L'Unione
Europea non gode certo di buona salute. Lo hanno
testimoniato,
nel 2005, il voto di Francia e Olanda contrario alla Costituzione e
il fallimento del successivo vertice dei venticinque.
L'opinione
pubblica continua intanto a osservare con diffidenza l'operato di una
classe politica che da un lato favorisce l'indiscriminato ingresso di
stranieri, dall'altro non è in grado di arginare la
criminalità che ne deriva. Ma le critiche si appuntano anche
sull'incapacità dell'Europa di incidere sulla
realtà
mondiale e di affrontare con risposte tempestive le emergenze
economiche ed energetiche. E' diffusa quindi la sensazione che
neppure nei prossimi anni riuscirà a instaurarsi fra gli
Stati
membri la necessaria compattezza, né potrà essere
superato tra essi l'attuale, enorme divario legislativo e quindi
economico.
Cresce
insomma la perplessità tanto sugli obiettivi dell'Unione,
quanto sulle regole formali, i binari sui quali tali obiettivi
dovrebbero marciare.
Questo
il clima di incertezza nel quale si affaccia il tema dell'ingresso
della Turchia nella Comunità. Si tratta, per l'Europa, di
una
decisione che sta dividendo gli Stati e, al loro interno, le forze
politiche. E' noto ad esempio che in Germania la SPD
è favorevole e la CDU
contraria, ma, a prescindere dalla scelta che potrà fare il
governo tedesco visto lo stallo che si è creato tra i due
partiti, va messo nel giusto rilievo il fatto che in quel paese sono
già presenti tre milioni di turchi, parecchi dei quali
già
votano e possono dire la loro, da cittadini
«tedeschi»,
sull'argomento in discussione. In Italia, la questione divide la
stessa maggioranza [l'articolo è del 2005], nella quale si
oppongono all'entrata della Turchia componenti cattoliche e la Lega.
Quanto
alla gente comune, un sondaggio del settembre 2005 dice che in Europa
il 42% degli interpellati è indeciso. Il dato non deve
stupire; non sono in molti ad avere le idee chiare. La scelta se
aprire o meno le porte a un paese tanto diverso dai nostri implica
infatti valutazioni complesse di tipo storico e culturale, mette in
gioco l'economia, la politica estera, addirittura l'identità
etnica dell'Europa. Una mole tale di problemi che mai aveva
accompagnato la candidatura di uno Stato.
L'esito
delle discussioni circa l'adesione della Turchia segnerà
dunque il futuro europeo per un lungo periodo e sarà
cruciale
per capire se un giorno potrà nascere una nuova grande
potenza, gli Stati Uniti d'Europa, o se l'Unione dovrà
restare
quel che è oggi. E cioè un soggetto che punta ad
allargarsi, rinunciando però a sovranità e forza
militare; un aggregato incapace di darsi un volto politico e un
indirizzo sociale; un mercato unico gestito da quei burocrati della
grande finanza la cui unica ambizione era di dotarlo di una moneta
unica.
Prima
di entrare nel vivo della trattazione ci pare il caso di precisare
che per parte nostra non vi è alcuna prevenzione contro la
Turchia. Abbiamo anzi la massima stima per il popolo di quel paese,
per la sua disciplina civile e le sue virtù militari, per lo
spirito di sacrificio, l'adattabilità e la voglia di
riemergere di cui ha dato prova nelle più difficili
circostanze storiche.
Le
conclusioni che trarremo sono solo destinate a dare un'onesta
risposta al quesito se all'Europa e alla Turchia convenga associarsi
in vista di un percorso comune o se per la nazione turca non sia
meglio imboccare una strada autonoma e diversa. Di quest'ultima
alternativa valuteremo gli argomenti a favore, la
realizzabilità
del progetto, giudicando anche quali vantaggi da esso possano
ricadere sull'Europa.
Situazione
geopolitica e
socioeconomica della Turchia
La
Turchia è una grande nazione con 800.000 chilometri quadrati
di superficie e 80 milioni di abitanti. Il suo sviluppo demografico,
rispetto a quello europeo,
è
a dir poco esplosivo. Basti pensare che nel 1927 i turchi erano solo
14 milioni e che oggi oltre il 40% della popolazione ha meno
di 20 anni. Nell'Unione la Turchia avrebbe dunque i numeri
per
essere lo Stato più popoloso, costringendo tutti gli altri
partner ad accettare il suo peso politico.
I
problemi maggiori nascono però dalla sua collocazione
geostrategica. La Turchia occupa in Europa, col 3% appena della sua
superficie, l'estremo lembo della penisola balcanica attorno ai
Dardanelli e al Bosforo. Anche se la città di Istanbul
controlla la grande via d'acqua verso il Mar Nero ed è
perciò
il cuore commerciale della Turchia, il suo baricentro, con la
capitale Ankara, e i suoi interessi geostrategici si trovano altrove,
a est, verso il Caucaso e l'Asia Centrale e a sud, in direzione del
Vicino e del Medio Oriente. Ed è proprio in quest'ultimo
scacchiere che la Turchia negli scorsi decenni si è attivata
a
livello politico concludendo accordi di largo respiro internazionale.
Accordi che vanno ben oltre i compiti NATO,
di cui la Turchia fa parte, e finiscono per farla gravitare,
anziché
nell'orbita mediterranea ed europea, in quella dell'Occidente
atlantico.
Questa
scelta, che poteva essere capita negli anni della minaccia comunista,
ha messo oggi la Turchia in urto con gli Stati vicini, Siria e Iran,
ma soprattutto con i prevalenti sentimenti del mondo islamico.
C'è
insomma nel futuro di una Turchia membro dell'Unione il rischio
concreto di controversie e incidenti di confine che, degenerando,
potrebbero trascinare in complicazioni belliche anche il Vecchio
Continente. Ora, se la nuova Europa è per i suoi popoli
soprattutto un progetto di pace, nessuno deve poter fare il suo
ingresso nell'Unione nel caso abbia guerre in corso o agisca nel
contesto delle nazioni in modo da provocarle. Più che di
diritti umani, di PIL e di tassi di inflazione, si dovrebbe
perciò,
nei colloqui con la Turchia, discutere di politica estera e far
chiarezza sugli schieramenti.
A
suggerire prudenza sono dunque in primo luogo gli stretti rapporti di
Ankara con USA e Israele, due potenze che, impelagate nella regione
in una specie di Vietnam, si muovono. apertamente e di concerto, in
modo ostile al mondo arabo col quale l'Unione, per
evidenti motivi di complementarietà commerciale, energetica
e
turistica, ha invece tutto l'interesse a conservare i migliori
rapporti.
Ma
anche il quadro economico esige circospezione. La Turchia ha un
reddito pro capite più basso di quello
dei Paesi
dell'est europeo e gran parte della sua forza lavoro è
ancora
occupata nell'agricoltura. E' prevedibile, con queste premesse, che
milioni di persone, cui manca la possibilità di raggiungere
in
patria il desiderato benessere, possano muoversi, appena ciò
sarà più facile, verso l'Europa.
Garantire
a milioni di stranieri alloggio, assistenza sanitaria e istruzione,
sta però rivelandosi un costo sociale assai pesante, anche
perché non può essere ignorato il carico delle
spese
complementari, quelle ad esempio derivanti dal mantenimento della
legalità e dalla gestione degli apparati giudiziario e
carcerario. A queste difficoltà si sommano i problemi di
convivenza, economicamente non quantificabili, che nascono dalla
diversità dei nuovi arrivati, problemi che, a volte, non
solo
portano a escludere ogni possibilità di assimilazione e
integrazione, ma contengono le premesse per la ghettizzazione
ambientale degli ospiti e quindi per una conflittualità
senza
fine.
Ora,
se sulla diversità razziale c'è poco da dire,
essendo
un dato di fatto, ci pare interessante, visto il crescente rilievo
che l'opinione pubblica attribuisce alla questione, qualche
puntualizzazione circa la religione. Non si tratta di una
divagazione, ma di undiscorso che può aiutare a comprendere lo stato d'
animo,
la psicologia di fondo, tanto della nazione europea, quanto di quelle
masse che premono per entrarvi.
Immigrazione,
Cristianesimo e
Islam
Per
secoli i religiosi europei, invece di offrire ai fedeli spunti di
riflessione e arricchimento spirituale, invece di schierarsi a difesa
dei valori etici maturati nel tempo da ciascun popolo, hanno
preferito legittimare e sorreggere il potere politico, qualunque
fosse. Non mancavano d'altra parte nei loro Libri
Sacri e nella dottrina ecclesiale - a lungo elaborata e
aggiustata dai teologi - i riferimenti favorevoli di volta in volta
alle più diverse, contraddittorie soluzioni politiche o di
costume. In cambio, il potere secolare pei metteva alla Chiesa di
accumulare privilegi e ricchezze e di imporre - per conservare il
vantaggioso status quo - divieti di ogni genere,
soprattutto
censure intellettuali e scientifiche.
Gli
uomini della Chiesa hanno dunque sistematicamente accompagnato il
cammino delle oligarchie. Giustificato lotte di conquista. Avallato
grandi spostamenti di popolazioni se non vere e proprie pulizie
etniche. Insidiato, attraverso le conversioni di massa poste in atto
da un insensato proselitismo missionario, la compattezza delle
nazioni. Provocato e benedetto sanguinose guerre di religione.
Eliminato e spinto con ottuso fanatismo a eliminare le testimonianze
artistiche e letterarie dei popoli vinti.
Comportamenti
del genere non spiegano peròil potere della Chiesa. Esso può nascere solo dal
consenso
e dunque dalla mobilitazione e dalla organizzazione dei fedeli.
Costoro sono attratti dai suggestivi, universali miti cosmogonici
delle Scritture, e conquistati dalla promessa salvifica, che stempera
fino a cancellarlo, il tragico insito nella vita. La massa dei
credenti, che non ha la forza di guardare in faccia la
verità,
di accettare e apprezzare il mondo per quel che è, viene
coinvolta e rassicurata dai misteri di una liturgia che permettono il
sogno e liberano da ogni angoscia.
Il
problema della morte è superato: chi è convinto
di
essere immortale non ha bisogno di avere coraggio.
Grazie
al retaggio della sua civiltà greco-romana e alle prepotenti
spinte culturali del Rinascimento e dei Lumi, l'Europa era
però
riuscita ad alleggerire la pressione dell'apparato ecclesiastico. Era
nata una visione del mondo affrancata dai condizionamenti della
paura, dell'intolleranza e della sessuofobia. La morale non era
più
confinata e ristretta nell'ambito di un giudizio religioso. I valori
espressi dalla società civile se ne erano staccati, avevano
conquistato una loro autonomia.
Anche
il culto, e le forze spirituali che lo ispiravano, erano ormai
«nazionalizzati»; le cupe radici giudaiche del
cristianesimo diluite nelle tradizioni locali.
Questa
positiva tendenza si è purtroppo interrotta con l'infausto
esito della seconda guerra mondiale. La Chiesa ha deciso di rinnegare
il secolare percorso compiuto a fianco dell'Europa e ai giorni nostri
ha assunto una posizione di assoluta «correttezza
politica»:
respinge e disprezza il sentimento nazionale, fa suo il progetto di
un'umanità indifferenziata e globalizzata. I popoli europei,
la cui esistenza stessa è messa in discussione
dall'immigrazione di massa, vedono così le istituzioni
ecclesiastiche e il clero schierati contro di loro, dalla parte di
chi si propone di rovesciare il quadro demografico e culturale
d'Europa.
Con
le sue strutture «caritatevoli» la Chiesa favorisce
l'illegalità, attira e nasconde i clandestini, penalizza la
manodopera nazionale, si vanta di dare asilo a zingari asociali che
vivono derubandoci. I suoi organi di stampa e i suoi vescovi
influenzano vasti settori politici della destra e della sinistra, e
diffondono, come un morbo, la cultura della resa. Si mobilitano a
favore di minori restrizioni agli ingressi, si battono per
1'«accoglienza», per il
«ricongiungimento»,
per l'adozione di minori stranieri, per trasformare insomma in modo
irreversibile, il tessuto sociale, etnico e quindi anche estetico
della nazione europea.
Ma
come possono pensare gli uomini delle varie Chiese, chiara emanazione
di istituti radicati nel territorio e nella cultura europei, e per
secoli legati agli interessi dei bianchi e del loro colonialismo, di
riuscire graditi a tutti i popoli del globo? Per qual motivo, se non
per basso opportunismo, per tentare cioè di intrufolarsi
nelle
classi sociali che contano, un indiano o un africano dovrebbero
allontanarsi dalle loro divinità e passare a un Dio
d'importazione?
Quale
coerenza c'è, d'altra parte, tra una predicazione che si
dichiara indirizzata a tutti i popoli della Terra e il più
autorevole dei suoi testi-guida, quello veterotestamentario che,
proprio perla sua
essenza rigorosamente nazional-giudaica, contraddice qualsiasi
ecumenismo? Un testoil
cui fulcro è proprio l'«Alleanza» con
uno
specifico popolo, a favore del quale Dio interviene nella
Storia (1).
Un testo tanto partigiano da prescrivere.
senza falsi
pudori, una doppia morale: quella incentrata su sentimenti fraterni,
valida tra ebrei, e quella, opposta e spietata, da applicarsi agli
esclusi dall'«Alleanza», i
goym,gli
impuri.
E,
c'è da chiedersi, avrà un limite la deriva
giudaizzante
della Chiesa attuale? Riusciranno a sopravvivere, nel ripiegamento
verso il più severo monoteismo dei «fratelli
maggiori»,
i culti paralleli della Madonna e dei Santi che hanno caratterizzato
fino ad oggi il cattolicesimo? Potrà reggere il riposo
domenicale? Saranno ripristinati i divieti previsti dalla Torahcirca gli alimenti e
la
raffigurazione di persone e di animali? Schivata l'infibulazione,
la civiltà euroea é destinata a scivolare verso
la
circoncisione?
Enorme
l'inadeguatezza di una Chiesa che non abbia salde radici nel suo
popolo di una religione che non tenga nella dovuta considerazione gli
interessi nazionali e sociali dei fedeli. O che, peggio ancora, con
essi si metta in rotta di collisione. Quale idea poteva farsi un
cinese, al tempo della rivolta
dei Boxer,
di un compatriota che indossasse la veste talare cattolica
o
protestante? Quale giapponese sano di mente avrebbe potuto
considerare in modo positivo la presenza di un missionario americano
dopo le bombe
di Hiroshima e Nagasaki? Cosa pensano oggi i francesi dei
loro
parroci impegnati ad assistere quei giovani stranieri che accendono
roghi di auto, devastano scuole e asili e sparano sulla polizia?
E
non avvertono sensi di colpa i cristiani per le stragi che in Africa
vedono puntualmente coinvolte le comunità convertite? Non
vedono, in quella stessa realtà geografica, il pur
elementare
collegamento tra la politica della Chiesa e l'incontrollata
esplosione demografica, causa principale della povertà di
massa? Respingere la limitazione delle nascite, combattere la
mortalità infantile, organizzare campagne di aiuti, non
può
portare ad alcun risultato. Anzi, vengono progressivamente alimentate
negli assistiti la disaffezione al lavoro e la dipendenza. Ogni
equilibrio naturale è sconvolto e le popolazioni del
Continente Nero, rese incapaci di autogestirsi, di produrre cibo per
i loro figli e di progettare un futuro, sono spinte verso il tragico
sbocco che stanno vivendo: gli scontri tribali, il campo profughi o
l'emigrazione.
Non
deve stupire che i popoli europei, snervati da una democrazia la cui
senza cosmopolita e mercantilistica li ha allontanati da qualsiasi
interesse per cosa pubblica, diseducati dall'internazionalismo delle
ideologie marxista e cattolica, ingannati da chi specula sulle
disgrazie della collettività - le cosiddette associazioni di
volontariato, e quegli imprenditori che cercano di scaricare sulle
spalle del popolo i costi delle loro aziende - manifestino una
propensione sempre più scarsa a battersi per preservare le
loro particolarità etniche e culturali, a reagire contro il
progressivo deterioramento del vivere sociale.
E'
infatti diventata pressoché generale l'incapacità
a
ravvisare differenze tra le caratteristiche individuali, a dare il
giusto peso alla razza, alla nazionalità, alle
qualità
della persona. Non deve stupire che, in questo desolante
clima di semplificazioneculturale,
tutto scivoli verso
il più piatto ugualitarismo e vengano invocate frontiere
sempre più aperte, un'accoglienza per gli stranieri
più
calda, leggi che assegnino subito ai nuovi arrivatialloggi, scuole con vitto speciale, confortevoli luoghi di
preghiera e di svago.
L'idea
di spalancare le porte di casa a tutti è diventata ormai
un'ossessione generazionale. E' un coro monocorde che esce lagnoso
dai giornali, dalle parrocchie, dai sindacati, dalle aule
scolastiche, da tutte le reti televisive, di destra e di sinistra.
Vogliono convincerci che,
per unmotivo o per l'altro, hanno diritto di ingresso non solo
tutti i
disperati e i diseredati del mondo, ovviamente con le loro famiglie,
ma anche, in qualità di rifugiati, coloro ai quali il regime
politico del paese in cui vivono non risulti gradito.
Il
criterio di giudizio in base al quale quest'ultima categoria di
stranieri dovrebbe essere accolta dimostra l'arrogante presunzione
dei globalizzatori. Ogni Stato della Terra è infatti messo
in
permanenza sotto esame per vedere se rispetta i parametri della
morale occidentale. Quella teorica beninteso, visto che quella
pratica - lo vediamo tutti - è fatta di truffe mediatiche,
sopraffazioni economiche, droga e bombe. Se la pagella, rilasciata
dai «poteri forti», risulta insufficiente, il
soggetto in
esame si guadagna il titolo di «Stato canaglia» e i
suoi
cittadini, anziché battersi in patria per le loro idee,
possono diventare profughi, col diritto-premio (nel senso che vengono
anche pagati) di essere ospitati in Europa.
