Rivolta contro i padroni del mondo

Di Mario Consoli, Piero Sella  -  Numero 54 del 01/10/2002

 


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Con la fine del comunismo e dell'URSS, i benpensanti di tutto il mondo avevano tirato un respiro di sollievo. Di lì a poco anche il Patto di Varsavia implodeva, rimuovendo così dalla scena mondiale la preoccupazione più grave, quella che per decenni aveva aleggiato, di un planetario, apocalittico scontro nucleare.

Dopo la miracolosa vittoria nel secondo conflitto mondiale sui regimi fascisti e lo sgonfiarsi del colosso sovietico, si aprivano per la Democrazia prospettive eccezionalmente favorevoli. Senza ostacoli esterni, essa avrebbe potuto mostrare al mondo il suo volto più autentico e riversare sui popoli tutta la sua capacità di produrre benessere e libertà. Avrebbero finalmente preso vita gli ambiziosi progetti rimasti fino a quel momento irrealizzati. L'Europa poi, che del possibile scontro tra Oriente e Occidente era destinata a fare le spese, non era più in prima linea; col nuovo stato di cose si sarebbe trovata tra le regioni del globo maggiormente avvantaggiate.

La provvidenziale scomparsa di uno dei due blocchi che tanto a lungo si erano fronteggiati, doveva poi logicamente spingere l'altro, la NATO, a constatare la propria assoluta inutilità, e a trarne le lineari conseguenze.

Anche se per il momento la comunità degli stati europei, forse con eccessiva cautela, metteva l'accento su obiettivi di tipo economico e monetario, nessuno dubitava che il Continente fosse alla lunga destinato a strutturarsi come una grande forza regionale autonoma in grado di riempire con sufficiente autorevolezza, non solo localmente, ma anche nelle aree strategiche vicine, il vuoto lasciato dall'alleanza atlantica e dall'ingombrante presenza statunitense.

 Gli interessi europei, dopo decenni di forzata subordinazione a quelli USA, avrebbero potuto tornare in primo piano ed essere direttamente tutelati.

Nessuno certo si nascondeva le difficoltà di uno scenario diverso, quello della realtà globalizzata, contrassegnata da informazioni immediate, da facili spostamenti di beni e persone, dalla crescita esponenziale dell'economia, ma soprattutto della finanza nei suoi più insidiosi aspetti virtuali. Sarebbe quindi stato più frequente il sorgere e il propagarsi di fattori di crisi, ma l'opinione pubblica era stata adeguatamente preparata ad accogliere con ottimismo le grandi novità. I rischi che il cambiamento comportava erano giudicati accettabili, calcolati dagli esperti e quindi sotto controllo.

La globalizzazione anzi, avrebbe sicuramente favorito _ ad esempio sui grandi temi dell'ambiente _ vaste intese internazionali. Nessun pericolo dunque che qualche crisi locale, sfuggita di mano, potesse complicarsi e degenerare in conflitto. Col trionfo del libero mercato e delle privatizzazioni, sembrava insomma alle porte un'epoca di grandi affari che, in un ovvio contesto di pace e di sviluppo, avrebbe cancellato ingiustizie e povertà.

Senza nemici dichiarati, senza che nessuno remasse contro, le emergenze sarebbero state affrontate con una serenità maggiore che nel passato, e via via risolte con la necessaria ponderatezza dai politici della Democrazia, cui il popolo aveva affidato questo compito sotto l'usbergo delle istituzioni nazionali e internazionali. Era infatti definitivamente tramontato il tempo in cui le decisioni erano imposte dall'arbitrio dei sovrani assoluti, dei dittatori, degli oligarchi. Senza motivazioni davvero valide non sarebbero più stati messi in pericolo il destino e il benessere dei popoli, le loro città e i preziosi patrimoni artistici, né la vita dei giovani in armi. Costoro avrebbero potuto, in futuro, essere impiegati solo in missioni umanitarie, in soccorso a gente meno fortunata.

* * * 

Ma ecco che presto, molto presto, l'incanto si rompe, le attese vengono deluse e tutto torna a procedere un pressappoco come prima. Per certi versi anche peggio. 

