Nazione e ImperiumNazione e Impero
Non si riflette mai
abbastanza al fatto che vi sono due maniere di «avvertire»,
di pensare inconsciamente l'idea di nazione, due maniere che
scaturiscono direttamente dalla dicotomia caratterizzante la storia
dell'Europa occidentale. Se ci accordiamo -- salvo meglio precisare il
concetto in seguito -- di considerare la nazione come una
comunità fondata su (e da) una lingua, una civiltà e una
«sorte comune», ci si accorge immediatamente. per esempio,
che nel caso della Francia la nazione
è nata dall'impresa laboriosa di uno Stato («i quaranta
re...»), mentre nel caso della Germania o dell'Italia lo Stato ha costituito l'esito, la
«traduzione» in termini politici, di una coscienza
nazionale che si era infine destata. Ciò che potremmo chiamare
una «nazione-effetto» si oppone così a una
«nazione-causa».
Nell'«esagono» francese di cui i Romani, con la loro
amministrazione, avevano per primi tracciato i contorni approssimativi,
popolazioni ben diverse si erano sovrapposte o si affiancavano dopo la
decomposizione dell'impero. Nella stessa epoca, ricordiamolo, il
concetto di gentes si
rivelava insufficiente a cogliere le nuove realtà etnopolitiche,
e lasciava il posto poco a poco a quello di nationes.
Tutti sanno
come in seguito una di queste «nazioni» comprese
nell'Esagono, la nazione franca, dovesse ridurre le altre ed
assimilarle, imponendo loro, talvolta con la forza, la sua lingua, la
sua concezione del diritto e la sua civiltà. Questo processo di
assimilazione non si è compiuto senza «sbavature» ed
esse sono ancora perfettamente percepibili nella realtà politica
«francese» di oggi. E' evidente nondimeno che le antiche
«nazioni» non-franche, anche quando ne sussistono
emanazioni folcloristiche tuttora viventi, sono private, piaccia o no,
di ogni vis politica. foss'anche potenziale. Ciò è
talmente vero che i gruppi autonomisti non possono pensare l'autonomia delle loro
etnie in una prospettiva in cui gli Stati esistenti fossero conservati
(cioè nell'ordine politico
internazionale attuale), e invece sono obbligati a proiettare
l'idea autonomista in una prospettiva futura, europea (europeista) secondo
alcuni, universale
(universalista) secondo altri.
Senza
esserne talvolta pienamente coscienti, riconoscono così che essi
non potrebbero essere realmente differenziati,
cioè separati in
rapporto alla Francia, fuorché un mondo in cui non vi fosse
più né Francia, né d'altronde Inghilterra, Italia,
Germania, Belgio o Paesi Bassi.
Se si esamina ora il caso della Germania o dell'Italia, ci si accorge
come Il panorama storico che si presenta ai nostri occhi sia
rigorosamente differente, come si caratterizzi per tratti antitetici al
panorama francese. I re franchi avevano in un certo senso
«rovesciata» l'eredità politica romana. Essendosi
separati dall'Impero a partire dall'843 (firma del trattato di
Verdun). essi avevano parimenti rigettato l'idea imperiale, per
votarsi ad un'impresa mirante alla riduzione
al modello franco delle realtà etnopolitiche allora comprese
nell'attuale territorio francese. Fu ciò che si può
chiamare il regnum: il potere
politico non organizzava più nazioni
(prese in quanto tali nell'ambito dell'Impero) ma classi, certo originate più
o meno dalle «nazioni», ma che di tale origine avrebbero
rapidamente perso il ricordo. Al di là dei Vosgi, al contrario,
presso i Teutschen, così come in Italia, l'idea di imperium restava presente, non
cessava di assillare gli spiriti e dominava tutte le imprese politiche.
