive in campo pediatrico, in relazione al fatto che i piccoli pazienti potrebbero essere più impressionabili e più facilmente «guaribili»: anche qui, invece, una estesa ricerca della letteratura scientifica sull'argomento mostra un quadro quasi identico in ogni dettaglio a quello offerto dagli adulti. Non vi è prova che la psicoanalisi nell'infanzia produca un qualsiasi risultato sui sintomi nevrotici di questi piccoli pazienti..

Nel 1952 io pubblicai una breve nota, elencando le risultanze della ricerca, e descrivendo ciò che io pensavo essere l'unica conclusione raggiungibile, e cioè che la «ipotesi-zero» non era stata confutata: in altre parole, che gli psicoanalisti non erano riusciti a dimostrare che i loro metodi producessero un qualunque effetto migliorativo su pazienti nevrotici.

Questa breve, documentata e banale nota produsse una vera pioggia di repliche, critiche, confutazioni, accuse e dibattiti; ma non produsse, invece, una sola menzione di un singolo esperimento o lavoro clinico che avesse dimostrato la effettiva validità della terapia psicoanalitica.

In realtà, in anni più recenti, i più accademici e meglio preparati fra gli psicoanalisti si son fatti piuttosto cauti nelle affermazioni di efficacia del trattamento psicoanalitico. Glover, per non fare che un esempio, ha esplicitamente rigettato tali affermazioni nel suo ultimo libro; il presidente della Fact Finding Committee della Associazione psicoanalitica americana ha affermato esplicitamente che la sua associazione non possedeva alcuna prova positiva in proposito, e non ha espresso alcuna dichiarazione di utilità terapeutica dei metodi psicoanalitici; Schmiedeberg e molti altri psicoanalisti praticanti sono giunti a conclusioni simili, per iscritto. Si lascia ormai alla vasta massa di fedeli credenti - senza diretta conoscenza della tecnica psicoanalitica e disinformati sulla esistenza stessa di una vasta letteratura sperimentale - il compito di continuare a fare affermazioni che non sono. in alcun modo, sostenute da prove.

Come può accadere. allora - può chiedersi il lettore - che a dispetto della sua evidente inutilità, la psicoterapia sia così largamente elogiata da gente che vi si è sottoposta. e che pretende di esserne stata guarita? Io penso che la risposta stia in un famoso esperimento, citato dallo psicologo americano B. F. Skinner [alias]. Egli lasciò un gruppo di piccioni abbandonati a se stessi nella loro gabbia per dodici ore, dopo avervi sistemato un distributore automatico che spruzzasse ad intervalli qualche grano di becchime agli animali affamati. Quando Skinner tornò il mattino successivo, trovò che il comportamento dei piccioni era estremamente bizzarro: alcuni saltellavano su di una sola zampa, altri piroettavano in circolo con una sola ala sollevata, altri ancora si sforzavano di stirare il collo come per allungarlo. Che cosa era accaduto? Agli animali, nel corso del loro abituale esplorar la gabbia, era capitato di trovarsi nel pieno di quel particolare movimento proprio nel momento in cui il distributore spruzzava il becchime. I piccioni, non insensibili al principio "post hoc, ergo propter hoc", si convinsero che il movimento che aveva preceduto la comparsa del becchime fosse, in realtà, la causa che aveva prodotto il becchime, ed immediatamente cominciarono a ripetere più e più volte lo stesso movimento. Quando poi una successiva spruzzata di becchime schizzò fuori dal distributore, la convinzione dei piccioni si fece ancora più ferma: infatti, nel corso delle lunghe dodici ore essi ripetevano quel movimento ed il distributore, a regolari intervalli, dispensava il becchime.

Per evitare un linguaggio antropomorfico, ed usare una terminologia un po' più rispettabile, possiamo dire che i piccioni divennero condizionati a compiere un atto particolare come mezzo per ottenere un certo vantaggio. Non v'è nulla di incomprensibile in questo esperimento, che Skinner intitolò "Studio sullo sviluppo della superstizione", e che noi possiamo paragonare direttamente allo sviluppo della credenza nella efficacia della terapia psicoanalitica sia fra i pazienti che fra gli stessi psicoanalisti.