Saranno
questi «fratelli» che oggi siamo costretti ad
accogliere
che, dai ghetti dove li avremo aiutati a crescere come in una coltura
batterica, decideranno un domani il destino dei nostri figli e dei
nostri nipoti.
Gli
unici, a quel punto, che avranno la possibilità di farsi
assimilare, saranno gli europei.
Per
dovere di obiettività, va detto che nella stessa Chiesa non
c'è solo la stridula voce dei Tettamanzi,
dei Colmegna, dei Montenegro, della Caritas.
Nel
novembre 2005 persino il cardinale
Ruini, presidente della CEI,
ha espresso la sua accorata preoccupazione per i matrimoni
(religiosamente) misti, in rapida crescita, ventimila solo
nell'ultimo anno. Che si tratti di un fenomeno talora drammatico
è
confermato dalle vicende di cronaca che vedono alla ribalta le
connazionali che hanno sposato un musulmano, e la loro prole
sballottata tra Europa e Africa. Vicende che costano ogni anno alla
nazione, senza che vi sia nella fattispecie alcunché da
tutelare, centinaia di ore di lavoro di magistrati e diplomatici.
Ma
ha senso «preoccuparsi» per i matrimoni misti se
non si
contrasta l'immigrazione che ne è il presupposto?
Sul
tema immigrazione pure l'odierno
pontefice, allora cardinale, in visita nel maggio 2004 al
Senato,
si era espresso con grande perplessità: «La
multiculturalità, che viene continuamente e con passione
incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto rinnegamento
di ciò che è proprio».
Eancora, nella stessa sede: «L'Europa
è paralizzata da una crisi che mette a rischio la sua vita,
affidata, per così dire, ai "trapianti" che poi,
però, non possono che eliminare la sua identità.
A
questo interiore venir meno corrisponde il finto che anche
etnicamente l'Europa appare sulla via del congedo».
Questi
stessi concetti, poi ripresi, e quasi con le medesime parole,
dall'occidentalissimo presidente del Senato Marcello
Pera, ospite di Comunione
e Liberazione, hanno
suscitato peraltro, nelle sedi
più diverse, sconcerto e accese discussioni. Discussioni in
cui purtroppo abbiamo visto prevalere un inconcludente, generico
umanitarismo, mentre sono stati del tutto ignorati i fatti. E
cioè
i danni che l'invasione sta provocando all'ordine e alla sicurezza
dello Stato, l'offesa arrecata al costume e al decoro delle nostre
città, le difficoltà della pubblica istruzione
costretta a marciare al passo dei più lenti, di quelli che a
scuola... non capiscono l'insegnante.
Non
è infine secondaria la constatazione di come i problemi si
aggravino i immigrati di seconda o terza generazione i quali, privi
di identità nazionale, ignoranti, non competitivi e
socialmente astiosi, rappresentano il prototipo nel disadattato
violento e irrecuperabile.
Sorge
a questo punto spontanea e inquietante la domanda: se persino due tra
le massime autorità della Chiesa hanno espresso i loro dubbi
sull'immigrazione, perché il clero non ne prende atto?
Perché
organizzazioni cattoliche si comportano anzi, nei confronti della
stessa Santa Sede, come bande di ammutinati?
A
conclusione di quanto fin qui detto va dunque affrontata la questione
del retroterraculturale
e religioso degli immigrati che, piuttosto che dal Perù o
dalle Filippine (su cui i cattolici trovano ovviamente poco da
obbiettare), giungono in Europa dai Paesi musulmani, asiatici o
africani, e della conciliabilità di questo retroterra con lo
stile di vita e più in genere con le strutture giuridiche e
civili della nostra società.
Ora,
non si può negare che a differenza di quanto concerne le
migrazioni interne europee nei paesi d'origine di questi immigrati
è
storicamente mancata qualsiasi scossa paragonabile a quelle che hanno
fatto uscire l'Europa dall'immobilità del medioevo. Nessun
cambiamento socioeconomico, nessuna rivoluzione nella rappresentanza
civile e nella dinamica produttiva. Nulla insomma, negli ultimi due
secoli, che tenesse l'Islam al passo con l'Occidente, in modo da
consentirgli di impedire, o quantomeno limitare, la penetrazione
delle grandi potenze coloniali.
Neppure
la fine delle occupazioni militari ha segnato l'affermarsi
dell'indipendenza e della libertà e una ripresa dello
sviluppo
civile. L'inferiorità era rimasta tale e quale il
cambiamento era stato solo una scelta dei dominatori posta in atto
per mera convenienza. Ed
ecco
infatti che, con la complicità di corrotte
dirigenze
locali, al dominiostraniero diretto, al «protettorato» e al
«mandato»,
sono subentrati il neo colonialismo delle banche e delle
multinazionali e lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali, in
particolare di quelle energetiche.
La
frustrazione del mondo musulmano doveva però raggiungere il
culmine a causa del «capostipite» dei monoteismi,
quello
ebraico. Il giudaismo, non solo ha posato nel nido altrui il proprio
Dio, mettendo le religioni concorrenti in condizioni di grave
sudditanza psicologica. Il successo di questa operazione parassitaria
l'ha inorgoglito e reso ancor più sicuro del favore divino.
La
sua visione del mondo risulta così connotata da una
supponenza
razzista che ignora la minima moderazione. Ed ecco, nel secolo
scorso, la decisione del fondamentalismo sionista di tuffarsi
ufficialmente nel secolare, di puntare a un anacronistico potere
temporale, rifacendosi, per la scelta del luogo, nientemeno che alla
parola di Dio. Ed è vero! Come raccontano gli ebrei nel
loro libro sacro. Dio aveva promesso, a quello che aveva
scelto come «Popolo Eletto», guarda caso agli
stessi
ebrei, una terra, non esattamente identificata, ma comunque collocata
in una regione araba, abitata da arabi.
E
tuttavia, nonostante il via libera dall'Alto, agli ebrei non
è
mai riuscito di realizzare nella Storia questa fantomatica
incoraggiante promessa. Solo alla fine del primo conflitto mondiale
il loro potere di condizionamento economico e teologico (2)
sui vertici politici dei Paesi atlantici ha permesso agli ebrei di
mettere piede in Palestina e di creare in seguito, con la connivenza
delle superpotenze e dell'ONU,
un loro Stato coloniale, Israele, nel quale gli autoctoni sono
stati, da subito, oggetto di discriminazione e persecuzione.
Pur
priva di qualsiasi legittimazione, nei successivi cinquant'anni la
prepotenza ebraica si è intensificata ed estesa ai territori
vicini, con azioni militari e col terrorismo più spietato
contro le popolazioni civili.
Né
dall'esterno qualcuno è intervenuto a bloccare la follia
giudaica. Che tuttavia non può dirsi vincente. Se la
disperata, solitaria resistenza palestinese contro l'invasione e
l'occupazione appare al momento senza sbocco, paradossalmente risulta
ormai chiaro che la lotta non avrà fine se non con l'uscita
degli intrusi dall'intera Palestina.
Intanto
la situazione si è però complicata. L'Intifada,le pesanti ritorsioni ebraiche, il terrorismo
che colpisce
quei Paesi cui è mancato il coraggio di prendere le distanze
da Israele, hanno allargato il terreno dello scontro. Nell'interesse
dell'entità giudaica e dei fabbricanti di armi d'oltreoceano
la plutocrazia mondialista ha infatti scatenato il suo attacco contro
le nazioni ancora libere dell'area mediorientale.
Ora,
se a questa mossa i corrotti e deboli governi arabi, legati di fatto
a Israele attraverso gli USA, non hanno reagito e sono rimasti in
silenzio, diverso l'orientamento delle popolazioni. Nessun buon
musulmano ha potuto restare indifferente alla periodica presa in giro
delle «offerte di pace» di Israele, alle
aggressioni,
prima comunista, poi americana, in Afghanistan, agli attacchi USA
all'Iraq per destabilizzare e smembrare quel paese, alle recenti
minacce di portare la guerra anche in Siria e in Iran.
Il
pessimo clima instauratosi tra Occidente e mondo islamico non
può
essere capito se non risalendo all'esasperazione cui il giudaismo ha
portato il mondo arabo. Senza Israele non ci sarebbe alcun
terrorismo. E la situazione è in peggioramento. Al punto in
cui siamo - grazie a Israele e ai suoi complici - basta una vignetta
per scatenare il finimondo.
Appare
chiara a questo punto l'inopportunità che masse
«incazzate»,
giustamente incazzate, di immigrati islamici
facciano il loro
ingresso in Europa. Non potrebbero certo vivere fra di noi facendo
finta di essere «neutrali».
Anche
se noi sappiamo che l'Europa non ha nulla a che
vedere con
l'Occidente, del quale anzi, attraverso la presenza onnipervasiva
delle lobby atlantica e
giudaica, subisce l'oppressione, non possiamo sperare che
il
mondo musulmano possa far sua questa valutazione. Essa purtroppo
è
contraddetta dai fatti. I nostri sono a ragione giudicati paesi a
sovranità limitata e, come tali, considerati la retrovia
logistica di quei «crociati» atlantici che, a
tutela di
Israele, stanno facendo la guerra all'Islam.
In
attesa che l'Atlantico si allarghi e Stati Uniti ed Europa vadano
ciascuno per la propria strada, occorre evitare che quello scontro
tra noi e il mondo islamico che Israele fomenta per uscire
dall'isolamento, si verifichi.
Per
scongiurarlo, l'Europa deve prendere atto, assumendo nelle sedi
internazionali l'atteggiamento conseguente, che i Paesi islamici
hanno diritto a indipendenza, pace e libertà; i Paesi
islamici
devono a loro volta capire che il Vecchio Continente è
già
troppo popolato per ospitare altra gente e che gli europei vogliono
restare europei.
E'
dunque indispensabile, per ambo le parti, che i musulmani oggi spinti
a trasferirsi in Europa trovino invece tutti onesto sostentamento
entro i loro confini nazionali.
Ci
auguriamo che la Turchia, nella sua qualità di Stato
musulmano
più forte e popoloso del Mediterraneo, dia il buon esempio.
La
sua influenza può essere positiva su tutte le nazioni
dell'area, ma anche su quegli Stati balcanici nei quali, come
Bulgaria, Macedonia, Albania, Bosnia Erzegovina, la componente
islamica è rilevante.
Al
di là dell'immigrazione, vi sono però altre
valide ragioni per esaminare in modo critico l'obiettivo
turco
di associarsi all'Europa.
I rapporti con la
Grecia e coi
vicini orientali
La
rivalità tra Turchia e Grecia risale a una realtà
geografica che ha visto i due popoli sfruttare per i loro traffici le
medesime rotte marittime, occupare via via le stesse terre e le
stesse isole. Anche i grandi scontri armati degli anni Venti del
Novecento e il successivo accordo per uno scambio di popolazioni che
ha messo in fuga, verso una patria finalmente sicura, milioni di
persone, sia turchi che greci, hanno lasciato tracce profonde. Lo
scambio di popolazioni fu infatti più complesso di quanto
comunemente non si creda. Il protocollo
firmato a Losanna nel 1923, in cui è inserita
l'intesa per
lo scambio, non si riferisce genericamente a greci e turchi, ma a
«sudditi
turchi di
religione greco-ortodossia residenti in Turchia e
sudditi
greci di religione musulmana residenti in Grecia».
Non si parla dunque di appartenenza etnica o linguistica;
il
criterio in base al quale le persone dovevano essere deportate era
unicamente il legame con una religione.
Furono
di conseguenza espulsi dalla Turchia, in quanto legati alla Chiesa
ortodossa, anche gruppi di madrelingua turca, e dalla Grecia
comunità
di religione musulmana, che si esprimevano da tempo immemorabile in
lingua greca. Questa vicenda, accompagnata dal fatto che fino a
qualche anno fa, tanto in Grecia che in Turchia, la religione doveva
essere indicata sui documenti di identità personale
rilasciati
dallo Stato, dimostra la faciloneria con la quale viene attualmente
trattato l'argomento immigrazione, e quanto scarsa sia la
possibilità
che gente di religione diversa possa pacificamente convivere.
La
principale controversia che oppone oggi le due nazioni, è la
questione di Cipro, già colonia britannica dal 1914 al 1960.
Al momento dell'indipendenza la maggioranza
degli abitanti
dell'isola, di lingua greca, chiede l'unione con la madrepatria, ma,
per non scontentare i turchi, e soprattutto per giustificare la
permanenza di basi militari, i britannici preferiscono dar vita a uno
Stato formalmente indipendente.
Quattordici
anni dopo, a seguito di un tentativo ellenico di annettersi l'isola,
la Turchia reagisce militarmente, occupa la parte nord orientale
dell'isola, ne caccia la popolazione greca e costituisce uno stato
satellite, la Repubblica di Cipro Turca. Questa entità
è
rimasta a tutt'oggi priva di riconoscimento internazionale, se si
esclude quello della stessa Turchia. Chi vuole entrarvi è
costretto a servirsi di porti e aeroporti turchi. Tutti i tentativi
di riunificare l'isola sono finora falliti;
non solo, ma Ankara si rifiuta di riconoscere la Cipro
greca
che già fa parte della Comunità Europea. Come
possono i
turchi entrarein un
consesso rifiutandosi di riconoscerne un membro?
Foriera
di gravi preoccupazioni per i futuri rapporti tra i due Paesi
è
anche la collocazione a ridosso della costa turca di molte isole
dell'Egeo, (tra cui il Dodecaneso, invero possedimento italiano dal
1912 al 1947) appartenenti alla Grecia,
abitate da greci, ma le cui acque territoriali si sovrappongono a
quelle turche.
Dopo
l'ultima aggressione americana in Iraq, la Turchia è di
fatto
coinvolta nelle complicate operazioni di ingegneria istituzionale
destinate a dare assetto definitivo
all'intera regione
mesopotamica; senza i turchi nessuna decisione importante
può
essere presa. Ci riferiamo a un possibile smembramento dell'Iraq,
oggi ingovernabile grazie alla presenza delle truppe americane che,
scalzando Saddam Hussein, hanno innescato il regionalismo autonomista
di curdi e sciiti.
«L'Iraq
è un vaso di Pandora da non scoperchiare»aveva detto Bush
padre. Il figlio,
dopo 1'11 settembre, ha fatto di tutto per scoperchiarlo: non ha
badato alla vita dei militari, né alle spese per gli
armamenti
(il costo della campagna irachena a quanto pare sarebbe, per i soli
Stati Uniti, di sei miliardi di dollari al mese). E evidente chenegli USA, dopo 1'11 settembre, dietro il paravento della
lotta
al «terrorismo», si sono imposti poteri
più forti
di quello del Presidente. Già il 6 febbraio del 1982, sul
quotidiano israeliano Haaretz,
il giornalista Zeev Schiff sosteneva che, dal punto di vista
degli interessi israeliani, la dissoluzione dell'Iraq in uno Stato
sciita, in uno sunnita e in uno curdo è quanto di meglio
possa
capitare. Ed ecco Philiph
Zelikow, il funzionario incaricato di vagliare le
informazioni
raccolte dai servizi segreti statunitensi per riportarle al
Presidente, confermare che, al di là delle pretestuose
giustificazioni per l'attacco fornite dagli USA
all'Europa
e al mondo, e cioè la presenza di armi di distruzione di
massa, «quella contro l'Iraq è una guerra
per
proteggere Israele».
Non
è neppure da sottovalutare il contenzioso che divide la
Turchia dai suoi vicini per lo sfruttamento delle acque dolci.
Laportata dei fiumi che, nati nella
penisola
anatolica, proseguono il loro corso in Siria e in Iraq, viene
progressivamente ridotta dalle grandi dighe costruite per irrigazione
agricola e produzione elettrica. Ankara ha previsto 8 dighe e 8
centrali idroelettriche sul Tigri, 14 dighe e 11 centrali
sull'Eufrate. Saranno irrigati quasi 2 milioni di ettari e prodotti
27 miliardi di chilowattora all'anno. Poiché queste dighe
sottraggono grandi quantità di acqua alla Siria e all'Iraq,
il
danno alle loro agricolture risulta evidente. Ma alle lamentele degli
interessati così ha risposto l'allora presidente turco
Demirel:
«Né
la Siria né l'Iraq possono
avanzare pretese sui
fiumi turchi, così come la Turchia non interferisce sul loro
petrolio. Con le nostre risorse abbiamo diritto a comportarci come
meglio crediamo».
Atteggiamenti
del genere scoraggiano ogni prospettiva di buon vicinato, e fanno
apparire possibili guerre per l'acqua.
A
contrapporre la Turchia alla Siria c'è anche, dagli anni
Quaranta. la controversia di confine riguardante la città di
Iskenderun, nota pure come Alessandretta perché fondata a
suo
tempo da Alessandro Magno.
La
città, un porto defilato in una profonda insenatura,
apparteneva alla Siria, che dal 1922 era stata affidata alla Francia
con mandato della Società
delle Nazioni, l'ONU di allora. Ebbene, la Francia, che non
aveva
alcun diritto di disporre come si trattasse di cosa sua del
territorio soggetto al mandato, nel luglio 1939 cede alla Turchia
L'intero sangiaccato di Iskenderun, rivendicato dai turchi col nome
di Hatay (5 mila chilometri quadrati e 220 mila abitanti, dei quali i
turchi erano una minoranza) (3).
La
regione viene occupata dalle truppe turche mentre la Siria, che di
fatto è colonia francese, non è in grado di
reagire.
La
mossa della Francia, altrimenti inspiegabile, va inquadrata in un
particolarissimo momento storico: manca appena un mese
alla
dichiarazione di guerra anglo-francese contro la Germania e occorre
evitare che la Turchia possa schierarsi con l'Asse. Un bel
regalo a spese altrui è quel che ci vuole.
Damasco
ha sempre considerato l'illegalità compiuta a suo danno
assai
risentimento verso la Francia e la Turchia è vivo ancora
oggi
e, più nell'anniversario dell'invasione, elementi arabi
hanno
manifestato per le vie di Iskenderun chiedendo che il
territorio venga restituito alla Siria.
