L'uomo e l'ambiente

Di Stefano Vaj  -  Numero 7 del 01/07/1981

 

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[Introduzione] Dall'ecologia all'ecologismo - La degradazione dell'ambiente e le sue cause - La soluzione è al di fuori del sistema.

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La religione del progresso di cui, dal settecento in poi, sono state impregnate le ideologie egualitarie, ha toccato in questi. ultimi anni la più bassa quotazione che avesse mai raggiunto sul mercato delle idee (1).


Esaurita la retorica sulle «magnifiche sorti e progressive», calato il sipario sull'ultimo quadro dell'Excelsior, sbiadita la formula leninista «soviet più elettricità», tutta la cultura dominante è invasa da un primitivismo di ritorno, da una generalizzata e apocalittica denuncia dello spirito faustiano della civiltà europea. La trasformazione dell'ecosistema fa paura. La distruzione dell'ambiente e delle risorse naturali e della «qualità della vita», che fino a ieri godevano al più di una considerazione improntata a sufficienza infastidita, risvegliano terrori atavici: la volontà di conoscenza e di conquista non è forse il peccato originale che porterà l'umanità all'autodistruzione?


Entra così in crisi l'ottimismo tecnocratico del liberalismo. Entra così in crisi l'ottimismo messianico del marxismo, che vedeva nell'evoluzione dei mezzi di produzione e della società industriale il presupposto dialettico del superamento del capitalismo. I cosidetti «progressisti» occidentali riscoprono Rousseau, lo «stato di natura» da cui l'uomo non avrebbe mai dovuto uscire, gli ideali di una vita arcadico-bucolica a sfondo agreste, la maledizione biblica contro la scienza, la città, il lavoro.


L'antropologo Claude Lévi-Strauss si schiera a favore delle «società fredde», primitive, immobili, contro le «società calde», immerse nella storia e dominate dall'«orgoglio» e dalla «smisuratezza» dell'uomo occidentale. E’ diventata un genere di successo la futurologia, dai «crolli dei massimi sistemi» ai «medioevi prossimi venturi» (2), mentre la fantascienza apocalittica, esaurito da un lungo tempo il filone delle “cronache del dopo Bomba”, conosce oggi una nuova giovinezza (3).


Il neomalthusianesimo del Club di Roma e la propaganda per la cosidetta «crescita zero», sono ulteriori espressioni di questo malessere diffuso. I limiti dello sviluppo (Mondadori, Milano 1972) rapporto del Massachusset Institute of Technology all'associazione ginevrina, scenario millenaristico basato sull'estrapolazione da modelli matematici che ignorano completamente la differenziazione del panorama studiato e i fenomeni di retroazione (4), è stato tradotto in dodici lingue ed ha già conosciuto una decina di riedizioni italiane. La cosidetta «nuova sinistra», infine, dà sempre più spazio ad un demagogico “terzomondismo” e alla pretestuosa denuncia della «società industriale». Non altrimenti i movimenti giovanili cristiani, che riscoprono l'avversione alla civiltà delle macchine e la peccaminosità della «presunzione» umana.


L'idea di progresso si rovescia così nel suo contrario; l'ottimismo a tutti i costi nel millenarismo. L'idea che l'uomo non può e non deve passare certi limiti, e che questi limiti li ha già passati, e che bisogna ritornare indietro, è diventata un leit-motiv consueto della cultura «radical-progressista».


Se questo discorso presenta diversi aspetti (ad esempio quello che propone di far saltare in aria i laboratori di genetica, possibilmente con tutti i genetisti dentro), certo il suo ambito di applicazione più importante è quello dei rapporti dell'uomo con il suo ambiente. E indubbiamente oggi l'uomo si trova di fronte a problemi radicalmente nuovi su questo piano, problemi che riproducono ad altro livello la situazione venutasi a creare con la rivoluzione neolitica e che risiedono in una trasformata capacità di intervento su se stesso e sul mondo, il che comporta inevitabilmente un nuovo rischio, una nuova responsabilità, una nuova avventura, di cui noi scegliamo di farci carico.


All'ottimismo progressista e al catastrofismo regressivo che di questo è figlio, noi opponiamo la nostra volontà di essere artefici del nostro futuro; né distruttori della natura, né in sua balìa.



