Il senso della storiaN N
Molti
s'interrogano oggi sul "senso della storia", vale a dire
sul fine e sul significato dei fenomeni storici.
Oggetto di questo articolo è l'esame delle risposte che la
nostra epoca dà a questo doppio interrogativo, tentando di
ricondurre a dispetto della loro apparente moltitudine, a due tipi
fondamentali, rigorosamente antagonisti e contraddittori.
Ma
è innanzitutto necessario mettere in luce il significato che
noi diamo qui al termine "storia". Questa puntualizzazione
da vocabolario ha la sua importanza. Noi parliamo talvolta di "storia
naturale", dì "storia del cosmo", di "storia
della vita". Si tratta, certamente, di immagini analogiche. Ma
ogni analogia, nel momento in cui sottolinea poeticamente una
somiglianza, implica anche logicamente una diversità
fondamentale. L'universo macrofisico, in realtà, non ha
storia: come noi lo percepiamo, come noi possiamo rappresentarcelo,
non fa che cambiare configurazione attraverso il tempo.
Nemmeno la vita ha storia: il suo divenire consiste in una
evoluzione; sì evolve. Si comprende quindi che la
storia è il modo di divenire dell'uomo (e solo
dell'uomo) in quanto tale: solo l'uomo diviene
storicamente. Di conseguenza, porsi la questione di sapere se la
storia ha un senso, vale a dire un significato e un fine, equivale in
fondo a domandarsi se l'uomo che è nella storia e che
(volontariamente o no) fa la storia, ha egli stesso un senso,
se la sua partecipazione alla storia è o no un atteggiamento
razionale.
Tre
periodi successivi
Da
ogni parte, oggi, la storia è sotto accusa. Si tratta, come
vedremo, di un fenomeno antico. Ma oggi l'accusa si fa più
veemente, più esplicita che mai. E' una condanna totale e senza
appello che ci viene chiesto di pronunciare. La storia, ci si dice,
è
la conseguenza dell'alienazione dell'umanità. Si invoca, si
propone, si progetta la fine della storia. Si predica il
ritorno a una sorta di stato di natura arricchito, l'arresto della
crescita, la fine delle tensioni, il ritorno all'equilibrio
tranquillo e sereno, alla felicità modesta, ma assicurata, che
sarebbe quella di ogni specie vivente. Vengono subito alla mente i
nomi di alcuni di questi teorici, e tra essi quelli di Herbert
Marcuse e di Claude
Lèvi-Strauss [alias],
le cui dottrine sono ben
note.
L'idea
di una fine
della storia può apparire tra le più
moderne. In realtà non lo è per niente. Basta in
effetti esaminare le cose più attentamente per accorgersi che
questa idea non è che lo sbocco logico di una corrente di
pensiero vecchia di almeno duemila anni e che, da duemila anni,
domina e conforma quel che noi chiamiamo oggi la
"civilizzazione
occidentale". Questa corrente di pensiero è
quella del pensiero egualitario. Esprime una volontà
egualitaria, che fu istintiva e come cieca ai suoi inizi, ma che,
nella nostra epoca, è divenuta perfettamente cosciente delle
sue aspirazioni e del suo obiettivo finale. Ora, questo obiettivo
finale del progetto egualitario è precisamente la fine della
storia, l’uscita dalla storia.
Il
pensiero egualitario ha attraversato nel corso dei secoli tre periodi
successivi. Nel primo, che corrisponde alla nascita e allo sviluppo
del cristianesimo, s'è costituito sotto forma di mito. Questo
termine non sottintende nulla di negativo. Chiamiamo "mito"
ogni discorso che, sviluppandosi da sé, crea nello stesso
tempo il suo linguaggio, dando così alle parole un senso
nuovo, e fa appello, ricorrendo ai simboli, all'immaginazione di
coloro ai quali è rivolto. Gli elementi strutturali di un mito
si chiamano mitemi. Costituiscono un'unitàdei
contrari, ma questi contrari, non essendo ancora separati,
restano nascosti, per così dire invisibili. Nel processo di
sviluppo storico, l'unità di questi mitemi esplode, dando
quindi nascita a ideologie concorrenti. É stato così
col cristianesimo, i cui mitemi hanno finito col generare le chiese,
poi le teologie e infine le ideologie concorrenti (come quelle della
rivoluzione
americana e della rivoluzione
francese).