Alle radici storiche della
questione
Ma
come è possibile che una nazione, che non è certo
nel
mondo tra le più vaste, le più industrializzate o
quelle con più alto reddito, debba registrare nella sua
contabilità una tale mole di problemi?
Per
comprendere e chiarire la questione è necessario risalire
nel
tempo ed esaminare, almeno a grandi linee, gli eventi relativi al
declino e alla scomparsa dell'Impero Ottomano, di cui l'odierna
Turchia era il nucleo fondante. La pianta riprodotta [nella versione
cartacea dell'articolo] è tratta da un testo dell'anno 1900,
l'Andreas Atlans. Visi può constatare come buona parte dei Balcani,
vaste zone
dell'Egeo oggi appartenenti alla Grecia, quali la fascia costiera di
Salonicco e il Dodecaneso, ma anche territori asiatici quali la
Siria, che comprendeva allora Libano, Palestina e Giordania, fossero
tutti soggetti alla sovranità di Costantinopoli. Eranoottomane infine la Mesopotamia con l'odierno Iraq, la grande
penisola araba, e importanti regioni del litorale nordafricano come
la Tripolitania e la Cirenaica.
L'Impero
era dunque una vasta costruzione multinazionale - con turchi, slavi,
arabi, greci, armeni e curdi - e multireligiosa, con musulmani e
cristiani di parecchie confessioni, in prevalenza ortodossi. Ed
è proprio sfruttando quella mancanza di unità
etnica e
religiosa, che per i grandi imperi ha sempre costituito una
debolezza, che era iniziato da parte delle potenze europee l'assalto
finale al bastione turco.
La
Russia zarista, trovandosi ai confini dell'Impero, era favorita e
poteva muoversi su due direttrici: a sud verso il Caucaso; a
occidente verso i Balcani e il Mar Nero, dove intendeva impadronirsi
degli Stretti in modo da avere libero accesso al Mediterraneo.
Gli
inglesi insidiano l'Impero dal Mediterraneo, ove hanno imposto, con
la presenza della loro flotta, l'indipendenza perla Grecia, e sono installati a Gibilterra e a Malta. Con i
prestiti usurari concessi dalle loro banche gli inglesi mettono in
crisi il Viceré d'Egitto che dipende da Costantinopoli, gli
sottraggono le azioni del Canale
di Suez e, nel 1882, occupano l'intero paese, estendendo in
seguito il loro controllo anche al Mar Rosso e al Sudan.
Mentre
i russi non si fanno scrupoli e quando pensano di poterne trarre
guadagni territoriali scendono in guerra contro i turchi, gli inglesi
hanno una strategia diversa. Vogliono impedire che il rivale russo
possa irrobustirsi troppo a spese di Costantinopoli. Ed ecco che,per evitare il crollo dell'Impero, prendono addirittura le
armi
in sua difesa. E la guerra
di Crimea del 1854, che vede la Russia sconfitta da
un'inedita
alleanza tra turchi, anglo-francesi e piemontesi.
Appena
qualche lustro dopo, i russi sono di nuovo all'offensiva. Sconfiggono
pesantemente i turchi e, col Trattato
di Santo Stefano del 1878, ottengono posizioni egemoniche nei
Balcani e nel Mar Nero. Ma la soddisfazione dello zar è di
breve durata: nello stesso anno, le potenze europee, con le decisioni
prese al Congresso
di Berlino, vanificano la vittoria russa.
Per
questo «aiuto» tocca però a
Costantinopoli pagare
un prezzo assai alto. I turchi non solo sono costretti a cedere il
possesso di Cipro agli inglesi, i quali dopo l'apertura del canale di
Suez consideravano l'isola di grande interesse strategico
(l'Egitto
sarà occupato quattro anni dopo), ma devono accettare
pesanti
interferenze nei loro affari interni. Il pretesto per questa lesione
della sovranità turca sono - nihil sub sole novi -
i
«diritti umani» dei sudditi turchi di
religione
non musulmana, del cui benessere i grandi d'Europa, con improvvisato
altruismo, mostrano di preoccuparsi. Fatto sta che gli ortodossi dei
Balcani e la Grecia, i cristiani libanesi e soprattutto gli armeni,
che in guerra si erano schierati a fianco dell'attaccante russo, sono
posti sotto la
protezione di
russi, e francesi.
Ma
gli Occidentali non ne fanno unicamente una questione di rispetto
della religione o di astratte libertà politiche. A loro
interessa l'economia. Per consentire alla Turchia di
«progredire»,
largheggiano in prestiti, erogati per lo più da banche
ebraiche, alle quali, come a un Fondo
Monetario Internazionaleante litteram viene
riconosciuto
il diritto di indirizzare e controllare il bilancio ottomano. Il
rimborso del debito estero assorbe 1'80% delle entrate dell'Impero e
si renderebbe dunque necessario un ritocco delle tariffe doganali, ma
i controllori stranieri non vogliono penalizzare le esportazioni dai
loro Paesi e si oppongono provvedimento.
L'impero
si apre sempre più al Mercato. I residenti e i commercianti
europei - ma anche i cittadini ottomani di maggior riguardo protetti
da passaporti di favore rilasciati dai consoli occidentali - vengono
sottratti alla legge turca e le controversie che li riguardano
giudicate dai diplomatici stranieri. E il regime delle cosiddette
capitolazioni, cui devono sottostare tutti coloro che fanno affari
con gli europei, o con gli ebrei
e
gli armeni a questi equiparati.
Bruno
Barilli, un giornalista italiano presente nei primi anni del
Novecento a Costantinopoli, così descrive le conseguenze
ultime di questo stato di cose: «un
europeo poteva liquidare con un paio di ceffoni ogni discussione coi
rappresentanti della legge, e le prostitute occidentali che
passeggiavano in folla per la via di Pera trattavano a ombrellate i
gendarmi troppo zelanti».(4)
Le
capitolazioni possono sembrare un istituto giuridico assurdo,
improponibile nel mondo moderno, eppure, se ci si pensa, la stessa
situazione di privilegio, di fatto di impunità, è
riconosciuta oggi in Italia ai militari americani. Risalgono a pochi
anni fa la vicenda
dei piloti USA che hanno tranciato i cavi della funivia del Cermis,
e quella dei marinai della Sesta Flotta di stanza a Napoli sorpresi
dalla nostra polizia a spacciare grosse quantità di droga.
Entrambi gli episodi - a dimostrare che non può esservi
legalità senza sovranità - hanno visto gli
americani,
ufficiali e soldati, sottratti alla giustizia italiana.
Col
nuovo secolo, i nemici dell'Impero affondano altre unghiate. Nel 1908
l'Austria si annette la Bosnia Erzegovina; nel 1911 l'Italia sbarca
in Tripolitania e in Cirenaica e l'anno successivo occupa il
Dodecaneso. I turchi sembrano del tutto incapaci di reagire. E il
segnale di via libera per le sanguinose guerre balcaniche del 1913 e
del 1914, che riducono al minimo la presenza ottomana nella regione.
Rimangono ai turchi solo una piccola parte della Rumelia con la
città
di Adrianopoli, l'attuale Edirne, e il tratto di costa lungo il Mar
di Marmara. Queste guerre, alimentando l'arroganza dei serbi, pongono
le premesse per la prima guerra mondiale. (5)
Conoscendo
la ferocia delle popolazioni balcaniche, è facile immaginare
le atrocità inflitte ai turchi sconfitti. Migliaia di
persone
sono eliminate sul posto o malamente cacciate da quei territori che
l'Impero aveva posseduto a partire dal 1350. Tra quelli che perdono
la loro patria c'è Mustafà Kemal, il futuro Ataturk,
nativo di Salonicco.
La
tragedia della pulizia etnica e dei profughi colpisce l'impero anche
nella zona del Mar Nero che, a partire dal
XV secolo, grazie a una cintura ininterrotta di fortezze,
insediamenti civili e commerciali. principati vassalli o tributari,
poteva essere considerato un lago turco.
La
regione più appetibile di questo mare, per il clima e per la
maggior vicinanza alla sponda sud, era la Crimea. Il suo territorio
era abitato dai tatari, genti turcofone e musulmane, il cui khan
faceva risalire il proprio lignaggio, attraverso l'Orda
d'Oro, nientemeno che a Gengis
Khan.
Le
incursioni dei tatari, che potevano mettere in campo migliaia di
guerrieri a cavallo armati di sciabola e arco, terrorizzavano i Paesi
a nord della steppa tra il Don e il Dniepr, e procuravano un'enorme
quantità di schiavi che dai porti della Crimea venivano
condotti al mercato di Costantinopoli. I tatari insomma rendevano
invalicabili per i russi gli inospitali terreni erbosi a nord del Mar
Nero, talché nel 1700, la Russia di Pietro
il Grande, aveva un unico sbocco sul mare, Arcangel'sk, sul
Mar
Bianco, un porto gelato per gran parte dell'anno.
Nel
1711 i russi sono battuti dall'esercito ottomano, e le loro navi,
costruite in terraferma e fatte scendere lungo i fiumi, vengono
distrutte dopo essere state imbottigliate nelle acque basse del Mar
d'Azov, la palude Meotica degli antichi. il cui ingresso era
controllato dalle fortezze ottomane poste sullo stretto di Kerĉ'.
È
solo sotto Caterina
la Grande che, a fine Settecento, i russi, al comando del
principe Potëmkin,
mettono stabilmente piede sulle sponde del Mar Nero. Il khanato di
Crimea è soppresso e i russi possono avanzare anche verso il
Caucaso dal quale centinaia di migliaia di musulmani sono messi in
fuga. Dai porti conquistati le navi russe cariche di deportati si
dirigono verso le città turche di Sinop e Trebisonda, dove i
turchi vengono semplicemente scaricati sulle banchine. Il Pinson, un
osservatore neutrale, definì tali navi, per il livello di
mortalità dovuto a malattie, denutrizione e fame,
«tombe
galleggianti».
È
stato calcolato che, per la disumana politica seguita all'occupazione
russa, la popolazione della Crimea e del Caucaso sia calata in pochi
anni tra il 25 e il 30% e che il numero dei fuggiaschi ottomani, solo
tra il 1856 e il 1914, non sia stato inferiore ai tre milioni: una
vera fiumana.
L'opinione
pubblica turca, infiammata dalle testimonianze dei profughi, e
l'attivismo dei militari che si battono per la modernizzazione, allo
scoppio del primo conflitto mondiale sognala rivincita.
La
situazione internazionale è però cambiata. Tra i
belligeranti, il tradizionale nemico dei turchi, la Russia, questa
volta è a fianco di queglistessi anglo-francesi che, nel passato avevano bloccato le
sue
pretese. Se questa coalizione dovesse risultare vittoriosa, non
sarà
possibile evitare lo smembramento dell'Impero.
In
caso di vittoria degli Imperi
Centrali invece i turchi sarebbero stati al sicuro. Non solo
avrebbero potuto conservare intatti i propri confini, ma anche
recuperare i territori perduti nei decenni precedenti. Un elenco
assai lungo che dava dalle rivendicazioni a carico di Bulgaria e
Grecia per lo scacchiere baltico ed Egeo, a quelle neiconfronti dell'Inghilterra per Egitto, Sudan e Cipro ella
Russia
per le regioni del Mar Nero e del Caucaso.
Se
poi tra i nemici ci fosse stata anche l'Italia che, nonostante la sua
trentennale adesione alla Triplice
Alleanza con Austria e Germania, allo scoppio della guerra
aveva
dichiarato la propria neutralità e stava trattando con la
coalizione avversaria, ci sarebbero stati altri conti da regolare per
Tripolitania, Cirenaica e Dodecaneso.
La
scelta di schierarsi a fianco della Germania e dell'Austria
è
dunque obbligata. I contatti politici - assai cordiale il rapporto
tra il Sultano e il Kaiser - e commerciali con il
Reich,sono ottimi. E in costruzione
la ferrovia
Berlino-Baghdad-Bassora, che permetterà alla Germania di
eludere il blocco navale inglese del Mare del Nord e del Mediterraneo
e di raggiungere via terra con le sue mercil'Oceano
Indiano.
Procedono i lavori anche sulla Damasco-Medina-La Mecca, la ferrovia
finanziata dai fedeli musulmani di tutto il mondo per facilitare il
pellegrinaggio
ai Luoghi Santi. E previsto che la linea debba essere
prolungata
fino all'estremo sud della penisola arabica. A lavori ultimati, il
Tanganika, la grande colonia tedesca dell'Africa orientale,
sarà
lì, appena oltre il Corno d'Africa.
A
gettare definitivamente i turchi nelle braccia della Germania e a
trascinarli in guerra è tuttavia un grave gesto dei
britannici: il sequestro di due potenti navi da guerra turche, le
corazzate Reshadieh e
Sultan Osman I,commissionate dal governo turco ai cantieri navali Vickers e
Armstrong, e già pagate.
Con
queste navi, tecnicamente all'avanguardia e pronte per essere
consegnate, tant'è che gli equipaggi turchi erano
già
arrivati a Londra, gli inglesi volevano rinforzare la Royal
Navy in funzione anti-tedesca; non c'era tempo
per
metterne in cantiere di nuove in quanto era generale la previsione
che la guerra
non dovesse
durare più di qualche mese.
I
tedeschi approfittano dell'offesa arrecata ai turchi e il 7 agosto
del 1914, su ordine delKaiser,dueunità che si trovavano in navigazione nel
Mediterraneo
accidentale, l'incrociatore pesante Goeben e
il gemello Breslau,bombardate Borsa ePhilippeville in Algeria, e fatto rifornimento di acqua e
carbone
nella Lise italiana di Messina, sfuggono alla caccia di due squadre
inglesi ed entrano nel Mar di Marmara.
Il
sultano acquista dalla Germania le navi, nomina comandante della
flotta ottomana del Mar Nero l'ammiraglio tedesco Suchov, i marinai
tedeschi indossano le divise della marina turca. Churchill,
inviperito, ordina, nella sua qualità il primo lord
dell'ammiragliato, di affondare il Goeben e il Breslau
«qualsiasi bandiera battano».
I
turchi decidono di rompere gli indugi: il 29 ottobre la loro squadra
navale entra nel Mar Nero e cannoneggia Odessa e Sebastopoli.
È
la guerra.
Come
primo provvedimento il governo ottomano decreta la fine
dell'odioso, umiliante regime delle capitolazioni. In quegli
stessi giorni il generale Limanvon
Sanders, capo della missione militare tedesca, è
nominato
consigliere supremodell'esercito ottomano.
Egli
era assai vicino al ministro della guerra turco Enver
pascià, il quale aveva prestato servizio dal 1909
al 1913
come addetto militare a Berlino ed era considerato grande amico della
Germania. L'assunzione di un tedesco a questa alta carica è
solo il logico sviluppo di un'intesa che risale al 1883, quando il
generale
von der Goltz era giunto in Turchia a
capo della missione
tedesca incaricata di riorganizzare l'esercito ottomano. Il von der
Goltz sarà negli anni 1914-1915 governatore del Belgio
occupato. Rientrato in Turchia, morirà durante il conflitto
a
Baghdad.
La
collaborazione tra gli uomini del Reichguglielmino ele
forze armate turche è piena. Centinaia di ufficiali
istruttori
assistono l'esercito turco, che viene dotato di moderne artiglierie,
armi automatiche, fucili e munizioni. Nel corso
del conflitto saranno ben 2500 gli ufficiali tedeschi
mobilitati a fianco dei
turchi
sui vari fronti, da quello caucasico contro la Russia, a quelli sul
Canale e poi in Palestina contro gli inglesi, a quelli aperti con gli
sbarchi alleati del 1915in Mesopotamia e nei Dardanelli.
Fra
i tedeschi che in quegli anni prestano servizio
inTurchia, parecchi assumeranno in
patria incarichi di
primo piano. Ne citiamo alcuni: Franz
von Papen, capo di stato maggiore della IV Armata turca,
vice-cancelliere con Hitler e poi ambasciatore a Istanbul; Constantin
von Neurath, consigliere d'ambasciata a Costantinopoli, negli
anni '30 ministro degli esteri del Reiche Protettore
della Boemia
e Moravia; von
der Schulenburg, console a Erzerum,ambasciatore a Mosca negli anni cruciali dal '34 al '41.
Prima
di lui era stato console a Erzerum il capitano
von Scheubner-Richter. Presentato nel primo dopoguerra da
Rosenberg
a Hitler, il capitano, nel febbraio del '20, fu nominato capo delle
SA, le Camicie Brune.
Il
9 novembre del 1923, durante ilPutschdi
Monaco,Scheubner-Richter, che
marciava in prima fila a
fianco del Führer,
colpito al cuore
da una
pallottola, fu una delle prime vittime della repressione poliziesca.
Cadendo trascinò a terra Hitler, che si lussò una
spalla. Così lo storico Joachim Fest ricorda lo
Scheubner-Richter: «La
sua influenza su Hitler fu considerevole; egli fu l'unico tra le
persone uccise alla Feldherrenhalle il 9 novembre 1923 che Hitler
reputasse insostituibile».
Ma
altri ufficiali legati alla causa turca furono in seguito
protagonisti dell'avventura nazionalsocialista: Rudolf
von Sebottendorff, già combattente coi turchi
durante le
guerre balcaniche, fondatore della mitica ThuleGesellschaft;
(6)
uomo di vasta cultura, egli era editore del Münchener
Beobachter; che
diventerà
con la testata Völkischer
Beobachter, il quotidiano del
partito
nazionalsocialista. Sebottendorff negli anni '30 tornerà in
Turchia e vi resterà, al servizio del SicherheitsdienstdiSchellenberg,
per tutta la durata della guerra.
Si
toglierà la vita gettandosi nel Bosforo, il 9 maggio 1945.
E
ancora il generale Hans
von Seeckt che, nel dopoguerra, pose le basi per la
futuraWehrmacht,
operando un'intelligente riorganizzazione della Reichswehr:Von Seeckt fu amico di Enver pascia, e lo accolse negli anni
Venti a Berlino, facilitandogli poi il viaggio verso l'Asia centrale.