Dall'ecologia all'ecologismo


Lo studio dell'ambiente - meglio, degli ambienti - in rapporto alle forme di vita che vi sono contenute ed alle trasformazioni che vi si verificano, risale a poco più di un secolo fa, ed è tuttora una scienza piuttosto giovane.


È Ernst Haeckel ad introdurre per primo il termine di ecologia nel linguaggio corrente. Nel 1868 egli definiva l'ecologia come «studio dei rapporti tra l'essere vivente e l'ambiente naturale che lo circonda» (5), definizione che può tuttora essere ritenuta valida se si tiene presente l’evoluzione che ha subìto successivamente il concetto di ambiente (6).


L'ecologia rappresenta una «spazializzazione» della biologia, avvero un'applicazione di metodi di indagine interdisciplinare; ad una data situazione, ad un dato luogo, precisi e delimitati e localizzati, in parte, fisico-chimici (ciò che viene chiamato biotopo), in parte biologici (ovvero la biocenosi corrispondente a quel dato biotopo), con tutte le interrelazioni relative.


Di questo qui-ed-ora ecologico, cui viene dato il nome di ecosistema, non vengono soltanto studiate le caratteristiche, la morfologia e le componenti, ma anche le tendenze evolutive, le condizioni di equilibrio e di disequilibrio, la storia passata, le reazioni al mutare di alcuni fattori, ecc..


Appare così evidente come sia estremamente grande: il numero delle discipline implicate nello studio dell'ecologia, dalla chimica alla climatologia, alla geologia, alla metereologia, alla paleontologia, a tutti i rami della biologia stessa, tra cui genetica, etologia, istologia, dietologia, biochimica, botanica, zoologia, agraria. I dati che queste discipline forniscono vengono integrati, trattati ed estrapolati in base ad una tipica analisi sistemica. Ritroviamo così in campo ecologico una serie di concetti di uso frequente in tutti i campi descrivibili in termini di cibernetica e informatica: modello, stato, storia di stati, sistema aperto e chiuso, retroazione positiva e negativa, autoregolazione, equilibrio, livello di astrazione, simulazione, eccetera. A partire dall'ecosistema in astratto vengono inoltre definiti, oltre al biotopo e alla biocenosi, l'habitat (cioè l'insieme dei biotopi in cui un organismo può vivere, in quanto possiedono tutti i requisiti necessari alla vita dello stesso), la nicchia ecologica («parte» dell'habitat in cui vive una data specie, ovvero l'insieme dei rapporti di questa con l'ecosistema), la successione ecologica (la trasformazione evolutiva di una data biocenosi), il climax (stato di massimo sviluppo in condizioni di equilibrio) (7), che sono le principali categorie analitiche dell'ecologia moderna, cui va ancora aggiunta la valenza ecologica, ovvero la maggiore o minore capacità di un organismo ad adattarsi a variazioni dell'ambiente.


Va sottolineato che l'ecologia non si oppone minimamente ad un intervento dell'uomo sull'ambiente. Al di là della considerazione ovvia che l'ecologia, in quanto scienza (e quindi insieme di proposizioni descrittive e non normative), non si opporre nemmeno all'inquinamento generalizzato ed al suicidio collettivo per avvelenamento, ma ci dice soltanto quali saranno i risultati di dati fattori, dopo di che sta a noi decidere, - c'è ancora qualcosa di più.


L'ecologia, proprio in quanto scienza, ricerca e determina «definizioni operative» dei propri oggetti di indagine, elabora modelli che permettono previsioni con sempre migliore approssimazione, analizza le relazioni causali all'interno dei sistemi studiati. Ovvero, come ogni altra scienza, fonda una propria tecnica che permette, anzi crea una situazione di appropriazione e dominio dell'uomo sull'oggetto studiato, in questo caso l'ambiente, l'ecosistema, la natura.