Quest'idea, bisogna dirlo, non aveva allora che un carattere
perfettamente irrealista. Il
Sacro Romano Impero germanico (Heiliges
Romisches Reich Deutscher Nation) non ebbe affatto più
dell'apparenza di se stesso, quantunque l'idea imperiale fosse ancora
abbastanza potente per imporre una «struttura» identica al
destino dei popoli che ad essa si richiamavano. Dalle antiche nationes si formarono nel suo seno
altre nazioni, ma esse non poterono mai acquisire una vera e propria
coscienza politica. perché l'idea imperiale ereditata da Roma vi
si opponeva. Così, Dante, per il quale l'uomo italiano si afferma in quanto
fatto di lingua e di civiltà, invoca con tutti i suoi voti il
veltro (il dux), cioè
il Sacro Romano Imperatore, che
è un tedesco. Dante, filo-imperiale, ma pur sempre
fiorentino. vede nei suoi vicini pisani il «vituperio delle
genti». Per lui l'Italia non è che «il bel paese ove
il sì risuona». A quest'epoca, non vi è dunque una Germania, un'Italia, ma solo dei Tedeschi, solo degli Italiani.
Perché
una coscienza nazionale
politica italiana o tedesca nascesse, era necessario che
l'«apparenza» imperiale stessa svanisse. E' ciò che
si verificò, in modo lento e impercettibile, sotto i colpi di
una Storia sempre brutale per coloro che si ostinano in un sogno. La guerra dei
trent'anni, le dominazioni straniere che fecero dell'Italia un
campo di battaglia umiliato e sanguinante, marcano i punti culminanti
di questo processo. Ma ciò era ancora insufficiente. Bisognava
ancora che sparisse e crollasse tutto ciò che, nei fatti, era legato per opposizione all'Impero:
in primo luogo la chiesa cattolica, che ne era l'antitesi intima, e per altro verso
il Regno, che ne era l'antititesi
esterna. Il che si produsse sotto l'influenza della rivoluzione
del 1789, che costituì il compimento di un'evoluzione
storica particolare della Francia; poi del Romanticismo, che
al contrario reagì (in Germania almeno) alla diffusione delle
idee rivoluzionarie.
Nato da una negazione assoluta dell'idea di Impero, il regno di Francia
aveva affermato, implicitamente come nei fatti, la supremazia di una natio sulle altre. Un'aristocrazia
feudale di orígine germanica vi giocava, all'inizio, un ruolo
abbastanza analogo a quello delle gentes
romane nella nascita della civitas. Ma questa aristocrazia,
per il fatto di non esprimere il potere sovrano, perse a poco a poco i
suoi contorni etnici e la sua coscienza storica. Ciò avvenne in
modo abbastanza complesso. L'aristocrazia francese si era trovata ad
essere obbligata ad assimilare le aristocrazie delle altre nationes incorporate nell'Esagono.
Ora, queste aristocrazie perpetuavano tendenze centrifughe apposte al
tentativo reale di centralizzazione. In base a ciò, i re
dovettero combattere la classe aristocratica, o perlomeno opporsi a
talune sue pretese, anche se questa classe era stata in origìne
uno dei pilastri del potere reale. Sappiamo cosa ne deriva. Avendo Luigi XIV
definitivamente privata l`aristocrazia dei suoi poteri, avendola
svuotata del suo significato politico e avendola trasformata in classe
parassitaria grazie alle seduzioni di quella prigione dorata che fu la
corte di Versailles, la rivoluzione diventava inevitabile. La
rivoluzione francese tu essenzialmente antiaristocratica,prima di essere
antimonarchica. al punto che non è esagerato dire che i «grand ancêtres»
del 1789 non fecero in fin dei conti che spingere fino al suo termine
naturale un processo che i «quaranta re» avevano già
sviluppato durante i secoli.
Questo amalgama che era la nazione francese, entrato nei fatti con la
Rivoluzione, non fece che prendere atto di ciò che la classe
privilegiata aveva perduto: con le proprie responsabilità, aveva
perduto anche la sua giustificazione.
Si
arrivò così al concetto di Stato-nazione, che andava poco a
poco ad imporsi, lungo il corso delle guerre rivoluzionarie, alla
coscienza dei popoli europei. Formata infine, o più esattamente creata, dallo Stato, la
«nazione» francese poteva ormai rivendicare la
proprietà di questo medesimo Stato. Fu Ia repubblica francese.
Di fronte a
questa nazione trancese (e tanto più che essa era divenuta
conquistatrice, sotto Napoleone) i popoli d'Europa, essendosi
riconosciuti in quanto nazioni,
vollero naturalmente esprimere parimenti il loro proprio Stato. In Germania e in Italia,
questo movimento politico di «indipendenza» e di
«unificazione nazionale» si confuse, sul piano
delle idee, col romanticismo. Ma, siccome l'eredità storica era
del tutto differente da quella della Francia, molti romantici italiani
e tedeschi concepirono la nazione,
e il diritto della nazione ad esprimersi in quanto Stato, in una forma radicalmente opposta alla
concezione francese. Vi fu certo una corrente romantica (italiana e
tedesca) che accetto le idee francesi tali quali erano, ovvero in
quanto esse portavano ad un superiore grado di coscienza la volontà egualitaria cristiana.