Lo
schiudersi e la diffusione di queste ideologie corrisponde al secondo
periodo dell'egualitarismo. In rapporto al mito le ideologie
proclamano già dei principi d'azione, ma non ne traggono
ancora le conseguenze, il che fa sì che la loro pratica sia
ipocrita, scettica e ingenuamente ottimista.
Si
giunge quindi al terzo periodo, nel quale le idee contradditorie
generate dai mitemi originali si risolvono in un'unità, che
è
quella del concetto sintetico.
Il pensiero egualitario, animato ormai
da una volontà divenuta pienamente cosciente, si esprime sotto
una forma che decreta "scientifíca". Pretende di
essere una scienza. Nello
sviluppo che ci interessa, questo stadio
corrisponde all'apparizione del marxismo e dei suoi derivati [cfr.
in particolare la dottrina dei
Diritti dell'Uomo].
Il
mito, le ideologie, la pretesa scienza
egualitaria esprimono quindi, per così dire, i livelli
successivi di coscienza di una stessa volontà; frutto di una
stessa mentalità, presentano sempre la stessa struttura
fondamentale. Lo stesso accade, naturalmente, per le concezioni della
storia che ne derivano, e che non differiscono tra loro che per la
forma e per il linguaggio utilizzato nel discorso. Quale che sia la
sua forma storica, la visione ugualitaria della storia è una
visione escatologica, che attribuisce alla storia un valore
negativo e non le riconosce un senso altro che nella misura in cui il
movimento storico tende, col suo proprio movimento, alla sua
negazione e alla sua fine.
Restituzione
di un momento dato
Se
si esamina l’Antichità pagana, si nota come essa abbia
oscillato tra due visioni della storia, di cui l’una non era che
l’antitesi relativa all’altra: tutte e due concepivano il
divenire storico come una successioni di istanti nella quale ogni
istante presente delimita sempre, da un lato il passato, dall’altro
l’avvenire. La prima di queste versioni propone un’immagine
ciclica del divenire storico. Implica la ripetizione eterna di
istanti, di fati o di periodi dati. E’ ciò che esprime la
formula nihil sub sole novi. La seconda, che finirà del
resto per risolversi nella prima, propone l’immagine di una linea
retta avente un inizio, ma non una fine, non per lo meno una fine
immaginabile e prevedibile.
Il
cristianesimo ha operato in qualche sorta una sintesi di queste due
divisioni antiche della storia, sostituendo loro una concezione che
è
stata definita lineare, e che
è in realtà segmentaria.
In questa visione la storia ha inizio, ma deve avere anche una fine.
Non è
che un episodio, un incidente nell’essere dell’umanità. Il
vero essere dell’uomo è esterno alla storia. E la fine della
storia si ritiene ci restituisca, sublimandolo, ciò che era
all’inizio. Come nella visione ciclica, vi è quindi nella
visione frammentaria, conclusione per restituzione di un momento
dato, ma contrariamente a quanto accade nel ciclo, questo momento
è situato ormai fuori della storia, fuori del divenire
storico; appena restituito si congelerà in un’immutabile
eternità; il momento storico, essendo compiuto, non si
riprodurrà più. Parimenti, come nella visione
segmentaria, un inizio della storia, ma a questo inizio si aggiunge
una fine, così che la vera eternità umana non è
quella del divenire, ma quella dell’essere.
