La questione turca. A chi conviene l'ingresso della Turchia in Europa?

Di Piero Sella  -  Numero 61 del 01/03/2006

 

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L'apertura dei negoziati - Situazione geopolitica e socioeconomica della Turchia – Immigrazione, cristianesimo e Islam - I rapporti con la Grecia e coi vicini orientali - Alle radici storiche della questione: il primo conflitto mondiale e l'«olocausto» armeno - La fine dei quattro imperi, la Turchia di Ataturk - Un nuovo soggetto di storia: il Turkestan - La federazione panturca dal Mar Nero alla Cina.

L'apertura dei negoziati

L'Unione Europea non gode certo di buona salute. Lo hanno testimoniato, nel 2005, il voto di Francia e Olanda contrario alla Costituzione e il fallimento del successivo vertice dei venticinque.

L'opinione pubblica continua intanto a osservare con diffidenza l'operato di una classe politica che da un lato favorisce l'indiscriminato ingresso di stranieri, dall'altro non è in grado di arginare la criminalità che ne deriva. Ma le critiche si appuntano anche sull'incapacità dell'Europa di incidere sulla realtà mondiale e di affrontare con risposte tempestive le emergenze economiche ed energetiche. E' diffusa quindi la sensazione che neppure nei prossimi anni riuscirà a instaurarsi fra gli Stati membri la necessaria compattezza, né potrà essere superato tra essi l'attuale, enorme divario legislativo e quindi economico.

Cresce insomma la perplessità tanto sugli obiettivi dell'Unione, quanto sulle regole formali, i binari sui quali tali obiettivi dovrebbero marciare.

Questo il clima di incertezza nel quale si affaccia il tema dell'ingresso della Turchia nella Comunità. Si tratta, per l'Europa, di una decisione che sta dividendo gli Stati e, al loro interno, le forze politiche. E' noto ad esempio che in Germania la SPD è favorevole e la CDU contraria, ma, a prescindere dalla scelta che potrà fare il governo tedesco visto lo stallo che si è creato tra i due partiti, va messo nel giusto rilievo il fatto che in quel paese sono già presenti tre milioni di turchi, parecchi dei quali già votano e possono dire la loro, da cittadini «tedeschi», sull'argomento in discussione. In Italia, la questione divide la stessa maggioranza [l'articolo è del 2005], nella quale si oppongono all'entrata della Turchia componenti cattoliche e la Lega.

Quanto alla gente comune, un sondaggio del settembre 2005 dice che in Europa il 42% degli interpellati è indeciso. Il dato non deve stupire; non sono in molti ad avere le idee chiare. La scelta se aprire o meno le porte a un paese tanto diverso dai nostri implica infatti valutazioni complesse di tipo storico e culturale, mette in gioco l'economia, la politica estera, addirittura l'identità etnica dell'Europa. Una mole tale di problemi che mai aveva accompagnato la candidatura di uno Stato.

L'esito delle discussioni circa l'adesione della Turchia segnerà dunque il futuro europeo per un lungo periodo e sarà cruciale per capire se un giorno potrà nascere una nuova grande potenza, gli Stati Uniti d'Europa, o se l'Unione dovrà restare quel che è oggi. E cioè un soggetto che punta ad allargarsi, rinunciando però a sovranità e forza militare; un aggregato incapace di darsi un volto politico e un indirizzo sociale; un mercato unico gestito da quei burocrati della grande finanza la cui unica ambizione era di dotarlo di una moneta unica.

Prima di entrare nel vivo della trattazione ci pare il caso di precisare che per parte nostra non vi è alcuna prevenzione contro la Turchia. Abbiamo anzi la massima stima per il popolo di quel paese, per la sua disciplina civile e le sue virtù militari, per lo spirito di sacrificio, l'adattabilità e la voglia di riemergere di cui ha dato prova nelle più difficili circostanze storiche.

Le conclusioni che trarremo sono solo destinate a dare un'onesta risposta al quesito se all'Europa e alla Turchia convenga associarsi in vista di un percorso comune o se per la nazione turca non sia meglio imboccare una strada autonoma e diversa. Di quest'ultima alternativa valuteremo gli argomenti a favore, la realizzabilità del progetto, giudicando anche quali vantaggi da esso possano ricadere sull'Europa.

Situazione geopolitica e socioeconomica della Turchia

La Turchia è una grande nazione con 800.000 chilometri quadrati di superficie e 80 milioni di abitanti. Il suo sviluppo demografico, rispetto a quello europeo, è a dir poco esplosivo. Basti pensare che nel 1927 i turchi erano solo 14 milioni e che oggi oltre il 40% della popolazione ha meno di 20 anni. Nell'Unione la Turchia avrebbe dunque i numeri per essere lo Stato più popoloso, costringendo tutti gli altri partner ad accettare il suo peso politico.

I problemi maggiori nascono però dalla sua collocazione geostrategica. La Turchia occupa in Europa, col 3% appena della sua superficie, l'estremo lembo della penisola balcanica attorno ai Dardanelli e al Bosforo. Anche se la città di Istanbul controlla la grande via d'acqua verso il Mar Nero ed è perciò il cuore commerciale della Turchia, il suo baricentro, con la capitale Ankara, e i suoi interessi geostrategici si trovano altrove, a est, verso il Caucaso e l'Asia Centrale e a sud, in direzione del Vicino e del Medio Oriente. Ed è proprio in quest'ultimo scacchiere che la Turchia negli scorsi decenni si è attivata a livello politico concludendo accordi di largo respiro internazionale. Accordi che vanno ben oltre i compiti NATO, di cui la Turchia fa parte, e finiscono per farla gravitare, anziché nell'orbita mediterranea ed europea, in quella dell'Occidente atlantico.

Questa scelta, che poteva essere capita negli anni della minaccia comunista, ha messo oggi la Turchia in urto con gli Stati vicini, Siria e Iran, ma soprattutto con i prevalenti sentimenti del mondo islamico.
C'è insomma nel futuro di una Turchia membro dell'Unione il rischio concreto di controversie e incidenti di confine che, degenerando, potrebbero trascinare in complicazioni belliche anche il Vecchio Continente. Ora, se la nuova Europa è per i suoi popoli soprattutto un progetto di pace, nessuno deve poter fare il suo ingresso nell'Unione nel caso abbia guerre in corso o agisca nel contesto delle nazioni in modo da provocarle. Più che di diritti umani, di PIL e di tassi di inflazione, si dovrebbe perciò, nei colloqui con la Turchia, discutere di politica estera e far chiarezza sugli schieramenti.

A suggerire prudenza sono dunque in primo luogo gli stretti rapporti di Ankara con USA e Israele, due potenze che, impelagate nella regione in una specie di Vietnam, si muovono. apertamente e di concerto, in modo ostile al mondo arabo col quale l'Unione, per evidenti motivi di complementarietà commerciale, energetica e turistica, ha invece tutto l'interesse a conservare i migliori rapporti.

Ma anche il quadro economico esige circospezione. La Turchia ha un reddito pro capite più basso di quello dei Paesi dell'est europeo e gran parte della sua forza lavoro è ancora occupata nell'agricoltura. E' prevedibile, con queste premesse, che milioni di persone, cui manca la possibilità di raggiungere in patria il desiderato benessere, possano muoversi, appena ciò sarà più facile, verso l'Europa.
Garantire a milioni di stranieri alloggio, assistenza sanitaria e istruzione, sta però rivelandosi un costo sociale assai pesante, anche perché non può essere ignorato il carico delle spese complementari, quelle ad esempio derivanti dal mantenimento della legalità e dalla gestione degli apparati giudiziario e carcerario. A queste difficoltà si sommano i problemi di convivenza, economicamente non quantificabili, che nascono dalla diversità dei nuovi arrivati, problemi che, a volte, non solo portano a escludere ogni possibilità di assimilazione e integrazione, ma contengono le premesse per la ghettizzazione ambientale degli ospiti e quindi per una conflittualità senza fine.
Ora, se sulla diversità razziale c'è poco da dire, essendo un dato di fatto, ci pare interessante, visto il crescente rilievo che l'opinione pubblica attribuisce alla questione, qualche puntualizzazione circa la religione. Non si tratta di una divagazione, ma di un discorso che può aiutare a comprendere lo stato d' animo, la psicologia di fondo, tanto della nazione europea, quanto di quelle masse che premono per entrarvi.

Immigrazione, Cristianesimo e Islam

Per secoli i religiosi europei, invece di offrire ai fedeli spunti di riflessione e arricchimento spirituale, invece di schierarsi a difesa dei valori etici maturati nel tempo da ciascun popolo, hanno preferito legittimare e sorreggere il potere politico, qualunque fosse. Non mancavano d'altra parte nei loro Libri Sacri e nella dottrina ecclesiale - a lungo elaborata e aggiustata dai teologi - i riferimenti favorevoli di volta in volta alle più diverse, contraddittorie soluzioni politiche o di costume. In cambio, il potere secolare pei metteva alla Chiesa di accumulare privilegi e ricchezze e di imporre - per conservare il vantaggioso status quo - divieti di ogni genere, soprattutto censure intellettuali e scientifiche.

Gli uomini della Chiesa hanno dunque sistematicamente accompagnato il cammino delle oligarchie. Giustificato lotte di conquista. Avallato grandi spostamenti di popolazioni se non vere e proprie pulizie etniche. Insidiato, attraverso le conversioni di massa poste in atto da un insensato proselitismo missionario, la compattezza delle nazioni. Provocato e benedetto sanguinose guerre di religione. Eliminato e spinto con ottuso fanatismo a eliminare le testimonianze artistiche e letterarie dei popoli vinti.

Comportamenti del genere non spiegano però il potere della Chiesa. Esso può nascere solo dal consenso e dunque dalla mobilitazione e dalla organizzazione dei fedeli. Costoro sono attratti dai suggestivi, universali miti cosmogonici delle Scritture, e conquistati dalla promessa salvifica, che stempera fino a cancellarlo, il tragico insito nella vita. La massa dei credenti, che non ha la forza di guardare in faccia la verità, di accettare e apprezzare il mondo per quel che è, viene coinvolta e rassicurata dai misteri di una liturgia che permettono il sogno e liberano da ogni angoscia.

Il problema della morte è superato: chi è convinto di essere immortale non ha bisogno di avere coraggio.

Grazie al retaggio della sua civiltà greco-romana e alle prepotenti spinte culturali del Rinascimento e dei Lumi, l'Europa era però riuscita ad alleggerire la pressione dell'apparato ecclesiastico. Era nata una visione del mondo affrancata dai condizionamenti della paura, dell'intolleranza e della sessuofobia. La morale non era più confinata e ristretta nell'ambito di un giudizio religioso. I valori espressi dalla società civile se ne erano staccati, avevano conquistato una loro autonomia.
Anche il culto, e le forze spirituali che lo ispiravano, erano ormai «nazionalizzati»; le cupe radici giudaiche del cristianesimo diluite nelle tradizioni locali.

Questa positiva tendenza si è purtroppo interrotta con l'infausto esito della seconda guerra mondiale. La Chiesa ha deciso di rinnegare il secolare percorso compiuto a fianco dell'Europa e ai giorni nostri ha assunto una posizione di assoluta «correttezza politica»: respinge e disprezza il sentimento nazionale, fa suo il progetto di un'umanità indifferenziata e globalizzata. I popoli europei, la cui esistenza stessa è messa in discussione dall'immigrazione di massa, vedono così le istituzioni ecclesiastiche e il clero schierati contro di loro, dalla parte di chi si propone di rovesciare il quadro demografico e culturale d'Europa.

Con le sue strutture «caritatevoli» la Chiesa favorisce l'illegalità, attira e nasconde i clandestini, penalizza la manodopera nazionale, si vanta di dare asilo a zingari asociali che vivono derubandoci. I suoi organi di stampa e i suoi vescovi influenzano vasti settori politici della destra e della sinistra, e diffondono, come un morbo, la cultura della resa. Si mobilitano a favore di minori restrizioni agli ingressi, si battono per 1'«accoglienza», per il «ricongiungimento», per l'adozione di minori stranieri, per trasformare insomma in modo irreversibile, il tessuto sociale, etnico e quindi anche estetico della nazione europea.

Ma come possono pensare gli uomini delle varie Chiese, chiara emanazione di istituti radicati nel territorio e nella cultura europei, e per secoli legati agli interessi dei bianchi e del loro colonialismo, di riuscire graditi a tutti i popoli del globo? Per qual motivo, se non per basso opportunismo, per tentare cioè di intrufolarsi nelle classi sociali che contano, un indiano o un africano dovrebbero allontanarsi dalle loro divinità e passare a un Dio d'importazione?

Quale coerenza c'è, d'altra parte, tra una predicazione che si dichiara indirizzata a tutti i popoli della Terra e il più autorevole dei suoi testi-guida, quello veterotestamentario che, proprio per la sua essenza rigorosamente nazional-giudaica, contraddice qualsiasi ecumenismo? Un testo il cui fulcro è proprio l'«Alleanza» con uno specifico popolo, a favore del quale Dio interviene nella Storia (1). Un testo tanto partigiano da prescrivere. senza falsi pudori, una doppia morale: quella incentrata su sentimenti fraterni, valida tra ebrei, e quella, opposta e spietata, da applicarsi agli esclusi dall'«Alleanza», i goym, gli impuri.
E, c'è da chiedersi, avrà un limite la deriva giudaizzante della Chiesa attuale? Riusciranno a sopravvivere, nel ripiegamento verso il più severo monoteismo dei «fratelli maggiori», i culti paralleli della Madonna e dei Santi che hanno caratterizzato fino ad oggi il cattolicesimo? Potrà reggere il riposo domenicale? Saranno ripristinati i divieti previsti dalla Torah circa gli alimenti e la raffigurazione di persone e di animali? Schivata l'infibulazione, la civiltà euroea é destinata a scivolare verso la circoncisione?

Enorme l'inadeguatezza di una Chiesa che non abbia salde radici nel suo popolo di una religione che non tenga nella dovuta considerazione gli interessi nazionali e sociali dei fedeli. O che, peggio ancora, con essi si metta in rotta di collisione. Quale idea poteva farsi un cinese, al tempo della rivolta dei Boxer, di un compatriota che indossasse la veste talare cattolica o protestante? Quale giapponese sano di mente avrebbe potuto considerare in modo positivo la presenza di un missionario americano dopo le bombe di Hiroshima e Nagasaki? Cosa pensano oggi i francesi dei loro parroci impegnati ad assistere quei giovani stranieri che accendono roghi di auto, devastano scuole e asili e sparano sulla polizia?

E non avvertono sensi di colpa i cristiani per le stragi che in Africa vedono puntualmente coinvolte le comunità convertite? Non vedono, in quella stessa realtà geografica, il pur elementare collegamento tra la politica della Chiesa e l'incontrollata esplosione demografica, causa principale della povertà di massa? Respingere la limitazione delle nascite, combattere la mortalità infantile, organizzare campagne di aiuti, non può portare ad alcun risultato. Anzi, vengono progressivamente alimentate negli assistiti la disaffezione al lavoro e la dipendenza. Ogni equilibrio naturale è sconvolto e le popolazioni del Continente Nero, rese incapaci di autogestirsi, di produrre cibo per i loro figli e di progettare un futuro, sono spinte verso il tragico sbocco che stanno vivendo: gli scontri tribali, il campo profughi o l'emigrazione.

Non deve stupire che i popoli europei, snervati da una democrazia la cui senza cosmopolita e mercantilistica li ha allontanati da qualsiasi interesse per cosa pubblica, diseducati dall'internazionalismo delle ideologie marxista e cattolica, ingannati da chi specula sulle disgrazie della collettività - le cosiddette associazioni di volontariato, e quegli imprenditori che cercano di scaricare sulle spalle del popolo i costi delle loro aziende - manifestino una propensione sempre più scarsa a battersi per preservare le loro particolarità etniche e culturali, a reagire contro il progressivo deterioramento del vivere sociale.

E' infatti diventata pressoché generale l'incapacità a ravvisare differenze tra le caratteristiche individuali, a dare il giusto peso alla razza, alla nazionalità, alle qualità della persona. Non deve stupire che, in questo desolante clima di semplificazione culturale, tutto scivoli verso il più piatto ugualitarismo e vengano invocate frontiere sempre più aperte, un'accoglienza per gli stranieri più calda, leggi che assegnino subito ai nuovi arrivati alloggi, scuole con vitto speciale, confortevoli luoghi di preghiera e di svago.

L'idea di spalancare le porte di casa a tutti è diventata ormai un'ossessione generazionale. E' un coro monocorde che esce lagnoso dai giornali, dalle parrocchie, dai sindacati, dalle aule scolastiche, da tutte le reti televisive, di destra e di sinistra. Vogliono convincerci che, per un motivo o per l'altro, hanno diritto di ingresso non solo tutti i disperati e i diseredati del mondo, ovviamente con le loro famiglie, ma anche, in qualità di rifugiati, coloro ai quali il regime politico del paese in cui vivono non risulti gradito.