Quando l'alto ufficiale morì, nel 1936, Hitler
partecipò
personalmente ai funerali di Stato.
Prestò
servizio in Turchia anche il generale Alexander
von Falkenhausen, che sarà governatore militare
del Belgio
tra il '40 e il '44. Ricordiamoinfine Karl Dönitz, giovane sottotenente di vascello
imbarcato sul Breslau, che fu
prima alla guida dell'arma subacquea e poi, col grado di
Grande Ammiraglio, ai vertici della Kriegsmarine,
e destinato infine a succedere per breve tempo a Hitler.
I
turchi in guerra danno al nemico parecchio filo da torcere.
Sono vittoriosi in Mesopotamia (10.000 inglesi accerchiati a
Tel
el Amara si devono arrendere) e nei Dardanelli (gli alleati dopo aver
subito pesanti perdite navali registrano migliaia di morti nei
combattimenti a terra e sono costretti a reimbarcarsi).
In
Tripolitania e Cirenaica, con finanziamenti e rifornimenti di armi
che giungono a bordo di sommergibili tedeschi con base a Pola, i
turchi scatenano una rivolta che vede gli italiani assediati per
tutta la durata del conflitto nelle principali piazzeforti costiere.
(7)
Agli
ordini di Enver pascia - oltre che ministro egli era anche comandante
supremo delle forze armate - i turchi si battono infine con coraggio
contro i russi sui difficili fronti persiano e caucasico, ove
l'ambiente e le condizioni climatiche sono proibitivi.
È
in questo contesto che assume rilievo la questione armena, con
vicende cui si è da taluni voluto attribuire il carattere
del
genocidio.
Gli
armeni, una popolazione cristiana originaria delle zone montane a
cavallo tra Russia, Turchia e Persia, erano allora raggruppati, per
quel che attiene l'Impero Ottomano, prevalentemente nelle regioni
anatoliche orientali sotto il Caucaso, nella Cilicia vicino
all'attuale confine con la Siria, e nella capitale.
Questa
stirpe, abile nel commercio, astuta e sediziosa, da sempre sgomita
per emergere. A partire da metà Ottocento la incoraggiano le
pressioni esercitate su Costantinopoli dalle grandi potenze europee.
La strategia degli armeni cavalca lo schema collaudato da tutte le
minoranze. Da un lato essi recitano la parte dei sudditi fedeli,
dall'altro si agitano per ottenere leggi speciali. Partecipano alla
vita politica, ma seguono anche altre strade, organizzando complotti
rivoluzionari, attentati e rapine per autofinanziamento. In patria e
coi loro fuorusciti tramano all'ombra delle logge massoniche legate
al Grande Oriente di Francia, allevano i figli della propria élite
intellettuale e finanziaria nelle 400 scuole e nelle 127
congregazioni cristiane dell'American
Board for Foreign Missions,sono molto vicini all'ambasciatore americano, l'ebreo Henry
Morgenthau.
Costui è il padre dell'omonimo
consigliere del guerrafondaio Roosevelt che, nel secondo
conflitto mondiale, predisporrà il famoso piano
di riduzione alla pastorizia da applicarsi alla Germania sconfitta.
Emblematica,
circa i contatti e le complicità esterne degli armeni,
è
l'azione contro la Banca Ottomana. Nell'agosto 1896, un commando di
una ventina di armeni con armi ed esplosivi assalta a Costantinopoli
la sede centrale della banca e vi si barrica respingendo gli attacchi
delle forze dell'ordine.
I
russi, che con le loro navi da guerra tenevano sotto tiro il palazzo
del sultano, ottengono l'impunità per gli armeni. Quelli
rimasti incolumi, evacuati dalla banca, sono condotti sulla nave
francese Gironde, che li porta a Marsiglia. I
feriti, dopo
essere stati curati, sono accolti dagli inglesi in Egitto.
Anche
allora - come accadrà per i partigiani nel conflitto
1939-45,
e più di recente per gli albanesi dell'UCK
- i terroristi che si muovono al servizio dell'Occidente sono
incoraggiati e protetti.
Allo
scoppio del conflitto, nel 1914, gli armeni reputano giunto il
momento di giocare il tutto per tutto. I nemici dell'impero hanno
loro promesso uno Stato autonomo e, in ogni luogo della diaspora,
essi chiedono di essere arruolati negli eserciti alleati. La Legione
d'Oriente, organizzata dai francesi e guidata dal generale inglese
Allenby, è composta al 95%di armeni. Numerosi tra loro i disertori dell'esercito
ottomano.
Sobillati
dagli emissari russi (già nel Trattato di Santo Stefano del
1878 lo zarsi era
proclamato protettore degli armeni) e dalla martellante propaganda
anti-ottomana diffusa attraverso la stampa clandestina curata dai
correligionari rifugiati a Londra e a Parigi, gli armeni si ribellano
ancora un volta all'autorità, prendono le parti del nemico
che
avanza nel paese, ne agevolano i movimenti, gli forniscono le reclute
per costituire reparti volontari combattenti, le cosiddette Legioni
Armene che si batteranno a fianco dei russi su tutti i fronti.
La
popolazione armena paga però le conseguenze del tradimento;
il
fatto che gli armeni si trovino nelle zone meno accessibili
dell'Impero turco e l'alterno andamento delle operazioni militari,
fanno sì che i suoi protettori russi e occidentali non
possano
sottrarla alle rappresaglie dei turchi. Questi, per rendere sicure le
proprie retrovie, ripuliscono senza troppi complimenti le zone dove
vivono gli armeni, deportando, in più riprese, centinaia di
migliaia di persone. I maltrattamenti e le marce forzate nel gelido
clima degli altipiani provocano tra gli armeni perdite assai elevate,
anche se, come di solito accade in questi casi, le valutazioni sono
discordanti ed è quindi difficile quantificare con
precisione
il numero dei morti.
L'azione
dei turchi è facilitata dal fatto che in nessun luogo la
popolazione armena è maggioritaria, per cui i quartieri e le
case in cui essa abita risultano indifendibili. I rastrellamenti e le
persecuzioni avvengono poi con la festosa collaborazione dell'etnia
curda, da sempre proclive al banditismo ed al saccheggio e
considerata il castigamatti degli armeni. Migliaia di armeni riescono
a fuggire. Si rifugiano e si disperdono in Transcaucasia, nelle zone
del Caspio e addirittura nel Turkestan, dove però devono
fare
i conti con popolazioni musulmane ugualmente ostili c con le quali
gli scontri armati saranno lunghi e sanguinosi.
Per
comprendere la condotta sbrigativa e priva di scrupoli dei turchi e
lo stato d'animo che li spingeva, basta pensare che, loro, le
persecuzioni razziali e la puliziaetnica le
avevano subite in
Crimea, e, appena pochi anni prima, nei Balcani e le stavano provando
sulla propria pelle in quello stesso momento nell'Asia centrale
occupata dai russi.
In
conclusione gli armeni scontano i propri errori: quello di aver preso
le armi contro il paese in cui vivono e quello di non essere stati
capaci, prima di muoversi, di immaginare l'effetto dei propri atti. E
vero che il popolo armeno esce malconcio dalla vicenda, ma è
un fatto innegabile che le sue disgrazie se le sia cercate con un
comportamento che nessuna nazione può accettare senza
reagire
con durezza, specie se impegnata, com'era la Turchia, in una guerra
per la vita.
E'
il destino che tocca sovente a quei popoli - ad esempio zingari ed
ebrei - che non hanno capito, fin dai primi passi della loro storia,
la necessità di costruire, come hanno fatto tutti gli altri,
in un preciso luogo geografico un nucleo etnicamente compatto. Vivere
in qualità di minoranza straniera dotata di costumi e
religione diversi, e ciò proprio al fine di mantenersi
separati, di evitare ogni commistione se non superficiale con la
popolazione ospitante, è una strategia che, se da un lato
può
offrire vantaggi economici, dall'altro - la storia lo insegna - non
può certo giovare a una buona convivenza. Convivenza che
diventa problematica se, proprio chi ha voluto autoescludersi dalla
vita della comunità, scaglia contro gli altri, contro quelli
che hanno con precisione inquadrato il suo comportamento, l'accusa di
non essere abbastanza aperti, di nutrire pregiudizi e sentimenti
razzisti.
È
una reazione questa concettualmente tanto debole da apparire
infantile e ridicola; eppure anch'essa ha una spiegazione: non
restare dove si è nati, non rimanere abbastanza a lungo dove
ci si è trasferiti, provenire da troppi posti e da nessuno
in
particolare, sentirsi insomma estranei a luoghi e persone, non
può
che tradursi in forti disturbi - individuali e di gruppo - della
personalità. L'insicurezza porta a sentirsi minacciati. La
paura si trasforma in veleno. Ed ecco il risultato finale: gente
umile e furba, smidollata e malvagia, fatta apposta per sorridere e
tradire. Pronta a colpire appena se ne presenti l'occasione.
Bisogna
tuttavia riconoscere che, nel conflitto, gli armeni sono stati anche
sfortunati. Essi, nella coalizione che alla fine si rivelerà
vittoriosa, avevano deciso di far conto proprio sull'unico soggetto
che risulterà sconfitto: la Russia.
Quando,
alla fine del 1917, con la Rivoluzione
d'Ottobre, l'esercito zarista si dissolve, i turchi fanno in
tempo - prima che nel '18
si
verifichi il crollo degli Imperi Centrali e le ostilità
abbiano quindi fine - a contrattaccare.
Quali
sono le ragioni di questa scelta? Perché gli ottomani non
impiegano le forze disponibili sui fronti meridionali dove a Gaza e
in Mesopotamia gli inglesi premono pericolosamente? Perché,
invece di appoggiare l'azione degli austro-germanici impegnando gli
avversari rimasti in campo dopo la defezione della Russia, i turchi
preferiscono gettare il grosso del loro esercito verso il Caucaso e
l'Asia?
È
vero che una campagna militare contro un avversario, come quello
russo, in preda all'anarchia, si prospetta più agevole, ma
la
decisione dello Stato Maggiore turco è dettata da ragioni
molto più serie. Nasce dalla convinzione che le sorti del
conflitto si decideranno sul fronte europeo e che, nel caso di
sconfitta della coalizione di cui l'Impero fa parte, sia opportuno
cogliere compensi là dove è possibile, e
cioè a
est.
È
una valutazione strategica assai lungimirante che tiene ovviamente
conto del crollo dell'Impero zarista e del vuoto che ne sta
derivando.
In
questo senso si esprime il generale
Vehib, comandante dell'esercito del Caucaso: «Abbiamo
lasciato i Balcani, stiamo anche lasciando l'Africa, ma dobbiamo
espanderci verso oriente. Il nostro sangue, la nostra religione, la
nostra lingua sono lì. E questo ha un'attrazione tremenda. I
nostri fratelli sono a Baku, nel Daghestan, nell'Azerbaigian, nel
Turkestan».
Ed
ecco che l'esercito turco recupera di slancio il terreno perduto in
precedenza, il 17 febbraio rioccupa la città di Trebisonda,
il
12 marzo è a Erzerum. I civili musulmani rientrano nei
villaggi che avevano dovuto abbandonare e ad essi si offre
l'opportunità di regolare la partita con gli armeni, almeno
con quelli che non avevano preferito seguire i russi nella ritirata.
Questi profughi si uniscono ai connazionali che li avevano preceduti
e proseguiranno per anni, con estrema determinazione, la lotta contro
l'Islam nei territori vicini: Caucaso, Caspio, Asia Centrale.
La
scia di sangue delle loro vendicative scorrerie è ricordata
ancora oggi da quelle popolazioni turche che continuano a vedere gli
armeni come fumo negli occhi.
In
conclusione, le annose lamentele della diaspora armena per l'accaduto
ci rammentano la disperazione di chi all'ippodromo si è
rovinato puntando tutto sul cavallo sbagliato. Un cavallo che faceva
la sua corsa senza per nulla preoccuparsi di chi aveva scommesso su
di lui.
La fine dei
quattro imperi, la
Turchia di Ataturk
Nell'agosto
1914, all'inizio delle ostilità, nessuno poteva immaginare
che
la guerra avrebbe provocato sconvolgimenti tanto radicali.
L'Impero
tedesco e quello russo - che si fronteggiano nell'Europa
orientale - escono entrambi paradossalmente sconfitti, sia pure in
tempi diversi. Cadono le rispettive dinastie.
Per
la Russia, le perdite territoriali sono gravissime: rinasce la
Polonia, acquistano piena indipendenza la Finlandia e i Paesi
Baltici, Lituania, Lettonia ed Estonia.
Anche
la Germania deve cedere territori ma, avendo finito la guerra
imbattuta, al suo nucleo centrale è risparmiata
l'occupazione
straniera.
Drammatica
la fine dell'impero austroungarico: è una supernova che va
in
pezzi. Frantumata dalle nazionalità ma, soprattutto, dall'uso
strumentale e punitivo che di esse fanno i vincitori. Quanto rimane
di ceppo e di cultura germanica ne esce tanto ridotto in superficie e
popolazione (all'Austria resta poco altro che una testa
sproporzionata, la città di Vienna) da rendere insensata
qualsiasi strategia, se non quella di puntare all'unione con le altre
genti di lingua tedesca, l'Anschluss
con il Reich, soluzione
che
sarà peròespressamente vietata al popolo austriaco dal Diktat
dell'Intesa.
Solo
nel marzo '38 l'obiettivo verrà raggiunto e sanzionato da un
referendum popolare che, col 99,7% dei voti, segna l'avvento della
Grande Germania e il trionfo politico di Hitler.
Più
lungo, articolato e, come vedremo, legato all'attualità, il
discorso riguardante l'Impero Ottomano. Gli Occidentali e il loro
alleato russo avevano progettato a suo danno la rapina del secolo. La
Russia doveva allargarsi nel Caucaso e nel Mar Nero fino agli
Stretti. Gli inglesi avevano «prenotato» l'Egitto e
la
Mesopotamia, per la quale venne inventato il nome di Iraq. La Grande
Siria, calpestate le promesse fatte agli insorti arabi, andava
spartita: l'attuale Siria e il Libano, ai francesi; la Palestina,
dopo averne enucleato la Transgiordania oggi regno di Giordania, agli
inglesi sotto mandato della SdN. Il mandato era il trucco escogitato
per coprire i passi più difficili, quelli iniziali, della
penetrazione ebraica e consegnare, con un'immigrazione graduale, il
paese nelle mani dei sionisti.
Solo
apparente l'autonomia dell'Arabia, lottizzata dall'Intelligence
inglese, dal vicerè di Nuova Delhi e dalle
multinazionali petrolifere, e di fatto smembrata tra i Sauditi, gli
Hascemiti e gli sceicchi del Golfo.
A
nord, esclusa ogni residua influenza turca nei Balcani, neppure il
nocciolo anatolico doveva restare intatto.
Considerato
che il socio russo - il concorrente più temuto da Londra e
Parigi - a rivoluzione comunista era scomparso, il bottino da
spartire risultava ancora più ricco. Ai greci viene
riconosciuto dagli Occidentali il diritto di subentrare alle pretese
russe. Atene immaginava - come la rana gonfiata della favola - il
ritorno a Bisanzio e la nascita di un moderno Impero d'Oriente. Le
zone della costa anatolica abitate da consistenti minoranze elleniche
- per prima la città di Smirne - sono occupate dai greci,
che
sbarcano in forze.
Persino
l'Italia doveva avere la sua parte, e neppure piccola (8).
Nel 1919 reparti italiani sbarcano ad Antalia, sulla costa
meridionale, in prossimità del Dodecaneso.
Nelle
zone orientali e sud-orientali della penisola anatolica era previsto
che curdi e armeni dovessero avere un proprio Stato, anche se quello
armeno non si sapeva bene dove collocarlo e quali confini dargli. Gli
armeni erano infatti presenti sul territorio a macchia di leopardo e
i loro due principali insediamenti si trovavano uno a nord. attorno
al lago Van e uno a sud, in Cilicia. In nessuna di tali regioni
rappresentavano tuttavia la maggioranza della popolazione.
Mentre
a Costantinopoli il governo del sultano, privo di forze armate e di
fatto prigioniero dell'occupante britannico, si piega all'insensata
violenza dei vincitori che avrebbe tolto qualsiasi prospettiva di
vita autonoma al popolo turco, e accetta di firmare il Trattato di
Sèvres che la codifica, un gruppo di ufficiali stanziato in
provincia e guidato da Mustafà Kemal, l'eroe dei Dardanelli
-
che diverràin
seguito noto come Ataturk - si ribella. Ha così iniziouna lunga
campagna militare che
prende di mira, sul territorio anatolico, sia le truppe straniere che
le minoranze collaborazioniste.
I
greci sono ripetutamente battuti. Francesi, italiani e inglesi
capiscono che ogni resistenza sarebbe inutile. Tutti sono spossati
per le perdite umane e per i costi del conflitto; i risultati
già
conseguiti sono giudicati soddisfacenti. E per questo che nessun
governo se la sente di chiedere al proprio popolo nuovi sacrifici. E
tuttavia solo nel 1923, col Trattato
di Losanna, che le potenze europee prendono formalmente atto
di
quanto l'indomabile volontà dei turchi è riuscita
a
conseguire. Gli invasori si ritirano e l'indipendenza della nazione
turca è riconosciuta.
La
passata grandezza è solo un ricordo, ma il nucleo anatolico
è
salvo e le sanguinose vicende della lotta di liberazione nazionale
lo hanno ripulito dalle etnie indesiderate e inassimilabili. La
più
splendente ricchezza di un popolo, la compattezza razziale,
è
un obiettivo raggiunto.