I nevrotici migliorano a prescindere da ogni cura, e questo miglioramento costituisce il «rinforzo», ed equivale al becchime ricevuto dai piccioni. Gli atti e le parole dello psicoanalista sono altrettanto irrilevanti che i comportamenti dei piccioni nella situazione sperimentale: né gli uni né gli altri sono in grado di produrre il «rinforzo», ma sia gli uni che gli altri vi vengono collegati attraverso un processo di «condizionamento». Così nasce una superstizione, nel piccione come nel paziente; e la stessa cosa vale per il terapista: anche per lui, il «rinforzo» è rappresentato dal miglioramento nelle condizioni del nevrotico, che avviene del tutto indipendentemente dai suoi atti, ma che, siccome è successivo ad essi, viene considerato un loro effetto.

Non vi è nulla nella documentazione finora pubblicata che contraddica questa interpretazione dei fatti, mentre vi è molto che la sostiene.

È stato spesso ripetuto che la psicoanalisi è più che una tecnica terapeutica, e che l'impossibilità di dimostrare l'efficacia della psicoterapia non necessariamente deve invalidare la veracità della dottrina psicoanalitica da altri punti di vista (ma con lo stesso diritto si potrebbe affermare il contrario, e cioè che se anche la psicoanalisi si fosse dimostrata una valida tecnica curativa, questo non necessariamente proverebbe la veracità della dottrina, [cfr. le tesi a questo riguardo della Programmazione Neuro-Linguistica, alias, quanto ai risultati ottenuti da taluni terapeuti, del tutto indipendentemente dalle loro teorie]). Questo discorso potrebbe anche contenere un certo grado di verità, ma io penso che esso possa venire accolto solo con gravi riserve. Innanzi tutto, l'intera teoria psicoanalitica fu fondata proprio su elementi informativi raccolti nel corso del trattamento di pazienti nevrotici, mentre si tentava di ottenere un miglioramento nei loro disturbi; ora, ammettere che lo scopo sostanziale della psicoanalisi viene completamente mancato, e allo stesso tempo pretendere che la dottrina sia tuttavia corretta e scientificamente fondata, sembra una combinazione piuttosto forzata ed implausibile.

Ma questo, naturalmente, non è tutto: se la teoria è corretta, allora il metodo terapeutico che ne deriva deve essere efficace; e, inversamente, non possono essere efficaci i diversi metodi terapeutici che non derivano dalla teoria, ed i pazienti trattati con metodi non-analitici dovrebbero peggiorare, anziché migliorare.

Vi è una enorme mole di lavori sperimentali, intesi a verificare come valide o non valide le diverse componenti dell'intera struttura dottrinaria della psicoanalisi. Questo articolo non basterebbe neppure a riassumere tale veramente immensa mole di lavori: basterà dire che, nell'insieme, questi lavori sono sfavorevoli alle pretese degli psicoanalisti.

Nel fare questa affermazione. io debbo operare una distinzione importante. La maggior parte dei profani equivoca profondamente il senso della dottrina freudiana, e quindi assume erroneamente come prove convalidanti fatti che sono invece del tutto irrilevanti. Freud utilizzava alcuni fatti ben noti in un modo assai particolare: i fatti in sé potevano essere veri, ma la loro veracità non comportava di necessità che fosse corretto l'uso che egli ne faceva. Per chiarire meglio con un esempio, prendiamo il concetto di simbolismo. E noto che noi tutti usiamo simboli nel linguaggio, nella scrittura, e talvolta nei sogni. Questo è risaputo da millenni: basta che il lettore si rifaccia al sogno biblico delle sette vacche grasse e delle sette vacche magre. Ora, gli apologeti del movimento psicoanalitico vogliono farci credere che il simbolismo è stato scoperto da Freud, così come il sesso, e parecchie altre cose. Il suo vero contributo, invece, è stato assai diverso: egli ha suggerito un possibile meccanismo o metodo di utilizzazione dei simboli, nonché le vie di interpretazione del linguaggio simbolico dei sogni.

Ebbene, io non conosco una singola prova che dimostri che tale contributo sia oggettivamente fondato, mentre ne conosco molte che lo rendono altamente inconsistente. Limitiamoci ad un paio di considerazioni: in primo luogo, lo stesso identico sogno è spesso interpretato in chiave completamente diversa da differenti psicoanalisti, e spesso tali interpretazioni sono contraddittorie, benché parimenti fondate su un'applicazione altrettanto corretta della teoria. Quindi, se una qualsiasi di esse è «giusta», tutte le altre devono di necessità essere false. In ogni caso, non ci viene offerto alcun mezzo, alcun metro di misura, per stabilire quale sia il senso «giusto», né è esclusa la possibilità che tutte le interpretazioni derivabili dalla teoria siano sbagliate e lontane dalla realtà.