Il criterio di giudizio in base al quale quest'ultima categoria di stranieri dovrebbe essere accolta dimostra l'arrogante presunzione dei globalizzatori. Ogni Stato della Terra è infatti messo in permanenza sotto esame per vedere se rispetta i parametri della morale occidentale. Quella teorica beninteso, visto che quella pratica - lo vediamo tutti - è fatta di truffe mediatiche, sopraffazioni economiche, droga e bombe. Se la pagella, rilasciata dai «poteri forti», risulta insufficiente, il soggetto in esame si guadagna il titolo di «Stato canaglia» e i suoi cittadini, anziché battersi in patria per le loro idee, possono diventare profughi, col diritto-premio (nel senso che vengono anche pagati) di essere ospitati in Europa.
Saranno questi «fratelli» che oggi siamo costretti ad accogliere che, dai ghetti dove li avremo aiutati a crescere come in una coltura batterica, decideranno un domani il destino dei nostri figli e dei nostri nipoti.

Gli unici, a quel punto, che avranno la possibilità di farsi assimilare, saranno gli europei.

Per dovere di obiettività, va detto che nella stessa Chiesa non c'è solo la stridula voce dei Tettamanzi, dei Colmegna, dei Montenegro, della Caritas.
Nel novembre 2005 persino il cardinale Ruini, presidente della CEI, ha espresso la sua accorata preoccupazione per i matrimoni (religiosamente) misti, in rapida crescita, ventimila solo nell'ultimo anno. Che si tratti di un fenomeno talora drammatico è confermato dalle vicende di cronaca che vedono alla ribalta le connazionali che hanno sposato un musulmano, e la loro prole sballottata tra Europa e Africa. Vicende che costano ogni anno alla nazione, senza che vi sia nella fattispecie alcunché da tutelare, centinaia di ore di lavoro di magistrati e diplomatici.

Ma ha senso «preoccuparsi» per i matrimoni misti se non si contrasta l'immigrazione che ne è il presupposto?

Sul tema immigrazione pure l'odierno pontefice, allora cardinale, in visita nel maggio 2004 al Senato, si era espresso con grande perplessità: «La multiculturalità, che viene continuamente e con passione incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto rinnegamento di ciò che è proprio». E ancora, nella stessa sede: «L'Europa è paralizzata da una crisi che mette a rischio la sua vita, affidata, per così dire, ai "trapianti" che poi, però, non possono che eliminare la sua identità. A questo interiore venir meno corrisponde il finto che anche etnicamente l'Europa appare sulla via del congedo».

Questi stessi concetti, poi ripresi, e quasi con le medesime parole, dall'occidentalissimo presidente del Senato Marcello Pera, ospite di Comunione e Liberazione, hanno suscitato peraltro, nelle sedi più diverse, sconcerto e accese discussioni. Discussioni in cui purtroppo abbiamo visto prevalere un inconcludente, generico umanitarismo, mentre sono stati del tutto ignorati i fatti. E cioè i danni che l'invasione sta provocando all'ordine e alla sicurezza dello Stato, l'offesa arrecata al costume e al decoro delle nostre città, le difficoltà della pubblica istruzione costretta a marciare al passo dei più lenti, di quelli che a scuola... non capiscono l'insegnante.

Non è infine secondaria la constatazione di come i problemi si aggravino i immigrati di seconda o terza generazione i quali, privi di identità nazionale, ignoranti, non competitivi e socialmente astiosi, rappresentano il prototipo nel disadattato violento e irrecuperabile.

Sorge a questo punto spontanea e inquietante la domanda: se persino due tra le massime autorità della Chiesa hanno espresso i loro dubbi sull'immigrazione, perché il clero non ne prende atto? Perché organizzazioni cattoliche si comportano anzi, nei confronti della stessa Santa Sede, come bande di ammutinati?

A conclusione di quanto fin qui detto va dunque affrontata la questione del retroterra culturale e religioso degli immigrati che, piuttosto che dal Perù o dalle Filippine (su cui i cattolici trovano ovviamente poco da obbiettare), giungono in Europa dai Paesi musulmani, asiatici o africani, e della conciliabilità di questo retroterra con lo stile di vita e più in genere con le strutture giuridiche e civili della nostra società.

Ora, non si può negare che a differenza di quanto concerne le migrazioni interne europee nei paesi d'origine di questi immigrati è storicamente mancata qualsiasi scossa paragonabile a quelle che hanno fatto uscire l'Europa dall'immobilità del medioevo. Nessun cambiamento socioeconomico, nessuna rivoluzione nella rappresentanza civile e nella dinamica produttiva. Nulla insomma, negli ultimi due secoli, che tenesse l'Islam al passo con l'Occidente, in modo da consentirgli di impedire, o quantomeno limitare, la penetrazione delle grandi potenze coloniali.

Neppure la fine delle occupazioni militari ha segnato l'affermarsi dell'indipendenza e della libertà e una ripresa dello sviluppo civile. L'inferiorità era rimasta tale e quale il cambiamento era stato solo una scelta dei dominatori posta in atto per mera convenienza. Ed ecco infatti che, con la complicità di corrotte dirigenze locali, al dominio straniero diretto, al «protettorato» e al «mandato», sono subentrati il neo colonialismo delle banche e delle multinazionali e lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali, in particolare di quelle energetiche.

La frustrazione del mondo musulmano doveva però raggiungere il culmine a causa del «capostipite» dei monoteismi, quello ebraico. Il giudaismo, non solo ha posato nel nido altrui il proprio Dio, mettendo le religioni concorrenti in condizioni di grave sudditanza psicologica. Il successo di questa operazione parassitaria l'ha inorgoglito e reso ancor più sicuro del favore divino. La sua visione del mondo risulta così connotata da una supponenza razzista che ignora la minima moderazione. Ed ecco, nel secolo scorso, la decisione del fondamentalismo sionista di tuffarsi ufficialmente nel secolare, di puntare a un anacronistico potere temporale, rifacendosi, per la scelta del luogo, nientemeno che alla parola di Dio. Ed è vero! Come raccontano gli ebrei nel loro libro sacro. Dio aveva promesso, a quello che aveva scelto come «Popolo Eletto», guarda caso agli stessi ebrei, una terra, non esattamente identificata, ma comunque collocata in una regione araba, abitata da arabi.
E tuttavia, nonostante il via libera dall'Alto, agli ebrei non è mai riuscito di realizzare nella Storia questa fantomatica incoraggiante promessa. Solo alla fine del primo conflitto mondiale il loro potere di condizionamento economico e teologico (2) sui vertici politici dei Paesi atlantici ha permesso agli ebrei di mettere piede in Palestina e di creare in seguito, con la connivenza delle superpotenze e dell'ONU, un loro Stato coloniale, Israele, nel quale gli autoctoni sono stati, da subito, oggetto di discriminazione e persecuzione.

Pur priva di qualsiasi legittimazione, nei successivi cinquant'anni la prepotenza ebraica si è intensificata ed estesa ai territori vicini, con azioni militari e col terrorismo più spietato contro le popolazioni civili.

Né dall'esterno qualcuno è intervenuto a bloccare la follia giudaica. Che tuttavia non può dirsi vincente. Se la disperata, solitaria resistenza palestinese contro l'invasione e l'occupazione appare al momento senza sbocco, paradossalmente risulta ormai chiaro che la lotta non avrà fine se non con l'uscita degli intrusi dall'intera Palestina.

Intanto la situazione si è però complicata. L'Intifada, le pesanti ritorsioni ebraiche, il terrorismo che colpisce quei Paesi cui è mancato il coraggio di prendere le distanze da Israele, hanno allargato il terreno dello scontro. Nell'interesse dell'entità giudaica e dei fabbricanti di armi d'oltreoceano la plutocrazia mondialista ha infatti scatenato il suo attacco contro le nazioni ancora libere dell'area mediorientale.
Ora, se a questa mossa i corrotti e deboli governi arabi, legati di fatto a Israele attraverso gli USA, non hanno reagito e sono rimasti in silenzio, diverso l'orientamento delle popolazioni. Nessun buon musulmano ha potuto restare indifferente alla periodica presa in giro delle «offerte di pace» di Israele, alle aggressioni, prima comunista, poi americana, in Afghanistan, agli attacchi USA all'Iraq per destabilizzare e smembrare quel paese, alle recenti minacce di portare la guerra anche in Siria e in Iran.

Il pessimo clima instauratosi tra Occidente e mondo islamico non può essere capito se non risalendo all'esasperazione cui il giudaismo ha portato il mondo arabo. Senza Israele non ci sarebbe alcun terrorismo. E la situazione è in peggioramento. Al punto in cui siamo - grazie a Israele e ai suoi complici - basta una vignetta per scatenare il finimondo.
Appare chiara a questo punto l'inopportunità che masse «incazzate», giustamente incazzate, di immigrati islamici facciano il loro ingresso in Europa. Non potrebbero certo vivere fra di noi facendo finta di essere «neutrali».
Anche se noi sappiamo che l'Europa non ha nulla a che vedere con l'Occidente, del quale anzi, attraverso la presenza onnipervasiva delle lobby atlantica e giudaica, subisce l'oppressione, non possiamo sperare che il mondo musulmano possa far sua questa valutazione. Essa purtroppo è contraddetta dai fatti. I nostri sono a ragione giudicati paesi a sovranità limitata e, come tali, considerati la retrovia logistica di quei «crociati» atlantici che, a tutela di Israele, stanno facendo la guerra all'Islam.

In attesa che l'Atlantico si allarghi e Stati Uniti ed Europa vadano ciascuno per la propria strada, occorre evitare che quello scontro tra noi e il mondo islamico che Israele fomenta per uscire dall'isolamento, si verifichi.
Per scongiurarlo, l'Europa deve prendere atto, assumendo nelle sedi internazionali l'atteggiamento conseguente, che i Paesi islamici hanno diritto a indipendenza, pace e libertà; i Paesi islamici devono a loro volta capire che il Vecchio Continente è già troppo popolato per ospitare altra gente e che gli europei vogliono restare europei.

E' dunque indispensabile, per ambo le parti, che i musulmani oggi spinti a trasferirsi in Europa trovino invece tutti onesto sostentamento entro i loro confini nazionali.

Ci auguriamo che la Turchia, nella sua qualità di Stato musulmano più forte e popoloso del Mediterraneo, dia il buon esempio. La sua influenza può essere positiva su tutte le nazioni dell'area, ma anche su quegli Stati balcanici nei quali, come Bulgaria, Macedonia, Albania, Bosnia Erzegovina, la componente islamica è rilevante.

Al di là dell'immigrazione, vi sono però altre valide ragioni per esaminare in modo critico l'obiettivo turco di associarsi all'Europa.

I rapporti con la Grecia e coi vicini orientali

La rivalità tra Turchia e Grecia risale a una realtà geografica che ha visto i due popoli sfruttare per i loro traffici le medesime rotte marittime, occupare via via le stesse terre e le stesse isole. Anche i grandi scontri armati degli anni Venti del Novecento e il successivo accordo per uno scambio di popolazioni che ha messo in fuga, verso una patria finalmente sicura, milioni di persone, sia turchi che greci, hanno lasciato tracce profonde. Lo scambio di popolazioni fu infatti più complesso di quanto comunemente non si creda. Il protocollo firmato a Losanna nel 1923, in cui è inserita l'intesa per lo scambio, non si riferisce genericamente a greci e turchi, ma a «sudditi turchi di religione greco-ortodossi a residenti in Turchia e sudditi greci di religione musulmana residenti in Grecia». Non si parla dunque di appartenenza etnica o linguistica; il criterio in base al quale le persone dovevano essere deportate era unicamente il legame con una religione.
Furono di conseguenza espulsi dalla Turchia, in quanto legati alla Chiesa ortodossa, anche gruppi di madrelingua turca, e dalla Grecia comunità di religione musulmana, che si esprimevano da tempo immemorabile in lingua greca. Questa vicenda, accompagnata dal fatto che fino a qualche anno fa, tanto in Grecia che in Turchia, la religione doveva essere indicata sui documenti di identità personale rilasciati dallo Stato, dimostra la faciloneria con la quale viene attualmente trattato l'argomento immigrazione, e quanto scarsa sia la possibilità che gente di religione diversa possa pacificamente convivere.

La principale controversia che oppone oggi le due nazioni, è la questione di Cipro, già colonia britannica dal 1914 al 1960. Al momento dell'indipendenza la maggioranza degli abitanti dell'isola, di lingua greca, chiede l'unione con la madrepatria, ma, per non scontentare i turchi, e soprattutto per giustificare la permanenza di basi militari, i britannici preferiscono dar vita a uno Stato formalmente indipendente.

Quattordici anni dopo, a seguito di un tentativo ellenico di annettersi l'isola, la Turchia reagisce militarmente, occupa la parte nord orientale dell'isola, ne caccia la popolazione greca e costituisce uno stato satellite, la Repubblica di Cipro Turca. Questa entità è rimasta a tutt'oggi priva di riconoscimento internazionale, se si esclude quello della stessa Turchia. Chi vuole entrarvi è costretto a servirsi di porti e aeroporti turchi. Tutti i tentativi di riunificare l'isola sono finora falliti; non solo, ma Ankara si rifiuta di riconoscere la Cipro greca che già fa parte della Comunità Europea. Come possono i turchi entrare in un consesso rifiutandosi di riconoscerne un membro?

Foriera di gravi preoccupazioni per i futuri rapporti tra i due Paesi è anche la collocazione a ridosso della costa turca di molte isole dell'Egeo, (tra cui il Dodecaneso, invero possedimento italiano dal 1912 al 1947) appartenenti alla Grecia, abitate da greci, ma le cui acque territoriali si sovrappongono a quelle turche.

Dopo l'ultima aggressione americana in Iraq, la Turchia è di fatto coinvolta nelle complicate operazioni di ingegneria istituzionale de
stinate
a dare assetto definitivo all'intera regione mesopotamica; senza i turchi nessuna decisione importante può essere presa. Ci riferiamo a un possibile smembramento dell'Iraq, oggi ingovernabile grazie alla presenza delle truppe americane che, scalzando Saddam Hussein, hanno innescato il regionalismo autonomista di curdi e sciiti.
«L'Iraq è un vaso di Pandora da non scoperchiare» aveva detto Bush padre. Il figlio, dopo 1'11 settembre, ha fatto di tutto per scoperchiarlo: non ha badato alla vita dei militari, né alle spese per gli armamenti (il costo della campagna irachena a quanto pare sarebbe, per i soli Stati Uniti, di sei miliardi di dollari al mese). E evidente che negli USA, dopo 1'11 settembre, dietro il paravento della lotta al «terrorismo», si sono imposti poteri più forti di quello del Presidente. Già il 6 febbraio del 1982, sul quotidiano israeliano Haaretz, il giornalista Zeev Schiff sosteneva che, dal punto di vista degli interessi israeliani, la dissoluzione dell'Iraq in uno Stato sciita, in uno sunnita e in uno curdo è quanto di meglio possa capitare. Ed ecco Philiph Zelikow, il funzionario incaricato di vagliare le informazioni raccolte dai servizi segreti statunitensi per riportarle al Presidente, confermare che, al di là delle pretestuose giustificazioni per l'attacco fornite dagli USA all'Europa e al mondo, e cioè la presenza di armi di distruzione di massa, «quella contro l'Iraq è una guerra per proteggere Israele».

Non è neppure da sottovalutare il contenzioso che divide la Turchia dai suoi vicini per lo sfruttamento delle acque dolci. La portata dei fiumi che, nati nella penisola anatolica, proseguono il loro corso in Siria e in Iraq, viene progressivamente ridotta dalle grandi dighe costruite per irrigazione agricola e produzione elettrica. Ankara ha previsto 8 dighe e 8 centrali idroelettriche sul Tigri, 14 dighe e 11 centrali sull'Eufrate. Saranno irrigati quasi 2 milioni di ettari e prodotti 27 miliardi di chilowattora all'anno. Poiché queste dighe sottraggono grandi quantità di acqua alla Siria e all'Iraq, il danno alle loro agricolture risulta evidente. Ma alle lamentele degli interessati così ha risposto l'allora presidente turco Demirel: «Né la Siria né l'Iraq possono avanzare pretese sui fiumi turchi, così come la Turchia non interferisce sul loro petrolio. Con le nostre risorse abbiamo diritto a comportarci come meglio crediamo».
Atteggiamenti del genere scoraggiano ogni prospettiva di buon vicinato, e fanno apparire possibili guerre per l'acqua.

A contrapporre la Turchia alla Siria c'è anche, dagli anni Quaranta. la controversia di confine riguardante la città di Iskenderun, nota pure come Alessandretta perché fondata a suo tempo da Alessandro Magno.

La città, un porto defilato in una profonda insenatura, apparteneva alla Siria, che dal 1922 era stata affidata alla Francia con mandato della Società delle Nazioni, l'ONU di allora. Ebbene, la Francia, che non aveva alcun diritto di disporre come si trattasse di cosa sua del territorio soggetto al mandato, nel luglio 1939 cede alla Turchia L'intero sangiaccato di Iskenderun, rivendicato dai turchi col nome di Hatay (5 mila chilometri quadrati e 220 mila abitanti, dei quali i turchi erano una minoranza) (3).

La regione viene occupata dalle truppe turche mentre la Siria, che di fatto è colonia francese, non è in grado di reagire.
La mossa della Francia, altrimenti inspiegabile, va inquadrata in un particolarissimo momento storico: manca appena un mese alla dichiarazione di guerra anglo-francese contro la Germania e occorre evitare che la Turchia possa schierarsi con l'Asse. Un bel regalo a spese altrui è quel che ci vuole.