Le spinte nazionaliste nell'Est, e in particolare nell'ex Unione Sovietica, sono di fatto gestite e sfruttate dal vecchio partito comunista. Ne nascono movimenti separatisti che agitano in modo pretestuoso la bandiera dell'autonomia o dell'integralismo religioso, ma dietro di loro, nella buca del suggeritore, ci sono le grandi multinazionali interessate a mettere le mani sul ricco malloppo _ le risorse naturali e i beni già appartenuti allo Stato _ e calano anche, come avvoltoi, i mercanti d'armi che si assumono l'altruistico compito di riciclare gli immensi arsenali dell'Armata Rossa. 

Il sogno della libertà è così di breve durata. Dalla padella comunista il popolo cade nella brace del crimine organizzato e della mafia, che agiscono in combutta col grande capitale finanziario straniero.

Si aggrava anche la situazione nel Vicino Oriente. Israele approfitta del crollo sovietico per far affluire in Palestina milioni di ebrei coi quali vengono alimentati nuovi insediamenti su terra araba. Per sottrarsi poi alle numerose risoluzioni dell'ONU, che avevano imposto il ritiro dai territori occupati nel '67 _ risoluzioni cui non era stato mai ottemperato e territori che erano stati amministrati in aperta violazione delle leggi internazionali _ Israele apre un tavolo di trattative diretto coi palestinesi. Cerca e trova l'interlocutore adatto, Arafat. E con lui, grazie anche all'appoggio USA, diventati ormai l'unica superpotenza, firma a Oslo un accordo col quale non solo ottiene, sull'entità dei territori da restituire, uno sconto da vera e propria liquidazione, ma soprattutto la sostanziale rinuncia a un vero Stato arabo di Palestina.

Ma neppure gli accordi di Oslo, conclusi col malleabile Arafat, bastano ai sionisti. Sicuri che contro di loro nessuno interverrà, gli ebrei ne rinviano di continuo l'esecuzione e, per quanto riguarda il rientro dei profughi espressamente previsto nell'intesa, dicono, spudoratamente, che non se ne farà nulla. 

Sui territori controllati dal suo esercito, Israele prosegue poi un'odiosa politica nei confronti della popolazione autoctona. Confinati in campi profughi o in villaggi circondati da posti di blocco, gli arabi sfuggiti alle ripetute pulizie etniche dei sionisti, non hanno il diritto di costruirsi una casa, sono discriminati nell'accesso all'acqua e, per sopravvivere, sono costretti ad eseguire per l'oppressore straniero lavori sottopagati e umilianti. 

Di fatto campano grazie agli aiuti che le organizzazioni assistenziali internazionali sono obbligate a elargire per evitare che la situazione possa precipitare a danno di Israele. Il prezzo della prepotenza ebraica è così, per la maggior parte, messo a carico dell'Europa, la cui pazienza però sembra vacillare. Nell'ultima riunione dei ministri degli esteri a Bruxelles è stato fatto rilevare ad Israele ,sia pur timidamente ed in modo informale , come gli edifici amministrativi dell'Autorità Palestinese, le scuole, le stazioni radio, le caserme della polizia, l'aeroporto di Gaza, distrutti dai carri armati o dai missili lanciati dagli elicotteri ebraici, fossero stati tutti pagati con denaro europeo. 

Non si comprende come in un tale contesto si possa insistere nell'idea di un Errore. L'origine riferimento non è stata trovata. a favore dei palestinesi. Un piano del genere non servirebbe comunque ad addormentare quel popolo. I fatti dimostrano ampiamente che in quella terra nessuno è disposto a barattare la libertà con un frigorifero, un televisore o un'automobile. Lo testimoniano la durezza dell'Intifada, lo sprezzo del pericolo dei giovani, il virile orgoglio dei parenti dei martiri. 

La gente di Palestina è insomma assolutamente salda nel rifiutare la presenza ebraica sulla propria terra. Ed il rifiuto non ha mai avuto incertezze. Risale addirittura ai primi anni del secolo scorso quando, ancora in vita l'impero ottomano, si insediavano in Palestina, sia pur con obiettivi non dichiarati, le prime colonie ebraiche.