Spesso gli psicoanalisti sostengono che la prova della correttezza della interpretazione può trovarsi o nel fatto che il paziente accetta la interpretazione stessa, oppure nel fatto che il paziente "migliora" dopo che l'interpretazione è stata trovata. Argomenti di questo genere sono troppo privi di logica per meritare una seria risposta: la "accettazione" da parte del paziente della interpretazione di un analista non può certo essere considerata una prova "scientifica" e quanto al miglioramento, dal momento che come già visto il paziente può migliorare a prescindere da ogni cura, esso è del tutto irrilevante agli effetti della prova della validità o meno della teoria.

Ma ammettiamo che, in qualche situazione particolare ed altamente selezionata, si possa anche scovare un «buon» caso clinico a favore delle idee di Freud. Facciamo un esempio: una ragazza sogna che un giovanotto tenta di montare un cavallo piuttosto vivace; per due volte non ci riesce, ma alla fine ha successo al terzo tentativo. L'analista riesce ad appurare due fatti: primo, il giovanotto del sogno è il fidanzato della ragazza; secondo, il nomignolo della paziente è «Cheval». La sua interpretazione, relativamente banale, è quella che la ragazza desidera avere rapporti col fidanzato, ed essa informa spontaneamente che già in due occasioni essi si erano spinti così in là nell'amoreggiare che lei era riuscita solo d'un soffio a cavarsi d'impaccio. Fin qui tutto bene: sembra proprio di avere un eccellente esempio di simbolismo freudiano all'opera, insieme al suo concetto di «appagamento del desiderio». Ma bisogna ricordare che, secondo le teorie di Freud, la motivazione dell'uso dei simboli consisterebbe semplicemente nel fatto che l'argomento sognato è troppo penoso o troppo intollerabile alla coscienza per poter essere accettato senza mimetizzazione. E’ davvero ragionevole la pretesa che una ragazza che è giunta nel suo amoreggiare fino alle soglie del rapporto vero e proprio trovi l'idea del rapporto stesso così penosa da immaginarsi che debba mimetizzarla dietro una copertura simbolica? Lungi dal sostenere le posizioni freudiane questo esempio sembrerebbe invece dimostrare che, mentre simboli ben noti da millenni si presentano realmente nei sogni, la spiegazione freudiana di questi simbolismi onirici non si accorda per niente coi fatti. E’ così che dati apparentemente favorevoli alle vedute freudiane possono spesso risultare, ad una valutazione meno superficiale e più oculata, contraddicenti la teoria in modo significativo.

È l'aggiunta di fatti notoriamente veri che rende credibile, all'incauto lettore, il personalissimo ed inappropriato uso che Freud fa dei fatti stessi; ed è questo aspetto delle sue teorie che ha fatto dire ad un famoso psicologo: «Quel che vi è di nuovo non è vero, e quel che v'è di vero non è nuovo».

Si può ancora aggiungere che in Freud vi era una precisa incapacità di cogliere la distinzione fra un fatto e l'interpretazione di questo fatto. Questa incapacità è resa meno evidente dall'eccellente dominio stilistico da parte di Freud della lingua, e dalla sua abilità nel presentare il «caso» nel modo per lui più vantaggioso. Ma guai al lettore che tenti di separare i «fatti» dalle loro «interpretazioni», per accertare se veramente si possa risalire in modo oggettivo dai primi alle seconde! Egli troverà che questo traguardo è precluso dalla abilità con cui Freud ha eluso o sorvolato fatti di rilievo, e dal brillante stile con cui egli ha messo in maggiore evidenza la sua interpretazione di ciò che può, potrebbe o dovrebbe essere accaduto ma che, per quanto il lettore può accertare, probabilmente non accadde mai.

Per trovare un insuperabile esempio di tutto questo, il lettore è consigliato di rifarsi agli scritti originali di Freud, e rileggersi la sua Analisi di una fobia in un ragazzo di cinque anni, il famoso «piccolo Hans».

