colonisationLa pubblicazione su carta del testo che segue
(Editions de l'Aencre, Parigi 2000) è valsa ad editore ed
autore, difeso per l'occasione da uno dei maggiori specialisti francesi
in materia di reati di opinione, l'avvocato parigino Eric Delcroix,
un'incriminazione ai sensi della legge Fabius-Gayssot, equivalente
francese della legge Mancino-Modigliani (vedi l'articolo di Delcroix
stesso "I
diritti dell'uomo in azione" in l'Uomo
libero n. 60, ed ancora "Le leggi
repressive in Francia", di Pierre De Salagnac
e Stéphane
Lefart, in l'Uomo libero n.37) ai sensi della quale sono
stati condannati - a differenza di quanto è successo per le
incitazioni allo "scontro di civiltà" di Oriana Fallaci, che
gode evidentemente di ben altre legittimazioni ed appoggi da parte
dell'industria culturale del Sistema - per "incitazione alla
discriminazione e all'odio razziali e religiosi".
L'odiosa persecuzione di cui l'autore e l'opera sono stati oggetto ha
d'altronde generato un'ondata di solidarietà internazionale nei
confronti
di Faye, e forti critiche ad un intervista rilasciata nello stesso
periodo da Alain
de Benoist e Charles Champetier ad una pubblicazione italiana
vicina ad Alleanza
Nazionale, in cui gli stessi assumevano una posizione giudicata da
taluni ambigua e diffamatoria. Sulle differenze tra Faye e le posizioni
attuali di Alain
de Benoist e del GRECE,
che Faye accusa a sua volta, non a torto, di accettare in nome di un
vago multiculturalismo l'idea di una "tribalizzazione" della
società
europea, anticamera del resto dell'etnocidio puro e semplice delle
popolazioni autoctone, vedi Michael O’Meara, "The Faye-Benoist Debate on
Multiculturalism", che riprende per esteso due interviste su questo
tema agli interessati.
Se il sistema penale francese si preoccupa dell'orientamento
apertamente etnocentrico ed identitario del testo, altre critiche si
sono appuntate sull'"anti-islamismo primario" manifestato dall'opera di
Faye, che in effetti distingue poco tra la pressione etnica,
demografica, religiosa, politica, etc. dei musulmani nei confronti
dell'Europa e il mondo islamico, e soprattutto arabo, in campo
internazionale, al punto da far passare in secondo piano la stessa
opposizione dell'autore alla globalizzazione, al monoteismo
non-islamico, al predominio mondiale degli USA, etc.
Quella che viene interpretata come una "deriva" occidentalista
dell'autore (che del resto all'epoca sostiene, con Alexandre Del Valle,
l'esistenza di un'alleanza di fatto tra USA e Islam, a loro parere poco
prima dimostrata dalle note vicende balcaniche) assume naturalmente
diversi connotati succcessivamente all'11 settembre, alla creazione del
mito di Al-Qaeda e all'aggressione americana all'Afghanistan e
all'Iraq; così che Faye viene apertamente preso di mira
dall'area di opposizione dedita invece al filo-islamismo primario. Su
questa linea merita di essere letto Les
croisés de l'oncle Sam. Une réponse européenne
à Guillaume Faye et aux islamophobes, di tale Tahir
de la Nive, convertito animatore franco-inglese di un Consiglio
islamico per la difesa dell'Europa, con una prefazione del parimenti
convertito Claudio Mutti, e
una postfazione di Tiberio Graziani. di cui è disponibile sul
Web la versione
italiana, pubblicata da "Al-Jazira.it - Il mondo islamico in
italiano"; volume che rende evidente come disgraziatamente proprio
coloro che lanciano, pur con qualche ragione, virtuosi richiami
al rigore anti-globalizzazione rischiano di rappresentare loro stessi
un caso emblematico di quel tipo di "alienazione intellettualistica",
sindrome di Stoccolma e provincialismo culturale denunciati appunto da
Faye.
Del resto, se è vero che esistono su Internet addirittura
"denunzie" di estrema sinistra relativa al supposto apparentamento in
funzione anti-islamica di ambienti estremisti ebraici con il
"neonazista Del Valle", il supposto anti-americanismo ed
antimondialismo conseguente dei convertiti nostrani all'Islam presenta
più di un crepa, e non solo, come è ovvio, sotto il
profilo
identitario (a che pro distinguersi dalle varie versioni religiose e
secolarizzate del monoteismo giudeocristiano per ritrovarsi in grembo
all'Islam?), ma anche strettamente politico. Ad esempio sulla questione
dell'innegabile e perdurante appoggio americano, in funzione anti-serba
ed anti-europea, ai musulmani albanesi, kosovari e bosniaci nei
Balcani, di cui Graziani non è certo all'oscuro; o ancora con
riguardo all'atteggiamento ambiguo sull'immigrazione, incoraggiata,
sostenuta e garantita dallo stesso mondialismo che si afferma di voler
combattere (cfr. "Le radici
ideologiche dell'invasione" di Gianantonio Valli
in l'Uomo libero n. 52),
atteggiamento spinto sino a contatti istituzionali con i relativi
"esponenti" italiani, che conducono direttamente a letto con il
cosiddetto "Islam moderato"; ed infine per ciò che concerne
l'ipotizzato ingresso della Turchia nell'Unione Europea, sponsorizzato
con pari passione da USA e da Claudio Mutti (cfr. la recensione
di Mutti a La Turquie dans l’Europe.
Un cheval de Troie islamiste di Del Valle, e la sua successiva "Risposta
a Robert Streuckers e a Ernesto Milá" sulla rivista Eurasia). E' curioso in
tal senso il fatto che Faye stesso è criticato da Vaj appunto
per un
atteggiamento, in ovvia funzione anti-araba, che viene giudicato
eccessivamente... filo-turco nel testo che segue. E che Del Valle si
ritrova invece fianco a fianco con gli aborriti "rosso-bruni"
nell'opporsi alle pressioni ebraico-americane per l'entrata turca
nella UE...
Il libro di Faye, qui reso integralmente disponibile in versione Web ed
in lingua originale, resta comunque un testo fondamentale ed una
provocazione continua per chi si interessi alla questione della
"colonizzazione di ripopolamento" che oggi interessa le genti europee,
e non solo contribuisce a stabilizzarne la alienazione e subordinazione
culturale e politica, ma ne minaccia la stessa sopravvivenza
etnica.
***
À la jeunesse européenne
AVERTISSEMENT
Beaucoup m'ont dissuadé d'écrire ce livre. Il allait
m'attirer des ennuis. Il ne faut pas dire les choses comme elles sont,
c'est dangereux, vous comprenez ? J'aurais pu livrer un essai illisible
et pseudo-philosophique, ou vaguement sociologique sur les vertus
comparées de l'assimilation, de l'intégration et du
communautarisme. Mais l'intellectualisme bourgeois ne
m'intéresse pas. Aborder les questions essentielles, affronter
le système, jouer la carte de la rébellion - et de la
vérité —, c'est vrai, c'est risqué. Mais c'est
porteur. Comme le proclamait Alexandre Soljenitsyne dans une interview
au Washington Post durant son exil américain : « Si la
plume n'est pas un poignard, elle ne vaut rien. »
Le pari de la dissidence est aujourd'hui le plus fécond. C'est
celui de la pensée radicale, que j'ai expliqué dans mon
précédent essai, l'Archéofuturisme. Il
s'agit d'en
revenir — loin de tout extrémisme — à la racine des
choses, à attaquer les questions majeures de l'époque. On
ne débat pas du sexe des Anges quand les barbares
assiègent Constantinople. Or, la question majeure de
l'époque, c'est bel et bien la plus visible, la plus
éclatante, celle dont tout le monde a peur de parler -
évidemment - qu'on aborde qu'à demi-mot et à voix
basse, c'est-à-dire la colonisation de peuplement que subit
l'Europe de la part de peuples maghrébins, africains et
asiatiques et qui se double d'une entreprise de conquête du sol
européen par l'islam. Ce n'est pas une curiosité
politique, c'est un événement historique tonitruant, sans
aucun précédent dans l'histoire européenne, aussi
loin que porte la mémoire. Il s'agit d'abord d'en prendre acte,
d'éveiller les consciences à ce fait capital. Non pas
pour l'admettre et “faire avec”. Mais pour le refuser et entamer le
débat sur la manière de le combattre et de renverser la
vapeur.
Ce processus funeste vient bien entendu s'ajouter et se combiner
à l'assujettissement culturel et stratégique de l'Europe
aux États-Unis d'Amérique. J'essaierai de montrer dans
cet essai, en accord complet avec les thèses d'Alexandre del
Valle, qu'il est rigoureusement stupide de croire que
l'islamisation
nous préservera de l'américanisation ; les deux processus
de déculturation marchent la main dans la main. De même
que le chaos ethnique qui guette l'Europe sert les causes conjointes de
l'islamisme et de l'américanisme. Ceux qui s'imaginent, par de
subtiles contorsions intel-lectualistes, que l'islam vaut mieux que
l'américanisation succombent à ce désordre mental
grave qu'on appelle l'oubli de soi, le renoncement à être,
l'amnésie historique. Ceux qui embrassent l'islam sous
prétexte qu'il porte des valeurs “traditionnelles” et
anti-américaines choisissent un ennemi pour un autre, abdiquent
leur identité européenne et se montrent impuissants
à trouver en eux-mêmes les ressources de la renaissance.
Pourquoi aller chercher dans une religion profondément
étrangère des ressources morales et des racines alors
que, depuis Homère, les nôtres inondent toute la
civilisation européenne ?
Il faut maintenant mettre en pratique cette stratégie de la
pensée radicale. Il y a urgence. Le feu est à la demeure.
Il ne s'agit pas de faire du folklore, ni d'insulter, ni de sombrer
dans des délires haineux, ou dans le racisme de bas
étage, il s'agit d'affirmer. De s'affirmer avec rigueur et
détermination et de défendre le droit imprescriptible des
Européens à demeurer eux-mêmes, droit qu'on leur
dénie, mais qu'on accorde à tous, les peuples du monde.
Il s'agit de combattre ce mal qui nous ronge, l'ethnomasochisme, comme
de dénoncer ceux, qui par ressentiment ou vengeance, entendent
défigurer l'Europe.
Le temps des prudences métapolitiques est passé. Sans
biaiseries et trahisons molles, j'en reviens toujours à
Nietzsche et à sa “philosophie au marteau”.
J'écris et je combats pour la jeunesse, pas seulement
d'âge mais aussi d'esprit ; car je connais des petits vieux de 25
ou 30 ans. Il y a urgence. Il faut que les choses soient dites une fois
pour toutes.
Il est toujours commode - et lâche - de désigner un faux
ennemi, pour ne pas s'attirer d'ennuis. Si les intellectuels, dans
leurs contorsions sophistiques qui n'ont que la brillance du chrome
mais qui sont dépourvues d'intelligence, refusent de parler des
vraies choses, se complaisent en logorrhées abstraites, c'est
principalement par peur de l'ostracisme social et par soumission
à l'idéologie hégémonique. Désigner
le véritable ennemi, tel est le chemin de l'efficacité.
Le véritable ennemi est visible et concret, il est vivant. Il
peut partager des valeurs que tu partages aussi. Tu peux le juger
parfois respectable. Tu peux l'admirer, il peut t'enjôler. Mais
ton devoir est de le bouter dehors.
Dans ce livre, je prédis la guerre civile ethnique et j'en
appelle à la reconquête.
Qu'il soit bien entendu que les propos que je tiens n'engagent que
moi-même. Je ne m'exprime au nom d'aucun parti, d'aucun groupe,
d'aucun courant de pensée. Ma démarche est parfaitement
et volontairement solitaire, empreinte d'une liberté absolue. Je
suis le précepte de Zarathoustra: « - Maître, que
dois-je faire pour être heureux ? -
Je ne sais pas. Sois heureux et fais ce que tu veux. »
Mon seul but est de défendre un idéal en m'appuyant sur
des faits. Mes détracteurs me traitent souvent
d'idéaliste et d'irréaliste. Ils ont raison. La seule
réponse à leur opposer tient en peu de mots. Zinoviev et
Hélène Carrère d'Encausse étaient
idéalistes et irréalistes quand ils prédisaient la
fin prochaine de l'Union soviétique dans les années
soixante-dix ; De Gaulle était idéaliste et
irréaliste quand, en 1940, ils prédisait la
défaite du Reich ; et Ben Bella était idéaliste et
irréaliste quand, en 1954, il prédisait l'expulsion de
tous les Européens d'Algérie dans les dix ans à
venir.
Autre chose importante : les thèses que je soutiens ne sont pas
des dogmes. Porter le débat sur les choses essentielles,
électriser les consciences, tel est mon seul objectif. Je suis
un provocateur. Renseignez-vous sur l'étymologie latine de ce
terme.
INTRODUCTION UNE SYMPHONIE ESPAGNOLE
Immigration mal contrôlée ? Travailleurs étrangers
en surnombre ? Naissance tumultueuse et “sympa” d'une
société multiraciale dans un “village global”
planétaire cosmopolite et pacifié par internet ? Non. Ce
sont des rêveries angéliques d'intellectuels sans culture
historique, sans mémoire, sans réalisme, sans prescience.
Colonisation de peuplement et stratégie d'occupation
définitive de l'Europe de l'ouest par les masses du Sud et de
l'Orient en majorité musulmanes : voilà ce que nous
vivons. Et nous ne le vivrons pas pacifiquement.
Les chiffres sont hallucinants. Trois, seulement : 25% des 5-20 ans en
France sont déjà d'origine extra-européenne. En
2010, l'islam sera la première religion pratiquée dans
l'Hexagone. 75% des actes de délinquance violente en 1998 sont
le fait de Maghrébins ou d'Africains. Sources discrètes ;
INSEE et ministère de l'Intérieur. Ces informations, les
médias vous les cachent soigneusement et les statisticiens
cassent le thermomètre. Mais le spectacle de la rue renseigne le
peuple sur ce qu'on lui dissimule. L'invasion s'accomplit autant par
les maternités que par les frontières ouvertes.
D'ailleurs, la droite molle et la gauche folle parlent - de moins en
moins de “fantasme” quand on évoque la réalité.
Elles minimisent, elles interprètent, elles rassurent. Comme un
mauvais médecin qui raconte à un cancéreux qu'il
souffre d'un refroidissement passager. Or, ce sont les bobards qui sont
passagers.
Les experts et les idéologues, qu'ils soient
intégrationnistes ou com-munautaristes, de droite ou de gauche,
cherchent à rassurer, à rationaliser “tout se passera
bien, nous ne serons pas submergés, vive la
société pluriethnique décontractée”.
L'aveuglement est total. L'implacable logique démographique
accomplit rapidement son oeuvre mathématique. Comme la
volonté de nous conquérir, souvent avouée par ses
auteurs mais ignorée de l'opinion.
Beaucoup de leaders arabes et musulmans, qu'ils soient installés
en Europe ou à l'étranger, souhaitent et planifient
stratégiquement la colonisation irrémédiable et
l'occupation définitive de nos nations. Certains parlent
même de “guerre sainte” (djihad) en Europe. C'est une vengeance,
une réponse aux Croisades et au colonialisme européen.
Mais on y devine également l'expression de la nouvelle
volonté de puissance de l'islam, associée à un
ressentiment ethnique implicite. Les autres peuples du Sud et de
l'Orient s'engouffrent dans la brèche. Mot d'ordre mondial :
l'Europe est à prendre !
De fait, elle se dévirilise, elle fête la Gay Pride,
assomption de l'homophilie triomphante ; elle célèbre la
dénatalité, l'individualisme débridé, le
métissage de ses femmes et l'ethnomasochisme. Elle offre
gîte, couvert, allocations et soins à des armées de
faux réfugiés, mais elle laisse mourir de faim ses SDF
autochtones. Elle décrète inhumaine l'expulsion des
clandestins, des envahisseurs. Elle pratique la
préférence étrangère. Ses classes
politiques, sa bourgeoisie xénophile ont voulu qu'elle
ressemblât à ces femmes d'âge qui payent les gigolos
pour qu'ils s'installent chez elles.
Toute occupation a ses collaborateurs : les politiciens et la classe
intello-médiatique forment l'armature du parti immigrationniste,
c'est-à-dire des collaborateurs de notre colonisation ; ils sont
bien épaulés par les hiérarchies religieuses
catholique, hébraïque et protestante qui ne se doutent pas
à quelle sauce elles risquent d'être mangées. Les
peuples européens, eux, n'ont jamais été
consultés, surtout les milieux populaires qui subissent de plein
fouet le choc de l'immigration colonisatrice. Bientôt, il sera
trop tard. Le point de non-retour sera atteint ; les urnes ne pourront
plus parler. Il n'y aura plus que deux hypothèses : la
disparition historique ou la reconquista. J'y viens.
L'immigration massive des peuples du Sud et des musulmans est le plus
grave défi qu'affronte l'Europe depuis la fin de l'Empire
romain. Le socle anthropologique européen est menacé et,
partant, toute notre civilisation : une Terre occupée et un
Peuple qui ne renouvelle plus ses générations et se fait
remplacer, sur son sol, par les rejetons d'autres peuples, c'est la
banale dramaturgie historique qui emporta L'Empire pharaonique, les
Amérindiens et tant d'autres. L'américanisation
culturelle est détestable. Mais on se débarrasse plus
aisément d'un Mac Do que d'une mosquée, d'un jean que
d'un tchador...
Les tragédies sont rarement paisibles. Et les colonisations ne
se font jamais sans affrontements. Nous vivons le début en
France d'une guerre civile ethnique. L'immigration massive n'est pas
seulement économiquement désastreuse (800 milliards
environ par an), elle ne ruine pas seulement l'école publique,
mais elle a fait exploser ce qu'on appelle improprement la
“délinquance”. Car l'embrasement des banlieues, les
émeutes, les méfaits croissants des bandes
afro-maghrébines, les zones de non-droit qui se multiplient, les
razzias qui s'étendent aux centre-villes et maintenant aux
campagnes, aux routes, aux trains, les expulsions des Européens
des “cités”, obéissent à des rouages, non pas
uniquement de criminalité mais de conquête territoriale.
Cette dernière est le complément de la submersion
démographique. Bien entendu, l'islam est activement
présent derrière tout cela. Quant à la
sur-criminalité des “Beurs-Blacks”, elle n'est nullement la
conséquence d'un désespoir économique ou du
paupérisme, ou encore d'une prétendue “exclusion sociale”
raciste, ni même d'une révolte à l'image de celle
des prolétaires d'antan, mais d'un désir de
conquête et d'humiliation des Européens fondé sur
le ressentiment. A la délinquance de vol et de pillage, à
la croissance d'une économie criminelle parallèle et
parasite, s'ajoute une volonté de provocation belliqueuse..
Écoutez les paroles des rappeurs de IAM, de NTM, d'African
Affirmation... Croyez-moi, nous n'avons encore rien vu. La
désignation des symboles de l'État comme cibles
(pompiers, policiers, postiers, contrôleurs de trains, etc.)
l'atteste, ainsi que la progression rapide des institutions islamiques
contrôlées par les pays arabes dans toutes les villes de
France. Déposséder l'Europe de sa souveraineté,
d'abord intérieure, puis extérieure. C'est
commencé. Relisez l'histoire...
Quant à ceux qui nous radotent le “modèle multiracial
américain”, ils ne connaissent tout simplement pas la nature
profonde des États-Unis, faute sans doute d'y avoir vécu,
comme moi. Les États-Unis, qui sont une société
financière et policière, multiraciale et multiraciale,
une “non-terre sans peuple”, un gigantesque kaléidoscope humain
réparti sur un immense espace, gèrent très bien
les migrations de populations hétérogènes.
L'Europe, qui est un Peuple, au maillage territorial très
étroit, ne peut pas supporter, sans guerre civile, le chaos
ethnique.
Les rêves des futurologues partiront en fumées. L'avenir
est au retour et à l'amplification des comportements ancestraux,
notamment des civilisations comme blocs ethniques. Le paradigme du
métissage universel, du “citoyen du monde” ne verra jamais le
jour. Et, en dépit ou à cause de la technoscience, le
futur sera plus archaïque - c'est-à-dire au fond plus
éthologiquement humain - que le passé récent. Il
sera dominé, du fait même de la densité humaine
accrue de la planète, par les conflits des peuples pour les
terres, les mers et les ressources rares. L'Europe péninsulaire
est la première à être convoitée. Pas par la
Russie, mais par les États-Unis économiquement et
stratégiquement, et par le Sud, sous la bannière de
l'islam.
La guerre ethnique, dont nous assistons aux prémices, ne
relève donc pas de la sociologie ou de la criminologie. Elle est
géopolitique et géoethnique. Aux termes d'une guerre,
l'histoire proclame toujours un vainqueur et un vaincu. Le vaincu est
en général celui qui refuse l'affrontement, qui nie
l'agression, qui prend l'ennemi pour son ami. Demain, si cent villes
s'embrasent en même temps, aucune force de l'ordre n'y pourra
rien. Un calcul numérique le démontre... Demain, les
jeunes immigrés, contrairement aux calculs stupides du PS ou des
Verts, ne voteront pas pour ces partis, mais pour des élus de
leur camp, des musulmans, qui exigeront des privilèges, avant le
pouvoir. C'est la logique implacable de la colonisation par le bas.
Peut-être vais-je vous choquer. Comme le médecin qui
prescrit au malade l'opération de la dernière chance, je
pense que l'éclatement franc d'une guerre civile ethnique sera
peut-être nécessaire. Lorsqu'une situation devient
insupportable, inextricable, seule la catastrophe, selon la
théorie mathématique du même nom, peut faire
basculer un système dans le chaos pour qu'un autre ordre
surgisse. La jeunesse européenne va-t-elle prendre conscience et
se défendre, animée par la mémoire et la
volonté ? Peut-être pas. Peut-être...
Si oui, ce ne sera plus l'État de Droit et ses polices
impuissantes qui pourront combattre, mais le peuple lui-même,
notre peuple. Il ne s'agira plus alors d'une “guerre civile” au sens
fratricide classique, mais bel et bien d'une guerre de
libération. L'histoire est ironique : la France vivrait alors la
situation de l'Algérie de 1960...
Mais il ne faut pas dénier à l'ennemi sa noblesse ni
l'humaine justesse de sa cause. Il remplit le territoire que tu
abandonnes. Il préserve son sol et son sang, agrandit son sol
par le tien et remplace ton sang par le sien. L'ennemi joue son jeu, il
est estimable. Seul le collaborateur, c'est-à-dire le
traître, ne l'est point. Tout peuple envahi en sa terre a
toujours eu pour mot d'ordre : de la Résistance à la
Reconquête. L’“aide au retour”, brillante invention de
l'économiste en chambre Raymond Barre, dans l'histoire,
ça n'a jamais vraiment fonctionné... Reconquista, une
symphonie espagnole ? 8
CHAPITRE I LES MÉCANISMES DE LA
COLONISATION ET DE LA SUBMERSION
DÉMOGRAPHIQUE L'IMPLACABLE LOGIQUE DES CHIFFRES
Quand les Français ont colonisé l'Algérie, la
population européenne est toujours restée minoritaire par
rapport aux Arabes. Mieux : le taux de reproduction des populations
indigènes devint rapidement plus fort que celui des
Européens puisque ceux-là, dans leur constante
naïveté philanthropique, ont créé
hôpitaux et dispensaires qui ont fait chuter la mortalité,
notamment infantile, des indigènes.
Nous vivons, en Europe, une situation rigoureusement inverse ou
plutôt exactement semblable : inverse, parce que le colonisateur
étranger a un dynamisme démographique supérieur
à celui des autochtones européens (et amplifié par
les constantes arrivées nouvelles) ; et semblable, parce que la
croissance numérique des populations non européennes est
rapide tandis que les Européens ne renouvellent pas leurs
générations.
Il s'agit d'une submersion démographique. La conséquence
est claire, et elle est maintenant visible par tous sans avoir besoin
de consulter de savantes statistiques : défiguration
anthropologique et modification en profondeur du substrat ethnique de
la France et peut-être à terme de l'Europe. Nous verrons
plus loin les risques de ce phénomène historique rapide
et inouï, en progression géométrique : déclin
de la civilisation et des cultures européennes, perte
d'indépendance pour le Continent, possi-bilité d'une
guerre civile ethnique, etc. D'autant que la pression de l'islam
aggrave la nocivité et les dangers de cette invasion
démographique.
Les défenseurs des Lumières, les milieux
éclairés et démocratiques, les lobbies
antiracistes, tous immigrationniste, ne savent pas qu'ils ont ouvert la
boîte de Pandore, la cage du Tigre. Et que leur belle conception
d'une “société de tolérance” risque d'être
balayée par le changement de substrat ethnique et culturel de
l'Europe qu'ils ont laissé faire ou organisé. Plus
généralement, l'histoire retiendra que les
Européens auront été victimes du même
aveuglement que les Indiens d'Amérique du Sud. Ouvrir la porte
aux colons, croyant qu'ils vont amener des bienfaits, et se
réveiller quand il est trop tard.
* * *
Ivan Rioufol écrit (Le Figaro, 01/04/1999) : « La
poussée de l'immigration est en train de changer la physionomie
du Vieux Continent [...] La France se métisse. Selon les
données officielles, sur les 102 500 étrangers qui se
sont établis régulièrement en 1997, 59%
provenaient d'Afrique, 22% d'Asie et 8% d'Europe, hors Union
européenne. Le regroupement familial [...] est à
l'origine de 70% de ces entrées. L'actuel gouvernement en a
assoupli les règles. La Direction de la population et des
migrations du ministère de la Solidarité vient
d'enregistrer une hausse de 35% de l'immigration légale en 1997.
A ces arrivées s'ajoutent celles, imprécises mais
importantes, des clandestins. Les sans-papiers - mauvaise conscience de
la gauche - ayant obtenu l'assurance qu'ils ne seront jamais
expulsés par la force [...], la France n'a pas su se donner les
moyens d'une politique d'immigration dissuasive. En revanche, ses
protections sociales et juridiques demeurent fortement attractives.
»
Encore moins que les autres pays d'Europe, la France ne maîtrise
l'immigration. Pis : nous le verrons plus loin, une idéologie
cosmopolite s'emploie de toutes ses forces à ouvrir le
déversoir des entrées extra-européennes avec,
derrière la tête, des visées ethniques et
politiques bien précises. Le suicide ethnique n'est pas
seulement subi, il est voulu.
Le chiffre approximatif des immigrés étrangers
s'étire de 5 à 8 millions, en hypothèse basse.
Sans compter les clandestins et tous les non-Européens
présents déclarés “Français” du fait du
droit du sol.
Depuis quarante ans, 4,5 millions d'allogènes se sont
installés dans l'Hexagone et s'y sont reproduits. Jamais, dans
toute son histoire, la France n'avait connu un tel afflux. Il est
impossible qu'un tel choc ethnique n'ait pas des conséquences
historiques majeures. D'autant que le phénomène ne se
ralentit pas.
Le Président de l'INED (Institut national d'études
démographiques), Jean-Claude Barreau, un homme de gauche peu
soupçonnable de vouloir gommer le “péril migratoire”,
déclarait tranquillement : « Bon an mal an, on compte plus
ou moins un afflux de 100 000 immigrés par an. La distorsion
statistique de 1997 sur 1996 provient presque entièrement des
régularisations de sans papiers, et aussi des regroupements
familiaux », En dix ans, sans tenir compte des naissances au sein
des familles immigrées et des clandestins, ce sont donc beaucoup
plus d'un million d'allogènes non européens, jeunes et
désireux de se reproduire, qui arrivent en France ! En
démographie, les choses vont très vite : en additionnant
la reproduction des ethno-allogènes déjà
présents, plus forte que celle des autochtones, les nouveaux
migrants et la progéniture de ces derniers, ainsi que les
métissages, à l'horizon 2010, si rien n'est entrepris, la
population de la France risque de compter plus de 15 millions de
personnes d'origine extra-européenne, dont la majorité
sera plus jeune que la population autochtone de souche.
Déjà, l'INED évaluait en 1997 à 12 millions
le nombre de personnes ayant une ascendance “étrangère” -
c'est-à-dire en réalité extra-européenne -
et vivant en France, soit 20% de la population française. Le
spectacle de la rue est confirmé par les démographes.
Plus les générations sont jeunes, plus la proportion
d'allogènes est importante : l'effet boule de neige est en route.
De son côté, l'expert démographe Jean-Paul
Gourevitch estime à 4,5 millions, soit 8% de la population
française, le flux d'entrée de ceux qui veulent
s'installer définitivement en France ; à 7 millions (12%)
la population devant être reconnue comme partie intégrante
de la communauté nationale, et à 7,8 millions (13,5%)
l'ensemble de la population d'origine étrangère vivant en
France (in Immigration, la fracture légale, Le Pré aux
Clercs, 1998). En réalité, ces chiffres sont très
largement sous-estimés.
Signalons aussi que le nombre annuel des naturalisations, en constante
hausse (45 000 en 1987, 73 000 en 1993) est énorme.
Ajoutés aux enfants étrangers qui naissent juridiquement
français (droit du sol), ces “nouveaux Français”
permettent aux sophistes d'affirmer que le nombre d’“étrangers”
au sens juridique est presque stable.
Ces chiffres (les 12 millions d`“étrangers au sens large” de
l'INED et les 7,5 millions d`“étrangers au sens étroit et
récent” de Gourevitch) ne prennent-ils pas en compte tous les
ressortissants des DOM-TOM et des anciennes colonies, qui sont
Français de plein droit ? Une récente note de conjoncture
de l'Ambassade d'Algérie à Paris (07/04/1999) non
communiquée aux journalistes, mais que je. me suis
procurée par ruse et fait traduire de l'arabe, signalait avec
jubilation à Alger que le nombre
d'Arabo-musulmans présents en France était bien
supérieur en proportion à celle des Européens en
Afrique du Nord avant l'indépendance.
* * *
Le métissage, quant à lui, se porte bien - ce qui n'est
pas le cas aux USA, pays d'imperméabilité raciale -, en
dépit du fait que la majorité des unions mixtes se
termine mal pour cause de distance ethno-culturelle. On estime que 30%
des enfants qui naissent en France aujourd'hui ont un ascendant
étranger de première ou deuxième
génération, la plupart du temps d'origine afro-asiatique.
11,25% des mariages officiels sont mixtes, sans compter les unions
concubines qui passent à travers les statistiques. La grande
majorité des métissages (du fait de la
“dévirilisation” de l'homme européen dont je parlerai
plus loin) concerné des couples où la femme est
européenne. Et les métis, en majorité, ne se
ressentent pas psychologiquement comme Européens, surtout les
mâles.
Les autres pays d'Europe connaissent la même situation que la
France, mais avec un retard de dix ans environ. Globalement, l'Europe
vit une tragédie démographique et ethno-culturelle,
masquée par le fragile paravent des illusions
économiques. Tout cela se terminera mal. Mais au fond, pour en
sortir, il faut peut-être le souhaiter. Toute renaissance, comme
toute naissance, s'accomplit dans le sang et la douleur.
* * *
En 1998, l'arrivée de migrants réguliers a
progressé de 35% par rapport à 1997 selon les chiffres du
ministère de l'Intérieur, preuve que le gouvernement
français a renoncé à toute limitation
sérieuse des entrées. Le nombre cumulé, pour la
seule France, des arrivées de migrants réguliers
(réfugiés, regroupement familial, etc.) et de clandestins
est estimé par le Bureau statistique de l'OCDE à 150 000
par an. Sans compter les visas accordés de plus en plus
généreusement pour des “séjours touristiques”, qui
se prolongent indéfiniment. Le nombre des retours ou des
expulsions étant de plus en plus faible, le solde des
entrées est de 200 000 environ, le double des chiffres officiels
cités plus haut. En dix ans, cela fait deux millions de
personnes, qui, bien entendu, vont s'empresser de faire des enfants sur
place, surtout s'ils sont clandestins, afin de faire obstacle à
toute expulsion.
