Il senso della storia

Di Giorgio Locchi  -  Numero 11 del 01/07/1982

 

Tre periodi successivi - Restituzione di un momento dato - La visione marxista - Una determinazione della storia - Animare un'altra volontà - L'Eterno ritorno - La scelta offerta alla nostra epoca - Due sensibilità - Verso una rigenerazione della storia. [Versione tedesca rivista e ampliata] [Versione spagnola] [Versione francese] [Versione portoghese]

Il senso della storia N N Molti s'interrogano oggi sul "senso della storia", vale a dire sul fine e sul significato dei fenomeni storici. Oggetto di questo articolo è l'esame delle risposte che la nostra epoca dà a questo doppio interrogativo, tentando di ricondurre a dispetto della loro apparente moltitudine, a due tipi fondamentali, rigorosamente antagonisti e contraddittori.

Ma è innanzitutto necessario mettere in luce il significato che noi diamo qui al termine "storia". Questa puntualizzazione da vocabolario ha la sua importanza. Noi parliamo talvolta di "storia naturale", dì "storia del cosmo", di "storia della vita". Si tratta, certamente, di immagini analogiche. Ma ogni analogia, nel momento in cui sottolinea poeticamente una somiglianza, implica anche logicamente una diversità fondamentale. L'universo macrofisico, in realtà, non ha storia: come noi lo percepiamo, come noi possiamo rappresentarcelo, non fa che cambiare configurazione attraverso il tempo. Nemmeno la vita ha storia: il suo divenire consiste in una evoluzione; sì evolve. Si comprende quindi che la storia è il modo di divenire dell'uomo (e solo dell'uomo) in quanto tale: solo l'uomo diviene storicamente. Di conseguenza, porsi la questione di sapere se la storia ha un senso, vale a dire un significato e un fine, equivale in fondo a domandarsi se l'uomo che è nella storia e che (volontariamente o no) fa la storia, ha egli stesso un senso, se la sua partecipazione alla storia è o no un atteggiamento razionale.

Tre periodi successivi

Da ogni parte, oggi, la storia è sotto accusa. Si tratta, come vedremo, di un fenomeno antico. Ma oggi l'accusa si fa più veemente, più esplicita che mai. E' una condanna totale e senza appello che ci viene chiesto di pronunciare. La storia, ci si dice, è la conseguenza dell'alienazione dell'umanità. Si invoca, si propone, si progetta la fine della storia. Si predica il ritorno a una sorta di stato di natura arricchito, l'arresto della crescita, la fine delle tensioni, il ritorno all'equilibrio tranquillo e sereno, alla felicità modesta, ma assicurata, che sarebbe quella di ogni specie vivente. Vengono subito alla mente i nomi di alcuni di questi teorici, e tra essi quelli di Herbert Marcuse e di Claude Lèvi-Strauss [alias], le cui dottrine sono ben note.

L'idea di una fine della storia può apparire tra le più moderne. In realtà non lo è per niente. Basta in effetti esaminare le cose più attentamente per accorgersi che questa idea non è che lo sbocco logico di una corrente di pensiero vecchia di almeno duemila anni e che, da duemila anni, domina e conforma quel che noi chiamiamo oggi la "civilizzazione occidentale". Questa corrente di pensiero è quella del pensiero egualitario. Esprime una volontà egualitaria, che fu istintiva e come cieca ai suoi inizi, ma che, nella nostra epoca, è divenuta perfettamente cosciente delle sue aspirazioni e del suo obiettivo finale. Ora, questo obiettivo finale del progetto egualitario è precisamente la fine della storia, l’uscita dalla storia.