Damasco ha sempre considerato l'illegalità compiuta a suo danno assai risentimento verso la Francia e la Turchia è vivo ancora oggi e, più nell'anniversario dell'invasione, elementi arabi hanno manifestato per le vie di Iskenderun
chiedendo che il territorio venga restituito alla Siria.

Alle radici storiche della questione


Ma come è possibile che una nazione, che non è certo nel mondo tra le più vaste, le più industrializzate o quelle con più alto reddito, debba registrare nella sua contabilità una tale mole di problemi?
Per comprendere e chiarire la questione è necessario risalire nel tempo ed esaminare, almeno a grandi linee, gli eventi relativi al declino e alla scomparsa dell'Impero Ottomano, di cui l'odierna Turchia era il nucleo fondante. La pianta riprodotta [nella versione cartacea dell'articolo] è tratta da un testo dell'anno 1900, l'Andreas Atlans. Vi si può constatare come buona parte dei Balcani, vaste zone dell'Egeo oggi appartenenti alla Grecia, quali la fascia costiera di Salonicco e il Dodecaneso, ma anche territori asiatici quali la Siria, che comprendeva allora Libano, Palestina e Giordania, fossero tutti soggetti alla sovranità di Costantinopoli. Erano ottomane infine la Mesopotamia con l'odierno Iraq, la grande penisola araba, e importanti regioni del litorale nordafricano come la Tripolitania e la Cirenaica.

L'Impero era dunque una vasta costruzione multinazionale - con turchi, slavi, arabi, greci, armeni e curdi - e multireligiosa, con musulmani e cristiani di parecchie confessioni, in prevalenza ortodossi. Ed è proprio sfruttando quella mancanza di unità etnica e religiosa, che per i grandi imperi ha sempre costituito una debolezza, che era iniziato da parte delle potenze europee l'assalto finale al bastione turco.
La Russia zarista, trovandosi ai confini dell'Impero, era favorita e poteva muoversi su due direttrici: a sud verso il Caucaso; a occidente verso i Balcani e il Mar Nero, dove intendeva impadronirsi degli Stretti in modo da avere libero accesso al Mediterraneo.

Gli inglesi insidiano l'Impero dal Mediterraneo, ove hanno imposto, con la presenza della loro flotta, l'indipendenza per la Grecia, e sono installati a Gibilterra e a Malta. Con i prestiti usurari concessi dalle loro banche gli inglesi mettono in crisi il Viceré d'Egitto che dipende da Costantinopoli, gli sottraggono le azioni del Canale di Suez e, nel 1882, occupano l'intero paese, estendendo in seguito il loro controllo anche al Mar Rosso e al Sudan.

Mentre i russi non si fanno scrupoli e quando pensano di poterne trarre guadagni territoriali scendono in guerra contro i turchi, gli inglesi hanno una strategia diversa. Vogliono impedire che il rivale russo possa irrobustirsi troppo a spese di Costantinopoli. Ed ecco che, per evitare il crollo dell'Impero, prendono addirittura le armi in sua difesa. E la guerra di Crimea del 1854, che vede la Russia sconfitta da un'inedita alleanza tra turchi, anglo-francesi e piemontesi.
Appena qualche lustro dopo, i russi sono di nuovo all'offensiva. Sconfiggono pesantemente i turchi e, col Trattato di Santo Stefano del 1878, ottengono posizioni egemoniche nei Balcani e nel Mar Nero. Ma la soddisfazione dello zar è di breve durata: nello stesso anno, le potenze europee, con le decisioni prese al Congresso di Berlino, vanificano la vittoria russa.

Per questo «aiuto» tocca però a Costantinopoli pagare un prezzo assai alto. I turchi non solo sono costretti a cedere il possesso di Cipro agli inglesi, i quali dopo l'apertura del canale di Suez consideravano l'isola di grande interesse strategico
(l'Egitto sarà occupato quattro anni dopo), ma devono accettare pesanti interferenze nei loro affari interni. Il pretesto per questa lesione della sovranità turca sono - nihil sub sole novi - i «diritti umani» dei sudditi turchi di religione non musulmana, del cui benessere i grandi d'Europa, con improvvisato altruismo, mostrano di preoccuparsi. Fatto sta che gli ortodossi dei Balcani e la Grecia, i cristiani libanesi e soprattutto gli armeni, che in guerra si erano schierati a fianco dell'attaccante russo, sono posti sotto la protezione di russi, e francesi.

Ma gli Occidentali non ne fanno unicamente una questione di rispetto della religione o di astratte libertà politiche. A loro interessa l'economia. Per consentire alla Turchia di «progredire», largheggiano in prestiti, erogati per lo più da banche ebraiche, alle quali, come a un Fondo Monetario Internazionale ante litteram viene riconosciuto il diritto di indirizzare e controllare il bilancio ottomano. Il rimborso del debito estero assorbe 1'80% delle entrate dell'Impero e si renderebbe dunque necessario un ritocco delle tariffe doganali, ma i controllori stranieri non vogliono penalizzare le esportazioni dai loro Paesi e si oppongono provvedimento.
L'impero si apre sempre più al Mercato. I residenti e i commercianti europei - ma anche i cittadini ottomani di maggior riguardo protetti da passaporti di favore rilasciati dai consoli occidentali - vengono sottratti alla legge turca e le controversie che li riguardano giudicate dai diplomatici stranieri. E il regime delle cosiddette capitolazioni, cui devono sottostare tutti coloro che fanno affari con gli europei, o con gli ebrei e gli armeni a questi equiparati.
Bruno Barilli, un giornalista italiano presente nei primi anni del Novecento a Costantinopoli, così descrive le conseguenze ultime di questo stato di cose: «un europeo poteva liquidare con un paio di ceffoni ogni discussione coi rappresentanti della legge, e le prostitute occidentali che passeggiavano in folla per la via di Pera trattavano a ombrellate i gendarmi troppo zelanti».(4)

Le capitolazioni possono sembrare un istituto giuridico assurdo, improponibile nel mondo moderno, eppure, se ci si pensa, la stessa situazione di privilegio, di fatto di impunità, è riconosciuta oggi in Italia ai militari americani. Risalgono a pochi anni fa la vicenda dei piloti USA che hanno tranciato i cavi della funivia del Cermis, e quella dei marinai della Sesta Flotta di stanza a Napoli sorpresi dalla nostra polizia a spacciare grosse quantità di droga. Entrambi gli episodi - a dimostrare che non può esservi legalità senza sovranità - hanno visto gli americani, ufficiali e soldati, sottratti alla giustizia italiana.

Col nuovo secolo, i nemici dell'Impero affondano altre unghiate. Nel 1908 l'Austria si annette la Bosnia Erzegovina; nel 1911 l'Italia sbarca in Tripolitania e in Cirenaica e l'anno successivo occupa il Dodecaneso. I turchi sembrano del tutto incapaci di reagire. E il segnale di via libera per le sanguinose guerre balcaniche del 1913 e del 1914, che riducono al minimo la presenza ottomana nella regione. Rimangono ai turchi solo una piccola parte della Rumelia con la città di Adrianopoli, l'attuale Edirne, e il tratto di costa lungo il Mar di Marmara. Queste guerre, alimentando l'arroganza dei serbi, pongono le premesse per la prima guerra mondiale. (5)

Conoscendo la ferocia delle popolazioni balcaniche, è facile immaginare le atrocità inflitte ai turchi sconfitti. Migliaia di persone sono eliminate sul posto o malamente cacciate da quei territori che l'Impero aveva posseduto a partire dal 1350. Tra quelli che perdono la loro patria c'è Mustafà Kemal, il futuro Ataturk, nativo di Salonicco.

La tragedia della pulizia etnica e dei profughi colpisce l'impero anche nella zona del Mar Nero che, a partire dal XV secolo, grazie a una cintura ininterrotta di fortezze, insediamenti civili e commerciali. principati vassalli o tributari, poteva essere considerato un lago turco.

La regione più appetibile di questo mare, per il clima e per la maggior vicinanza alla sponda sud, era la Crimea. Il suo territorio era abitato dai tatari, genti turcofone e musulmane, il cui khan faceva risalire il proprio lignaggio, attraverso l'Orda d'Oro, nientemeno che a Gengis Khan.

Le incursioni dei tatari, che potevano mettere in campo migliaia di guerrieri a cavallo armati di sciabola e arco, terrorizzavano i Paesi a nord della steppa tra il Don e il Dniepr, e procuravano un'enorme quantità di schiavi che dai porti della Crimea venivano condotti al mercato di Costantinopoli. I tatari insomma rendevano invalicabili per i russi gli inospitali terreni erbosi a nord del Mar Nero, talché nel 1700, la Russia di Pietro il Grande, aveva un unico sbocco sul mare, Arcangel'sk, sul Mar Bianco, un porto gelato per gran parte dell'anno.

Nel 1711 i russi sono battuti dall'esercito ottomano, e le loro navi, costruite in terraferma e fatte scendere lungo i fiumi, vengono distrutte dopo essere state imbottigliate nelle acque basse del Mar d'Azov, la palude Meotica degli antichi. il cui ingresso era controllato dalle fortezze ottomane poste sullo stretto di Kerĉ'.

È solo sotto Caterina la Grande che, a fine Settecento, i russi, al comando del principe Potëmkin, mettono stabilmente piede sulle sponde del Mar Nero. Il khanato di Crimea è soppresso e i russi possono avanzare anche verso il Caucaso dal quale centinaia di migliaia di musulmani sono messi in fuga. Dai porti conquistati le navi russe cariche di deportati si dirigono verso le città turche di Sinop e Trebisonda, dove i turchi vengono semplicemente scaricati sulle banchine. Il Pinson, un osservatore neutrale, definì tali navi, per il livello di mortalità dovuto a malattie, denutrizione e fame, «tombe galleggianti».

È stato calcolato che, per la disumana politica seguita all'occupazione russa, la popolazione della Crimea e del Caucaso sia calata in pochi anni tra il 25 e il 30% e che il numero dei fuggiaschi ottomani, solo tra il 1856 e il 1914, non sia stato inferiore ai tre milioni: una vera fiumana.

L'opinione pubblica turca, infiammata dalle testimonianze dei profughi, e l'attivismo dei militari che si battono per la modernizzazione, allo scoppio del primo conflitto mondiale sogna la rivincita.

La situazione internazionale è però cambiata. Tra i belligeranti, il tradizionale nemico dei turchi, la Russia, questa volta è a fianco di quegli stessi anglo-francesi che, nel passato avevano bloccato le sue pretese. Se questa coalizione dovesse risultare vittoriosa, non sarà possibile evitare lo smembramento dell'Impero.

In caso di vittoria degli Imperi Centrali invece i turchi sarebbero stati al sicuro. Non solo avrebbero potuto conservare intatti i propri confini, ma anche recuperare i territori perduti nei decenni precedenti. Un elenco assai lungo che dava dalle rivendicazioni a carico di Bulgaria e Grecia per lo scacchiere baltico ed Egeo, a quelle nei confronti dell'Inghilterra per Egitto, Sudan e Cipro ella Russia per le regioni del Mar Nero e del Caucaso.

Se poi tra i nemici ci fosse stata anche l'Italia che, nonostante la sua trentennale adesione alla Triplice Alleanza con Austria e Germania, allo scoppio della guerra aveva dichiarato la propria neutralità e stava trattando con la coalizione avversaria, ci sarebbero stati altri conti da regolare per Tripolitania, Cirenaica e Dodecaneso.

La scelta di schierarsi a fianco della Germania e dell'Austria è dunque obbligata. I contatti politici - assai cordiale il rapporto tra il Sultano e il Kaiser - e commerciali con il Reich, sono ottimi. E in costruzione la ferrovia Berlino-Baghdad-Bassora, che permetterà alla Germania di eludere il blocco navale inglese del Mare del Nord e del Mediterraneo e di raggiungere via terra con le sue merci l'Oceano Indiano. Procedono i lavori anche sulla Damasco-Medina-La Mecca, la ferrovia finanziata dai fedeli musulmani di tutto il mondo per facilitare il pellegrinaggio ai Luoghi Santi. E previsto che la linea debba essere prolungata fino all'estremo sud della penisola arabica. A lavori ultimati, il Tanganika, la grande colonia tedesca dell'Africa orientale, sarà lì, appena oltre il Corno d'Africa.

A gettare definitivamente i turchi nelle braccia della Germania e a trascinarli in guerra è tuttavia un grave gesto dei britannici: il sequestro di due potenti navi da guerra turche, le corazzate Reshadieh e Sultan Osman I, commissionate dal governo turco ai cantieri navali Vickers e Armstrong, e già pagate.

Con queste navi, tecnicamente all'avanguardia e pronte per essere consegnate, tant'è che gli equipaggi turchi erano già arrivati a Londra, gli inglesi volevano rinforzare la Royal Navy in funzione anti-tedesca; non c'era tempo per metterne in cantiere di nuove in quanto era generale la previsione che la guerra non dovesse durare più di qualche mese.

I tedeschi approfittano dell'offesa arrecata ai turchi e il 7 agosto del 1914, su ordine del Kaiser, due unità che si trovavano in navigazione nel Mediterraneo accidentale, l'incrociatore pesante Goeben e il gemello Breslau, bombardate Borsa e Philippeville in Algeria, e fatto rifornimento di acqua e carbone nella Lise italiana di Messina, sfuggono alla caccia di due squadre inglesi ed entrano nel Mar di Marmara.

Il sultano acquista dalla Germania le navi, nomina comandante della flotta ottomana del Mar Nero l'ammiraglio tedesco Suchov, i marinai tedeschi indossano le divise della marina turca. Churchill, inviperito, ordina, nella sua qualità il primo lord dell'ammiragliato, di affondare il Goeben e il Breslau «qualsiasi bandiera battano».

I turchi decidono di rompere gli indugi: il 29 ottobre la loro squadra navale entra nel Mar Nero e cannoneggia Odessa e Sebastopoli.

È la guerra.

Come primo provvedimento il governo ottomano decreta la fine dell'odioso, umiliante regime delle capitolazioni. In quegli stessi giorni il generale Limanvon Sanders, capo della missione militare tedesca, è nominato consigliere supremo dell'esercito ottomano.

Egli era assai vicino al ministro della guerra turco Enver pascià, il quale aveva prestato servizio dal 1909 al 1913 come addetto militare a Berlino ed era considerato grande amico della Germania. L'assunzione di un tedesco a questa alta carica è solo il logico sviluppo di un'intesa che risale al 1883, quando il generale von der Goltz era giunto in Turchia a
capo della missione tedesca incaricata di riorganizzare l'esercito ottomano. Il von der Goltz sarà negli anni 1914-1915 governatore del Belgio occupato. Rientrato in Turchia, morirà durante il conflitto a Baghdad.

La collaborazione tra gli uomini del Reich guglielmino e le forze armate turche è piena. Centinaia di ufficiali istruttori assistono l'esercito turco, che viene dotato di moderne artiglierie, armi automatiche, fucili e munizioni. Nel corso del conflitto saranno ben 2500 gli ufficiali tedeschi mobilitati a fianco dei turchi sui vari fronti, da quello caucasico contro la Russia, a quelli sul Canale e poi in Palestina contro gli inglesi, a quelli aperti con gli sbarchi alleati del 1915 in Mesopotamia e nei Dardanelli.

Fra i tedeschi che in quegli anni prestano servizio in Turchia, parecchi assumeranno in patria incarichi di primo piano. Ne citiamo alcuni: Franz von Papen, capo di stato maggiore della IV Armata turca, vice-cancelliere con Hitler e poi ambasciatore a Istanbul; Constantin von Neurath, consigliere d'ambasciata a Costantinopoli, negli anni '30 ministro degli esteri del Reich e Protettore della Boemia e Moravia; von der Schulenburg, console a Erzerum, ambasciatore a Mosca negli anni cruciali dal '34 al '41.

Prima di lui era stato console a Erzerum il capitano von Scheubner-Richter. Presentato nel primo dopoguerra da Rosenberg a Hitler, il capitano, nel febbraio del '20, fu nominato capo delle SA, le Camicie Brune. Il 9 novembre del 1923, durante il Putsch di Monaco, Scheubner-Richter, che marciava in prima fila a fianco del Führer, colpito al cuore da una pallottola, fu una delle prime vittime della repressione poliziesca. Cadendo trascinò a terra Hitler, che si lussò una spalla. Così lo storico Joachim Fest ricorda lo Scheubner-Richter: «La sua influenza su Hitler fu considerevole; egli fu l'unico tra le persone uccise alla Feldherrenhalle il 9 novembre 1923 che Hitler reputasse insostituibile».

Ma altri ufficiali legati alla causa turca furono in seguito protagonisti dell'avventura nazionalsocialista: Rudolf von Sebottendorff, già combattente coi turchi durante le guerre balcaniche, fondatore della mitica Thule Gesellschaft; (6) uomo di vasta cultura, egli era editore del Münchener Beobachter; che diventerà con la testata Völkischer Beobachter, il quotidiano del partito nazionalsocialista. Sebottendorff negli anni '30 tornerà in Turchia e vi resterà, al servizio del Sicherheitsdienst di Schellenberg, per tutta la durata della guerra.

Si toglierà la vita gettandosi nel Bosforo, il 9 maggio 1945.