Mais il y a bien pis. Un fait capital dont on ne parle jamais, que les
médias taisent soigneusement, mais que le personnel hospitalier
connaît bien. Sur 780 000 naissances annuelles en France, un des
chiffres les plus bas de notre histoire, 250 000 naissances sont le
fait de femmes maghrébines, africaines ou asiatiques, ou bien de
couples mixtes. On peut parler de catastrophe ethnique, comme nous n’en
avions jamais vécu dans notre histoire. Un tiers des naissances
sont le fait d'allogènes extra-européens selon une
enquête de l'INSEE de 1994. La moitié de ces enfants est
française parce que leurs parents sont naturalisés,
l'autre moitié acquerra automatiquement la nationalité
à sa majorité, selon le droit du sol. C'est
l’“immigration intérieure”. Les maternités sont une voie
d'invasion plus efficace que les frontières.
Aujourd'hui, 8% des adultes sont d'origine extra-européenne, 20%
des collégiens, en majorité Afro-maghrébins, et
34% des enfants de moins de cinq ans ! A ce rythme, un tiers - voire
plus - des adultes sera afro-maghrébin ou asiatique dans une
génération et à peu près la moitié
des “jeunes” ! Mais ces chiffres pourront être 11
encore aggravés par l'arrivée constante de nouveaux
immigrés, jeunes et prolixes, qui viendront ajouter leur
progéniture à celle des étrangers
déjà installés. Les minorités d'aujourd'hui
risquent bien de devenir les majorités de demain.
La réalité statistique est maquillée par les
autorités et les médias bien pensants, mais il devient
impossible de camoufler ce qui s'étale dans la rue.
On fait hypocritement croire que le nombre d'étrangers en France
est stable - 4,5 millions environ - alors que la proportion
d'immigrés et d'allogènes ne cesse de croître. Mais
le droit du sol et les naturalisations massives camouflent les vraies
proportions. “Français” n'a d'ailleurs de ce point de vue plus
aucune signification : puisqu'on naturalise à tour de bras – 100
000 naturalisés sont ainsi “sortis des statistiques” chaque
année, depuis 1996 ! - et que les enfants d'étrangers
naissent français. Ces “nouveaux Français” ne sont pas
intégrés pour autant.
De sorte que, par un simple calcul démographique, il est
possible de pronostiquer que, si rien ne vient interrompre ce processus
rapide et massif, comme les États-Unis (mais avec des
conséquences beaucoup graves), la France au cours du XXIe
siècle risque de n'être plus majoritairement un pays de
race blanche ni de culture européenne.
Déjà, des parties entières du territoire national,
comme la commune de Marseille, la ville de Roubaix, l'ensemble du
département de la Seine-Saint-Denis, les XIIe, XIXe et XXe
arrondissements de Paris sont des zones où les Européens
sont en forte minorité quand il n'en ont pas totalement disparu.
La question que je poserai sans crainte aucune tout au long de cet
ouvrage sera de savoir si cette colonisation de peuplement massive et
brutale n'atteint pas nos fondements biologiques, ne risque pas de
ruiner notre civilisation - voire même la sacro-sainte croissance
économique - et de faire régresser notre culture.
UN DÉSASTRE DÉMOGRAPHIQUE
La situation de l'Europe est démographiquement
désastreuse, autant sinon plus que pendant la grande peste du
XIVe siècle, et bien davantage qu'après les deux guerres
mondiales. L'Europe vieillit, ne renouvelle plus ses
générations en même temps qu'elle accueille des
masses afro-asiatiques dont la part est de plus en plus grande dans la
natalité intérieure.
Le rapport 1998 sur les migrations internationales publié par
l'OCDE annonce des résultats plus qu'alarmants : « les
migrations jouent un rôle non négligeable dans la
croissance de la population de nombreux pays. Ainsi, depuis 1988, la
croissance démographique de l'Europe résulte davantage de
l'immigration que des naissances, alors qu'aux États-Unis les
naissances jouent toujours un rôle dominant. » Et
malgré l'apport migratoire et les naissances des
allogènes, la population européenne continue de vieillir,
voire dans certains pays comme l'Italie et l'Allemagne de commencer
à régresser en chiffres absolus ! C'est dire l'incroyable
faiblesse démographique des Européens de souche, qui peut
s'apparenter à un ethno-suicide, dont je reparlerai plus loin.
Le rapport explique : « La France, le Royaume-Uni, les Pays-Bas
et la Norvège doivent leur - faible - crois-sance
démographique aux naissances, alors que dans d'autres, comme
l'Espagne, la Grèce, le Portugal, l'Autriche et le Danemark,
c'est l'apport migratoire qui domine ». Et encore, faut-il
préciser que dans les pays où les naissances assurent
encore une minuscule croissance démographique (due
également à la diminution de la 12
mortalité donc à la “multiplication des vieillards”) une
grande partie des naissances et du renouvellement par
fécondité naturelle n'est pas due aux Européens
mais aux immigrés.
Il est un signe qui, symboliquement, ne trompe pas : que même des
pays comme le Portugal, l'Espagne, l'Italie ou la Grèce, il y a
encore peu de temps gros exportateurs de migrants et doués d'une
forte natalité, et dont le niveau d'attrait économique
n'est tout de même pas celui de la France ou de l'Allemagne,
soient aujourd'hui en dépression démographique profonde
et en proie à .des flux migratoires venus d'Afrique, en dit long
sur la maladie de l'Europe.
Le rapport observe ensuite : « En Allemagne et en Italie, en
revanche, une assez forte immigration ne parvient pas à
compenser une démographie naturelle négative. Il est donc
difficile de compter sur l'apport net des migrations pour
réduire ou freiner le déclin démographique
fortement marqué dans certains pays. »
Ainsi nous nous trouvons en face d'une situation dramatique en Europe,
où non seulement la population globale diminue mais où la
proportion d'Européens ne cesse d'y décroître et
celle des allogènes d'y croître. Le rapport de l'OCDE
précise : « L'apport démographique de l'immigration
ne se limite pas aux entrées d'étrangers. S'y ajoutent
leurs enfants, en nombre plus élevé que celui des foyers
autochtones. Ainsi les naissances étrangères ou d'origine
étrangère représentent une part importante du
total des naissances dans certains pays : 10,1 % en 1996 en France,
(alors que les étrangers constituent 6,4% de la population),
13,3% en Allemagne et même 22,8% en Suisse ». Ces chiffres
ne prennent pas en compte, pour la France, les naissances de parents
naturalisés ou devenus Français par le droit du sol,...
Puisque parmi les “parents français” qui font des enfants,
existe une forte proportion de Maghrébins ou d'Africains qui ont
déjà la nationalité française. Les Beurs de
la “troisième génération” par exemple, ceux qui
défraient la chronique par leurs razzias incessantes, non
seulement sont de bons petits Français mais sont aussi
juridiquement nés de parents français ! Ils n'entrent pas
dans les statistiques des naissances étrangères. En
réalité, comme je l'ai dit plus haut, les “naissances
étrangères réelles” en France, c'est-à-dire
les naissances ethniquement non européennes (et c'est là
le plus important), sont environ de 30%, voire plus. Et le chiffre
risque de progresser...
Et de toute façon pour aggraver le tout, tous ceux qui naissent
deviendront automatiquement Français... Grâce au droit du
sol, il y aura toujours statistiquement et juridiquement beaucoup de
Français en France, une majorité, en fait. Oui, mais ils
ne seront plus Européens. Pas plus que les colons
européens dans les Amériques n'étaient Indiens...
Pour l'Europe, à terme, et dans pas si longtemps, ce sera ou
l'explosion ou l'implosion, la crise libératrice ou la noyade.
Nous en parlerons dans le chapitre final.
CASSER LE THERMOMÈTRE POUR NE PAS SAVOIR. UN TRAVAIL DE
DÉSINFORMATION
Il est impossible au gouvernement de connaître exactement le
nombre de non-Européens présents en France, puisqu'on a
cassé le thermomètre : les services statistiques n'ont
pas le droit de demander les origines des habitants.
La caractéristique d'une époque de déclin est de
masquer le déclin, de censurer ceux qui annoncent la catastrophe
annoncée. Ou bien l'on nie les chiffres - ce qui n'est plus
guère possible -, ou bien, de plus en plus fréquemment,
on prétend que ce maelström ethnique et
démographique n'est pas dangereux, qu'il provoque des peurs 13
injustifiées, des “fantasmes”. Par lâcheté
intellectualiste, on néantise la réalité, ou
plutôt ses conséquences.
« Les psychiatres s'accordent à estimer que l'on a peur de
ce que l'on ne connaît pas » écrit Véziane de
Vézin (Le Figaro, 01/04/1999). Lesdits psychiatres s'emploient
tout simplement à exorciser le réel ; jusqu'au moment
où le réel rattrapera tout le monde. La même
Véziane de Vézin déplore les «
impossibilités fixées par l'Insee de connaître
exactement l'origine des personnes au cours des recensements ».
La doctrine officielle est donc que le gouvernement et surtout le
peuple ne doivent pas savoir les chiffres réels de l'immigration
ni l'ampleur de la colonisation ethnique. Malheureusement pour eux, le
spectacle de la rue, de la sortie des écoles, de la
criminalité des immigrés renseigne le peuple bien plus
sûrement que les propos rassurants de la classe
politico-médiatique. Celle-ci susurre : “On tient la situation
en main. La police veille. L'intégration se produit, tant bien
que mal, mais elle se produit. Tout va bien. Les flux sont
maîtrisés”. Malheureusement, c'est faux. Une colonisation
sauvage est en cours. Nous sommes à Rome au IIIe siècle
et nous ne le savons pas.
Au cours du recensement de population de 1999, l'INSEE a tout fait pour
en exclure les immigrés. Il était exclu dans le
formulaire de poser des questions sur l'origine ethnique et la
religion. On s'est contenté d'une “enquête
associée”, portant sur l'origine des parents en sondant
seulement une personne sur cent et par département. Max Clos
écrivait dans Le Figaro (05/03/1999) : « Un sociologue a
expliqué qu'attirer l'attention sur les caractères
ethniques ou religieux d'une cité risquerait de provoquer des
réactions racistes. Les gens seraient tentés de faire
l'amalgame entre population d'origine maghrébine ou africaine et
l'insécurité. » Comme si “les gens” ne se rendaient
pas compte par eux-mêmes de la réalité en
descendant dans la rue... Encore un bel exemple de mépris du
peuple et de mépris de cette fameuse transparence
démocratique par le pouvoir.
Pour que le malade ne connaisse pas sa fièvre, on casse le
thermomètre. Puisque le pouvoir nie que l'immigration soit un
cataclysme social et s'apparente à une colonisation de
peuplement, il fait comme si l'immigration n'existait pas. Cette
machination serait incompréhensible dans les pays, anglo-saxons,
où n'existe pas un tel tabou ethnique et où tous les
recensements précisent soigneusement l'origine nationale et
raciale et l'appartenance religieuse des individus.
Michèle Tribalat, directeur de recherches à l'Institut
national d'études démographiques, qui protestait contre
cette censure, s'est vu accusée de “dérive
extrémiste” parce qu'elle pensait qu'il était
nécessaire de connaître le nombre approximatif de
Maghrébins et d'Africains en France. Elle expliquait
naïvement, elle qui n'a rien d'une crypto-fasciste : «
pourtant, c'est le seul moyen de pouvoir appréhender les ghettos
dans certains quartiers, de pouvoir étudier les
éventuelles discriminations à l'embauche ou ailleurs.
» Bref, cette belle-âme antiraciste se fait implicitement
traiter de raciste parce qu'elle veut “savoir”…
Hervé Le Bras, démographe proche de Claude Allègre
a accusé FINED de “dérive droitière”, alors que
l'Institut est de notoriété publique composé de
chercheurs de gauche. Il a dénoncé « un risque de
discrimination dans le recensement si l'on tient compte des origines
ethniques ». La fausse morale passe toujours avant la
réalité.
UNE COLONISATION “PAR LE BAS”, TRÈS DIFFÉRENTE DE
L'ANCIEN COLONIALISME EUROPÉEN
Ce n'est pas moi qui invente ce terme de “colonisation”, en disant
qu'il ne s'agit plus d'une immigration au sens classique mais d'une
occupation définitive de notre sol par des masses qui se
déversent pour des raisons économiques mais aussi pour
des motifs politiques et ethniques de conquête. Il est des
analystes lucides. Ainsi, Jean-Claude Barreau (in De l'islam et du
monde moderne et La France va-t-elle disparaître ?) rappelle que
tous ces migrants, officiels ou clandestins, qui arrivent en Europe et
s'y reproduisent en conservant leurs coutumes, leur religion, leur
langue et leur mémoire historique, « ne sont pas des
immigrés mais des colons ». Christian Jelen dans Les
casseurs de la République tient le même discours. Aucun,
malheureusement n'aborde le problème absolument central du
“chaos ethnique”, bien plus important que celui du consensus
républicain, dont je parle dans l'un des chapitres de cet essai.
Mais, enfin, ils ont le courage de pousser ce cri d'alarme : nous
sommes bel et bien colonisés.
Thierry Desjardin, ami de Chirac, insoupçonnable de racisme,
écrivait dans sa Lettre au Président à propos de
l'immigration, qui fut soigneusement occultée par les
médias bien-pensants : « Ce “foutu” problème va
être le problème essentiel des années à
venir, car ne vous faites aucune illusion : il y a des dizaines de
millions de pauvres gens dans le Tiers monde qui vont
préférer prendre tous les risques pour venir chez nous
plutôt que de crever de faim sur place, chez eux. ».
Face à ce problème, les partis institués ont
proposé d’“aider” les pays exportateurs de migrants pour fixer
ces derniers chez eux. C'est une vue de l'esprit. On les aide
déjà massivement, on annule leurs dettes. Et puis, quelle
contradiction ! : pour enrayer les flux migratoires, certains
bien-pensants proposent d'utiliser l'arme économique du
néocolonialisme, qu'ils pourfendaient par ailleurs il y a
quelques années.
* * *
Retour de bâton : l'Europe est à présent
colonisée par ceux qu'elle avait colonisés. Mais les deux
colonisations sont de nature diamétralement opposée. Le
colonialisme européen était une “colonisation par le
haut” ; notre colonisation par le Tiers monde est une “colonisation par
le bas”. Le colonialisme européen avait été une
entreprise de civilisation, la colonisation de l'Europe est une
entreprise de décivilisation.
Il faut tout d'abord en finir avec le sacro-saint cliché selon
lequel le colonialisme européen aurait été un
“pillage”, un péché historique, une entreprise de
destruction d'éminentes “cultures”, etc. En
réalité, le colonialisme européen a
été profitable au Tiers monde et de bilan négatif
pour l'Europe.
Avec cette naïveté, cet angélisme propre au mental
européen et qui furent accentués par la mystique du
Progrès et de la Mission civilisatrice, nous avons, comme
Prométhée, donné le feu à des peuples qui
ne le possédaient pas.
Nous n'avons nullement “détruit leurs cultures” comme le
prétendent les défenseurs, au fond rousseauistes et
adeptes du mythe du bon sauvage, de l'ethno-pluralisme, qu'ils soient
de droite ou de gauche. Après le passage des Européens,
les cultures arabes, indiennes, chinoises, africaines, etc. sont-elles
arasées ? Nullement. Elles sont vivaces et beaucoup moins
occidentalisées et américanisées que les
malheureuses cultures européennes.
Le colonialisme européen ne nous a amené aucun profit
économique par rapport à son coût. On a
parlé de “pillage”, d'exploitation de leurs matières
premières : mais ces peuples étaient incapables
techniquement de les exploiter par eux-mêmes. Aujourd'hui, par
exemple, les royalties versées à tous les pays
pétroliers du Tiers monde reposent entièrement sur le
savoir-faire, le travail, les investissements des Européens et
des Américains. C'est une rente que nous leur offrons.
D'une manière générale, le paupérisme de
maints pays du Sud n'est pas la conséquence du colonialisme ou
du néocolonialisme mais de leur d'Immenses incapacité
à se prendre en charge, alors même qu'ils
possédaient immenses ressources naturelles. Je pensais
moi-même jadis que le colonialisme européen était
cyniquement responsable, par goût du profit, du paupérisme
du Tiers monde. C'est une vision intellectualiste que j'ai
abandonnée.
Le colonialisme s'est retourné contre nous comme un boomerang.
Nous avons fauté, non par lucre, mais par naïveté,
universalisme, excès de générosité mal
placée, en voulant exporter partout notre civilisation vers des
peuples qui ne pouvaient l'adopter.
En offrant nos techniques médicales, nous avons fait baisser
leur taux de mortalité et fait exploser à nos
dépens leur démographie. Nous leur avons apporté
nos technologies, nous leur avons construit leurs infrastructures. Ce
fut une grave erreur que nous payons aujourd'hui. Je reviendrai plus
loin sur ce point : l'erreur de l'Européen, c'est ce goût
du Don, qui s'explique à la fois par l'idéologie
caritative chrétienne et par sa nature propre de naïf sans
méfiance. Les anciens peuples colonisés, à de
rares exceptions près, n'ont jamais été
reconnaissants ou redevables au colonialisme européen de tous
ses apports.
La mise en valeur de l'Algérie, par exemple, n'était pas
motivée principalement par l'exploitation (“faire suer le
burnous”), mais par la naïve volonté d’“exporter la
civilisation”. Le Bachaga Boualem l'avait reconnu. Écoles,
dispensaires, maternités, mises en valeur de terres agricoles
que les indigènes étaient incapables d'exploiter,
infrastructures : toutes ces difficiles entreprises non seulement n'ont
pas détruit la culture de ces peuples, mais leur ont mis le pied
à l'étrier, ont dynamisé leur démographie
et leur ont donné accès à la technique
européenne.
Aujourd'hui, les graves désordres qui agitent l'Algérie
sont de sa seule responsabilité. Ce pays, comme tant d'autres,
est financièrement assisté par nous ; de même que
nous assistons financièrement la pléthorique
communauté algérienne installée en France. De tous
ces pays afro-maghrébins que nous avons eu tort de coloniser
“par le haut”, auxquels nous avons naïvement apporté nos
bienfaits, nous ne recueillons que ressentiment et haine. Ils
fonctionnent selon le mental du meurtre du père.
Et maintenant, ils nous colonisent “par le bas”. Leur arrivée
massive est pour nous un facteur global d'asservissement et
d'affaiblissement, tandis que nous avons été pour eux un
facteur de renforcement à long terme. A nous la mauvaise
conscience et la culpabilisation, à eux la bonne conscience et
la déresponsabilisation.
Mais les Européens sont responsables de ce qui leur arrive. Nous
avons le tort de croire en une civilisation universelle, que nous
représentions cette civilisation universelle ; et de vouloir les
convertir massivement à nos visions du monde. Les Romains
commirent la même erreur. Ils finirent par se faire submerger par
ceux qu'ils voulurent romaniser. C'est la tragédie de tout
universalisme. Aujourd'hui, nous payons nos propres erreurs : nous les
laissons nous envahir, en croyant qu'ils nous apporteront leurs
bienfaits, alors qu'ils ne nous apportent que leurs propres
désordres. La naïveté
prométhéenne alliée au caritarisme
chrétien, voilà la tragédie de l'esprit
européen. Médecins sans Frontières, le “droit
d'ingérence”, Amnesty International sont l'illustration de cette
continuation du catastrophique colonialisme européen. On
s'intéresse davantage au sort des autres qu'au sien propre. On a
oublié ce proverbe médiéval : « poingt
vilain, il te oint ; oint vilain, il te poingt ».
L'IMMIGRATIONNISME DES POLITICIENS
Plus encore que les gouvernements de droite qui, Giscard étant
Président et Chirac Premier ministre, ont inventé le
catastrophique “regroupement familial”, les gouvernements de gauche
font preuve d'une véritable frénésie
immigrationniste. Sans qu'aucun motif sérieux ne puisse
être invoqué, le ministre de l'Intérieur,
Jean-Pierre Chevènement a souhaité, en 1999, faire passer
de 50 000 à 200 000 le nombre de visas accordés à
des Algériens chaque année ! On sait que la plupart ne
retourneront pas chez eux. On organise sciemment le fait que la France
devienne le déversoir de l'Afrique du Nord.
Le 8 juillet 1999, le même Chevènement, dans un
décret discret, a largement facilité et étendu le
regroupement familial, c'est-à-dire la venue en France des
familles d'étrangers y résidant. Même Claude
Coasguen, une des figures de proue de Démocratie
libérale, a parlé de « mesure irresponsable, qui
suscitera de nombreuses fraudes », tant les conditions pour
obtenir une carte de résident sont facilitées. Le
député de Paris poursuit : « Il y avait
déjà des problèmes avec les sans-papiers, nous
allons maintenant au-devant de problèmes avec les
étrangers avec papiers. » (Le Figaro, 11/07/1999) De plus,
faute de moyens et d'effectifs supplémentaires, l'Office des
migrations internationales s'avère incapable de contrôler
sérieusement les entrées. Jean-Pierre Chevènement,
en violation de l'article 45 de la loi qui porte son nom, a
refusé de publier le nombre de titres de séjours
délivrés à des étrangers en 1997 et 1998.
Toujours cette bonne vieille technique du bris du thermomètre.
Pourtant, le ministère des Affaires sociales a publié un
chiffre : de juin à décembre 1997, on a constaté
une hausse de 37% des titres de séjour accordés.
Aux immigrés clandestins quasiment inexpulsables vient s'ajouter
le flux des vrais et faux regroupements familiaux, des
pseudo-réfugiés politiques et des faux étudiants.
Ainsi, par l'effet cumulé des entrées clandestines, des
entrées légales et des naissances, la masse de la
population afro-maghrébine (dont tous les jeunes seront un jour
naturalisés) croît avec une vitesse considérable.
Quelle est la motivation des socialistes pour encourager et
accélérer cette politique suicidaire ? Il y a tout
d'abord le dogme cosmopolite et universaliste de la République
française, inspiré du slogan “Tout homme a deux patries,
la sienne et la France”. Notons aussi la naïve croyance du PS que
les immigrés seront leurs électeurs et qu'ils leur
permettront de rester éternellement au pouvoir. Alors que le
jour où les immigrés voteront en masse, ils le feront
pour leurs propres partis, leurs propres leaders, probablement
islamistes. Il faut parler aussi de cette espèce de vertige
moral qui saisit le politicien de gauche : pour être
breveté antiraciste et humaniste (puisqu'il ne veut plus
être breveté social et ouvriériste, encore moins
“populiste”), il doit impérativement favoriser l'immigration. Il
s'accroche au dogme de l`“immigration, une chance pour la France”. Y
croit-il encore ?
* * *
Jusque dans les années soixante-dix, on faisait semblant de
croire que les immigrés n'étaient qu'une main-d’oeuvre
d'appoint qui ne resterait pas et “retournerait au pays” une fois
fortune faite. Raymond Barre inventa l'idée angélique et
technocratique de l’“aide au retour”. On les paie pour qu'ils
repartent. Par la suite, on trouva intéressante l'idée du
“codéveloppement” : par nos aides massives et nos prêts,
nous créons des emplois dans les pays exportateurs de migrants,
afin de les fixer chez eux. J'ai succombé à cette
illusion, du temps où j'appartenais à la Nouvelle droite.
L'aide au retour comme le co-développement sont impraticables
économiquement et psychologiquement.
D'abord, parce qu'on ne peut pas “aider” éternellement, assister
un pays par des prêts (jamais remboursés) pour qu'il
crée artificiellement des emplois ; ensuite, parce que les
immigrés ne veulent en aucun cas revenir chez eux. Ils se
pensent comme colonisateurs, familles définitivement
installées. La majorité de ceux qui ont perçu les
aides au retour sont revenus.
Et ils profitent de l'extraordinaire faiblesse des gouvernements
européens, culpabilisés et complexés, pour
s'installer en toute impunité. Le regroupement familial de
Giscard est l'exemple même de la mesure humanitaire
irréfléchie ; et pourtant, ce dernier quelques
années plus tard dénonçait dans Le Figaro Magazine
une « invasion » qu'il avait lui-même
programmée ! Devant le tollé provoqué par ses
propos, l'ancien Président se confondit en excuses
embrouillées. Comme plus tard, Chirac - qui, lui, avait soutenu
le regroupement familial en tant que Premier ministre - avec sa fameuse
petite phrase sur « les bruits et les odeurs » des
immigrés. Une telle pusillanimité laisse pantois.
« Le gouvernement a, en fait, abandonné toute
prétention à réguler les flux migratoires, au
profit de la seule gestion des nouveaux venus, apparus hors de toute
volonté politique », note Ivan Rioufol (Le Figaro,
01/04/1999).
Pourtant, dans la plupart des pays du monde, les mesures de
contrôle de l'immigration sont partout beaucoup plus dures que
les mesures prétendument “fascistes” préconisées
par le Front national. Les immigrés ne sont pas
considérés comme des colons définitifs, ni comme
des hôtes réfugiés accueillis au nom de la religion
des droits de l'homme, mais comme des visiteurs provisoires. La plupart
des pays du monde considèrent que leur
homogénéité ethnique est le plus précieux
des biens ; leurs lois sur l'immigration ne contreviennent en rien au
droit international public et nul ne songerait à les
blâmer de pratiquer la “préférence nationale” et
les expulsions sans états d'âme des clandestins. Alors que
si un pays européen se mettait à pratiquer clairement ces
mesures, il serait, par une sorte de discrimination morale, mis au ban
de l'humanité.
La droite elle-même, prise par le fatalisme et la
démagogie, admet les choses comme des faits accomplis ; et,
c'est une tradition chez elle, maquille les démissions en
victoire. Charles Pasqua, retournant sa veste, se disait partisan en
mai 1999 de régularisations massives de clandestins.
François Bayrou, en août 1999, défendait « un
nouvel humanisme intégral » selon l'expression creuse de
la pire des langues de coton, tandis que Nicolas Sarkozy, reprenant une
formule des trotskistes de SOS Racisme, après s'être fait
le héraut d'une « droite moderne et
généreuse », posait l'idée d'« une
France multicolore, celle des Français divers, multiples,
différents ».
L'Europe a le devoir d'être une “terre d'accueil”, devoir qui
échappe aux autres peuples. Armés de beaucoup plus de bon
sens que les Européens, les autres pays du monde savent
parfaitement que les sociétés multi-ethniques et
multiraciales posent des problèmes insurmontables. En proie
à une immigration asiatique inquiétante, le gouvernement
d'Arabie saoudite « a renforcé la politique de
“saoudisation” des emplois, qui consiste à licencier plus de 90%
des étrangers [...] et à les remplacer par des sujets
saoudiens. Le secteur privé, lui aussi, a été
contraint de suivre le mouvement. L'effectif de chaque entreprise doit
comprendre plus de 80% de Saoudiens » (Al Quds Al-Arabi,
14/01/1999). Amnesty International n'y a rien trouvé, à
redire. Pas plus qu'à cet éditorial du Solell, quotidien
de Dakar, sous la plume d'Ousmane Sembé (05/06/1998) : «
les expulsions de clandestins qui vivent sur la chair du pays ne
relèvent pas du débat moral mais de l'application des
lois ». Dans toute l'Afrique, qu'elle soit noire ou
maghrébine, l'immigration massive et définitive est
impensable. Dans l'immense majorité des pays musulmans, l'union
d'une mahométane avec un Européen - même sans
mariage - est pratiquement impossible. Aucune belle âme
politicienne ou intellectuelle occidentale ne s'en plaint. En Iran, les
mariages mixtes sont interdits : La situation de colonisation ethnique
massive qui est aujourd'hui celle de l'Europe semblerait impensable
dans n'importe quelle autre partie du monde. L'Europe apparaît
ainsi, dans le monde entier, comme une terre ouverte, dont la classe
politique admet presque unanimement que les règles de
préservation territoriale ne s'appliquent pas à leur
continent.
LE CERCLE VICIEUX DES RÉGULARISATIONS
Les vagues de régularisations de clandestins auxquelles
cèdent les pays européens, sous la pression des lobbies
immigrationnistes et par souci d'antiracisme, ne permettent pas
seulement de “blanchir” - sans jeu de mots - de nouveaux
allogènes ; ils constituent un signal fort aux innombrables
candidats à l'immigration en Europe et sont ainsi une pompe
aspirante supplémentaire. Les régularisations, comme un
cercle vicieux, encouragent et augmentent encore l'arrivée de
nouveaux clandestins qui, à leur tour, demanderont à
être régularisés. Georges Tapinos, professeur
à l'IEP de Paris note : « L'immigration
irrégulière est un phénomène continu et
dynamique, qui ne s'arrête pas sous prétexte qu'on
régularise. Aux États-Unis, trois millions
d'illégaux ont été régularisés en
1986 et aujourd'hui leur nombre est de nouveau estimé à
trois millions. »
Les “régularisations” sont un terrible appel d'air pour les
migrants allogènes. En novembre 1998, piqué par le
moustique de l'humanitarisme, le gouvernement italien a
décidé de régulariser 38 000 clandestins. Ce fut
un afflux incroyable de clandestins vivant en France pour se faire
régulariser en Italie et donc circuler librement dans l'espace
Shengen européen. Mais ce fut aussi un encouragement, par
l'effet du bouche à oreille ou du téléphone arabe,
pour tous ceux qui viennent du Pakistan, du Maroc, d'Afrique noire...
Les “régularisateurs” lancent un message au monde entier :
“l’Europe est un eldorado. Vous pouvez venir.”
Autrement dit, les régularisations, contrairement à
l'objectif recherché, ne font pas baisser à terme le
nombre de clandestins mais l'augmentent. Selon deux mécanismes :
de nouveaux clandestins sont incités au départ par la
mansuétude des pays d'accueil ; et les régularisés
forment des “communautés d'accueil sûres” pour leurs
compatriotes.
En 1997, selon une estimation du ministère de
l'Intérieur, 300 000 étrangers en situation
irrégulière vivaient en France ; compte tenu de la
minimisation des données statistiques gênantes, ce chiffre
peut largement être multiplié par deux.
143 000 étrangers ont osé “sortir du bois” au moment des
mesures Jospin-Chevènement de régularisation de la fin
1998 ; 100 000 environs ont été
régularisés. On notera que les 43 000 qui ont
été déboutés continuent tranquillement de
vivre clandestinement en France sans aucun risque d'être
expulsés. Des circulaires administratives (illégales)
interdisent en effet l'interpellation des déboutés.
Déjà, en 1982, 132 000 régularisations avaient
été effectuées pour 145 000 demandes. Ce devait
être la première et la dernière fois...
Les régularisés de la dernière vague Jospin
viennent en majorité d'Afrique et du Maghreb. Mais on note un
accroissement des Asiatiques (8 000 Chinois, 1 700 Sri-Lankais, 1 900
Philippins, 1 500 Pakistanais) qui ne proviennent pas d'anciennes
colonies françaises. Les flux d'entrants se mondialisent. Les
seuls régularisés d'origine européenne ont
été 110 Russes.
Un des critères de 75% des régularisations des
clandestins a été la “présence de liens familiaux
en France”, ce qui a favorisé les Maghrébins et les Noirs
africains : ainsi les membres (vrais ou supposés) de familles
d'immigrés légaux vivant en France ont tout
intérêt à venir s'y installer clandestinement.