Questo scritto ha assunto una importanza ormai storica, ed è stato universalmente celebrato dagli psicoanalisti come l'atto stesso di fondazione della intera psicoanalisi infantile. Bene, diamo un'occhiata al piccolo Hans, che sviluppò una fobia per i cavalli dopo averne visto uno, mentre trascinava una diligenza, cadere rovinosamente proprio davanti a lui. E’ degno di nota il fatto che Freud ebbe, col piccolo Hans, niente più che un breve colloquio: tutto il resto del materiale informativo fu fornito dal padre di Hans, che, a quanto ci viene detto, era un ardente seguace di Freud. Il padre, come può ben vedere chiunque legga la relazione, ripete continuamente ed insistentemente al piccolo Hans quello che egli vuole che il piccolo dica, e non desiste finché Hans (che oltre tutto aveva solo cinque anni!) non dà qualche cenno di assenso. Quando neppure queste pressioni danno risultati, il padre non esita ad affermare che Hans in realtà intende esattamente l'opposto di quel che dice, assumendo questo come un fatto accertato e stabilito.

Freud stesso sembra rendersi parzialmente conto di questo, e scrive: «E' vero che durante l'analisi di Hans si dovettero dire molte cose che egli non sapeva dire da solo, che gli si dovettero formulare idee che egli non aveva fino ad allora mostrato di possedere, e che la sua attenzione dovette essere orientata nella direzione dalla quale il padre si aspettava che uscisse qualcosa. Questo riduce il valore probativo dell'analisi, ma la procedura resta la stessa in ogni caso. Giacché la psicoanalisi non è un'imparziale indagine scientifica, ma una misura terapeutica».

E lo stesso Freud seguiva esattamente la identica tecnica del padre, dal momento che nel corso del suo colloquio col ragazzo gli suggeriva “che egli aveva paura di suo padre perché egli stesso nutriva gelosia ed impulsi ostili verso di lui”. Il ragazzo, le sue riflessioni, le sue parole ed i suoi pensieri non sono mai realmente presenti nell'intero quadro: ciò che noi troviamo è sempre ciò che o suo padre o Freud gli impongono di pensare o sentire sulla base delle loro personali ipotesi. E sia che il ragazzo si lasciasse alla fine indurre ad acconsentire, sia che vi si rifiutasse, la conclusione era sempre interpretata come una riaffermazione della teoria.

Nessuno che abbia quella naturale venerazione per i fatti, che è quasi istintiva nell'uomo di scienza, può considerare questo classico della letteratura psicoanalitica se non come un preordinato tentativo di adattare la testimonianza del bimbo al letto di Procuste di una teoria preconfezionata: riesce veramente difficile immaginare che qualunque cosa il piccolo Hans potesse avere detto o fatto non riuscisse ad essere in qualche modo incastrata nella teoria a suo sostegno.

E nonostante questo, ancora, vi sono nella relazione elementi di clamorosa inconsistenza: così il piccolo aveva paura «di quelle cose nere sulla bocca del cavallo e di quelle cose sopra i suoi occhi», e Freud affermò che questa paura era in effetti riferita ai baffi e agli occhiali paterni, e che si era «direttamente trasferita dal padre sul cavallo», mentre in realtà il ragazzo si riferiva semplicemente al morso ed ai paraocchi dell'animale.

Ancora, Freud interpretava la componente agorafobica (fobia per l’ambiente esterno) della nevrosi del piccolo come "un mezzo per potere restare a casa con la diletta madre": e tuttavia, sia la fobia per i cavalli sia la agorafobia persistono anche quando Hans esce a passeggio con la mamma!

Una minuziosa revisione di questo caso è stata compiuta recentemente da S. Rachman e G. Wolpe in un lavoro pubblicato nel Journal of Nervous and Mental Disease  (130, 135-48, 1960), ed il lettore che desideri farsi un'opinione obbiettiva ed imparziale sull'attendibilità e credibilità dell'indagine psicoanalitica, è pregato di leggersi sia il lavoro originale, sia questo suo commento. Egli troverà che il caso del piccolo Hans è molto simile a tutti gli altri casi pubblicati da autori di scuola freudiana, nell'edificare una gigantesca piramide di speculazione su di un sassolino di realtà.

Una interpretazione della nevrosi del piccolo Hans del tutto diversa da quella freudiana, ed anche assai più plausibile, verrà avanzata nelle prossime righe.

***

Conant, dell'Università di Harvard, ha chiarito come nessuna errata teoria scientifica sia mai stata distrutta dalle critiche rivolte ai suoi punti deboli: quello che serve è una teoria alternativa e chiaramente superiore.