Questo
episodio che è la storia è percepito, nella
prospettiva cristiana, come una vera maledizione. La storia deriva da
una condanna dell’uomo da parte di
Dio, condanna all’infelicità,
al lavoro, al sudore e al sangue, che sanziona una colpa commessa
dall’uomo. L’umanità che viveva nella felice innocenza del
giardino dell’Eden, è stata condannata alla storia
perché Adamo, suo antenato, ha trasgredito il comandamento
divino, ha gustato il frutto dell’Albero della scienza, e si è
voluto simile a Dio. Questa colpa di Adamo, in quanto peccato
originale, pesa su ogni individuo che viene al mondo. E’
inspiegabile per definizione, poiché l’offeso è Dio
stesso. Ma Dio, nella sua infinita bontà, accetta di farsi
carico egli stesso dell’espiazione: si fa uomo incarnandosi nella
persona di Gesù. Il sacrificio del Figlio di Dio introduce nel
divenire storico l’avvenimento essenziale della Redenzione. Senza
dubbio questa non concerne che i soli individui toccati dalla Grazia.
Ma rende ormai possibile il lento cammino verso la fine della storia,
alla quale la "comunità dei santi" dovrà ormai preparare
l’umanità. Alla fine, verrà un giorno in cui le forze
del Bene e del Male si affronteranno in un’ultima battaglia, che
sfocerà in un Giudizio finale e, quindi, nell’instaurazione
di un Regno dei cieli che ha il suo pendant dialettico nell’abisso
dell’Inferno.
Eden
prima dell’inizio della storia; peccato originale;
espulsione dal giardino dell’Eden; traversata di questa
valle di lacrime che è il mondo, luogo del divenire storico;
Redenzione; comunità deisanti, battaglia
apocalittica e Giudizio finale; fine della storia e
instaurazione di un Regno dei cieli: tali sono i mitemi che
strutturano la visione mitica della storia proposta dal
cristianesimo, visione nella quale il divenire storico dell'uomo ha
un valore puramente negativo e il senso di un'espiazione.
La
visione marxista
Gli
stessi mitemi si ritrovano identicamente sotto una forma laicizzata e
pretesamente scientifica nella visione marxista della storia.
Impiegando il termine "marxista" non intendiamo partecipare al
dibattito, molto di moda oggi, su quello che sarebbe il "vero
pensiero” di Marx. Nel corso della sua esistenza Karl Marx ha
pensato cose molto differenti e si potrebbe discutere a lungo
per sapere quale sia il "vero" Marx. Ci riferiamo quindi a quel
marxismo recepito che è stato a lungo, e che resta in
fin dei conti tuttora, la dottrina dei partiti comunisti e degli Stati
che si
richiamano all'interpretazione leninista.
In questa dottrina la
storia è presentata come il risultato di una lotta d
classe, vale a dire di una lotta tra gruppi umani che si
definiscono in rapporto alle loro rispettive condizioni economiche;
il giardino dell'Eden della preistoria si ritrova in questa versione
nel "comunismo primitivo" praticata da un'umanità
ancora immersa nello stato di natura e puramente predatrice.
Mentre nell'Eden l'uomo subiva i costringimenti risultanti dai
comandamenti di Dio, le società comuniste preistoriche
vivevano sotto la pressione della miseria. Questa pressione ha
portato all'invenzione dei mezzi di produzione agricola, ma questa
invenzione s'è rivelata anche una maledizione. Implica, in
effetti, non solamente lo sfruttamento della natura da parte
dell'uomo, ma anche la divisione del lavoro, lo sfruttamento dell'uomo
sull'uomo e, di conseguenza, l'alienazione di ogni uomo
rispetto a se stesso. La lotta di classe è la conseguenza
implicita di questo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Il suo
risultato è la storia.
Come
si vede, sono le condizioni economiche a determinare per i marxisti i
comportamenti umani. Per concatenamento logico, questi ultimi
conducono alla creazione di sistemi di produzione sempre nuovi, che
causano a loro volta condizioni economiche nuove, e soprattutto una
miseria sempre maggiore degli sfruttati. Tuttavia, anche lì,
interviene una Redenzione. Con l'avvento del sistema
capitalistico, la miseria degli sfruttati raggiunge in effetti il suo
culmine: diventa insopportabile. I proletari prendono allora
coscienza della loro condizione, e questa presa di coscienza
redentrice ha per effetto l'organizzazione dei partiti comunisti,
esattamente come la redenzione di Gesù aveva portato alla
fondazione di una comunità di santi.