Per uno «scivolamento semantico» tutt'altro che insolito, oggi il termine stesso di ecologia, agli antipodi di quanto dicevamo, rimanda direttamente all'ideologia che si suole definire eco1ogistica, ideologia che ha espressioni proprie ma che è anche presente, allo stato diluito, in tutta la cultura dominante e, ad esempio, in tutti i partiti politici italiani, nessuna escluso. La tesi centrale di questa, secondo Hans-Magnus Enzensberger, si esprime così: «Le società industriali della terra producono delle contraddizioni ecologiche che le condurranno (necessariamente) alla rovina in un avvenire prossimo». Affermazione che traspone le predizioni di Marx dal dominio economico al campo «naturalistico»: nello stesso modo in cui si ritiene che le contraddizioni interne del capitalismo porteranno alla sua perdita, le «contraddizioni ecologiche» dovrebbero sfociare nella fitte del mondo, o perlomeno della civiltà delle macchine.


Tuttavia in generale gli ecologisti non sono d'accordo né sulla data del crollo finale che si presenterà in mancanza di un radicale mutamento della situazione attuale, né sulla possibilità, ed eventualmente sul modo, di evitarlo. Nell'ambiente propriamente ecologista troviamo gli ecologisti «liberali», che sognano una repubblica di saggi governata dall'amore universale e dalle «tecniche dolci»; quelli «all'americana», tra droga, comunità rurali, paccottiglia metafisica ed orientalismo; i teorici doomsterr che annunciano ora l'instaurazione di una società agricola mondiale ed idilliaca, ora la scomparsa di ogni forma di cultura e civiltà; il già citato Club di Roma, con la sua propaganda agli alti livelli per la decadenza pianificata e il suicidio dell'Europa.

Dall'insieme di. questi punti di vista sono già nati nell'ultimo decennio in tutta l'Europa i «partiti verdi» (il cui spazio elettorale è in Italia occupato soprattutto dal partito radicale, che ha fatto propria gran parte della dottrina ecologista), alcune piccole case editrici, uno sterminato numero di saggi, innumerevoli pubblicazioni come l'italiana Nuova Ecologia e la francese Gueule Ouverte, nata per denunciare il «fascismo elettronucleare» e la libido sciendi dell'uomo, che afferma con orgoglio: «gli ecologisti costituiscano, come gli ebrei tedeschi ieri, un pericolo per la coesione della società nucleare», - per non contare ciò che è più importante, la costituzione di gruppi di pressione, la penetrazione al di là della politica nelle mentalità e nei modi di pensare. La «protezione dell'ambiente», presente nella propaganda di tutti i partiti e i movimenti, ha finito infine per diventare un tema utile per pressioni politico-psicologiche nell'ambito della concorrenza commerciale internazionale (8). Valga per tutti l'esempio del Concorde.


Quando, all'indomani della seconda guerra mondiale, gli aeroporti americani rifiutarono di accogliere il primo aereo a reazione a lunga autonomia, di fabbricazione inglese., furono accampate ragioni «ecologiche». Fu poi certamente un caso e una coincidenza se gli studi sull'inquinamento permisero di togliere il divieto nel momento in cui la Boeing lanciava a sua volta un aereo a reazioni transatlantico. I costruttori europei del Concorde possono stare tranquilli, gli Stati Uniti non domandano loro che un po' di pazienza. Dal momento in cui il progetto del loro supersonico SST sarà stato realizzato, gli studi americani concluderanno che, tutto considerato, un supersonico civile non é più inquinante, chimicamente, acusticamente, eccetera, di un supersonico militare! Altri casi che vanno ricordati sono le prese di posizione di Carter sui reattori autofertilizzanti (che gli U.S.A, non possiedono, mentre hanno un quasi monopolio sul combustibile e sui brevetti delle vecchie centrali ad acqua leggera), o l'isterica campagna antinucleare finanziata dalle Sette Sorelle.


L'ecologia può anche diventare un buon affare. Il World Wildlife Found, vera e propria multinazionale della «protezione dell'ambiente e delle specie animali», in vari modi, attraverso i suoi agganci e le sue pressioni opportunistiche e i finanziamenti che riceve, gestisce svariati pacchi di miliardi, assumendo altresì una «funzione di spettacolo» tipica della società contemporanea, utile a deviare l'interesse dell'opinione pubblica ad esempio dalla distruzione massiccia della fauna ittica nel nordatlantico verso i metodi più o meno inumani con cui gli esquimesi cacciano le foche (!). Un ruolo non grandemente diverso assume da parte sua, limitatamente al nostro paese, Italia Nostra, organizzazione dominata da una visione della natura diciamo così «panoramica» nel senso non etimologico del termine, e completamente infeudata al sistema dei partiti, in particolare al partito comunista. E’ ovvio come simili «encomiabili» istituzioni trovino poi larghi spazi a livello di scuola, amministrazioni locali, enti vari, fondazioni, mass-media.