Il pensiero egualitario ha attraversato nel corso dei secoli tre periodi successivi. Nel primo, che corrisponde alla nascita e allo sviluppo del cristianesimo, s'è costituito sotto forma di mito. Questo termine non sottintende nulla di negativo. Chiamiamo "mito" ogni discorso che, sviluppandosi da sé, crea nello stesso tempo il suo linguaggio, dando così alle parole un senso nuovo, e fa appello, ricorrendo ai simboli, all'immaginazione di coloro ai quali è rivolto. Gli elementi strutturali di un mito si chiamano mitemi. Costituiscono un'unità dei contrari, ma questi contrari, non essendo ancora separati, restano nascosti, per così dire invisibili. Nel processo di sviluppo storico, l'unità di questi mitemi esplode, dando quindi nascita a ideologie concorrenti. É stato così col cristianesimo, i cui mitemi hanno finito col generare le chiese, poi le teologie e infine le ideologie concorrenti (come quelle della rivoluzione americana e della rivoluzione francese).

Lo schiudersi e la diffusione di queste ideologie corrisponde al secondo periodo dell'egualitarismo. In rapporto al mito le ideologie proclamano già dei principi d'azione, ma non ne traggono ancora le conseguenze, il che fa sì che la loro pratica sia ipocrita, scettica e ingenuamente ottimista.

Si giunge quindi al terzo periodo, nel quale le idee contradditorie generate dai mitemi originali si risolvono in un'unità, che è quella del concetto sintetico. Il pensiero egualitario, animato ormai da una volontà divenuta pienamente cosciente, si esprime sotto una forma che decreta "scientifíca". Pretende di essere una scienza. Nello sviluppo che ci interessa, questo stadio corrisponde all'apparizione del marxismo e dei suoi derivati [cfr. in particolare la dottrina dei Diritti dell'Uomo].

Il mito, le ideologie, la pretesa scienza egualitaria esprimono quindi, per così dire, i livelli successivi di coscienza di una stessa volontà; frutto di una stessa mentalità, presentano sempre la stessa struttura fondamentale. Lo stesso accade, naturalmente, per le concezioni della storia che ne derivano, e che non differiscono tra loro che per la forma e per il linguaggio utilizzato nel discorso. Quale che sia la sua forma storica, la visione ugualitaria della storia è una visione escatologica, che attribuisce alla storia un valore negativo e non le riconosce un senso altro che nella misura in cui il movimento storico tende, col suo proprio movimento, alla sua negazione e alla sua fine.

Restituzione di un momento dato

Se si esamina l’Antichità pagana, si nota come essa abbia oscillato tra due visioni della storia, di cui l’una non era che l’antitesi relativa all’altra: tutte e due concepivano il divenire storico come una successioni di istanti nella quale ogni istante presente delimita sempre, da un lato il passato, dall’altro l’avvenire. La prima di queste versioni propone un’immagine ciclica del divenire storico. Implica la ripetizione eterna di istanti, di fati o di periodi dati. E’ ciò che esprime la formula nihil sub sole novi. La seconda, che finirà del resto per risolversi nella prima, propone l’immagine di una linea retta avente un inizio, ma non una fine, non per lo meno una fine immaginabile e prevedibile.

Il cristianesimo ha operato in qualche sorta una sintesi di queste due divisioni antiche della storia, sostituendo loro una concezione che è stata definita lineare, e che è in realtà segmentaria. In questa visione la storia ha inizio, ma deve avere anche una fine. Non è che un episodio, un incidente nell’essere dell’umanità. Il vero essere dell’uomo è esterno alla storia. E la fine della storia si ritiene ci restituisca, sublimandolo, ciò che era all’inizio. Come nella visione ciclica, vi è quindi nella visione frammentaria, conclusione per restituzione di un momento dato, ma contrariamente a quanto accade nel ciclo, questo momento è situato ormai fuori della storia, fuori del divenire storico; appena restituito si congelerà in un’immutabile eternità; il momento storico, essendo compiuto, non si riprodurrà più. Parimenti, come nella visione segmentaria, un inizio della storia, ma a questo inizio si aggiunge una fine, così che la vera eternità umana non è quella del divenire, ma quella dell’essere.