I
successi militari e diplomatici, la nascita della repubblica, la
modernizzazione e la laicizzazione del paese non possono
però
influire sulla situazione
complessiva scaturita dalla dissoluzione
dell'Impero. Evento tanto traumatico e fonte di
problemi
di eccezionale complessità da non poter certo trovar
soluzione
nelle superficiali decisioni degli avidi vincitori. Problemi che, a
causa dell'enorme estensione dell'Impero, toccano regioni tanto
distanti tra loro che 1'osservatore meno attento è incapace
di
collegarli alla vera origine e che si rivelano a tutt'oggi insoluti,
se non addirittura aggravati. Essi riguardano, come abbiamo
anticipato, una zonamolto
vasta che, oltre ai Balcani, comprende Cipro, Siria, Libano,
Palestina, Giordania, Iraq ed Egitto, insomma tutto il Mediterraneo
Orientale, il Vicino e il Medio Oriente.
Lo
spazio immenso e articolato che l'Impero occupava, un mondo per
secoli ordinato e pacifico, avrebbe meritato, se proprio erail
caso di vivisezionarlo, un'attenzione ben diversa dalla sconcia,
imprevidente avidità di quei colonialisti che trovano
intelligente spartirselo.
Il
bottino andava distribuito tra inglesi e francesi, gli
alleati-rivali, in modo da non scontentare nessuno dei due; non vi
erano altre preoccupazioni. Per i popoli non turchi,
«liberati»
da Costantinopoli, non era prevista l'indipendenza. Essi sarebbero
diventati sudditi coloniali. Non venne neppure presa in
considerazione l'idea di una conferenza nella quale confrontarsi con
interlocutori locali, portavoce dei singoli gruppi etnici. E, quelli
dell'Impero, ricordiamolo, non erano popoli bloccati dal loro DNA
sulla linea di partenza della civiltà. Nessuna fondata
ragione
poteva dunque giustificare l'idea di declassarli a colonia o comunque
sottoporli a tutela. Anche se all'interno di una struttura statale
più vasta, essi erano indipendenti da tempo immemorabile,
politicamente rappresentati, portatori riconosciuti di un'originale
visione del mondo e di una propria collaudata organizzazione sociale.
Ebbene,
di queste nazioni, separate dall'Impero e occupate militarmente, non
si rispettano neppure l'unità etnica o le
particolarità
religiose; le si frantuma con criteri cervellotici, solo per dare
spazio alle esigenze geostrategiche dei vincitori, alla loro
cupidigia energetica e, nel caso della Palestina - che pure era stata
sottoposta a un mandato destinato a condurla all'indipendenza -
addirittura alle paturnie vetero-testamentarie degli ebrei. A volte
si agisce nel modo inverso: è il caso dell'Iraq nel quale
vengono fuse tre provincie - Mossul, Baghdad e Bassora - che l'Impero
Ottomano aveva sempre tenuto divise proprio perché
profondamente diverse tra loro per composizione etnica e religiosa,
rispettivamente a maggioranza curda, sunnita, sciita.
A
questo miope ed insensibile modo di procedere, a una politica basata
su puri rapporti di forza, risale dunque la comune matricestorica di tutti i conflitti che ormai da un secolo devastano
le
regioni europee e asiatiche già soggette a Costantinopoli.
Regioni che, a posteriori, non possono che rimpiangere la sonnolenta
amministrazione del sultano.
Nel
1923 la situazione della Turchia è paragonabile a quella di
un
passerotto fortunosamente scampato alle unghie di un grosso gatto.
Nel Mediterraneo orientale, nel Vicino e Medio Oriente e in Africa
è
l'epoca d'oro del colonialismo. Sul confine caucasico la Russia
comunista è finalmente uscita dal marasma della guerra
civile
e si consolida. Nulla ha potuto fare la Turchia contro la creazione
al suo confine orientale di uno Stato armeno incorporato nell'URSS,
né contro il perdurare dell'occupazione sovietica dei
territori del Caucaso abitati da musulmani. In Asia centrale,
all'oppressione zarista, si sta sostituendo quella sovietica. La
coperta militare dei turchi era troppo corta per combattere i greci,
affrontare gli occupanti inglesi, francesi e italiani, e al tempo
stesso impedire alla Russia comunista di sbarrare alla Turchia la
porta dell'Asia.
In
quegli anni la situazione internazionale non può dunque
offrire alla Turchia alcuna vantaggiosa opportunità. Ad
Ataturk, che muore nel '38, e ai suoi successori, non resta che
preparare il futuro, incidendo sul piano interno con grandi riforme.
Il paese ne esce modernizzato, nella direzione di uno Stato nazionale
e sociale. Una «democrazia» sui generis, condizionata
non dal grande capitale come in Occidente, ma dall'esercito che si
attribuisce le prerogative necessarie a bloccare le novità
indesiderate.
E'
un fattore da non trascurare.
L'esercito
ancor oggi è in grado di dire la sua. Può essere
ad
esempio una garanzia di laicità nei confronti di una
democrazia che, nonostante il forte appoggio dell'occidente, nessuno
può garantire diversa da quella che il popolo ha mostrato di
volere in Iran e ultimamente in Palestina.
Dal
1923 Costantinopoli prende il nome di Istanbul e la capitale
è
spostata ad Ankara, al centro della penisola anatolica. Dal '28 la
lingua turca non è più scritta in arabo, ma in
caratteri latini. L'ordinamento giudiziario viene laicizzato: sono
presi a modello il codice civile svizzero e quello penale italiano.
Neppure
il secondo conflitto mondiale - 1939-45 - può eccitare la
Turchia. Anche se le sue simpatie vanno ovviamente al TerzoReich,
impegnato
in una lotta mortale contro il tradizionale nemico comune, la Russia,
per i turchi non è difficile capire che l'intervento in
guerra
sarebbe un suicidio. Se erano stati sconfitti nel '18, quando
l'Impero Ottomano era una grande potenza e la Russia era uscita dalla
guerra piegata dalla rivoluzione, questa volta le preponderanti forze
della coalizione demo-comunista non consentono speranze.(9)
Ciononostante
per tutto il periodo della guerra le relazioni con la Germania
restano buone. E non solo a livello commerciale. Contatti militari
improntati a grande cameratismo dimostrano da un lato la grande
attenzione della Turchia per quanto sta accadendo a nord e a est del
Mar Mero, dall'altro la volontà del Reichdi conservare i migliori rapporti coi turchi.
Vogliamo
a tale proposito segnalare un fatto poco conosciuto.
Dopo
la sconfitta di Stalingrado e lo sgombero della Tunisia, Hitler,
nella primavera del 1943, vuole a tutti i costi riprendere
l'iniziativa. Progetta un'offensiva nella zona centrale del fronte
orientale per eliminare il saliente di Kursk e puntare, ancora una
volta, su Mosca. Da partegermanica si raccolgono
le migliori
divisioni e si decide di gettare in battaglia tutte le forze
disponibili. Verranno impiegati un milione di uomini, tremila carri
armati e duemila aeroplani.
Ebbene,
a visionare nelle immediate retrovie del fronte la preparazione e
mento dei reparti, è invitata una delegazione dello Stato
Maggiore turco. La visita - oggettivamente compromettente per le
circostanze di tempo e di luogo - non rimane fine a se stessa. Dopo
le manovre i turchi vengono condotti al quartier generale dove
incontrano i generali Keitel
e Jodl
e vengono poi invitati da Hitler per un thè.
Il
Führer fu molto contento dell'incontro e così
risulta si
sia espresso: «Dei turchi possiamo fidarci. La
dimostrazione
delle nostre divisioni corazzate a Charkov ha fatto grande
impressione su di loro» (10).
Subito
dopo, su invito del comando supremo della Wehrmacht,
i turchi si spostano in Francia e visitano le fortificazioni
del
ValloAtlanticosulla
Manica, in particolare quelle di Capo Gris-Nez che avevano in
batteria cannoni da 380, in grado di sparare a 54 chilometri di
distanza.
Nei
decenni della guerra fredda, la Turchia, come il resto del mondo,
vive nel clima di terrore mediatico diffuso a proprio vantaggio dalle
superpotenze. L'Europa è spartita e scalzata dalle sue
tradizionali zone d'influenza; le è preclusa - in politica
internazionale - qualunque mossa autonoma. I politici che hanno
svenduto a Usa e Urss la sovranità delle loro Nazioni,
governano solo in nome e perconto
del rispettivo occupante.
Per
i turchi, la situazione strategica è di molto peggiorata. La
minaccia russa, dopo il 1945, si profila anche da nuove direttrici:
da sud-est, dall'Azerbaigian iraniano, invaso nell'estate 1941
d'intesa con gli anglo-americani e ancora occupato dall'Armata Rossa;
e da nord-ovest, e cioè dai Balcani, dove, col satellite
bulgaro, i sovietici sono a pochi chilometri da Istanbul.
Un nuovo
soggetto di storia:
il Turkestan
Per
secoli, l'Asia centrale, quella vasta fascia che va dal Caspio ai
deserti della Mongolia, è stata un luogo misterioso e di
difficile accesso, a causa del clima continentale e delle grandi
distanze tra i luoghi forniti di acqua. Immensi deserti di sabbia,
che si alternano a steppe e catene montuose. caratterizzano la
regione. A cavallo dell'attuale confine con la Cina, le montagne del
Tian Shan e del Pamir toccano i settemilacinquecento metri.
La
presenza umana, nei primi secoli dello scorso millennio, era
costituita da popoli di ceppo turco, di religione islamico-sunnita.
Genti dedite alla pastorizia e, nelle terrepiù fertili, le oasi e le rive dei fiumi,
all'agricoltura.
Pochi, ovviamente, i centri abitati di una certa importanza. Fra
questi basterà menzionare Buchara e Samarcanda, dove gli
abitanti, grazie all'artigianato e al commercio, avevano raggiunto un
discreto tenore di vita. Di quell'epoca - sono gli anni in cui a
Buchara nasce e studia il grande Avicenna,
e Samarcanda è la capitale dell'impero di Tamerlano
- sono rimasti palazzi, giardini con fontane, bazar e
caravanserragli, moscheee
scuole coraniche.
A
garantire il progresso, culturale e civile, e il correlato benessere,
era il traffico delle merci che, lungo la Via
della Seta, venivano trasferite, a dorso di cammello, dalla
Cina
agli empori europei.
A
questa costruzione fuori dal tempo, il primo scossone viene portato
attorno al 1250 dall'improvviso sopraggiungere delle tribù
mongoliche di Gengis
Khan che, con guerrieri a cavallo e case su ruote, si
spostavano
verso occidente. Ogni tappa lungo il percorso era occasione di
saccheggio e distruzione. E, del resto, solo con questa cinica
strategia logistica, la migrazione avrebbe potuto raggiungere mete
ancor più ambite, come la Persia, la Polonia, l'Ungheria, la
Russia meridionale, il Mediterraneo. Buchara, che era stata la
più
sofisticata città della Transoxiana (la regione oltre
l'Oxus,
oggi Amù Daria, l'immissario meridionale dell'Aral) viene
saccheggiata, incendiata e spopolata dagli eserciti tatari nel 1220,
1273, 1316.
La
Via della Seta, a causa di tali vicende, stava per diventare
intransitabile. Soluzione alternativa a quel percorso era
l'incremento del già esistente
trasporto via mare
che sfruttava l'alterno soffiare dei monsoni. Due le rotte
più
battute con partenza dai porti asiatici: quella del Golfo Persico
fino a Bassora, dove le merci venivano scaricate e avviate a Baghdad.
Aleppo o Damasco; quella del Mar Rosso, destinata a servire i mercati
di Alessandria e del Cairo.
Quando
nel 1496, doppiato il Capo di Buona Speranza, Vasco
da Gama scopre il passaggio verso est, l'Oceano Indiano si
apre
all'Europa. I portoghesi, in appena una decina d'anni, impongono il
loro protettorato sugli approdi dell'Africa Orientale e cominciano a
costruire fortezze sulle coste dell'India.
Grazie ai
rapidi progressi della cantieristica e all'innovativo impiego
dell'artiglieria, il monopolio marittimo degli orientali e dei
musulmani è messo fuori gioco.
Nei
secoli successivi, anchese il grande traffico dalla Cina all'Europa è
ormai solo
un ricordo, i mercanti continuano a battere i tratti centrali della
vecchia Via della Seta. Nelle vallate lo sfruttamento irriguo delle
acque che scendono dalle montagne più alte del pianeta
garantisce buoni raccolti e nutrimento sufficiente per uomini e
animali. Le città tornano a essere un rilevante centro di
smistamento e consumo, ma anche di produzione artigianale. C'erano le
strade dei sellai, dei fabbricanti d'armi, dei gioiellieri, il bazar
delle sete e dei profumi, i locali dove si vendevano oppio e tabacco.
Nel
XIX secolo, in questo clima di ricreata prosperità, Buchara,
coi suoi otto caravanserragli, è in grado di accogliere un
gran numero di carovane, la maggior parte delle quali conta da 500 a
2000 cammelli.
Ma
l'equilibrata esistenza dei popoli turchi dell'Asia
centrale è sconvolta a metà Ottocento dal
colonialismo.
È
un evento drammatico e paradossale.
Mentre
in Europa e nel Mediterraneo gli ottomani si battono per conservare
la propria sovranità su territori abitati da elementi non
turchi - slavi, greci, armeni e arabi - i connazionali che vivono a
est, nel Turkestan, dove non erano sudditi dell'Impero, ma neppure
soggetti a un'autorità esterna,
finiscono nel
mirino dell'imperialismo russo e cinese. La minaccia è
grave,
e mancano la volontà politica, i mezzi economici, e le forze
armate necessarie per pararla, impedendo che i turcomanni perdano la
loro libertà e finiscano sotto il tallone straniero.
I
russi, nella prima metà dell'800, perseguono un ambizioso
progetto espansionistico. Esplorata la Siberia e raggiunto il
Pacifico, passano attraverso lo stretto di Bering in Alaska, dove
è
straordinaria l'abbondanza dell'oro morbido,le pellicce degli animali (11).
Alla Cina, in quegli stessi anni, sono strappati coi cosiddetti
Trattati
Ineguali vasti territori in Manciuria. Nel 1858 i russi
ottengono
il confine sulla riva sinistra dell'Amur; nel 1860 il territorio fra
1'Ussuri e il Mar del Giappone. Parte la costruzione in Asia centrale
di quel sistema ferroviario, dal Caspio e da Orenburg verso il
Turkestan, che troverà poi coronamento, più a
nord,
nella Transiberiana, e che è destinato a supportare l'atteso
sviluppo civile dei nuovi territori, ma soprattutto gli spostamenti
degli eserciti impegnati nelle campagne coloniali.
Le
genti turcofone e musulmane dell'Asia centrale si trovano sulla
direttrice dell'avanzata russa che punta a sud, verso i confini
persiano e afgano. Ma forse le ambizioni di San Pietroburgo sono
anche maggiori. Lo temono gli inglesi, che vedono in pericolo la
sicurezza del confine settentrionale dell'Impero indiano: è
il
«Grande
Gioco», una schermaglia diplomatico-militare tra
russi e
inglesi che, per decenni, verrà combattuta principalmente su
suolo persiano e afgano.
La
penetrazione in Asia dei russi - meglio armati e meglio addestrati -
vince la debole resistenza dei khan locali. Per contrastare un
esercito moderno occorreva infatti ben altro che qualche
folkloristica milizia di tipo feudale. I tempi per dare alle
popolazioni locali quella compattezza indispensabile a formare uno
Stato organico non erano del resto maturi. Automobili, treni,
aeroplani, telefoni e tutte quelle infrastrutture che in un paese
vasto e desertico permettono di annullare le distanze, non esistevano
ancora, e questo spiega perché i turcomanni fossero isolati,
divisi e militarmente disorganizzati.
Le
difficoltà ambientali - il grande freddo invernale
(-30°,-40°), ilgrande
estivo (+400,+500), le
enormi
distanze, la scarsità di acqua per uomini e animali -
rendono
tuttavia per i russi l'impresa militare dispendiosa. Un corpo
d'armata russo di 4000 uomini al comando del principe
Bekovich, cade in un'imboscata e viene interamente
massacrato.
Nel 1839 una colonna russa, che puntava su Merv,è costretta a rientrare alla base di partenza
senza aver
ottenuto altro risultato se non quello d'aver perso nel deserto
migliaia di uomini congelati e 9000 cammelli.
I
risultati delle ripetute campagne sono comunque, alla fine, di
eccezionale rilievo strategico.
Nel
1864 è completata l'occupazione dei due versanti del Caucaso
tra il Mar Nero e il Caspio.
Nel
1865 cade Taskent, che diventa capitale del governatorato del
Turkestan.
Nel
1868 è espugnata Buchara, che era difesa da dodici
chilometri
di mura e da porte fortificate.
Nel
1869 viene fondata Krasnovodsk, sulla riva orientale del Caspio. Poco
dopo sono conquistate Aschabad e Merv.
Nel
1882, Buchara, Chiva e Kokand sono annesse ai territori del
governatorato.
È
il caso di riflettere, in conclusione, su quanto relativamente
recente sia l'occupazione russa dell'Asia centrale.
Anche
la parte orientale del Turkestan cade, in quegli stessi anni, sotto
dominio coloniale.
La
regione - 1.650.000 chilometri quadrati - pari a un sesto della Cina,
è assai arida e, nella sua parte meridionale, è
coperta
dall'impraticabile deserto di sabbia del Taklatnakan. A nord di
questo scorre il Tarim, un fiume le cui acque si perdono nella zona
palustre del Lop Nor, il Lago Nero (12).
La
popolazione di lingua e cultura turca e di religione islamica, pare
sia originaria dell'Europa o dell'Asia occidentale e nella sua lingua
gli studiosi hanno trovato tracce indoeuropee. L'etnia predominante
è
quella degli uiguri, oltre il 60%degli abitanti, ma sono presenti anche altre tribù
turche
quali uzbechi, kazaki, mongoli, tatari, yugu, kirghizi.