Le contraddizioni non turbano più di tanto gli assertori dell'ecologismo. Se la maggior parte di questi si straccia le vesti sulla «fame nel mondo» e si fa propugnatrice di un terzomondismo spinto (9), nessuno sembra far caso al fatto che, dato e non concesso che l'ecosistema terrestre sia in grado di sopportare uno sviluppo di tutti i paesi secondo il modello occidentale, pare difficile sostenere che uno sviluppo industriale globale paragonabile a quello europeo, o l'installazione massiccia di un'agricoltura moderna (intensiva e a base di fertilizzanti) nei paesi poveri, possano favorire «l'equilibrio naturale» del nostro pianeta. Ancora, ben pochi ricordano come 1'inquinamento o il rischio di estinzione per talune specie animali nascano in molti casi dalla democratizzazione sociale dei consumi. I viaggi di piacere e le pellicce di leopardo o gli imballaggi di lusso altamente inquinanti, ricorda Enzensberger, non risalgono agli ultimi decenni, ma fanno parte da sempre dei consumi d'élite. Il problema nasce con l'allargamento di questi ad una percentuale crescente della popolazione, per soddisfare le esigenze mercantilistiche della società dei consumi.

Come l'ecologismo si concili con una posizione che pone «vicino al centro» del proprio discorso il problema di un allargamento dei consumi, è ancora da scoprire. Senza parlare degli effetti evidentemente recessivi, e quindi creatori di disoccupazione e povertà sociale, della maggior parte dei provvedimenti proposti; ricordiamo anche che la distruzione delle risorse ambientali è uno sbocco tipico delle economie di penuria: la protezione dell'ambiente, lo si voglia o no, si è storicamente dimostrata un lusso. Quando poi si parla dell'esplosione demografica e dei suoi costi ambientali, si dimentica la distinzione posta precedentemente tra «paesi sviluppati» e paesi del «terzo mondo», come pure il fatto che è l'eliminazione dei fattori selettivi all'interno di questi ultimi, senza che si fosse prima garantita una possibilità di sussistenza, a creare il fenomeno.


Sia esso di marca neomarxista, freak o reazionaria, sogni esso il buon selvaggio o il ritorno al medioevo, l'ecologismo cela sempre lo stesso errore. Errore che si concreta in un'idea del tutto falsa, astratta ed universalista della natura, percepita da un lato come statica, immutabile, da sempre e per sempre data, dall'altro come nettamente separata, anzi in opposizione rispetto all'uomo e alla cultura, dimenticando che l'uomo, in quanto essere vivente, ne fa parte, per quanto vi sia chi arrivi a sostenere che la nostra specie è un «incidente», una manifestazione «patologica», o un «cancro». Questo conduce necessariamente ad una visione paradisiaca della natura, puramente intellettualistica e tipica di chi vive in un ambiente iperprotetto, che porta a negare per ragioni pregiudiziali la realtà dinamica dell'universo. Nei fatti, è la stessa scienza ecologica a smentire questa visione, nel momento in cui ci mostra come gli ecosistemi si evolvano e decadano, come gli equilibri che si vengono a determinare siano in realtà risultanti dinamiche che possono variare e variano col tempo anche senza nessun intervento «umano», risultanti della lotta di tutte le specie viventi per sopravvivere ed espandersi, e dei caratteri di quel biotopo in quel momento dato. Non esiste in realtà alcun equilibrio naturale prefissato e indefinitamente autosufficiente che possa essere «turbato». La comparsa dei mammiferi, avvenimento non certo provocato dall'uomo, ha «distrutto» in un certo senso l'equilibrio precedente dell'ecosistema, creandone uno nuovo. Al contrario, l'immigrazione di una specie straniera in un dato habitat, può provocare teoricamente la scomparsa della maggior parte delle forme di vita di quell'ambiente, magari compresa la specie estranea. Fenomeni di inquinamento si verificano anche naturalmente (cfr. un'eruzione, o l'emissione spontanea di idrocarburi negli oceani), creando sterilizzazione di zone delimitate o potenti spinte selettive verso l'adattamento degli organismi presenti. Alcune specie animali, d'altra parte, tendono spontaneamente all'estinzione: una decisione umana di mantenerle forzatamente in vita, in sé perfettamente legittima, non è però più naturale della scelta di eliminare una specie di per sé vitale, come quella dell'agente patogeno del vaiolo.