Questo episodio che è la storia è percepito, nella prospettiva cristiana, come una vera maledizione. La storia deriva da una condanna dell’uomo da parte di Dio, condanna all’infelicità, al lavoro, al sudore e al sangue, che sanziona una colpa commessa dall’uomo. L’umanità che viveva nella felice innocenza del giardino dell’Eden, è stata condannata alla storia perché Adamo, suo antenato, ha trasgredito il comandamento divino, ha gustato il frutto dell’Albero della scienza, e si è voluto simile a Dio. Questa colpa di Adamo, in quanto peccato originale, pesa su ogni individuo che viene al mondo. E’ inspiegabile per definizione, poiché l’offeso è Dio stesso. Ma Dio, nella sua infinita bontà, accetta di farsi carico egli stesso dell’espiazione: si fa uomo incarnandosi nella persona di Gesù. Il sacrificio del Figlio di Dio introduce nel divenire storico l’avvenimento essenziale della Redenzione. Senza dubbio questa non concerne che i soli individui toccati dalla Grazia. Ma rende ormai possibile il lento cammino verso la fine della storia, alla quale la "comunità dei santi" dovrà ormai preparare l’umanità. Alla fine, verrà un giorno in cui le forze del Bene e del Male si affronteranno in un’ultima battaglia, che sfocerà in un Giudizio finale e, quindi, nell’instaurazione di un Regno dei cieli che ha il suo pendant dialettico nell’abisso dell’Inferno.

Eden prima dell’inizio della storia; peccato originale; espulsione dal giardino dell’Eden; traversata di questa valle di lacrime che è il mondo, luogo del divenire storico; Redenzione; comunità dei santi, battaglia apocalittica e Giudizio finale; fine della storia e instaurazione di un Regno dei cieli: tali sono i mitemi che strutturano la visione mitica della storia proposta dal cristianesimo, visione nella quale il divenire storico dell'uomo ha un valore puramente negativo e il senso di un'espiazione.


La visione marxista

Gli stessi mitemi si ritrovano identicamente sotto una forma laicizzata e pretesamente scientifica nella visione marxista della storia. Impiegando il termine "marxista" non intendiamo partecipare al dibattito, molto di moda oggi, su quello che sarebbe il "vero pensiero” di Marx. Nel corso della sua esistenza Karl Marx ha pensato cose molto differenti e si potrebbe discutere a lungo per sapere quale sia il "vero" Marx. Ci riferiamo quindi a quel marxismo recepito che è stato a lungo, e che resta in fin dei conti tuttora, la dottrina dei partiti comunisti e degli Stati che si richiamano all'interpretazione leninista.

In questa dottrina la storia è presentata come il risultato di una lotta d classe, vale a dire di una lotta tra gruppi umani che si definiscono in rapporto alle loro rispettive condizioni economiche; il giardino dell'Eden della preistoria si ritrova in questa versione nel "comunismo primitivo" praticata da un'umanità ancora immersa nello stato di natura e puramente predatrice. Mentre nell'Eden l'uomo subiva i costringimenti risultanti dai comandamenti di Dio, le società comuniste preistoriche vivevano sotto la pressione della miseria. Questa pressione ha portato all'invenzione dei mezzi di produzione agricola, ma questa invenzione s'è rivelata anche una maledizione. Implica, in effetti, non solamente lo sfruttamento della natura da parte dell'uomo, ma anche la divisione del lavoro, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e, di conseguenza, l'alienazione di ogni uomo rispetto a se stesso. La lotta di classe è la conseguenza implicita di questo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Il suo risultato è la storia.

Come si vede, sono le condizioni economiche a determinare per i marxisti i comportamenti umani. Per concatenamento logico, questi ultimi conducono alla creazione di sistemi di produzione sempre nuovi, che causano a loro volta condizioni economiche nuove, e soprattutto una miseria sempre maggiore degli sfruttati. Tuttavia, anche lì, interviene una Redenzione. Con l'avvento del sistema capitalistico, la miseria degli sfruttati raggiunge in effetti il suo culmine: diventa insopportabile. I proletari prendono allora coscienza della loro condizione, e questa presa di coscienza redentrice ha per effetto l'organizzazione dei partiti comunisti, esattamente come la redenzione di Gesù aveva portato alla fondazione di una comunità di santi.

