Introduzione a "Espressione politica e repressione del principio sovrumanista" di Giorgio Locchi

Di Stefano Vaj  -  Numero 53 del 01/03/2002

 

[Le note sono comprese nell'articolo principale] [Versione francese]

Introduzione a "Espressione politica e repressione del principio sovrumanista" di Giorgio Locchi

Questo testo, uno dei pochi che Giorgio Locchi ha scritto originariamente in italiano, è uscito una prima volta in una versione abbreviata (e forse parzialmene rimaneggiata dalla redazione) sul terzo e ultimo numero di Elementi, la sfortunata rivista lanciata dalla casa editrice Il Labirinto creata da Marisa Ferrero e Maurizio Cabona alla fine degli anni settanta, e che avrebbe dovuto riprendere la formula ed i temi della francese Eléments [parte degli archivi full-text sono disponibili qui] che già da una decina d'anni rappresentava (come rappresenta tuttora) la principale pubblicazione ufficiale del GRECE, il Groupement de Recherches et Etudes pour la Civilisation Européenne in via di far parlare di sé tutto il mondo sotto l'etichetta, attribuitagli dai media, di "Nouvelle Droite".

In tale prima pubblicazione, gli venne attribuito il titolo Il fascismo ha un cuore antico, cosa che indusse l'autore, in una privata conversazione con chi scrive, a rimarcare con una delle sue consuete battute: «Questo dimostra che non hanno capito proprio niente di quello che il mio scritto sostiene, che è esattamente il contrario, ovvero che il fascismo ha un cuore nuovo». L'"errore" dei redattori, in realtà semplicemente troppo inclini alle citazioni ed alle allusioni, avrebbe per altro dovuto essere scusabile anche per Locchi, che in un'altra opera (Wagner, Nietzche e il mito sovrumanista, LEdE, Roma 1980 [edizione Web]), relativamente alla tendenza sovrumanista ed al nuovo mito che essa incarna, cita un verso wagneriano dai Maestri Cantori di Norimberga [libretto sul Webversione cartacea con traduzione italiana] che recita proprio: «Es klang so alt, und war doch so neu» ("Suonava così antico, eppure era così nuovo...").,

Una seconda versione più ampia, che è quella qui ripresa con qualche correzione puramente tipografica, è stata successivamente pubblicata nel 1981 dalle edizioni Il Tridente di Genova nel volumetto L'essenza del fascismo, titolo certo più aderente al contenuto, ma anch'essa in qualche modo fuorviante, non solo perché tratta di una corrente politica di cui il fascismo in senso stretto, pur inteso su scala europea, è stato solo una componente, sia pure quella di peso più rilevante ed in ultima analisi vincente, ma anche perché rinvia a categorie aristoteliche o tomiste ("essenzialiste", appunto), che non potrebbero essere più distanti dal pensiero dell'autore, risolutamente esistenzialista, nominalista e storicista. Di "essenza" si parla infatti nel testo non in senso filosofico, ma nel senso quotidiano della frase: «ma in fin dei conti, qual è l'essenza del tal discorso?».

Tale libretto, per quanto se ne sa da tempo esaurito, era stato sorprendentemente pubblicato dalla suddetta piccola casa editrice quale prima opera di una programmata collana diretta da Marco Tarchi, già all'epoca forse il più lontano, nel pur variegato ambiente della cosiddetta "nuova destra italiana", dalla visione del mondo di Giorgio Locchi, ma altrettanto evidentemente affamato da titoli da pubblicare, e preoccupato più di ogni altra cosa dall'esigenza di essere al centro di tutto quanto di significativo accadesse in tale ambiente; salvo poi scindere regolarmente in introduzioni, prefazioni e pubblici interventi, le sue "responsabilità" dalle tesi dell'ambiente cosiddetto "francese" (ma sino a poco prima intellettualmente dominato da Giorgio Locchi stesso, attraverso le divulgazioni di Faye, Vial, de Benoist, etc.) che pure continuava a rappresentare per lo stesso una miniera inesauribile di argomenti, scritti e materiale da tradurre e di cui appropriarsi.

Tale versione era accompagnata, oltre che da una prefazione del tipo che si è detto - che introduceva altresì la collana suddetta, dall'ambizioso titolo di Aletheia - da un'intervista da parte del curatore, che non andava molto al di là degli scopi di "rimpolpare" il testo (separatamente intitolato Riflessione storica sul fenomeno fascista) per raggiungere uno spessore adeguato alla pubblicazione in tale forma, e di consentire all'intervistatore di marcare la propria posizione di "studioso", nonché di equidistante "osservatore" nella rottura che già si era ormai da qualche tempo verificata tra Locchi e Alain de Benoist.