I partiti comunisti
intraprenderanno una lotta apocalittica contro gli sfruttatori.
Questa potrà essere difficile, ma sarà necessariamente
vittoriosa (è il "senso della storia"). Porterà
all'abolizione delle classi, metterà fine all'alienazione
dell'uomo, permetterà l'instaurazione di una società
comunista immutabile e senza classi. E siccome la storia è il
risultato della lotta di classe, non ci sarà evidentemente
più
storia. Il comunismo preistorico si troverà restituito, come
il giardino dell'Eden dal Regno dei cieli, ma in modo sublimato:
mentre la società comunista primitiva era afflitta dalla
miseria materiale, la società comunista post-storica si
gioverà di una soddisfazione perfettamente equilibrata dei
suoi bisogni.
Così,
nella visione marxista, la storia assumerà egualmente un
valore. Negativo.
Nata
dall’alienazione originale dell’uomo, non ha senso che nella
misura in cui, aumentando incessantemente la miseria degli sfruttati,
contribuisca finalmente a creare le condizioni nelle quali questa
miseria scomparirà, e “lavora” in qualche modo alla sua
propria fine.
Una
determinazione della storia
Queste
due visioni egualitarie della storia, la visione religiosa cristiana
e la visione laica marxista, entrambe segmentarie, entrambe
escatologiche, implicano logicamente, l’una e l’altra, una
determinazione della storia che non è opera dell’uomo,
ma di qualche cosa che lo trascende. Cristianesimo e marxismo non si
sforzano nemmeno di negarlo. Il cristianesimo attribuisce all’uomo
un libero arbitrio che gli permette di affermare che Adamo, avendo
liberamente “scelto” di peccare, è il solo responsabile
della sua colpa, vale a dire della sua imperfezione. E’ quindi Dio
ad aver fatto (e quindi voluto) Adamo imperfetto. Da parte loro i
marxisti affermano talvolta che è l’uomo a fare la storia, o
più esattamente gli uomini in quanto appartenenti ad una
classe sociale. Ne risulta tuttavia che le classi sociali sono
determinate e definite dalle condizioni economiche . Risulta anche
che è la miseria originale ad aver costretto gli uomini ad
entrare nel sanguinoso concatenamento della lotta di classe. L’uomo
non è dunque agito che dalla sua condizione economica.
E’ lo zimbello di una situazione che trova origine nella natura
stessa in quanto gioco di forze materiali.
Da ciò risulta che quando
l’uomo gioca un ruolo nelle visioni egualitarie della storia, è
un ruolo di un’opera che non ha scritto, che non potrà aver
scritto; e quest’opera è una farsa tragica, vergognosa e
dolorosa. La dignità, come la verità autentica
dell’uomo, si situano fuori della storia, prima e dopo la storia.
D'altronde, ogni cosa possiede in sé la sua propria antitesi
relativa. La visione escatologica della storia possiede pure la sua
antitesi relativa, egualitaria anch’essa, che è la teoria del
progresso indefinito. In questa teoria il movimento storico
è
rappresentato come tendente costantemente verso un punto zero che non
è mai raggiunto. Questo “progresso” può andare nel
senso di un “sempre meglio”, escludendo tuttavia l’idea di un
bene perfetto ed assoluto: è un po’ la visione ingenua
dell’ideologia americana, legata all’americanway of
life, e anche quella di un certo "marxismo deluso". Può
andare anche nel senso di un “sempre peggio”, senza che la misura
del male raggiunga mai il suo culmine: è un po’ la visione
pessimista di Freud,
che non vedeva come questa “infelicità”
che è la civilizzazione potrebbe cessare un giorno di
riprodursi.(da notare d’altronde che questa visione pessimista del
freudismo è attualmente in fase di essere riassorbita,
soprattutto da Marcuse e dai freudomarxisti, nella tesi escatologica
del marxismo, dopo aver giocato il ruolo che ha sempre giocato ogni
antitesi dopo
l’invenzione del Diavolo, vale a dire un ruolo strumentale).
