Diritto ad esistere
Più volte, e da settori diversi, la nostra rivista è
stata accusata di dare eccessivo spazio alla questione giudaica. A quel
secolare problema che, ai nostri giorni, si manifesta in tutte le
nazioni a più elevato reddito e a regime liberaldemocratico dove
la minoranza ebraica esercita un potere spropositato nella finanza,
nell’informazione e nella cultura. Potere che puntualmente si
riverbera prima a livello legislativo e governativo, imponendosi infine
nella Grande Politica internazionale.
Ci rendiamo conto di quanto sia difficile esprimere delle opinioni
sotto la minaccia di una legge, la Mancino-Modigliani, che ha reso
terreno minato i temi della razza, della nazionalità e della
religione, e comprendiamo anche la prudenza di chi non vuole indisporre
un ambiente tanto influente e suscettibile come quello ebraico e
preferisce negarne a priori ogni specificità, riducendo tutto
alla sfera dello strettamente individuale.
A un osservatore onesto, tuttavia, il fenomeno della sovraesposizione
ebraica, ma soprattutto quello del coordinarsi delle lobby giudaiche
attive nei vari Paesi a favore nello stato d’Israele, dovrebbe
risultare tanto evidente quanto di grande attualità.
A documentare l’onnipervasività giudaica non sono del
resto gli antisemiti o i nemici di Israele, ma proprio, a causa del suo
tracotante ingombro, l’ebraismo stesso, con la sua editoria, i
suoi direttori di telegiornali, quotidiani e periodici, e la pletora
ossessionante di giornalisti, conduttori, opinionisti, corrispondenti,
inviati speciali, scrittori, produttori e registi teatrali e
cinematografici, presidenti di fiere e di mostre, nonché critici
letterari e musicali, una vera legione straniera a libro-paga nel mondo
dei media, delle arti e dello spettacolo.
Questi personaggi, che presidiano le posizioni ritenute strategiche
dalle lobby, escludendone di fatto chi non risulti gradito, agiscono
come un sol uomo e hanno in primis il compito di alimentare il clima
egocentrico e vittimistico di cui il giudaismo fisiologicamente ama
circondarsi. Ma essi si occupano di tutto. Ogni argomento offre
l’occasione per diffondere lo schema «corretto» e
quindi «autorizzato» di pensiero, per concedere agli amici
l’imprimatur e il successo e, viceversa, accollare
all’avversario, per metterlo fuori gioco, le accuse più
squalificanti.
Questa inesausta manipolazione, sia didascalica che diffamatoria, fa da specchio deformante anche alle vicende di Palestina.
Le radici storicamente più recenti di quanto sta accadendo nel
Vicino Oriente stanno in quegli eventi che, a partire dalla sconfitta
dell’Europa nel 1945, hanno accompagnato il tentativo sionista di
creare un proprio Stato. Un tentativo che dopo sessant’anni
consegna solo risultati fallimentari: l’entità ebraica non
ha mai goduto di un giorno di pace e la sua esistenza è
all’origine di gran parte delle tensioni mondiali, nonché
del fenomeno terroristico.
I più recenti dettagli della situazione, quali
l’enfatizzato sgombero da Gaza, l’erezione del Muro e da
ultimo l’aggressione ebraica al Libano, sono d’altra parte
la conferma che l’integralismo sionista ha perso la testa e si
è cacciato in un cul de sac dal quale non è in grado di
uscire.
Israele, alla lunga, non può sfuggire all’infelice
contesto geostrategico che lo vede circondato da un Islam che si
estende dall’Atlantico al Mar della Cina, né tanto meno,
dopo aver raschiato fino in fondo il barile dell’immigrazione,
alla sentenza della demografia che accompagna la riscossa del popolo
arabo. Nonostante l'attivismo della dirigenza ebraica che è
giunta a spendere milioni di dollari per ogni gruppo familiare ebraico
immigrato, è previsto che entro il 2030 all’interno degli
attuali confini di Israele gli arabi saranno maggioranza. E tuttavia lo
Stato ebraico rifiuta di cambiare registro e si avvia, tra rappresaglie
ed omicidi mirati, al disastro finale. Non vi è infatti ragione
per pensare che l’avventura dei coloni ebrei in Palestina possa
avere un destino diverso da quello, lontano, dei crociati di Terrasanta
o da quello, più vicino, degli italiani di Libia e dei francesi
d’Algeria.