I partiti comunisti intraprenderanno una lotta apocalittica contro gli sfruttatori. Questa potrà essere difficile, ma sarà necessariamente vittoriosa (è il "senso della storia"). Porterà all'abolizione delle classi, metterà fine all'alienazione dell'uomo, permetterà l'instaurazione di una società comunista immutabile e senza classi. E siccome la storia è il risultato della lotta di classe, non ci sarà evidentemente più storia. Il comunismo preistorico si troverà restituito, come il giardino dell'Eden dal Regno dei cieli, ma in modo sublimato: mentre la società comunista primitiva era afflitta dalla miseria materiale, la società comunista post-storica si gioverà di una soddisfazione perfettamente equilibrata dei suoi bisogni.

Così, nella visione marxista, la storia assumerà egualmente un valore. Negativo. Nata dall’alienazione originale dell’uomo, non ha senso che nella misura in cui, aumentando incessantemente la miseria degli sfruttati, contribuisca finalmente a creare le condizioni nelle quali questa miseria scomparirà, e “lavora” in qualche modo alla sua propria fine.


Una determinazione della storia

Queste due visioni egualitarie della storia, la visione religiosa cristiana e la visione laica marxista, entrambe segmentarie, entrambe escatologiche, implicano logicamente, l’una e l’altra, una determinazione della storia che non è opera dell’uomo, ma di qualche cosa che lo trascende. Cristianesimo e marxismo non si sforzano nemmeno di negarlo. Il cristianesimo attribuisce all’uomo un libero arbitrio che gli permette di affermare che Adamo, avendo liberamente “scelto” di peccare, è il solo responsabile della sua colpa, vale a dire della sua imperfezione. E’ quindi Dio ad aver fatto (e quindi voluto) Adamo imperfetto. Da parte loro i marxisti affermano talvolta che è l’uomo a fare la storia, o più esattamente gli uomini in quanto appartenenti ad una classe sociale. Ne risulta tuttavia che le classi sociali sono determinate e definite dalle condizioni economiche . Risulta anche che è la miseria originale ad aver costretto gli uomini ad entrare nel sanguinoso concatenamento della lotta di classe. L’uomo non è dunque agito che dalla sua condizione economica. E’ lo zimbello di una situazione che trova origine nella natura stessa in quanto gioco di forze materiali.

Da ciò risulta che quando l’uomo gioca un ruolo nelle visioni egualitarie della storia, è un ruolo di un’opera che non ha scritto, che non potrà aver scritto; e quest’opera è una farsa tragica, vergognosa e dolorosa. La dignità, come la verità autentica dell’uomo, si situano fuori della storia, prima e dopo la storia.

D'altronde, ogni cosa possiede in sé la sua propria antitesi relativa. La visione escatologica della storia possiede pure la sua antitesi relativa, egualitaria anch’essa, che è la teoria del progresso indefinito. In questa teoria il movimento storico è rappresentato come tendente costantemente verso un punto zero che non è mai raggiunto. Questo “progresso” può andare nel senso di un “sempre meglio”, escludendo tuttavia l’idea di un bene perfetto ed assoluto: è un po’ la visione ingenua dell’ideologia americana, legata all’american way of life, e anche quella di un certo "marxismo deluso". Può andare anche nel senso di un “sempre peggio”, senza che la misura del male raggiunga mai il suo culmine: è un po’ la visione pessimista di Freud, che non vedeva come questa “infelicità” che è la civilizzazione potrebbe cessare un giorno di riprodursi.(da notare d’altronde che questa visione pessimista del freudismo è attualmente in fase di essere riassorbita, soprattutto da Marcuse e dai freudomarxisti, nella tesi escatologica del marxismo, dopo aver giocato il ruolo che ha sempre giocato ogni antitesi dopo l’invenzione del Diavolo, vale a dire un ruolo strumentale).