Cette notion de “lien familial” est en outre très
élastique 20 000 clandestins ont été
régularisés parce qu'ils étaient parents d'enfants
nés en France et donc Français ; 10 000 parce qu'ils
avaient épousé une personne en situation
régulière (sans que le mariage fût refusé
!), etc. 16 500 “célibataires” ont été
régularisés parce qu'ils “avaient un travail
régulier”. Autrement dit, un travail au noir régulier...
La loi, bonne fille, a de plus en plus l'habitude d'être
violée.
Un Malien musulman qui arrive clandestinement en France avec deux
concubines et six enfants et “épouse” une troisième femme
(régularisée ou française), puis lui fait des
enfants, va commencer par toucher d'importantes allocations familiales,
et sera finalement régularisé puisque son “épouse”
est légalisée et que ses nouveaux enfants sont
Français en vertu du droit du sol.
Un couple sri-lankais ou marocain qui arrive clandestinement en France
avec trois enfants et dont la femme accouche quelques mois plus tard
d'un enfant (français) touchera allocations familiales,
émargera à la sécu, fera gratuitement scolariser
sa progéniture et aura toutes les chances d'être au final
régularisé.
La pompe aspirante fonctionne à plein régime. Inutile de
préciser que ces régularisations, opérées
par circulaires administratives, sont illégales et
antidémocratiques puisqu'elles constituent des mesures
arbitraires dérogatoires à la loi voulue par le “peuple
français”. De même que sont illégales et
antidémocratiques les refus d'expulsion des clandestins,
à plus forte raison quand ils ont commis un délit et
terminent une peine. La volonté générale est
ouvertement bafouée au nom des habituels critères
humanitaristes flous. Mais combien de temps restera-t-elle, cette
fameuse volonté générale ? Jusqu'à ce que
les minorités deviennent majorité.
L'IMPOSTURE DU DROIT DES “SANS-PAPIERS”
Le lobby immigrationniste, composé de meneurs trotskistes bien
formés et d'une masse militante de sentimentalistes naïfs
et manipulés, appuyé par une partie de la classe
intello-médiatique et du show-business, a trouvé dans la
défense des “sans-papiers” son principal cheval de bataille.
Beaucoup plus intéressant que celui de la défense des
sans-travail français en fin de droits.
D'ailleurs, le terme même de “sans-papiers” est incroyable. Comme
s'ils les avaient perdus, ces papiers ! Comme s'ils
bénéficiaient d'un droit automatique aux “papiers” (en
fait le titre de séjour de dix ans automatiquement renouvelable)
par le seul fait de leur présence en France. Ils ne sont pas
clandestins, ils ne sont pas hors-la-loi, non, ils sont “sans-papiers”.
On parle des droits des sans-papiers, alors qu'il n'en ont aucun. Ce
sont des envahisseurs, des colons illégaux. Dans n'importe quel
pays d'Afrique ou d'Asie, ils seraient déboutés de leurs
demandes et expulsés.
En France, ils manifestent pour défendre leurs “droits” en
créant ouvertement des “collectifs” et en occupant des
bâtiments publics et privés. A quelques exceptions
près, de plus en plus rares (l'expulsion musclée des
occupants de l'Église Saint-Bernard en 1997), les
autorités, apeurées par le lobby immigrationniste qui
pousse des cris d'orfraie à chaque expulsion, laissent faire.
Il faut voir là le dévoiement juridique complet auquel
aboutit l'humanitarisme des droits de l'homme. En terme de droit
international public, les manifestations de ressortissants de pays
étrangers pour obtenir la “régularisation” de leur
présence illégale en France constituent un délit.
Chaque année plusieurs dizaines d'Européens sont
expulsés de pays africains et asiatiques, sans
ménagement. Un Allemand a été récemment
condamné à la prison en Iran car il avait eu des
relations sexuelles avec une autochtone musulmane. Personne ne
proteste...
Régulièrement la presse bien-pensante fait pleurer dans
les chaumières sur les “difficultés des clandestins”,
comme s'ils étaient victimes de racisme et de discrimination,
comme s'ils avaient un droit spontané de s'installer
illégalement et, immédiatement, de
bénéficier d'un emploi et de secours publics. On
conçoit donc implicitement l'Europe comme un gigantesque asile
où, moralement, tout homme peut venir s'installer.
Or, comme je l'explique ailleurs, la situation économique
desdits “sans-papiers” est bien meilleure que celle des exclus et des
sans-droits de souche française dont la presse humaniste ou
d'extrême-gauche se moque comme d'une guigne.
En poussant jusqu'au bout ce raisonnement, à lire les articles
de Libération et du Monde sur les “droits des sans-papiers”, la
population de la Terre entière a donc le “droit” de
débarquer en France. Implicitement, tout immigrant, du seul fait
de sa présence sur le territoire, a automatiquement accès
à un titre de séjour en France ; et donc en Europe, du
fait de l’“espace Shengen”. Voilà une nouvelle catégorie
ubuesque du droit international public inventée par la classe
intello-médiatique : le droit naturel de tout être humain
à s'installer en Europe occidentale, sans aucune
réciprocité pour les Européens. Quand on sait que
dans les pays d'Afrique, une part importante, voire majoritaire, de la
population jeune est candidate à l'émigration en Europe,
on imagine l'extrême danger de cette position de défense
sans condition des “sans-papiers”. Déjà, avec son
habituelle irresponsabilité, l'Abbé Pierre avait
déclaré que, moralement, la France aux campagnes
désertées pouvait accueillir 50 millions de migrants du
Tiers monde.
Le quotidien Le Monde, bible des ministères, s'est
spécialisé dans l'apologie et la défense des
“sans-papiers”. Si prompt par ailleurs à prêcher
l'État de Droit, Le Monde essaie sans cesse de démontrer
la légitimité de l'illégalité des
clandestins. Faisant l'apologie d'un nième “collectif”
d'immigrés clandestins chinois, le quotidien bien-pensant
écrit « les jeunes Chinois sans papiers récemment
arrivés en France sont sortis de leur réserve en
manifestant dans la rue pour la régularisation. La
création de l'association ressemble à un nouveau pas vers
l'intégration ». (20/01/1999). Autrement dit, des
étrangers qui “arrivent” clandestinement puits manifestent
immédiatement pour être
régularisés (sans bénéficier d'aucune
condition juridique) font sainement progresser la notion
d'intégration républicaine. Preuve de cette
intégration, le journal cite le cas d'une Mme Lin Ye,
régularisée en juillet 1998 grâce aux pressions du
“troisième collectif” des sans-papiers. Mme Lin Ye n'a pas de
travail, ne parle pas français, mais touche maintenant
allocations de maternité, sécurité sociale et
indemnités de chômage ; elle est intouchable, elle peut
sans problème travailler au noir dans sa communauté.
Combien de jeunes Françaises de souche sans emploi et sans droit
au chômage n'envieraient-elles pas le privilège
exorbitant, la discrimination positive dont bénéficie
cette étrangère clandestine ? En réalité,
on nomme “intégration”, dans la langue de bois, son contraire
même : l'organisation de communautés allogènes
protégées qui auront vocation à accueillir de
nouveaux clandestins.
Parlant d'Hassan Sibidé, un clandestin malien arrivé
illégalement avec femme (enceinte) et enfants, et, par ailleurs,
sortant de prison, puis interpellé et relâché
à la suite de l'occupation d'une église, Le Monde
s'émerveille : « Condamné à six mois de
prison et à cinq ans d'interdiction du territoire, il n'a pas
été reconduit à la frontière à sa
sortie de détention. Hassan dit qu'il n'est pas
découragé, que jamais il ne rentrera au Mali. Sa vie est
en France. Ses enfants vont à l'école maternelle.
L'espoir est revenu depuis que sa femme a été
régularisée [elle a accouché en France, l'enfant
est donc français, on la régularise, évidemment],
ce qui suspend l'effet de l'interdiction du territoire prononcée
contre Hassan. En attendant les papiers, il continue sa vie
illégale, à la vue de tous ».
Toujours dans Le Monde, Alexandre Garcia se penche avec
commisération sur le cas de “M. Abdelkader Khallafi”.
Édifiante histoire. Ce garçon, « adorable et
toujours souriant », est un Algérien de 27 ans
entré clandestinement en France en 1991, qui réussit
à se faire admettre dans le Centre d'hébergement de
Réinsertion Sociale de Nanterre, aux frais du contribuable. En
janvier 1999, la police l'interpelle, mais ne l'expulse pas.
Indignation du personnel du CHR, mobilisation des associations de
soutien aux sans-papiers. Pas touche à notre pote. La
préfecture précise que le “jeune homme” « n'a pas
été interpellé en tant que demandeur de
régularisation débouté mais en raison de trois
condamnations pénales, assorties de peines d'interdiction
temporaires du territoire national. » Ce clandestin
algérien est en fait un cambrioleur et un braqueur. Pourtant, en
raison des pressions des “associations de soutien aux sans-papiers”, il
est relâché ! Et la police perd sa trace. Il refait
surface quelques années plus tard, il est pris en charge par le
Collectif des sans-papiers des Hauts-de-Seine, et il attend sa
régularisation. On croit rêver, mais on ne rêve pas.
Un truand algérien, immigré clandestin,
protégé par les ligues antiracistes et les collectifs de
défense des sans-papiers, peut narguer l'État de Droit et
vivre en France dans l'impunité la plus totale.
Tout cela se sait et se dit, partout dans le Tiers-monde, et encourage
les flux de nouveaux clandestins.
QUAND LES CLANDESTINS DEVIENNENT INEXPULSABLES
Comme en Italie en 1998, qui, suivant le mauvais exemple de la France,
a procédé à une vague de régularisation,
pour “avoir la paix avec les sans-papiers” (toujours cette politique de
l'autruche), les régularisations (illégales et
dérogatoires) de clandestins ont toujours pour effet
d'encourager de nouvelles arrivées illégales.
De même, les régularisations font baisser le nombre des
expulsions légales. N'est-il pas moins cher à court terme
de régulariser que d'incarcérer; puis d'expulser par
avion à grands frais ? De laisser courir le clandestin ? A la
suite de l'affaire des “sans-papiers de Saint-Bernard”, où des
clandestins avaient occupé une église parisienne avec
l'accord du curé, qui avait bouleversé les médias,
à la suite également de quelques évacuations
musclées, assorties de bavures, de clandestins
délinquants multirécidivistes qui avaient choqué
la conscience droit-de-l'hommienne, en France, en Belgique, en
Autriche, on peut dire désormais que non seulement les
Européens n'osent plus appliquer leurs propres lois, pourtant
bien laxistes, de contrôle aux frontières, mais qu'ils
n'osent plus expulser la quasi-totalité des clandestins.
Appliquer la loi est “inhumain”, vous comprenez ? La loi, la
démocratie, la volonté du peuple sont bafouées,
évidemment, mais on est habitué, puisqu'on s'emploie
précisément à “changer de peuple”...
A la suite des régularisations de juin 1997, les reconduites
à la frontière de sans-papiers ou d'étrangers
délinquants, comme les mesures d'éloignement, ont
diminué de 40% dans les douze mois suivants. En 1996, 43 861
décisions d'expulsions ont été prononcées
par la justice et 12 330 suivies d'effet, soit 28%. En 1997 et 1998, le
chiffre des expulsions effectives s'est effondré, chutant
à 7 200 selon le ministère de l'Intérieur. Le taux
d'exécution est resté le même, autour de 25%, mais
l'administration et la justice “n'osent plus prononcer des mesures
d'expulsion”. On n'expulse pas les pauvres colons venus du Tiers monde,
n'est-ce pas ?
Des instructions ont été données par
Chevènement aux préfets, fin 1998, pour que les
“sans-papiers” ne soient pas inquiétés s'ils
étaient en possession d'une convocation administrative pour
demande d'examen de leur régularisation. Même s'il s'agit
de délinquants. Quelle clémence... Les multiples recours
juridiques des “sans-papiers” sous le coup d'une reconduite à la
frontière, aidés par les médias, leurs avocats,
les associations, forts des délais trop courts de
rétention administrative, refusant parfois de décliner
leur nationalité, forts aussi de la commisération des
juges de gauche, du refus des pilotes de les embarquer à la
moindre crise de nerf simulée, contribuent à les rendre
inexpulsables.
Des moratoires sont sans cesse accordés, que Le Monde qualifie
de « pratiques généreuses » à tous
ceux qui entament une grève de la faim, ou fondent des
“collectifs”, aidés de curés et de militants trotskistes.
Ils entament alors un “recours hiérarchique”, au terme duquel
ils sont à 80% régularisés, même les
délinquants récidivistes. Il faut, bien entendu, qu'ils
soient Africains ou Maghrébins pour cela, surtout pas Polonais
ou Serbes.
Actuellement, la majorité des étrangers présents
dans les centres de rétention sont des clandestins sortant de
prison. Passé le délai légal de détention,
ils seront relâchés dans la nature. Le lobby
immigrationniste s'insurge contre la “double peine” (pourtant
appliquée dans tous les pays du monde) et conforme au droit
international public et au principe des nationalités inscrit
dans la Charte de l'ONU : un étranger condamné et sortant
de prison au terme de sa peine est immédiatement expulsable.
Cette règle s'applique à tous les Européens
condamnés sur d'autres continents et fait l'objet d'accords de
réciprocité. Mais ils ne sont pas appliqués en
France, le “pays des droits de l'homme”. Nous payons cher ce stupide
slogan révolutionnaire, prononcé alors tout à fait
abstraitement et gratuitement : « tout homme a deux patries, la
sienne et la France». Les médias, Le Monde,
Libération, Franc 2 en tête racontent sans cesse les
histoires édifiantes de ces fausses victimes,
persécutées par le moloch d'une administration et d'une
police prétendument racistes. Sans jamais évoquer leur
inexpulsabilité de fait. Un délinquant étranger
clandestin expulsable arrêté par la police sera bien plus
protégé par les divers lobbies et associations qu'un
Français de souche qui n'a pas payé ses PV,
arrêté, au terme de la loi, dans un aéroport.
De plus, les maigres reconduites à la frontière
(même pas 10% des nouvelles arrivées de clandestins !), ne
sont pas efficaces : les colons expulsés reviennent moins d'un
an après, comme le montrent les statistiques des condamnations
du ministère de la Justice, où la proportion des
“revenants” est impressionnante.
* * *
On remarquera en passant l'organisation par les immigrés
eux-mêmes de “collectifs de sans-papiers”, à partir de
1998, qui n'hésitent plus à défier ouvertement
l'état de droit et à occuper par la force des
bâtiments civils. Ils s'imposent, ils provoquent, ils colonisent
en jouant sur les bons sentiments, sur la pitié des populations
européennes controuvées. « Nous ne sommes pas des
flux migratoires, nous avons chacun notre vie et notre histoire
», dit l'un des tracts du “troisième Collectif”.
Désormais, les clandestins, prenant conscience de la
complicité de leurs collaborateurs et de la mansuétude de
l'État, passent à l'offensive et bafouent ouvertement les
lois. Les immigrés s'organisent pour imposer par la force la
présence définitive des clandestins. Toujours au nom de
ces droits de l'homme qui ont si bon dos, évidemment. Qui pourra
nier, après cela, qu'il ne s'agit pas d'une colonisation voulue
et imposée aux peuples européens.
* * *
Et toujours, au premier rang des collaborateurs : la hiérarchie
catholique, qui met autant d'ardeur à défigurer la
civilisation européenne que les premiers chrétiens
à détruire le patriotisme romain mais aussi, main dans la
main, les Verts, ces pseudos-écolos.
Les Verts ne s'intéressent pas à la lutte contre la
pollution : ils préfèrent les centrales thermiques
à fuel aux centrales nucléaires. Le principal projet
politique des Verts en Europe, c'est l'ouverture
généralisée à toute immigration. En
Allemagne, ils ont obtenu en 1998 du gouvernement du triste
Schrôder la naturalisation quasi automatique, avec droit de
double nationalité, des étrangers installés depuis
huit ans, remplaçant ainsi le droit du sang par la dangereuse
formule française, supposée supérieure, du droit
du sol. « Les Verts allemands déplorent surtout, note
Jean-Paul Picaper dans Le Figaro (16/11/1999), que les socialistes
limitent l'immigration ».
En matière d’ethnomasochisme et de collaboration avec les
colonisateurs de l'Europe, les Verts allemands sont les meilleurs. Mais
grâce au trotskiste Cohn-Bendit, Dany le Rouge repeint en vert,
ils ont fait des émules en France.
Au cours de la campagne pour les européennes de 1999,
l'ouverture des frontières à toute immigration et la
régularisation des clandestins étaient au centre des
exigences de Cohn-Bendit, Noël Mamère et Dominique Voynet,
des pressions qu'ils exerçaient sur Jospin, et de leur
stratégie de “fascisation” du pauvre Chevènement. 10% de
propositions pour défendre l'environnement, 90% pour
défendre les immigrés, 0% contre le chômage et la
paupérisation. Dominique Voynet, ministre de l'environnement,
adressa un « appel au bon sens » à son gouvernement,
publiant un communiqué précisant tout simplement :
« la régularisation des sans-papiers qui en ont fait la
demande devient chaque jour incontournable, que ce soit pour des motifs
de générosité ou par réalisme ». Tout
est dit. Générosité et réalisme ;
pseudo-droits de l'homme et fatalisme. Le décryptage
sémantique de ce message donne : « tout clandestin qui
entre en France a le droit d'y rester s'il en fait la demande ; pour
cela, dérogez à la loi et violez-la ». Ce genre de
propos ne tombe pas dans l'oreille de sourds.
Cette faiblesse des autorités envers les clandestins, ces
larmoiements des médias envers leurs “malheurs”, ces aides
humanitaires apportées gratuitement aux “sans-papiers” alors
qu'elles sont refusées aux Européens de souche dans la
misère, constituent pour les candidats à l'entrée
en Europe un puissant encouragement. Partout dans le Tiers monde, on se
passe le mot : « les Européens ne se défendent pas,
nous leur faisons pitié, ils n'osent pas nous expulser, donc
nous pouvons aller chez eux illégalement sans grand risque
». Toujours dans l'histoire, un manque global de fermeté
et de virilité a attiré les agressions et les invasions.
Surtout auprès de populations qui, pour des raisons
ethno-culturelles respectent surtout le langage de la force et
méprisent celui de la commisération.
CONTRE LE FATALISME, PENSER L'IMPENSABLE
Les intellectuels, les journalistes, les politiques, qu'ils soient
intégrationnistes comme Chevènement et Pasqua, ou
communautaristes de droite ou de gauche, disent avec ce fatalisme qu'on
nomme réalisme : « il est impossible d'expulser de France
et d'Europe les millions d'immigrants ou d'enfants d'immigrants issus
des autres continents. La seule solution est d'envisager une
société ethnopluraliste et multiculturelle, et de
préserver, quant à nous, notre identité
européenne ».
Ce discours suppose donc, pour les communautaristes, que les
Européens, en Europe, formeraient une communauté parmi
d'autres. Et pour les intégrationnistes, l'origine
ethno-culturelle importe peu ; être Français est un simple
contrat, un moule abstrait dans lequel toutes les identités,
toutes les mémoires doivent se dissoudre. L'Europe se
conformerait donc au modèle pluri-ethnique des
États-Unis, nation dont les personnes précitées
rejettent pourtant les principes constitutifs. Mais on ne peut pas
à la fois abjurer le modèle social américain -
comme “nation contre le peuple” - et la préconiser pour l'Europe.
Rappelons-nous ces paroles de bon sens du général De
Gaulle, que personne n'oserait taxer de raciste,
révélées par le livre d'Alain Peyrefitte
C'était de Gaulle : « je ne veux pas que
Colombey-les-deux-Églises devienne un jour
Colombey-les-deux-Mosquées. La France peut accueillir quelques
citoyens d'origine africaine, mais elle est fondamentalement un pays de
race blanche et de culture catholique ». Que la politique
gaullienne n'ait pas eu la vigilance de défendre ce
précepte, là n'est pas le propos. De Gaulle exprimait un
discours de bon sens que les intellectuels jacobins ou ethnopluralistes
ne peuvent pas comprendre, car ils sont
déréalisés. Car il n'est pas intellectuellement
élégant, intellectuellement chic d'admettre que le
fondement d'une civilisation est ethnique. J'évoquerai plus loin
l'utopie de cette vision communautariste ou intégrationniste de
l'Europe, en défendant le principe de l'unité ethnique et
de l'ethnocentrisme contre l'ethnopluralisme.
Admettre le caractère définitif de cette colonisation de
peuplement qui continue de plus belle et qui bouleverse les fondements
de notre civilisation, préférer l'aménagement
d'une réalité inacceptable (le système D du “faire
avec”) à la notion de résistance, c'est le signe d'une
démission historique extrêmement grave.
* * *
Je crois qu'il existe une troisième voie. La fonction de ceux
qui pensent et qui écrivent est de formuler l'impensable. Quels
que soient le risque qu'ils prennent. Parce que formuler l'impensable
est le rendre possible dans l'histoire. C'est la puissance du Verbe, du
verbe tentateur. Jules Verne a décrit le Nautilus et le voyage
lunaire : grâce à la force du poète, ils se sont
accomplis. Mon but est d'inciter des hommes d'action et de pouvoir du
futur, c'est-à-dire la jeunesse, par un travail de
déculpabilisation, à envisager la solution
irréaliste.
A s'y préparer dès maintenant. Elle sera rendue possible
par une catas-trophe prévisible, une guerre civile ethnique qui
renverserait l'état actuel des mentalités. Je ne peux pas
en dire plus pour le moment . Le dernier chapitre soulèvera un
tout petit coin du voile.
Le Général Bigeard a déclaré un jour off
records à un de mes amis grand reporter qui l'interrogeait sur
la guerre du Kosovo : « ce n'est pas là une bataille
très importante. La vraie guerre est ailleurs, là
où personne ne l'a repérée ». Puis il
précisa : « La vraie guerre, elle se passe dans les
maternités ».
Rappelons le chiffre cité plus haut : sur 780 000 naissances
annuelles, 250 000 concernent des nouveau-nés
afro-maghrébins.
LE SCÉNARIO-CATASTROPHE
Le mécanisme est donc bien rôdé, pour organiser et
accélérer la colo-nisation ethnique de l'Europe : 1) On
déclare impossible d'arrêter le flux migratoire.
D'où mollesse des contrôles aux frontières et
regroupement familial renforcé. 2) On déclare moralement
inhumain d'expulser les clandestins, malgré la loi, ou bien
techniquement impossible. 3) On déclare socialement
insupportable la masse croissance de résidents illégaux
“sans papiers” en France, donc on les légalise par vagues tous
les cinq et six ans. 4) Encouragé, le débit du robinet
des entrées s'accroît.
C'est un cercle vicieux que rien ne peut arrêter. La logique
infernale de ce mécanisme qui se nourrit de lui-même c'est
que, puisque le déséquilibre Nord-Sud accentue chaque
année le nombre de candidats au départ en Europe, rien
n'arrête l'accélération de notre colonisation
ethnique dont le terme risque d'être la submersion des
Européens sur leur propre sol par des masses afro-asiatiques
appelées à y devenir démographiquement
majoritaires. Ainsi périt Rome, sous le poids des affranchis
orientaux et africains, comme l'a montré André Lama dans
Des Dieux et des Empereurs (EDE).
* * *
Il y a une chose très instructive sur la mentalité
humaine : c'est la puissance des dogmes et des croyances, la force des
propagandes et des opinions affectives, même contre les faits.
L'homme est un animal perpétuellement aveuglé. Platon
notait déjà que la doxa (doctrine, opinion) l'emportait
toujours sur l'épistémè (savoir, science). Le
Professeur Debray-Ritzen, psychiatre anti-freudien, avait coutume de
dire : « l'erreur dogmatique a des ailes, et la
vérité scientifique rampe humblement ».
Lorsque, même auprès de gens éclairés, ou
supposés l'être, journalistes, énarques,
intellectuels patentés, on déclare : « La France
s'africanise et s'islamise ; dans vingt ans, si rien ne change de
manière radicale, il se peut fort bien que la loi coranique soit
appliquée à ce pays et que plus de la moitié de la
population soit d'origine afro-maghrébine », on
déchaîne des rires, on s'attire au mieux des moqueries.
Pourtant quoi de plus certain, de plus fiable, de plus implacable que
les projections démo-graphiques ? Les enfants européens
qui ne sont pas nés ne surgiront pas par le miracle de la
génération spontanée ; la population future est le
reflet de celle des maternités d'aujourd'hui. Et pourtant, cette
évidence, qui crève les yeux, n'est pas admise. On nie
cette africanisation et cette islamisation pour deux raisons : d'abord
par un réflexe de peur ; l'être humain est toujours
tenté de nier ce qui le gêne, de l'exorciser. Ensuite,
admettre ce fait démographique incontournable, admettre la
vérité, ce serait politiquement incorrect et reviendrait
à “donner raison à l'extrême-droite”.
Une petite minorité, finalement plus conséquente, plus
lucide, répond « On s'africanise, on s'islamise ? Et alors
? Gérons ... Faisons avec. » Cette position est celle du
fatalisme optimiste. On pense que l'africanisation n'aura aucune
conséquence sur la civilisation, comme si le socle de cette
dernière n'était pas d'abord ethnique ; on estime que
l'islam qui s'installera sera celui de la “tolérance” ; ce qui
relève de ce que j'avais appelé dans mon essai sur L
Archéofuturisme, la croyance aux miracles. Comme si l'islam
implanté en Europe allait miraculeusement se différencier
en profondeur de celui du Maghreb et du Moyen-Orient. Ou alors, on
estime, comme les prélats catholiques ou les ligues trotskistes
que ces arrivées massives en France, par les migrations
frontalières ou les maternités, sont un
phénomène positif qui contribue à construire
l'utopique paradis multiracial.
Ainsi, un scénario-catastrophe ne relève-t-il pas du
catastrophisme mais de la projection démographique.
Limitons-nous au cas de la France. Au rythme de 250 000 naissances par
an d'enfants déjà français ou naturalisables,
et,ce depuis la fin des années quatre-vingt, en comptant ceux
qui sont déjà présents, les nouveaux migrants qui
font des enfants et les naturalisations, on peut penser comme
l'observateur américain impartial Stanley J. Moore qu'«
à partir de 2010, le nombre d'électeurs africains noirs
et musulmans en France dépassera 20% du corps électoral.
Par la suite, cette proportion ne cessera d'augmenter » (Journal
of Demographic Studies, Boston UP. n°1439, déc. 1998).
Si rien n'est fait, si la tendance ne bascule pas au prix d'une
véritable révolution, les événements
suivants ont beaucoup de probabilité de se produire :
1) Un parti musulman a toutes les chances d'être
créé, l'ambition d'éventuels leaders pas
forcément modérés allant être très
stimulée par cette manne d'électeurs en pleine
croissance. Les fils et filles d'immigrés, les gens de couleur,
spontanément, par réflexe ethnique, voteront pour ce ou
ces partis, même s'ils ne sont pas musulmans pratiquants.
2) Il n'est pas évident que les jeunes Afro-maghrébins
continuent comme aujourd'hui de s'abstenir de voter ou de se
présenter aux élections, dès lors qu'il prendront
conscience de leur nombre croissant et de leur force. Il est peu
probable, vu l'échec des politiques d'intégration et la
montée du “communautarisme”, que ce nouvel électorat
choisisse les partis politiques français traditionnels.
3) Le processus de colonisation électorale commencera par les
élections municipales. Nul besoin de donner le droit de vote aux
étrangers pour cela. Dans un nombre de plus en plus grand de
communes, le corps électoral français est en train de
devenir majoritairement afro-maghrébin - et musulman. Les
électeurs autochtones français vieillissent, meurent ou
partent. Il faut donc nous attendre très bientôt à
ce que - dans un premier temps - une centaine de communes
françaises - de Roubaix à Saint-Denis en passant par
plusieurs villes de Provence, du Lyonnais et de l'Île-de-France,
notamment toutes les banlieues-cités, soient gouvernées
par des municipalités immigrées taraudées par
l'islam.
4) Dans un deuxième temps, comme on commence à le
pressentir, les Afro-maghrébins et les musulmans exigeront,
parce qu'ils en ont le pouvoir numérique, de siéger
à l'Assemblée nationale. Ils pèseront de toute
leur force sur les institutions. Ce sera le processus de la
colonisation par le bas : d'abord la submersion démographique,
ensuite l'assujettissement politique.
La logique démographique veut qu'ils participent au jour au
pouvoir législatif, puis gouvernemental. Avec deux
conséquences : une subordination probable aux pays
arabo-musulmans qui, pour beaucoup, restent des “mère-patries” ;
une politique accrue de porte ouverte aux immigrants du Maghreb et
d'ailleurs. Et probablement aussi, une lente conquête du pays par
l'islam, de plus en plus dure (conformément à l'esprit de
cette religion guerrière) au fur et à mesure que
s'accroîtra le poids de la population musulmane et des
autochtones convertis. De cette évidence, de cette course
à l'abîme, de cette catastrophe annoncée, nul ne
prend garde ; tant cette génération présentiste
est obnubilée par l'immédiat.
C'est la raison pour laquelle, face à ce péril il faut
plaider en faveur d'une accélération de la construction
fédérale européenne et d'une perte rapide de
pouvoir de cet État français qui, d'immigrationniste
aujourd'hui, risque de devenir immigré demain. Ce n'est que par
un double recentrage, en aval sur des régions historiques
enracinées, en amont sur un État européen, que
nous pourrons faire barrage à la colonisation institutionnelle
et politique qui s'annonce. Un allogène peut aisément se
déclarer “Belge” ou “Français”, mais il peut beaucoup
moins aisément se revendiquer comme Flamand, Charentais ou
Européen.
Quoiqu'il en soit, ce double enracinement conçu comme ligne de
défense ne saurait faire oublier l'hypothèse de la
reconquista.
GUÉRILLA ETHNIQUE ET EXPULSIONS TERRITORIALES DES
EUROPÉENS
La guerre ethnique est commencée. En sourdine. Et, année
après année, elle prend de l'ampleur. Pour l'instant,
elle prend la forme d'une guérilla urbaine larvée :
incendies de voitures ou de commerces, agressions
&répétées d'Européens, caillassages,
attaques des transports en commun, guet-apens tendus aux policiers ou
aux pompiers, razzias dans les centre-ville etc. Comme une étude
sociologique attentive du phénomène le démontre,
la délinquance des jeunes Afro-maghrébins est aussi un
moyen de conquête de territoires et d'expulsion des
Européens à l'intérieur de l'espace
étatique français. Elle n'est pas uniquement
motivée par des raisons de simple criminalité
économique.
A partir des cités, se créent des enclaves ou “zones de
non-droit”, qui s'étendent en tache d'huile à
l'extérieur. Dès que la population allogène
atteint une certaine proportion, la délinquance fait
déménager les “petits Blancs”, harcelés par les
bandes ethniques. La police - que la justice ne soutient pas -
répugne à intervenir dans ces zones conquises, qui
échappent alors à l'État de droit. On en
dénombre déjà près de 1 000 en France. Ce
phénomène de parcellarisation du territoire peut
suggérer que nous entrons dans un nouveau Moyen-Age. Mais il
recouvre aussi un processus de colonisation territoriale qui met en
pièces l'utopie de gauche de la “mixité ethnique”. Les
élites intellectuelles françaises - qui ont toujours
vécu depuis deux cents ans dans les beaux quartiers bourgeois et
blancs - ont toujours prôné la mixité sociale dans
les zones urbaines. Elle fonctionnait très bien (comme par
exemple dans le XVe arrondissement de Paris) tant que les
différentes classes sociales étaient d'origine
européenne. Mais les élites intellectuelles, qui nient
les différences ethniques, n'ont aucune explication pour rendre
compte du départ des Européens des zones à
majorité immigrée. Ils parlent de “fracture sociale”,
alors qu'il s'agit d'une fracture raciale et ethno-culturelle. Les
politiciens invoquent de vagues causes économiques, alors qu'il
s'agit de causes ethniques très transparentes. Pire :
élites intellectuelles et politiciens culpabilisent les “petits
Blancs” des classes populaires, qui partiraient des zones à
forte proportion immigrée par “peur exagérée”, par
“fantasme”, donc par racisme, évidemment. Ce seraient eux (ainsi
que le “chômage”, la “misère” et l’“exclusion”) les
responsables de la formation des “ghettos”.