I diretti interessati – quegli ebrei che vivono in Israele
– anche se ad alimentare la tensione esplosiva sono stati proprio
loro, non sembrano però rendersi conto di trovarsi
sull’orlo di un vulcano in eruzione. Ciò perché
vengono giornalmente rassicurati dai loro governanti. La stessa
funzione narcotizzante viene svolta ovunque nel mondo dalle lobby
ebraiche che, attraverso il controllo degli strumenti di formazione
dell’opinione pubblica, minacciano e blandiscono i politici
democratici orientandoli a celebrare la Memoria dell’Olocausto,
ad affiancare ogni iniziativa internazionale a favore dello Stato
ebraico, a contribuire alla campagna mediatica che tende a presentare
come terrorista ogni vittima della sopraffazione giudaica.
Si tratta nell'insieme di una densa cortina fumogena che allontana i
più dal percepire Israele quale prodotto ultimo ed in
controtendenza dell’ideologia colonialista.
Un’entità destinata ad essere permanentemente in guerra
con i vicini che non l’hanno mai accettata,
un’entità che per sopravvivere è costretta a
seminare attorno a sé ingiustizia, distruzione e odio.
Al riparo del veto americano, Israele rifiuta ostinatamente di
applicare le risoluzioni ONU e continua senza alcun controllo a
disporre di armamenti atomici. È dunque uno Stato che non si
regge, come tutti gli altri, sul diritto internazionale, ma sullo
strapotere militare garantito da un alleato-canaglia, gli USA, che
Israele tiene al guinzaglio col ricatto della religione e con la
trappola elettorale.
Uno Stato, quello ebraico, tanto artificioso da aver architettato la
propria nascita ancor prima di avere una lingua parlata e una
popolazione. Questa sarebbe stata attirata nel territorio con
gradualità; c’era infatti un piccolo intoppo da superare:
la scelta dei fondatori dello Stato era caduta su un Paese, la
Palestina, abitato da altri.
In tali condizioni la nascita di Israele non poteva che seguire un
percorso tortuoso. Ecco il complotto sionista che costringe gli
Occidentali a scaricare l’alleato arabo (1917); il tradimento
della potenza mandataria, l’Inghilterra, che invece di condurre
la Palestina all’indipendenza ne compromette, favorendo
l’immigrazione ebraica, l’identità etnica
(1922-1939). Ecco infine la scandalosa spartizione decisa
dall’ONU nel novembre 1947, un provvedimento privo di qualsiasi
base giuridica, in quanto non previsto dalla carta costitutiva delle
Nazioni Unite.
Pochi mesi dopo (maggio 1948) gli ebrei immigrati clandestinamente
proclamano, con la connivenza delle Superpotenze USA e URSS, la nascita
del loro Stato.
Da questo momento, la questione sionista si internazionalizza. Essa non
è più un problema per il solo Vicino Oriente e per gli
arabi, lo diventa anche per tutti gli Stati del mondo nel quale
risiedono degli ebrei. Quelle minoranze che fino ad allora erano
vissute facendosi i propri affari a livello economico e culturale si
trasformano in un organizzato strumento di pressione a favore di uno
Stato straniero, quello ebraico. Da problema sociologico, cioè
di politica interna, l’ebreo diventa problema di politica
internazionale.
Fin dall’inizio Israele si sviluppa in un clima di sopraffazione,
di pulizia etnica e di ributtante razzismo a danno della maggioranza
autoctona araba, espulsa o privata dei più elementari diritti
civili. Il mondo, schiacciato dalle lobby giudaiche, assiste in
silenzio e paga senza discutere il mantenimento dei palestinesi chiusi
nei lager israeliani e quelle infrastrutture – case, strade,
aeroporti – che Israele via via non si fa riguardo di distruggere
con le sue scorrerie nei territori occupati e negli Stati vicini.
L’Europa, negli ultimi mesi, ha già stanziato centinaia di
milioni di euro per la ricostruzione del Libano, come se quel Paese
fosse stato distrutto da un terremoto e non dai bombardamenti di
Israele.
La prognosi per una simile entità statuale non può che
essere sfavorevole; tant’è che il suo stesso diritto ad
esistere viene apertamente messo in discussione. È ormai chiaro
infatti che la fine del cervellotico esperimento sionista in Palestina
è l’unico modo possibile per assicurare il ritorno alla
pace nello scacchiere e porre al tempo stesso fine alle pressioni delle
lobby giudaiche sui vari governi del mondo.