Non è evidenternente di questa corrente che noi trattiamo qui,
ma del romanticismo più autenticamente italiano e tedesco, da
cui sgorga, fino alla prima metà di questo secolo il
«destino parallelo» dei popoli di questi due paesi.
La nazione concepita dalla rivoluzione
francese è una nazione democratica, fondamentalmente
centralista, egualitaria e «anticlassista», seppure il suo
egualitarismo ed «anticlassismo» non apparissero che sotto
forma di un rilievo negatìvo,
figurante nella legge.
Al contrario
la nazione dei «romantici» (prendiamo questo termine nel senso
ristretto sopra specificata) non è di per se stessa né
egualitaria né demo
cratica
né centralista.
Ugualmente, dal punto di vista della logica
«rivoluzionaria», una nazione, ogni nazione, è uguale di
diritto a un'altra, a tutte le altre. Non è così invece
nella concezione romantica italiana o tedesca, e lo stesso linguaggio
si sforza di esprimere la differenza (là dove i francesi
parlerebbero di nation, i
tedeschi parleranno piuttosto di Volk).
E così che il pur clericale Vincenzo Gioberti
proclama a gran voce il primato degli italiani, mentre Johann
Gottlieb Fichte [alias]
vanta l'unicità del popolo tedesco, unico Volk in un mondo ove non rimangono
altro che masse.
Tutto
ciò si spiega abbastanza facilmente. In Francia, il passaggio
dalla nozione di Impero a quella di Regno comportava già, nei
fatti, una sorta di «restringimento» dell'orizzonte
geografico e mentale. II risultato obbligatorio di un tale ripiegamento
su se stessi era la«France seule». E questo ripiego
implicava anche, a più o meno lungo termine, che fosse
riconosciuta l'eguaglianza con le altre nazioni, con l'Altro tout court.
Al
contrario, la fedeltà alla nozione di Impero doveva
necessariamentesfociare
nella visione di un vero e proprio «cosmos politico»
comprendente tutti i popoli in un'organizzazione gerarchica. Nel
momento in cui la coscienza nazionale dei popoli faceva la sua entrata
sanguinosa nella storia d'Europa, Ludwig van Beethoven fa
esplodere lo spirito del suo tempo componendo quella meravigliosa Nona
Sinfonia [CD]che
è l'inno alla gioia di tutta un'umanità la cui storia
è divenuta planetaria. Lo stesso Beethoven straccia la dedica
della sua Eroica quando
Buonaparte viene cancellato da Napoleone, ma, d'altro lato. è
assolutamente incapace di immaginare il canto del ritrovarsi dei popoli
riuniti nel nuovo cosmo, senza un corifeo che lo susciti, lo conduca e
l'organizzi. Ritroviamo qui, inestricabilmente mischiate, le «due
anime nemiche» che abitavano il petto dei romantici...
Ritorniamo all'idea romana di imperium, ed alla traduzione
politica che ne è stata data. Le prime società
indoeuropee, quali possiamo conoscerle tramite gli studi
comparativi, rendono manifesto un contrasto abbastanza strano tra la
severa disciplina esistente in seno alla cellula sociopolitica di base,
la «famiglia patriarcale», il clan, e la tendenza invece
abbastanza pronunciata ad una certa
anarchia per
tutto ciò che concerne i rapporti di queste cellule fra di loro.
Di
fatto,
questo contrasto, che è strettamente legato alla dinamica della
storia indoeuropea,
non ci appare tale che in una prospettiva moderna. La realtà
sociopolitica
dell'epoca lontana (gli inizi del neolitico), in cui gli indoeuropei
prendono
posto nella storia, non è altro in effetti che quella di un
gruppo ristretto: il clan. E i rapporti tra i clan sono pressapoco
della stessa natura dei rapporti che si stabiliranno, in altre epoche,
tra le città
o tra gli Stati. Da
ciò l'impressione, piuttosto illusoria, di
«anarchia» che si può ricavare quando si prenda in
considerazione l'unità etnica degli indoeuropei e si cerchi di
sapere a cosa assomigliasse la loro società.