Inoltre quest'idea stessa di natura parte da esperienze di un mondo che conosce ormai da millenni l'intervento plasmatore dell'uomo. La natura di per sé non è né incontaminata, né benigna, né adatta, ma solo adattabile alla vita umana. Chi l'immagina come un incrocio tra un frutteto, uno zoo, un giardino e un campo di golf, non si rende conto di quanto sia condizionato da un quadro che è già opera dell'uomo. Il parco di Versailles non è in realtà più «naturale» del relativo castello. Soprattutto in Europa, il «panorama» ambientale, l'ecosistema stesso, hanno conosciuto negli ultimi cinquemila anni una trasformazione che è difficilmente valutabile, a cominciare dalla creazione di spazi agricoli, che di per sé sono «naturalmente» assolutamente inesistenti, e dalla conseguente possibilità di nutrire una popolazione umana crescente. L'uomo da sempre, almeno a partire dalla rivoluzione neolitica, sfrutta le proprie conoscenze di «ecologia empirica» per trasformare a proprio vantaggio l'ecosistema. La rotazione delle colture, praticata da tempi immemorabili, permette un ciclo continuo di scambi tra il terreno e le coltivazioni, che assicura una continuità di rendimenti elevati assolutamente «innaturale», similmente del resto all'irrigazione artificiale, alla bonifica dei terreni paludosi, e così via.


Infine l'uomo stesso costituisce una specie animale come le altre, in quanto «espressione della natura» allo stesso titolo dei pinguini, con il medesimo «diritto» a partecipare all'ecosistema; ovvero egli ha «diritto» a parteciparvi anch'esso secondo la propria natura. Natura che nell'uomo è proprio la cultura, la messa-in-forma di se stesso e del mondo a partire da una certa visione del mondo, la tecnica, l'appropriazione e la dominazione di ciò che lo circonda, di cui egli è signore per il fatto di essere l'unico tra gli animali non del tutto agito, non totalmente determinato dalla propria appartenenza alla specie e dalle condizioni ambientali.


Oswald Spengler ha mostrato come la storia, la natura stessa dell'uomo sia interamente fondata sull'opposizione al «puramente naturale». Dall'origine, l'anima dell'uomo «si rinchiude in un atteggiamento di opposizione intransigente verso il mondo intero, da cui il suo potere creatore l'ha esclusa. (...) E quest'ultima va costantemente in avanti, in una separazione sempre più accentuata con tutta la natura. Le armi dei predatori sono naturali, ma il pugno armato dell'uomo, con la sua arma artificialmente fabbricata, non lo è» (10).



La degradazione dell'ambiente e le sue cause


La discussione delle posizioni ecologiste non deve e non può comunque nascondere i gravissimi problemi davanti a cui sono poste le società contemporanee, problemi che in parte, come già dicevamo, si presentano del tutto inediti.


Ogni libertà, ponendo una possibilità di scelta, è di per sé rischiosa. Ogni dominio deve avere la sua contropartita, in una protezione e in una responsabilità corrispondente, in una uguale capacità di esercitare questo dominio, di controllare il potere di cui si dispone. Oggi effettivamente l'uomo ha un potere sull'ecosistema e sull'ambiente mai posseduto prima, che può creare una distruzione inaudita. Il che non significa che esso debba crearla. Il problema si pone altrove, ed è un problema culturale.


«Che l'uomo abbia bisogno di preservare il capitale che rappresenta per lui il suo ambiente con relative risorse naturali, e che egli debba guardarsi dallo "spenderlo" interamente nello spazio di una generazione per consumo immediato, ma anzi farlo fruttare, tutto ciò dovrebbe essere l'evidenza stessa» (11). Eppure tutta la società contemporanea è orientata in senso completamente opposto. Il sistema mercantilistico è costituzionalmente incapace di percepire il valore di una cosa che non sia immediatamente valutabile in termini economici, che non si traduca a brevissimo termine in un aumento di capacità di acquisto. Questa incapacità di mettere in prospettiva i problemi, impedisce alla civilizzazione presente di prevedere non soltanto i costi in termini di «qualità della vita», di impoverimento ambientale, di salute mentale (12), ma persino gli stessi costi economici della mancanza di una politica ambientale organica.