Quanto agli ebrei residenti, tutti immigrati o figli di immigrati, non
dimentichiamolo, potranno, se lo riterranno opportuno e prudente,
restare in qualità di cittadini del futuro Stato palestinese, o
decidere di tornare da dove sono venuti. Non si può dubitare
che, in tal caso, troveranno ovunque, presso i loro correligionari,
l’aiuto necessario per il reinserimento.
Nonostante il buon senso sconsigli dunque il mantenimento dello status
quo, la totalità dei politici e degli intellettuali europei
– per evitare l’infamante accusa di antisemitismo e quindi
l’ira delle lobby – si dichiara per il «diritto di
Israele ad esistere».
Ma, se tutti sono d’accordo – dicono a questo punto gli
ebrei – si può alzare il prezzo e chiedere di più.
Portavoce di questa posizione oltranzista si è fatto di recente
Yehud Gol, ambasciatore di Israele in Italia.
In un’intervista rilasciata a Massimo Caprara e pubblicata dal
Corriere della Sera del 29 luglio 2006, costui si è spinto a
criticare gli stessi fiancheggiatori di Israele: «Lo sa quando mi
irrito? Mi irrito quando c’è chi sostiene che Israele ha
diritto di esistere. Cosa direste se qualcuno vi dicesse che riconosce
il diritto all’esistenza dell’Italia?».
Avete letto bene. Siamo al gioco delle tre tavolette!
Il «diplomatico» si permette di paragonare Israele
all’Italia e alle altre nazioni, come se il «diritto ad
esistere», per uno Stato, non derivasse da situazioni di
stabilità etniche, storiche e culturali, dalla capacità
cioè di imporre e di far durare nel tempo (e non pochi decenni
con la forza) le condizioni per essere accettati nel contesto
internazionale. Soprattutto dai Paesi vicini e confinanti, i quali, nel
caso di Israele, fin dai primi passi dell’insediamento ebraico,
hanno in tutti i modi fatto conoscere la loro posizione assolutamente
negativa.
Posizione che ancor oggi appare immodificabile.
Non c’è spazio in conclusione sulla Terra per chi nel
terzo millennio si propone di inventare nuove nazioni, specie se queste
non sorgono in modo spontaneo dalle rivendicazioni autonomiste di un
popolo già insediato in un preciso spazio geografico, con la sua
storia e le sue tradizioni, ma, come è il caso di Israele,
affondano le loro deboli radici nel caotico confluire di nuclei isolati
ed etnicamente disomogenei, di fanatici integralisti religiosi.
I sionisti, provenendo dalle più disparate regioni del globo,
dove per secoli i loro antenati avevano liberamente scelto di vivere,
colti dalla visionaria, estemporanea idea di cambiare residenza in
massa, prendono a intrufolarsi nel territorio di un altro popolo,
quello palestinese, che di nessuna colpa si era macchiato nei loro
confronti e, per farsi spazio, ne perseguono sfacciatamente il
genocidio.
Quel mondo occidentale che oggi è schierato a fianco di Israele,
e che al massimo arriva a riconoscere «anche» ai
palestinesi il diritto a uno Stato (dove, se il territorio è uno
solo?) finge di dimenticare che i principi laici ed egualitari sui
quali si fonda la democrazia sono in aperta contraddizione con le basi
ideologiche e culturali dell’insediamento ebraico.
Un’esigenza di coerenza ci spinge a un ulteriore rilievo. Il
concetto semita di una divinità antropomorfa, di un Dio
partigiano che scende nella storia a fianco del suo popolo, quello
ebraico, e contro tutti gli altri, è all’origine di una
caricaturale idea del sacro che viene posto a tutela del proprio miope
vantaggio materiale. È stata una simile visione del mondo a
spingere i giudei all’autoisolamento e a improntare ad astiosa
presunzione i loro rapporti con le altre genti, disprezzate
perché escluse dall’Alleanza e giudicate per ciò
stesso inferiori.
* * *
Le ragioni dello scontro tra Occidente e mondo islamico, oltre che
politiche ed economiche, sono dunque anche religiose. Cerchiamo allora
di capire perché questa componente stia assumendo crescente
importanza al punto che vediamo scendere in campo uno contro
l’altro il Popolo Eletto e il Partito di Dio.