Trois remarques à ce propos : 1) Il ne s'agit pas de ghettos
mais de territoires conquis et colonisés. Un ghetto est une zone
où l'on relègue une population, qui subit un ostracisme,
comme les juifs au Moyen-Age. Aujourd'hui en France, ce sont les
populations allogènes qui se taillent, par la force, des espaces
territoriaux. Parler de ghetto, c'est présenter les
immigrés comme des victimes, alors qu'ils sont au contraire les
acteurs volontaires de la création de leurs espaces autonomes.
2) On laisse entendre que ce serait la misère, le
paupérisme qui expliquerait la ghettoisation de zones de
non-droit de plus en plus nombreuses. Au contraire, l'économie
criminelle, centrée sur la drogue et la revente de biens
volés, ainsi que le recours légal ou frauduleux aux
allocations assure aux populations de ces zones un niveau de vie
confortable, bien supérieur à celui des Français
de souche au chômage. La situation française n'a rien
à voir avec celle des favellas brésiliens ou des bandes
d'adolescents miséreux de Casablanca.
Les clandestins sont inexpulsables de France, mais les Français
de souche (et tous les autres résidents européens) sont
expulsés des zones d'implantation afro-maghrébine
majoritaires. Personne dans les médias n'a su (ou osé)
expliquer la raison des innombrables incendies de voitures. C'est
pourtant simple : la quasi-totalité des véhicules
incendiés appartiennent à des Européens, selon un
rapport confidentiel des Renseignements généraux du 2
juillet 1999 – 91% exactement. C'est une bonne incitation au
départ.
3) Une autre technique est l'agression systématique. Un cas
parmi des centaines d'autres : dans la ville d'Angoulême, les
autorités avaient décidé d'installer un foyer
étudiant dans une “cité”. Afin de répondre au
dogme angélique du “brassage”. Très vite, ce fut,
début 1999, le harcèlement par les bandes
afro-maghrébines. La vie devint vite infernale pour les jeunes
Européens : agressions, cambriolages, harcèlement des
étudiantes, incendie des véhicules, etc. Jusqu'au jour
où plusieurs d'entre eux se firent grièvement poignarder.
Les autorités universitaires durent les déménager
en urgence sous la protection de la police. Force était
restée aux Beurs-Blacks - dont aucun ne fut
inquiété - et non pas à la loi.
Ce qui s'est produit au Kosovo risque fort de se produire à
l'échelle de la France. La leçon du destin de ce bout de
Serbie progressivement occupé par les Albanais musulmans n'a pas
été retenue. On s'imagine que les colonisations sont des
invasions armées. C'est faux ; ce sont des invasions lentes et
silencieuses, et le colonisé se réveille trop tard, quand
sa maison est occupée, plus exactement squattée.
BLACK MIC-MAC ET DROIT DU SOL
Connaissez-vous l'histoire de Céleste T... ? C'est un homme
très sympathique d'une quarantaine d'années, citoyen
camerounais, employé au ramassage des ordures et au balayage des
rues par la Ville de Paris. Il est musulman, possède trois
femmes dont une “officielle” et élève 24 enfants. Oui, 24
enfants, qui, tous nés en France, sont tous Français.
Pourtant, ces enfants ne sont pas tous issus des trois femmes de
Céleste. Ce dernier utilise un stratagème connu d'un
grand nombre d'Africains : il fait venir du Cameroun une femme enceinte
de son village, qui accouche en France, puis repart. Le nourrisson est
automatiquement Français en vertu du droit du sol.
Céleste T... le reconnaît, il en est donc juridiquement le
père, et une de ses trois épouses élève
l'enfant (qui la surnomme d'ailleurs “tata”, selon l'appellation
classique dans la communauté villageoise africaine
traditionnelle, ni matrilinéaire, ni patrilinéaire, mais
tribolinéaire). L'année suivante, la même
opération recommence avec une autre femme du village.
Le Camerounais perçoit ainsi des allocations familiales
considérables et loge toute sa petite tribu dans deux grands
appartements du quartier flambant-neuf de Beaugrenelle (XVème
arrondissement ouest), dont les loyers sont pris en charge par la Ville
et l'APL. Céleste roule en Mercedès. Il continue de
travailler comme éboueur (9 000 F par mois avec les primes) avec
un statut aussi protégé que celui de la fonction
publique. Mais d'autres qui font comme lui et ont reconnu entre 5 et 15
enfants estiment ne plus avoir besoin de travailler. La suppression du
droit du sol et des allocations familiales aux étrangers, pompes
aspirantes d'une redoutable efficacité, seraient plus efficaces
qu'un contrôle aux frontières.
L'Allemagne, qui remplace le droit du sang par celui du sol et dont la
faiblesse démographique est considérable, se dirige
inexorablement vers la chute d'eau, embarquée sur le même
fleuve que sa voisine française.
LES COLLABORATEURS DE LA COLONISATION
Les Églises, la plupart des partis, une foule d'institutions et
d'associations, le monde du show-business se font depuis de nombreuses
années les avocats de l'installation des migrants, de
l'ouverture des frontières et de l'inexpulsabilité des
clandestins. Animés par l'ethnomasochisme et la
xénophilie ? Naïves ouailles de la religion des droits de
l'homme ? Snobisme antiraciste ou politiquement correct ?
Volonté délibérée de métisser la
France et l'Europe, ou, plus exactement de l'africaniser et de
l'asiatiser, par haine de la “pureté ethnique” européenne
? Un peu de tout, sans doute.
On remarque en tout cas un mélange de fatalisme face à
l'immigration incontrôlée et déclarée
incontrôlable et de pulsions autodestructrices envers son propre
peuple. “Oui, envahissez-nous, ça nous fait du bien.” Il est
à noter aussi que les milieux immigrationnistes collaborateurs
et leurs têtes-de-file sont issus de la bourgeoisie ou
appartiennent à des milieux (notamment ce monde du showbiz)
parfaitement préservés du contact avec les populations
allogènes et totalement protégés de leur
criminalité. Leur mépris, leur ignorance des conditions
de vie et de cohabitation du peuple européen réel, du
“petit Blanc”, est incommensurable.
* * *
Mgr Lustiger, au cours d'une journée d'études sur
l'Europe organisée à Rome en mars 1999 se
félicitait de « la différence qu'amène
l'immigration », religieuse et ethnique. Notre colonisation
serait un enrichissement, par absoluisation de ce concept creux de
“différence”. La contradiction est éclatante : comme
peut-on gérer la différence,
l'hétérogénéité, au sein d'une
idéologie homogénéisatrice et universaliste du
métissage ? Le cardinal disait aussi : « il faut
accueillir l'Autre » Indécrottable xénophilie
l’“Autre” (avec une majuscule, s'il-vous-plaît), encore un de ces
poncifs du politiquement correct, malheureusement repris par
désir de plaire et de faire philosophe par certains
intellectuels de droite ou prétendus tels. Le
vénérable cardinal continue : « L'Europe
n'était pas pour les peuples d'Afrique et d'Asie une terre
d'immigration. Mais aujourd'hui, la situation de l'Europe se retourne.
Elle provoque une pression migratoire impossible à contenir. Les
Européens ne peuvent ignorer ce fait ». Acceptez
d'être colonisés, braves gens, vous n'y pouvez rien.
L'Église qui, au faîte de sa puissance, refusait les
droits civiques aux non-catholiques, adopte hypocritement, maintenant
qu'elle est en plein déclin, les naïfs préceptes du
“communautarisme” tolérant : « solidarité et
respect mesurent la place reconnue à l'altérité
dans une construction politique », jargonne Mgr Lustiger.
Les programmes des partis politiques sur l'immigration sont, eux aussi,
assez édifiants. Le PS entend « mettre en place des
programmes d'aides au retour pour les immigrés non accueillis et
les déboutés du droit d'asile ». Autrement dit :
aide au retour pour les clandestins illégaux (à la place
des expulsions prévues par la loi) aux frais du contribuable.
L'entrée illégale en France sera donc officiellement
rémunérée. Quand on sait que l'aide au retour n'a
jamais intéressé les immigrés légaux, ce
genre de proposition revient à se moquer des électeurs.
Le PS a définitivement renoncé à contrôler
l'immigration, parce qu'il s'imagine que les immigrés voteront
pour lui. Non, quand ils seront suffisamment nombreux et
implantés, ils voteront pour leurs propres candidats,
probablement pour des partis islamiques, comme je l'explique plus haut.
Les Verts, eux, entendent carrément organiser la colonisation de
l'Europe : « il faut supprimer les visas de court séjour
pour les visiteurs de pays hors Union européenne et leur
accorder le droit à la Sécurité sociale ».
La sécu pour les “touristes” maghrébins... Quant au droit
d'asile, les Verts estiment que les accords de Schengen ne sont pas
encore assez “généreux” et qu'il faut abolir les
vérifications portant sur la véracité des
persécutions dont seraient menacés les demandeurs
d'asile. Renforçons la puissance de la pompe aspirante...
Lutte Ouvrière et la Ligue Communiste Révolutionnaire,
suivent, eux, le vieux rêve trotskiste internationaliste de
dilution du peuple européen. Leur programme est important, car
par un biais métapolitique et non pas électoral, il
inspire toutes les associations et lobbies immigrationnistes (Droit
Devant, Droit au Logement, SOS Racisme, Ras l'Front, SCALP, Sud, Ligue
des droits de l'homme, Mrap, Liera, etc.) dont la doctrine et les
revendications influent sur les gouvernements. Intéressant :
« Une Europe des droits égaux à commencer par le
droit de vote pour tous ceux qui y vivent, où tous les
sans-papiers doivent être régularisés ».
Autrement dit, l'appel d'air absolu pour le monde entier. Venez en
Europe, du Maroc, du Mali, du Sri-Lanka ou d'ailleurs. C'est comme au
jeu de la chaise musicale : si vous réussissez à entrer
(et c'est facile), vous serez inexpulsable, vous aurez la
citoyenneté et tous les avantages sociaux, automatiquement. L-O
et la LCR ont pourtant formulé de très bonnes
propositions pour la réaffectation des profits
spéculatifs aux investissements anti-chômage. Mais, en
matière d'immigration, leur anti-libéralisme s'effondre
comme par enchantement.
Le PC, toujours animé par son moteur intellectuel à gaz
pauvre, est paradoxalement en phase à 100% avec les
recommandations de la hiérarchie catholique : « Le droit
de vote de tous les étrangers résidents, l'abolition de
la double peine [ne pas expulser les étrangers
délinquants à leur sortie de prison], la
régularisation des sans-papiers qui en ont fait la demande, le
droit d'asile pour tous ceux qui le demandent. » Quel
internationalisme libéral... Non aux transferts de capitaux, oui
aux transferts humains.
Quant à l'UDF, au RPR et au RPF de Charles Pasqua, leurs
propositions et programmes sur l'immigration sont totalement
illisibles. C'est du salmigondis technocratique d'où il ressort
qu'il faut “maîtriser” le phénomène par de la
“concertation”. Ces gens-là ont été au pouvoir et
n'ont rien fait. Ou plutôt, la droite molle laisse faire notre
colonisation de peuplement, par paresse, par lassitude, par crainte
d'être accusée d'inhumanité ; la gauche folle
l'encourage par mauvais calcul politicien ou passion idéologique.
* * *
Les institutions de la fameuse "société civile", comme la
plupart des médias, suivent la même pente
immigrationniste. Ou les habituels collaborateurs
médiatisés comme le Pr. Schwartzenberg et Mgr. Gaillot.
Les actions spectaculaires en faveur des clandestins illégaux
(les “sans papiers”) le prouvent. Les associations “antiracistes” et
les pétitionnaires du milieu intellectuel et du showbiz, en
manifestant et en appelant à héberger des clandestins,
bravent sans cesse la loi, à peu de frais, en se sachant dans la
plus totale impunité (voir l'article 21 de la loi
Chevènement qui punit ceux qui se rendent coupables de
solidarité active avec les sans-papiers, loi jamais
appliquée). Libération ou Le Monde ne cessent de faire
leurs choux gras en dénonçant comme inhumaine la moindre
expulsion de clandestins, la moindre évacuation de locaux
illégalement occupés, avec comme sous-entendu : «
ce sont des mesures fascistes ». Les “collectifs de soutien aux
sans-papiers” se multiplient, comme jadis les “Comité Vietnam”
dans les lycées de mai 68.
Tous sont organisés par des Européens de souche et
mobilisent de braves petits Français saisis par le démon
de la charité xénophile.
Le 30 juin 1999, une centaine de manifestants, associatifs, politiques
et appartenant au milieu intellectuel ou du showbiz, manifestent devant
le ministère de la Justice, place Vendôme, à Paris,
qui jouxte l'hôtel Ritz. Pour savoir toute la
vérité sur la mort de Lady Di ? Vous n'y êtes pas.
Béatrice Bantman, dans Libération explique le lendemain :
« L'objectif était de se faire coffrer.
“Arrêtez-nous, monsieur, s'il-vous-plaît”
répétaient-ils aux policiers en faction. Le raisonnement
a sa logique : ceux qui, comme eux, aident, soutiennent,
hébergent des sans-papiers se rendent coupables du délit
de solidarité. » Bien entendu, personne ne sera
inquiété. Et d'ailleurs personne, parmi ces "militants"
n'a jamais hébergé ou aidé un “sans-papier”
africain ou maghrébin. Pas si bêtes.
Des “collectifs”, des “comités de soutien” se constituent, des
manifestations s'organisent (les “Saint-Bernard”, en 1998) dès
qu'il est question d'expulser un clandestin qui a su médiatiser
son cas. A tous les coups, la préfecture cède et renonce
à appliquer la loi. On “déroge”, on cède, devant
ces minorités actives qui bénéficient du soutien
de la presse. Les clandestins qui refusent d'embarquer dans les avions
de retour ou qui se rebellent sont relâchés au moindre
hurlement vertueux des journalistes.
Et puis, il y la technique, bien rodée, de la grève de la
faim pour les délinquants immigrés et étrangers
condamnés à l'expulsion, selon la loi. Les médias
s'emploient à faire pleurer dans les chaumières, les
pouvoirs publics s'inclinent et sursoient à exécution.
Moncef Kalfaoui, un trafiquant de drogue algérien, devait
être expulsé au terme de ses deux ans
d'incarcération. (“double peine”) Grève de la faim.
Grâce refusée par M. Chirac. Campagne, en riposte,
orchestrée par Libération (juin 1999). Épilogue :
comme il a eu trois enfants nés en France, nés
Français (droit du sol), l'administration renonce à
l'expulser, au déni de la loi. Il est vrai que le “rapport
Chanet” (mai 1999) demande aux pouvoirs publics « qu'on cesse
d'expulser les petits délinquants étrangers ayant de
réelles attaches en France ». Bref, qu'on n'applique pas
la loi. Ce qui est piquant pour un rapport parlementaire. L'application
de la loi sur la double peine est d'ailleurs, selon Libération,
« un véritable bannissement dont l'injustice
révolte la plupart des juristes ».
Il est vrai que dans notre République des Juges, l'opinion de
ces derniers, surtout s'ils sont affiliés au Syndicat de la
Magistrature, l'emporte sur la volonté du peuple. Et pourtant,
dans tous les pays du monde, la double peine est pratiquée,
conformément à la Charte de l'ONU.
Récemment, 200 “sans-papiers” turcs et chinois du
“Troisième Collectif” ont investi et occupé l'hôtel
de la Massa, à Paris, siège de la Société
des gens de Lettres. Objectif pas innocent. Ils savent que les intellos
sont viscéralement immigrationnistes. Écoutons le
commentaire de Libération, c'est un morceau de bravoure :
« Soutenue par des écrivains, des cinéastes, des
artistes, les fidèles Dan Franck, Valérie Lang, Emmanuel
Terray, Monique Chemillier-Cendreau et Léon Schwartzenberg,
l'occupation a commencé dans une charmante ambiance de
garden-party, exquisément courtoise. “Nous n'avons pas pour
habitude d'expulser les étrangers”, a précisé, au
milieu des frondaisons et des roses du jardin, Jacques Vigoureux,
membre du Conseil d'administration de la Société des gens
de Lettres » (10/06/1999). Une prose d'une telle bêtise,
une telle guimauve saint-sulpicienne, faut-il en rire ou en pleurer ?
Personne, dans cette gauche bien-pensante, caviar-garden party, dans
cette classe intello-médiatique privilégiée, dans
ce Tout-Paris du showbiz, ne songerait à manifester pour les
Français de souche en fin de droits de chômage, dans la
misère, eux, les seuls, les vrais exclus. Mais, pour les
“jeunes” dealers qui roulent en BMW et que la police a eu le tort de
placer en garde-à-vue 48 heures (offense aux droits de l'homme,
vous saisissez ?), pour l'installation illégale sur notre sol de
faux réfugiés sénégalais, de trafiquants
maliens sans contrats de travail ou de truands algériens
expulsés, tout le monde se mobilise. Ça fait chaud au
coeur d'aider nos frères dans la galère... Et puis, quel
passeport social et moral : être immigrationniste, c'est se voir
admis dans les cercles branchés de la nouvelle gauche
américano-libérale, dépourvue d'idées (tout
comme la droite) mais cuirassée de bonne conscience et
d'hypocrisie morale (à l'inverse de la droite) et, surtout,
distributrice de maintes prébendes.
Cette nouvelle gauche, convertie au capitalisme, défend
maintenant un socialisme virtuel et un immigrationnisme réel.
Dans ce cocktail, il est difficile - comme dans la formule du Coca-Cola
- de doser la part d'imbécillité, d'altruisme
halluciné, de snobisme antiraciste, d'ethnomasochisme et de
(mauvais) calcul politicien. Le sentiment qui domine chez ces
collaborateurs est, au fond, le même que chez les élites
romaines déclinantes du IIe siècle : la
lâcheté, la simple et vile lâcheté,
alliée à un
égoïsme indifférent envers leur peuple et ses
générations futures. Franchement, à tout prendre,
je préférais les vrais communistes.
* * *
Encore quelques exemples, pris en vrac, du militantisme des
collaborateurs. Se ralliant aux exhortations des évêques
qui, comme les Verts, consacrent 10% de leur temps à leur
ministère et 90% à l'immigrationnisme et à la
promotion de l'islam, le maire de Limeil-Brévannes
déclarait en novembre 1998 : « On ne réglera pas le
problème des sans-papiers avec des CRS. Une autorisation de
séjour ne vaut pas une vie ». Autrement dit : pas
d'expulsion, pas de titres de séjour provisoires, laissons-les
s'installer à vie chez nous, par humanisme et pour avoir la paix.
Précision : dans sa commune, des clandestins grévistes de
la faim qui avaient occupé la salle du conseil municipal se sont
vus évacués. Ils réinvestirent les lieux par la
force. Ce fut payant : on leur accorda des titres de séjour et
une hospitalisation gratuite. La “coordination nationale” qui regroupe
tous les défenseurs des clandestins, et qui prône des
régularisations massives, s'est exprimée en ces termes
après une expulsion de “sans-papiers” qui occupaient un local
administratif : « Le premier ministre a choisi la manière
forte contre des hommes et des femmes qui luttent pour la
dignité. » Quelle “dignité” ? Celle de s'installer
en France contre la volonté du législateur ? Quant au
MRAP, il annonçait, grandiloquent, pour faire pleurer le brave
franchouillard : « Nous attendions du gouvernement une
réponse humaine, politique, à ces malheureux qui ont mis
leur vie en péril. » Effectivement, ils risquaient de
mourir sous les balles des CRS ...
L'illusionnisme repose sur ce raisonnement faussé : laissons-les
entrer pour éviter l'explosion Nord-Sud. Alors que c'est en les
faisant entrer que nous aurons l'explosion chez nous. C'est un argument
de démissionnaires et de moineaux effrayés, qui repose
sur la transformation du “nous ne voulons rien faire” en l'excuse du
“nous ne pouvons rien faire”. C'est ainsi qu'après bien
d'autres, Robert Toubon, éditorialiste de la revue
Équilibres et Populations écrivait en 1996,
évoquant l'aggravation du déséquilibre Nord-Sud :
« Les pressions migratoires iront croissant à un niveau
tel qu'il sera impossible aux “riches” riverains du Nord-Ouest de
fermer réellement leurs frontières. Sauf à prendre
le risque de voir exploser la Cocotte-Minute qui bout dans le sud et
l'est de la Méditerranée. »
Autrement dit : cédons, ouvrons nos frontières pour
éviter une crise. Surtout pas de conflit, pas de litiges avec
les pays du Maghreb ! En aurions-nous peur ? En tous cas, les
Algériens, eux s'étaient battus pour s'opposer à
la colonisation française...
* * *
En tous cas, l'activisme du lobby immigrationniste, dont le but est
d'empêcher la loi - pourtant on ne peut plus laxiste - de
s'appliquer, a autant d'efficacité pour accentuer notre
colonisation ethnique que l'appel d'air des lois sociales
égalitaires. Quoi qu'il en soit, l'histoire retiendra que les
Européens - et notamment leurs bourgeoisies décadentes -
sont les premiers responsables de leur colonisation et de leur
submersion démographique. Les immigrés du Tiers monde,
que je considère comme l'ennemi principal, ont, de leur point de
vue, parfaitement raison de nous envahir. Ils remplissent un vide.
Aujourd'hui par la ruse, bientôt par la force. De même que
les Américains, sur le plan culturel et
géostratégique, remplissent le vide laissé par
l'absence des Européens. Des Bourguignons alliés des
Anglais au XVe siècle, jusqu'aux Verts d'aujourd'hui en passant
par la Deuxième Guerre mondiale, en France, l'occupation et la
collaboration marchent ensemble. Pour résoudre ce
problème, lorsque surgira le chaos à venir et qui ne
saurait tarder, il n'y aura pas d'autre solution, par un moyen ou par
un autre, que de réduire d'abord au silence les collaborateurs,
le lobby immigrationniste, qui sont la première cause, depuis
trente ans, de notre colonisation. L'ennemi-colonisateur est un ennemi
estimable. Il joue son jeu. Mais les collaborateurs qui jouent contre
leur camp, qui tirent dans leurs propres buts, ne méritent,
comme le pensait de Gaulle après l'empereur Dioclétien,
aucune merci. Delendi sunt.
FRAGILITÉ HUMANITAIRE DE L'OPINION FACE AUX CLANDESTINS
On croirait lire les ouvrages édifiants écrits au XIXe
siècle sur la martyrologie chrétienne. Les médias
multiplient les récits de malheureux clandestins noyés
dans le détroit de Gibraltar, brutalisés lors d'un
rapatriement en avion ou détenus trois jours “dans des
conditions inhumaines”, évidemment, dans les centres de
rétention avant d'être relâchés dans la
nature. Apitoyer l'opinion publique et la classe politique sur quelques
cas-limites afin de rendre légitime l'entrée des
“pauvres” clandestins, tel est l'objectif du chantage humanitaire des
médias de l'idéologie dominante. Et ça marche.
On monte en épingle, grâce au patient travail
d'attachés de presse des lobbies immigrationnistes, chaque mois,
trois ou quatre affaires emblématiques et émouvantes ;
les médias s'en emparent ; et distillent dans l'opinion la
double idée que 1°) les expulsions sont inhumaines 2°)
le refus des visas et des régularisations le sont aussi. Les cas
sont très divers : un clandestin molesté ou
décédé au cours d'une expulsion, des
“sans-papiers” en tragique grève de la faim, un jeune truand
père d'un enfant français qui, déchiré,
refuse son expulsion, etc. L'imagination dramaturgique du parti de la
colonisation est sans limite et d'une redoutable efficacité
larmoyante. C'est la cynique stratégie de la pitié. Dont
le but est d'effrayer les gouvernements à l'idée
d'appliquer des lois scélérates ...
* * *
En août 1999, deux collégiens guinéens, Yaguine
Koita, 14 ans, et Fode Tounkara, 15 ans, s'introduisent dans le
logement du train d'atterrissage d'un Airbus de la Sabena, vol
Konakry-Bamako-Bruxelles. Ils espéraient (à juste titre)
que s'ils arrivaient à bon port, personne n'oserait les
expulser. Évidemment, ces deux fugueurs, peu au fait des lois de
l'aéronautique d'altitude, meurent d'hypothermie et
d'insuffisance respiratoire (à 10 000 m., il fait - 50°C. et
la pression est de 250 tub.). Mais voilà : on retrouve sur le
cadavre de l'un d'entre eux, une lettre édifiante, une supplique
de deux pages, avec une faute d'orthographe par mot, où ils
adjurent, en raison de la “guerre” (il n'y a pas de guerre en
Guinée) et de la misère de leurs familles
(l'enquête démontrera qu'elles étaient modestes
mais nullement dans le besoin) « les Excellences et Messieurs
responsables d'Europe » de les accueillir et d'aider l'Afrique
dans son ensemble. La lettre est reproduite in extenso dans la presse
belge et française. 35
L'opinion craque ; un concert de larmes s'ensuit. Si ces deux “enfants”
(à 15 ans en Afrique, on n'est plus un “enfant”) sont morts,
c'est de notre faute évidemment, de notre refus d'accueillir
sans discuter tous les “pauvres” du continent noir. Le Figaro
(05/08/1999) relève : « La lettre, publiée par la
presse, suscite une émotion considérable en Belgique. La
révélation in extenso de la lettre dans la presse
francophone lui donne une dimension nationale. Elle intervient mois
d'un an après la mort d'une jeune Nigériane, Semira
Adamu, lors d'une tentative de reconduite à la frontière
par des gendarmes du royaume ». Le gouvernement belge se
réunit aussitôt en conseil restreint pour traiter de cette
affaire capitale. Une cérémonie funéraire est
organisée en grande pompe par le clergé ému. On
n'en fait pas autant pour les SDF qui meurent de froid et de faim dans
les rues de Bruxelles ou de Paris l'hiver. Le ministre des Affaires
étrangères, Louis Michel, lui aussi, bouleversé,
transmet à ses homologues de l'Union le message officiel
suivant, à propos de la fameuse "lettre" trouvée sur le
corps d'un des clandestins : « Nous ne pouvons laisser sans
réponse ce cri pour une vie meilleure. Nous devons rendre espoir
à l’Afrique. » Autrement dit : augmentons encore nos
prêts, nos aides de toutes sortes (en pure perte) à
l'Afrique et ouvrons encore plus grandes aux jeunes Africains les
portes de l'Union. Le gouvernement belge a officiellement transmis
à ses quatorze partenaires européens, ainsi qu'aux
institutions fédérales de l'Union, la lettre des deux
adolescents.
Dans la foulée, comme il fallait s'y attendre, les associations
dites anti-racistes wallonnes et françaises en ont
profité pour critiquer le contrôle trop strict des flux
migratoires (alors qu'il est dans l’UE le plus laxiste du monde entier)
et à dénoncer l'« Europe égoïste
» (alors que dans le trou sans fond de l'aide au Tiers monde,
l'Europe est la plus naïvement généreuse). Le Centre
national de coopération du développement s'est fendu d'un
communiqué émouvant, digne des mea culpa de la
hiérarchie catholique : « Deux enfants sont venus mourir
chez nous, tombés du ciel, avec un message adressé au
coeur de l'Europe, aux responsables du continent le plus riche et le
plus prospère de la planète. »
Notons d'abord que le continent le plus riche et le plus
prospère est l'Amérique du Nord et que, si notre
colonisation de peuplement par les Africains continue à ce
rythme, on ne donnera pas cher de notre prospérité.
Enfin, personne n'a osé suggérer que ce conte de
fée tragique était peut-être trop beau pour
être vrai ; ces deux adolescents, dont le responsable de leur
collège en Afrique a révélé au quotidien
guinéen Horoya qu'ils n'étaient plus scolarisés
depuis un an, ont bien pu être manipulés par un
provocateur qui aurait fabriqué la fameuse lettre, afin de
déstabiliser les fragiles et émotives opinions
européennes, ouvertes à toutes les culpabilisations.
C'est en tout cas l'opinion du ministre de l'Intérieur
guinéen.
Bref, la presse wallonne et française a consacré, pendant
plus d'une semaine, des colonnes entières à ce fait
divers, relayée par la RTBF, France 2 et la ZDF allemande, les
trois stations les plus immigrophiles de l'Union.
Le rapatriement des corps des deux garçons à Conakry
donna lieu à des scènes d'hystérie collective,
où les femmes se roulaient par terre en invoquant Allah. Le
ministre guinéen de la Fonction publique, Lamine Kamara, a
carrément suggéré que les Européens
étaient indirectement responsables de la mort de Yaguine et de
Fodé. Toujours cette bonne vieille culpabilisation ... C'est
parce que la politique européenne des visas est trop restrictive
qu'on pousse les Africains candidats au départ au
désespoir, a-t-il expliqué. Au cours d'une
conférence de presse, tenu le 7 août 1999, le ministre a
déclaré : « S'il avait obtenu un visa en bonne et
due forme, Yaguine n'aurait pas opté pour cette méthode
et ne serait pas mort aujourd'hui. » Autrement dit, pour beaucoup
de responsables africains, le discours est de forcer les portes de
l'Europe par chantage moral. C'est la colonisation par la
mendicité et l'apitoiement.
Cet esprit de mendicité et d'irresponsabilité, qui vise
à obliger les Européens à prendre en charge un
continent africain sous-capable (et pauvre malgré d'immenses
ressources naturelles), à l'assister financièrement,
à accueillir les surplus de son déversoir
démographique, est parfaitement résumé dans ce
passage de la “lettre” trouvée sur le corps d'un des deux
adolescents clandestins (les fautes orthographiques ont
été corrigées) : « Si vous voyez que nous
nous sacrifions et exposons notre vie, c'est parce qu'on souffre trop
en Afrique et qu'on a besoin de vous pour lutter contre la
pauvreté et mettre fin à la guerre. Ici, ce n'est pas
possible, rien ne peut aller. Si je reste, nous allons vivre malheureux
jusqu’à notre mort. »
Cette prose, feinte ou authentique, peu importe, a fait mouche dans les
chaumières, de Louvain à Toulouse. Le message est clair,
mais en même temps tragique ; il prouve l'incapacité des
Africains à se prendre en charge, il est lourd d'une sorte
d'autoracisme implicite : “Aidez-nous, assistez-nous, accueillez-nous
chez vous, nous sommes incapables sur notre continent de vivre dans la
paix et la prospérité”.
Les intellectuels africains, inspirés par leurs collègues
ethnomasochistes européens, arguent évidemment que les
malheurs de l'Afrique relèvent de la culpabilité et des
crimes du colonialisme et du néocolonialisme. Mais qui croit
encore à ce sophisme marxo-gauchiste, qui fait toujours les
choux-gras du Monde diplomatique ?
Le correspondant guinéen de l'AFP, Mouctar Bah, faxait, à
la suite de la mort des deux collégiens candidats à
l'émigration clandestine en Europe, une dépêche
où l'on pouvait lire : « Si l'on ouvrait les
frontières, la Guinée se viderait de la grande
majorité de ses jeunes. Ils viendraient tous en Europe. C'est un
sentiment largement répandu dans le pays. » Et dans une
centaine des pays du Tiers monde ...