E ancora il generale Hans von Seeckt che, nel dopoguerra, pose le basi per la futura Wehrmacht, operando un'intelligente riorganizzazione della Reichswehr: Von Seeckt fu amico di Enver pascia, e lo accolse negli anni Venti a Berlino, facilitandogli poi il viaggio verso l'Asia centrale. Quando l'alto ufficiale morì, nel 1936, Hitler partecipò personalmente ai funerali di Stato.

Prestò servizio in Turchia anche il generale Alexander von Falkenhausen, che sarà governatore militare del Belgio tra il '40 e il '44. Ricordiamo infine Karl Dönitz, giovane sottotenente di vascello imbarcato sul Breslau, che fu prima alla guida dell'arma subacquea e poi, col grado di Grande Ammiraglio, ai vertici della Kriegsmarine, e destinato infine a succedere per breve tempo a Hitler.

I turchi in guerra danno al nemico parecchio filo da torcere. Sono vittoriosi in Mesopotamia (10.000 inglesi accerchiati a Tel el Amara si devono arrendere) e nei Dardanelli (gli alleati dopo aver subito pesanti perdite navali registrano migliaia di morti nei combattimenti a terra e sono costretti a reimbarcarsi).

In Tripolitania e Cirenaica, con finanziamenti e rifornimenti di armi che giungono a bordo di sommergibili tedeschi con base a Pola, i turchi scatenano una rivolta che vede gli italiani assediati per tutta la durata del conflitto nelle principali piazzeforti costiere. (7)

Agli ordini di Enver pascia - oltre che ministro egli era anche comandante supremo delle forze armate - i turchi si battono infine con coraggio contro i russi sui difficili fronti persiano e caucasico, ove l'ambiente e le condizioni climatiche sono proibitivi.

È in questo contesto che assume rilievo la questione armena, con vicende cui si è da taluni voluto attribuire il carattere del genocidio.

Gli armeni, una popolazione cristiana originaria delle zone montane a cavallo tra Russia, Turchia e Persia, erano allora raggruppati, per quel che attiene l'Impero Ottomano, prevalentemente nelle regioni anatoliche orientali sotto il Caucaso, nella Cilicia vicino all'attuale confine con la Siria, e nella capitale.

Questa stirpe, abile nel commercio, astuta e sediziosa, da sempre sgomita per emergere. A partire da metà Ottocento la incoraggiano le pressioni esercitate su Costantinopoli dalle grandi potenze europee. La strategia degli armeni cavalca lo schema collaudato da tutte le minoranze. Da un lato essi recitano la parte dei sudditi fedeli, dall'altro si agitano per ottenere leggi speciali. Partecipano alla vita politica, ma seguono anche altre strade, organizzando complotti rivoluzionari, attentati e rapine per autofinanziamento. In patria e coi loro fuorusciti tramano all'ombra delle logge massoniche legate al Grande Oriente di Francia, allevano i figli della propria élite intellettuale e finanziaria nelle 400 scuole e nelle 127 congregazioni cristiane dell'American Board for Foreign Missions, sono molto vicini all'ambasciatore americano, l'ebreo Henry Morgenthau. Costui è il padre dell'omonimo consigliere del guerrafondaio Roosevelt che, nel secondo conflitto mondiale, predisporrà il famoso piano di riduzione alla pastorizia da applicarsi alla Germania sconfitta.

Emblematica, circa i contatti e le complicità esterne degli armeni, è l'azione contro la Banca Ottomana. Nell'agosto 1896, un commando di una ventina di armeni con armi ed esplosivi assalta a Costantinopoli la sede centrale della banca e vi si barrica respingendo gli attacchi delle forze dell'ordine.

I russi, che con le loro navi da guerra tenevano sotto tiro il palazzo del sultano, ottengono l'impunità per gli armeni. Quelli rimasti incolumi, evacuati dalla banca, sono condotti sulla nave francese Gironde, che li porta a Marsiglia. I feriti, dopo essere stati curati, sono accolti dagli inglesi in Egitto.

Anche allora - come accadrà per i partigiani nel conflitto 1939-45, e più di recente per gli albanesi dell'UCK - i terroristi che si muovono al servizio dell'Occidente sono incoraggiati e protetti.

Allo scoppio del conflitto, nel 1914, gli armeni reputano giunto il momento di giocare il tutto per tutto. I nemici dell'impero hanno loro promesso uno Stato autonomo e, in ogni luogo della diaspora, essi chiedono di essere arruolati negli eserciti alleati. La Legione d'Oriente, organizzata dai francesi e guidata dal generale inglese Allenby, è composta al 95% di armeni. Numerosi tra loro i disertori dell'esercito ottomano.

Sobillati dagli emissari russi (già nel Trattato di Santo Stefano del 1878 lo zar si era proclamato protettore degli armeni) e dalla martellante propaganda anti-ottomana diffusa attraverso la stampa clandestina curata dai correligionari rifugiati a Londra e a Parigi, gli armeni si ribellano ancora un volta all'autorità, prendono le parti del nemico che avanza nel paese, ne agevolano i movimenti, gli forniscono le reclute per costituire reparti volontari combattenti, le cosiddette Legioni Armene che si batteranno a fianco dei russi su tutti i fronti.

La popolazione armena paga però le conseguenze del tradimento; il fatto che gli armeni si trovino nelle zone meno accessibili dell'Impero turco e l'alterno andamento delle operazioni militari, fanno sì che i suoi protettori russi e occidentali non possano sottrarla alle rappresaglie dei turchi. Questi, per rendere sicure le proprie retrovie, ripuliscono senza troppi complimenti le zone dove vivono gli armeni, deportando, in più riprese, centinaia di migliaia di persone. I maltrattamenti e le marce forzate nel gelido clima degli altipiani provocano tra gli armeni perdite assai elevate, anche se, come di solito accade in questi casi, le valutazioni sono discordanti ed è quindi difficile quantificare con precisione il numero dei morti.

L'azione dei turchi è facilitata dal fatto che in nessun luogo la popolazione armena è maggioritaria, per cui i quartieri e le case in cui essa abita risultano indifendibili. I rastrellamenti e le persecuzioni avvengono poi con la festosa collaborazione dell'etnia curda, da sempre proclive al banditismo ed al saccheggio e considerata il castigamatti degli armeni. Migliaia di armeni riescono a fuggire. Si rifugiano e si disperdono in Transcaucasia, nelle zone del Caspio e addirittura nel Turkestan, dove però devono fare i conti con popolazioni musulmane ugualmente ostili c con le quali gli scontri armati saranno lunghi e sanguinosi.

Per comprendere la condotta sbrigativa e priva di scrupoli dei turchi e lo stato d'animo che li spingeva, basta pensare che, loro, le persecuzioni razziali e la pulizia etnica le avevano subite in Crimea, e, appena pochi anni prima, nei Balcani e le stavano provando sulla propria pelle in quello stesso momento nell'Asia centrale occupata dai russi.

In conclusione gli armeni scontano i propri errori: quello di aver preso le armi contro il paese in cui vivono e quello di non essere stati capaci, prima di muoversi, di immaginare l'effetto dei propri atti. E vero che il popolo armeno esce malconcio dalla vicenda, ma è un fatto innegabile che le sue disgrazie se le sia cercate con un comportamento che nessuna nazione può accettare senza reagire con durezza, specie se impegnata, com'era la Turchia, in una guerra per la vita.

E' il destino che tocca sovente a quei popoli - ad esempio zingari ed ebrei - che non hanno capito, fin dai primi passi della loro storia, la necessità di costruire, come hanno fatto tutti gli altri, in un preciso luogo geografico un nucleo etnicamente compatto. Vivere in qualità di minoranza straniera dotata di costumi e religione diversi, e ciò proprio al fine di mantenersi separati, di evitare ogni commistione se non superficiale con la popolazione ospitante, è una strategia che, se da un lato può offrire vantaggi economici, dall'altro - la storia lo insegna - non può certo giovare a una buona convivenza. Convivenza che diventa problematica se, proprio chi ha voluto autoescludersi dalla vita della comunità, scaglia contro gli altri, contro quelli che hanno con precisione inquadrato il suo comportamento, l'accusa di non essere abbastanza aperti, di nutrire pregiudizi e sentimenti razzisti.

È una reazione questa concettualmente tanto debole da apparire infantile e ridicola; eppure anch'essa ha una spiegazione: non restare dove si è nati, non rimanere abbastanza a lungo dove ci si è trasferiti, provenire da troppi posti e da nessuno in particolare, sentirsi insomma estranei a luoghi e persone, non può che tradursi in forti disturbi - individuali e di gruppo - della personalità. L'insicurezza porta a sentirsi minacciati. La paura si trasforma in veleno. Ed ecco il risultato finale: gente umile e furba, smidollata e malvagia, fatta apposta per sorridere e tradire. Pronta a colpire appena se ne presenti l'occasione.

Bisogna tuttavia riconoscere che, nel conflitto, gli armeni sono stati anche sfortunati. Essi, nella coalizione che alla fine si rivelerà vittoriosa, avevano deciso di far conto proprio sull'unico soggetto che risulterà sconfitto: la Russia.

Quando, alla fine del 1917, con la Rivoluzione d'Ottobre, l'esercito zarista si dissolve, i turchi fanno in tempo - prima che nel '18 si verifichi il crollo degli Imperi Centrali e le ostilità abbiano quindi fine - a contrattaccare.

Quali sono le ragioni di questa scelta? Perché gli ottomani non impiegano le forze disponibili sui fronti meridionali dove a Gaza e in Mesopotamia gli inglesi premono pericolosamente? Perché, invece di appoggiare l'azione degli austro-germanici impegnando gli avversari rimasti in campo dopo la defezione della Russia, i turchi preferiscono gettare il grosso del loro esercito verso il Caucaso e l'Asia?

È vero che una campagna militare contro un avversario, come quello russo, in preda all'anarchia, si prospetta più agevole, ma la decisione dello Stato Maggiore turco è dettata da ragioni molto più serie. Nasce dalla convinzione che le sorti del conflitto si decideranno sul fronte europeo e che, nel caso di sconfitta della coalizione di cui l'Impero fa parte, sia opportuno cogliere compensi là dove è possibile, e cioè a est.

È una valutazione strategica assai lungimirante che tiene ovviamente conto del crollo dell'Impero zarista e del vuoto che ne sta derivando.

In questo senso si esprime il generale Vehib, comandante dell'esercito del Caucaso: «Abbiamo lasciato i Balcani, stiamo anche lasciando l'Africa, ma dobbiamo espanderci verso oriente. Il nostro sangue, la nostra religione, la nostra lingua sono lì. E questo ha un'attrazione tremenda. I nostri fratelli sono a Baku, nel Daghestan, nell'Azerbaigian, nel Turkestan».

Ed ecco che l'esercito turco recupera di slancio il terreno perduto in precedenza, il 17 febbraio rioccupa la città di Trebisonda, il 12 marzo è a Erzerum. I civili musulmani rientrano nei villaggi che avevano dovuto abbandonare e ad essi si offre l'opportunità di regolare la partita con gli armeni, almeno con quelli che non avevano preferito seguire i russi nella ritirata. Questi profughi si uniscono ai connazionali che li avevano preceduti e proseguiranno per anni, con estrema determinazione, la lotta contro l'Islam nei territori vicini: Caucaso, Caspio, Asia Centrale.

La scia di sangue delle loro vendicative scorrerie è ricordata ancora oggi da quelle popolazioni turche che continuano a vedere gli armeni come fumo negli occhi.

In conclusione, le annose lamentele della diaspora armena per l'accaduto ci rammentano la disperazione di chi all'ippodromo si è rovinato puntando tutto sul cavallo sbagliato. Un cavallo che faceva la sua corsa senza per nulla preoccuparsi di chi aveva scommesso su di lui.

La fine dei quattro imperi, la Turchia di Ataturk

Nell'agosto 1914, all'inizio delle ostilità, nessuno poteva immaginare che la guerra avrebbe provocato sconvolgimenti tanto radicali.

L'Impero tedesco e quello russo - che si fronteggiano nell'Europa orientale - escono entrambi paradossalmente sconfitti, sia pure in tempi diversi. Cadono le rispettive dinastie.

Per la Russia, le perdite territoriali sono gravissime: rinasce la Polonia, acquistano piena indipendenza la Finlandia e i Paesi Baltici, Lituania, Lettonia ed Estonia.

Anche la Germania deve cedere territori ma, avendo finito la guerra imbattuta, al suo nucleo centrale è risparmiata l'occupazione straniera.

Drammatica la fine dell'impero austroungarico: è una supernova che va in pezzi. Frantumata dalle nazionalità ma, soprattutto, dall'uso strumentale e punitivo che di esse fanno i vincitori. Quanto rimane di ceppo e di cultura germanica ne esce tanto ridotto in superficie e popolazione (all'Austria resta poco altro che una testa sproporzionata, la città di Vienna) da rendere insensata qualsiasi strategia, se non quella di puntare all'unione con le altre genti di lingua tedesca, l'Anschluss con il Reich, soluzione che sarà però espressamente vietata al popolo austriaco dal Diktat dell'Intesa.

Solo nel marzo '38 l'obiettivo verrà raggiunto e sanzionato da un referendum popolare che, col 99,7% dei voti, segna l'avvento della Grande Germania e il trionfo politico di Hitler.

Più lungo, articolato e, come vedremo, legato all'attualità, il discorso riguardante l'Impero Ottomano. Gli Occidentali e il loro alleato russo avevano progettato a suo danno la rapina del secolo. La Russia doveva allargarsi nel Caucaso e nel Mar Nero fino agli Stretti. Gli inglesi avevano «prenotato» l'Egitto e la Mesopotamia, per la quale venne inventato il nome di Iraq. La Grande Siria, calpestate le promesse fatte agli insorti arabi, andava spartita: l'attuale Siria e il Libano, ai francesi; la Palestina, dopo averne enucleato la Transgiordania oggi regno di Giordania, agli inglesi sotto mandato della SdN. Il mandato era il trucco escogitato per coprire i passi più difficili, quelli iniziali, della penetrazione ebraica e consegnare, con un'immigrazione graduale, il paese nelle mani dei sionisti.

Solo apparente l'autonomia dell'Arabia, lottizzata dall'Intelligence inglese, dal vicerè di Nuova Delhi e dalle multinazionali petrolifere, e di fatto smembrata tra i Sauditi, gli Hascemiti e gli sceicchi del Golfo.

A nord, esclusa ogni residua influenza turca nei Balcani, neppure il nocciolo anatolico doveva restare intatto.

Considerato che il socio russo - il concorrente più temuto da Londra e Parigi - a rivoluzione comunista era scomparso, il bottino da spartire risultava ancora più ricco. Ai greci viene riconosciuto dagli Occidentali il diritto di subentrare alle pretese russe. Atene immaginava - come la rana gonfiata della favola - il ritorno a Bisanzio e la nascita di un moderno Impero d'Oriente. Le zone della costa anatolica abitate da consistenti minoranze elleniche - per prima la città di Smirne - sono occupate dai greci, che sbarcano in forze.

Persino l'Italia doveva avere la sua parte, e neppure piccola (8). Nel 1919 reparti italiani sbarcano ad Antalia, sulla costa meridionale, in prossimità del Dodecaneso.

Nelle zone orientali e sud-orientali della penisola anatolica era previsto che curdi e armeni dovessero avere un proprio Stato, anche se quello armeno non si sapeva bene dove collocarlo e quali confini dargli. Gli armeni erano infatti presenti sul territorio a macchia di leopardo e i loro due principali insediamenti si trovavano uno a nord. attorno al lago Van e uno a sud, in Cilicia. In nessuna di tali regioni rappresentavano tuttavia la maggioranza della popolazione.

Mentre a Costantinopoli il governo del sultano, privo di forze armate e di fatto prigioniero dell'occupante britannico, si piega all'insensata violenza dei vincitori che avrebbe tolto qualsiasi prospettiva di vita autonoma al popolo turco, e accetta di firmare il Trattato di Sèvres che la codifica, un gruppo di ufficiali stanziato in provincia e guidato da Mustafà Kemal, l'eroe dei Dardanelli - che diverrà in seguito noto come Ataturk - si ribella. Ha così inizio una lunga campagna militare che prende di mira, sul territorio anatolico, sia le truppe straniere che le minoranze collaborazioniste.

I greci sono ripetutamente battuti. Francesi, italiani e inglesi capiscono che ogni resistenza sarebbe inutile. Tutti sono spossati per le perdite umane e per i costi del conflitto; i risultati già conseguiti sono giudicati soddisfacenti. E per questo che nessun governo se la sente di chiedere al proprio popolo nuovi sacrifici. E tuttavia solo nel 1923, col Trattato di Losanna, che le potenze europee prendono formalmente atto di quanto l'indomabile volontà dei turchi è riuscita a conseguire. Gli invasori si ritirano e l'indipendenza della nazione turca è riconosciuta.

La passata grandezza è solo un ricordo, ma il nucleo anatolico è salvo e le sanguinose vicende della lotta di liberazione nazionale lo hanno ripulito dalle etnie indesiderate e inassimilabili. La più splendente ricchezza di un popolo, la compattezza razziale, è un obiettivo raggiunto.