Il consumismo e la scelta della priorità sistematica del benessere individuale (letto quest'ultimo in chiave di puro «tenore di vita») portano a privilegiare la produzione di beni di breve periodo, rapidamente rinnovabili, energeticamente costosi e altamente inquinanti, destinati al consumo di massa. La mentalità determinista non vede altro mezzo per il sussistere e lo svilupparsi del sistema economico che l'accettazione supina delle leggi di una domanda che è a sua volta determinata da questo tipo di offerta e dal modo di vita che essa propone (13). La natura miope e meccanicista del sistema inoltre elimina di per sé la potenzialità di investimento necessaria all'aggiornamento tecnologico che solo può permettere una reale riduzione dei costi tanto economici quanto ambientali.


Questa situazione viene spesso addebitata, con non minore miopia, alla politica «sconsiderata» delle imprese, alla mancanza di «coscienza civile» e di sensibilizzazione al problema nel cittadino. A parte il fatto che non si capisce come e perché un cittadino dovrebbe avere una «coscienza civile» in un panorama sociale il cui residuo carattere comunitario tende a zero, va denunciato come colossale mistificazione l'attribuire la responsabilità di distruzioni ambientali al potere decisionale di operatori economici in quanto tali. Il mito del malvagio imprenditore, o dirigente, o capitano di industria che alla fine si ravvede e rinuncia al proprio «illecito» profitto per amore degli animaletti e del panorama, caro agli sceneggiati televisivi e ai fotoromanzi, occulta deliberatamente la realtà del fatto che sul piano meramente economico oggi nessuno è libero, se non di giocare nel miglior modo possibile secondo le regole del gioco. L'unica vera libertà di fronte a queste regole è quella di uscire volontariamente dalla partita, di ritirarsi o farsi sostituire, con nessun vantaggio per sé e per gli altri e con la conseguenza assolutamente inutile della propria emarginazione economica.



La soluzione è al di fuori del sistema


Non è quindi attraverso una improbabile prassi di pedagogia sociale che è possibile fondare un progetto, un atteggiamento, un intervento consapevole, organico e positivo sul problema ambientale. É soltanto attraverso una restaurazione del predominio del politico contro la odierna dittatura dell'economia che le società europee potranno di nuovo esprimere una volontà e tornare ad essere soggetti della storia, e a partire da ciò esprimere una politica anche in campo ambientale, ecologico, delle fonti di energia, delle risorse naturali. Uno Stato che resti integrato al sistema occidentale, alle sue regole liberoscambiste, alla sua cultura politica mercantilistica, non ha maggiori possibilità di intervento reale di quante ne abbia il privato pieno di buone intenzioni.


Soltanto a partire dalla scelta di difesa dell'economia europea da una concorrenza internazionale che porta alla monocultura, soltanto attraverso una coercizione che si avvalga anche di mezzi non economici e una ricerca psicologica e politica della mobilitazione del corpo sociale, è possibile una svolta che permetta anche l'impostazione di un diverso rapporto con l'ambiente e l'ecosistema, rompendo con la situazione attuale che vede l'uomo in posizione di completa irresponsabilità da un lato, dall'altro perciò interamente dominato dalle conseguenze della sua azione e presenza.

Del resto, è oggi tutto il clima culturale che si rivela profondamente inadatto a raccogliere la sfida del momento presente. L'egemonia delle ideologie deterministiche e quindi deresponsabilizzanti, con il loro ottimismo cosmico o al contrario con la loro maledizione della vita, della storia e della nostra civiltà, ostacola la diffusione di una concezione del mondo tendente al riconoscimento dell'uomo come unico artefice del proprio destino, di un'etica del superamento di sé, di una accettazione globale del reale e del mondo, quindi dei rischi e delle responsabilità cui la sua libertà lo mette di fronte. Il piatto edonismo di mezza tacca che oggi domina la vita dei popoli europei, si pone contro la volontà di vita e di potenza in un modo che a livello ambientale tende a distruggere il passato - le radici ed il futuro - il territorio, il capitale di risorse della stirpe, quindi dei figli e dei figli dei figli. Il clima attuale resta, al limite, più propizio alla rinuncia incarnata dalla propaganda del Club di Roma, che ad un reale “farsi carico” in positivo del problema (14). In questo senso, la lotta contro l'inquinamento ambientale passa attraverso la lotta contro l'inquinamento ideologico.