La mort de Yaguine et Fodé, jeunes immigrants guinéens
clandestins, dans la soute du train d'atterrissage de l'Airbus de la
Sabena est un drame qui a « bouleversé l'Europe »,
comme l'a déclaré la présidente du parlement de
Strasbourg, Nicole Fontaine. Mais n'y a-t-il pas des bouleversements
sélectifs ?
* * *
Le 4 août 1998, une adolescente mineure se fit violer,
abominablement torturer puis tuer par deux jeunes Africains qui
l'avaient enlevée alors qu'elle sortait de la gare RER de
Créteil, et emmenée dans une cave. Puis, ils ont
uriné, symboliquement, sur son jeune corps martyrisé. Son
calvaire et son oraison funèbre se résumèrent
à dix lignes dans la rubrique “chiens écrasés” du
Parisien (05/08/1998). Elle n'était pas Guinéenne, mais
Polonaise. Elle s'appelait Angela P...
Pour moi, la mémoire d'Angela vaut mille fois plus que celle de
Fodé et de Yaguine.
CHAPITRE II L'EUROPE INCONSCIENTE
La construction européenne est un tâtonnement. Comme si
les Européens sentaient inconsciemment, dans les malheurs de
l'histoire, après deux guerres civiles meurtrières,
qu'ils doivent se regrouper pour survivre. Et ré adopter enfin
le modèle impérial-fédéral fondé sur
les pays d'attachement et l'ordre suprême, l'Aigle.
Mais malheureusement, à cette ligne dramaturgique souterraine
et, disons jungienne, se superpose des institutions et des
comportements politiques concrets très décevants. L'Union
européenne (qu'il faut soutenir, parce qu'il n'y a pas d'autre
choix possible, parce que le concept jacobin de Nation n'est qu'une
Ligne Maginot ridicule, parce que nous sommes le même Peuple)
succombe évidemment aussi aux erreurs, aux aveuglements de
l'idéologie dominante. Elle ne perçoit pas la menace,
elle n'a pas le sens de l'ennemi. Il ne faut pas en vouloir à la
Grande Patrie en construction d'avancer en somnambule, en aveugle. Il
faut simplement lui rappeler les menaces qu'elle ignore. Comme on
supplie une femme qu'on aime de ne pas devenir une prostituée.
LA MENACE DÉMOGRAPHIQUE ET GÉOPOLITIQUE DE L'AFRIQUE DU
NORD
A cette colonisation de peuplement, alimentée de
l'intérieur par la forte natalité des migrants, s'ajoute
une autre menace démographique qui ne pourra que renforcer
ladite colonisation et, éventuellement, donner lieu à des
événements dramatiques. Parlant de son pays, le
député grec Constantin Stephanilis, déclarait en
mai 1999 : « La Grèce réalise aujourd'hui qu'avec
sa faible démographie, elle sera au XXIe siècle un tout
petit pays de vieux et de riches entouré d'un océan de
jeunes et de pauvres. Dans 10 ans, les Grecs seront toujours 10
millions avec sans doute un niveau de vie occidental Mais les Turcs
seront devenus 80 millions. On aura 10 millions de riches
entourés par 100 millions de pauvres, à peu près
tous musulmans. C'est ça le vrai problème de la
Grèce d'aujourd'hui. »
Ce qui vaut pour la Grèce vaut aussi pour l'ensemble de
l'Europe, mais à plus grande échelle encore. Non
seulement nous sommes envahis de l'intérieur, mais nous sommes
entourés de pays jeunes et prolixes qui nous convoitent.
Là encore la démographie, seule science sociale exacte,
est imparable il naît chaque année, sur la rive sud de la
Méditerranée, plus d'enfants qu'en Europe.
Une poudrière géopolitique majeure est en train de
naître en Méditerranée. Cette région risque
de devenir, comme le Cachemire, le théâtre d'affrontements
susceptibles de conduire à une Troisième Guerre mondiale
et de susciter l'intervention des États-Unis. Une Europe
occidentale vieillissante, à la natalité autochtone
faible, sans renouvellement des générations
européennes, en proie à la présence massive sur
son sol de masses musulmanes qui, elles, renouvellent et enrichissent
leurs générations (par nouvelles arrivées et par
natalité interne) fera face, à une heure d'avion, de
l'autre côté de la Méditerranée, à
des pays arabo-musulmans pauvres, jeunes, toujours en essor
démographique et bénéficiant en Europe
d'importantes têtes-de-pont. C'est l'addition du salpêtre
et du souffre. Cette équation à deux degrés ne
sera certainement pas égale à zéro, comme on veut
nous le faire croire. Elle ne débouchera pas sur une
“coopération politique et économique accrue”, comme 38
les partis politique se l'imaginent. Elle ne peut déboucher que
sur la crise, le conflit, la guerre.
L'Histoire avance en zigzag et nul, cinq ans avant, n'avait
prévu l'effondrement du communisme, la chute du Mur, la
réunification allemande, l'éclatement de la
Tchécoslovaquie et de la Yougoslavie, le nouveau conflit
balkanique et l'agression des USA sous couvert d'OTAN contre la Serbie.
C'est pourquoi, écarter d'emblée l'hypothèse
à moyen terme d'un conflit grave et ouvert entre l'Europe et des
pays musulmans agresseurs relève de la cécité
historique pour ne pas dire plus.
Des pays jeunes et pauvres, complexés envers les
Européens, armés du ressentiment de la colonisation
toujours très vivace, sont structurellement les ennemis de
l'Europe ; ils se sentent et s'investissent comme tels, même
s'ils ne le formulent pas encore par tactique, afin de
bénéficier tant qu'ils le peuvent de ses innombrables
mannes financières. Les Européens, eux, dindons de la
farce, se veulent les grands amis des pays arabo-musulmans, dont les
ressortissants les colonisent. N'oublions pas que le défunt
président algérien Houari Boumedienne, dont le ministre
des Affaires étrangères, Bouteflika, est l'actuel chef
d'État algérien, avait ouvertement formulé
l'idée que les pays arabo-musulmans devaient à leur tour
coloniser l'Europe et notamment la France, après avoir
expulsé les colonisateurs européens.
Cette colonisation se produit “par le bas” ; elle est fondée sur
l'apport démographique et non pas sur la domination politique et
militaire. Comme nous l'avons vu plus haut, elle est “douce” et se veut
dans un premier temps, non-violente. Mais, dans un deuxième
temps, cette colonisation peut devenir dure et les masses
arabo-musulmanes pourront demander l'aide, en cas de guerre civile
ethnique en Europe, à leurs mère-patries qu'ils n'ont pas
oubliées.
LA POSSIBILITÉ D'UN CONDOMINIUM AMÉRICANO-ISLAMIQUE SUR
L'EUROPE
Notre colonisation sert les intérêts américains.
Les États-Unis, qui sont le “principal adversaire” de l'Europe
alors que le Sud et l'islam en sont les “ennemis principaux”, jouent
évidemment à fond la carte de la colonisation de
peuplement et de l'islamisation de notre continent. Depuis longtemps,
la stratégie américaine très pertinente de leur
point de vue, a été d'évacuer les Européens
d'Afrique et d'Asie pour y prendre leur place et d'encourager la
naissance d'un kaléidoscope ethnique afro-asiatique en Europe.
Pendant la guerre d'Algérie, les USA soutenaient le FLN. En
Afrique francophone, comme récemment au Zaïre, ils ont
combattu, même militairement, la présence française
et belge. Afin de s'approprier le sous-sol minier et l'uranium. En
Afrique noire, ils financent et encouragent le recul de la
francophonie. En Algérie, ils ont soutenu la politique
d'arabisation qui vise à éliminer le Français et
à instaurer l'Anglais comme première langue
étrangère. Aidés par leurs complices anglais, ils
ont persuadé tous les gouvernements algériens successifs
d'accorder aux Anglo-saxons le monopole des exploitations
pétrolières et gazières du Sahara. Jamais les
terroristes islamiques n'ont inquiété les
sociétés et les ressortissants américains
présents en Algérie. En Afghanistan, la CIA a armé
les islamistes contre les Russes.
Bien sûr, il y a des tensions entre l'islam et les USA. Les
affaires d'Iran le démontrent. Mais globalement,
l'Amérique joue la carte de l'islam pour affaiblir l'Europe et
l'islam celle de l'Amérique dans le même dessein. C'est la
stratégie des larrons en foire, des compétiteurs qui
s'unissent par en dessous contre un adversaire commun, ce qu'on appelle
la “coopétition” (coopération-compétition).
L'Islam a intérêt à la bienveillance
américaine pour coloniser l'Europe. L'Amérique encourage
son protégé fondamentaliste, l'Arabie saoudite, à
financer des mosquées et des associations en Europe grâce
aux royalties pétrolières (mais c'est interdit en
Amérique !). La guerre du Kosovo est un véritable cas
d'école. L'objectif géopolitique américain
était double aider à l'implantation en Europe de deux
États islamiques, la Bosnie et le Kosovo. Et consacrer une
mésentente et un ressentiment entre Européens de l'ouest
(asservis à l'Otan et compromis dans les bombardements de la
Serbie) et Slaves orthodoxes. De manière à empêcher
la naissance d'une Grande Europe, cauchemar géopolitique pour
l'Amérique thalassocratique.
Jadis, comme je l'avais formulé, l'Europe divisée et
occupée était aux prises avec le “condominium
américano-soviétique”. Demain, ce peut être pire !
Nous verrons peut-être le condominium américano-islamique.
Comme le craint à juste titre Alexandre del Valle dans son
remarquable essai Islamisme et États-Unis, une alliance contre
l'Europe (Éditions L'Age d'Homme), l'intérêt de
l'Amérique est une islamisation de l'Europe, une présence
afro-maghrébine et asiatique de plus en plus forte sur notre
continent. Une Europe péninsulaire otanisée,
islamisée et séparée des Slaves et des Russes,
n'est-ce pas la meilleure manière pour les USA d'enchaîner
Gulliver, de paralyser le géant ?
De plus, il n'est pas négligeable pour les stratèges
économiques américains de savoir que l'immigration
massive est un boulet qui alourdit notre dynamisme économique.
La colonisation de peuplement de l'Europe par le Tiers monde sert les
intérêts économiques américains, au
même titre que le laxisme libre-échangiste de la
Commission de Bruxelles.
Dans l'hypothèse d'un conflit entre l'Europe et des pays
arabomusulmans, dont une guerre civile ethnique en Europe serait le
prétexte, les Américains s'empresseraient d'intervenir en
“médiateurs”, donc en prescripteurs. Imaginons une guerre
ethnique en Provence dans une dizaine d'années, ce qui n'est pas
impossible, étant donné qu'elle commence
déjà de manière rampante, comme dans d'autres
régions de l'Hexagone. L'histoire ne se répète pas
exactement de la même manière, mais il est très
possible que les États-Unis “s'interposeraient” comme ils l'ont
fait en Serbie. Pour “ramener la paix”, évidemment. Le
condominium américano-islamique tomberait alors comme une chape
de plomb, comme une longue nuit sur la France et l'Europe.
LE PROJET DÉLIRANT ET SUICIDAIRE D'UNIR LE MAGHREB A L'UNION
EUROPÉENNE
Pour parfaire et intensifier encore la colonisation de l'Europe et les
menaces mortelles qu'elle induit, on ressasse à l'envi depuis
une quinzaine d'années l'idée absurde d'y faire entrer
deux pays musulmans qui, ni d'ethnies, ni de traditions, ne sont
européens : le Maroc et la Turquie. De puissants lobbies
immigrationnistes relaient cette idée, soutenus
évidemment par les Turcs et les Marocains.
Ces deux pays y ont tout intérêt : ils en retireraient une
fontaine financière considérable, en plus que ce qu'ils
reçoivent déjà, pourraient nous submerger de
produits à bas prix et, surtout, verraient leurs ressortissants
et leurs surplus démographiques pouvoir s'installer librement en
Europe, comme un Français ou un Hollandais en Belgique. Une
partie de la classe politique est réticente. Mais n'osant pas
appeler un chat un chat, elle craint d'évoquer pour
réfuter le projet, l'argument de l'islam ou de la
différence de civilisation ou encore de l'immigration accrue
dans des proportions explosives. Pour le Maroc, on parle de structures
économiques encore inadaptées , pour la Turquie
d’“insuffisance de la démocratie”. Mais on n'écarte pas
totalement l'hypothèse de cette union contre-nature ...
Au Maroc, le plus ferme soutien de ce projet fou est le récent
roi Mohamed VI, qui a fait une thèse à Nice sur la
coopération Maroc-UE et un stage, parrainé par Jacques
Delors, à la Commission de Bruxelles. Plus significatif : un
récent numéro de la revue politique Panoramiques, qui
dépend de l'hebdomadaire Marianne a sorti un dossier
intitulé « Marier le Maghreb à l'Union
européenne ? ». Des “signatures” y écrivent Mohamed
VI, Michel Jobert, Jean Daniel, Sami Naïr, et une pléthore
T d’“intellectuels” maghrébins immigrés,
évidemment très intéressés par cette
perspective. La revue précise : « associer 70 millions de
Maghrébins à 350 millions d'Européens. Et si on
faisait reverdir le Sahara ? ». On ne voit pas en quoi cela
ferait “reverdir le Sahara”, ni avec quoi on financerait ce projet
dément et inutile.
Une Union du Maghreb à l'UE aurait pour nous des
conséquences bien plus graves encore que l'immigration actuelle.
Ses partisans affirment qu'elle limiterait des flux migratoires en
créant des millions d'emplois au Maghreb. Vue de l'esprit.
Aucune entreprise européenne n'ira plus qu'aujourd'hui investir
dans cette zone de faible niveau économique et à la
main-d'oeuvre sans qualification. Un ancrage du Maghreb (Maroc,
Algérie, Tunisie) dans l'Union ferait exploser cette
dernière, du fait des problèmes d'instabilité
politique et de mésentente chronique qu'il créerait. Les
finances des pays européens seraient écrasées
parle poids des aides à verser par solidarité à
ces trois pays, sans compter à la Turquie. On dit “les
ressources minières et touristiques du Maghreb sont immenses,
nous pourrions les développer”. Celles de l'Europe de l'est et
de la Russie sont encore plus considérables, tournons-nous
plutôt vers elles. Et nous déve-loppons
déjà, sans résultat mirifique, les ressources du
Maroc et de la Tunisie ...
D'autre part, l'alignement des systèmes fiscaux et sociaux du
Maghreb sur ceux de l’UE est impossible sans désastre
économique, surtout depuis la création de l'Euro. Enfin,
du fait du différentiel démographique et de la
règle de la libre circulation des personnes, la colonisation des
Maghrébins en Europe s'en verrait décuplée. Et
cette fois-ci, sans voie de retour possible. Le Maghreb n'a rien
à amener à l'Europe, aucun avantage économique ou
géopolitique. Un tel mariage serait s'unir avec un ensemble
parasitaire. J'ai conscience, en disant cela que je me démarque
de mes positions d'il y a une dizaine d'année où je
prônais l’“union euro-arabe”, comme évidemment de celles
de l'actuelle Nouvelle droite qui en est restée à ce
programme anachronique.
Mais cette idée parfaitement anti-européenne fait son
chemin dans certains esprits. On va commencer par essayer de passer des
“accords de coopération renforcée”, dits d’“association”.
Et puis on essaiera d'aller plus loin. C'est du suicide. Ce serait la
voie du paupérisme et de la colonisation
irrémédiable. Ceux qui doivent se frotter les mains, ce
sont les Américains : que le Maghreb s'ancre à l'Europe,
comme islamiser cette dernière, comme la couper en deux entre
“Slaves” et “Occidentaux”, quelle bonne aubaine pour marginaliser son
principal rival. Les pseudo-élites européennes tissent la
corde qui servira à les pendre et, selon le mot du poète
indien Ibaagamantha (1456-1540) « laissent ouvertes leurs
cassettes d'or et leur épouses sans protection ».
LE SORT DE LA FRANCE NE RÉVEILLE PAS LES AUTRES EUROPÉENS
L'Allemagne vit encore sous le régime du droit du sang, qui,
conformément au droit germanique, accorde, par simple bon sens,
la nationalité en fonction de celle des parents. Comme c'est le
cas dans plus de la moitié des pays du monde. Fascinée et
complexée par l'idéologie de la République
française et de l'Amérique (la même), elle
s'apprête à amoindrir puis à abandonner ce droit du
sang, selon la logique suicidaire qui habite toutes les classes
politiques européennes sur la question de l'immigration. Sur
injonction des Verts, évidemment.
Pourtant, malgré le maintien de ce droit du sang et la
difficulté qui s'ensuit de se faire naturaliser allemand,
quelques gouvernants d'outre-Rhin ont tiré la sonnette d'alarme
devant l'ampleur des flux migratoires. Avec un franc-parler que n'osent
pas avoir leurs collègues français ou belges,
ligotés par leurs clichés et leurs fantasmes antiracistes.
Le ministre socialiste de l'Intérieur (SPD), Otto Schily a
repris en novembre 1998 la formule de son prédécesseur
chrétien-démocrate (CDU), Manfred Kanther, à
propos de l'immigration : « Le navire est plein à ras
bord, un peu plus, il coulerait ». C'est peut-être le
spectacle du voisin français qui, lui, est en train de couler,
qui a inspiré cette remarque de bon sens. M. Shily
déclarait au quotidien berlinois Tagesspiegel (14/11/1998) :
« La limite du supportable pour l'Allemagne en matière
d'immigration est atteinte ». Il ajoutait que cela ne changerait
rien de voter une loi sur l'immigration, autorisant des quotas, car le
quota d'accueil d'étrangers devrait être ramené
« à zéro ». Jamais un socialiste
français n'oserait proférer une vérité
aussi incorrecte. Et pourtant la République
fédérale souffre beaucoup moins que la France de
l'immigration. Les populations qu'elle accueille, qui, en
majorité, ne sont pas afro-maghrébines, sont à la
fois plus intégrées et infiniment moins
criminogènes que les Beurs-Blacks de France. Ce qui prouve bien
que ce n'est pas le fait d'être étranger juridiquement qui
rend l'immigré inassimilable, c'est son appartenance ethnique.
Les Turcs d'Allemagne, qui sont étrangers, posent beaucoup moins
de problèmes et coûtent beaucoup moins cher au peuple
allemand que les Afro-maghrébins à la nation
française, et pourtant ces derniers sont majoritairement de
nationalité française !
Mais contre le déferlement, les barrières allemandes sont
faibles, même si M. Shily essaie de résister avec son
programme courageux d'immigration-zéro. Tout d'abord, le taux de
natalité des étrangers extra-européens est plus du
double de celui des Allemands de souche qui, comme les Italiens,
connaissent les taux les plus bas de toute l'histoire européenne
depuis le IIIe siècle. Ensuite, au sein du SPD, beaucoup font
pression pour que la RFA adopte une politique de quotas en fonction des
nationalités. Enfin les Verts militent pour l'ouverture totale
des frontières et les médias leur sont acquis.
Quoi qu'il en soit, l'Allemagne, elle aussi, en est au début de
sa colonisation de peuplement. Officiellement, les étrangers y
étaient 7,4 millions en 1998 (8,95% de la population), sans
compter les non-recensés et les clandestins. Comme en France et
en Belgique, les allogènes sont plus jeunes et plus prolixes que
les autochtones. Même sans flux d'entrées, leur population
croît tandis que celle des Européens de souche, par
vieillissement et dénatalité, décroît.
D'autant que le nombre de demandeurs d'asile étrangers à
l'administration fédérale est de 100 000 par an ...
* * *
Les autorités espagnoles vivent elles aussi dans le plus parfait
aveuglement. Pays d'émigration, jusqu'ici relativement
épargné, l'Espagne connaît un afflux
accéléré d'allogènes qui franchissent
clandestinement ou non le détroit de Gibraltar en provenance
d'Afrique. 165 000 Afro-maghrébins réguliers en Espagne
en 1975 et déjà 700 000 aujourd'hui, selon les sources
officielles, c'est-à-dire très sous-estimées. Sans
compter 100 000 “sans-papiers” venus d'Amérique latine et 150
000 en provenance d'Afrique. L'Espagne commence à vivre le sort
de la France avec 15 à 20 ans de retard. Mais en prend-elle
conscience ?
Au lieu de réagir quand il en est encore temps contre cet afflux
qui provoque un désastre en France, le gouvernement espagnol -
pourtant de droite - succombe à l'humanitarisme et encourage le
phénomène. Ramon Luis Acuna écrit,
désabusé : « L'augmentation du nombre des
immigrés commence à préoccuper la population mais
le gouvernement n'a pas encore réagi par la contrainte. Au
contraire, un projet de loi propose une politique d'immigration
d'orientation très libérale. » (Le Figaro,
21/08/1999)
Le texte est d'un laxisme irresponsable : les étrangers
résidant en Espagne pourront voter aux municipales, se
syndiquer, accéder à la Sécurité sociale,
bénéficier du droit de grève, des allocations de
logement et ... du regroupement familial ! Les clandestins obtiendront
un permis de résidence (donc aussi tous les droits
précités) s'ils prouvent leur présence en Espagne
depuis 2 ans. Et, immédiatement, s'ils dénoncent les
“passeurs” à la police.
Toutes ces mesures suicidaires vont créer en Espagne un
formidable appel d'air ; les clandestins seront de plus en plus
certains de trouver sur place des communautés constituées
et déjà installées qui les aideront à
survivre. Et, avec l’“espace Shengen”, à circuler dans toute
l'Europe.
Aucun parti politique espagnol, tous frappés de
cécité, ne préconise la limitation de
l'immigration. Celle-ci verra ses effets démultipliés du
fait de l'effondrement de la natalité des Ibériques. Ce
“peuple fier et libre” succombe comme ses voisins à
l'humanitarisme dominant, au désarmement moral, à
l'effondrement de la conscience ethnique (dont j'expliquerai plus loin
les causes morales et idéologiques).
L'Espagne, comme l'Italie, suit le sombre chemin de la France sans
tirer aucune leçon du sort de cette dernière. Et c'est,
d'après Raymon Luis Acuna précité, l'apitoiement
devant les noyades de clandestins qui franchissent Gibraltar (1000 en 5
ans) sur les pateras de fortune, ainsi que la pression des
organisations antiracistes, qui ont conduit les gouvernants de droite
à cette politique de démission et de fausse paix sociale.
Car, comme toujours, les élites politico-intellectuelles n'ont
cure des intérêts de la population. Les instituts
d'opinion dressent le tableau idyllique d'un pays où 95% de la
population serait anti-raciste et favorable à l'accueil des
étrangers. Pourtant, les incidents graves se multiplient, comme
à Tarasa, près de Barcelone, où, en juillet 1999,
on assista à une semaine d'affrontements entre Marocains et
Catalans. La presse a crié au scandale après l'incendie
d'une mosquée. SOS Racisme a relevé une poussée de
la xénophobie populaire depuis 1998, dans le silence de la
presse. Dans la population un mot d'ordre commence à circuler :
« Pas de Maures chez nous ».
Qu'en retenir ? Comme en France, comme en Italie, aux Pays-Bas, en
Belgique, le gouvernement et les médias sont plus
préoccupés de lutter contre ce qu'ils appellent le
“racisme”, mais qui n'est que de l'auto-défense, que de
protéger leur propre peuple contre la colonisation ethnique.
L'humanitarisme aveugle a détruit, comme un virus, tous les
réflexes de défense.
Les politiciens espagnols, comme leurs homologues européens,
porteront une lourde responsabilité devant les
générations futures. Ils aident objectivement leurs
envahisseurs, n'ayant retenu aucune leçon de leur propre
histoire. Ils sont, surtout à droite, soutenus par des
médias aussi ignorants, aussi irresponsables qu'eux, dont le mot
d'ordre rassurant « ne dramatisons pas » débouchera
pourtant sur un drame dont ils ne mesurent pas l'ampleur. La
“kosovarisation” de l'Europe est commencée.
CONTRE LES NATIONALISMES EUROPÉENS, POUR LE NATIONALISME
EUROPÉEN
Les idéologies nationalistes-xénophobes, apparues au XIXe
siècle, portent une responsabilité écrasante dans
les deux guerres mondiales et l'abaissement historique de l'Europe.
Partout, de la France à la Pologne, de l'Allemagne à la
Grande-Bretagne, de la Russie aux Balkans, elles ont été
et sont toujours le moteur de l'affrontement des Européens entre
eux, et donc de leur affaiblissement global face au reste du monde.
Un des premiers à avoir distillé ce funeste nationalisme
intra-européen fut le linguiste prussien Johann Gottfried
Herder, à la fin du XVIIIe siècle, qui s'insurgeait
contre le français pratiqué par les élites
européennes et qui inventa le concept douteux du Sprache und
Boden (“langue et sol”), selon lequel chaque “peuple” ne devait parler
que “sa” langue. Ce nationalisme linguistique allemand fut le virus qui
empoisonna toute l'Europe, associé bien entendu au
cosmopolitisme jacobin français et à
l'impérialisme ultramarin britannique.
Au XIXe siècle, où les États-Nations
européens se formèrent sur le modèle de la France
révolutionnaire, l'idée s'installa que chaque
État-Nation devait avoir sa langue exclusive. Ce qui incita la
République française à interdire, dans ses
colonies comme dans ses provinces intérieures, l'usage des
langues populaires au profit du seul français.
A l'inverse même de l'idée d'Empire, dans laquelle les
identités s'imbriquent de manière inégale, on se
mit à envisager l'Europe comme une juxtaposition de nations
mécaniquement cloisonnées ou la langue et à la
culture d'un peuple, homogènes, s'arrêtaient net à
la frontière douanière.
Chaque État-Nation se mit à reconstruire son passé
et son histoire de manière mythologique. L'écrivain
Bernard Comment expliquait dans Libération (12/05/1999) :
« On déterre alors de vieilles légendes, on bricole
une culture médiévale (le néogothique allemand,
etc.), on réveille ou tout simplement invente tout un folklore
national, pour mieux s'arc-bouter sur des mythes originaires.
Allègrement, on passe ainsi d'une conscience historique à
une appartenance mythique. [...] En 1989, les commémorations
allaient bon train. La France célébrait en grande pompe
le bicentenaire de sa Révolution, sans vouloir toujours y
intégrer ce qui a pourtant constitué cette
dernière en modèle paradigmatique, à savoir la
Terreur. Les États-Nations opèrent toujours un tri dans
l'histoire ».
La France, pourtant universaliste et cosmopolite, s'inventa un
passé celtique, gaulois, anti-germanique, en opposant ses
Lumières et sa finesse d'esprit à la prétendu
barbarie tribale des peuples d'outre-Rhin. L'État allemand, sous
ses régimes successifs, entendit se “déromaniser” et
construisit de toutes pièces une mythologie allemande faite d'un
invraisemblable bric-à-brac de Saint-Empire germanique
médiéval et de légendes nordiques. L'État
italien se découvrit d'un coup l'héritier des
Césars. L'État belge s'inventa toutes sortes de
légitimités ridicules. Etc. Ce qui est frappant, c'est
que tous ces micro-nationalismes sont tous anti-européens. Ils
sont dirigés contre les peuples-frères voisins. Les pires
ennemis des nationalistes flamands, ce sont les Wallons, qui, d'un
point de vue biologique et culturel, sont extrêmement proches
d'eux. L'idéologie qui anime le mouvement de la Padanie, en
Italie du Nord, est essentiellement dirigée contre les Romains
et les Italiens du sud. En Irlande du Nord, en Catalogne, au Pays
basque, en Europe centrale et dans les Balkans, ce sont les mêmes
animosités qui opposent des Européens entre eux.
L'enracinement dans une identité régionale doit
être un renforcement du sentiment d'appartenance
européenne et non pas le recouvrement d'un micro-nationalisme.
Il est encourageant que plusieurs indépendantistes corses,
bretons, lombards et flamands l'aient compris, en concevant leur future
indépendance, leur future liberté dans le cadre
fédéral et impérial.
C'est le nationalisme français qui, de 1914 à 1918, a
provoqué l'ultime désastre : des troupes coloniales,
venues d'Afrique et d'Asie - bientôt appuyée par
l'armée américaine - sont venues combattre d'autres
Européens, contre lesquels la France était
engagée. Au yeux du monde, 1a solidarité ethnique de
l'Europe n'existait plus. François Ier avait déjà
commis la même bévue, en s'alliant avec les Ottomans
contre l'Autriche.
Le rêve colonial français formulé dans les
années trente, d'une France de 100 millions d'habitants - et
abandonnant nécessairement sa composition anthropologique
européenne -, afin de faire pièce à l'Allemagne,
constitue une autre cause de fragilisation de l'identité
européenne face au reste du monde.
La colonisation actuelle de l'Europe par le Tiers monde n'est que la
conséquence, historiquement logique, du colonialisme
européen du siècle dernier. La doctrine colonialiste et
“civilisatrice” française du XIXe siècle, qui visait
stupidement à renforcer le nationalisme français face
à ses voisins européens, en leur préférant
des peuples d'outre-mer, nous en payons aujourd'hui les
conséquences.
CHAPITRE III L'UTOPIE COMMUNAUTARISTE ET
MULTIETHNIQUE
Pour résoudre les insurmontables problèmes de
l'immigration, deux utopies s'affrontent sur les décombres de
l'idéologie républicaniste égalitaire : celle du
communautarisme et celle de l'intégration-assimilation, qui
déchirent totalement, selon de nouveaux clivages, la gauche et
la droite et la classe politico-intello-médiatique.
Quand l'idéologie égalitaire constate que ses principes
ne fonctionnent pas, elle biaise et tente d'en changer, même si
les nouveaux principes adoptés contredisent totalement
l'égalitarisme lui-même. Voyant l'échec de
l'intégration-assimilation, on est passé au
“communautarisme” qui peut se définir comme une
intégration sans assimilation, selon la logique bâtarde
d'un apartheid qui n'ose pas dire son nom. Il s'agit de la croyance en
la cohabitation possible de groupes ethniques et culturels identitaires
différents - quel que soit leur éloignement biologique,
religieux, historique etc.- au sein d'un même État, d'une
même unité politique. Par une sorte de grand écart
périlleux, les immigrés et leurs descendants resteraient
à la fois intégrés dans leurs traditions, leurs
cultures, mais seraient tout de même aussi “Français”,
attachés au pacte social républicain.
Cette doctrine qu'on nous présente comme nouvelle, comme une
solution miracle est en réalité une vieille lune : dans
les années soixante aux États-Unis, après
l'échec patent du melting pot, les intellectuels de la
côte est ont inventé ce néologisme à gaz
pauvre de “communautarisme”, repris aujourd'hui par les intellectuels
français affolés par l'immigration de masse.
Aux États-Unis, qui est une société plus qu'une
nation, ça marche à peu près du fait de
l'immensité territoriale. Les frictions ethniques sont
gérables. Et surtout, il n'y a pas là bas de
présence conquérante de l'islam. Il en va tout autrement
en Europe.
Le communautarisme ne peut pas fonctionner, pas plus que
l'intégration-assimilation. La position que je défends
est la suivante : la cohabitation sur le territoire de la même
unité politique de populations ethniquement et culturellement
éloignées n'aboutit, à long terme à aucune
civilisation féconde, ne débouche que sur des conflits
endémiques et paralysants et détruit la notion même
de peuple. Le communautarisme est la ruse de l'universalisme pour
détruire le peuple européen.
Du côté du communautarisme : mots d'ordre de
multiethnicité, de “double appartenance”, d'ethnopluralisme, de
“société multiculturelle”. ,Du côté de
l'intégrationnisme : mots d'ordre contre le foulard islamique,
de valeurs républicaines sous perfusion.