Animare
un’altra volontà
Come
tutti sanno, è a Friedrich Nietzsche [alias, alias]
che risale la riduzione
del cristianesimo, dell’ideologia democratica e del consumismo al
comun denominatore dell'egualitarismo. Ma è anche a Nietzsche
che risale il secondo tipo di visione della storia, che, all'epoca
attuale, si oppone (sotterraneamente talvolta, ma con tanta più
tenacia) alla visione escatologica e segmentaria dell'egualitarismo.
Nietzsche, in effetti, non ha solo voluto analizzare, ma anche
combattere l'egualitarismo. Ha voluto ispirare, suscitare un
progetto opposto al progetto egualitario, animare un'altra
volontà, confortare un giudizio di valore diametralmente
diverso. Per questo motivo la sua opera presenta due aspetti,
entrambi complementari. Il primo aspetto è propriamente
critico; si potrebbe persino dire scientifico. Il suo scopo
è
mettere in luce la relatività
di ogni giudizio di valori, di
ogni morale e, anche, di ogni verità pretesa assoluta. In tal
maniera palesa la relatività dei principi assoluti proclamati
dall'egualitarismo. Ma a lato di questo aspetto critico, ne esiste un
altro, che potremmo definire poetico, poiché questa
parola deriva dal greco poiein, che significa "fare,
creare". Con questo lavoro poetico Nietzsche si sforza di dare
vita a un nuovo tipo di uomo,
legato a nuovi valori e traente i suoi
principi d'azione da un'etica che non è quella del Bene e del
Male, ma da un'etica che è legittimo definire sovrumanista.
Per
dare un'immagine di quel che potrebbe essere una società umana
fondata sui valori che propone, Nietzsche ha quasi sempre fatto
ricorso all'esempio della società greca arcaica, alla più
antica società romana, ed anche alle società ancestrali
dell'antichità
indoeuropea, aristocratica e conquistatrice. Questo quasi
tutti lo sanno. Per contro, non si presta sufficientemente attenzione
al fatto che Nietzsche, nello stesso tempo, mette in guardia contro
l'illusione consistente nel credere che sarebbe possibile "far
tornare i Greci", vale a dire resuscitare il mondo antico
precristiano. Ora, questo dettaglio è di un'importanza estrema,
perché ci offre una chiave necessaria per meglio comprendere
la visione nietzschiana della storia. Nietzsche ha volutamente
nascosto, "codificato", si potrebbe dire, il sistema
organizzatore del suo pensiero. L'ha fatto, come dice espressamente,
conformemente a un certo sentimento aristocratico: intende vietare
agli importuni l'accesso alla sua casa. È la ragione per la
quale si contenta di consegnarci tutti gli elementi della sua
concezione della storia, senza mai rivelarci come bisogna combinarli
insieme.
Inoltre,
il linguaggio adottato da Friedrich Nietzsche è il linguaggio
del mito, il che non fa che aggiungere difficoltà
d'interpretazione. La tesi qui esposta non è quindi nulla
più
di una possibile interpretazione del mito nietzschiano della storia;
ma si tratta di un'interpretazione che ha il suo peso storico,
poiché
ha ispirato tutto un movimento metapolitico dai potenti
prolungamenti, talora definito rivoluzione
conservatrice, e che è
anche l'interpretazione di coloro che, richiamandosi a Nietzsche,
aderiscono più intimamente alle sue dichiarate intenzioni
antiegualitarie.
Gli
elementi, i mitemi che si collegano alla visione nietzschiana della
storia sono principalmente tre: il mitema dell'ultimouomo,
quello dell'avvento del superuomo, infine quello dell'Eterno
ritorno dell'Identico.