Una cosa comunque è certa: non si torna indietro. Anche ammessa la praticabilità storica di un tale indirizzo, che teoricamente è senz'altro ammissibile, qualunque società decidesse di tornare indietro su questa strada sarebbe alla mercé delle altre. Anche senza immaginarsi scenari di imperialismo violento, sarebbero le semplici leggi della selezione naturale e le leggi indotte della inter-dipendenza tra nazioni a decidere per la sua uscita dalla storia, per il suo fagocitamento dai panorama circostante, per la sua scomparsa storico-politica. Ma prima ancora di questi problemi, la nostra ipotetica utopia regressiva avrebbe da preoccuparsi del disastro che, alle presenti condizioni di densità demografica, di complessità delle strutture, di urbanizzazione, di sistema produttivo - sia in campo industriale che in campo agricolo - si ricollegherebbe ad una svolta decisamente ecologista.


Il progresso tecnologico, il cui carattere «rischioso» è il carattere di ogni impresa umana, è una tigre che noi scegliamo di cavalcare perché solo ad esso sono legate le prospettive di libertà e potenza politiche dell'Europa, come di qualsiasi altro soggetto storico, come pure le nostre vere possibilità di superare le stesse presenti «contraddizioni ecologiche», degradazione dell'ambiente, impoverimento dell'ecosistema e delle risorse naturali, le cui cause sono negli ultimi anni forse da ricercare proprio nel rallentamento di questo progresso, dovuto all'incapacità della società mercantilistica di investire a lungo termine.


L'inquinamento, il giorno in cui l'uomo per la prima volta accese un fuoco, nacque dalla tecnica e dallo sfruttamento umano di una fonte di energia. Da allora il progresso tecnologico e il consumo di energia non hanno fatto che crescere. Per dare un'idea della curva di questa crescita, possiamo ricordare come in Francia la produzione di energia elettrica si è accresciuta del 900% dal 1946 e addirittura del 1.800% dal 1926 e che questo aumento è un esempio medio dell'incremento produttivo dei paesi industrializzati (15). Fino agli ultimi decenni la speranza di vita degli individui e la salute e la qualità della vita delle popolazioni sono cresciute parallelamente e proporzionalmente al consumo di energia e al progresso tecnico. Oggi una ulteriore crescita, per il volume dell'inquinamento creato, può anche invertire il processo, cioè corrispondere ad un indebolimento delle nazioni ed a una degradazione del benessere individuale.


Facciamo un'altra ipotesi: il progresso tecnologico e la produzione di energia, accelerati e indirizzati da una retta volontà politica, elimineranno essi stessi gli inconvenienti e la degradazione che oggi creano e ancor più rischiano di creare in futuro.


É possibile oggi, in base ad un progetto organico di politica ambientale e ad una volontà precisa, andare molto lontano. Lo stesso progresso scientifico in campo ecologico ci permette oggi di intervenire consapevolmente sull'ecosistema, per difenderlo, ma anche per trasformarlo secondo le nostre intenzioni su una scala fino ad oggi difficilmente immaginabile. Il concetto che la protezione dell'ambiente da una parte, il progresso tecnologico e l'espansione dall'altra, non sono realtà tra loro in contrasto, ma anzi sono l'uno la condizione dell'altro, deve costituire il cardine del rifiuto sia del primitivismo ecologista come della cieca politica di rapina delle multinazionali e del sistema mercantilistico in generale.


Ancora una volta, la soluzione del problema passa, obbligatoriamente, attraverso il superamento del sistema; un sistema che ha consentito sì lo svilupparsi di una tecnologia avanzata, ma che è impossibilitato, per la sua caratterizzazione culturale piccolo borghese, a gestirla con lungimiranza ed indirizzarla verso obiettivi degni dell'uomo.