Les deux tendances se trompent lourdement. La solution est une
troisième voie : la société monoethnique, dans
laquelle l'intégration va de soi puisqu'elle se fonde sur un
héritage ethno-culturel commun : l'appartenance à la
famille européenne.
COMMUNAUTARISME OU ASSIMILATION ? LES CAFOUILLAGES DE
L'IDÉOLOGIE DOMINANTE
Ivan Rioufol, dans Le Figaro (01/04/1999) écrivait : «
Pour justifier la guerre contre la Serbie, Alain Richard, ministre de
la Défense, a dit “Nous avons vocation, partout en Europe
à avoir des États multiethniques qui tolèrent les
minorités” ». Remarquant que le gouvernement de gauche ne
veut pas maîtriser l'immigration, il le 46
soupçonne de « préparer l'opinion au fait que la
France va devenir un de ces États multiethniques »,
annoncé comme une évidence par Alain Richard. Il ajoute :
« la politique d'intégration, cet étendard
républicain, risque dans ce dernier cas d'appa-raître bien
théorique. Jusqu'à présent, les discours officiels
ont toujours affiché une extrême réticence face au
communautarisme. Jacques Chirac a régulièrement
affirmé que “notre pays ne sera jamais l'addition de
communautés juxtaposées”. On pensait dès lors
avoir compris que la multiethnicité, c'est-à-dire la
reconnaissance pleine et entière des minorités,
n'était pas souhaitable pour l'unité de la
République. Ce qui paraissait une évidence devient moins
lisible ».
* * *
Personne n'a retenu la leçon de l'ex-Yougoslavie et surtout du
Kosovo, où nous vivons en direct l'échec total du
communautarisme et du multiculturalisme. Et ce, alors que la
proximité entre Serbes, Croates et Albanais était plus
importante que celle qui sépare les Européens de l'ouest
des Africains et Maghrébins qui s’installent ... Le paradoxe
total de la politique menée par l'Occident au Kosovo est le
suivant : la société multiethnique, c'est bon pour nous,
même si ça ne marche pas chez eux.
Le piège est total. Jamais aucune contradiction
idéologique n'aura été si forte. La confusion est
complète entre des concepts flous qui s'agitent, comme des
homards moribonds dans un vivier de poissonnier : assimilation,
intégration, identité, communautarisme, etc. Gauche et
droite communient dans un délire commun : les immigrés
doivent être assimilés et intégrés, mais en
même temps conserver leur identité et leur droit à
la différence. Pas de ghetto, pas d'exclusion, pas de
ségrégation ! Mais pas non plus d'assimilation
déculturante. Qu'ils gardent leur culture mais deviennent
“Français”. L'idéologie dominante, devenue
schizophrène, pratique l'alliance de la carpe et du lapin.
L'immigré doit à la fois conserver ses racines et devenir
Français. C'est parfaitement conforme avec l'idéologie
égalitaire et utopique de la république, mais
parfaitement inapplicable. dans les faits. Un homme ne peut pas avoir
une double identité. On en fait un métis
schizophrène. Car tout le monde a négligé les
faits ethniques, raciaux, religieux et culturels qui forment le fonds
de la vie des peuples. Le concept de “Français”, purement
juridique et politique, s'avère le fruit d'un quiproquo
historique.
Les immigrés parfaitement intégrés et
assimilés ? Évidemment, ils existent. Sur les marges. Ce
n'est qu'une minorité, chez les femmes surtout. Et leur
intégration se fait majoritairement au bas de l'échelle.
En dépit de tous les efforts et de tous les trucages, les
membres des professions à forte valeur ajoutée issus de
l'immigration afro-maghrégine, même au bout de la
troisième génération, ce qui n'est pas le cas des
migrants asiatiques ou est-européens. La faute au racisme ? La
cause doit être bien différente et relever d'une
vérité politiquement incorrecte. Elle est la même
aux États-Unis ou au Brésil.
CRITIQUE DES POSITIONS DE L'ACTUELLE NOUVELLE DROITE
La question ethnique en Europe, celle de l'immigration de masse et de
la société multiraciale et multiculturelle, celle de
l'expansion de l'islam sur notre sol sont devenus le problème
central, beaucoup plus pressant que l'américanisation des moeurs,
que notre défaillance stratégique et géopolitique,
et même que notre système économique aberrant -
à la fois ultralibre-échangiste et socialo-corporatiste
-, ou que le chômage ou encore que les dégradations de
l'écosystème. Pourquoi ? Parce que les dommages
culturels, économiques, écologiques sont
réparables ; parce qu'on peut redresser une mauvaise situation
géostratégique ; parce qu'on peut se libérer de la
tutelle globale de l'Oncle Sam ; mais que l'atteinte à
l'identité biologique et à l'unité ethnique
touchent à l'essentiel et sont plus difficilement
réparables.
Pour faire bref, nous dirons que la question ethnique et celle du
déclin démographique européen sont les plus
urgentes et les plus importantes. C'est pourquoi je déplore avec
stupéfaction que, dans sa ligne idéologique officielle et
ses médias, la Nouvelle droite, qui devrait être le
courant de pensée moteur dans la défense et l'affirmation
de l'identité et de la puissance européenne, ne prenne
pas des positions clairement natalistes et surtout, sur la question
ethnique, défende par “réalisme” des thèses
communautaristes, celles de l'acceptation fataliste des masses
allogènes, par-faitement contraires à l'objectif
visé, c'est-à-dire la continuation dans l'Histoire du
Peuple européen.
* * *
La revue Éléments, dans
son n°91
de mars 1998,
présente un dossier central intitulé « le
défi multiculturel », sur la couverture duquel on voit une
femme maghrébine voilée, suivie d'une foule de
manifestants arabes, hurler avec un mégaphone des slogans, face
à un CRS qui essaie de contenir la manifestation.
Le slogan est fort, l'image est forte aussi. Pourtant les deux
suggèrent des idées difficiles à admettre,
biaisées pour ainsi dire.
Tout d'abord, le mot “défi” suggère que l'immigration de
masse, la colonisation de peuplement que nous subissons est pour nous
un défi à relever, donc un effort à faire pour
nous adapter à un colonisateur objectif. C'est du fatalisme et
de l'ethnomasochisme. Ensuite, pourquoi dire “multiculturel” alors que
le problème est multiracial et multiethnique ? Pourquoi gommer
cette dimension anthropo-biologique et religieuse de l'immigration,
alors que nous avons à faire à l'arrivée massive
de popula-tions radicalement allogènes et d'un
monothéisme théocratique, l'islam, et non pas à
l'apport “enrichissant” d'une “nouvelle culture” comme le
suggère malheureusement Éléments
? Cette attitude
concourt objectivement à travestir la réalité en
la rendant neutre, sympa, acceptable, à faire passer une
colonisation agressive en une présence fraternelle et pacifique
“d'autres cultures”. On concourt ainsi à raffermir le discours
de la gauche comme de l'épiscopat : l'immigration serait une
richesse (culturelle, etc.) pour la France et Europe. Je trouve dommage
qu'au nom d'un anti-jacobinisme parfaitement légitime, les
intellectuels de la Nouvelle Droite soient tombés dans un tel
piège. Comme si le multiculturalisme ne pouvait pas se
réaliser entre Européens, comme si nous avions besoin des
Afro-maghrébins et des musulmans ... pour enrichir notre
multiculturalisme naturel d'Européens.
* * *
Dans le numéro d'Éléments,
précité,
l'éditorialiste Robert de Herte
écrit : « Comme
tout phénomène post-moderne, le multiculturalisme [...]
cherche donc à concilier la mémoire et le projet, la
tradition et la nouveauté, le local et le global. Il
représente une tentative de se soustraire à
l'homogénéisation institutionnelle et humaine que
réalise l'État thérapeutique, etc. ». Le
communautarisme serait porteur d'un « pluralisme des
identités », de ce fameux droit à la
différence et d'une forme renouvelée du « droit des
peuples ». D'après le même éditorial, le
communautarisme viserait à « faciliter une communication
dialogique et donc féconde entre des groupes clairement
situés les uns par rapport aux autres ».
Le multiculturalisme offrirait aussi « la possibilité
à ceux qui le souhaitent de ne pas devoir payer leur
intégration sociale de l'oubli de leurs racines ». Mais
leurs “racines”, pourquoi ne les cultivent-ils pas chez eux ? Pourquoi
les vivre chez nous ?
Le multiculturalisme est donc “post-moderne” et “dialogique” :
l'argument est plus jargonnant que convainquant. Le “droit des peuples”
allogènes installés sur le territoire européen
semble à l'auteur aussi important que celui des peuples
européens à rester entre eux. Ce n'est pas vraiment ma
position, et je dénie tout droit à 1’“Autre” - cette
nouvelle idole “postmoderne” - de demeurer chez moi, sur mon
territoire. Le “droit des peuples” n'est valable que si chacun reste
chez soi. Les Afro-maghrébins ou les Asiatiques, en tant que
peuples, n'ont rigoureusement aucun droit en Europe, comme nous n'en
avons aucun chez eux. A la limite, je préfère la logique
nationalitaire du droit international public, pratiqué par tous
les pays du Tiers monde, où un hôte allogène -
étranger -, en visite pendant un temps limité,
conserverait chez nous des droits provisoires de protection de sa
personne, mais pas plus. Reconnaître, sur son sol, sur sa terre,
des “droits” à d'autres peuples constitués,
non-européens et revendiqués comme tels (puisque R. de
Herte est partisan du maintien de l'identité des
communautés immigrées contre l'assimilation) est pour moi
une position intenable, suicidaire à long terme et qui
s'apparente à cet ethnomasochisme que je ne cesse de
dénoncer. Et puis, où est la réciprocité ?
Dans les pays arabo-musulmans, les Européens, chrétiens
ou juifs, ont-ils le droit de pratiquer ouvertement leur religion ?
Bien sûr que non. Quant aux païens, que mes amis
d'Éléments prédilection rient, ils n'ont
même pas le droit de poser un pied sur le sol de bien des pays
musulmans.
Nous n'avons nul besoin d'autre part des immigrés pour vivre un
“pluralisme des identités” que nous possédons
déjà entre Européens. Comme si les immigrés
étaient un enrichissement culturel indispensable depuis
longtemps attendu ; on croirait lire les thèses du magazine Nova
ou des Inrockuptibles. Passons.
D'autre part, soutenir que l'État actuel “thérapeutique”
opère une “homogénéisation” de la
société civile est une contre-vérité
totale. Il est au contraire d'un laxisme absolu et laisse de
développer en tous lieux communautés ethniques, zones de
non-droit, écoles confessionnelles, contre-cultures, cultures
alternatives, et va jusqu'à légiférer etc. Il faut
un peu sortir avant de théoriser.
* * *
Puis, dans un long article très documenté, qui se propose
implicitement comme la doctrine de la Nouvelle droite en la
matière, Charles Champetier, à l'instar de Robert de
Herte, expose des conceptions très contradictoires avec les
autres postulats ethniques et culturels de ce courant de pensée.
Il se pose notamment en rupture et en désaccord absolu avec les
positions du GRECE
(“Groupement de recherche et d'étude pour la
culture européenne”, la composante centrale de la Nouvelle
droite), telles que les professent ses fondateurs.
« Dans une société pluri-ethnique, écrit-il,
les cultures ne doivent pas seulement être tolérées
dans la sphère privée, mais reconnues dans la
sphère publique, notamment sous la forme de “droits collectifs”
spécifiques aux minorités ». C'est la
théorie du patchwork social et ethnique, difficilement viable
dans les faits. Cette vue de l'esprit aboutirait donc par exemple
à autoriser l'application du droit coranique pour les musulmans,
ainsi dispensés du Code civil. Les désordres qui
suivraient la construction d'une telle “société
éclatée” sont facilement imaginables. D'autre part, de
quels “droits collectifs” spécifiques pourraient
bénéficier les Asiatiques, les Moluquois, les Noirs
africains ? Pour ces derniers, faudrait-il autoriser les juges
communautaires ? Et quid de la polygamie ? D'autre part, parler de
“minorités” est imprudent, car, dans de multiples points du
territoire, ces minorités deviennent des majorités.
L'auteur défend l'« institutionnalisation des
différences culturelles » et s'élève contre
le refus de la « double allégeance ». Voilà
qui aboutit tout droit dans des villes et des régions
entières à une “kosovarisation” du territoire
français. La position de Champetier est exactement la même
que celle du Collectif Égalités dont je parle par
ailleurs, ainsi que de bien d'autres associations immigrophiles et qui
entendent imposer des quotas de Noirs et de Maghrébins à
la télévision et dans d'autres emplois.
En réalité, il s'agit là d'un sophisme : qu'on
institutionnalise les différences culturelles
intra-européennes (ce qui se ferait d'ailleurs si on
reconnaissait officiellement les langues régionales), fort bien
; mais nommer “différence culturelle” le fossé qui
sépare un Noir musulman du Mali d'un Alsacien, et faire croire
que cette “différence culturelle” est de même nature que
celle qui sépare par exemple cet Alsacien d'un Provençal
ou d'un Flamand, relève du solécisme intellectuel.
Ce faisant, la Nouvelle droite s'aligne totalement sur les positions du
lobby cosmopolite prétendu antiraciste et renforce le discours
du système, dont le communautarisme est devenu
l'idéologie-de-secours.
L'idée (angélique) sous-jacente est que les
Européens de souche pourront, “eux aussi” retrouver leurs
racines. Selon ce point de vue, les Européens de souche seraient
donc une culture parmi d'autres sur leur propre territoire historique !
Ce n'est pas en institutionnalisant les différences culturelles
des immigrés qu'on renforcera l'identité des
Européens, bien au contraire.
L'auteur commet une autre erreur grave : il impute l'échec du
“creuset français”, et de l'assimilation-intégration des
immigrés à l'érosion du modèle jacobin,
à la crise de l'État-nation républicain
fédérateur, à D'épuisement de
l'idéologie égalitaire à la française,
à la construction européenne et au déclin de
l'identité nationale française. En réalité,
c'est substituer des fausses causes politiques aux vraies causes
ethniques.
La mauvaise assimilation des immigrés n'a pas pour cause une
crise sociale, idéologique, économique, etc. mais le fait
qu'ils ne sont pas ethniquement européens. Un peu de bon sens.
D'ailleurs, en Grande-Bretagne et dans tous les autres pays
européens touchés par l'immigration, cette mauvaise
assimilation se remarque aussi. En revanche, comment se fait-il que les
Hollandais installés en Périgord, les Siciliens
installés en Lorraine ou les Portugais à Paris soient
parfaitement assimilés, dix fois mieux que les
Afro-maghrébins ... pourtant francophones ? La cause est
exclusivement ethnique et bio-culturelle. N'allons pas chercher de
vaporeuses raisons idéologiques.
De manière là encore tout à fait sophistique,
l'auteur compare le multi-culturalisme dont devraient
bénéficier les immigrés avec ... « le
processus de régionalisation en profondeur » qui commence
à marquer toute l'Europe et qui voit progressivement
l'échelon régional se substituer au déclin des
États-nations centraux, processus que j'approuve tout à
fait d'ailleurs. Comment peut-on oser comparer la renaissance de nos
identités ethno-régionales européennes avec
l'installation sur notre sol de communautés historiquement
allogènes en provenance du Tiers monde ? Va-t-on mettre sur le
même plan la communauté flamande ou la communauté
provençale ou corse, provinces et peuples de l'Europe, avec la
communauté islamo-maghrébine installée sur notre
sol tout en gardant ses liens avec sa terre d'origine ? Le faire, c'est
perdre la raison ; mais un tel confusionnisme risque de faire croire
aussi que la Nouvelle droite approuve et entérine implicitement
la colonisation de peuplement dont l'Europe est victime. Ce qui ne
correspond nullement au fond de la pensée d'autres auteurs de la
Nouvelle droite que j'ai pu lire et ce qui est contradictoire avec
toute sa ligne idéologique en faveur d'une renaissance
européenne.
D'ailleurs l'auteur suppose partout que ces communautés
allogènes sont un enrichissement pour les Européens. Cela
ne correspond nullement à la réalité vécue.
C'est une vue de l'esprit, la même que celle que défend
Mgr Lustiger ou Bernard Stasi, auteur de L'immigration, une chance pour
la France. Une telle convergence de vues avec le système est
tout à fait dommageable, et décrédibilise - sur ce
chapitre - les analyses et positions de la Nouvelle droite
d'aujourd'hui.
On notera aussi le fatalisme des positions de l'auteur qui note «
le caractère définitif de l'immigration de peuplement
» et exclut toute reconquista. Je m'expliquerai plus loin, dans
le dernier chapitre, sur l'erreur fondamentale de ce fatalisme, sur son
caractère démobilisateur et profondément
anti-politique. Dire que les Européens doivent
définitivement vivre avec des communautés
immigrées de plus en plus nombreuses, c'est non seulement
reprendre mot pour mot le discours du système, mais c'est un
suicide métapolitique pour qui entend oeuvrer à la
renaissance européenne.
* * *
L'auteur remarque ensuite que « en trente ans, le monde est
entré dans une nouvelle ère marquée par la
dissémination et la réticulation ; les pyramides
cèdent la place aux labyrinthes, les structures aux
réseaux, le vertical à l'horizontal, les territoires aux
flux ». C'est la « globalisation », qui remettrait en
cause la « centralité » du monde moderne. Plus
simplement dit, le monde actuel serait caractérisé par
les migrations de populations et de capitaux, par
l'internationalisation des échanges et des pouvoirs
économiques et par le déclin des pouvoirs centraux, des
États-nations, des nationalismes comme des territoires aux
frontières fermement établies.
Charles Champetier déduit de ce constat que l'installation en
Europe de communautés immigrées est naturel, acceptable
et inéluctable, qu'elle participe de ce grand mouvement mondial,
et qu'il serait passéiste et illusoire de s'y opposer.
Trois erreurs majeures entachent ce raisonnement : tout d'abord un net
fatalisme progressiste, étonnant et contradictoire de la part
d'un adversaire de l'idéologie du Progrès. Cette
globalisation, ce déclin supposé des blocs face aux
“flux” seraient des phénomènes irrépressibles
portés par le Sens de l'Histoire. Comme si l'Histoire ne
zigzaguait pas et ne réservait pas sans cesse de brutales
surprises. Comme si la globalisation était un mouvement
indomptable. Comme s'il était vain de s'opposer à un
état du monde constaté.
L'auteur sombre ici dans un travers “moderne” qu'il combat par ailleurs
dans d'autres domaines : “c'est actuel, donc on ne peut rien contre”.
Je m'étonne aussi que l'auteur n'aie pas vu que sa position sur
la globalisation s'apparente à un libre-échangisme que la
Nouvelle droite pourfend par ailleurs avec raison.
Deuxième erreur : les intellectuels occidentaux exagèrent
(faute de connaissances historiques, économiques et
géopolitiques) la portée de cette “globalisation” qui ne
remet nullement en cause, à l'échelle du monde, les
notions de territoires, de peuples, de blocs ethniques et de
frontières.
Sans vouloir argumenter trop longtemps, il faut remarquer :
1) que l'internationalisation des échanges et des migrations est
très ancienne et qu'elle n'a jamais spontanément
donné lieu, avant les années soixante, à
l'installation massive en Europe de communautés de peuplement
allogènes.
2) qu'en Afrique, au Maghreb, au Moyen-Orient, en Inde, en Chine, etc.,
c'est-à-dire pour la majeure partie de l'humanité, la
réalité est toujours l'homogénéité
ethnique et la protection des territoires-blocs et que même ces
dernières se renforcent. Le multiculturalisme, la
multiracialité et l'utopie communautariste sont des maladies de
l'Occident mais nullement la loi actuelle des autres peuples du monde
3) qu'une idéologie qui vise à défendre
l'identité européenne devrait au contraire, suivant les
thèses de Maurice Allais, Prix Nobel d'économie,
prôner un espace européen autocentré pratiquant la
préférence communautaire, en matière
d'import-export comme de migrations.
Troisième erreur : lier, comme de cause à effet - et pire
avec un lien d'obligation morale - cette supposée globalisation,
ce supposé caractère kaléidoscopique, “en
réseau” du monde actuel, avec l'acceptation de
communautés ethniques allogènes ayant, en Europe, leur
propre statut, et pourquoi, pas leurs propres espaces. Les
thèses de la revue Éléments entérinent une
sorte de droit à la partition et à la colonisation des
immigrés et de leurs descendants en Europe. Ces derniers,
d'ailleurs, doivent s'en frotter les mains.
* * *
Le texte doctrinal (et intellectualiste) de Champetier
s'élève aussi contre de supposés “fantasmes” :
« la menace de l’“invasion” organisée par l’“anti-France”,
de l’“islamisation” fomentée par les “intégristes” et de
la “guerre ethnique” dans les banlieues ». Plus loin, reprenant
très exactement les thèses de la gauche immigrationniste,
l'auteur doute de l'efficacité de « l'inversion des flux
migratoires » et ajoute : « On ne sait au juste ce que le
Front national entend faire des immigrés qui ont acquis la
nationalité française depuis deux, voire trois
générations ».
Tout d'abord, nier, par moquerie intellectuelle, une tentative
d'islamisation de la France effectivement fomentée par les
intégristes, nier la réalité de l'amorce d'une
guerre civile ethnique (et pas seulement dans les banlieues) est une
position facile, habituelle chez les grands médias, conforme
à la “pensée unique”, mais malheureusement
démentie par les faits. D'autre part, il ne s'agit pas ici de
1’“anti-France” (il est toujours facile de ridiculiser le
“franchouillard”, n'est-ce pas ?) mais bel et bien de l'anti-Europe.
Enfin, j'aurais attendu de la Nouvelle droite qu'elle propose des
solutions, précisément pour inverser les flux migratoires
et pour résoudre le problème que nous posent les
immigrés de la troisième génération
plutôt que suivre le fatalisme des élites actuelles qui
envisagent la société multiraciale (de plus en plus
multiraciale) comme un acquis définitif. Puisque la Nouvelle
droite n'a pas de solution, j'en ai, dû ma réputation en
souffrir, et vous pourrez les lire dans le dernier chapitre de cet
ouvrage.
Un sous-entendu constant des auteurs précités de la
Nouvelle droite - et qui rejoint les thèses de maints lobbies
immigrationnistes - pose que les immigrés seraient victimes de
l'assimilationnisme quasi raciste de l'État français et
que l'opinion communautariste serait dominée et opprimée
par la doctrine officielle de l'intégration forcée et de
la négation des fameuses “différences” : expulsion des
collèges des jeunes filles voilées, blocage des
constructions de mosquée, manque de reconnaissance des
“cultures” immigrées, etc. Robert de Herte ne craint pas
d'écrire : « En raison de son histoire spécifique,
la France a toujours eu du mal à admettre la différence,
que ce, soit celle des idées, des langues, des hommes, des
femmes ou des immigrés ». Tout se passe comme si, pour
défendre et “faire passer” une thèse que je partage du
reste totalement (l'homogénéisation idéologique de
la “pensée unique” et l'échec de la modernité
à épanouir les humains et les peuples), l'auteur se
fût cru obligé de se présenter comme le
défenseur des immigrés, dont les Différences
seraient opprimées par l'État français.
Or, c'est une lourde erreur, un préjugé
idéologique. L'État français, loin de ne pas
admettre la différence des immigrés, l'entretient, la
finance et l'organise. Le communautarisme est la politique des pouvoirs
publics. On va même bientôt prévoir des quotas
d'Africains à la télévision et imposer la
parité numérique des sexes dans les partis, ceci venant
après le PACS. La vision de l'État français qu'a
Robert de Herte est celle des livres d'histoire du début du XIXe
siècle, mais pas de la France d'aujourd'hui. Que les auteurs
précités se rassurent : leurs idées sont
appliquées par l'État, et leurs amis immigrés sont
sûrs que le contribuable alsacien, breton, lillois ou lyonnais
continuera de payer l'établissement et le développement
de communautés ethniques allogènes où ils se
sentiront inexpugnablement chez eux. Dans d'autres chapitres de cet
ouvrage, de nombreux faits sont cités qui prouvent que
l'État pratique le favoritisme et le communautarisme envers les
immigrés et que les pouvoirs publics ferment les yeux devant
l'installation de quasi-zones de droit musulman. Bref, ce que
l'État français ne fait pas pour le développement
de nos cultures et de nos identités régionales
autochtones d'Européens, il le fait pour les immigrés et
surtout - surtout, pour les Arabo-musulmans.
Charles Champetier affirme ailleurs que c'est la déculturation,
c'est-à-dire le fait de n'être ni assimilé dans la
culture française, ni intégré dans une
communauté et une coutume “structurante”
islamo-maghrébine ou africaine, qui provoque la
surcriminalité des jeunes Afro-maghrébins, par
déracinement radical et perte d'identité. Il remarque que
les Asiatiques, qui pratiquent spontanément le communautarisme,
sont des populations calmes. Et, il prône, comme en Angleterre
avec les musulmans asiatiques, une politique volontariste de
coopération de l'État avec des communautés
islamiques et immigrées organisées, ce qui, selon lui,
réduirait ce qu'il appelle pudiquement les “incivilités”
des jeunes Afro-maghrébins. Tout ceci s'apparenterait à
un nouveau pacte républicain “post-moderne”.
Pourtant, cette thèse est erronée et ne correspond pas
à la réalité. Les jeunes Asiatiques, en Angleterre
comme en France, ne sont pas moins délinquants que les
Afro-maghrébins parce que leurs communautés sont bien
organisées, mais pour des raisons ethniques endogènes. La
surcriminalité des Afro-maghrébins touche aussi bien ceux
qui sont islamisés que les autres et ne relève en rien
d'une “déculturation” ou du supposé traumatisme
résultant d'une perte d'identité. D'ailleurs, ils ne
connaissent aucune perte d'identité et se sentent très
enracinés dans leur contre-culture ! Ils sont beaucoup moins
déracinés que les jeunes Français de souche.
Le problème, c'est que nos deux chers intellectuels de la
Nouvelle Droite n'ont probablement jamais de leur vie rencontré
un jeune issu de l'immigration, jamais mis les pieds dans une
cité, jamais discuté avec un imam. Ils dissertent de ce
qu'ils ne connaissent absolument pas, restant dans la pure
spéculation abstraite et idéologique, ce qui est une
tournure d'esprit bien française.
L'auteur cherche par ailleurs toutes les excuses aux bandes ethniques.
D'autre part, on déplore l'absence d'un interventionnisme
volontariste de l'État pour organiser des communautés
immigrées, les aider, dialoguer avec elles. On succombe
là au mécanicisme de l'État-Providence, bien
éloigné du spontanéisme organique et naturaliste
affiché par ailleurs. Croire que le communautarisme
organisé limitera la criminalité des bandes ethniques est
une erreur. Le communautarisme accentuera la criminalité
afro-maghrébine en confortant les intéressés dans
l'idée qu'ils forment un “État dans l'État”,
bénéficiant d'une sorte de droit de l'occupant.
Les défenseurs du communautarisme ne raisonnent pas de
manière ethno-psychologique, mais abstraite, comme si les
mêmes recettes valaient pour tous les groupes humains. Un
Maghrébin musulman qui, en Europe, bénéficierait
de “droits communautaires” verrait cette concession comme une
faiblesse. Et un encouragement à accentuer le processus de
colonisation.
Quelle mansuétude pour les Européens ... Nous aussi, nous
avons le droit de vivre “en communauté” en somme. Nous sommes
colonisés, mais on ne nous expulsera pas. Pas encore.
Ce communautarisme part aussi de l'espoir
désespéré qu'un enracinement des
communautés immigrées éviterait le
métissage. C'est un peu la même utopie dont je parlais
plus haut qui consiste à croire que l'enracinement des
immigrés dans leurs cultures favoriserait un
réenracinement des Européens dans la leur. En
réalité une minorité notable de migrants
s'intègre économiquement, même à petit
niveau, et se métisse. Le communautarisme ne serait pas un frein
au métissage. Pire : le communautarisme favoriserait la
puissance démographique des Afro-maghrébins.
Si l'on appliquait les thèses du communautarisme telle que les
exposent les auteurs précités, on serait bien
obligé d'adopter, par exemple, les principes natalistes de la
loi coranique ou de la famille africaine pluri-parentale (polygamie
autorisée, notamment) Le résultat serait le maintien
d'une forte natalité chez les Musulmans et les Africains. Je ne
pense pas que ce soit là le voeu des intellectuels de la
Nouvelle droite ; mais, comme beaucoup d'intellectuels, n'ont-ils pas
oublié que toute théorie, aussi brillante soit-elle dans
ses mots, doit toujours s'envisager dans les faits, et que, comme
disait La Fontaine, « en toutes choses il faut considérer
la fin » ?
A aucun moment la question de l'identité ethnique de l'Europe
n'est abordée dans les thèses de mes amis de la Nouvelle
droite ! Comme si les Européens ne devaient former, plus tard,
en Europe, qu'une communauté parmi d'autres. Je ne pense pas
qu'il s'agisse de la part de mes amis, de trahison calculée ni
de mauvaise foi, mais d'aveuglement et de déficit de bon sens
par trop-plein intellectuel, par abus de références
livresques, par méconnaissance de la situation sociale. Sacha
Guitry : « On en apprend autant, voire plus en traînant sur
les boulevards qu'en lisant Plutarque ».
* * *
Les positions communautaristes sont encore plus immigrationnistes que
la défense de l’“intégration-assimilation”. Elles sont un
formidable appel d'air pour l'arrivée de nouveaux migrants.
En effet, une communauté immigrée structurée en
Europe devient une “petite Algérie”, un “petit Sri-Lanka”, une
“petite Chine”, etc. Ce qui incite fortement l'arrivée de
nouveaux migrants et ce qui facilite la venue des clandestins, bien
plus que dans l'hypothèse où serait pratiquée
l'assimilation forcée. Plus besoin de parler français ou
de s'européaniser pour venir s'installer en région
lyonnaise, lilloise, parisienne ou marseillaise ; et, si, en suivant
les recommandations implicites de Benoist et Champetier, le droit
coranique pouvait s'appliquer légalement aux communautés
musulmanes en Europe, nul doute que le flux migratoire
s'intensifierait, car les dernières barrières de
l'intégration tomberaient. Déjà, les
communautés sri-lankaises refusent d'apprendre le
français et de scolariser leurs enfants. L'État laisse
faire, pour ne pas avoir de problèmes ...
LE COMMUNAUTARISME, PUR PRODUIT DE L'INTELLECTUALISME
Si je puis me permettre d'expliquer le pourquoi de ces positions
communautaristes erronées des intellectuels de la Nouvelle
droite, je dirais ceci : cette absurdité idéologique ne
part pas nécessairement d'un changement de cap calculé,
d'une révision de position, mais d'une exagération, d'une
extrémisation de la vision polythéiste et organiciste du
monde. Vision du monde que je partage totalement par ailleurs mais qui,
comme tout système de pensée dont les principes sont
poussés trop loin, finit par se retourner contre ses propres
initiatives.
Il s'agit d'un défaut de l'esprit plus que d'un retournement
cynique vers les thèses du système et de
l'idéologie dominante. C'est un mal fréquent chez le
penseur trop éloigné du réel, qui poursuit ses
concepts jusqu'à l'absurde, sans penser au principe de
feed-back, de rétroaction, qui veut qu'une idée qui
n'envisage pas ses conséquences pratiques dans la
réalité se transforme en une anti-idée,
destructrice des propres valeurs qui l'ont portée. Ainsi, le
communautarisme de mes amis précités ruine
l'européisme qui est pourtant - objectivement - à la
source de leur engagement.