Una tale teoria - alternativa e superiore rispetto alla corrente freudiana - è a mio parere in attuale elaborazione da parte di uno stuolo di autori americani e britannici: la sua base teorica si fonda sul condizionamento pavloviano e sulla moderna teoria dell'apprendimento, mentre le sue applicazioni pratiche si esprimono nella cosiddetta «terapia comportamentale». Quel che questa teoria afferma può essere sintetizzato così: i sintomi nevrotici sono comportamenti disadattativi e/o emozioni che sono divenuti condizionati a certi tipi di stimolazione; ed essi possono essere rimossi da un appropriato procedimento di estinzione o di contro-condizionamento. Non v'è alcuna malattia nascosta dietro questi sintomi, né vi sono complessi che possono produrre nuovi sintomi una volta che quelli esistenti siano estinti. Tutto ciò con cui noi abbiamo a che fare in una nevrosi è, in realtà, il sintomo o il gruppo di sintomi; e una volta che questi siano eliminati, la nevrosi in quanto tale svanisce con essi.

Un semplicissimo esempio chiarirà il senso di questi termini. Consideriamo un altro bambino - questa volta il piccolo Albert - un maschietto di undici mesi che venne studiato da Watson. il fondatore del comportamentismo. Watson, rifacendosi alla tecnica sperimentale del condizionamento alla Pavlov, riuscì a determinare una fobia per i topi nel piccolo Albert, che aveva invece fino ad allora manifestato una vera passione per questi animali (erano, in verità, topolini bianchi).

Watson si limitava a stare in piedi alle spalle del bambino con un martello ed una sbarra di ferro, ed a martellare la sbarra ogni volta che Albert raggiungeva il topolino, producendo un violento rumore che spaventava il piccolo. Dopo poche repliche di tale condizionamento, il piccolo Albert, come prevedibile, cominciò ad aver paura dei topolini bianchi dell'esperimento, e sviluppò una vera fobia nei loro confronti; non solo, ma come era stato anche previsto, questa fobia si estendeva a tutti gli animaletti pelosi, come per esempio i conigli.

Abbiamo qui il caso tipico della produzione sperimentale di una fobia attraverso un meccanismo di chiara comprensione e di esteso impiego nelle esperienze di laboratorio, sia su animali che sull'uomo: niente chiacchiere su ipotetici complessi di Edipo, Inconscio, Id e tutto il resto della mitologia psicoanalitica.

Ora, avendo indotto una fobia, abbiamo oppure no la possibilità di guarirla attraverso le stesse tecniche del laboratorio di condizionamento? La risposta è sì: noi abbiamo condizionato il bimbo a reagire ai topi con la paura; ora dobbiamo soltanto, al contrario, condizionarlo a reagire con una emozione positiva. Questo tuttavia presenta una difficoltà iniziale: il piccolo è così impaurito dalla vista del topo che egli non si trova nelle condizioni adatte a produrre una reazione condizionata di senso inverso. Ma il problema non è, per fortuna, insuperabile. La paura del topolino, è in parte, funzione della distanza dell'animale dal bambino. Basta porre il topo nell'angolo più remoto della stanza ed offrire al piccolo affamato un pezzo di cioccolato, ed il bambino succhierà il cioccolato mentre continua a spiare prudentemente il topo nel suo angolino; ripetendo questo procedimento più volte, mentre si avvicina gradualmente il topo volta per volta, alla fine il bimbo succhia il suo cioccolato giocando col topo: la fobia è guarita e non comparirà mai più.

Quel che qui ci importa rilevare è che questa semplice vicenda spiega altrettanto bene i fatti nel caso del piccolo Hans. La paura dei cavalli è spiegata dall'evento traumatizzante del grosso animale che crolla a terra davanti alla diligenza (in realtà, il ragazzo era già stato «sensibilizzato» da due precedenti esperienze con dei cavalli). Questa paura condizionata per i cavalli, e per lo spazio aperto nel quale l'incidente accadde, può essere spiegato benissimo senza bisogno di ricorrere ad alcuno degli abracadabra dei quali Freud circonda un evento estremamente semplice e lineare, che può essere ripetuto ogni giorno in laboratorio. Infatti lo stesso Hans, e con forza, sostiene questa veduta: «No. Io ho cominciato (con la fobia) solo allora. Quando il cavallo e la diligenza son caduti giù io ho preso un grande spavento, davvero! E’ così che ho cominciato con questa stupida storia». Ed il padre dice: «Tutto questo fu confermato da mia moglie, così come il fatto che l'ansietà esplose subito dopo».