L'Eterno
ritorno
Agli
occhi di Nietzsche l'ultimo uomo rappresenta il più
grande pericolo per l'umanità. Questo ultimo uomo appartiene
all'inestinguibile razza dei pidocchi. Aspira a una piccola
felicità
che sarebbe uguale per tutti. Vuole la fine della storia perché
la storia è generatrice di avvenimenti, vale a dire di
conflitti e di tensioni che minacciano questa "piccola
felicità". Si fa beffe di Zarathustra
che predica
l'avvento del superuomo. Per Nietzsche, in effetti, l'uomo non
è che un "ponte tra la scimmia e il superuomo", il
che significa che l'uomo e la storia non hanno senso che nella
misura in cui tendono a un superamento e, per fare ciò,
non esitano ad accettare la loro scomparsa, Il superuomo corrisponde
ad un fine, un fine dato ad ogni momento e che è forse
impossibile raggiungere; meglio, un fine che, nell'istante stesso in
cui viene raggiunto, si ripropone un nuovo orizzonte. In una tale
prospettiva la storia si presenta quindi come un perpetuo superamento
dell'uomo da parte dell'uomo.
Tuttavia,
nella visione di Nietzsche, vi è un ultimo elemento che sembra
a prima vista contraddittorio in rapporto al mitema del superuomo,
quello dell'Eterno ritorno. Nietzsche afferma in effetti che l'Eterno
ritorno dell'Identico comanda anch'esso il divenire storico, il che a
prima vista sembra indicare che niente di nuovo può prodursi,
e che ogni superamento è escluso. Il fatto è, del
resto, che questo tema dell'Eterno ritorno è spesso stato
interpretato nel senso di una concezione ciclica della storia,
concezione che ricorda fortemente quella dell'Antichità
pagana. Si tratta, a nostro avviso, di un serio errore contro il
quale Nietzsche stesso ci ha messo in guardia. Quando, sotto il
Portico che porta il nome di Istante, Zarathustra interroga lo
Spirito della Pesantezza sul significato di due cammini eterni che,
venendo da direzioni opposte, si riuniscono in quel punto preciso, lo
Spirito della Pesantezza risponde: "Tutto ciò che è
diritto è menzognero, la verità è curva, anche
il tempo è un cerchio". Allora Zarathustra replica con
violenza : "Non renderti, o nano, le cose più
facili di quello che sono".
Nella
visione nietzschiana della storia, contrariamente che nel caso
dell'Antichità pagana, gli istanti non sono quindi visti come
punti che si succedono su di una linea, sia questa retta o circolare.
Per comprendere su cosa poggia la concezione nietzschiana del tempo
storico, bisogna piuttosto mettere questa in parallelo con la
concezione relativista dell'universo fisico quadridimensionale. Come
si sa l'universo einsteniano non può essere rappresentato
"sensibilmente", poiché la nostra sensibilità,
essendo dì ordine biologico, non può avere altro che
rappresentazioni tridimensionali. Nello stesso tempo, nell'universo
storico nietzschiano il divenire dell'uomo è concepito come un
insieme di momenti di cui ciascuno forma una sfera all'interno
di una "supersfera" quadridimensionale, in cui ogni
momento può, di conseguenza, occupare il centro in rapporto
aglialtri. In questa prospettiva l'attualità di
ogni momento non si chiama più "presente". Al
contrario, presente, passato e avvenire coesistono in ogni momento:
sono le tre dimensioni di ogni momento storico. Gli uccelli di Zarathustra non cantano forse al loro Maestro: "In
ogni
momento comincial'Essere. Attorno ad ogni Qui si avvolge la
sfera Là. Ovunque è il centro. Curvo è il
sentierodell'Eternità"?
La
scelta offerta alla nostra epoca
Tutto
ciò può apparire complicato, così come la teoria
della relatività è anch'essa complicata. Per
aiutarci,
facciamo ricorso a qualche immagine. Il passato, per Nietzsche, non
corrisponde affatto a ciò che è stato "una volta per
tutte", elemento congelato per sempre che il presente lascerebbe
dietro di sé. Allo stesso modo, l'avvenire non è
più
l'effetto obbligatorio di tutte le cause che l'hanno preceduto nel
tempo e che lo determinano, come nelle visioni lineari della storia.