Sono presenti sulla Terra, approssimativamente, dieci o quindici
milioni di ebrei, un miliardo di cristiani e uno di musulmani. Balza
subito all’occhio il numero assai ridotto degli ebrei: la loro
è una religione che non è nata per diffondersi, ma solo
per cementare, in modo razionalizzante e laico, la compattezza del
gruppo. Per escluderne gli altri, i non ebrei. L’assenza del
proselitismo non ha però evitato al giudaismo di trovarsi
coinvolto in complicate relazioni teologiche con le altre due grandi
religioni.
Cristo e Maometto, figure di riferimento rispettivamente di
cristianesimo e Islam, non escono dai confini delle proprie religioni;
il Dio degli ebrei invece, sia pure sotto altro nome, Dio Padre per i
cristiani, Allah per i musulmani, è anche il Dio degli altri due
monoteismi i quali, proprio perché tali, ed essendo venuti dopo,
non potevano inventarsi un altro Dio con le stesse prerogative del
primo arrivato.
Le convergenze tra Jahweh, Dio Padre ed Allah, restano però solo
generiche, i tre personaggi sono sì tutti onnipotenti, eterni e
quindi coetanei, ma l’identikit di ciascuno non corrisponde
affatto a quello degli altri due. Caratteri assolutamente diversi,
opposto il modo di confrontarsi con la realtà e con
l’uomo, suggerimenti comportamentali contraddittori, gusti
artistici inconciliabili: dalla più severa sobrietà si
passa al trionfo del barocco, al colore e alle immagini.
Il preconcetto monoteista, la persuasione che quella del Dio unico
fosse la scelta migliore, impedisce però di scavare a fondo
sulle differenze, di definire i distinguo, di privilegiare la
chiarezza. E, in verità, incamminarsi su questa strada avrebbe
avuto per il monoteismo implicazioni devastanti. Meglio perciò
un compromesso fumoso – anche se questo recava in sé i
germi di future guerre civili tra i popoli del Libro – piuttosto
che accettare l’idea di divinità diverse costruite
ciascuna secondo natura, e cioè a immagine e somiglianza del
proprio popolo. Sta di fatto che ad avvantaggiarsi di questa situazione
è lo Jahweh ebraico.
Il Dio di una piccola tribù nomade che nulla ha trasmesso alla
Storia, né organizzazione politica, né architettura,
né scienza, né arte, ha dunque inopinatamente raggiunto
una posizione dominante. Facendo un paragone con la nostra storia del
secolo passato, sarebbe come se Vittorio Emanuele III di Savoia avesse
iniziato la sua carriera istituzionale come re d’Albania, per
diventare poi re d’Italia e imperatore d’Etiopia e
d’Abissinia.
Il successo del Dio ebraico è pieno e colpisce in particolare
per quel che riguarda l’Islam. Se Cristo, per i suoi fedeli,
è un Dio, Maometto, anche per i suoi, rimane un semplice
profeta. Perché l’Islam rinuncia, già in partenza,
ad avere una voce autonoma al vertice? Né il profeta, né
i suoi epigoni erano dotati di una statura intellettuale da lasciare
nel pensiero religioso una traccia originale. È umanamente
comprensibile quindi che, per fornire al proprio proselitismo
credenziali più valide dello scarno Corano, i musulmani si
rifacessero a quanto in quel momento era disponibile sulla piazza, e
cioè alla Torah ebraica, la quale del resto non era altro che
uno zibaldone, un caotico collage di leggende cosmogoniche e miti
comuni a diversi popoli dell’Oriente. Su questo corpus, gli
ebrei, grazie alla loro straordinaria mobilità, erano riusciti a
mettere le mani, imprimendogli, col trascriverlo, una specie di
copyright.
Diverso il caso del cristianesimo. Carismatica e più articolata
spiritualmente la personalità del Cristo, più ricco lo
sviluppo del pensiero teologico per la possibilità di innestarvi
elementi propri delle culture greca, latina e poi europea, con le
quali, grazie a Roma, la nuova religione era destinata a incontrarsi.
Sarebbe stato dunque possibile per il cristianesimo dar vita a una
religione interamente nuova, e di fatto la Chiesa ha dimostrato da un
lato la capacità di liberarsi dai condizionamenti impliciti
nelle sue origini, dall’altro quella di assorbire usanze, culti,
tradizioni, feste e riti pagani e di saperli metabolizzare,
proponendoli ai fedeli nel tripudio di una liturgia che rimane ad oggi
ineguagliata.