Neppure dopo la sconfitta dei turchi, cui pur avevano a fianco di Lawrence contribuito, gli arabi divengono padroni in casa loro. La Grande Siria viene smembrata e il territorio palestinese che ne faceva parte assegnato dalla Società delle Nazioni, in amministrazione fiduciaria, all'Inghilterra. Questa, anziché condurre "secondo le indicazioni del Mandato" il Paese all'indipendenza, favorisce in tutti i modi il subdolo piano di penetrazione dei sionisti che puntavano, con una graduale immigrazione, a farsi maggioranza.

Gli arabi si opposero con tutti i mezzi a loro disposizione (scioperi generali, resistenza armata) allo snaturamento etnico della loro patria ma, alla fine del secondo conflitto mondiale, non furono in grado di resistere allo strapotere ebraico salito sullo sgabello dell'Olocausto. Negli stessi anni nei quali il colonialismo veniva in tutto il mondo abbandonato e solennemente condannato, al Errore. L'origine riferimento non è stata trovata. le Superpotenze concedevano di installarsi in casa dei palestinesi. 

Ai nostri giorni, cinquant'anni dopo, gli ebrei israeliani sono rimasti l'unica popolazione allogena che si ostina a vivere in un Paese che non è il suo. E la loro testardaggine è tale che, nel tentativo di stravolgere definitivamente il rapporto etnico esistente, continuano ad invitare in Palestina altri stranieri, i loro correligionari ancora sparsi nel mondo. A giustificare un simile comportamento ed a sorreggere le proprie pretese, nulla di sensato può mettere in campo il sionismo. Se si escludono le fantasiose, farneticanti vicende narrate dagli stessi ebrei nella Torah, l'integralismo giudaico è infatti privo di qualsiasi aggancio demografico, culturale, storico, archeologico.

E tuttavia, aggrappati al mito fornito loro da una religione scopertamente razzista, e illusi dall'appoggio di una stampa da loro stessi manovrata in tutto il mondo, i sionisti rifiutano di prendere atto della realtà e non capiscono di trovarsi in una situazione terminale, ormai insostenibile. Circondati e odiati da centinaia di milioni di musulmani, richiamano alla memoria l'avventura vissuta negli anni '60 dai francesi d'Algeria. La ferocia insensata della repressione contro la popolazione civile, il sangue versato, hanno affossato ormai da tempo ogni ragionevole speranza di convivenza. E neppure la soluzione di una estrema spartizione del territorio (anche in Algeria negli ultimi tempi del dramma si era parlato di conservare delle enclave: Orano, Algeri, Costantina) appare praticabile. La paura degli attentati, il degrado nella qualità della vita, il collasso dell'economia e del turismo, lasciano spazio solo alla soluzione dello sgombero. Uno sgombero ineluttabile e urgente, che dovrà essere totale perché nessun palestinese, come già abbiamo detto, potrà mai rinunciare a una parte della sua terra e a Gerusalemme in particolare.

Né, d'altra parte, la fine della dominazione coloniale ebraica ci sembra aprire prospettive drammatiche; la maggior parte degli ebrei che oggi vive in Palestina è infatti in possesso di doppio passaporto, ha parenti nelle nazioni più ricche del globo ed è facile ricordare che la razza ebraica nel corso dei secoli non ha mai avuto soverchie difficoltà a passare da un luogo all'altro, a cambiare cittadinanza e bandiera. Questo è stato anzi da sempre il suo tipico stile di vita.

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E' logico, ciononostante, che le lobbies ebraiche della diaspora, in particolare quella statunitense, si agitino per evitare la catastrofe. E fino ad ora gli USA si sono mostrati docili al guinzaglio ebraico, anche se i fatti più recenti dimostrano al popolo americano che il prezzo da pagare per questa scelta diventa sempre più alto. 

L'aspetto saliente della strategia americana a favore di Israele è l'evoluzione imposta alla NATO dopo la caduta del comunismo. Non solo gli americani si sono rifiutati di voltare pagina, di prendere atto che su questa sponda dell'Atlantico nessuno aveva più bisogno di loro; si sono anzi sentiti autorizzati a mantenere le loro basi e a impartire agli alleati nuove istruzioni: la NATO, rimasta priva di avversari ad Est, doveva semplicemente ruotare il suo dispositivo di 90° e far fronte a Sud, contro un nuovo nemico, il mondo arabo. Nemico degli Stati Uniti solo perché respinge quell'ordine gradito al sionismo che gli americani vogliono imporre nel Vicino Oriente. Vicino per noi, lontanissimo per gli USA.