I successi militari e diplomatici, la nascita della repubblica, la modernizzazione e la laicizzazione del paese non possono però influire sulla situazione
complessiva scaturita dalla dissoluzione dell'Impero. Evento tanto traumatico e fonte di problemi di eccezionale complessità da non poter certo trovar soluzione nelle superficiali decisioni degli avidi vincitori. Problemi che, a causa dell'enorme estensione dell'Impero, toccano regioni tanto distanti tra loro che 1'osservatore meno attento è incapace di collegarli alla vera origine e che si rivelano a tutt'oggi insoluti, se non addirittura aggravati. Essi riguardano, come abbiamo anticipato, una zona molto vasta che, oltre ai Balcani, comprende Cipro, Siria, Libano, Palestina, Giordania, Iraq ed Egitto, insomma tutto il Mediterraneo Orientale, il Vicino e il Medio Oriente.

Lo spazio immenso e articolato che l'Impero occupava, un mondo per secoli ordinato e pacifico, avrebbe meritato, se proprio era il caso di vivisezionarlo, un'attenzione ben diversa dalla sconcia, imprevidente avidità di quei colonialisti che trovano intelligente spartirselo.

Il bottino andava distribuito tra inglesi e francesi, gli alleati-rivali, in modo da non scontentare nessuno dei due; non vi erano altre preoccupazioni. Per i popoli non turchi, «liberati» da Costantinopoli, non era prevista l'indipendenza. Essi sarebbero diventati sudditi coloniali. Non venne neppure presa in considerazione l'idea di una conferenza nella quale confrontarsi con interlocutori locali, portavoce dei singoli gruppi etnici. E, quelli dell'Impero, ricordiamolo, non erano popoli bloccati dal loro DNA sulla linea di partenza della civiltà. Nessuna fondata ragione poteva dunque giustificare l'idea di declassarli a colonia o comunque sottoporli a tutela. Anche se all'interno di una struttura statale più vasta, essi erano indipendenti da tempo immemorabile, politicamente rappresentati, portatori riconosciuti di un'originale visione del mondo e di una propria collaudata organizzazione sociale.

Ebbene, di queste nazioni, separate dall'Impero e occupate militarmente, non si rispettano neppure l'unità etnica o le particolarità religiose; le si frantuma con criteri cervellotici, solo per dare spazio alle esigenze geostrategiche dei vincitori, alla loro cupidigia energetica e, nel caso della Palestina - che pure era stata sottoposta a un mandato destinato a condurla all'indipendenza - addirittura alle paturnie vetero-testamentarie degli ebrei. A volte si agisce nel modo inverso: è il caso dell'Iraq nel quale vengono fuse tre provincie - Mossul, Baghdad e Bassora - che l'Impero Ottomano aveva sempre tenuto divise proprio perché profondamente diverse tra loro per composizione etnica e religiosa, rispettivamente a maggioranza curda, sunnita, sciita.

A questo miope ed insensibile modo di procedere, a una politica basata su puri rapporti di forza, risale dunque la comune matrice storica di tutti i conflitti che ormai da un secolo devastano le regioni europee e asiatiche già soggette a Costantinopoli. Regioni che, a posteriori, non possono che rimpiangere la sonnolenta amministrazione del sultano.

Nel 1923 la situazione della Turchia è paragonabile a quella di un passerotto fortunosamente scampato alle unghie di un grosso gatto. Nel Mediterraneo orientale, nel Vicino e Medio Oriente e in Africa è l'epoca d'oro del colonialismo. Sul confine caucasico la Russia comunista è finalmente uscita dal marasma della guerra civile e si consolida. Nulla ha potuto fare la Turchia contro la creazione al suo confine orientale di uno Stato armeno incorporato nell'URSS, né contro il perdurare dell'occupazione sovietica dei territori del Caucaso abitati da musulmani. In Asia centrale, all'oppressione zarista, si sta sostituendo quella sovietica. La coperta militare dei turchi era troppo corta per combattere i greci, affrontare gli occupanti inglesi, francesi e italiani, e al tempo stesso impedire alla Russia comunista di sbarrare alla Turchia la porta dell'Asia.

In quegli anni la situazione internazionale non può dunque offrire alla Turchia alcuna vantaggiosa opportunità. Ad Ataturk, che muore nel '38, e ai suoi successori, non resta che preparare il futuro, incidendo sul piano interno con grandi riforme. Il paese ne esce modernizzato, nella direzione di uno Stato nazionale e sociale. Una «democrazia» sui generis, condizionata non dal grande capitale come in Occidente, ma dall'esercito che si attribuisce le prerogative necessarie a bloccare le novità indesiderate.

E' un fattore da non trascurare.

L'esercito ancor oggi è in grado di dire la sua. Può essere ad esempio una garanzia di laicità nei confronti di una democrazia che, nonostante il forte appoggio dell'occidente, nessuno può garantire diversa da quella che il popolo ha mostrato di volere in Iran e ultimamente in Palestina.

Dal 1923 Costantinopoli prende il nome di Istanbul e la capitale è spostata ad Ankara, al centro della penisola anatolica. Dal '28 la lingua turca non è più scritta in arabo, ma in caratteri latini. L'ordinamento giudiziario viene laicizzato: sono presi a modello il codice civile svizzero e quello penale italiano.

Neppure il secondo conflitto mondiale - 1939-45 - può eccitare la Turchia. Anche se le sue simpatie vanno ovviamente al Terzo Reich, impegnato in una lotta mortale contro il tradizionale nemico comune, la Russia, per i turchi non è difficile capire che l'intervento in guerra sarebbe un suicidio. Se erano stati sconfitti nel '18, quando l'Impero Ottomano era una grande potenza e la Russia era uscita dalla guerra piegata dalla rivoluzione, questa volta le preponderanti forze della coalizione demo-comunista non consentono speranze.(9)

Ciononostante per tutto il periodo della guerra le relazioni con la Germania restano buone. E non solo a livello commerciale. Contatti militari improntati a grande cameratismo dimostrano da un lato la grande attenzione della Turchia per quanto sta accadendo a nord e a est del Mar Mero, dall'altro la volontà del Reich di conservare i migliori rapporti coi turchi.

Vogliamo a tale proposito segnalare un fatto poco conosciuto.

Dopo la sconfitta di Stalingrado e lo sgombero della Tunisia, Hitler, nella primavera del 1943, vuole a tutti i costi riprendere l'iniziativa. Progetta un'offensiva nella zona centrale del fronte orientale per eliminare il saliente di Kursk e puntare, ancora una volta, su Mosca. Da parte germanica si raccolgono le migliori divisioni e si decide di gettare in battaglia tutte le forze disponibili. Verranno impiegati un milione di uomini, tremila carri armati e duemila aeroplani.

Ebbene, a visionare nelle immediate retrovie del fronte la preparazione e mento dei reparti, è invitata una delegazione dello Stato Maggiore turco. La visita - oggettivamente compromettente per le circostanze di tempo e di luogo - non rimane fine a se stessa. Dopo le manovre i turchi vengono condotti al quartier generale dove incontrano i generali Keitel e Jodl e vengono poi invitati da Hitler per un thè.

Il Führer fu molto contento dell'incontro e così risulta si sia espresso: «Dei turchi possiamo fidarci. La dimostrazione delle nostre divisioni corazzate a Charkov ha fatto grande impressione su di loro» (10).

Subito dopo, su invito del comando supremo della Wehrmacht, i turchi si spostano in Francia e visitano le fortificazioni del Vallo Atlantico sulla Manica, in particolare quelle di Capo Gris-Nez che avevano in batteria cannoni da 380, in grado di sparare a 54 chilometri di distanza.

Nei decenni della guerra fredda, la Turchia, come il resto del mondo, vive nel clima di terrore mediatico diffuso a proprio vantaggio dalle superpotenze. L'Europa è spartita e scalzata dalle sue tradizionali zone d'influenza; le è preclusa - in politica internazionale - qualunque mossa autonoma. I politici che hanno svenduto a Usa e Urss la sovranità delle loro Nazioni, governano solo in nome e per conto del rispettivo occupante.

Per i turchi, la situazione strategica è di molto peggiorata. La minaccia russa, dopo il 1945, si profila anche da nuove direttrici: da sud-est, dall'Azerbaigian iraniano, invaso nell'estate 1941 d'intesa con gli anglo-americani e ancora occupato dall'Armata Rossa; e da nord-ovest, e cioè dai Balcani, dove, col satellite bulgaro, i sovietici sono a pochi chilometri da Istanbul.

Un nuovo soggetto di storia: il Turkestan

Per secoli, l'Asia centrale, quella vasta fascia che va dal Caspio ai deserti della Mongolia, è stata un luogo misterioso e di difficile accesso, a causa del clima continentale e delle grandi distanze tra i luoghi forniti di acqua. Immensi deserti di sabbia, che si alternano a steppe e catene montuose. caratterizzano la regione. A cavallo dell'attuale confine con la Cina, le montagne del Tian Shan e del Pamir toccano i settemilacinquecento metri.

La presenza umana, nei primi secoli dello scorso millennio, era costituita da popoli di ceppo turco, di religione islamico-sunnita. Genti dedite alla pastorizia e, nelle terre più fertili, le oasi e le rive dei fiumi, all'agricoltura. Pochi, ovviamente, i centri abitati di una certa importanza. Fra questi basterà menzionare Buchara e Samarcanda, dove gli abitanti, grazie all'artigianato e al commercio, avevano raggiunto un discreto tenore di vita. Di quell'epoca - sono gli anni in cui a Buchara nasce e studia il grande Avicenna, e Samarcanda è la capitale dell'impero di Tamerlano - sono rimasti palazzi, giardini con fontane, bazar e caravanserragli, moschee e scuole coraniche.

A garantire il progresso, culturale e civile, e il correlato benessere, era il traffico delle merci che, lungo la Via della Seta, venivano trasferite, a dorso di cammello, dalla Cina agli empori europei.

A questa costruzione fuori dal tempo, il primo scossone viene portato attorno al 1250 dall'improvviso sopraggiungere delle tribù mongoliche di Gengis Khan che, con guerrieri a cavallo e case su ruote, si spostavano verso occidente. Ogni tappa lungo il percorso era occasione di saccheggio e distruzione. E, del resto, solo con questa cinica strategia logistica, la migrazione avrebbe potuto raggiungere mete ancor più ambite, come la Persia, la Polonia, l'Ungheria, la Russia meridionale, il Mediterraneo. Buchara, che era stata la più sofisticata città della Transoxiana (la regione oltre l'Oxus, oggi Amù Daria, l'immissario meridionale dell'Aral) viene saccheggiata, incendiata e spopolata dagli eserciti tatari nel 1220, 1273, 1316.

La Via della Seta, a causa di tali vicende, stava per diventare intransitabile. Soluzione alternativa a quel percorso era l'incremento del già esistente trasporto via mare che sfruttava l'alterno soffiare dei monsoni. Due le rotte più battute con partenza dai porti asiatici: quella del Golfo Persico fino a Bassora, dove le merci venivano scaricate e avviate a Baghdad. Aleppo o Damasco; quella del Mar Rosso, destinata a servire i mercati di Alessandria e del Cairo.

Quando nel 1496, doppiato il Capo di Buona Speranza, Vasco da Gama scopre il passaggio verso est, l'Oceano Indiano si apre all'Europa. I portoghesi, in appena una decina d'anni, impongono il loro protettorato sugli approdi dell'Africa Orientale e cominciano a costruire fortezze sulle coste dell'India. Grazie ai rapidi progressi della cantieristica e all'innovativo impiego dell'artiglieria, il monopolio marittimo degli orientali e dei musulmani è messo fuori gioco.

Nei secoli successivi, anche se il grande traffico dalla Cina all'Europa è ormai solo un ricordo, i mercanti continuano a battere i tratti centrali della vecchia Via della Seta. Nelle vallate lo sfruttamento irriguo delle acque che scendono dalle montagne più alte del pianeta garantisce buoni raccolti e nutrimento sufficiente per uomini e animali. Le città tornano a essere un rilevante centro di smistamento e consumo, ma anche di produzione artigianale. C'erano le strade dei sellai, dei fabbricanti d'armi, dei gioiellieri, il bazar delle sete e dei profumi, i locali dove si vendevano oppio e tabacco.

Nel XIX secolo, in questo clima di ricreata prosperità, Buchara, coi suoi otto caravanserragli, è in grado di accogliere un gran numero di carovane, la maggior parte delle quali conta da 500 a 2000 cammelli.

Ma l'equilibrata esistenza dei popoli turchi dell'Asia centrale è sconvolta a metà Ottocento dal colonialismo.

È un evento drammatico e paradossale.

Mentre in Europa e nel Mediterraneo gli ottomani si battono per conservare la propria sovranità su territori abitati da elementi non turchi - slavi, greci, armeni e arabi - i connazionali che vivono a est, nel Turkestan, dove non erano sudditi dell'Impero, ma neppure soggetti a un'autorità esterna, finiscono nel mirino dell'imperialismo russo e cinese. La minaccia è grave, e mancano la volontà politica, i mezzi economici, e le forze armate necessarie per pararla, impedendo che i turcomanni perdano la loro libertà e finiscano sotto il tallone straniero.

I russi, nella prima metà dell'800, perseguono un ambizioso progetto espansionistico. Esplorata la Siberia e raggiunto il Pacifico, passano attraverso lo stretto di Bering in Alaska, dove è straordinaria l'abbondanza dell'oro morbido, le pellicce degli animali (11). Alla Cina, in quegli stessi anni, sono strappati coi cosiddetti Trattati Ineguali vasti territori in Manciuria. Nel 1858 i russi ottengono il confine sulla riva sinistra dell'Amur; nel 1860 il territorio fra 1'Ussuri e il Mar del Giappone. Parte la costruzione in Asia centrale di quel sistema ferroviario, dal Caspio e da Orenburg verso il Turkestan, che troverà poi coronamento, più a nord, nella Transiberiana, e che è destinato a supportare l'atteso sviluppo civile dei nuovi territori, ma soprattutto gli spostamenti degli eserciti impegnati nelle campagne coloniali.

Le genti turcofone e musulmane dell'Asia centrale si trovano sulla direttrice dell'avanzata russa che punta a sud, verso i confini persiano e afgano. Ma forse le ambizioni di San Pietroburgo sono anche maggiori. Lo temono gli inglesi, che vedono in pericolo la sicurezza del confine settentrionale dell'Impero indiano: è il «Grande Gioco», una schermaglia diplomatico-militare tra russi e inglesi che, per decenni, verrà combattuta principalmente su suolo persiano e afgano.

La penetrazione in Asia dei russi - meglio armati e meglio addestrati - vince la debole resistenza dei khan locali. Per contrastare un esercito moderno occorreva infatti ben altro che qualche folkloristica milizia di tipo feudale. I tempi per dare alle popolazioni locali quella compattezza indispensabile a formare uno Stato organico non erano del resto maturi. Automobili, treni, aeroplani, telefoni e tutte quelle infrastrutture che in un paese vasto e desertico permettono di annullare le distanze, non esistevano ancora, e questo spiega perché i turcomanni fossero isolati, divisi e militarmente disorganizzati.

Le difficoltà ambientali - il grande freddo invernale (-30°,-40°), il grande
estivo (+400,+500), le enormi distanze, la scarsità di acqua per uomini e animali - rendono tuttavia per i russi l'impresa militare dispendiosa. Un corpo d'armata russo di 4000 uomini al comando del principe Bekovich, cade in un'imboscata e viene interamente massacrato. Nel 1839 una colonna russa, che puntava su Merv, è costretta a rientrare alla base di partenza senza aver ottenuto altro risultato se non quello d'aver perso nel deserto migliaia di uomini congelati e 9000 cammelli.

I risultati delle ripetute campagne sono comunque, alla fine, di eccezionale rilievo strategico.

Nel 1864 è completata l'occupazione dei due versanti del Caucaso tra il Mar Nero e il Caspio.

Nel 1865 cade Taskent, che diventa capitale del governatorato del Turkestan.

Nel 1868 è espugnata Buchara, che era difesa da dodici chilometri di mura e da porte fortificate.

Nel 1869 viene fondata Krasnovodsk, sulla riva orientale del Caspio. Poco dopo sono conquistate Aschabad e Merv.

Nel 1882, Buchara, Chiva e Kokand sono annesse ai territori del governatorato.

È il caso di riflettere, in conclusione, su quanto relativamente recente sia l'occupazione russa dell'Asia centrale.

Anche la parte orientale del Turkestan cade, in quegli stessi anni, sotto dominio coloniale.

La regione - 1.650.000 chilometri quadrati - pari a un sesto della Cina, è assai arida e, nella sua parte meridionale, è coperta dall'impraticabile deserto di sabbia del Taklatnakan. A nord di questo scorre il Tarim, un fiume le cui acque si perdono nella zona palustre del Lop Nor, il Lago Nero (12).

La popolazione di lingua e cultura turca e di religione islamica, pare sia originaria dell'Europa o dell'Asia occidentale e nella sua lingua gli studiosi hanno trovato tracce indoeuropee. L'etnia predominante è quella degli uiguri, oltre il 60% degli abitanti, ma sono presenti anche altre tribù turche quali uzbechi, kazaki, mongoli, tatari, yugu, kirghizi.