Ora, non esisteva una
società indoeuropea. Gli indoeuropei non concepivano sul piano
sociopolitico alcuna grande unità, per l'eccellente ragione che
essi non avevano (e non potevano avere) coscienza di ciò che, a
nostri occhi. faceva la loro unità.
A questa
coscienza, gli indoeuropei non poterono pervenire che progressivamente,
quando, in un'epoca molto più tarda, cominciarono a uscire dal
loro
isolamento e
si trovarono a confrontarsi con altre
etnie, con altre
civiltà. Ciò non avvenne d'altronde con
facilità, e quasi mai completamente. Le grandi coalizioni
«supertribali» che si formarono in occasione di spedizioni
migratorie e dei primi insediamenti in nuovi paesi, in mezzo a popoli
differenti, furono generalmente di breve durata, e tesero a
dissolversi. L'istituzione del potere
regale, che, all'origine, assicurava unicamente l'organizzazione
e la disciplina dell'orda nel corso dei suoi spostamenti (il re essendo
etimologicamente
«colui
che mostra la strada da seguire»), non ebbe all'inizio che un
carattere elettivo e provvisorio. Quand'essa tese, per sua propria
natura, a consolidarsi ed a divenire ereditaria, incontrò sempre
la resistenza dei capi dei clan, una volta completata la conquista.
E' per questa ragione che la storia iniziale dei gruppi indoeuropei
emigrati sotto altri cieli si confonde spesso con la lenta degradazione
di un'autorità monarchica e la «ri-atomizzazione»
del gruppo. Fu il caso, segnatamente, dei Greci e dei Celti.
Altrove,
l'istituzionalizzazione della monarchia si verificò, ma a spese
di tutta una tradizione indoeuropea (tradizione culturale, ma anche
genetica). Ciò avvenne presso i Nesos, che persero il loro nome
per diventare gli Ittiti, e presso certe tribù germaniche che
esaurirono il loro slancio sulle rive del Mediterraneo.
In generale,
i popoli indoeuropei hanno perfettamente percepito la necessità
di preservare la propria originalità, pur accettando le
conseguenze dell'allargamento dell'orizzonte culturale e geopolitico
che imponeva loro il trionfo progressivo della «rivoluzione
neolitica». Ma, limitandoci al mondo antico, soltanto i
Romani sono riusciti a operare una sintesi tra perennità,
fedeltà a se stessi ed alle proprie origini, ed accettazione
piena e intiera della loro «intricazione cosmica». Questa
sintesi porta un nome, inciso nella storia in lettere capitali: l'imperium.
Diciamolo
subito: la nozione di imperium
non deve essere confusa con quella di Impero, fosse anche romano. Non
c'è alcun dubbio in effetti, che 1'imperium ha trovato la sua
verità e la sua più perfetta realizzazione nello sforzo di costruzione della Roma
repubblicana, più che nell'impresa
di mantenimento dell'Impero postgiuliano. Di fatto, l'imperium riflette una
volontà di ordine cosmico, ed è quest'ordine che
organizza gerarchicamente le gentes.
In teoria come in pratica. 1'imperium
si situa agli antipodi di ogni «universalismo». Esso non intende affatto ridurre le umanità a una sola e medesima umanità,
ma cerca al contrario di preservare le diversità in un mondo
necessariamente votato all'unificazione.
I Romani non volevano che preservare la loro propria città, il
loro proprio jus
(poiché, per temperamento, concepivano tutto per il tramite del rito e del diritto). Ma, presso di loro,
questa volontà di autenticità implicava logicamente il riconoscimento dell'Altro.
È in questo che consiste la loro grandezza politica -- del che,
tra parentesi, furono sempre perfettamente coscienti. E potremmo quasi
affermare che l'impresa di conquista per Roma non fu che il
«risvolto» di un'altra impresa, questa puramente difensiva. Non bisogna
dìmenticare che dopo tutto il termine urbs viene da una radice
indoeuropea che significa all'origine «rifugio protetto dalle
acque».