A
togliere al Turkestan orientale l'autonomia goduta fino ai tempi
moderni sono i cinesi. Come può essere, diranno i lettori
più
attenti alle vicende storiche dell'Estremo Oriente, che il decadente
Impero cinese, già in ginocchio per la sconfitta subita per
arano dei britannici nella Guerra
dell'Oppio, e vittima anche dei russi cui aveva dovuto cedere
i
territori dei nord, avesse la forza necessaria per estendere la
propria sovranità? Innanzitutto si muoveva in una regione
dove
non esisteva alcuna organica struttura statale e in una direzione
geografica, il cuore dell'Asia, dove l'intervento delle Grandi
Potenze non aveva senso. Agli inglesi, quella zona, collocata,
rispetto all'India, sopra l'inaccessibile Tibet, non poteva far gola:
i russi, in quello scacchiere, avevano già soddisfatto i
propri appetiti.
In
realtà Pechino fu paradossalmente favorita da uno
sconvolgimento interno, la grande rivolta musulmana scoppiata nello
Yunnan e nello Sechuan nel 1855, quando le popolazioni delle
provincie meridionali della Cina, islamizzate da contatti esterni, si
ribellano al potere centrale. L'insurrezione
armata si
estende gradualmente allo Shaanxi, nel centro del paese e a Xi'an,
capitale imperiale della Cina fino al IX secolo. Nella
città,
punto di partenza della Via della Seta e famosa per i guerrieri di
terracotta, ancora oggi vivono migliaia di musulmani e sorgono decine
di moschee. La rivolta passa poi nel nord-ovest, appunto nel
Turkestan, ove la diffusione dell'Islam risaliva addirittura al 751
quando, a Talas, ai piedi del Tiara Shan, gli arabi aveano battuto
l'esercito cinese e migliaia di prigionieri erano stati deportati a
Samarcanda. La vittoria di Talas ha importanti conseguenze: la
cultura buddista è bloccata e respinta a sud verso il Tibet.
Nel
secolo X si converte all'Islam il khan uiguro di Kashgar.
Altri
passi avanti fra I'Islam in Cina - un paese che non ha mai dato
soverchia importanza alla religione - quando i
«barbari»,
scavalcando la grande muraglia, si impossessano del trono cinese.
Alludiamo in particolare ai mongoli della dinastia
Yuan - 1276-1368 - alla quale i potentati islamici
indipendenti
riuniti nel Khanato di Chagadai forniscono quadri politici e militari
e, in tempi più recenti, ai Manciù della dinastia
Quing - 1644-1911 - che subentrano alla dinastia
Ming.
Uno
dei capi della rivolta musulmana nel Turkestan. Yaqub
Beg - sembra col consenso di Costantinopoli, dove il sultano
in
quanto protettore dei Luoghi Santi, La Mecca e Medina, è
anche
califfo - si proclama, nel 1870, emiro di Kasghar.
Pechino
però non si rassegna. In durissime azioni di
controguerriglia
che si protraggono fino al 1874 e che provocano tra i dieci e i venti
milioni di morti, il generalissimo Zeng Guofang, che aveva ottenuto
dall'imperatore pieni poteri, piega la resistenza degli insorti
islamici e riconquista le città perdute. In uno dei suoi
rapporti a Pechino riferisce che, degli ottocentomila musulmani dello
Shaanxi, ne restano vivi solo sessantamila. Alla fine delle
operazioni sono occupati anche i territori dei turcomanni. Costoro
sono da allora sudditi cinesi e vivono in una cosiddetta regione
autonoma cui la Cina ha dato il nome di Xinjiang (che significa
«nuovo territorio»).
È
il caso a questo punto di seguire, almeno per sommi capi, le vicende
del Turkestan sotto la dominazione russa. Va rilevato anzitutto che,
a differenza di altri paesi europei, la Russia non aveva una gran
civiltà da esportare nelle sue colonie. I colonizzati
avevano
anzi un passato, una cultura, una religione, un orgoglio razziale e
una mentalità combattiva, mentre le tribù slave,
gente
che abitava la foresta e le rive dei fiumi, il Don, il Dniepr e il
Volga, erano state a lungo vittime del tutto passive dei popoli
vicini. I variaghi della Scandinavia a nord, i turchi a sud,
consideravano i russi merce ideale per il loro commercio di schiavi.
Maurice Lombard ricorda come nel mondo islamico il paese dei russi
fosse noto come Bilad cos Saquagliba, il paese
degli
schiavi(13).
Dalla
barbarie originaria la Russia era piombata sotto il dominio delle
orde asiatiche, un dominio secolare dal quale ben poco di utile aveva
potuto apprendere. I principi di Mosca, ancora nel XV secolo, si
adattavano al poco nobile ruolo di esattori dei padroni mongoli.
All'epoca
della conquista del Turkestan, la Russia eraancora un paese poco sviluppato. alla testa del quale cera lo
zar, un autocrate di ceppo germanico. Poche le scuole e i giornali,
praticamente inesistenti i diritti dei sudditi, incapaci del resto, a
causa non tanto del generale infimo livello di istruzione, quanto di
una collettiva carenza di carattere e vitalità, di battersi
per il cambiamento.
Ci
rendiamo conto della severità di tale valutazione, ma essa
è
confermata dall'inerzia con la quale fu poi a lungo sopportata
l'oppressione comunista. Fosse stato solo per il popolo russo, quel
regime, ideologicamente ma anche etnicamente estraneo alla nazione,
in quanto espressione delle minoranze ebraica e caucasica, avrebbe
potuto durare altri mille anni. Il suo crollo non fu determinato
infatti da una qualche rivolta dal basso, ma pianificato dall'alto e
dall'esterno.
Il
giudizio sulla scarsa capacità dei russi ad autogovernarsi,
è
confermato dalla facilità con cui oggi i burocrati
postmarxisti, le organizzazioni mafiose e gli oligarchi ebrei si sono
impossessati, «privatizzandole» in modo scandaloso,
delle
ricchezze del paese. Ancora una volta senza innescare reazioni
significative.
Se
questa era la condizione civile dei russi nelle province
metropolitane, è facile immaginare quale potesse essere il
trattamento imposto alle popolazioni dei nuovi territori che, nelle
zone di minor interesse, vivevano abbandonate a se stesse. In Siberia
i nativi collaboravano alla caccia in cambio di un po' di tabacco e
di qualche bottiglia di vodka. I registri delle società che
si
occupavano della raccolta e della commercializzazione delle pelli ci
raccontano di incredibili stragi di animali. Pare che in un solo anno
fossero uccisi sette milioni di zibellini. Altrove, come nel
Turkestan, gli indigeni restavano agli ordini di autorità
locali che rispondevano all'amministrazione zarista, fornendo gli
uomini richiesti per i lavori pesanti.
Simili
condizioni di vita, tanto più se imposte dallo straniero,
non
potevano certo riuscire gradite ai turcomanni né garantire
una
convivenza pacifica.
Nel
1898, nel khanato di Kokand, duemila rivoltosi attaccano una caserma
russa ad Andizan e uccidono ventidue militari. Nella repressione sono
coinvolte migliaia di persone; diciotto turchi vengono impiccati, a
centinaia finiscono in prigione o al confino, nelle miniere artiche.
Pochi
anni dopo, nel 1905, durante la guerra russo-giapponese, scoppia la
rivolta: è la prova generale della rivoluzione del 1917.
L'epicentro è a Baku sul Caspio, in Azerbaigian, la zona
più
industrializzata del paese, ma, non dimentichiamolo, anche abitata da
musulmani.
Con
la prima guerra mondiale, il reclutamento coatto di migliaia di
turcomanni e la requisizione di un gran numero di animali da sella e
da soma, provocano, nel giugno 1916, un'insurrezione estesa a tutto
il Turkestan. Duemila e trecento sono i residenti russi uccisi; fra
le vittime ci sono ventiquattro alti funzionari e cinquantacinque
impiegati dell'amministrazione coloniale. Scatta la legge marziale e
la rappresaglia è pesante. Decine di villaggi bruciati,
migliaia le vittime, trecentomila le persone che, prima che la neve
blocchi i passi montani, si rifugiano in Cina, presso i
correligionari del Turkestan orientale.
Il
crollo dello zarismo e la rivoluzione d'Ottobre rappresentano per i
turcomanni un momento di speranza. Gli scritti di Lenin
erano infatti ricchi di promesse di libertà e riscatto per i
popoli oppressi dal colonialismo e proponevano una stretta alleanza
di tutti i movimenti di liberazione nazionale con la Russia
sovietica.
Il
Congresso di fondazione del Comintern,
nel marzo 1919, include nel suo manifesto un appello agli
«schiavi coloniali dell'Asia e dell'Africa». Ma
questa
linea politica era in verità unicamente finalizzata a creare
problemi al mondo capitalista. «Colonie», per i
comunisti, erano solo quelle degli altri; pensavano forse di potersi
escludere dal gruppo degli sfruttatori perché i loro
possedimenti non erano oltremare e perché dicevano di essere
intenzionati ad assicurare alle minoranze nazionali diritti uguali a
quelli dei russi.
La
realtà fu presto chiara. È noto quale inferno sia
stato, per tutti i popoli dell'Unione Sovietica, il regime comunista.
Pochi sanno però che, per i turchi dell'Asia,
lo fu
in misura infinitamente maggiore. Costoro subirono una devastante
snazionalizzazione e una russificazione a dosi da cavallo. I confini
fra gli attuali cinque Stati (Uzbekistan, Kazakistan, Turkmenistan,
Kirghisistan e Tagikistan) non rispondevano ad alcun logico disegno
nazionale, anzi, furono tracciati, e in seguito più volte
spostati. solo per meglio separare e controllare i sudditi. Al
contempo, l'intera regione fu snaturata da un'immigrazione di massa e
le realtà culturali e religiose locali vennero soffocate
attraverso la chiusura di migliaia di moschee e l'imposizione alle
scritture turca e araba dei caratteri cirillici.
Si
impediva così di fatto qualsiasi scambio tra le genti della
stessa razza che vivevano oltre il confine. La struttura sociale fu
sconvolta con l'eliminazione della proprietà privata. Venne
introdotta la coltivazione intensiva del cotone, resa possibile dal
lavoro forzato e dalla costruzione di un sistema di dighe e canali
per l'irrigazione che, nel giro di
qualche decennio, ha finito per cancellare fiumi e laghi. Basti
pensare al drammatico prosciugamento del grande lago d'Aral,
le cui acque si sono ritirate lasciando all'asciutto i paesi
rivieraschi, le spiagge e le barche dei pescatori. All'inizio degli
anni Ottanta le sessantamila persone che vivevano pescando hanno
dovuto andarsene. Il porto principale, Moynaq, è insabbiato,
e
si trova a circa novanta chilometri da quella che è la
sponda
attuale. Appena fuori dal centro abitato, le navi o quel che rimane
del loro scheletro dopo che sono state spolpate galleggiano a fior di
sabbia.
Appena
un secolo fa le rive dell'Amù Daria, l'antico Oxus, e quelle
del Syr Daria, l'Ixartes, che alimentavano l'Aral, erano coperte di
foreste, con tigri, cinghiali, pantere e uccelli selvatici. Oggi quei
luoghi sono una landa desolata chiazzata da croste di veleni chimici.
I fiumi stanno morendo dissanguati dalle pompe idrauliche che ne
succhiano l'acqua. Un'operazione suicida: lungo le rive dei canali,
nei campi, il sale brucia ogni cosa e impedisce le coltivazioni,
Persino la pioggia è salata. Il cotone voluto da Mosca ha
distrutto un'intera nazione.
Fino
al crollo del comunismo, il Turkestan venne considerato dal regime
un' autentica pattumiera nella quale riversare
avversari
politici, deportare quei popoli che rifiutavano di sottomettersi,
ammassare rifiuti tossici, installare basi militari e poligoni
atomici. A Semipalatinsk, nel Kazakistan, sono stati fatti esplodere
465 ordigni nucleari. A Bajkonur, sempre nel Kazakistan, è
in
funzione da decenni un centro spaziale che ha effettuato
complessivamente quasi duemila lanci. I primi stadi dei missili, che
non possono ovviamente cadere in mare, precipitano nella steppa
inquinando con metilidrazina e con heptyl-bife-nilcarbonitrile il
suolo e la falda. Ricerche universitarie russe hanno dimostrato che,
nel corridoio di caduta dei vettori, il tasso di mortalità
per
malattie epatiche o del sangue, ha subito un incremento del 30%.
Tutto
il territorio è stato inquinato da pesticidi e
fertilizzanti.
E la popolazione presenta percentuali eccezionalmente elevate di
deformità, tumori e patologie genetiche. La
mortalità
infantile, negli ultimi anni del regime sovietico, era di molto
superiore, per i turcomanni, a quella dei Paesi più
arretrati
del Terzo Mondo. Nell'ambito dell'Unione Sovietica, i dati relativi
appunto alla mortalità infantile tra i sudditi dell'Asia
centrale erano del 58,2 per ogni mille nati vivi, contro il 17,3
della Repubblica Federativa Russa.
Che l'Asia centrale fosse tenuta in condizioni di tipo coloniale
è
documentato anche dall'ineguale e sfavorevole distribuzione tanto del
reddito quanto degli investimenti statali.
Non
si può chiudere l'argomento senza accennare allo scempio
architettonico perpetrato nelle città dell'Asia centrale
dall'occupante sovietico. Gli antichi monumenti islamici, gli edifici
delle strette, pittoresche strade dei quartieri commerciali, non solo
si sgretolano nell'abbandono più totale, ma sono anche
soverchiati e nascosti dalla mastodontica, triste urbanistica
proletaria. Ovunque dominano la banalità e il rapidissimo
degrado degli edifici: cemento sbrecciato, pareti ammuffite,
serramenti arrugginiti.
Come
mai tutta questa realtà è così poco
conosciuta?
Poche
intanto le notizie negative che riuscivano a scavalcare la stretta
rete della censura comunista. Quanto a diffonderle, l'Occidente non
desiderava affatto criminalizzare l'Unione Sovietica, il compagno di
merende antifascista col quale si era spartito il mondo. Il silenzio
e la sottovalutazione dei crimini del comunismo contro i popoli e
contro l'ambiente erano infine assicurati ovunque da una cultura e da
un'informazione in larga maggioranza riconducibile alla sinistra
filo-sovietica. Ecco perché, nella saggistica storica del
'900, l'Urss viene sempre presentata come un soggetto il cui tessuto
sociale non presentava discriminazioni, né economiche,
né
razziali. Le diverse nazionalità, come in una Svizzera da
idillio, coesistevano senza alcun problema e dunque non era il caso
di dilungarsi sulle marginali vicende della
«minoranza»
turcofona.
Mosca,
nei saggi dei cattedratici para-marxisti, non compare mai fra le
potenze coloniali e pochissimi autori, persino ai nostri giorni, sono
disposti ad alzare il velo sul calvario dei suoi sudditi asiatici. Un
calvario che qui ci pare invece il caso di ricordare. Non tanto per
scavare nel passato, nelle menzogne del comunismo o nelle amnesie dei
suoi reggicoda, quanto per dare sostegno alla battaglia che i popoli
turchi stanno combattendo, dal Bosforo alla Mongolia, per
conquistare, nella loro terra, una vera libertà.
Libertà
ancor oggi negata dalla presenza militare statunitense, dal cartello
petrolifero occidentale e dalla complicità, sul lato russo,
della vecchia burocrazia e della nuova oligarchia ebraico-mafiosa
cresciuta grazie alle ruberie perpetrate a spese del popolo nelle
prime devastanti
settimane di
democrazia.
Superato
il primo momento di sbandamento seguito al crollo del regime zarista
e delle strutture militari e civili ad esso collegate, i residenti e
i burocrati russi in Asia capiscono che, se vogliono mantenere i
privilegi acquisiti con la conquista coloniale, non possono lasciare
il potere nelle mani della maggioranza musulmana.
Ed
ecco che lo scontro tra russi e turchi non tarda a manifestarsi. A
impedire la nascita di un'Assemblea Costituente, eletta
democraticamente, nella quale i russi sarebbero stati minoranza e i
turcofoni si sarebbero di sicuro pronunciati per
l'autodeterminazione, giunge nell'autunno del 1917 il colpo di stato
militare dei soviet.
La
dittatura del proletariato, nel particolare contesto dell'Asia
centrale, non vuole colpire i nemici di classe, gli aristocratici e i
borghesi, ma si abbatte su quello che del vecchio regime era stata la
principale vittima e cioè il proletariato turcofono, il
gruppo
più sfruttato e quindi più povero della
popolazione.
I
musulmani passano dunque dalla padella della burocrazia zarista alla
brace dei soviet.
L'Islam
è brutalmente perseguitato. Vengono chiuse ventiseimila
moschee; migliaia di religiosi sono eliminati. Ai non-russi viene
negata persino la tessera annonaria; i profughi della repressione
zarista finiti in Cina e che vorrebbero rientrare, vengono presi a
fucilate dai coloni russi che si sono impossessati delle loro terre e
delle loro case. Le derrate alimentari in possesso dei mercanti
musulmani vengono requisite, le loro botteghe saccheggiate.
L'avvento
del comunismo nel Turkestan è, torniamo a dirlo, una
controrivoluzione messa in atto per tutelare la minoranza coloniale
russa. I sovietici spiegano con un'acrobatica capriola dialettica che
«il principio dell'autodeterminazione deve essere subordinato
al socialismo». Ma il socialismo dei russi esclude i nativi
del
Turkestan - che non sono né socialisti né russi -
persino dall'accesso alle risorse alimentari e li condanna alla fame.
Scoppiano epidemie di tifo e colera, mentre il Turkestan rimane
isolato dalla rivolta anticomunista dei cosacchi
che, da Orenburg, bloccano la ferrovia e quindi ogni rifornimento.
Molte
le affinità di costume e di carattere tra i cosacchi e i
popoli turcofoni dell'Asia centrale. Anche l'origine razziale
è
probabilmente la stessa. I1 termine cosacco deriva infatti dal
turco-tataro qāzaq,nomade, vagabondo.