Animare un’altra volontà


Come tutti sanno, è a Friedrich Nietzsche [alias, alias] che risale la riduzione del cristianesimo, dell’ideologia democratica e del consumismo al comun denominatore dell'egualitarismo. Ma è anche a Nietzsche che risale il secondo tipo di visione della storia, che, all'epoca attuale, si oppone (sotterraneamente talvolta, ma con tanta più tenacia) alla visione escatologica e segmentaria dell'egualitarismo. Nietzsche, in effetti, non ha solo voluto analizzare, ma anche combattere l'egualitarismo. Ha voluto ispirare, suscitare un progetto opposto al progetto egualitario, animare un'altra volontà, confortare un giudizio di valore diametralmente diverso. Per questo motivo la sua opera presenta due aspetti, entrambi complementari. Il primo aspetto è propriamente critico; si potrebbe persino dire scientifico. Il suo scopo è mettere in luce la relatività di ogni giudizio di valori, di ogni morale e, anche, di ogni verità pretesa assoluta. In tal maniera palesa la relatività dei principi assoluti proclamati dall'egualitarismo. Ma a lato di questo aspetto critico, ne esiste un altro, che potremmo definire poetico, poiché questa parola deriva dal greco poiein, che significa "fare, creare". Con questo lavoro poetico Nietzsche si sforza di dare vita a un nuovo tipo di uomo, legato a nuovi valori e traente i suoi principi d'azione da un'etica che non è quella del Bene e del Male, ma da un'etica che è legittimo definire sovrumanista.

Per dare un'immagine di quel che potrebbe essere una società umana fondata sui valori che propone, Nietzsche ha quasi sempre fatto ricorso all'esempio della società greca arcaica, alla più antica società romana, ed anche alle società ancestrali dell'antichità indoeuropea, aristocratica e conquistatrice. Questo quasi tutti lo sanno. Per contro, non si presta sufficientemente attenzione al fatto che Nietzsche, nello stesso tempo, mette in guardia contro l'illusione consistente nel credere che sarebbe possibile "far tornare i Greci", vale a dire resuscitare il mondo antico precristiano. Ora, questo dettaglio è di un'importanza estrema, perché ci offre una chiave necessaria per meglio comprendere la visione nietzschiana della storia. Nietzsche ha volutamente nascosto, "codificato", si potrebbe dire, il sistema organizzatore del suo pensiero. L'ha fatto, come dice espressamente, conformemente a un certo sentimento aristocratico: intende vietare agli importuni l'accesso alla sua casa. È la ragione per la quale si contenta di consegnarci tutti gli elementi della sua concezione della storia, senza mai rivelarci come bisogna combinarli insieme.

Inoltre, il linguaggio adottato da Friedrich Nietzsche è il linguaggio del mito, il che non fa che aggiungere difficoltà d'interpretazione. La tesi qui esposta non è quindi nulla più di una possibile interpretazione del mito nietzschiano della storia; ma si tratta di un'interpretazione che ha il suo peso storico, poiché ha ispirato tutto un movimento metapolitico dai potenti prolungamenti, talora definito rivoluzione conservatrice, e che è anche l'interpretazione di coloro che, richiamandosi a Nietzsche, aderiscono più intimamente alle sue dichiarate intenzioni antiegualitarie.

Gli elementi, i mitemi che si collegano alla visione nietzschiana della storia sono principalmente tre: il mitema dell'ultimo uomo, quello dell'avvento del superuomo, infine quello dell'Eterno ritorno dell'Identico.