In ogni momento della storia, in ogni "attualità",
passato e avvenire sono per così dire rimessi in causa,
si configurano secondo una nuova prospettiva, conformano un'altra
verità. Si potrebbe dire, per usare un'altra immagine, che
il passato non è altro che il progetto
al quale l'uomo
conforma la sua azione storica, progetto che cerca di realizzare
in
funzione dell'immagine che si fa di se stesso e che si sforza
d'incarnare. I1 passato appare allora come una prefigurazione
dell'avvenire. E, nel senso proprio, l'"immaginazione"
dell'avvenire: il che è uno dei significati veicolati dal
mitema dell'Eterno ritorno.
Di
conseguenza, è chiaro che, nella visione che ci propone
Nietzsche, l'uomo porta l'intera
responsabilità del divenire
storico. La storia è una sua opera. Il che vale a dire
che
porta anche l'intera responsabilità di se stesso, che è
veramente e totalmente libero: faber suae fortunae. Questa
libertà è una libertà autentica, non una
"libertà" condizionata dalla Grazia divina o dai
costringimenti di una situazione materiale economica. E' anche una
libertà reale, vale a dire una libertà
consistente nella possibilità di scegliere tra due opzioni
opposte, opzioni esistenti in ogni momento della storia e, che,
sempre, rimettono in causa la totalità dell'Essere e del
divenire dell'uomo (se queste opzioni non fossero sempre
realizzabili, la scelta non sarebbe che una falsa scelta, la
libertà, una falsa libertà, l'autonomia dell'uomo,
un'apparenza).
Ora, qual'é la scelta offerta agli uomini della
nostra epoca? Nietzsche ci dice che questa scelta deve farsi tra
l'"ultimo uomo", vale a dire l'uomo della fine della
storia, e lo slancio verso il superuomo, vale a dire la rigenerazione
della storia. Nietzsche considera che queste due opzioni sono
tanto reali che fondamentali. Afferma che la fine della storia è
possibile, che deve essere seriamente esaminata, esattamente
come è possibile, il suo contrario: la rigenerazione
della storia. In ultima istanza l'esito dipenderà dunque dagli
uomini. dalla scelta che opereranno tra i due campi, quello del
movimento egualitario che Nietzsche chiama il movimento dell'ultimo
uomo, e l'altro movimento, che Nietzsche s'è sforzato di
suscitare, che ha già suscitato, e che chiama il "suo"
movimento.
Due
sensibilità
Visione
lineare, visione sferica della storia: ci troviamo
confrontati qui con due sensibilità differenti che non hanno
smesso di opporsi, che si oppongono e che continueranno ad opporsi.
Queste due sensibilità coesistono nell'epoca attuale. In uno
spettacolo come quello delle Piramidi, per esempio, la
sensibilità
egualitaria vedrà, dal punto di vista morale, un simbolo
esecrabile, poiché solo la schiavitù, lo sfruttamento
dell'uomo sull'uomo, hanno permesso di concepire e di realizzare
questi monumenti. L'altra sensibilità, al contrario, sarà
innanzitutto colpita dall'unicità dì questa
espressione artistica e architettonica, da tutto ciò che
suppone di grande e di spaventoso nell'uomo che osa fare la storia e
desidera spianare il suo destino...
Prendiamo un altro esempio. Oswald
Spengler, in una pagina
famosa, ha ricordato di quella sentinella
romana che, a Pompei, s'era lasciata seppellire sotto le ceneri
perché nessun superiore l'aveva sciolto dalla consegna. Per
una sensibilità egualitaria, legata ad una visione segmentaria
della storia, un tale gesto è totalmente sprovvisto di senso.
In ultima analisi non può che condannarlo, nello stesso tempo
in cui condanna la storia, perché ai suoi occhi questo soldato
è stato vittima di un'illusione o di un errore "inutile”.
Al contrario lo stesso gesto diventerà immediatamente
esemplare dal punto di vista
della sensibilità tragica e
sovrumanista, che comprende, intuitivamente si potrebbe dire, che
questo soldato romano non è veramente divenuto un uomo
altrimenti che conformandosi all'immagine che si faceva di sé,
vale a dire l'immagine di una sentinella della città
imperiale.