A
questo punto - dicembre '17 - si costituisce a Kokand un governo
islamico che proclama l'autonomia del Turkestan. A Taskent, decine di
migliaia di persone si radunano attorno alla moschea di Jani per
festeggiare. Nei giorni successivi, nel corso di nuove
manifestazioni, è assaltata la prigione e sono liberati i
detenuti. I russi reagiscono e sparano sulla folla. I più
dei
fuggiaschi sono riacciuffati, torturati e fucilati.
Anche
Samarcanda si ribella, ma è presto riconquistata dai
sovietici. Da qui i russi puntano con armi pesanti su Kokand. Reparti
armeni si uniscono agli attaccanti e si distingueranno nel massacro
che segue la conquista della città. I quartieri musulmani
sono
dati alle fiamme, negozi e case saccheggiati. Quattordicimila gli
abitanti assassinati, tutte le moschee vengono fatte saltare in aria.
Distrutta
Kokand, dove restano di
presidio
reparti armeni, i comunisti si dirigono verso Buchara, ma sono
respinti dall'esercito dell'emiro e messi in fuga. I
coloni
russi della zona seguono i rivoluzionari in una ritirata che si
arresta
solo a Taskent.
Ogni
compromesso risulta a questo punto improponibile e si apre
così
la lunga stagione della guerra partigiana. Unità armate di
musulmani - i
basmachi -
non danno tregua ai russi, bloccano il passaggio dei treni,
assaltano caserme, isolano le città, uccidono i
collaborazionisti. Aiuti agli insorti giungono dall'Afghanistan e da
Kasghar, nel Turkestan cinese.
La
rappresaglia sovietica si traduce in saccheggi e violenze contro i
villaggi musulmani, accusati di coprire i basmachi. Nelle
ruberiee nelle violenze si
distinguono ancora una
volta gli armeni, cui non par vero di poter uccidere dei turchi
inermi. Per questo vile comportamento era logico che gli armeni
fossero particolarmente presi di mira dai basmachi. Un
solo
esempio: nel febbraio 1919, a Namangan, un reparto sovietico
è
fatto prigioniero: i soldati russi, dopo essere stati disarmati,
vengono lasciati in libertà: quarantanove armeni e tredici
collaborazionisti musulmani sono uccisi sul posto.
Dalla
metà del 1918, tutti, nel Turkestan. sono armati. E' al
tempo
stesso una guerra di nazionalità, ideologia, classe sociale
e
religione. Ma anche di semplice sopravvivenza. M'interno della
fazione russa, nel 1919, ci sarà l'epurazione dei socialisti
-
con almeno quattromila fucilati - e la liquidazione da parte dei
comunisti degli armeni che, a Baku, erano passati al servizio degli
inglesi. Ma vi sono piccoli proprietari russi che abbandonano i
sovietici e si avvicinano ai basmachi. Da parte
dei sovietici
si parla d'altra parte di formare un'Armata Rossa musulmana e di
restituire ai collaborazionisti terre e bestiame requisiti.
Nessuna
acrobazia politica. nessun compromesso potrà però
dare
una vera patria ai turcomanni. Da Mosca, appena le condizioni
militari lo consentono, ci si muove verso la soluzione radicale cui
mai si era rinunciato: i basmachi,
i nazionalisti musulmani del Turkestan e chi voleva con
essi
scendere a patti, non potevano che essere nemici del potere
comunista. Andavano annientati. Vi era spazio solo per una paxsovietica. I contadini non possono lavorare le
proprie terre;
i pescatori del Caspio e dell'Aral non possono più pescare,
né
raccogliere il sale, neppure per usi personale. E, per piegare la
resistenza dei turchi, si chiude anche la frontiera con la Persia,
dove queste merci potevano essere vendute.
Nell'estate
del 1920 1'emirato di Buchara - duecentomila chilometri quadrati tra
l'Amù Daria e le montagne afgane e cinesi - era l'ultimo
bastione dell'indipendenza turca in Asia. Il 2 settembre i comunisti,
appoggiati dall'aviazione, penetrano nella città e
cannoneggiano il palazzo dell'emiro che si rifugia in Afghanistan.
Gruppi di resistenti turchi si ritirano sulle colline vicine e, a
fianco dei basmachi,impegnano l'occupante in una sanguinosa guerriglia.
L'anno
successivo i partigiani islamici sono raggiunti dall'ex
ministro della difesa turco Enver
pascia, che perseguiva tenacemente l'idea di uno Stato
pan-turco.
L'appoggio della popolazione consente a Enver, che arriva a contare
su ventimila uomini, un grande attivismo. Coi suoi basmachi
espugna Dushambè e porta un attacco alla stessa
Buchara.
Da questa relativa posizione di forza chiede al governo sovietico il
riconoscimento del Turkestan autonomo promettendo, in cambio, pace e
amicizia.
Mosca
rifiuta e organizza la controffensiva. Dopo alterne vicende,
nell'agosto 1922, Enver cade in un'imboscata durante un'azione di
rastrellamento. Salta in sella, estrae la sciabola e si lancia contro
le mitragliatrici dell'Armata Rossa. Viene sopraffatto e decapitato.
La località della morte è taciuta dai sovietici
per
evitare che diventi meta di pellegrinaggio.
La
resistenza islamica si prolunga però sino agli anni Trenta
quando, a danno degli agricoltori e dei nomadi del Turkestan, scatta
la collettivizzazione delle terre: è una bufera che provoca
un
lungo periodo di carestia e la deportazione dei kulaki che
si
erano opposti alla «riforma» dei comunisti.
I
ribelli turchi vengono mandati all'estremo nord, dove lavorano a una
delle più insensate imprese del regime comunista, lo scavo
tra
l'Artico e il Baltico del Canale del Mar Bianco. Costato, tra il
dicembre 1931 e il luglio 1933, 25.000
morti, ilBelomor(227chilometri)
vede oggi transitare non più di tre o quattro chiatte di
piccolo tonnellaggio al giorno.
La
popolazione del Turkestan, in quegli anni, a causa della guerra
civile, della carestia e delle deportazioni, si riduce di milioni di
persone, centinaia di migliaia i profughi che riparano in
Afghanistan, Persia e Cina.
Negli
anni '37 e '38 il Grande Terrore - le purghe staliniane inghiotte
anche in Asia migliaia di ufficiali, funzionari, insegnanti e
un'intera generazione di giovani comunisti. Gli arrestati sono
accusati di «tendenze borghesi-nazionaliste o
panturche».
Con
lo scoppio della seconda guerra mondiale, la partita si riapre. Come
era già accaduto nel nord, dove i baltici regolano i conti
con
la dirigenza giudeo-bolscevica, anche a sud l'avanzata tedesca
infiamma le popolazioni locali (14).
E' di nuovo una ribellione generale di tipo etnico, politico,
culturale e religioso.
Non
può stupire, in questo contesto, che i cosacchi del Kuban, i
tatari di Crimea e i popoli del Caucaso, caraciai, ingusci,
calmucchi, ceceni, osseti, abchazi, pur
così
divisi tra loro. conservassero la memoria dei soprusi subiti, e
accogliessero i tedeschi come liberatori andando a ingrossare le file
dei volontari dell'est, inseriti a parità di trattamento,
paga
e carriera, nei reparti della Wehrmacht.
Allediserzioni, che riguardano oltre la metà del
milione e
mezzo dei turcomanni arruolati nell'Armata Rossa, e ai sabotaggi, i
comunisti reagiscono con fucilazioni e nuove deportazioni. Si tratta,
per non dar tempo alle popolazioni di mettersi in allarme, di
operazioni fulminee. Nel maggio 1944, 31.000 uomini della NKVD,
in soli tre giorni, rastrellano 200.000 tatari e con centinaia di
camion li portano alla ferrovia dove sono ad aspettarli 67 treni.
I
ceceni sono trattati ancor più duramente. Dagli automezzi.
forniti ai russi dagli americani, passano ai vagoni merci nei quali
viaggiano sigillati. Durante il solo trasporto ne muoiono quasi
80.000. Dai documenti rintracciati a Mosca negli archivi della
polizia politica diretta dal sanguinario georgiano Berija
risulta che le persone coinvolte in questa ondata di arresti furono
oltre un milione e mezzo.
Dopo
la deportazione, i nomi delle popolazioni trasferite a forza
sparirono dai documenti ufficiali, persino dall'enciclopedia,
la Bol'šaja sovetskaja enciklopedija. Il
governo fece
cancellare dalle carte geografiche le loro patrie, abolendo la
repubblica autonoma dei ceceni e ingusci, la repubblica autonoma dei
tedeschi del Volga, la repubblica autonoma dei cabardino-balcari e la
provincia autonoma dei caraciai. Anche la repubblica autonoma di
Crimea fu liquidata e la Crimea divenne semplicemente un'altra
provincia sovietica. Le autorità regionali distrussero i
cimiteri, cambiarono i nomi di città e villaggi, e
cancellarono gli ex residenti dai libri di storia (15).
Ma
la ribellione dei popoli oppressi, va vista in una prospettiva
geografica più ampia. Il mondo islamico ha tutto da
guadagnare
anche dalla sconfitta degli alleati dell'Unione Sovietica, le grandi
potenze coloniali, e si schiera ovunque apertamente a favore del
Tripartito,
l'alleanza tra Germania, Italia e Giappone. In Palestina, il Gran
Muftì di Gerusalemme, Haji
Amin al Husseini, zio di Arafat,
braccato dagli inglesi, si rifugia, passando dalla Siria controllata
da Vichy in Iraq, dove nell'aprile 1941 fornisce il suo contributo
alla rivolta antibritannica di Rashid
Alì. Soffocata la ribellione irachena, il
Muftì
ripara a Berlino, affianca la lotta dell'Asse e si prodiga per
arruolare musulmani bosniaci, macedoni e albanesi nella Handschar,
la divisione islamica delle Waffen SS.
In
Egitto, Nasser eSadat collaborano con
i servizi di
spionaggio dell'armata di Rommel.
In Tunisia i musulmani combattono a
fianco degli italo-tedeschi.
In Oriente la lotta di liberazione contro gli imperialisti è
condotta a fianco dei giapponesi. Sono coinvolte le Filippine, la
più
grande colonia USA del Pacifico, la Birmania e l'Indonesia, oggi il
più popoloso paese musulmano del mondo, allora possedimento
coloniale olandese, Anche l'impero indiano è percorso da
venti
di ribellione (16).
Crollato
con la sconfitta dell'Europa il sogno di libertà, il
dopoguerra è segnato, ancora una volta, per i sudditi
islamici
dell'Unione Sovietica, dal lavoro forzato nelle piantagioni di cotone
e nei cantieri idraulici aperti per irrigarle. Estese areca del paese
vengono isolate e riservate agli esperimenti nucleari. Nella zona del
lago d'Aral sono costruiti enormi complessi per la produzione di gas
tossici e armi batteriologiche.
La
Federazione Panturca dal
Mar Nero alla Cina
Sul
finire delmillennio,
il crollo repentino del comunismo rimette tutto in discussione. Per i
popoli turcofoni, con la conquista dell'indipendenza, il destino
volta pagina.
I
contatti umani, commerciali e culturali tra Turchia e Turkestan,
interrotti dalla conquista zarista e resi ancor più
problematici dall'avvento del comunismo e dalla cortina di ferro
calata con la Guerra Fredda, possono finalmente riprendere.
I
turchi dell'Asia vogliono recuperare il tempo perduto e, per
riuscirci, è logico debbano cercare appoggio in chi ha con
loro una lingua e una cultura comuni. Per la Turchia si apre la
naturale strada di un Lebensraum verso l'est, un
territorio
dove gli sforzi di modernizzazione compiuti da Ankara nell'ultimo
secolo possono essere preziosi per indicare un ordinato percorso al
progresso civile dei connazionali finora meno fortunati.
Una
politica autonoma di largo respiro è insomma realizzabile
nello spazio che va dal Mar Nero alla Mongolia. E' uno spazio immenso
che suscita però il più vivo interesse strategico
di
Stati Uniti, Russia e Cina. Interesse confermato dal passato
colonialista della Russia, tanto zarista che comunista, dalle recenti
aggressioni, prima sovietica poi americana, in Afghanistan,
dall'occupazione cinese del Turkestan orientale. Ma, soprattutto
dalle basi militari installate in questi Paesi e dalle vere e proprie
guerre che le grandi potenze stanno combattendo, con l'aiuto dei
terroristi o delle "rivoluzioni arancioni", per il
petrolio, per i gasdotti e gli oleodotti esistenti, in costruzione,
in progetto.
É
vero che il confronto con questi concorrenti può sembrare
impari la Turchia non è una potenza nucleare come Stati
Uniti,
Russia e Cina - e tuttavia l'immagine di chi ha alle spalle un
passato di oppressione (la Russia), di chi è noto per
esportare la democrazia con le bombe, o per impedirla coi colpi di
Stato come è accaduto in Algeria (gli Usa), di chi come la
Cina ha riempito col regime maoista il «suo»
Turkestan di
milioni di immigrati, non può certo riuscire gradita alle
popolazioni locali. Che sono turche, che sono islamiche, che guardano
verso Ankara e non vogliono più dominazioni straniere sulla
loro terra.
È
questa una realtà che é stata perfettamente
recepita
dalla minoranza russa la quale ha capito che, per gli stranieri, nel
Turkestan non c'è domani. L'etnia slava era del resto,
già
sotto il dominio sovietico, in progressivo calo per la minor
prolificità rispetto agli autoctoni. Negli anni Settanta,
secondo dati sovietici, i russi erano aumentati appena del 7% contro
il 34% degli uzbechi, il 24% dei kazaki e dei tagiki, il 32%
dei turkmeni, il 31% dei kirghisi, il 25% degli azeri.
Oggi, a
questa tendenza naturale, si sommano motivi politici; chi non parla
la lingua nazionale non potrà lavorare nel settore pubblico
e
così tra i russi si diffonde, ad ogni livello, la sensazione
che un'epoca sia finita. C'è un'aria da sgombero,
paragonabile
a quella già vista in Algeria, in Sud Africa, a quella che,
nonostante tutto, tiene in Palestina col fiato sospeso, e le valigie
pronte, i colonialisti ebrei.
Non
vi sono dubbi d'altra parte che l'idea di una Federazione Panturca si
stia facendo strada fra le genti della regione.
Sono
interessati a questo discorso anche gli uiguri del Turkestan
orientale, oltre dieci milioni di musulmani che mal sopportano i
cinesi perché le due ernie vivono una accanto all'altra
eppure
non vivono mai assieme. I cinesi non solo non parlano la lingua del
posto, il turkîe,ma occupano i posti migliori esfruttano le risorse del paese. A questo proposito, solo dal
principale campo petrolifero dello Xinjiang, quello di Karamaji, la
Cina ha estratto nel 2004 ventidue milioni di tonnellate di petrolio
sui centoventi importati in totale e conta di raggiungere nei
prossimi anni i cento milioni di tonnellate.
Come
i russi nel «loro» Turkestan, anche i cinesi non
hanno
avuto alcun rispetto per il territorio. Per i test nucleari si sono
serviti dell' area a nord del Lop Nor.
Il
malcontento dei musulmani «cinesi» è
dunque
motivato e palpabile. Esso ha già portato, nel 1997, a
Kashgar, a estesi disordini con centinaia di «musi
gialli»
linciati nel centro della città, cui sono seguiti da parte
cinese arresti e condanne a morte. Nel '99 i reparti speciali
antisommossa diPechino
hanno dovuto nuovamente
intervenire. Bernard Ollivier, nel suo Il
vento delle steppe,
scrive: «La primavera scorsa si stimava
che l'anno
precedente fossero state giustiziate 10.000 persone e si valutava che
le perdite tra i separatisti dello Xinjiang ammontassero a due o
tremila morti»
(17).
Una
vera guerra. In questo contesto ci pare vada segnalato un fatto poco
noto, ma davvero significativo: quindici uiguri, presi dagli
americani in Afghanistan, sono prigionieri a Guantanamo.
Numerosi uiguri, per sfuggire alla repressione cinese, si erano
infatti rifugiati in Pakistan e in Afghanistan, dove erano entrati in
contatto con Osama
bin Laden e coi talebani.
La
volontà panturca si è recentemente tradotta in
passi
ufficiali. Nel 2005, il Kazakistan ha invitato Ankara a partecipare
alla costituenda comunità economica dei cinque Paesi
turcofoni dell'Asia centrale. La Turchia, che
da decenni accoglie i perseguitati politici del
Turkestan,
anche di quello orientale, ha già approvato una legge che
consente, ai fratelli turchi al di là del confine, di
acquisire automaticamente la cittadinanza turca.
Ma
gli obiettivi turchi sono resi evidenti da tutta una catena di fatti.
A scuola si impara la storia del Turkestan: in Turchia sono ospitate
numerose organizzazioni irredentiste che hanno contatti cordiali e
frequenti col primo ministro Erdogan
e col ministro degli esteri Gul
(18).
Le capitali centro-asiatiche sono tutte collegate ad Ankara da voli
diretti della compagnia di bandieraturca, la Hava
Yollari. Sono diffusi via
satellite speciali
programmi televisivi per i turchi oltre confine. I giovani turcomanni
hanno visto stanziare a loro favore un gran
numero di borse di studio. Vengono addestrati in Turchia militari,
diplomatici e tecnici di tutta la regione. Negli ultimi dieci anni
società turche hanno investito in Asia centrale oltre due
miliardi di dollari. Gli oleodotti del Turkestan sono prolungati, da
Bakù in Azerbaigian, fino ai terminali turchi del Mar Nero
ed
è in fase di realizzazione quello di Ceyan che, tagliando
l'Anatolia, porterà il petrolio direttamente nel
Mediterraneo.
Se questa linea di tendenza avrà positivi sviluppi, saranno
messe dai turchi a disposizione della Federazione la loro collaudata
storia
di indipendenza e quella capacità di auto-amministrarsi
preziosa per i turcomanni che ne sono stati privati per
centocinquant'anni.
Ma
la futura Federazione, basata su lingua, cultura e religione comuni,
di quali risorse economiche potrà avvalersi?