Stefano Vaj

1Questa crisi della mitologia progressista, dal nostro punto di vista assolutamente salutare, conosce una descrizione spirituale di notevole valore in un poema di HANS-MAGNUS ENZENSBERGER di recente tradotto in italiano, Der Untergang der Titanic (La fine del Titanic, Einaudi, Torino 1980, edizione con testo a fronte).

2Roberto Vacca, Il medioevo prossimo venturo, Mondadori, Milano 1972.

3In campo cinematografico va segnalato per il suo estremo interesse Holocaust 2000. Questo cattivo film commerciale, che mette in collegamento esplicito l’avvento dell’Anticristo e l’Apocalisse con la costruzione della prima centrale nucleare a fusione, rappresenta un distillato dei luoghi comuni e dell’inconscio collettivo della civilizzazione contemporanea. Gli esempi, comunque, soprattutto nel genere “atomico” sono innumerevoli: cfr. ancora Sindrome cinese. Quanto alla narrativa citiamo evasione nel caos (Jane Roberts, Mondadori, Milano 1975), sull’esplosione demografica e l’esaurimento delle risorse; L’effetto dinosauro (Pedler e Davis, Mondadori, Milano 1974), sull’elefantiasi delle strutture e l’inquinamento da motori a scoppio; tra gli orrori del 2000 (Chelsea Quinn Yabre, Mondadori, Milano 1979), sul crollo dell’ecosistema e la graduale estinzione del genere umano in una terra esaurita e sterile.

4Tendenza di un sistema a tornare in equilibrio a causa della influenza di ritorno degli effetti sulle proprie cause.

5Ernst Haeckel, Storia naturale della creazione.

6Ciò soprattutto a partire dai lavori di Jacob von Uexkull sull’ambiente specifico (Umwelt). Più recentemente ed in un senso più ristretto Georges Olivier ha proposto di considerare l’ecologia come studio delle particolarità morfologiche, psicologiche, genetiche in relazione con le localizzazioni spaziali e climatiche (Ecologie humaine, PUF, Paris 1975); demarcazione che pare riferirsi però più che altro al campo limitato dell’autoecologia ovvero a quella branca che si dedica all’analisi dei rapporti e dell’adattamento di una singola specie ad un ambiente dato.

7Il climax artificialmente mantenuto dall’uomo viene anche chiamato plagioclimax.

8Cfr. l’articolo “L’ecologie au service de l’imperialisme” in “Dossier Ecologie”, Eléments n. 21-22. Il dossier pubblicato in materia ecologica dalla rivista francese si segnala per completezza e approfondimento del tema trattato.

9Vedi ad esempio René Dumont, Seule une écologie socialeste Laffont, Paris 1977, o le posizioni dei radicali italiani.

10Oswald Splenger, Der Mensch und die Technik (ediz. It.: L’uomo e la macchina, Edizioni Corbaccio, Milano 1931; Ascesa e declino della civiltà delle macchine, Edizione del Borghese, Milano 1970, stessa traduzione).

11Alain de Benoist, “La vrai probléme”, in Eléments, num. Cit.

12“Per conservare la propria salute mentale” scrive il dottor René Held, neuropsichiatra, “l’uomo non deve sentirsi tagliato fuori dalle sue origini biologiche. E’ un bisogno che rimonta alla sua ontogenesi e che si perde nella notte dei tempi filogenetici più antichi. Come ogni animale, l’Homo sapiens, mammifero della famiglia dei primati, non può vivere senza scambi con altri elementi dell’ecosistema (…) La privazione e l’alterazione dei paesaggi possono essere per l’uomo una sorgente di inquietudine, se non di angoscia e deperimento” (Science et vie, aprile 1971).

13Per una più ampia trattazione, rimandiamo a quanto scritto nell’articolo di Guillaume Faye “La dictature du bien-etre”, in Elements, n. 28-29.

14Una smentita recisa dei dati stessi su cui il Club di Roma basa le sue analisi e la sua propaganda è contenuta nel libro di Herman Kahn The next 200 years, Hudson Institute, New York 1976.

15Vedi Eléments, n.21-22, “L’atome contre la pollution”, di Christian Lahalle.