Questi apporti, gestiti da una solida gerarchia, davano vita col
trascorrere dei secoli a una costruzione teologica assai diversa dal
giudaismo, una religione non più legata all’Oriente, ma
vicina all’Europa. Il sacro era sprovincializzato; il suo
baricentro non era più l’Alleanza tra Dio e il popolo
ebraico. La Legge non era più, come nella Torah, una serie di
regole poste a tutela degli interessi di un ristretto gruppo etnico.
Era subentrata una visione morale universalmente accettabile nella
quale a nessuno a priori era riconosciuta una posizione di privilegio.
E infatti le ristrettezze del monoteismo ebraico vengono superate, i
nuovi dogmi accolgono via via altri personaggi, cadono i divieti
alimentari, si elimina la circoncisione, si aprono, grazie a una fede
orgogliosa delle sue certezze, spazi per la diffusione della
civiltà e, con la divozione ai santi e alle loro raffigurazioni,
varchi preziosi per la vita artistica.
Sullo sfondo, non chiariti, restano, è vero, dati di fatto
ineludibili: Gesù era stato sicuramente un ebreo, e gli stessi
Vangeli confermano che la sua predicazione era stata rivolta
esclusivamente ai giudei. Il Crocifisso non aveva insomma avuto la
minima intenzione di stravolgere l’ebraismo, di trasformarlo in
qualcosa di esportabile. Quel che era avvenuto dopo di Lui era solo una
costruzione cresciuta su iniziativa degli uomini e sui capricci della
storia.
A una precisa scadenza questo peccato originale, rimasto a lungo sullo
sfondo, presenta però la sua cambiale all’incasso. La
Chiesa non può evitare di essere coinvolta dai grandi eventi
dell’umanità, specie se essi riguardano da vicino la
concorrenza.
Con l’indiscutibile vittoria nel secondo conflitto mondiale della
setta giudaica e il contemporaneo imporsi oltreoceano del calvinismo
più radicale, ad essa strettamente legato, il cristianesimo
viene bloccato nel suo sviluppo e di fatto risucchiato
nell’orbita veterotestamentaria. Talché oggi, tra gli
addetti ai lavori, si parla comunemente di giudeocristianesimo, di
radici giudaicocristiane.
Cancellando secoli di ostilità tra giudaismo e cristianesimo e
di scontri durissimi tra i portatori delle due visioni del mondo,
scavalcando il grande ostacolo di fondo, ossia la documentata
incompatibilità teologica e caratteriale tra Jahweh e
Gesù, i rapporti tra le due fedi prendono a intrecciarsi in
cordiali scambi di visite protocollari e riunioni ecumeniche, eventi
tutti che per i cattolici si fanno puntuale occasione per scuse,
aperture e caute ritrattazioni dottrinali. Le Chiese cristiane, con la
deferenza tipica di chi ha qualcosa da farsi perdonare, recuperano le
loro radici e proclamano, rinunciando a convertirli, la loro sudditanza
teologica nei contronti dei «fratelli maggiori».
Nella sostanza, la grande comunità cristiana è svuotata
da dentro e fagocitata dall’ebraismo. Non è difficile
capire come le conseguenze di un simile rivolgimento siano destinate a
uscire dal ristretto ambito religioso. Da quando il giudaismo della
diaspora viene, a torto o ragione, identificato con lo Stato ebraico,
la Chiesa si sente moralmente obbligata a prendere posizione coerente
al Patto divino col Popolo Eletto. Non importa che per dare
soddisfazione a pochi milioni di ebrei ci si metta in urto con un
miliardo di musulmani; Gesù era ebreo, Maometto no; si deve
stare dalla parte di Israele. Ecco i cattolici, confondendo sacro e
profano, fomentare in prima persona lo scontro di civiltà. Ecco
il pontefice, sordo al grido di dolore che giunge dai popoli del Vicino
e Medio Oriente, mettere sullo stesso piano gli aggressori e le
vittime, pretendere che queste accettino passivamente il sopruso
patito. Ecco il cardinale Ruini (riunione CEI del 18 settembre 2006)
esaltare gli sconci, odiosi scritti della Fallaci.
È in questo nuovo schieramento assunto dalla Chiesa che il
Padre, che nella cristianità era scivolato tacitamente, ma
progressivamente in secondo piano a vantaggio del Figlio, registra un
clamoroso ritorno. È lui anzi, in un mondo ormai giudaizzato, a
garantire, grazie ai suoi priviligiati rapporti con i giudei,
agibilità al cristianesimo e alle sue gerarchie.