Questa interpretazione della fobia di Hans è vivacemente sostenuta da Rachman e Wolpe in un lavoro del 1960; essi, inoltre, avanzano anche una plausibile ipotesi in relazione al decondizionamento della nevrosi del piccalo Hans. Possiamo quindi dire che per quanto la visione comportamentistica possa apparire di un lineare semplicismo, tuttavia essa spiega ogni componente di rilievo della triste storia di Hans senza alcuna necessità di ricorrere ad eccessi di elaborazione speculativa.

Se questa teoria è realmente valida nei suoi principi-base, noi possiamo attenderci che essa ci fornisca metodi di terapia nettamente superiori a quelli proclamati dagli psicoanalisti. E così è, infatti. Joseph Wolpe ha sviluppato parecchie tecniche per la terapia dei disturbi nevrotici, tutti basati sulla moderna teoria dell'apprendimento e sull'ipotesi che i sintomi nevrotici non sono altro che reazioni disadattative di un tipo o dell'altro.

Nel suo libro Psicoterapia per mezzo dell'inibizione reciproca, egli ha pubblicato i dati statistici di paragone fra le percentuali di successi con questo tipo di trattamento e quelle - note perché pubblicate - del trattamento psicoanalitico, dimostrando che la terapia comportamentale non è soltanto di più breve durata, ma anche molto più efficace della psicoanalisi: con una media di men che 34 visite, egli riferisce una percentuale di guarigioni del 90%.

Non si può certo mai fare un eccessivo affidamento su statistiche di questo genere, per le troppo note difficoltà che tali raffronti comportano. Tuttavia le esperienze di altri che hanno utilizzato tecniche simili rafforza l'affermazione di Wolpe che a questo punto abbiamo finalmente una teoria ed un metodo che ci consentono quel che la psicoanalisi non ci consentì, mai, cioè di stringere dappresso e di afferrare per la gola il problema delle diffusissime ansie e fobie neurotiche tipiche del nostro tempo, e di capirle e risolverle.

La psicoanalisi è riuscita a sopravvivere così a lungo, in onta alla sua persistente incapacità di fornire un'efficace metodo di cura, solo perché natura abhorret vacuum: finché non vi era una teoria alternativa in grado di spiegare e curare le turbe neurotiche, la posizione della psicoanalisi restava ferma ed inespugnabile. Le sue presunzioni filosofiche e le sue illazioni pseudoscientifiche erano già da tempo state smascherate, ma essa aveva potuto sopravvivere per la naturale inerzia di ogni grande fenomeno culturale, e per l'enorme massa di interessi costituiti che l'ondata del suo successo aveva fatto crescere con sé. Oggi, però, è veramente improbabile che le nuove vesti dell'Imperatore vengano ammirate ancora a lungo.

La teoria di Watson, che connette a violente emozioni stimoli di per sé neutri attraverso una combinazione dei due fattori in un evento traumatico di qualsiasi genere nel corso della vita del nevrotico, si è dimostrata estremamente fruttuosa, anche se ha dovuto essere integrata da più recenti acquisizioni quali le teorie dell'apprendimento e del condizionamento1.

Io ho trattato dettagliatamente di tutto questo nel mio libro You and Neurosis, ed il lettore interessato allo sviluppo di queste teorie può rifarsi a tale opera. Qui possiamo limitarci a rilevare che questa concezione spiega in modo soddisfacente tutti i fatti conosciuti sulle origini e sullo sviluppo dei disturbi nevrotici, che essa è solidamente basata su di una gran mole di prove sperimentali sia in campo animale che umano, e che essa ha acquisito una vasta messe di conferme pratiche dall'esperienza di studio dei singoli casi clinici.

In ogni caso, il suo supporto fondamentale deriva dal fatto che essa offre metodi di terapia dei disturbi nevrotici ormai largamente adottati, e dimostratisi incomparabilmente più efficaci ed affidabili dei metodi freudiani.

Hans J. Eysenck


Traduzione dall'inglese a cura di Sergio Gozzoli

1 Ed anche se, aggiungiamo noi, tali indubbiamente positive vedute dovrebbero essere integrate dalla valutazione di una possibile componente genetica. Cfr. al riguardo Pierre Débray-Ritzen, La scolastica freudiana, Ubaldini Editore, Roma 1974 [ed. originale] e La psychanalyse, cette imposture (N.d.T)