Ed è proprio su tale questione il vero nodo del contendere tra Europa e America. A diversa collocazione geografica corrispondono interessi diversi e quelli dell'Europa comportano l'assoluta necessità di mantenere, coi paesi che si affacciano sul Mediterraneo e più in generale col mondo islamico, ottimi rapporti. Rapporti che non è certo il caso di guastare per sostenere una causa persa, e moralmente insostenibile, come quella del colonialismo ebraico. E' chiaro infatti che, mentre l'ostilità dell'Islam è oggi indiscriminatamente rivolta verso l'Occidente, una volta che l'Europa avesse preso le distanze da Israele e Stati Uniti, il mondo arabo , come già oggi lascia intuire , non mancherà di distinguere tra Occidente ed Europa.

La nuova collocazione dell'Europa consentirà di approfittare della vicinanza geografica e della complementarietà delle economie coi paesi arabi e favorirà lo scambio tra manufatti e tecnologie europei da una parte, e petrolio e materie prime del Vicino e del Medio Oriente dall'altra. Non solo ciò darà respiro alla nuova moneta europea, strappando crescenti fette di mercato al dollaro, ma consentirà anche il rapido sviluppo delle infrastrutture, delle industrie e del turismo dei Paesi arabi.

Spazzate via le attuali dirigenze politiche, corrotte e asservite agli Stati Uniti, sarà automatica in quelle nazioni una stagione di grandi riforme politiche in grado di attenuare gli odierni, insostenibili squilibri sociali. Sarà la fine di quelle grame condizioni di vita che sono alla base dell'attuale immigrazione di massa in Europa. Sarà il fallimento della strategia americana tesa, con lo strumento della società multirazziale, a destabilizzare sia dal punto di vista etnico che da quello sociale il nostro Continente.

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Ma, se nelle vicinanze geostrategiche di Israele la politica americana ha chiare connotazioni antiislamiche, più a Nord le cose funzionano in altro modo. Qui gli Islamici possono offrire alle multinazionali del petrolio percorsi preferenziali, dal Caspio al Caucaso, al Mar Nero, all'Adriatico, ed ecco gli USA farsi paladini delle minoranze musulmane. Nei Balcani ad esempio sono state armate e finanziate dagli Stati Uniti quelle criminali bande dell'UCK che dovevano sconvolgere il Kosovo e la Macedonia e permettere la nascita dei nuovi attuali equilibri. Anche in questo caso purtroppo nessuna reazione europea. Tutti si sono anzi appiattiti sulle posizioni americane. La stagione dell'allargamento ad Est dell'Europa si è così inaugurata con l'aggressione NATO alla Serbia, colpevole unicamente di reprimere "entro i suoi confini" il terrorismo secessionista.

Bombe europee hanno colpito uno Stato europeo; bombe europee hanno interrotto i commerci e le comunicazioni lungo il Danubio, un fiume europeo. Non ultima delle conseguenze, oltre a quelli d'Albania, ci sono piombati in casa gli albanesi del Kosovo ed una disgustosa marea di zingari che si fingevano slavi.

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Come spiega la dirigenza mondialista tutti questi guai? Come mai gli scoppi di violenza, contro ogni previsione, si moltiplicano? Perché in Europa, invece di puntare con decisione verso la costruzione di una confederazione grande e libera, negli ultimi anni si sono susseguiti passi falsi, tentennamenti, ritardi? Com'è possibile che nell' àmbito della stessa Unione vi siano gruppi di Nazioni contrapposte? Che l'Italia si muova su una direttrice antifrancese e antitedesca e si appoggi per questa politica su Paesi fuori dall'Unione, come gli Stati Uniti d'America, e stia pensando, con la cessione della Finmeccanica, di subordinare all'Inghilterra, e quindi ancora agli USA, il meglio di tutta la sua industria degli armamenti e aerospaziale?