In
effetti, il Turkestan ha un sottosuolo ricco di risorse naturali.
Queste, essendo distribuite su un territorio vasto e scarsamente
popolato, danno solide garanzie per uno sviluppo sicuro in tempi
piuttosto rapidi.
La
Turchia ci pare dunque in grado di prendere la guida di un grande
blocco regionale capace di camminare da solo. Il nuovo soggetto - la
Federazione Panturca - può mettere un freno alle attuali
grossolane invadente esterne e rappresenta, in quello scacchiere, una
semplificazione geo-strategica apportatrice di ordine,
stabilità
e pace. La Turchia ha oggi l'opportunità di riempire quel
vuoto che finora ha incoraggiato, anche a danno dell'Europa,
l'avventurismo delle superpotenze.
Siamo
convinti che la Federazione saprà essere un punto di
riferimento anche per i popoli musulmani del Caucaso, sia quelli
già
indipendenti come gli azerbaigiani, che per quelli tuttora in lotta,
come i ceceni, i daghestani, i calmucchi, gli osseti, gli ingusci.
Popoli che da sempre si sono opposti all'occupazione russa, dando
prova di grande coraggio, in particolare negli anni '20 e durante il
conflitto '41-'45.
Per
loro, negli anni Novanta, il crollo del comunismo non poteva che
significare la fine della dominazione straniera. In realtà
si
trattò solo dell'inizio di una durissima campagna di
liberazione nazionale che è in corso e ha provocato a
tutt'oggi all'occupante russo, nella sola Cecenia, 25.000 morti.
E'
prevedibile dunque che l'assetto definitivo del Caucaso debba
registrare altre scosse di assestamento.
Il
principale nodo da sciogliere sarà quello dei confini tra
Azerbaigian e Armenia. Ancora una volta gli armeni!
Già
abbiamo accennato agli artificiosi confini voluti da Stalin
nel Turkestan. Ebbene, nel Caucaso, fu fatto di peggio. Venne creata
a freddo, dall'Unione Sovietica, in funzione antiturca, una
situazione che rappresenta una mina pronta ad esplodere. All'Armenia
fu attribuita una striscia di territorio che, arrivando a toccare il
confine iraniano, divide in due l'Azerbaigian,
lasciando
isolata una sua regione, il Nagorno-Karabag. E infatti, puntuale,
negli anni Novanta. una sanguinosa guerra è scoppiata tra
Azerbaigian e Armenia. La debolezza militare dei due contendenti e
l'intervento da parte di chi era intenzionato a mantenere lo status
quo hanno condotto a una situazione di stallo.
Non
è difficile tuttavia prevedere che la sottile striscia
armena
che divide, come una specie di corridoio di Danzica. la Turchia dai
popoli musulmani del Caucaso, del Caspio e del Turkestan,
tornerà
a essere in futuro motivo di scontro.
Ma
perché la Turchia non imbocca con decisione la strada
panturca
e insiste per associarsi all'Europa? «Un'Europa»,
come ha affermato Ratzinger,
«con la quale storicamente e
culturalmente ha poco in
comune. Sarebbe meglio che diventasse un ponte fra l'Europa e il
mondo arabo, oppure formasse con quel mondo un suo proprio continente
culturale».
I turchi,
istintivamente ed emotivamente, condividono questo giudizio, ma
stanno subendo pressioni che cercano di spingerli in una direzione
contraria ai loro interessi. E queste pressioni arrivano proprio
dagli «alleati» più stretti di Ankara,
Stati Uniti
e Israele.
Gli
americani che, con l'arma preferita della democrazia, la corruzione,
hanno già installato nell'area caucasica e centro asiatica
basi militari, ottengono autorizzazioni per lo sfruttamento delle
risorse minerarie e per la posa di condotte petrolifere, prima di
rassegnarsi a un ritiro, pensano di avere ancora da giocare qualche
carta.
Ne
è nata una campagna di stampa che spinge a identificare come
terrorista qualsiasi musulmano. In questa manovra mediatica,
supportata per ovvi motivi da tutta la stampa filo-giudaica del
mondo, si muove in Italia il forsennato attivismo di Oriana
Fallaci. Le sue prese di posizione contro il mondo islamico,
che
si propongono di portare in modo ancor più saldo l'Europa a
fianco di Israele, incontrano purtroppo l'approvazione dei
più
sprovveduti i quali scivolano così, senza rendersene conto,
sulle più smaccate posizioni filoamericane. Il terrorismo
è
visto da costoro come un'inspiegabile follia, e non come la logica,
prevedibile risposta del mondo islamico alla connivenza
dell'Occidente con la perdurante sopraffazione di Israele.
Maggiore
e diretta attinenza con la Turchia ha la propaganda israeliana a
favore dell'ingresso di Ankara in Europa. La Turchia - dicono i
sionisti - non può rinunciare ai grandi vantaggi che
l'ingresso in Europa ha in serbo per lei. Ma dovrebbe essere facile
capire che gli eventuali vantaggi sarebbero solo per Israele: se i
turchi entrassero in Europa, non solo dovrebbero rompere
definitivamente con l'Islam, ma scardinerebbero alla radice anche
ogni resistenza a un ingresso nell'Unione dello stesso Israele.
Essere
non-europei e non-cristiani non sarebbe più un ostacolo.
Simon
Peres, vice primo ministro di Israele, in un incontro a Tel
Aviv
avvenuto nel maggio 2005, ha assicurato aglialleati di Ankara «il sostegno ebraico
nell'avvicinamento
all'Unione». Questo sostegno si manifesta con le pressioni
esercitate sui governi europei. Quello italiano, col suo ministro
degli esteri, costituisce, ancora una volta, il «ventre
molle»
dell'Europa.
I
motivi dell'appoggio israeliano, e con esso di quello Usa, sono
spiegati con disarmante chiarezza da Zbigniew
Brzezinski: «Se
la Turchia si sentirà esclusa dall'Europa, sarà
proclive alla marea islamica».Per dirla in altro modo: spingiamola a occidente
perché
non abbia a guardare verso est, irrobustendo i Paesi dell'Asia
centrale e disturbando così i nostri progetti in loco.
Come
l'Europa è stata snervata attraverso l'inquinamento razziale
e
culturale, così l'oligarchia mondialista, che vuole
contemporaneamente il male dell'Europa e della Turchia, punta a
svuotare della sua anima anche la nazione turca, a occidentalizzarne
l'identità.
Nel
disegno degli anglo-sionisti, i turchi, invece di essere,
com'è
nelle loro possibilità, la futura classe dirigente, i
signori
dell'Asia centrale, dovrebbero accontentarsi di diventare il
Lumpenproletariat,
i
«barboni» d'Europa, emarginati per la
loro lingua,
per la loro religione, per la loro storia.
Del
resto, quegli stessi democratici che li vogliono nell'Unione hanno
già iniziato a mettere i turchi sotto accusa, in modo che
siano ammessi sì in Europa, ma in condizioni di
inferiorità
morale e dunque siano in permanenza ricattatili. Analogamente a
quanto è già accaduto alla Germania, anche ai
turchi è
necessario accollare un «olocausto», del quale
debbano
vergognarsi e chiedere scusa: quello armeno. Toccherà
proprio
alla Turchia - così come è stato delegato/imposto
ai
tedeschi e agli austriaci il compito di processare gli storici
revisionisti - punire chi osa respingere la versione della Storia
più
con-veniente al Grande Fratello.
Con
l'ingresso della Turchia in Europa si vuole negare ai popoli
dell'Asia centrale una guida che possa riscattarli e renderli al
tempo stesso orgogliosi delle loro tradizioni e della loro cultura.
Ma soprattutto impedire ogni forte opposizione all'installazione di
nuove basi militari e alla penetrazione delle multinazionali del
petrolio.
Le
circostanze storiche sono però irripetibili e oggi troppo
favorevoli perché la Turchia possa seppellire, o anche solo
accantonare, il suo grande sogno. A occidente non ha nulla da
difendere. A
oriente si è
aperto per la Turchia un immenso varco verso il futuro. Il popolo
turco, ancora sano e frugale, è del resto ricco di
quell'istinto vitale che può preservarlo dall'offensiva
corruttrice del mercantilismo plutocratico.
Chi
si batte per l'ingresso turco nell'Unione vuole trasformare gli
europei, nella loro terra, in una minoranza incapace di un ruolo
autonomo. Lo stesso nemico, si propone di soggiogare e corrompere la
Turchia per dirottarla, come unkamikaze,
contro
l'Europa.
È
una macchinazione contro la quale i popoli europeo e turco, che
hanno, ciascuno, qualcosa di originale da dire al mondo, devono
opporsi fianco a fianco.
Ma
tra Europa e Turchia ci può essere molto di più
che una
momentanea convergenza difensiva. Una volta liberatasi l'Europa dai
vincoli della NATO e la Turchia dalla trappola di un ingresso
nell'Unione utile solo a USA e Israele, potrebbe nascere tra i due
grandi blocchi, europeo e panturco un'alleanza strategica in grado di
salvaguardare i popoli dell'Eurasia e le loro civiltà da
qualsiasi pericolo esterno.
Siamo
sicuri che i nazionalisti turchi che, nei giorni dell'apertura dei
colloqui per l'ammissione della Turchia in Europa, hanno espresso il
loro dissenso manifestando in decine di migliaia ad Ankara, con le
loro bandiere e i ritratti di Ataturk,
la pensano come noi.
(1) Molto pertinente a
tale proposito l'iscrizione coranica della Cupola della roccia a
Gerusalemme che ammonisce contemporaneamente cristiani ed ebrei: «Sia
lode a Dio che non è padre di nessuno e non è
associato con nessuno».
(2) In Inghilterra,
personaggi come Lloyd George, Andrew Bonar Law e Lord Curzon erano figli o nipoti
di ministri del culto e come tali ossessionati dalla Bibbia, in
particolare dal fatto che il vecchio Testamento fosse entrato a pieno
titolo a far parte della fede cristiana. Lloyd George conosceva i
toponimi della Terra Santa meglio di quelli dei fronte occidentale. Balfour, il ministro degli esteri
firmatario della Dichiarazione sul «focolareebraico»
in Palestina, visse la sua infanzia all'ombra della madre, una
protestante che impartiva quotidianamente ai figli lezioni sulla
Bibbia. Balfour era così attaccato al vecchio Testamento da
affermare che il Cristianesimo
«non
si era mai degnato di ripagare adeguatamente gli ebrei per il dono
della Bibbia».
Negli USA, il presidente Wilson era figlio e
nipote di ministri di culto presbiteriani. Fin da bambino si era
dedicato allo studio della Bibbia e per tutta la vita mantenne
l'abitudine di leggerne ogni giorno dei passi.
(3) Ancor peggio fanno in
Palestina gli inglesi. Essi vengono treno agli obblighi assunti col
mandato e si a vantaggio degli immigrati sionisti, quello snaturamento
etnico del paese che spiega paese che spiega l'odierna tragedia di
quella Terra. Con l'illegittima spartizione imposta dall'ONU nel '48,
gli ebrei, che possiedono appena il 6% della terre del paese, passano
d'improvviso al 56%. Negli armi successivi. un po' alla volta si
prendono tutto.
(5) Pur non essendo una
potenza di primo piano. l'Italia ha dunque la pesante
responsabilità storica di aver provocato, con l'attacco alla
Turchia, lo scoppio della guerra 1914-18. Altrettanto gravi sono le
responsabilità italiane per lo scoppio del conflitto
1939-45. E' solo il tradimento italiano dell'agosto '39, quando Roma
manca alla parola data all'alleato germanico col Patto d'Acciaio, a
spingere inglesi e francesi a dichiarare guerra alla Germania.
(6) Questa organizzazione,
antimarxista, antiliberale, antidemocratica e perciò
antiebraica, si proponeva di preparare il terreno culturale per la
nascita della Nuova Germania. Il cui Capo non sarebbe venuto dai ranghi
distrutti del vecchio ordine, né dalla sconfitta classe
militare. Il Führer sarebbe sorto dal popolo stesso; un uomo
comune reso sovrumano dal Destino. Furono attivi nella
Società Thule, oltre a Dietrich Eckart e Alfred
Rosenberg, gli Haushofer padre e figlio e il loro grande
amico Rudolf Hess, che
diventerà consigliere e fedelissimo del Führer,
l'unico gerarca autorizzato a dargli del tu. Cfr. anche G. Bardanzellu, l'Uomo libero n. 49, "Thule, Storia di un mito nordico".
(7) Solonel
1927 il generale Rodolfo Graziani con una lunga, discussa, sanguinosa
campagna, ristabilirà il pieno controllo italiano. L'oasi
di Cufra, ultimo caposaldo degli insorti, sarà occupata solo
nel1931.Laregione
prende da allora il nome romano di Libia.
(8) Al punto IX del Patto dì Londra del 26 aprile 1915,
gli Occidentali avevano riconosciuto che «nel
caso di spartizione, in tutto o in parte, dell'Impero Ottomano,
l'Italia dovrà avere la sua congrua parte».
Il quanto e il dove vennero precisati dai successivi accordi
di San Giovanni di Moriana (Savoia 19 aprile 1917): all'Italia fu
assegnata la zona di Smirne ed un esteso tratto di costa anatolica
prospiciente il Dodecaneso. L'accordo ebbe concreta, parziale
attuazione nel 1919. La zona d'occupazione, costituita da diverse teste
di ponte mai collegate tra loro, gravitava - secondo un progetto messo
allo studio dopo la guerra italo-turca dal ministro degli esteri Di San
Giuliano - attorno al golfo di Antalia. Era la tardiva, ormai superata
attuazione del disegno di un gruppo economico legato al conte Volpi di Misurata, la
«Commerciale d'Oriente», che aveva pensato di poter
«risucchiare
verso l'Anatolia meridionale le grandi correnti di scambio che la
Germania avrebbe suscitato con le sue colossali iniziative ferroviarie
da Berlino a Baghdad».
(Cfr,Giuseppe Romano, Giuseppe Volpi
di Misurata,
Industria e finanza tra Giolitti e Mussolini, Bompiani
1979). I presidi italiani furono ritirati a Rodi nel maggio 1922.
(9) Sovviene il discorso
di Hitler del 9 dicembre 1940: «Quarantaseimilioni di inglesi dominano e governano circa 40 chilometri
quadrati; trentasette milioni di francesi ne governano circa 10
milioni. Ottantacinque milioni di tedeschi, che devono vivere su appena
600 mila chilometri quadrati, sono accusati di voler conquistare il
mondo».
Né l'estendersidel
conflitto a Giappone e Stati Uniti poteva modificare questo squilibrio,
anzi. Interessante a questo proposito il giudizio tecnico di Hjalmar Schacht, già
Governatore della banca centrale tedesca: «Un paese
che produce nove milioni di tonnellate d'acciaio all'anno non
potrà mai vincere una guerra contro uno che ne producenovanta».
(10) Cfr. a cura di
Heinrich Eberle e Mattias Uhl, IlDossier
Hitler, Utet, Torino, 2005, pag. 170.
(11) I diritti russi
sull'Alaska verranno ceduti nel 1867 dallo zar Alessandro II agli USA per
7.200.000 dollari. Rinunciando all'oro, ai petrolio, ai diritti di
pesca ma soprattutto alla posizione strategica del territorio, i russi
compiono un errore davvero epocale.
(12) Il
Lop Nor, il Lago Nero,è il Lago Errante oggetto degli studi e delle
ricerche dell'ultimo grande esploratore moderno, lo svedese Sven
Hedin. Allievo del geografo berlinese von Richthofen, egli
dedicò decine di volumi ai suoi viaggi nelle Regioni
dell'Asia che gli dettero fama e prestigiosi riconoscimenti.
Filogermanico, Hedin, aveva sposato la causa di Hitler ed aveva
testimoniato, con la sua coraggiosa, instancabile attività,
la scelta etica nazionalsocialista. Nel 1936 Hedin è a
fianco del Führer
che inaugura a Berlino i Giochi olimpici. I tedeschi, a loro volta, si
lasciarono conquistare dalle avventure di Hedin. A Monaco l'Istituto
Sven Hedin per la ricerca sull'entroterra asiatico divenne parte dell'Ahnenerbe, in seguito formalmente
assorbita dalle SS. Furono queste le ragioni per cui la Royal
Geographical Society, dopo avergli conferito due medaglie,
rimosse, per ragioni politiche, il nome di Sven Hedin dal ruolo dei
membri onorari.
(14) In
quest'ultimo scacchiere il progresso delle armate verso est raggiunge
la massima profondità. A Stalingrado colto l'obbiettivo di
interrompere il traffico fluviale sul Voga, da e per il Caspio. A sud
l'avanzata della Wehrmacht minaccia i pozzi petroliferi del
Caucaso.
(15) Cfr. Anne Applebaum,
Gulag, 2005,
Pag. 445 e segg. Una simile slavizzazione forzata si
registrò alla fine del conflitto nelle regioni occupate
dalla Germania orientale, e in più a sud in Istria e
Dalmazia.
(16) La lotta
antibritannica è guidata da Chandra Bose. Mentre Gandhi rappresentava l'ala non
violenta del movimento per l'indipendenza indiana, Bose prende decisa
posizione per la lotta armata, il 27 aprile 1943 trasborda, nell'Oceano
Indiano, da un sommergibile germanico ad uno nipponico e, giunto in
Estremo Oriente, dia vita nella Malesia liberata, ad un governo
provvisorio indiano (21 ottobre 1943). L'Armata Nazionale Indiana
organizzata da Bose e composta in prevalenza da indiani catturati dai
giapponesi. si batte lungo la frontiera birmana fino al termine del
conflitto. Base scompare negli ultimi giorni di guerra (agosto 1945) in
un incidente aereo a Formosa. La moderna Calcutta ne onora la memoria
con un monumento in una delle sue piazze principali. Per maggiori
dettagli: cfr. in l'Uomo libero n. 33, di Luigi Emilio Longo, Chandra Bose, Il braccia armato dei
nazionalsocialismo indiano degli anni '40.