In un mondo
in cui, a causa della rivoluzione neolitica, i popoli erano usciti dal
loro isolamento ed entravano in un insieme complesso dì
relazioni sempre più strette, l'imperium
romano corrispondeva dunque a null'altro che all'allargamento
progressivo della cinta protettrice dell'urbs. Costituiva il bastione dietro
il quale il civis romanus era
sicuro di poter vivere secondo il suo
ritmo e il suo diritto, nella
misura precisamente in cui gli altri, per necessaria differnziazione e
logica reciprocità, godevano della stessa garanzia.
Rifiuto organizzato e cosciente di ogni universalismo, di ogni reductio ad unum, l'imperium è tuttavia
politico, cioè realista, e non utopico. Esso è gerarchizzato. Ciascuno vi conserva
ii proprio jus, il proprio
diritto: ogni popolo è libero di amministrare la sua
città secondo la propria giustizia tradizionale. Ma nei rapporti
che si stabiliscono tra individui di diverse città, o tra le
città stesso, lo jus romanus
prevale sempre sullo jus latinus,
che a sua volta prevale su tutti gli altri. E là dove né
lo jus romanus né lo jus latinus sono applicabili
subentra lo jus gentium,
astrazione prettamente romana
per identificare ciò che sarebbe comune (o va comunque
applicato) ai jura di tutti i
popoli. In seno all'imperium
Roma gode dunque di una primazia assoluta, che si esplica dei tutto
naturalmente, e in perfetta giustizia, per il fatto che è essa
che ha concepito e creato, che organizza e assicura quest'ordine in
seno al quale ciascuno riceve il dovuto che gli è stato
attribuito da una Storia che è fatum.
Nel loro
sogno d'artisti, i Greci avevano tentato anch'essi di realizzare la
sintesi tra la fedeltà a ciò che erano e le esigenze
fatali del loro impegnarsi in un mondo «allargato»... ma
allargato soltanto nei limiti della ellenità. Si erano sforzati
di conseguenza di «addomesticare» la guerra, ritualizzando
l'aggressività naturale per mezzo di un'agoné (competizione) che
abbracciava tutte le manifestazioni civili all'interno della polis. Con le Olimpiadi essi
avevano ugualmente voluto assicurare, perlomeno periodicamente. un
ordine panellenico. E la pace instaurata da quest'ordine sgorgava,
significativamente, dalla messa in scena trionfale dell'agoné.
Questo sogno ellenico, Roma l'ha vissuto e l'ha fatto vivere al mondo
intero. I Romani non «addomesticano» la guerra. Tutto al
contrario, essi la istituzionalizzano,
sapendo che la guerra non è che uno dei due spettacoli
perpetuamente offerti allo sguardo del dio bifronte. Perché la
pace, la pax romana, è
anch'essa istituzionalizzata. Essa non è più la
contropartita di un gioco che permetta di «addomesticare»
la guerra, ma la contropartita, all'interno dell'imperium, dell'ordine scaturito dalla guerra, ed
anche dell'accettazione del principio dell guerra permanente tra i
popoli dell'imperium e quelli
che ancora non ne fanno parte. E poiché l'imperiurn rappresenta
l'ordine consacrato dal fatum,
molti popoli finiscono per fare appello ai Romani e domandare
l'ammissione all`impero (salvo tentare di ritirarsene, una volta
sistemati i propri affari: come i Galli, che fanno appello a Roma
contro i Germani, quindi si ribellano, senza successo d'altronde,
contro l'ordine cui essi stessi hanno fatto ricorso).
«Regere imperio populos, Romane, memento / parcere victis ac
debellare superbos»: tale la definizione che il poeta gallico che fu Virgilio
propone della missione che i Romani si
erano dati. Definizione tanto giusta che, quando Roma sarà
sparita, i popoli d'Europa sentiranno vivamente ancora la nostalgia
dell'ordine romano, e
tenteranno vanamente, con tutti i mezzi, di ristabilirlo.
Roma
diventerà allora sinonimo di «ordine politico»,
e si darà il nome di Caesar, l'imperator per eccelienza, ai
titolari del potere sovrano incaricati di assicurare l'ordine.
Si potrebbe forse obbiettare che l'imperium
condusse di fatto a quell'universalismo, a quel caos etnico che intendeva ricusare,
e, d'altra parte, che esso non poté mantenersi che per qualche
secolo, prima di decadere e sparire. «Orbi fecisti quod prius
urbis erat», cantava in un inno
a Roma un altro poeta celtico che si era dato il nome di Rutilio
Numaziano, [alias]e
che viveva sotto Onorio.