Le domande dell'intervistatore, come notava lo stesso intervistato, denunciano per altro la profonda incomprensione cui proprio in Italia gli scritti di Locchi all'epoca della loro pubblicazione andarono incontro al di fuori di una piccola cerchia di entusiasti, che del resto per lo più conoscevano personalmente e frequentavano il filosofo nella sua casa di St. Cloud, nella periferia parigina; casa dove molti giovani francesi, italiani e tedeschi si recavano da anni più in pellegrinaggio che in visita; ma simulando indifferenza, nella speranza che Locchi, alquanto insofferente all'idea di vedersi circondato da "discepoli" alla Julius Evola e recalcitrante di fronte ad ogni aperta sollecitazione a discutere delle sue idee o a fissarle in un catechismo, fosse come Zarathustra dell'umore giusto per vaticinare anziché, come disgraziatametne faceva più spesso, parlare del tempo o del suo cane o di attualità irrilevanti.

L'incomprensione cui Locchi andava all'epoca incontro, e rispetto a cui egli non mancava di spazientirsi, non è però a ben guardare sorprendente, legata com'è in essenza alla profonda "inattualità" (altro non casuale tratto nietzschano) dell'opera del nostro autore.

Anzi, tale opera si rendeva tanto più inattuale proprio nel momento in cui da un lato la stessa si focalizzava sulle questioni ultime dell'indagine del filosofo, mentre dall'altro il suo potenziale pubblico era ancora preda di varie suggestioni che con essa avevano poco a che fare: dalle speranze di un facile rinnovamento della militanza politica tradizionale, alle suggestioni dell'"infiltrazione" nel mondo dei media e dell'università che sembrava promettere successi immediati, alla persistente opposizione tra occidente e comunismo, agli ultimi echi della "rivolta generazionale" iniziata alla fine degli anni sessanta che ancora veniva caricata da parte di tutti i "rivoluzionari" delle aspettative e significati da ciascuno preferiti; per finire con suggestioni letterarie ambigue quali le manie tolkieniane, esotericheggianti o neoprimitive già di moda, e certo di facile presa in un certo pubblico segnato dalle varie forme di ripiegamento onirico e tradizionalista proliferate a partire dall'immediato dopoguerra.

Per tutto ciò, non c'è dubbio che Locchi godesse del rispetto pressoché unanime dell'ambiente non-conformista al di qua e al di là delle Alpi - di cui gli era tanto più facile essere elargito in quanto non faceva politica, né cercava di fondare una propria conventicola intellettuale, né si poneva in altro modo in concorrenza con chicchessia - e che vi fosse una confusa percezione da parte dei suoi lettori che le cose che diceva erano "importanti". Ma è altresì indiscutibile che quello che è stato uno dei due o tre pensatori sovrumanisti più profondi ed originali di tutta la seconda metà del secolo trascorso sia stato per lo più circondato in vita da un silenzio imbarazzato o da omaggi puramente formali anche da parte degli intellettuali e dei politici che vantavano analoghe ascendenze ed interessi.

Oggi crediamo che il breve testo qui pubblicato possa essere diversamente apprezzato e compreso. Non solo alla luce della migliore conoscenza dell'insieme delle idee dell'autore divenuta nel frattempo possibile anche a chi non lo ha conosciuto (in particolare sulla base della pubblicazione in italiano del già citato Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista e della traduzione di vari altri scritti, per lo più proprio sulle colonne di questa rivista), ma anche degli ulteriori vent'anni trascorsi di studi sulle correnti sovrumaniste e sul fascismo, e soprattutto di vent'anni di evoluzione nella storia mondiale.

Il posarsi degli ultimi detriti storici della seconda guerra mondiale, e della "competizione collaborativa" tra blocchi apparentemente rivali che a questa è seguito, non possono infatti che far emergere con tanta maggiore chiarezza la chiave di lettura che Locchi, sulla falsariga di Wagner, Nietzsche e Heidegger, applica alla nostra epoca, così come le linee di tendenza che la stessa evidenziano, oggi confermate anche da chi, regnando sul sistema di potere contemporaneo, del mondo di Giorgio Locchi continua giustamente ed apertamente a proclamarsi nemico metafisico.

Vent'anni dopo la sua prima pubblicazione, crediamo che questo breve testo possa così davvero concludere una riflessione storica su ciò che il fascismo ha rappresentato, quale prima espressione politica compiuta della visione del mondo sovrumanista, e fare il punto da cui gettare lo sguardo sul secolo appena concluso in funzione dell'avvenire che vogliamo crearci.


Stefano Vaj