L'Eterno ritorno


Agli occhi di Nietzsche l'ultimo uomo rappresenta il più grande pericolo per l'umanità. Questo ultimo uomo appartiene all'inestinguibile razza dei pidocchi. Aspira a una piccola felicità che sarebbe uguale per tutti. Vuole la fine della storia perché la storia è generatrice di avvenimenti, vale a dire di conflitti e di tensioni che minacciano questa "piccola felicità". Si fa beffe di Zarathustra che predica l'avvento del superuomo. Per Nietzsche, in effetti, l'uomo non è che un "ponte tra la scimmia e il superuomo", il che significa che l'uomo e la storia non hanno senso che nella misura in cui tendono a un superamento e, per fare ciò, non esitano ad accettare la loro scomparsa, Il superuomo corrisponde ad un fine, un fine dato ad ogni momento e che è forse impossibile raggiungere; meglio, un fine che, nell'istante stesso in cui viene raggiunto, si ripropone un nuovo orizzonte. In una tale prospettiva la storia si presenta quindi come un perpetuo superamento dell'uomo da parte dell'uomo.

Tuttavia, nella visione di Nietzsche, vi è un ultimo elemento che sembra a prima vista contraddittorio in rapporto al mitema del superuomo, quello dell'Eterno ritorno. Nietzsche afferma in effetti che l'Eterno ritorno dell'Identico comanda anch'esso il divenire storico, il che a prima vista sembra indicare che niente di nuovo può prodursi, e che ogni superamento è escluso. Il fatto è, del resto, che questo tema dell'Eterno ritorno è spesso stato interpretato nel senso di una concezione ciclica della storia, concezione che ricorda fortemente quella dell'Antichità pagana. Si tratta, a nostro avviso, di un serio errore contro il quale Nietzsche stesso ci ha messo in guardia. Quando, sotto il Portico che porta il nome di Istante, Zarathustra interroga lo Spirito della Pesantezza sul significato di due cammini eterni che, venendo da direzioni opposte, si riuniscono in quel punto preciso, lo Spirito della Pesantezza risponde: "Tutto ciò che è diritto è menzognero, la verità è curva, anche il tempo è un cerchio". Allora Zarathustra replica con violenza : "Non renderti, o nano, le cose più facili di quello che sono".

Nella visione nietzschiana della storia, contrariamente che nel caso dell'Antichità pagana, gli istanti non sono quindi visti come punti che si succedono su di una linea, sia questa retta o circolare. Per comprendere su cosa poggia la concezione nietzschiana del tempo storico, bisogna piuttosto mettere questa in parallelo con la concezione relativista dell'universo fisico quadridimensionale. Come si sa l'universo einsteniano non può essere rappresentato "sensibilmente", poiché la nostra sensibilità, essendo dì ordine biologico, non può avere altro che rappresentazioni tridimensionali. Nello stesso tempo, nell'universo storico nietzschiano il divenire dell'uomo è concepito come un insieme di momenti di cui ciascuno forma una sfera all'interno di una "supersfera" quadridimensionale, in cui ogni momento può, di conseguenza, occupare il centro in rapporto agli altri. In questa prospettiva l'attualità di ogni momento non si chiama più "presente". Al contrario, presente, passato e avvenire coesistono in ogni momento: sono le tre dimensioni di ogni momento storico. Gli uccelli di  Zarathustra non cantano forse al loro Maestro: "In ogni momento comincia l'Essere. Attorno ad ogni Qui si avvolge la sfera Là. Ovunque è il centro. Curvo è il sentiero dell'Eternità"?


La scelta offerta alla nostra epoca

Tutto ciò può apparire complicato, così come la teoria della relatività è anch'essa complicata. Per aiutarci, facciamo ricorso a qualche immagine. Il passato, per Nietzsche, non corrisponde affatto a ciò che è stato "una volta per tutte", elemento congelato per sempre che il presente lascerebbe dietro di sé. Allo stesso modo, l'avvenire non è più l'effetto obbligatorio di tutte le cause che l'hanno preceduto nel tempo e che lo determinano, come nelle visioni lineari della storia. In ogni momento della storia, in ogni "attualità", passato e avvenire sono per così dire rimessi in causa, si configurano secondo una nuova prospettiva, conformano un'altra verità. Si potrebbe dire, per usare un'altra immagine, che il passato non è altro che il progetto al quale l'uomo conforma la sua azione storica, progetto che cerca di realizzare in funzione dell'immagine che si fa di se stesso e che si sforza d'incarnare. I1 passato appare allora come una prefigurazione dell'avvenire. E, nel senso proprio, l'"immaginazione" dell'avvenire: il che è uno dei significati veicolati dal mitema dell'Eterno ritorno.
 