A togliere al Turkestan orientale l'autonomia goduta fino ai tempi moderni sono i cinesi. Come può essere, diranno i lettori più attenti alle vicende storiche dell'Estremo Oriente, che il decadente Impero cinese, già in ginocchio per la sconfitta subita per arano dei britannici nella Guerra dell'Oppio, e vittima anche dei russi cui aveva dovuto cedere i territori dei nord, avesse la forza necessaria per estendere la propria sovranità? Innanzitutto si muoveva in una regione dove non esisteva alcuna organica struttura statale e in una direzione geografica, il cuore dell'Asia, dove l'intervento delle Grandi Potenze non aveva senso. Agli inglesi, quella zona, collocata, rispetto all'India, sopra l'inaccessibile Tibet, non poteva far gola: i russi, in quello scacchiere, avevano già soddisfatto i propri appetiti.

In realtà Pechino fu paradossalmente favorita da uno sconvolgimento interno, la grande rivolta musulmana scoppiata nello Yunnan e nello Sechuan nel 1855, quando le popolazioni delle provincie meridionali della Cina, islamizzate da contatti esterni, si ribellano al potere centrale. L'insurrezione armata si estende gradualmente allo Shaanxi, nel centro del paese e a Xi'an, capitale imperiale della Cina fino al IX secolo. Nella città, punto di partenza della Via della Seta e famosa per i guerrieri di terracotta, ancora oggi vivono migliaia di musulmani e sorgono decine di moschee. La rivolta passa poi nel nord-ovest, appunto nel Turkestan, ove la diffusione dell'Islam risaliva addirittura al 751 quando, a Talas, ai piedi del Tiara Shan, gli arabi aveano battuto l'esercito cinese e migliaia di prigionieri erano stati deportati a Samarcanda. La vittoria di Talas ha importanti conseguenze: la cultura buddista è bloccata e respinta a sud verso il Tibet.

Nel secolo X si converte all'Islam il khan uiguro di Kashgar.

Altri passi avanti fra I'Islam in Cina - un paese che non ha mai dato soverchia importanza alla religione - quando i «barbari», scavalcando la grande muraglia, si impossessano del trono cinese. Alludiamo in particolare ai mongoli della dinastia Yuan - 1276-1368 - alla quale i potentati islamici indipendenti riuniti nel Khanato di Chagadai forniscono quadri politici e militari e, in tempi più recenti, ai Manciù della dinastia Quing - 1644-1911 - che subentrano alla dinastia Ming.

Uno dei capi della rivolta musulmana nel Turkestan. Yaqub Beg - sembra col consenso di Costantinopoli, dove il sultano in quanto protettore dei Luoghi Santi, La Mecca e Medina, è anche califfo - si proclama, nel 1870, emiro di Kasghar.

Pechino però non si rassegna. In durissime azioni di controguerriglia che si protraggono fino al 1874 e che provocano tra i dieci e i venti milioni di morti, il generalissimo Zeng Guofang, che aveva ottenuto dall'imperatore pieni poteri, piega la resistenza degli insorti islamici e riconquista le città perdute. In uno dei suoi rapporti a Pechino riferisce che, degli ottocentomila musulmani dello Shaanxi, ne restano vivi solo sessantamila. Alla fine delle operazioni sono occupati anche i territori dei turcomanni. Costoro sono da allora sudditi cinesi e vivono in una cosiddetta regione autonoma cui la Cina ha dato il nome di Xinjiang (che significa «nuovo territorio»).

È il caso a questo punto di seguire, almeno per sommi capi, le vicende del Turkestan sotto la dominazione russa. Va rilevato anzitutto che, a differenza di altri paesi europei, la Russia non aveva una gran civiltà da esportare nelle sue colonie. I colonizzati avevano anzi un passato, una cultura, una religione, un orgoglio razziale e una mentalità combattiva, mentre le tribù slave, gente che abitava la foresta e le rive dei fiumi, il Don, il Dniepr e il Volga, erano state a lungo vittime del tutto passive dei popoli vicini. I variaghi della Scandinavia a nord, i turchi a sud, consideravano i russi merce ideale per il loro commercio di schiavi. Maurice Lombard ricorda come nel mondo islamico il paese dei russi fosse noto come Bilad cos Saquagliba, il paese degli schiavi(13).

Dalla barbarie originaria la Russia era piombata sotto il dominio delle orde asiatiche, un dominio secolare dal quale ben poco di utile aveva potuto apprendere. I principi di Mosca, ancora nel XV secolo, si adattavano al poco nobile ruolo di esattori dei padroni mongoli.

All'epoca della conquista del Turkestan, la Russia era ancora un paese poco sviluppato. alla testa del quale cera lo zar, un autocrate di ceppo germanico. Poche le scuole e i giornali, praticamente inesistenti i diritti dei sudditi, incapaci del resto, a causa non tanto del generale infimo livello di istruzione, quanto di una collettiva carenza di carattere e vitalità, di battersi per il cambiamento.
Ci rendiamo conto della severità di tale valutazione, ma essa è confermata dall'inerzia con la quale fu poi a lungo sopportata l'oppressione comunista. Fosse stato solo per il popolo russo, quel regime, ideologicamente ma anche etnicamente estraneo alla nazione, in quanto espressione delle minoranze ebraica e caucasica, avrebbe potuto durare altri mille anni. Il suo crollo non fu determinato infatti da una qualche rivolta dal basso, ma pianificato dall'alto e dall'esterno.

Il giudizio sulla scarsa capacità dei russi ad autogovernarsi, è confermato dalla facilità con cui oggi i burocrati postmarxisti, le organizzazioni mafiose e gli oligarchi ebrei si sono impossessati, «privatizzandole» in modo scandaloso, delle ricchezze del paese. Ancora una volta senza innescare reazioni significative.

Se questa era la condizione civile dei russi nelle province metropolitane, è facile immaginare quale potesse essere il trattamento imposto alle popolazioni dei nuovi territori che, nelle zone di minor interesse, vivevano abbandonate a se stesse. In Siberia i nativi collaboravano alla caccia in cambio di un po' di tabacco e di qualche bottiglia di vodka. I registri delle società che si occupavano della raccolta e della commercializzazione delle pelli ci raccontano di incredibili stragi di animali. Pare che in un solo anno fossero uccisi sette milioni di zibellini. Altrove, come nel Turkestan, gli indigeni restavano agli ordini di autorità locali che rispondevano all'amministrazione zarista, fornendo gli uomini richiesti per i lavori pesanti.

Simili condizioni di vita, tanto più se imposte dallo straniero, non potevano certo riuscire gradite ai turcomanni né garantire una convivenza pacifica.

Nel 1898, nel khanato di Kokand, duemila rivoltosi attaccano una caserma russa ad Andizan e uccidono ventidue militari. Nella repressione sono coinvolte migliaia di persone; diciotto turchi vengono impiccati, a centinaia finiscono in prigione o al confino, nelle miniere artiche.

Pochi anni dopo, nel 1905, durante la guerra russo-giapponese, scoppia la rivolta: è la prova generale della rivoluzione del 1917. L'epicentro è a Baku sul Caspio, in Azerbaigian, la zona più industrializzata del paese, ma, non dimentichiamolo, anche abitata da musulmani.

Con la prima guerra mondiale, il reclutamento coatto di migliaia di turcomanni e la requisizione di un gran numero di animali da sella e da soma, provocano, nel giugno 1916, un'insurrezione estesa a tutto il Turkestan. Duemila e trecento sono i residenti russi uccisi; fra le vittime ci sono ventiquattro alti funzionari e cinquantacinque impiegati dell'amministrazione coloniale. Scatta la legge marziale e la rappresaglia è pesante. Decine di villaggi bruciati, migliaia le vittime, trecentomila le persone che, prima che la neve blocchi i passi montani, si rifugiano in Cina, presso i correligionari del Turkestan orientale.

Il crollo dello zarismo e la rivoluzione d'Ottobre rappresentano per i turcomanni un momento di speranza. Gli scritti di Lenin erano infatti ricchi di promesse di libertà e riscatto per i popoli oppressi dal colonialismo e proponevano una stretta alleanza di tutti i movimenti di liberazione nazionale con la Russia sovietica.

Il Congresso di fondazione del Comintern, nel marzo 1919, include nel suo manifesto un appello agli «schiavi coloniali dell'Asia e dell'Africa». Ma questa linea politica era in verità unicamente finalizzata a creare problemi al mondo capitalista. «Colonie», per i comunisti, erano solo quelle degli altri; pensavano forse di potersi escludere dal gruppo degli sfruttatori perché i loro possedimenti non erano oltremare e perché dicevano di essere intenzionati ad assicurare alle minoranze nazionali diritti uguali a quelli dei russi.

La realtà fu presto chiara. È noto quale inferno sia stato, per tutti i popoli dell'Unione Sovietica, il regime comunista. Pochi sanno però che, per i turchi dell'Asia, lo fu in misura infinitamente maggiore. Costoro subirono una devastante snazionalizzazione e una russificazione a dosi da cavallo. I confini fra gli attuali cinque Stati (Uzbekistan, Kazakistan, Turkmenistan, Kirghisistan e Tagikistan) non rispondevano ad alcun logico disegno nazionale, anzi, furono tracciati, e in seguito più volte spostati. solo per meglio separare e controllare i sudditi. Al contempo, l'intera regione fu snaturata da un'immigrazione di massa e le realtà culturali e religiose locali vennero soffocate attraverso la chiusura di migliaia di moschee e l'imposizione alle scritture turca e araba dei caratteri cirillici.

Si impediva così di fatto qualsiasi scambio tra le genti della stessa razza che vivevano oltre il confine. La struttura sociale fu sconvolta con l'eliminazione della proprietà privata. Venne introdotta la coltivazione intensiva del cotone, resa possibile dal lavoro forzato e dalla costruzione di un sistema di dighe e canali per l'irrigazione che, nel giro di qualche decennio, ha finito per cancellare fiumi e laghi. Basti pensare al drammatico prosciugamento del grande lago d'Aral, le cui acque si sono ritirate lasciando all'asciutto i paesi rivieraschi, le spiagge e le barche dei pescatori. All'inizio degli anni Ottanta le sessantamila persone che vivevano pescando hanno dovuto andarsene. Il porto principale, Moynaq, è insabbiato, e si trova a circa novanta chilometri da quella che è la sponda attuale. Appena fuori dal centro abitato, le navi o quel che rimane del loro scheletro dopo che sono state spolpate galleggiano a fior di sabbia.

Appena un secolo fa le rive dell'Amù Daria, l'antico Oxus, e quelle del Syr Daria, l'Ixartes, che alimentavano l'Aral, erano coperte di foreste, con tigri, cinghiali, pantere e uccelli selvatici. Oggi quei luoghi sono una landa desolata chiazzata da croste di veleni chimici. I fiumi stanno morendo dissanguati dalle pompe idrauliche che ne succhiano l'acqua. Un'operazione suicida: lungo le rive dei canali, nei campi, il sale brucia ogni cosa e impedisce le coltivazioni, Persino la pioggia è salata. Il cotone voluto da Mosca ha distrutto un'intera nazione.

Fino al crollo del comunismo, il Turkestan venne considerato dal regime un' autentica pattumiera nella quale riversare avversari politici, deportare quei popoli che rifiutavano di sottomettersi, ammassare rifiuti tossici, installare basi militari e poligoni atomici. A Semipalatinsk, nel Kazakistan, sono stati fatti esplodere 465 ordigni nucleari. A Bajkonur, sempre nel Kazakistan, è in funzione da decenni un centro spaziale che ha effettuato complessivamente quasi duemila lanci. I primi stadi dei missili, che non possono ovviamente cadere in mare, precipitano nella steppa inquinando con metilidrazina e con heptyl-bife-nilcarbonitrile il suolo e la falda. Ricerche universitarie russe hanno dimostrato che, nel corridoio di caduta dei vettori, il tasso di mortalità per malattie epatiche o del sangue, ha subito un incremento del 30%.

Tutto il territorio è stato inquinato da pesticidi e fertilizzanti. E la popolazione presenta percentuali eccezionalmente elevate di deformità, tumori e patologie genetiche. La mortalità infantile, negli ultimi anni del regime sovietico, era di molto superiore, per i turcomanni, a quella dei Paesi più arretrati del Terzo Mondo. Nell'ambito dell'Unione Sovietica, i dati relativi appunto alla mortalità infantile tra i sudditi dell'Asia centrale erano del 58,2 per ogni mille nati vivi, contro il 17,3 della Repubblica Federativa Russa.

Che l'Asia centrale fosse tenuta in condizioni di tipo coloniale è documentato anche dall'ineguale e sfavorevole distribuzione tanto del reddito quanto degli investimenti statali.
Non si può chiudere l'argomento senza accennare allo scempio architettonico perpetrato nelle città dell'Asia centrale dall'occupante sovietico. Gli antichi monumenti islamici, gli edifici delle strette, pittoresche strade dei quartieri commerciali, non solo si sgretolano nell'abbandono più totale, ma sono anche soverchiati e nascosti dalla mastodontica, triste urbanistica proletaria. Ovunque dominano la banalità e il rapidissimo degrado degli edifici: cemento sbrecciato, pareti ammuffite, serramenti arrugginiti.

Come mai tutta questa realtà è così poco conosciuta?

Poche intanto le notizie negative che riuscivano a scavalcare la stretta rete della censura comunista. Quanto a diffonderle, l'Occidente non desiderava affatto criminalizzare l'Unione Sovietica, il compagno di merende antifascista col quale si era spartito il mondo. Il silenzio e la sottovalutazione dei crimini del comunismo contro i popoli e contro l'ambiente erano infine assicurati ovunque da una cultura e da un'informazione in larga maggioranza riconducibile alla sinistra filo-sovietica. Ecco perché, nella saggistica storica del '900, l'Urss viene sempre presentata come un soggetto il cui tessuto sociale non presentava discriminazioni, né economiche, né razziali. Le diverse nazionalità, come in una Svizzera da idillio, coesistevano senza alcun problema e dunque non era il caso di dilungarsi sulle marginali vicende della «minoranza» turcofona.

Mosca, nei saggi dei cattedratici para-marxisti, non compare mai fra le potenze coloniali e pochissimi autori, persino ai nostri giorni, sono disposti ad alzare il velo sul calvario dei suoi sudditi asiatici. Un calvario che qui ci pare invece il caso di ricordare. Non tanto per scavare nel passato, nelle menzogne del comunismo o nelle amnesie dei suoi reggicoda, quanto per dare sostegno alla battaglia che i popoli turchi stanno combattendo, dal Bosforo alla Mongolia, per conquistare, nella loro terra, una vera libertà. Libertà ancor oggi negata dalla presenza militare statunitense, dal cartello petrolifero occidentale e dalla complicità, sul lato russo, della vecchia burocrazia e della nuova oligarchia ebraico-mafiosa cresciuta grazie alle ruberie perpetrate a spese del popolo nelle prime devastanti settimane di democrazia.

Superato il primo momento di sbandamento seguito al crollo del regime zarista e delle strutture militari e civili ad esso collegate, i residenti e i burocrati russi in Asia capiscono che, se vogliono mantenere i privilegi acquisiti con la conquista coloniale, non possono lasciare il potere nelle mani della maggioranza musulmana.

Ed ecco che lo scontro tra russi e turchi non tarda a manifestarsi. A impedire la nascita di un'Assemblea Costituente, eletta democraticamente, nella quale i russi sarebbero stati minoranza e i turcofoni si sarebbero di sicuro pronunciati per l'autodeterminazione, giunge nell'autunno del 1917 il colpo di stato militare dei soviet.

La dittatura del proletariato, nel particolare contesto dell'Asia centrale, non vuole colpire i nemici di classe, gli aristocratici e i borghesi, ma si abbatte su quello che del vecchio regime era stata la principale vittima e cioè il proletariato turcofono, il gruppo più sfruttato e quindi più povero della popolazione.

I musulmani passano dunque dalla padella della burocrazia zarista alla brace dei soviet.

L'Islam è brutalmente perseguitato. Vengono chiuse ventiseimila moschee; migliaia di religiosi sono eliminati. Ai non-russi viene negata persino la tessera annonaria; i profughi della repressione zarista finiti in Cina e che vorrebbero rientrare, vengono presi a fucilate dai coloni russi che si sono impossessati delle loro terre e delle loro case. Le derrate alimentari in possesso dei mercanti musulmani vengono requisite, le loro botteghe saccheggiate.

L'avvento del comunismo nel Turkestan è, torniamo a dirlo, una controrivoluzione messa in atto per tutelare la minoranza coloniale russa. I sovietici spiegano con un'acrobatica capriola dialettica che «il principio dell'autodeterminazione deve essere subordinato al socialismo». Ma il socialismo dei russi esclude i nativi del Turkestan - che non sono né socialisti né russi - persino dall'accesso alle risorse alimentari e li condanna alla fame. Scoppiano epidemie di tifo e colera, mentre il Turkestan rimane isolato dalla rivolta anticomunista dei cosacchi che, da Orenburg, bloccano la ferrovia e quindi ogni rifornimento.

Molte le affinità di costume e di carattere tra i cosacchi e i popoli turcofoni dell'Asia centrale. Anche l'origine razziale è probabilmente la stessa. I1 termine cosacco deriva infatti dal turco-tataro qāzaq, nomade, vagabondo.

A questo punto - dicembre '17 - si costituisce a Kokand un governo islamico che proclama l'autonomia del Turkestan. A Taskent, decine di migliaia di persone si radunano attorno alla moschea di Jani per festeggiare. Nei giorni successivi, nel corso di nuove manifestazioni, è assaltata la prigione e sono liberati i detenuti. I russi reagiscono e sparano sulla folla. I più dei fuggiaschi sono riacciuffati, torturati e fucilati.