Il poeta aveva ragione, ma si potrebbe aggiungere che Roma non l'aveva certo voluto. Tutto
nella storia ha la sua misura. Nulla è eterno, né
assoluto. Si tratta sempre di piegare la storia ad una volontà.
di cercare di darle una forma.
Nella breve giornata di storia che hanno vissuto, i Romani si sono
affermati, rispetto e contro tutti, realizzando il solo progetto di imperium esistente. Essi l'hanno
fatto tanto a lungo quanto a lungo
ci sono stati. Giacché l'imperium
non decade veramente se non quando non
vi sono più Romani, se non quando «Roma non è
più in Roma».
Non ci si accorse forse subito che gli ultimi discendenti delle gentes erano morti sui campi di
battaglia. O forse ce ne si accorse. Ma lo si nascose con cura. Si fece
finta di credere che coloro che, ormai, si davano il nome di Romani, lo
fossero davvero. L'ultimo
dei Romani, lui, sapeva probabilmente ciò che ne era stato.
Egli non ignorava la pietosa finzione dell'indomani, e seppe riderne a suo
modo, crudele, sovranamente pieno di disprezzo, e tuttavia di
compassione. Forse, quando elevò il suo cavallo alla
dignità di console o di senatore, voleva far sapere sottilmente
che dal momento in cui non vi erano più Romani autentici, tutti
potevano essere Romani...
Con la rivoluzione industriale,
l'umanità è entrata oggi in un periodo di planetarizzazione. Nessun
popolo può sottrarsi a questa prospettiva planetaria, o sognare
di un impossibile isolamento. Un ordine planetario è
obbligatorio. Esso è fatale,
a più o meno breve scadenza. La Grande Politica di domani non
potrà essere concepita e perseguita altro che avendo ciò
che Ernst Jünger
chiama il Weltstaat, l'ordine
mondiale, come movente e come fine. I sintomi si manifestano
già: Società
delle Nazioni, poi Nazioni
Unite, sul piano dell'utopia; impero sovietico, impero americano
nei fatti.
Ma tutto porta a credere che gli Stati Uniti, come l'Unione Sovietica,
non siano capaci di essere la Roma di domani. Questi «blocchi», che
cercano di organizzare come possono i mezzi di potenza messi a loro
disposizione dalla rivoluzione
tecnologica, ricordano piuttosto l'Egitto dei faraoni e le
teocrazie della Mezzaluna fertile. Resta nondimeno il fatto che la
planetarizzazione che si opera esige un ordine cosmico. Quest'ordine
sarà «imperiale» o al contrario
«repubblicano» nel senso francese del termine, cioè
egualitarista? Nessuno può dirlo, perché l'avvenire
storico è libero. Possiamo soltanto impegnarci in un senso o
nell'altro. La soluzione ugualitaria, che sbocca nella
«Repubblica universale», implica la riduzione ad unum dell'umanità,
l'avvento di un «tipo universale» e l'uniformizzazione globale.
La soluzione «imperiale», lo ripetiamo, è gerarchica. Se la libertà,
nella dialettica ugualìtaria, non è che un assoluto che
si oppone ad un altro assoluto (la negazione della libertà),
nella dialettica «imperiale», essa non è che un relativo, direttamente legato alla
nozione di responsabilità
sociale. Nell'ímperium,
l'assoluto è il diritto del migliore secondo la virtù
dell'umanità dei suo tempo. Ma l'imperium è anche il solo
mezzo di preservare le differenze
dentro (e attraverso) una prospettiva planetaria, tramite un unicuique suum che riconosce
implicitamente il fatto fondamentale dell'ineguaglianza dei valori e
delle identità.
Da uno stretto punto di vista psicologico, l'avversione che manifestano
molti autonomisti e regionalisti per l'idea
«repubblicana» egualitaria, è perfettamente
giustificata. Essi infatti si ingannerebbero gravemente immaginando che
la sostituzione di un ordine «universalista» all'ordine
esistente basterebbe a risolvere i loro problemi. Perché la
«Repubblica» concepita dagli uomini del 1789 non è altro che la prefigurazione,
a livello nazionale, di uno Stato mondiale
egualitario, più riduttore e livellatore ancora di
quanto i giacobini mai siano stati.