Di conseguenza, è chiaro che, nella visione che ci propone Nietzsche, l'uomo porta l'intera responsabilità del divenire storico. La storia è una sua opera. Il che vale a dire che porta anche l'intera responsabilità di se stesso, che è veramente e totalmente libero: faber suae fortunae. Questa libertà è una libertà autentica, non una "libertà" condizionata dalla Grazia divina o dai costringimenti di una situazione materiale economica. E' anche una libertà reale, vale a dire una libertà consistente nella possibilità di scegliere tra due opzioni opposte, opzioni esistenti in ogni momento della storia e, che, sempre, rimettono in causa la totalità dell'Essere e del divenire dell'uomo (se queste opzioni non fossero sempre realizzabili, la scelta non sarebbe che una falsa scelta, la libertà, una falsa libertà, l'autonomia dell'uomo, un'apparenza).

Ora, qual'é la scelta offerta agli uomini della nostra epoca? Nietzsche ci dice che questa scelta deve farsi tra l'"ultimo uomo", vale a dire l'uomo della fine della storia, e lo slancio verso il superuomo, vale a dire la rigenerazione della storia. Nietzsche considera che queste due opzioni sono tanto reali che fondamentali. Afferma che la fine della storia è possibile, che deve essere seriamente esaminata, esattamente come è possibile, il suo contrario: la rigenerazione della storia. In ultima istanza l'esito dipenderà dunque dagli uomini. dalla scelta che opereranno tra i due campi, quello del movimento egualitario che Nietzsche chiama il movimento dell'ultimo uomo, e l'altro movimento, che Nietzsche s'è sforzato di suscitare, che ha già suscitato, e che chiama il "suo" movimento.


Due sensibilità

Visione lineare, visione sferica della storia: ci troviamo confrontati qui con due sensibilità differenti che non hanno smesso di opporsi, che si oppongono e che continueranno ad opporsi. Queste due sensibilità coesistono nell'epoca attuale. In uno spettacolo come quello delle Piramidi, per esempio, la sensibilità egualitaria vedrà, dal punto di vista morale, un simbolo esecrabile, poiché solo la schiavitù, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, hanno permesso di concepire e di realizzare questi monumenti. L'altra sensibilità, al contrario, sarà innanzitutto colpita dall'unicità dì questa espressione artistica e architettonica, da tutto ciò che suppone di grande e di spaventoso nell'uomo che osa fare la storia e desidera spianare il suo destino...

Prendiamo un altro esempio. Oswald Spengler, in una pagina famosa, ha ricordato di quella sentinella romana che, a Pompei, s'era lasciata seppellire sotto le ceneri perché nessun superiore l'aveva sciolto dalla consegna. Per una sensibilità egualitaria, legata ad una visione segmentaria della storia, un tale gesto è totalmente sprovvisto di senso. In ultima analisi non può che condannarlo, nello stesso tempo in cui condanna la storia, perché ai suoi occhi questo soldato è stato vittima di un'illusione o di un errore "inutile”. Al contrario lo stesso gesto diventerà immediatamente esemplare dal punto di vista della sensibilità tragica e sovrumanista, che comprende, intuitivamente si potrebbe dire, che questo soldato romano non è veramente divenuto un uomo altrimenti che conformandosi all'immagine che si faceva di sé, vale a dire l'immagine di una sentinella della città imperiale.