Anche Samarcanda si ribella, ma è presto riconquistata dai sovietici. Da qui i russi puntano con armi pesanti su Kokand. Reparti armeni si uniscono agli attaccanti e si distingueranno nel massacro che segue la conquista della città. I quartieri musulmani sono dati alle fiamme, negozi e case saccheggiati. Quattordicimila gli abitanti assassinati, tutte le moschee vengono fatte saltare in aria.
Distrutta Kokand, dove restano di presidio reparti armeni, i comunisti si dirigono verso Buchara, ma sono respinti dall'esercito dell'emiro e messi in fuga. I coloni russi della zona seguono i rivoluzionari in una ritirata che si arresta solo a Taskent.

Ogni compromesso risulta a questo punto improponibile e si apre così la lunga stagione della guerra partigiana. Unità armate di musulmani - i basmachi - non danno tregua ai russi, bloccano il passaggio dei treni, assaltano caserme, isolano le città, uccidono i collaborazionisti. Aiuti agli insorti giungono dall'Afghanistan e da Kasghar, nel Turkestan cinese.

La rappresaglia sovietica si traduce in saccheggi e violenze contro i villaggi musulmani, accusati di coprire i basmachi. Nelle ruberie e nelle violenze si distinguono ancora una volta gli armeni, cui non par vero di poter uccidere dei turchi inermi. Per questo vile comportamento era logico che gli armeni fossero particolarmente presi di mira dai basmachi. Un solo esempio: nel febbraio 1919, a Namangan, un reparto sovietico è fatto prigioniero: i soldati russi, dopo essere stati disarmati, vengono lasciati in libertà: quarantanove armeni e tredici collaborazionisti musulmani sono uccisi sul posto.

Dalla metà del 1918, tutti, nel Turkestan. sono armati. E' al tempo stesso una guerra di nazionalità, ideologia, classe sociale e religione. Ma anche di semplice sopravvivenza. M'interno della fazione russa, nel 1919, ci sarà l'epurazione dei socialisti - con almeno quattromila fucilati - e la liquidazione da parte dei comunisti degli armeni che, a Baku, erano passati al servizio degli inglesi. Ma vi sono piccoli proprietari russi che abbandonano i sovietici e si avvicinano ai basmachi. Da parte dei sovietici si parla d'altra parte di formare un'Armata Rossa musulmana e di restituire ai collaborazionisti terre e bestiame requisiti.

Nessuna acrobazia politica. nessun compromesso potrà però dare una vera patria ai turcomanni. Da Mosca, appena le condizioni militari lo consentono, ci si muove verso la soluzione radicale cui mai si era rinunciato: i basmachi, i nazionalisti musulmani del Turkestan e chi voleva con essi scendere a patti, non potevano che essere nemici del potere comunista. Andavano annientati. Vi era spazio solo per una pax sovietica. I contadini non possono lavorare le proprie terre; i pescatori del Caspio e dell'Aral non possono più pescare, né raccogliere il sale, neppure per usi personale. E, per piegare la resistenza dei turchi, si chiude anche la frontiera con la Persia, dove queste merci potevano essere vendute.

Nell'estate del 1920 1'emirato di Buchara - duecentomila chilometri quadrati tra l'Amù Daria e le montagne afgane e cinesi - era l'ultimo bastione dell'indipendenza turca in Asia. Il 2 settembre i comunisti, appoggiati dall'aviazione, penetrano nella città e cannoneggiano il palazzo dell'emiro che si rifugia in Afghanistan. Gruppi di resistenti turchi si ritirano sulle colline vicine e, a fianco dei basmachi, impegnano l'occupante in una sanguinosa guerriglia.

L'anno successivo i partigiani islamici sono raggiunti dall'ex ministro della difesa turco Enver pascia, che perseguiva tenacemente l'idea di uno Stato pan-turco. L'appoggio della popolazione consente a Enver, che arriva a contare su ventimila uomini, un grande attivismo. Coi suoi basmachi espugna Dushambè e porta un attacco alla stessa Buchara. Da questa relativa posizione di forza chiede al governo sovietico il riconoscimento del Turkestan autonomo promettendo, in cambio, pace e amicizia.

Mosca rifiuta e organizza la controffensiva. Dopo alterne vicende, nell'agosto 1922, Enver cade in un'imboscata durante un'azione di rastrellamento. Salta in sella, estrae la sciabola e si lancia contro le mitragliatrici dell'Armata Rossa. Viene sopraffatto e decapitato. La località della morte è taciuta dai sovietici per evitare che diventi meta di pellegrinaggio.

La resistenza islamica si prolunga però sino agli anni Trenta quando, a danno degli agricoltori e dei nomadi del Turkestan, scatta la collettivizzazione delle terre: è una bufera che provoca un lungo periodo di carestia e la deportazione dei kulaki che si erano opposti alla «riforma» dei comunisti.

I ribelli turchi vengono mandati all'estremo nord, dove lavorano a una delle più insensate imprese del regime comunista, lo scavo tra l'Artico e il Baltico del Canale del Mar Bianco. Costato, tra il dicembre 1931 e il luglio 1933, 25.000 morti, il Belomor (227 chilometri) vede oggi transitare non più di tre o quattro chiatte di piccolo tonnellaggio al giorno.

La popolazione del Turkestan, in quegli anni, a causa della guerra civile, della carestia e delle deportazioni, si riduce di milioni di persone, centinaia di migliaia i profughi che riparano in Afghanistan, Persia e Cina.

Negli anni '37 e '38 il Grande Terrore - le purghe staliniane inghiotte anche in Asia migliaia di ufficiali, funzionari, insegnanti e un'intera generazione di giovani comunisti. Gli arrestati sono accusati di «tendenze borghesi-nazionaliste o panturche».

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, la partita si riapre. Come era già accaduto nel nord, dove i baltici regolano i conti con la dirigenza giudeo-bolscevica, anche a sud l'avanzata tedesca infiamma le popolazioni locali (14). E' di nuovo una ribellione generale di tipo etnico, politico, culturale e religioso.

Non può stupire, in questo contesto, che i cosacchi del Kuban, i tatari di Crimea e i popoli del Caucaso, caraciai, ingusci, calmucchi, ceceni, osseti, abchazi, pur così divisi tra loro. conservassero la memoria dei soprusi subiti, e accogliessero i tedeschi come liberatori andando a ingrossare le file dei volontari dell'est, inseriti a parità di trattamento, paga e carriera, nei reparti della Wehrmacht.

Alle diserzioni, che riguardano oltre la metà del milione e mezzo dei turcomanni arruolati nell'Armata Rossa, e ai sabotaggi, i comunisti reagiscono con fucilazioni e nuove deportazioni. Si tratta, per non dar tempo alle popolazioni di mettersi in allarme, di operazioni fulminee. Nel maggio 1944, 31.000 uomini della NKVD, in soli tre giorni, rastrellano 200.000 tatari e con centinaia di camion li portano alla ferrovia dove sono ad aspettarli 67 treni.

I ceceni sono trattati ancor più duramente. Dagli automezzi. forniti ai russi dagli americani, passano ai vagoni merci nei quali viaggiano sigillati. Durante il solo trasporto ne muoiono quasi 80.000. Dai documenti rintracciati a Mosca negli archivi della polizia politica diretta dal sanguinario georgiano Berija risulta che le persone coinvolte in questa ondata di arresti furono oltre un milione e mezzo.

Dopo la deportazione, i nomi delle popolazioni trasferite a forza sparirono dai documenti ufficiali, persino dall'enciclopedia, la Bol'šaja sovetskaja enciklopedija. Il governo fece cancellare dalle carte geografiche le loro patrie, abolendo la repubblica autonoma dei ceceni e ingusci, la repubblica autonoma dei tedeschi del Volga, la repubblica autonoma dei cabardino-balcari e la provincia autonoma dei caraciai. Anche la repubblica autonoma di Crimea fu liquidata e la Crimea divenne semplicemente un'altra provincia sovietica. Le autorità regionali distrussero i cimiteri, cambiarono i nomi di città e villaggi, e cancellarono gli ex residenti dai libri di storia (15).

Ma la ribellione dei popoli oppressi, va vista in una prospettiva geografica più ampia. Il mondo islamico ha tutto da guadagnare anche dalla sconfitta degli alleati dell'Unione Sovietica, le grandi potenze coloniali, e si schiera ovunque apertamente a favore del Tripartito, l'alleanza tra Germania, Italia e Giappone. In Palestina, il Gran Muftì di Gerusalemme, Haji Amin al Husseini, zio di Arafat, braccato dagli inglesi, si rifugia, passando dalla Siria controllata da Vichy in Iraq, dove nell'aprile 1941 fornisce il suo contributo alla rivolta antibritannica di Rashid Alì. Soffocata la ribellione irachena, il Muftì ripara a Berlino, affianca la lotta dell'Asse e si prodiga per arruolare musulmani bosniaci, macedoni e albanesi nella Handschar, la divisione islamica delle Waffen SS.

In Egitto, Nasser e Sadat collaborano con i servizi di spionaggio dell'armata di Rommel. In Tunisia i musulmani combattono a fianco degli italo-tedeschi.
In Oriente la lotta di liberazione contro gli imperialisti è condotta a fianco dei giapponesi. Sono coinvolte le Filippine, la più grande colonia USA del Pacifico, la Birmania e l'Indonesia, oggi il più popoloso paese musulmano del mondo, allora possedimento coloniale olandese, Anche l'impero indiano è percorso da venti di ribellione (16).

Crollato con la sconfitta dell'Europa il sogno di libertà, il dopoguerra è segnato, ancora una volta, per i sudditi islamici dell'Unione Sovietica, dal lavoro forzato nelle piantagioni di cotone e nei cantieri idraulici aperti per irrigarle. Estese areca del paese vengono isolate e riservate agli esperimenti nucleari. Nella zona del lago d'Aral sono costruiti enormi complessi per la produzione di gas tossici e armi batteriologiche.
La Federazione Panturca dal Mar Nero alla Cina

Sul finire del millennio, il crollo repentino del comunismo rimette tutto in discussione. Per i popoli turcofoni, con la conquista dell'indipendenza, il destino volta pagina.

I contatti umani, commerciali e culturali tra Turchia e Turkestan, interrotti dalla conquista zarista e resi ancor più problematici dall'avvento del comunismo e dalla cortina di ferro calata con la Guerra Fredda, possono finalmente riprendere.

I turchi dell'Asia vogliono recuperare il tempo perduto e, per riuscirci, è logico debbano cercare appoggio in chi ha con loro una lingua e una cultura comuni. Per la Turchia si apre la naturale strada di un Lebensraum verso l'est, un territorio dove gli sforzi di modernizzazione compiuti da Ankara nell'ultimo secolo possono essere preziosi per indicare un ordinato percorso al progresso civile dei connazionali finora meno fortunati.

Una politica autonoma di largo respiro è insomma realizzabile nello spazio che va dal Mar Nero alla Mongolia. E' uno spazio immenso che suscita però il più vivo interesse strategico di Stati Uniti, Russia e Cina. Interesse confermato dal passato colonialista della Russia, tanto zarista che comunista, dalle recenti aggressioni, prima sovietica poi americana, in Afghanistan, dall'occupazione cinese del Turkestan orientale. Ma, soprattutto dalle basi militari installate in questi Paesi e dalle vere e proprie guerre che le grandi potenze stanno combattendo, con l'aiuto dei terroristi o delle "rivoluzioni arancioni", per il petrolio, per i gasdotti e gli oleodotti esistenti, in costruzione, in progetto.

É vero che il confronto con questi concorrenti può sembrare impari la Turchia non è una potenza nucleare come Stati Uniti, Russia e Cina - e tuttavia l'immagine di chi ha alle spalle un passato di oppressione (la Russia), di chi è noto per esportare la democrazia con le bombe, o per impedirla coi colpi di Stato come è accaduto in Algeria (gli Usa), di chi come la Cina ha riempito col regime maoista il «suo» Turkestan di milioni di immigrati, non può certo riuscire gradita alle popolazioni locali. Che sono turche, che sono islamiche, che guardano verso Ankara e non vogliono più dominazioni straniere sulla loro terra.

È questa una realtà che é stata perfettamente recepita dalla minoranza russa la quale ha capito che, per gli stranieri, nel Turkestan non c'è domani. L'etnia slava era del resto, già sotto il dominio sovietico, in progressivo calo per la minor prolificità rispetto agli autoctoni. Negli anni Settanta, secondo dati sovietici, i russi erano aumentati appena del 7% contro il 34% degli uzbechi, il 24% dei kazaki e dei tagiki, il 32% dei turkmeni, il 31% dei kirghisi, il 25% degli azeri. Oggi, a questa tendenza naturale, si sommano motivi politici; chi non parla la lingua nazionale non potrà lavorare nel settore pubblico e così tra i russi si diffonde, ad ogni livello, la sensazione che un'epoca sia finita. C'è un'aria da sgombero, paragonabile a quella già vista in Algeria, in Sud Africa, a quella che, nonostante tutto, tiene in Palestina col fiato sospeso, e le valigie pronte, i colonialisti ebrei.

Non vi sono dubbi d'altra parte che l'idea di una Federazione Panturca si stia facendo strada fra le genti della regione.

Sono interessati a questo discorso anche gli uiguri del Turkestan orientale, oltre dieci milioni di musulmani che mal sopportano i cinesi perché le due ernie vivono una accanto all'altra eppure non vivono mai assieme. I cinesi non solo non parlano la lingua del posto, il turkîe, ma occupano i posti migliori e sfruttano le risorse del paese. A questo proposito, solo dal principale campo petrolifero dello Xinjiang, quello di Karamaji, la Cina ha estratto nel 2004 ventidue milioni di tonnellate di petrolio sui centoventi importati in totale e conta di raggiungere nei prossimi anni i cento milioni di tonnellate.

Come i russi nel «loro» Turkestan, anche i cinesi non hanno avuto alcun rispetto per il territorio. Per i test nucleari si sono serviti dell' area a nord del Lop Nor.

Il malcontento dei musulmani «cinesi» è dunque motivato e palpabile. Esso ha già portato, nel 1997, a Kashgar, a estesi disordini con centinaia di «musi gialli» linciati nel centro della città, cui sono seguiti da parte cinese arresti e condanne a morte. Nel '99 i reparti speciali antisommossa di Pechino hanno dovuto nuovamente intervenire. Bernard Ollivier, nel suo Il vento delle steppe, scrive: «La primavera scorsa si stimava che l'anno precedente fossero state giustiziate 10.000 persone e si valutava che le perdite tra i separatisti dello Xinjiang ammontassero a due o tremila morti» (17).

Una vera guerra. In questo contesto ci pare vada segnalato un fatto poco noto, ma davvero significativo: quindici uiguri, presi dagli americani in Afghanistan, sono prigionieri a Guantanamo. Numerosi uiguri, per sfuggire alla repressione cinese, si erano infatti rifugiati in Pakistan e in Afghanistan, dove erano entrati in contatto con Osama bin Laden e coi talebani.

La volontà panturca si è recentemente tradotta in passi ufficiali. Nel 2005, il Kazakistan ha invitato Ankara a partecipare alla costituenda comunità economica dei cinque Paesi turcofoni dell'Asia centrale. La Turchia, che da decenni accoglie i perseguitati politici del Turkestan, anche di quello orientale, ha già approvato una legge che consente, ai fratelli turchi al di là del confine, di acquisire automaticamente la cittadinanza turca.

Ma gli obiettivi turchi sono resi evidenti da tutta una catena di fatti. A scuola si impara la storia del Turkestan: in Turchia sono ospitate numerose organizzazioni irredentiste che hanno contatti cordiali e frequenti col primo ministro Erdogan e col ministro degli esteri Gul (18). Le capitali centro-asiatiche sono tutte collegate ad Ankara da voli diretti della compagnia di bandiera turca, la Hava Yollari. Sono diffusi via satellite speciali programmi televisivi per i turchi oltre confine. I giovani turcomanni hanno visto stanziare a loro favore un gran numero di borse di studio. Vengono addestrati in Turchia militari, diplomatici e tecnici di tutta la regione. Negli ultimi dieci anni società turche hanno investito in Asia centrale oltre due miliardi di dollari. Gli oleodotti del Turkestan sono prolungati, da Bakù in Azerbaigian, fino ai terminali turchi del Mar Nero ed è in fase di realizzazione quello di Ceyan che, tagliando l'Anatolia, porterà il petrolio direttamente nel Mediterraneo.
Se questa linea di tendenza avrà positivi sviluppi, saranno messe dai turchi a disposizione della Federazione la loro collaudata storia di indipendenza e quella capacità di auto-amministrarsi preziosa per i turcomanni che ne sono stati privati per centocinquant'anni.

Ma la futura Federazione, basata su lingua, cultura e religione comuni, di quali risorse economiche potrà avvalersi?

In effetti, il Turkestan ha un sottosuolo ricco di risorse naturali. Queste, essendo distribuite su un territorio vasto e scarsamente popolato, danno solide garanzie per uno sviluppo sicuro in tempi piuttosto rapidi.