Abbiamo
citato Spengler. Ciò ci porta a porre, dopo lui,
il problema
del destino dell'Occidente. Spengler, come si sa, era pessimista.
Secondo lui la fine
dell'Occidente [alias]
è prossima, e l'uomo
europeo non può più, come il soldato di Pompei, che
mantenere il proprio ruolo fino alla fine, prima di perire da
eroe tragico nell'abbraccio del suo mondo e della sua
civiltà.
Ma nel 1980 [epoca della prima pubblicazione del presente articolo]
è alla fine di tutta la storia che tende
l'Occidente.
E’ al ritorno alla "felicità immobile della
specie" che chiamano i suoi desideri, senza vedervi nulla di tragico
in questa prospettiva, anzi. L'Occidente egualitario e universalista
ha vergogna del suo passato. Ha orrore di questa specificità
che ha fatto la sua superiorità per secoli, mentre nel suo
subcosciente si faceva strada la morale che s'era data. Perché
questo Occidente bimillenario è anche un Occidente
giudeo-cristiano che ha finito per scoprirsi tale, e che oggi
ne trae le conseguenze. Certamente, questo Occidente ha anche
veicolato a lungo un'eredità greca, celtica, germanica, romana,
e ne ha fatto la sua forza.
Ma le masse occidentali, private di veri
maestri, rinnegano quest'eredità indoeuropea. Solo piccole
minoranze, sparse qua e là, guardano con nostalgia alle
realizzazioni dei loro più lontani antenati, s'ispirano a
valori che erano i loro, e sognano di resuscitarle. Tali minoranze
possono sembrare risibili e forse lo sono effettivamente. E tuttavia
una minoranza, forse anche infima, può sempre arrivare a
guidare una massa.
Questa è la ragione per la quale
l'Occidente moderno, questo Occidente nato dal compromesso
costantiniano e dall'inhoc signo vinces, è
diventato schizofrenico. Nella sua immensa maggioranza vuole la fine
della storia e aspira alla felicità nella regressione. E nello
stesso tempo, queste piccole minoranze cercano di fondare una nuova
aristocrazia e sperano in un Ritorno che, in quanto tale, non
potrà
mai prodursi ("non tornano i Greci"), ma che può
mutarsi in rigenerazione della storia.
Verso
una rigenerazione della storia
Coloro
che hanno adottato una visione lineare o segmentaria della storia
hanno la certezza di "essere dalla parte di Dio", come dicono gli uni,
dì "andare nel senso della storia", come dicono gli altri. I
loro avversari non possono avere alcuna certezza. Se si crede
che la storia sia fatta dall'uomo e dall'uomo solo, che l'uomo sia
libero e che liberamente forgi il suo destino, bisogna ammettere che
questa libertà può, al limite, rimettere in causa, e
forse abolire, la storicità stessa dell'uomo. Occorre loro,
ripetiamolo, considerare che la fine
della storia è possibile,
anche se è un'eventualità che respingono e contro la
quale si battono. Ma se la fine della storia è possibile,
anche la rigenerazione della
storia lo è, ad ogni momento.
Perché la storia non è né il riflesso di una
volontà divina, né il risultato di una lotta di classe
predeterminata dalla logica dell'economia, ma di una lotta che
intraprendono tra di loro gli uomini in nome delle immagini che si
fanno rispettivamente di se stessi ed alle quali, realizzandole,
intendono adeguarsi.
Nell'epoca
in cui viviamo, alcuni non trovano altro senso nella storia se non
nella misura in cui questa tenda alla negazione della condizione
storica dell'uomo. Per altri, al contrario, il senso della storia non
è altro che il senso di un'immagine dell'uomo, un'immagine
usata e consumata dal marchio del tempo storico. Una immagine data
nel passato, ma che conforma sempre la loro attualità.
Un'immagine che non possono dunque realizzare che con una
rigenerazione del tempo storico. Essi sanno che l'Europa non è
più che un cumulo di rovine. Ma, con Nietzsche, sanno anche
che una stella, se deve nascere, non può mai cominciare a
brillare che in un caos di polveri oscure.