Décrivons le mécanisme de cette dérive
intellectuelle, qui relève de ce qu'il faut nommer, sans
méchanceté, « l'esprit faux ». Dans un
premier temps, on défend à juste titre une conception
polythéiste de la société, contre l'universalisme
assimilateur, le centralisme jacobin, le républicanisme
égalitaire, qui nient les communautés organiques, les
appartenances ethniques au profit d'un individu abstrait, pur
consommateur déraciné, “citoyen” sans identité
charnelle. Cette vision s'oppose à l'État-nation
français ou américain, dont le “creuset” prétend
homogénéiser les peuples au profit d'une masse nationale,
animée par un patriotisme abstrait et des valeurs cosmopolites.
Ce sont les idées, maintenant banalisées, que j'ai
défendues dans mon ancien essai Le système à tuer
les peuples. Fort bien.
Mais n'oublions pas que le mot de “peuple” est aussi important que
celui de “système”.
On oppose avec raison à l'État centralisateur le
modèle « gibelin » ou « impérial
» ou encore « fédéral », dans lequel
s'imbriquent de manière vivante (et non pas mécaniquement
administrative) des communautés diverses, qui peuvent
connaître des libertés, des lois particulières,
sous la houlette d'un État fort mais décentralisé.
Cette conception vise au départ à défendre
l'identité ethnique des peuples européens contre le
centralisme des États-Nations qui arase les particularismes et
qui proclame une natio-nalité multiraciale contre
l'identité européenne. Cette vision est plurielle, mais
ethnique, enracinée.
Puis on dérive : le principe d'ethnopluralisme est
exagéré, et perverti. On oublie la notion de
proximité ethnique. Et l'intellectuel, en proie à cet
« ahurissement » (qu'Alain de Benoist lui-même a
dénoncé jadis !) en vient à défendre la
chimère du “communautarisme”.
On ne regarde plus l'ethnicité européenne, mais le
communautarisme seul, en lui-même, érigé, comme
l'ethnopluralisme, en idée pure, kantienne, en dogme, en
postulat brillant et autosuffisant. Voltaire : « Les idées
fausses ont toujours quelque chose de bavard et de brillant ».
Comme toute idée, le polythéisme social doit être
limité. Le polythéisme social comme l'ethnopluralisme
sont des ensembles non pas ouverts mais clos. Il faut craindre que ces
positions communautaristes erronées ne soient perçues
chez le public naturel de la Nouvelle droite comme une trahison des
clercs.
* * *
La position doctrinale communautariste est onirique et
désincarnée. Elle repose sur une vision faussée du
modèle impérial. Elle instrumentalise le
polythéisme social et culturel de manière abstraite, ce
qui revient à le vider de toute substance. Elle s'aligne sur
l'idéologie officielle de la société
américaine, alors qu'elle prétend s'y opposer globalement
par ailleurs. Elle érige en dogmes les concepts à la mode
de tolérance, de diversité et d'altérité,
dont la réalisation sociale concrète est pour le moins
problématique en dehors des discussions de salon. Elle assimile
et confond l'ethnopluralisme comme position géopolitique
planétaire avec un ethnopluralisme endogène, qu'elle
croit viable sur le territoire européen. Cette position
relève de l'extrémisme intellectuel.
L'alternative à l'assimilation-intégration n'est pas le
communautarisme, mais le départ. Dire qu'il est “impossible”
relève d'une méconnaissance de l'histoire, d'un fatalisme
démobilisateur.
L'IMPOSTURE DE LA THÉORIE DE LA “DOUBLE APPARTENANCE”
Pour tenter de réconcilier les thèses incompatibles du
communautarisme multiethnique et de l'intégration nationale et
républicaine ; on essaye de promouvoir la théorie
impraticable de la double appartenance. Naïfs et habituels
leitmotivs : “je suis à la fois musulman, Algérien par
mes racines, mais aussi Français” ; “je suis à la fois de
là-bas et d'ici” ; “je respecte à la fois les lois de
l'islam mais en même temps de la république laïque”.
Bref, c'est l'alliance de la carpe et du lapin, souvent
cautionnée par les tenants d'un polythéisme et d'un
organicisme social abstraits et intellectuels.
Le Nouvel Observateur (13/04/1999) donnait la parole à une
brillante Algérienne de 24 ans, Naïma Kouadria qui, «
plutôt bien dans ses baskets, récuse le terme
d'intégration, par respect pour les deux cultures ».
Naïma a choisi de défendre la notion de “double
appartenance”. Elle s'en explique ainsi, fort intelligemment, mais,
à mon sens, faussement : « Quand on dit aux
immigrés “intégrez-vous”, on suppose d'emblée
qu'ils ne pourront vivre ici qu'en renonçant à leur
culture d'origine ».
Première utopie croire qu'on peut vivre à la fois deux
cultures antagonistes dans leurs principes (arabo-islamique et
européenne) de manière harmonieuse. Naïma poursuit :
« Je préfère l'idée de double appartenance.
Je me sens française mais je me sens aussi pleinement
algérienne. Je veux vivre ici, mais je crois pas que pour cela
je doive coupe le fil de mon histoire familiale ». Ne
confond-elle pas identité familiale et identité
ethno-historique ? Un Poitevin peut vivre à Lyon ou à
Nice sans couper le fil de son “identité familiale”,
évidemment. Mais pour cette jeune femme, les choses sont moins
simples qu'elle ne veut bien le dire ...
Naïma a raison de critiquer l'intégration
républicaine par assimilation forcée. Elle a raison de
refuser l'abandon de ses racines algériennes. Elle se sent
sincèrement attirée par la France et la culture
européenne. Mais elle est naïve et utopique, car elle
généralise son cas. Elle appartient à
l'élite et elle croit que les immigrés de base peuvent
réagir comme elle. Seules des minorités peuvent vivre la
double appartenance, pas les masses immigrées.
L'attachement de Naïma à ses “racines algériennes,
arabes et musulmanes” me semblent en outre purement folklorique. Elle
fait partie de cette exception qui confirme la règle : ces
immigrés minoritaires qui, quoi qu'ils disent, ont réussi
à s'intégrer ne croient pas sincèrement à
la théorie purement intellectualiste de la double appartenance.
Ils ont en réalité choisi l'abandon de leur culture
originelle ; ils sont complètement coupés d'une vision
populaire et réaliste de la culture, qui est toujours
polémique. L'immigré de base ne choisit pas la double
appartenance. Il s'installe, il s'impose. Naïma raisonne de
manière élitiste de son appartenance algérienne,
elle ne parle que de son « histoire familiale » Rien par
exemple, sur la philosophie politique et sociale de l'islam.
Son “éloge de la double, appartenance” n'est pas sincère.
Son adhésion à sa part algérienne est très
superficielle Elle fait simplement l'éloge de sa propre
intégration à la société européenne,
qui est d'ailleurs beaucoup plus le fait de femmes immigrées que
d'hommes, comme le démontrent Valérie Dumeigne et Sophie
Ponchelet qui, dans un brillant essai, décrivent
l'intégration ale quelques femmes immigrées à la
société française, contre le machisme
obscurantisme des hommes de leur propre communauté, obstacle
beaucoup plus puissant que le prétendu racisme des
Français de souche. (Françaises, Nil, 1998).
Le discours de Naïma Kouadria s'avère au fond très
sophistique : dans un autre passage de l'interview, elle
révèle : « Tant que je suis restée dans le
milieu scolaire, j'ai vécu en ignorant ce qu'était le
racisme. Mais dès que j'ai eu à chercher du travail, j'ai
été confrontée à des réactions de
rejet qui m'ont vraiment blessée. Quand j'envoie un CV, j'omets
soigneusement d'indiquer ma nationalité, et je n'inscris pas
l'arabe au nombre des langues que je parle ».
Mais plus loin, elle se contredit, après avoir vanté la
“liberté d'expression de la France” et, globalement, les valeurs
de “liberté” : « il y a des obstacles à vaincre
pour les immigrés, c'est vrai, mais la France n'en demeure pas
moins un merveilleux pays d'accueil. Venant d'un milieu
financièrement défavorisé, l'État
français m'a donné les moyens de poursuivre des
études. Ici, qui que tu sois, on te donne les moyens de
réussir. C'est ça, l'honneur de la France ». Alors
? Victime du racisme et de la discrimination, mais fascinée par
l'accueil qu'elle a reçu et qu'on accorde à tous quelle
qu'en soit l'origine ? Il faudrait savoir. La contradiction de ce
discours en démontre l'insincérité.
De plus, vantant la “liberté” de la culture française,
Naïma Kouadria reconnaît implicitement qu'elle l'oppose
à celle de ses origines, la culture arabo-musulmane, qui, elle,
ne serait pas fondée sur ces valeurs.
Un pays composé de gens avec une double culture (« vraie
richesse ») est une sympathique utopie mais qui n'est pas viable.
* * *
L’“éloge de la double appartenance” de Naïma, si on le
psychanalyse, est une attitude de revendication d'identité
ethnique, voire raciale. Elle est intéressante, car elle est
emblématique de l'attitude de beaucoup d'immigrés
arabo-musulmans qui ont réussi à s'insérer
professionnellement dans la société française,
attitude assez hypocrite : d'un côté, on revendique
fièrement ses “origines” (« je me sens française
mais je me sens aussi pleinement algérienne »,
précise Naïma) ; pourtant, on exclut totalement le retour
dans son pays arabo-musulman, surtout quand on est une femme ! («
je veux vivre ici ! »). Bref, les immigré(e)s dont il est
ici question entendent profiter de la “liberté” de la
civilisation européenne en excluant totalement un retour dans
leur civilisation arabo-musulmane qui ne garantit pas cette
précieuse liberté ; pourtant, ils se définissent
toujours comme “Algériens”, “Marocains”, “musulmans”, etc. Que
signifie alors cette revendication d'identité ? Elle exclut
l'idée de se soumettre à nouveau aux dures lois de
l'islam, surtout pour une jeune femme comme Naïma Kouadria ; elle
exclut aussi toute velléité de retour au pays. Elle est
évidemment de nature ethnique, voire raciale, plus ou moins
consciemment. Elle témoigne de ce que ces immigrés ne se
sentent nullement Européens, n'adhèrent nullement au
modèle républicain du métissage et se sentent
toujours reliés à leur peuple d'origine, dont ils sont la
projection en terre européenne. Ces immigrés ont une
conscience ethnique que les Européens ont perdue.
Bien entendu, ils pratiquent une adhésion purement
socio-économique à la civilisation européenne qui
leur amène tant d'avantages, mais n'abandonneront pour rien au
monde leur identité ethnique et leur fidélité
à la mère-patrie. Les colons français en
Algérie, eux aussi, continuaient à se sentir
Français, projection de la France et n'envisageaient nullement
le retour dans la mère-patrie. Ils se disaient en même
temps “Algériens” et “Africains” (voir la chanson “C'est nous,
les Africains qui revenons de loin”). Le parallélisme est
patent, mais la logique coloniale s'est inversée.
RESPONSABILISATION DES JEUNES AFRO-MAGHRÉBINS EST-ELLE POSSIBLE ?
Même les représentants de ce qu'il faut bien appeler le
lobby immigrationniste ne peuvent s'empêcher de noter que
l'assistance, cette générosité de façade,
déresponsabilise ses bénéficiaires. Selon le
principe hétérotélique, qui frappe toutes les
politiques humanitaristes sociales-démocrates, l'assistance aux
jeunes Afro-maghrébins, tout comme celle qui fut
prodiguée aux Noirs américains, renforce les ghettos et
rend l'intégration inaccessible. Elle est « une sorte de
racisme sans haine » selon l'expression d'Ivan Rioufol.
Malek Boutih, président de SOS Racisme - association pourtant
connue pour son conformisme moralisateur - dénonce les milliards
de francs déversés en pure perte dans les banlieues
depuis 10 ans. Ces subventions d'urgence ne servent à rien.
Rompant avec l'angélisme ambiant, Malek Boutih déclarait
au Figaro (03/03/1999) : « Le budget des opérations
Ville-Vie-Vacances approche presque les dix millions de francs.
J'estime qu'il n'est pas très judicieux d'utiliser cet argent
pour payer des vacances aux jeunes. On les place dans une logique
artificielle de consommation. [...] II faut lutter contre cette logique
d'assistanat. Les jeunes des cités n'ont pas besoin de
charité ».
C'est la négation de la ligne de Harlem Désir, qui
attribuait la délinquance au fait que les cages d'escalier
n'étaient pas entretenues, victimisant ainsi les voyous.
Commentant les propos de Boutih, Ivan Rioufol écrit : «
C'est une victoire du bon sens sur l'idéologie. Coqueluche du
Tout-Paris des bons sentiments, l'association porte-drapeau de
l'antiracisme n'aura jamais été aussi audacieuse dans une
“révolution culturelle”, allant jusqu'à
réhabiliter au nez de l'État les valeurs du travail, de
l'effort et de la responsabilité individuelle. Les jeunes
d'origine immigrée sont en train d'admettre qu'ils ne
réussiront à s'intégrer que s'ils se prennent
eux-mêmes en charge. Applaudissons. Ce faisant, reconnaissons aux
“Blacks” et aux “Beurs” le droit de prendre enfin leur place dans la
société et la vie publique ».
Tous ces propos sont sympathiques ; mais ils relèvent de la
même naïveté que celle des adeptes de l'assistance
généralisée. En réalité, les jeunes
afro-maghrébins ne partagent nullement cette vision des choses.
La plupart ne souhaitent pas s'intégrer par le travail, par
l'école et par l'effort. Et d'ailleurs en sont-ils vraiment
capables ? Leur choix implicite est, dans beaucoup de cas, de vivre en
parasites dans une société dont ils se sentent
ethniquement étrangers, voire ennemis, et d'y pratiquer une
logique de pillage. Celle-ci est bien celle d'une forme de guerre ou de
guérilla, ce qui fausse sa prise en compte par la justice, sur
des critères criminologiques erronés, comme s'il
s'agissait d'infractions au doit commun.
Quant à ceux, parmi les “communautaristes”, qui s'imaginent
que-les valeurs de l'islam vont détourner les jeunes
immigrés de leur fascination pour le consumérisme facile
de la société occidentale, et les ramener à des
valeurs ascétiques de travail et d'effort, ils se trompent
lourdement. L'islam n'a rien à voir avec l’“éthique
protestante” dont parlait Max Weber et ne glorifie nullement le
“travail” ni la “responsabilité indivi-duelle” ; d'autre part,
il est considéré par les intéressés comme
une bannière politique et ethnique d'affirmation hostile aux
sociétés européennes, et nullement comme un
facteur d'intégration ou de spiritualité.
Quand Malek Boutih demande une politique de la ville différente
et plus volontariste, il oublie un fait majeur : on ne
décrète pas une politique de l'habitat, des mesures
sociales, pour transformer une réalité fondamentalement
raciale. Les “pouvoirs publics” ne peuvent pas tout faire. Malek Boutih
se prend les pieds dans le tapis : il demande la responsabilisation des
Afro-maghrébins, mais continue d'accuser les “pouvoirs publics”
d'être responsables de tous leurs maux en menant une mauvaise
politique.
Malek Boutih et SOS Racisme considèrent donc toujours
implicitement que - tout comme les pays du Tiers monde - les
Afro-maghrébins ne peuvent s'intégrer et se
responsabiliser que si l'État leur vient “intelligemment” en
aide. Mais les Chinois émigrés qui ont réussi
partout dans le monde n'ont pas eu besoin de politique d'État,
fussent-elles “intelligentes”.
Sans oublier qu'au surplus, lesdits Afro-maghrébins
étaient culturellement et linguistiquement plus proche de la
France que les Chinois. La comparaison des résultats scolaires
des Asiatiques et des Beurs-Blacks est à cet égard
très éclairante. La majorité des seconds ne
parviendront pratiquement jamais à acquérir une situation
professionnelle élevée (comme les Noirs américains
et brésiliens), non par discrimination, mais par manque de
compétences et d'aptitudes (vis-à-vis des structures
d'une civilisation spécifiquement européenne, mais qui se
prétend universelle), refus ou incapacité de suivre des
études sérieuses et d'être formés. Ce qui
risque d'avoir dans un proche avenir des conséquences
dramatiques. Que faire de millions de jeunes adultes 59
déresponsabilisés sans intégration sociale et
professionnelle forte, et frustrés de se retrouver en bas des
hiérarchies ? On peut en attendre un élargissement de la
sphère de l'économie criminelle mais également un
risque de plus en plus marqué de guerre civile ethnique.
POURQUOI L'INTÉGRATION RÉPUBLICAINE NE FONCTIONNE PAS NON
PLUS
L'intégration républicaine est un échec total.
L'idéologie assimilationniste dû melting-pot, qui a
nié par dogmatisme les réalités ethniques, se
trouve confrontée à l'installation de ghettos et à
la racialisation de la société.
L'idéologie dominante, via les médias, trouve deux
parades sophistiques à cette défaite cinglante du
républicanisme multiracial : soit on met en exergue des cas
minoritaires d'insertion réussie - qui ne prouvent rien,
l'exception confirmant la règle -, soit on accuse les pouvoirs
publics de ne pas “consacrer assez de moyens” à l'insertion et
de ne pas “lutter contre les ghettos” en répartissant les
populations immigrées sur l'ensemble du territoire, selon une
logique de “mixité sociale”.
Pierre Cardo, député-maire UDF de Chanteloup-les-Vignes
(Yvelines), déplorait l'échec de la loi Besson de 1990,
qui prévoyait un quota de logements sociaux à toutes les
villes pour éviter les ghettos et répartir les
immigrés. J-M Decugis, de son côté (Le Figaro,
05/01/1999), déplorant les « exactions dans les banlieues
», expliquait qu'elles sont le fait de « la
ségrégation sociale ou ethnique qui débouche
inéluctablement sur la violence ».
Ce raisonnement est stupide. Il est abstrait et technocratique.
Dès qu'on essaie de disperser des populations allogènes
dans des quartiers peuplés de Français de souche, la
criminalité s'installe par poches comme la dégradation de
la vie sociale et de l'environnement. Les Français de souche
fuient et le ghetto se réinstalle. On revient à la case
départ. En réalité disperser les populations
immigrées revient à favoriser leur colonisation urbaine
et territoriale. Et cela ne fait en rien baisser la criminalité,
dont la cause n'est pas le ghetto, mais la mentalité des
intéressés eux-mêmes, où qu'ils se trouvent
; et même dans les cités balnéaires ou les stations
de ski où on leur paye des vacances pour les “calmer”, en vain
évidemment.
* * *
On s'imagine sottement que si l'intégration ne fonctionne pas,
ce n'est pas, bien entendu, parce que les populations concernées
sont inintégrables, mais “parce qu'on ne fait pas encore assez
d'efforts”. Jusqu'où faudra-t-il faire des efforts ?
Créé par Rocard et retoiletté par Juppé, le
“Haut-Conseil de l'intégration” fut une montagne qui a
accouché d'une souris. Aucune des mesures entreprises ne
fonctionnait sur le terrain. Hamlaoui Mekachera, ex-secrétaire
général de cette institution coûteuse et
fantomati-que, reconnaissait : « d'intégration, on n'en
parle même plus ». Il ajoutait, attribuant la
création de ghettos à une mauvaise gestion administrative
et non à la responsabilité des intéressés
eux-mêmes : « alors que les offices HLM continuent à
loger un Malien dans un ensemble où sa communauté est
déjà importante, c'est une erreur et cela ne lui rend pas
service ». Si l'office HLM avait refusé de loger le Malien
dans une cité malienne, on aurait crié à la
discrimination et au racisme. Il l'accepte et on l'accuse de
créer des ghettos.
La politique de dispersion des populations immigrées semble
être maintenant la réponse à l'échec de
l'intégration, en pensant, sans le dire à des quotas
d'allogènes zone par zone, afin de les mélanger aux
autochtones. « Certes, de quotas, il ne saurait être
question, tant ce concept est politiquement incorrect. Alors, tout au
plus, parle-t-on d’“harmonisation”, doux euphémisme pour une
réalité qui ne veut pas dire son nom », note Alice
Sedar (Le Figaro, 05/01/1999).
Appliquant ce concept, la municipalité de Chanteloup-les-Vignes,
dans un élan de romantisme volontariste, a essayé de
mélanger dans ses HLM des “couples français à
faible revenus avec beaucoup d'enfants” et “des familles
étrangères à revenu plus élevé mais
avec peu d'enfants” ; cette étrange politique de “mélange
socio-racial forcé” a sombré dans le ridicule.
Coincés par la réalité, beaucoup de mairies et
d'organismes HLM violent la loi en attribuant des logements selon des
critères ethniques, afin d’“éviter les ghettos” ou les
seuils trop importants de populations afro-maghrébines
au-delà desquels (ce que tout le monde sait sans oser le dire)
la paix sociale disparaît.
Ironie des contradictions du système : M. Frédéric
Pascal, président de la filiale immobilière de la Caisses
des dépôts et vice-président d'Amnesty
International a été condamné à 8 000F
d'amende pour discrimination raciale : la Scic avait refusé un
logement à un Algérien au motif que, libéré
par un Français, il devait revenir à un autre
Français, afin de maintenir des “quotas ethniques” dans le
quartier. M. Pascal sait maintenant que, pour la justice, être
Algérien, c'est une “race”.
Bref, le système se mord la queue : il essaie de lutter contre
les ghettos en appliquant en sourdine des quotas ethniques
illégaux et, voyant que ça fonctionne mal, tente
maintenant de favoriser par sa politique sociale l'implantation
d'allogènes dans des zones habitées par des
Français de souche.
* * *
L'exemple des États-Unis n'a pas été retenu. Dans
les années soixante, dans la foulée de la grande vague
libérale des civil rights et de l'utopie du melting pot, les
autorités américaines ont activement favorisé la
mixité de l'habitat et de la scolarité (busing) entre
Noirs, Latinos et Blancs. Résultat les Blancs
déménageaient des zones au-delà d'un certain seuil
d'allogènes, estimé à 12%, et retiraient leurs
enfants des écoles où l'on imposait un pourcentage
d'enfants d'autres origines. Le volontarisme des autorités n'a
rien pu faire contre ce “réflexe ethnique”. Le sociologue
William S. Cohen, figure de la gauche libérale antiraciste,
notait avec ce pragmatisme anglosaxon que les idéologues
français ne comprendront jamais : « la politique
anti-ghetto de mélange forcé a fait fuir les Blancs et
renforcé les ghettos. Peut-on accuser de mauvaises intentions
racistes une famille blanche qui déménage de son quartier
ou retire ses enfants de l'école publique parce que,
objectivement, la situation se dégrade du fait de la
présence de nouvelles minorités ethniques ? » (Los
Angeles Times, 03/11/1995).
Aujourd'hui, aux États-Unis, l'administration favorise la
politique des ghettos selon la logique du “chacun chez soi”, afin
d'éviter les frictions ethniques. États, Comtés et
pouvoir fédéral attribuent des “zones” aux Noirs, aux
Blancs, aux Latinos et aux Asiatiques, selon la logique d'un apartheid
de fait. Un rapport commandé par l'État de Californie en
1994 notait : « les tensions raciales les plus fortes ont lieu
entre Extrême-orientaux (Chinois, Coréens, Japonais
d'origine) et Noirs ; en revanche, les zones de cohabitation entre
Asiatiques et Blancs ne posent pas de difficultés ».
Aux États-Unis, depuis cette discrète et
systématique “politique des ghettos”, les tensions ethniques et
les émeutes urbaines sont beaucoup moins fortes qu'en France. Le
Brésil a adopté la même politique, ainsi que le
Mexique, autres pays multiraciaux.
Malheureusement, ce qui est possible aux États-Unis, immense
pays continent qui ne manque pas de place, ne l'est pas dans les pays
d'Europe, où les distances sont faibles et les densités
de peuplement fortes. De plus, les États-Unis sont
intrinsèquement un pays d'immigration et, dès leur
fondation, une société multiraciale. Le communautarisme
de partition est viable en Amérique, pas en Europe. En Europe,
l'impasse est absolue : la politique des ghettos est impossible, la
politique de la mixité ethnique aussi.
* * *
La politique des ghettos est impossible : les territoires urbains ne
sont pas assez grands et les moyens de transports trop denses pour
éviter les frictions ethniques. Des villes comme Roubaix,
Mantes-la-Jolie, Créteil, Le Val-Fourré, aujourd'hui
majoritairement peuplées d'allogènes (donc ghettos)
posent des problèmes insurmontables à tout leur
environnement urbain. En Californie, dans le Michigan, en Floride, ou
dans la région de Washington, les zones entièrement
noires ou latinos sont comme contenues dans un cordon sanitaire
implicite et ne posent aucun problème majeur aux autres zones
ethniques. Les États-Unis sont, depuis l'origine, un pays
d'immigration et d'imperméabilité ethnique ; c'est le
fondement de leur contrat social. En Europe, ce modèle de
cohabitation territoriale des ethnies - comme au Moyen-Orient
d'ailleurs - est inapplicable et invivable.
La politique de la mixité ethnique est également
impossible ; et elle l'est dans tous les pays du monde. Pris par un
soudain élan de démagogie sociale, la mairie de Paris
s'est avisée, au début des années
quatre-vingt-dix, de construire dans certains arrondissements des
logements sociaux, confortables et à bas prix,
réservés, au nom d'une “discrimination positive” qui
n'osait pas dire son nom, aux familles africaines et
maghrébines. Afin d' « apaiser les tensions » et de
« favoriser l'intégration » en mêlant ces
populations aux Français de souche. Dix ans après, on lit
dans la revue Paris-Le Journal, édité par la mairie de
Paris, sous la signature du groupe “Paris-Liberté” du conseil
municipal : « La délinquance continue de progresser
à Paris : 284 663 crimes et délits y ont
été constatés en 1998 contre 272 145 en 1997, soit
une hausse de 4,6 %, c'est-à-dire le double de la moyenne
nationale. [...] La délinquance des mineurs est en très
forte progression » (n°94, avril 1999). Or les progrès
de l'insécurité (dans les écoles, dans la rue, du
fait de braquages et de cambriolages) concernent très exactement
les arrondissements et les quartiers où des logements sociaux
pour immigrés ont été construits aux frais du
contribuable : sud-XVe, XVIIIe, XIXe.
L'exemple de la nouvelle Afrique du Sud, fondée sur le mythe de
la cohabitation multiraciale, n'est venu à l'esprit de personne.
Là-bas, depuis l'abolition de l'apartheid et l'instauration du
pouvoir noir, l'insécurité est telle, la
criminalité noire a subi une telle hausse que les Blancs, les
Asiatiques, les Métis, les Zoulous, les Xhosas s'enferment et se
barricadent dans leurs zones respectives. Le paradoxe de la nouvelle
Afrique du Sud, c'est que depuis l'abolition juridique de l'apartheid,
l'apartheid de fait est encore plus fort !
* * *
Dans la vie, il faut reconnaître que certains problèmes
n'ont pas de solution, sauf la crise, cette accoucheuse de l'histoire.
Politique des ghettos, politique forcée de la mixité
ethnique ? Des deux côtés, le cul-de-sac.
Découragé, Gérard Dezempte, le maire RPR d'une
commune de 8 500 habitants de l'Isère, Charvieu-Chavagneux, en
proie à une criminalité afro-maghrébine
croissante, déclarait à la presse en janvier 1999, avec
une lucidité désabusée : « Si l'on veut
lutter contre les ghettos, il faut changer de législation. Il
faut adopter une notion de seuil de tolérance. Il y a
aujourd'hui un déséquilibre des populations dans les
quartiers. Et cela nous conduit progressivement vers la guerre civile
».
Pour la petite histoire, notons que le conseil municipal de
Charvieu-Chavagneux avait voté, le 24 septembre 1998,
l'organisation d'un référendum sur « le peuplement
étranger des logements HLM », autrement dit leur
peuplement afro-maghrébin. Le préfet a cassé la
délibération comme illégale, malgré les 13
000 signatures d'une pétition populaire en faveur du
référendum. C'est ça, la “démocratie
moderne”.
La guerre civile, selon le mot de Gérard Dezempte ? Pour sortir
d'une impasse, il faut crever l'abcès. Les médications
douces du docteur République ont fait long feu. On attend le
chirurgien.
Malheureusement, cette “ségrégation” n'est pas le fait
d'une insuffisance de crédits de l'État (la “politique de
la ville” coûte près de 20 milliards par an), mais
s'explique parce que les Français de souche ne supportent pas de
vivre dans des quartiers où la concentration
afro-maghrébine est trop forte, du fait du comportement
même de ces populations. Aucun volontarisme étatique n'y
pourra rien ; l'intégration ne se décrète pas et
ne se finance pas. C'est la logique des ghettos de Los Angeles,
où aucun Coréen n'acceptera l'installation de Noirs dans
son quartier. Mais l'État français n'a jamais admis les
réalités ethniques, comme d'autres n'admettaient pas la
rotondité de la Terre.
Parlant de “quartiers défavorisés” (pourtant
irrigués par la manne financière des contribuables) le
député Cardo explique : « La mixité sociale
reste un voeu pieux. On ne modifiera pas les règles. Les
logements sociaux qui restent libres se trouvent essentiellement dans
les quartiers où la vie est difficile, où il y a de
l'insécurité. et on ne fera pas revenir dans nos
quartiers les gens qui en sont partis ».
A-t-on réfléchi aux faits suivants ? Les Polonais, les
Italiens, les Portugais, les Espagnols - voire même les
Asiatiques - qui ont immigré massivement en France à
partir des années soixante n'ont jamais eu besoin de
coûteuses “politiques d'insertion” pour participer à la
vie économique, pour s'insérer dans le tissu social, pour
échapper à la délinquance. Avec les Africains et
les Maghrébins, même une lourde assistance sociale ne
parvient pas à les insérer, à les inciter à
se prendre en charge. Il y a un problème. L'idéologie
dominante ne peut évidemment pas admettre que la cause de cette
impossible insertion n'est ni sociale, ni économique, ni
financière, mais ethnique.
Si l'insertion des Afro-maghrébins ne fonctionne pas, ce n'est
pas parce que la politique d'insertion est mauvaise, c'est parce que
l'insertion même de ces populations est consubstantiellement
impossible.
La distance ethno-culturelle entre ces populations et les
Européens est beaucoup trop importante pour qu'une cohabitation
paisible soit envisageable.
La perspective même de voir croître en Europe des
“territoires”, de plus en plus étendus, occupés par des
communautés allogènes qui, à partir de ces poches,
vont rayonner, est inadmissible. Pourtant c'est ce à quoi nous
assistons. Les pouvoirs publics ne mesurent absolument pas l'ampleur de
ce grignotage ni les conséquences dramatiques qu'il va avoir.
Ils s'accrochent au dogme sans effet de l'intégration et
à la dispersion des populations contre la formation de ghettos,
tout en menant, de l'autre main, une politique communautariste et
pro-islamique, sans aucun moyen d'empêcher l'extension des zones
de non-droit. Bref, les pouvoirs publics, complètement
dépassés et souvent inconscients du danger, ne
mènent plus d'empêcher politique. D'autres, plus
conscients, disent que nous sommes condamnés à cette
extension des zones territoriales allogènes. Tout le propos de
ce livre consiste à dire qu'il faut formuler le refus
d'être condamnés à l'inadmissible.
LE COMMUNAUTARISME ET LE FAVORITISME D'ÉTAT ENVERS LES
IMMIGRÉS
Dans un précédent paragraphe de ce chapitre, je
m'élevais contre l'affirmation courante selon laquelle les
Français et leur État centralisateur rechigneraient
à reconnaître les “différences” des
immigrés. Car malheureusement, les pouvoirs publics encouragent
l'implantation de communautés ethniques allogènes avec
toutes leurs coutumes. L'État a totalement abandonné
l'idée d'unification “citoyenne” et républicaine,
submergé par l'ampleur de la colonisation dé peuplement.