La Turchia ci pare dunque in grado di prendere la guida di un grande blocco regionale capace di camminare da solo. Il nuovo soggetto - la Federazione Panturca - può mettere un freno alle attuali grossolane invadente esterne e rappresenta, in quello scacchiere, una semplificazione geo-strategica apportatrice di ordine, stabilità e pace. La Turchia ha oggi l'opportunità di riempire quel vuoto che finora ha incoraggiato, anche a danno dell'Europa, l'avventurismo delle superpotenze.

Siamo convinti che la Federazione saprà essere un punto di riferimento anche per i popoli musulmani del Caucaso, sia quelli già indipendenti come gli azerbaigiani, che per quelli tuttora in lotta, come i ceceni, i daghestani, i calmucchi, gli osseti, gli ingusci. Popoli che da sempre si sono opposti all'occupazione russa, dando prova di grande coraggio, in particolare negli anni '20 e durante il conflitto '41-'45.

Per loro, negli anni Novanta, il crollo del comunismo non poteva che significare la fine della dominazione straniera. In realtà si trattò solo dell'inizio di una durissima campagna di liberazione nazionale che è in corso e ha provocato a tutt'oggi all'occupante russo, nella sola Cecenia, 25.000 morti.

E' prevedibile dunque che l'assetto definitivo del Caucaso debba registrare altre scosse di assestamento.

Il principale nodo da sciogliere sarà quello dei confini tra Azerbaigian e Armenia. Ancora una volta gli armeni!

Già abbiamo accennato agli artificiosi confini voluti da Stalin nel Turkestan. Ebbene, nel Caucaso, fu fatto di peggio. Venne creata a freddo, dall'Unione Sovietica, in funzione antiturca, una situazione che rappresenta una mina pronta ad esplodere. All'Armenia fu attribuita una striscia di territorio che, arrivando a toccare il confine iraniano, divide in due l'Azerbaigian, lasciando isolata una sua regione, il Nagorno-Karabag. E infatti, puntuale, negli anni Novanta. una sanguinosa guerra è scoppiata tra Azerbaigian e Armenia. La debolezza militare dei due contendenti e l'intervento da parte di chi era intenzionato a mantenere lo status quo hanno condotto a una situazione di stallo.

Non è difficile tuttavia prevedere che la sottile striscia armena che divide, come una specie di corridoio di Danzica. la Turchia dai popoli musulmani del Caucaso, del Caspio e del Turkestan, tornerà a essere in futuro motivo di scontro.

Ma perché la Turchia non imbocca con decisione la strada panturca e insiste per associarsi all'Europa? «Un'Europa», come ha affermato Ratzinger, «con la quale storicamente e culturalmente ha poco in comune. Sarebbe meglio che diventasse un ponte fra l'Europa e il mondo arabo, oppure formasse con quel mondo un suo proprio continente culturale». I turchi, istintivamente ed emotivamente, condividono questo giudizio, ma stanno subendo pressioni che cercano di spingerli in una direzione contraria ai loro interessi. E queste pressioni arrivano proprio dagli «alleati» più stretti di Ankara, Stati Uniti e Israele.

Gli americani che, con l'arma preferita della democrazia, la corruzione, hanno già installato nell'area caucasica e centro asiatica basi militari, ottengono autorizzazioni per lo sfruttamento delle risorse minerarie e per la posa di condotte petrolifere, prima di rassegnarsi a un ritiro, pensano di avere ancora da giocare qualche carta.

Ne è nata una campagna di stampa che spinge a identificare come terrorista qualsiasi musulmano. In questa manovra mediatica, supportata per ovvi motivi da tutta la stampa filo-giudaica del mondo, si muove in Italia il forsennato attivismo di Oriana Fallaci. Le sue prese di posizione contro il mondo islamico, che si propongono di portare in modo ancor più saldo l'Europa a fianco di Israele, incontrano purtroppo l'approvazione dei più sprovveduti i quali scivolano così, senza rendersene conto, sulle più smaccate posizioni filoamericane. Il terrorismo è visto da costoro come un'inspiegabile follia, e non come la logica, prevedibile risposta del mondo islamico alla connivenza dell'Occidente con la perdurante sopraffazione di Israele.

Maggiore e diretta attinenza con la Turchia ha la propaganda israeliana a favore dell'ingresso di Ankara in Europa. La Turchia - dicono i sionisti - non può rinunciare ai grandi vantaggi che l'ingresso in Europa ha in serbo per lei. Ma dovrebbe essere facile capire che gli eventuali vantaggi sarebbero solo per Israele: se i turchi entrassero in Europa, non solo dovrebbero rompere definitivamente con l'Islam, ma scardinerebbero alla radice anche ogni resistenza a un ingresso nell'Unione dello stesso Israele.

Essere non-europei e non-cristiani non sarebbe più un ostacolo.

Simon Peres, vice primo ministro di Israele, in un incontro a Tel Aviv avvenuto nel maggio 2005, ha assicurato agli alleati di Ankara «il sostegno ebraico nell'avvicinamento all'Unione». Questo sostegno si manifesta con le pressioni esercitate sui governi europei. Quello italiano, col suo ministro degli esteri, costituisce, ancora una volta, il «ventre molle» dell'Europa.

I motivi dell'appoggio israeliano, e con esso di quello Usa, sono spiegati con disarmante chiarezza da Zbigniew Brzezinski: «Se la Turchia si sentirà esclusa dall'Europa, sarà proclive alla marea islamica». Per dirla in altro modo: spingiamola a occidente perché non abbia a guardare verso est, irrobustendo i Paesi dell'Asia centrale e disturbando così i nostri progetti in loco.

Come l'Europa è stata snervata attraverso l'inquinamento razziale e culturale, così l'oligarchia mondialista, che vuole contemporaneamente il male dell'Europa e della Turchia, punta a svuotare della sua anima anche la nazione turca, a occidentalizzarne l'identità.

Nel disegno degli anglo-sionisti, i turchi, invece di essere, com'è nelle loro possibilità, la futura classe dirigente, i signori dell'Asia centrale, dovrebbero accontentarsi di diventare il Lumpenproletariat, i «barboni» d'Europa, emarginati per la loro lingua, per la loro religione, per la loro storia.

Del resto, quegli stessi democratici che li vogliono nell'Unione hanno già iniziato a mettere i turchi sotto accusa, in modo che siano ammessi sì in Europa, ma in condizioni di inferiorità morale e dunque siano in permanenza ricattatili. Analogamente a quanto è già accaduto alla Germania, anche ai turchi è necessario accollare un «olocausto», del quale debbano vergognarsi e chiedere scusa: quello armeno. Toccherà proprio alla Turchia - così come è stato delegato/imposto ai tedeschi e agli austriaci il compito di processare gli storici revisionisti - punire chi osa respingere la versione della Storia più con-veniente al Grande Fratello.

Con l'ingresso della Turchia in Europa si vuole negare ai popoli dell'Asia centrale una guida che possa riscattarli e renderli al tempo stesso orgogliosi delle loro tradizioni e della loro cultura. Ma soprattutto impedire ogni forte opposizione all'installazione di nuove basi militari e alla penetrazione delle multinazionali del petrolio.

Le circostanze storiche sono però irripetibili e oggi troppo favorevoli perché la Turchia possa seppellire, o anche solo accantonare, il suo grande sogno. A occidente non ha nulla da difendere. A oriente si è aperto per la Turchia un immenso varco verso il futuro. Il popolo turco, ancora sano e frugale, è del resto ricco di quell'istinto vitale che può preservarlo dall'offensiva corruttrice del mercantilismo plutocratico.

Chi si batte per l'ingresso turco nell'Unione vuole trasformare gli europei, nella loro terra, in una minoranza incapace di un ruolo autonomo. Lo stesso nemico, si propone di soggiogare e corrompere la Turchia per dirottarla, come un kamikaze, contro l'Europa.

È una macchinazione contro la quale i popoli europeo e turco, che hanno, ciascuno, qualcosa di originale da dire al mondo, devono opporsi fianco a fianco.

Ma tra Europa e Turchia ci può essere molto di più che una momentanea convergenza difensiva. Una volta liberatasi l'Europa dai vincoli della NATO e la Turchia dalla trappola di un ingresso nell'Unione utile solo a USA e Israele, potrebbe nascere tra i due grandi blocchi, europeo e panturco un'alleanza strategica in grado di salvaguardare i popoli dell'Eurasia e le loro civiltà da qualsiasi pericolo esterno.

Siamo sicuri che i nazionalisti turchi che, nei giorni dell'apertura dei colloqui per l'ammissione della Turchia in Europa, hanno espresso il loro dissenso manifestando in decine di migliaia ad Ankara, con le loro bandiere e i ritratti di Ataturk, la pensano come noi.

Piero Sella


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Note:
(1) Molto pertinente a tale proposito l'iscrizione coranica della Cupola della roccia a Gerusalemme che ammonisce contemporaneamente cristiani ed ebrei: «Sia lode a Dio che non è padre di nessuno e non è associato con nessuno».
(2) In Inghilterra, personaggi come Lloyd George, Andrew Bonar Law e Lord Curzon erano figli o nipoti di ministri del culto e come tali ossessionati dalla Bibbia, in particolare dal fatto che il vecchio Testamento fosse entrato a pieno titolo a far parte della fede cristiana. Lloyd George conosceva i toponimi della Terra Santa meglio di quelli dei fronte occidentale. Balfour, il ministro degli esteri firmatario della Dichiarazione sul «focolare ebraico» in Palestina, visse la sua infanzia all'ombra della madre, una protestante che impartiva quotidianamente ai figli lezioni sulla Bibbia. Balfour era così attaccato al vecchio Testamento da affermare che il Cristianesimo «non si era mai degnato di ripagare adeguatamente gli ebrei per il dono della Bibbia». Negli USA, il presidente Wilson era figlio e nipote di ministri di culto presbiteriani. Fin da bambino si era dedicato allo studio della Bibbia e per tutta la vita mantenne l'abitudine di leggerne ogni giorno dei passi.
(3) Ancor peggio fanno in Palestina gli inglesi. Essi vengono treno agli obblighi assunti col mandato e si a vantaggio degli immigrati sionisti, quello snaturamento etnico del paese che spiega paese che spiega l'odierna tragedia di quella Terra. Con l'illegittima spartizione imposta dall'ONU nel '48, gli ebrei, che possiedono appena il 6% della terre del paese, passano d'improvviso al 56%. Negli armi successivi. un po' alla volta si prendono tutto.
(4) Cfr. Un viaggio in Europa, E. Muzzio Editore, Padova, pag. 191.
(5) Pur non essendo una potenza di primo piano. l'Italia ha dunque la pesante responsabilità storica di aver provocato, con l'attacco alla Turchia, lo scoppio della guerra 1914-18. Altrettanto gravi sono le responsabilità italiane per lo scoppio del conflitto 1939-45. E' solo il tradimento italiano dell'agosto '39, quando Roma manca alla parola data all'alleato germanico col Patto d'Acciaio, a spingere inglesi e francesi a dichiarare guerra alla Germania.
(6) Questa organizzazione, antimarxista, antiliberale, antidemocratica e perciò antiebraica, si proponeva di preparare il terreno culturale per la nascita della Nuova Germania. Il cui Capo non sarebbe venuto dai ranghi distrutti del vecchio ordine, né dalla sconfitta classe militare. Il Führer sarebbe sorto dal popolo stesso; un uomo comune reso sovrumano dal Destino. Furono attivi nella Società Thule, oltre a Dietrich Eckart e Alfred Rosenberg, gli Haushofer padre e figlio e il loro grande amico Rudolf Hess, che diventerà consigliere e fedelissimo del Führer, l'unico gerarca autorizzato a dargli del tu. Cfr. anche G. Bardanzellu, l'Uomo libero n. 49, "Thule, Storia di un mito nordico".
(7) Solo nel 1927 il generale Rodolfo Graziani con una lunga, discussa, sanguinosa campagna, ristabilirà il pieno controllo italiano. L'oasi di Cufra, ultimo caposaldo degli insorti, sarà occupata solo nel 1931.La regione prende da allora il nome romano di Libia.
(8) Al punto IX del Patto dì Londra del 26 aprile 1915, gli Occidentali avevano riconosciuto che «nel caso di spartizione, in tutto o in parte, dell'Impero Ottomano, l'Italia dovrà avere la sua congrua parte». Il quanto e il dove vennero precisati dai successivi accordi di San Giovanni di Moriana (Savoia 19 aprile 1917): all'Italia fu assegnata la zona di Smirne ed un esteso tratto di costa anatolica prospiciente il Dodecaneso. L'accordo ebbe concreta, parziale attuazione nel 1919. La zona d'occupazione, costituita da diverse teste di ponte mai collegate tra loro, gravitava - secondo un progetto messo allo studio dopo la guerra italo-turca dal ministro degli esteri Di San Giuliano - attorno al golfo di Antalia. Era la tardiva, ormai superata attuazione del disegno di un gruppo economico legato al conte Volpi di Misurata, la «Commerciale d'Oriente», che aveva pensato di poter «risucchiare verso l'Anatolia meridionale le grandi correnti di scambio che la Germania avrebbe suscitato con le sue colossali iniziative ferroviarie da Berlino a Baghdad». (Cfr, Giuseppe Romano, Giuseppe Volpi di Misurata, Industria e finanza tra Giolitti e Mussolini, Bompiani 1979). I presidi italiani furono ritirati a Rodi nel maggio 1922.
(9) Sovviene il discorso di Hitler del 9 dicembre 1940: «Quarantasei milioni di inglesi dominano e governano circa 40 chilometri quadrati; trentasette milioni di francesi ne governano circa 10 milioni. Ottantacinque milioni di tedeschi, che devono vivere su appena 600 mila chilometri quadrati, sono accusati di voler conquistare il mondo». Né l'estendersi del conflitto a Giappone e Stati Uniti poteva modificare questo squilibrio, anzi. Interessante a questo proposito il giudizio tecnico di Hjalmar Schacht, già Governatore della banca centrale tedesca: «Un paese che produce nove milioni di tonnellate d'acciaio all'anno non potrà mai vincere una guerra contro uno che ne produce novanta».
(10) Cfr. a cura di Heinrich Eberle e Mattias Uhl, Il Dossier Hitler, Utet, Torino, 2005, pag. 170.
(11) I diritti russi sull'Alaska verranno ceduti nel 1867 dallo zar Alessandro II agli USA per 7.200.000 dollari. Rinunciando all'oro, ai petrolio, ai diritti di pesca ma soprattutto alla posizione strategica del territorio, i russi compiono un errore davvero epocale.
(12) Il Lop Nor, il Lago Nero,è il Lago Errante oggetto degli studi e delle ricerche dell'ultimo grande esploratore moderno, lo svedese Sven Hedin. Allievo del geografo berlinese von Richthofen, egli dedicò decine di volumi ai suoi viaggi nelle Regioni dell'Asia che gli dettero fama e prestigiosi riconoscimenti. Filogermanico, Hedin, aveva sposato la causa di Hitler ed aveva testimoniato, con la sua coraggiosa, instancabile attività, la scelta etica nazionalsocialista. Nel 1936 Hedin è a fianco del Führer che inaugura a Berlino i Giochi olimpici. I tedeschi, a loro volta, si lasciarono conquistare dalle avventure di Hedin. A Monaco l'Istituto Sven Hedin per la ricerca sull'entroterra asiatico divenne parte dell'Ahnenerbe, in seguito formalmente assorbita dalle SS. Furono queste le ragioni per cui la Royal Geographical Society, dopo avergli conferito due medaglie, rimosse, per ragioni politiche, il nome di Sven Hedin dal ruolo dei membri onorari.
(13) Cfr. M. Lombard, Splendore e apogeo dell'Islam, Rizzoli Milano, 1991.
(14) In quest'ultimo scacchiere il progresso delle armate verso est raggiunge la massima profondità. A Stalingrado colto l'obbiettivo di interrompere il traffico fluviale sul Voga, da e per il Caspio. A sud l'avanzata della Wehrmacht minaccia i pozzi petroliferi del Caucaso.
(15) Cfr. Anne Applebaum, Gulag, 2005, Pag. 445 e segg. Una simile slavizzazione forzata si registrò alla fine del conflitto nelle regioni occupate dalla Germania orientale, e in più a sud in Istria e Dalmazia.
(16) La lotta antibritannica è guidata da Chandra Bose. Mentre Gandhi rappresentava l'ala non violenta del movimento per l'indipendenza indiana, Bose prende decisa posizione per la lotta armata, il 27 aprile 1943 trasborda, nell'Oceano Indiano, da un sommergibile germanico ad uno nipponico e, giunto in Estremo Oriente, dia vita nella Malesia liberata, ad un governo provvisorio indiano (21 ottobre 1943). L'Armata Nazionale Indiana organizzata da Bose e composta in prevalenza da indiani catturati dai giapponesi. si batte lungo la frontiera birmana fino al termine del conflitto. Base scompare negli ultimi giorni di guerra (agosto 1945) in un incidente aereo a Formosa. La moderna Calcutta ne onora la memoria con un monumento in una delle sue piazze principali. Per maggiori dettagli: cfr. in l'Uomo libero n. 33, di Luigi Emilio Longo, Chandra Bose, Il braccia armato dei nazionalsocialismo indiano degli anni '40.
(17) Bernard Ollivier, nel suo Il vento delle steppe, Feltrinelli, Milano 2005, pag. 143.
(18) Un elenco dettagliato di queste organizzazioni si trova nel numero 4 del 2005 di Limes, a cura di Federico De Renzi.