Come mai i grandi giornali, l'apparato televisivo, gli esperti economici, non hanno percepito a tempo il declinante stato dell'economia americana? Possibile che solo l'Uomo libero (vedi n. 51) abbia con largo anticipo previsto l'esplosione della bolla speculativa americana e messo in guardia contro la debolezza di quella moneta, di quella Borsa? Era così difficile prevedere il tracollo economico di quei Paesi, come l'Argentina, che si erano messi nella scia americana?

La risposta è che tutto accade perché la plutocrazia non è in grado di gestire il mondo e non ha alcuna ricetta per eliminare i malfunzionamenti che tutti possono constatare. I fatti dimostrano anzi che il caos sociale può essere provocato da azioni che dal punto di vista individuale appaiono del tutto ragionevoli. La Democrazia, che per sua natura non può capire questa semplice realtà, è incapace di porre in atto rimedi radicali e si limita a scopare la polvere sotto il tappeto.

E' costretta dunque, per salvare la faccia, a inventarsi diagnosi fuorvianti, a ingannare l'opinione pubblica propinandole storie di cattivi e di terroristi, cui attribuire la colpa di tutto.

Mentre il radicale, necessario cambiamento avrebbe dovuto essere guidato dalla grande politica, tutto si è mosso sotto la spinta di interessi non europei, sorretti da un'informazione sottomessa o compiacente. Il risultato è che, ancora oggi, grazie alle quotidiane geremiadi sull'attacco alle Torri, molti sono portati a pensare che la recessione americana sia stata provocata da quell'azione. In verità, per l'economia USA, l'attacco è stato provvidenziale, in quanto ha permesso di avviare, attraverso l'economia di guerra, un tentativo di ripresa. 

A conferma della nostra tesi una sola notizia: il Pentagono ha di recente affidato alla Lockheed Martin la costruzione di 3000 (dicesi tremila) nuovi aerei da combattimento. E' il più grande contratto di forniture belliche di tutti i tempi, per un valore di duecento miliardi di dollari.

Ma se la ripresa non arriverà, l'opinione pubblica è già stata persuasa che la guerra deve proseguire. Verranno colpiti, al secondo turno, quegli Stati che da tempo sono nella lista dei nemici di Israele e che, appunto in quanto nemici di Israele, sono qualificati, dai giornali di destra e di sinistra, come terroristi.

All'attacco di questi Paesi parteciperanno, come al solito, gli aerei europei, senza tener conto che in quei luoghi, mentre quelle americane sono assenti, operano da tempo imprese europee.

Tutto ciò mentre nessun serio dibattito viene aperto sul perché del cosiddetto Errore. L'origine riferimento non è stata trovata.. Come se fosse privo di motivazioni profonde il farsi dilaniare dall'esplosivo. Come se questo gesto estremo si potesse affrontare senza aver accertato che non esistono altre ragionevoli vie d'uscita. Quanta acqua è passata sotto i ponti da quando, durante il secondo conflitto mondiale, la resistenza contro l'occupante (che tuttavia non si comportava come Israele, e che a guerra finita sarebbe certo tornato a casa sua) era giudicata dagli anglosassoni azione eroica e meritoria! Oggi, chi si oppone al terrorismo del Mossad o alle vili aggressioni dei bombardieri americani viene ucciso come un cane o, prelevato a casa sua, deportato in una colonia (Cuba nel caso) dove è tenuto prigioniero in una gabbia, con mani e piedi incatenati e orecchie e occhi tappati.

E' ritenuta invece cosa corretta che l'entità ebraica, nata dall'inganno e dalla prepotenza, possa continuare a spadroneggiare su territorio altrui e a infierire sugli abitanti indifesi. 

E' questa la realtà resa possibile dalla Democrazia, un sistema che consente, a chi ne ha l'interesse e le possibilità, di comperarsi l'Informazione e quindi la Verità. 

Ecco la necessità di risalire il percorso storico della menzogna democratica e di coglierne la ripetitività degli schemi. 

Senza lasciarsi prendere dallo sconforto di professare idee destinate, secondo molti, a restare di minoranza. Noi riteniamo che la conclusione cui giungono costoro sia molto meno vera di quanto comunemente si ritenga. 

Piero Sella