Abbiamo citato Spengler. Ciò ci porta a porre, dopo lui, il problema del destino dell'Occidente. Spengler, come si sa, era pessimista. Secondo lui la fine dell'Occidente [alias] è prossima, e l'uomo europeo non può più, come il soldato di Pompei, che mantenere il proprio ruolo fino alla fine, prima di perire da eroe tragico nell'abbraccio del suo mondo e della sua civiltà. Ma nel 1980 [epoca della prima pubblicazione del presente articolo] è alla fine di tutta la storia che tende l'Occidente.

E’ al ritorno alla "felicità immobile della specie" che chiamano i suoi desideri, senza vedervi nulla di tragico in questa prospettiva, anzi. L'Occidente egualitario e universalista ha vergogna del suo passato. Ha orrore di questa specificità che ha fatto la sua superiorità per secoli, mentre nel suo subcosciente si faceva strada la morale che s'era data. Perché questo Occidente bimillenario è anche un Occidente giudeo-cristiano che ha finito per scoprirsi tale, e che oggi ne trae le conseguenze. Certamente, questo Occidente ha anche veicolato a lungo un'eredità greca, celtica, germanica, romana, e ne ha fatto la sua forza. Ma le masse occidentali, private di veri maestri, rinnegano quest'eredità indoeuropea. Solo piccole minoranze, sparse qua e là, guardano con nostalgia alle realizzazioni dei loro più lontani antenati, s'ispirano a valori che erano i loro, e sognano di resuscitarle. Tali minoranze possono sembrare risibili e forse lo sono effettivamente. E tuttavia una minoranza, forse anche infima, può sempre arrivare a guidare una massa.

Questa è la ragione per la quale l'Occidente moderno, questo Occidente nato dal compromesso costantiniano e dall'in hoc signo vinces, è diventato schizofrenico. Nella sua immensa maggioranza vuole la fine della storia e aspira alla felicità nella regressione. E nello stesso tempo, queste piccole minoranze cercano di fondare una nuova aristocrazia e sperano in un Ritorno che, in quanto tale, non potrà mai prodursi ("non tornano i Greci"), ma che può mutarsi in rigenerazione della storia.


Verso una rigenerazione della storia


Coloro che hanno adottato una visione lineare o segmentaria della storia hanno la certezza di "essere dalla parte di Dio", come dicono gli uni, dì "andare nel senso della storia", come dicono gli altri. I loro avversari non possono avere alcuna certezza. Se si crede che la storia sia fatta dall'uomo e dall'uomo solo, che l'uomo sia libero e che liberamente forgi il suo destino, bisogna ammettere che questa libertà può, al limite, rimettere in causa, e forse abolire, la storicità stessa dell'uomo. Occorre loro, ripetiamolo, considerare che la fine della storia è possibile, anche se è un'eventualità che respingono e contro la quale si battono. Ma se la fine della storia è possibile, anche la rigenerazione della storia lo è, ad ogni momento. Perché la storia non è né il riflesso di una volontà divina, né il risultato di una lotta di classe predeterminata dalla logica dell'economia, ma di una lotta che intraprendono tra di loro gli uomini in nome delle immagini che si fanno rispettivamente di se stessi ed alle quali, realizzandole, intendono adeguarsi.

Nell'epoca in cui viviamo, alcuni non trovano altro senso nella storia se non nella misura in cui questa tenda alla negazione della condizione storica dell'uomo. Per altri, al contrario, il senso della storia non è altro che il senso di un'immagine dell'uomo, un'immagine usata e consumata dal marchio del tempo storico. Una immagine data nel passato, ma che conforma sempre la loro attualità. Un'immagine che non possono dunque realizzare che con una rigenerazione del tempo storico. Essi sanno che l'Europa non è più che un cumulo di rovine. Ma, con Nietzsche, sanno anche che una stella, se deve nascere, non può mai cominciare a brillare che in un caos di polveri oscure.


Giorgio Locchi