Nell’atmosfera di collaborazione strategica instauratasi tra
giudaismo e cristianesimo, Gesù non ha ovviamente buone carte da
giocare. Dagli ebrei, quel che gli spettava – la croce –
già l’aveva avuto, e il fatto che in seguito la sua Chiesa
l’avesse proclamato Dio a pari merito non aveva certo migliorato
le cose. L’ipotesi di uno Jahweh che si abbassa ad accettare una
diarchia è, per ogni ebreo, pura empietà. Il Dio della
Torah è per antonomasia l’Unico, il Solo.
I contatti attuali dell’ebraismo con la religione cristiana sono
dunque solo tattici, strumentali, coltivati per i vantaggi che possono
portare. Nella religione romana, per i giudei, l’unico a contare
è il loro Jahweh, cui gli altri della Trinità, volenti o
nolenti, hanno tirato la volata.
* * *
Sarebbe di grande interesse – così come accadeva ai tempi
degli Dei olimpici – ascoltare i commenti dei diretti interessati
circa la complicata situazione nella quale le vicende storiche e le
elucubrazioni dei mortali li hanno cacciati.
Non è difficile immaginare il loro stato d’animo.
Il Dio d’Israele è il più sereno. Sempre
interessato a intervenire nella Storia a fianco dei suoi e sempre
geloso delle proprie prerogative, è indubbiamente soddisfatto di
dominare dall’alto le tre religioni e la moltitudine dei loro
fedeli.
Il bilancio del Cristo è assai meno soddisfacente; quando si
guarda attorno è costretto per prima cosa a rilevare che, mentre
i musulmani trattano la sua figura con grande rispetto, gli ebrei, che
già in vita gliene avevano fatte passare di tutti i colori, nei
loro testi ufficiali continuano a riempire, Lui e sua Madre, di
insulti. Per questi motivi sta covando da tempo verso il Padre un sordo
risentimento. Come poteva essere che Dio, che pure, grazie al Figlio,
per non dire a spese del Figlio, si era trovato catapultato ai vertici
della nuova religione, restasse indifferente a tutto quanto era
avvenuto? Avrebbe dovuto scuotersi e farsi sentire dai colpevoli, come
del resto molte altre volte, e per eventi di assai minor rilievo, era
successo nel passato. Invece non aveva fatto una piega ed era rimasto
fermo come una roccia nel Patto col Popolo Eletto.
Ma Gesù lamenta anche torti più recenti. Servendosi di
una gerarchia alla quale di cristiano è rimasto solo il nome, il
Padre ha messo in atto, col Concilio, l’Ecumenismo, il Dialogo
interreligioso, un vero e proprio colpo di Stato. Il Vecchio,
l’uomo degli ebrei, che per secoli – un battito di ciglia
– era rimasto sornione sulle sue, ha ora praticamente
detronizzato il Cristo.
La rivoluzione costruita dal Cattolicesimo a partire dalla Sua parola
si è afflosciata. A Gesù, già titolare della nuova
religione, è rimasta solo l’esteriorità, unicamente
qualche prerogativa di facciata. Le strutture istituzionali della Sua
Chiesa ruotano ormai nell’orbita del più classico
giudaismo.
Quanto ad Allah, è oppresso dalla sindrome da doppia
personalità. È una crisi che nessuno psicanalista
potrebbe risolvere, anche se le sue cause sono evidenti. Come abbiamo
già visto, l’Islam si è scelto lo stesso Dio degli
ebrei e Costui ha le mani legate dall’Alleanza col suo popolo. I
musulmani, in conclusione, non hanno santi in paradiso e, in terra sono
considerati dagli ebrei solo i figli della serva di Abramo. Non si
salva neppure Maometto. Per qual motivo infatti il Dio di Israele
dovrebbe aver fatto uno strappo alla regola illuminando, col dono della
profezia, un non ebreo?
Pur priva della consistenza numerica necessaria per muovere nel mondo
con le proprie gambe, la setta ebraica si è rivelata nel tempo
abile a sgomitare anche nel campo religioso. Ed è stato proprio
perché esaltata dalla imprevedibile e spropositata influenza
acquisita dal suo Dio che sta ancora pensando di potersi allargare
nelle terre del Profeta.