Incapable de choisir la voie de l'expulsion, de la reconquista,
incapable aussi d'intégrer et de franciser culturellement des
populations qui ne le veulent pas, l'État, croyant avoir la
paix, favorise à grands frais le communautarisme. Nous assistons
à un véritable Munich ethno-culturel. Mais comme
l'écrivait Ibn-Rush (Averroès) : « Celui qui
recherche la paix à tout prix n'aura que la guerre. Celui qui
ouvre les portes de sa ville à l'ennemi pour éviter le
pillage et l'incendie sera pillé et incendié encore plus
cruellement que s'il avait courageusement combattu pour se
défendre ».
* * *
Parmi le florilège de coûteuses mesures officielles pour
encourager le communautarisme et favoriser l'implantation et
l'expansion de communautés ethniques allogènes, en voici
quelques-unes, parmi les plus voyantes, qui bénéficient,
évidemment, en majorité à l'islam.
1) L'expulsion des jeunes filles voilées est très
minoritaire et le Conseil d'État donne tort à cette
pratique peu répandue mais très médiatisée.
Le tchador à l'école est encouragé par le pouvoir
parisien. Seuls quelques proviseurs laïcards font de la
résistance.
2) En dérogation complète des lois, les écoles
coraniques (madhraza) où officient les tahlebbs qui n'enseignent
pas les programmes français officiels sont autorisées
dès que la proportion de musulmans dépasse 50% dans une
agglomération. Elles se comptent aujourd'hui par centaines, et
des milliers d'enfants, de plus en plus nombreux, ne fréquentent
plus l'obligatoire et laïque “école républicaine”,
par ailleurs en pleine décomposition. Ces écoles
coraniques sont subventionnées (illégalement car elles ne
respectent pas les programmes) alors qu'on n'autoriserait et ne
subventionnerait pas d'autres écoles religieuses qui feraient de
même.
3) Dans une centaine de communes de France, où les autochtones
européens sont devenus minoritaires, les juges coraniques ont
droit de cité et le Code civil n'est plus respecté. La
polygamie est autorisée et les familles polygames touchent
toutes les allocations familiales. L'État a donné
instruction de fermer les yeux. Évidemment, un Européen
de souche ne bénéficierait pas de ces largesses.
4) L'État, les Conseils régionaux et un grand nombre de
municipalités participent financièrement à
l'édification de mosquées ; on va même plus loin :
à Strasbourg, la municipalité tente de mettre sur pied un
“conseil musulman unifié” et d'apaiser les querelles entre les
diverses organisations islamiques concurrentes. C'est formidable : on
fait le travail à leur place. Le ministère de
l'Intérieur et des Cultes, pourtant entre les mains de jacobins
laïcards et anticléricaux, a réussi à faire
voter (budget de 1998), sous divers chapitres répartis et quasi
invisibles, un total de 1,3 milliard de francs en faveur de
l'implantation de l'islam : mosquées, centres culturels,
associations subventionnées, etc.
Citons simplement cette remarque étonnée de
Sembène Ndago, journaliste catholique au Soleil, le grand
quotidien de Dakar : « En Europe, l'Arabie Saoudite, aidée
par les gouvernements, financé l'édification de
mosquées. Dans les pays musulmans, on ferme les églises,
on ne les entretient pas ou on les interdit, on décourage le
culte. [...] On se pose des questions devant cette passivité de
l'État français face à l'implantation de l'islam
» (2/09/1998).
5) Si vous êtes Corse, Alsacien, Basque, Flamand ou Breton, vous
aurez peu de chance d'obtenir une subvention pour une association
culturelle, une école qui enseigne votre langue ou votre
culture, une initiative qui enrichisse votre patrimoine ethnique
européen (voir à ce propos le combat pour la
reconnaissance des écoles Diwan en Bretagne) ; mais si vous
êtes Chinois, Sri-Lankais, Malien et - surtout - Arabo-musulman,
l'administration sera attentive à vos sollicitations
financières, à Paris comme à Bruxelles. A Paris,
les fêtes rituelles asiatiques, les journaux “communautaristes”
sont en partie financés par les services de M. Tibéri.
L'association des Auvergnats de Paris, comme celles des Basques ou des
Bretons ne peuvent compter, elles, que sur leurs propres ressources. M.
Tibéri, qui a sans doute oublié qu'il était Corse
avant d'être RPR ou citoyen du monde, a refusé d'aider les
associations d'enseignement de la langue corse. C'est subversif, vous
comprenez ... En revanche, les centres d'enseignements de l'Arabe ont
reçu en 1988 123 millions de Francs, afin de pouvoir dispenser
un enseignement gratuit. A Paris, apprendre l'Arabe ou le Chinois,
c'est gratuit. Apprendre le Néerlandais, l'Italien ou le Breton,
c'est payant.
6) Un fait mineur mais significatif, un “détail parlant” comme
on dit pour organiser une procession religieuse, une fête
traditionnelle dans le domaine public, il faut une autorisation
préfectorale. Sauf pour la prière musulmane sur la voie
publique (sahlat) couramment pratiquée à Barbès,
Villeurbanne, Roubaix, Créteil ou ailleurs.
7) L'Institut du Monde Arabe édifié par Jean Nouvel sur
les bords de la Seine absorbe 7% du budget du ministère de la
Culture. L'Arabie Saoudite concourt à boucler le budget de cette
institution dont l'objectif avoué est l'arabisation et
l'islamisation.
8) A France-Télévision, les émissions religieuses
musulmanes vont probablement accroître leur volume horaire. Elles
sont subventionnées.
9) Dans le domaine économique maintenant, il faut savoir, ce
dont bien peu se doutent, que des milliers de petites ou de
micro-entreprises tenues par des musulmans ou d'autres immigrés
ne paient ni TVA, ni assedics, ni charges sociales. Parfois elles ne
sont même pas déclarées du tout dans les registres
de commerce. Il s'agit par exemple d'épiceries, de boucheries,
d'abattage et de fourniture en gros de viande hallal, d'imprimeries, de
fabriques de vêtements et de bijoux, d'importateurs de produits
des pays d'origine, d'entreprises d'affichage, etc. Elles ne sont
jamais contrôlées et jamais sanctionnées, surtout
quand elles se situent dans les “quartiers sensibles”. L'État ne
veut pas de vagues et croit acheter ainsi la paix sociale.
Bien entendu, ces entreprises concurrencent férocement les
entreprises françaises équivalentes durement
contrôlées, fiscalisées et sanctionnées.
Comment expliquer par exemple que, dans mains endroits, les petits
commerçants alimentaires français ferment les uns
après les autres alors que les épiceries arabes et les
traiteurs chinois profilèrent (cas du XVe arrondissement de
Paris) ? Pourtant, les commerçants français sont
meilleurs et moins chers ! Tout simplement parce que ces derniers sont
assommés de charges sociales et fiscales alors que les premiers
s'en auto-exemptent sans craindre de sanctions. Les commerçants
de bouche arabes vont jusqu'à faire travailler dans la boutique
des enfants de 8 ans, en toute impunité, ce qui relève
pourtant de la correctionnelle, et obtiennent des autorisations
d'ouverture nocturne refusées aux autres.
Autre fait connu mais tû : dans les quartiers sensibles, les
jeunes Afro-maghrébins qui roulent - par quel miracle ? - dans
de coûteuses berlines de provenance douteuse ne sont jamais
contrôlés et ne se voient jamais infliger de
contraventions. La police a ordre de fermer les yeux “pour
éviter les incidents”.
Au total, en 1998, on peut estimer, toutes interventions confondues,
à 10 milliards de francs (en provenance de l'État ou des
instances décentralisées) l'aide apportée au
“communautarisme” arabo-musulman, sous ses formes civiles ou
religieuses. On appelle les immigrés “populations
défavorisées”, alors qu'ils bénéficient de
4,5 fois plus d'aides que les populations autochtones (Bulletin de la
FAS, août 1999, pages 87-88) aides à l'emploi, vacances
gratuites, zones franches dans les “cités”, emplois-jeunes. Ce
sont des populations favorisées, privilégiées.
On pourrait multiplier les exemples à l'infini. Les pouvoirs
publics encouragent et financent sur vos deniers les ghettos ethniques
extraeuropéens en expansion, leur culture ainsi que
l'islamisation. La raison de ce favoritisme, de cette acceptation de
dérogation aux lois est le résultat d'une politique de
l'autruche. II s'agit d'éviter l'explosion ethnique et sociale.
Mais on ne l'évitera pas : on l'encourage au contraire, par tous
ces privilèges communautaristes, et on en accroîtra
l'ampleur. Payer le voleur ne l'empêche pas de voler.
COMMUNAUTARISME ET RACISME AFRICAINS
En juillet 1999, un collectif intitulé Égalités,
en réalité un groupe de pression immigrationniste
dirigé par des Africains dont l'écrivain Calixte Beyala,
a sommé le CSA (Conseil supérieur de l'audiovisuel)
d'imposer une politique de quotas dans les radios et les
télévisions pour imposer une proportion d'animateurs
d'origine maghrébine et africaine en rapport avec leur place
dans la population. J'en parle dans le chapitre sur le racisme. Il
s'agit d'imposer cette politique de “discrimination positive”
(affirmative action) qui a totalement échoué en
Amérique. Cette logique, à l'évidence
“racialiste”, complètement contraire à l'idée
d'égalité qu'elle prétend défendre, est au
centre du dispositif communautariste. Mais les mots portent des lapsus
: “discrimination positive” contre qui ?
Implicitement contre le mâle blanc, qui est donc, sans qu'on le
dise, considéré comme supérieur, trop fort,
surdoué. Il faut donc lui opposer des handicaps. Quelle
dévalorisation pour les groupes ethniques
bénéficiant de ces privilèges de quotas
artificiels, supposés ainsi sous-capables ... Mais ils ne s'en
rendent même pas compte eux-mêmes. L'idéologie
égalitaire, en pleine débandade, essaie de tirer son
épingle du jeu par le pire des inégalitarismes.
Un des principaux théoriciens du communautarisme africain en
France - et du communautarisme en général comme solution
à la question de l'immigration - est un membre de ce collectif
Égalités qui demande à la télévision
et ailleurs des quotas d'Africains. Il s'agit de Hamidou Dia,
écrivain et professeur de philosophie à Argenteuil. II a
exposé sa doctrine dans une lettre ouverte au Premier ministre
parue dans la presse en février 1999. C'est un mélange
affligeant de misérabilisme (on pourrait même dire
d'auto-racisme) et de revendications, de racisme inconscient et
l'assimilationnisme, qui démontre à quel point les
thèses communautaristes, qu'elles soient défendues par la
revue Éléments ou par des théoriciens africains,
sont confuses et contradictoires et visent des objectifs incompatibles.
« On peut se demander, commence Hamidou Dia, pourquoi de tous les
pays d'Europe, la France est la seule à vivre si douloureusement
ses problèmes d'immigration ». Son explication, à
la fois lyrique et geignarde, c'est bien entendu un « racisme
sournois » provoqué par, en vrac, le paternalisme
condescendant, l'assimilationnisme et l'intégrationnisme. Alors
qu'il doit savoir que les pouvoirs publics français ont tout
essayé sans succès pour “faire participer les
immigrés à la vie de la Cité”, tout en les
laissant libres de s'organiser en communautés ethniques. La
réponse à la question de M. Dia est pourtant simple :
parce que le seuil d'immigrés a atteint en France les
proportions les plus fortes d'Europe et parce que les populations
concernées posent intrinsèquement plus de
problèmes que les Turcs d'Allemagne ou les Hindous d'Angleterre.
Hamidou Dia défend à la fois la thèse que la race
noire (car c'est bien de cela qu'il s'agit) forme en France une
très forte communauté et qu'elle exige une participation
à la vie publique proportionnelle à son nombre, mais
aussi qu'elle exige des droits privilégiés de
discrimination positive pour compenser le racisme dont elle serait
l'objet. Mais il défend aussi l'idée de
citoyenneté française des Noirs et celle de destin commun
républicain entre jeunes Noirs et jeunes Blancs. Autrement dit,
comme la jeune Algérienne citée plus haut, il soutient
à la fois et contradictoirement les thèses
communautaristes racialistes et les positions assimilationnistes et
multiraciales du melting pot républicain. Un cas fréquent
de schizophrénie socio-politique.
Dans sa lettre ouverte, il écrit en effet tout d'abord : «
L'immigré est en train de devenir, dans la conscience collective
française, non plus l'Arabe mais le Noir. [...] Or les Noirs
d'Afrique et de la diaspora vivant en France sont entre 5 et 7
millions, immigrés, nationaux, binationaux confondus.
Malgré tous les discours sur la nécessaire
intégration, cette communauté brille par son absence dans
la vie politique, culturelle, médiatique de ce pays, comme si
elle était définitivement enveloppée dans la nuit
noire de sa peau ». C'est donc, le fait racial d'être Noir
qui compte, de l'aveu même de M. Dia. Et ce, que les Noirs soient
français ou étrangers. Voilà qui entre en totale
contradiction avec la profession de foi citoyenne et multiraciale de M.
Dia exprimée plus loin : « Tous les membres de la
communauté pensent que, pour être d'origine
immigrée, ils n'en sont pas moins des citoyens (même les
Noirs étrangers ? Encore une ânerie de plus). Parler d'une
seule voix, affirmer avec force notre citoyenneté, refuser avec
intransigeance la réduction amalgamée de
l'identité avec l'appartenance raciale, ethnique ou religieuse,
sans renier aucune des composantes de notre personnalité,
peuvent constituer un pôle efficace d'un rassemblement
responsable et respecté. [...] Nos enfants auront rigoureusement
le même destin ; ils seront, dans le siècle qui vient,
ceux qui vont construire la cité de demain que nous leur
souhaitons juste, solidaire, républicaine et démocratique
». Communautarisme racialiste et intégration
républicaine mis dans le même sac. Quel charabia, quel
confusionnisme intellectuel. Mais le désordre idéologique
du théoricien du Collectif Libertés ne s'arrête pas
là.
Sa deuxième contradiction : il revendique un poids croissant de
la “communauté noire” dans la société au nom des
signalés services qu'elle lui rendrait et de la valeur
ajoutée qu'elle lui apporterait et en même temps il admet
... que cette communauté ne pèse d'aucun poids
sérieux dans les forces vives de la France actuelle ! Il
faudrait savoir ... Il écrit : « Il s'agit d’affirmer, ici
et maintenant, notre forte contribution à l'essor de
l'économie et de la culture française ». Comment
peut-on fortement contribuer à l'essor de la culture
française ... tout en en étant absent ? Mystère.
Ce professeur de philosophie africain devrait essayer de lire Aristote
et les logiciens grecs (On pourrait aussi fortement remettre en doute
le cliché fréquent de l'apport économique et
culturel de la “communauté” concernée, mais tel n'est pas
le propos ici).
L'explication de ces douloureuses contradictions s'explique par un
complexe d'infériorité. Je cite M. Dia, dans toute sa
candeur blessée « On vient de célébrer le
150ème anniversaire de l'abolition de l'esclavage, ce crime
oublié contre l'humanité. Pourtant nous ne monnayons pas
notre souffrance passée et actuelle. (si, puisque M. Dia demande
des quotas de Noirs dans les emplois publics) Franz Fanon disait :
“quand on me déteste, on dit que c'est à cause de ma
couleur ; quand on m'aime, on ajoute que c'est en dépit de ma
couleur : ici et là, je suis prisonnier du cercle infernal”.
C'est ce cercle qu'il faut rompre, par le refus de toute forme
d'infantilisation, d'humiliation et de paternalisme ».
En terme psychanalytique, cette attitude masochiste relève du
complexe racial de ressentiment. M. Dia veut responsabiliser les Noirs
tout en les victimisant en en appelant à l'apitoiement public.
Il refuse l'infantilisation, mais infantilise sa “communauté” ;
il rejette l'humiliation et le paternalisme mais les provoque par son
discours même.
Le grand gagnant dans tout ceci, chose classique dans toute
société multiraciale, c'est le racisme implicite et
omniprésent qui remplace les rapports de citoyenneté et
de solidarité. Faire cohabiter des races différentes,
c'est possible dans une équipe de football où les joueurs
sont surpayés, pas au sein d'une même communauté
politique et historique de destin.
En conclusion de ce chapitre, admettons que les défenseurs du
com-munautarisme, qu'ils soient de gauche, de droite ou d'origine
immigrée ne savent plus trop où ils en sont. Ils ont
perdu leurs repères. A la limite, les défenseurs de
l'assimilation forcée, comme Alain Griotteray (dont je ne
partage pas non plus les thèses) sont mieux dans leur peau,
puisqu'ils ont une doctrine claire. Impraticable certes, mais
non-contradictoire et logique, dans sa tragique impossibilité.
Le communautarisme mènera au chaos. En un sens paradoxal, c'est
peut-être là la solution.
CHAPITRE IV L'ISLAM A LA CONQUÊTE DE L'EUROPE
On compte aujourd'hui officiellement 4 millions de musulmans en France.
Le chiffre réel est très probablement plus
élevé, entre 6 et 7 millions de croyants. L'islam est
déjà la deuxième religion de France. On
comptabilise déjà 1 430 mosquées officielles en
France. Ses pratiquants sont jeunes, alors que les pratiquants
catholiques sont âgés. Compte tenu de l'évolution
démographique (flux constant de migrants non
maîtrisé, taux de natalité supérieur des
populations islamisées), si rien n'est fait, l'islam sera la
première religion de France à partir de 2015. La France
compte déjà davantage de musulmans que l'Albanie et la
Bosnie réunies.
Dans l'Union européenne, on estime le nombre de musulmans
déjà à 15 millions. Il est en croissance dans tous
les pays.
Affirmer aujourd'hui que “la France n'a rigoureusement aucune chance de
devenir une république islamique ni même -
hypothèse basse - un pays musulman” est une affirmation aussi
risquée que celle qui consistait à dire dans les
années quatre-vingt que “l'Allemagne n'a aucune chance de se
réunifier”, ou que “l'URSS ne peut pas éclater et le
communisme ne peut pas disparaître”, ou que “en 1999, la
Luftwaffe bombardera Belgrade et le ministre allemand de la
Défense sera pourtant un pacifiste de gauche.”
L'ISLAMISATION DE L'EUROPE EST INACCEPTABLE
Aucun de mes propos ne sera haineux envers l'islam, qui pourtant ne
pratique pas toujours cette réciprocité. En revanche, je
considère bel et bien l'islam comme une très grave menace
et un ennemi, dès lors que cette religion conquérante
procède à une installation massive et consciente en
Europe. On ne méprise pas son ennemi, on le combat. Et quand on
cherche à le connaître, on ne sombre pas dans la
naïveté des intellectuels d'aujourd'hui qui le
déclarent tolérant, sans l'avoir jamais
étudié.
De même, on peut parfaitement partager des valeurs proches de
celles de son ennemi. Son caractère d,'ennemi vient d'abord de
ce qu'il s'impose comme occupant. On peut, comme l'islam, combattre ou
déplorer le matérialisme et l'individualisme
forcené de l'Occident, mais considérer néanmoins
que l'installation de l'islam en Europe est un acte de guerre, selon
l'enseignement rigoureux du Coran. La mise en garde de Çarl
Schmitt s'applique magnifiquement à tous les Européens
naïfs et tolérants envers l'islam : « Ce n'est pas
toi qui décide qui est ton ennemi, c'est lui. Tu auras beau le
déclarer ton ami, si lui décide qu'il est ton ennemi, tu
n'y pourras rien ».
* * *
Contrairement à l'opinion des islamophiles, l'islam n'est pas
seulement une “foi universelle” comme le christianisme mais une
communauté de civilisation (“umma”) qui vise à
l'expansion. Le projet implicite de l'islam est tout simplement la
conquête de l'Europe, à la fois religieuse et ethnique,
ainsi que le stipule le Coran. Nous sommes déjà en
guerre. Les occidentaux ne l'ont pas compris. Les Russes, si.
Car, même s'il véhicule des valeurs transcendantes et
propose une doctrine de vie, individuelle et collective, dans laquelle
des normes supérieures et intangibles s'imposent aux croyants,
donnant ainsi un sens à leur existence (tout à
l'opposé du désenchantement et du dessèchement
matérialiste de la modernité occidentale), même 69
s'il apparaît “archéofuturiste”, même s'il s'oppose
aux dérives pathologiques de l'égalitarisme (comme le
féminisme ou l'homosexualisme), l'islam ne correspond en rien
à l'esprit européen. Son introduction massive en Europe
défigurerait la culture européenne et la mettrait plus
à mal encore que ne l'a fait l'américanisation. Un
dogmatisme revendiqué, une absence d'esprit faustien, une
négation fondamentale de l'humanisme (entendue comme autonomie
de la volonté humaine) au profit d'une soumission absolue
à Dieu, une extrême rigidité des obligations et des
interdits sociaux, une confusion théocratique de la
société civile, de l'État politique et de la
religion, un monothéisme absolu, une réticence profonde
envers la libre création artistique ou scien-tifique, sont des
traits incompatible avec la tradition mentale européenne,
fondamentalement polythéiste.
Ceux qui croient que l'islam pourra s'européaniser, s'adapter
à la culture européenne, accepter la notion de
laïcité commettent une redoutable erreur. L'islam, par
essence, ne connaît pas le compromis. Son essence est autoritaire
et guerrière. C'est la religion, par excellence, de peuples du
désert. Les Européens, païens à l'origine,
ont pu paganiser le christianisme, le transformer subrepticement en
polythéisme, notamment à travers le catholicisme. Avec
l'islam, beaucoup plus intransigeant, ils ne le pourront pas. Ils
devront se soumettre ou se démettre. Autrement dit, avec
l'introduction colonisatrice de l'islam en Europe, deux risques se
présentent : défiguration ou guerre.
Dans un premier temps, le discours de l'islam en Europe se fait
relativement tolérant. Les responsables musulmans disent
“vouloir respecter les lois de la République” et la
laïcité, ce qui est dès le départ, totalement
incompatible avec le Coran, puisque celui-ci ne saurait tolérer
un autre droit que le droit coranique qu'il confond avec le droit
civil. Il s'agit donc d'un mensonge qui appartient à la
“stratégie du renard” évoquée par Machiavel.
Déjà en France, comme en Grande-Bretagne, des voix
s'élèvent pour demander que les musulmans
bénéficient d'un droit spécial. Des partis sont
sur le point de se créer pour affirmer ces revendications. Comme
on le verra plus loin, l'islam ne révèle jamais avec
franchise ses intentions à ceux qu'il considère comme ses
ennemis, nous, les Infidèles ; cette ruse est pour lui une
obligation théologique et morale.
Dans un deuxième temps, avec l'augmentation constante des
effectifs musulmans - par le biais du différentiel
démographique, des flux constants d'immigration, voire des
conversions des autochtones - l'Europe sera déclarée
“terre de conquête” par l'islam, ce qui constitue un renversement
radical des tendances historiques des siècles passés.
Revanche contre les croisades et l'humiliation de la colonisation et
reprise du grand mouvement d'expansion.
DE L'INTOLÉRANCE ET DE LA RUSE DE L'ISLAM
L'islam est par essence intolérant et sa logique est celle,
très machiavélienne, de l'utilisation conjointe de la
force et de la ruse. La ruse, quand les musulmans sont les plus faibles
et minoritaires ; la force, quand leur domination commence à
être assurée.
C'est ainsi que, chez les immigrés arabo-africains, l'islam
n'est pas pensé comme une religion d'essence spiritualiste (ses
préceptes moraux sont peu suivis) mais comme une
auto-affirmation ethnique revancharde face aux Européens,
souvent dénommés “croisés”. Plus encore que le
christianisme, aujourd'hui très affaibli, l'islam est la
religion par essence de la vérité
révélée impérative, et, avec une bonne
conscience aveugle, se croit toujours dans son droit et justifie tous
les actes, même les exactions, commises au nom de son expansion
et de la gloire d'Allah.
Les Européens, naïfs défenseurs de l'islam,
commettent l'erreur de ne pas le connaître et
d'interpréter le Coran comme un “bloc de
sincérité”, comme un texte globalement logique, alors que
c'est un texte à “plusieurs vitesses”, riche en
interprétations biaisées.
On met en avant la “tolérance et la fraternité entre les
religions, la liberté de la foi choisie” par le précepte
coranique : « point de contrainte en religion » (sourate
II, verset 256) ; on insiste sur la réprobation de tout
intégrisme et de tout fanatisme : « l'islam est la
communauté du juste milieu » (II, 143) ; ou bien : «
pas de violence en matière de religion ! La vérité
se distingue suffisamment de l'erreur » (II, 257). L'islam serait
attaché à la compassion et au pardon des offenses :
« il faut repousser le mal par le bien » (XLI, 34 - XXIII,
96 - XII, 22), ou bien encore l'islam serait attaché à
l'humanité envers l'ennemi, qui obligerait tout musulman
à lui porter secours (IX, 6). Ces versets sont absolument
contredits par quatorze siècles de comportement de l'islam, qui
privilégie toujours la violence quand les rapports de force lui
sont favorables, qui ignore le pardon et la compassion, qui
éradique ou soumet dans des ghettos les autres religions dans
les territoires qu'il a conquis, où il ne tolère ni les
païens polythéistes ni les athées.
Ces versets pacifiques sont une ruse. Théologiquement, dans le
Coran, ils sont annulés par les versets belliqueux écrits
postérieurement, notamment ceux de la Sourate 4, sur laquelle
nous reviendrons plus loin.
L'aumône (zakat) qui constitue le troisième “pilier de
l'islam”, est totalement différente dans son essence de la
charité chrétienne. Cette dernière est
universaliste et altruiste - ce qui semble bien naïf à un
musulman. Bien que les musulmans et leurs alliés, par pure ruse
de propagande, tentent de faire croire que l'aumône musulmane est
un impératif caritatif et philanthrope qui démontrerait
l'esprit humaniste et pacifique.de l'islam, la réalité
est toute différente.
La zakat ne concerne que l'umma, la communauté des croyants. Un
musulman n'est nullement tenu de faire l'aumône au juif et au
chrétien dans le besoin, ni de leur porter secours en aucune
manière ; quant à pratiquer l'aumône envers le
païen ou l'athée, c'est blasphématoire. La
signification de l'aumône n'est nullement fondée sur la
commisération ou 1’“amour du prochain” dans cette religion
conquérante, intolérante et guerrière. Elle est
motivée, selon le Coran, par deux considérations d'abord,
pratiquer la solidarité envers les membres de l'umma dans la
nécessité, afin de renforcer la communauté ;
ensuite, apprendre à tout musulman qu'il n'est pas
propriétaire des biens dont il dispose, et que ceux-ci ne sont
qu'un prêt consenti par Allah afin d'illustrer sa puissance et de
répandre partout l'islam, par la conversion ou par le fer.
Il n'est donc pas question pour un musulman de venir en aide à
n'importe quel être humain. L'Infidèle est, pour cet
implacable monothéisme révélé, un indigne.
On aura remarqué - mais les médias l'ont tu
évidemment - que le Croissant rouge pendant la guerre des
Balkans n'est venue en aide qu'aux réfugiés bosniaques ou
kosovars musulmans, totalement indifférent au sort des
populations serbes orthodoxes ou croates catholiques frappées
par la guerre ; tandis que la Croix rouge n'a opéré
aucune distinction ethnique ou religieuse.
D'une manière générale, l'islam ne pratique une
politique de paix et d'apparente tolérance que lorsqu'il est
faible et minoritaire.
* * *
Beaucoup de pays musulmans, comme l'Arabie Saoudite, proscrivent
absolument l'édification d'une église sur leur
territoire. La pratique d'un culte chrétien est interdit aux
étrangers en poste dans ces pays. Dans la plupart des pays
musulmans, l'entrée ou la résidence de prêtres
chrétiens est quasiment impossible ; tout prosélytisme
est interdit, sous peine d'expulsion immédiate. En Europe, le
prosélytisme musulman est encouragé et financé
(constructions de mosquées) par les pouvoirs publics, dont la
laïcité n'est qu'un synonyme de naïveté. La
règle de réciprocité qui régit pourtant le
droit international est totalement bafouée ; les
Européens acceptent parfaitement, en leur défaveur, cette
règle du “deux poids, deux mesures”, ce qui, aux yeux d'un
musulman trahit un signe de faiblesse et de démission qui
encourage et légitime, qui justifie divine voluntate leur
mouvement de conquête ethno-religieuse de l'Europe.
Dans l'esprit de l'islam, le fait que les Européens n'exigent
pas des pays musulmans la même neutralité laïque, la
même liberté de culte qu'ils pratiquent chez eux envers
les musulmans, signifie ceci : « Les Européens savent
qu'ils sont dans l'erreur, ils reconnaissent la
supériorité de l'islam et la supériorité
d'Allah ; ils se prosternent devant nous et s'avouent Infidèles
et c'est à bon droit qu'ils sont pour nous terre de
conquête ». Ces propos, ont été tenus par un
iman égyptien dans le quotidien cairote Al Ahram.
Les Européens ignorent les fondements même de l'islam,
notamment le cynique “impératif des trois étapes de la
conquête” : dans un premier temps, la communauté musulmane
installée dans une terre étrangère, encore
minoritaire, pratique le Dar al-Sulh, la “paix momentanée”,
parce que l'infidèle, dans son aveuglement et sa
naïveté, permet le prosélytisme islamique sur son
propre sol, sans exiger aucune réciprocité en terre
musulmane. C'est l'étape que nous vivons actuellement en Europe
et qui fait croire qu'un “islam laïc et européanisé”
est possible.
Dans un deuxième temps, lorsque l'implantation de la
communauté islamique se confirme, l'impératif de la
conquête et de la violence se fait jour. C'est le Dar al-Harb,
où la terre de l'infidèle devient “zone de guerre”, soit
parce que des résistances se font jour à l'implantation
de l'islam et qu'il faut briser, soit, parce déjà
suffisamment nombreux, les musulmans n'ont plus besoin de paix et
peuvent abandonner la prudence des premiers temps de la conquête.
Cette phase, nous n'allons pas tarder à la vivre : nous en
voyons déjà les prémisses.
La troisième étape est celle où les musulmans
finissent par dominer. C'est le Dar al-Islam, le “règne de
l'islam”. Le juif et le chrétien sont tolérés mais
minorés, bénéficiant au mieux d'un statut
inférieur, celui de dhimmis (“protégés”) payant
une capitation spéciale et privés de la plupart des
droits civiques ; païens polythéistes (“idolâtres”)
et athées sont pourchassés, et toute la population doit
se plier aux règles sociales de l'islam. Le non-musulman, n'a
aucune chance de bénéficier d'une position sociale
dirigeante. Au Maroc, où chrétiens et juifs
étaient le mieux tolérés et le plus
protégés, ils ont tout de même dû partir
après la fin du protectorat français, bien qu'il ne se
fût produit aucune guerre comme en Algérie.
Pour beaucoup de leaders des réseaux islamiques mondiaux
aujourd'hui, l'objectif est d'imposer à terme à l'Europe
la loi du Dar al-Islam. C'est un projet conséquent, une
volonté politique inébranlable, qui est actuellement en
marche. Parce que Dieu l'a ordonné ainsi.
L'islam est un universalisme absolu et prosélyte qui a vocation
impérative de conquérir la terre entière. C'est le
même impératif que le “allez enseigner à toutes les
nations” du christianisme (aujourd'hui abandonné par ce
dernier), mais formulé de manière beaucoup plus offensive.
Les années soixante-dix ont été celles de la
régénérescence de la puissance islamique,
après le coup de massue de la colonisation européenne.
Voici venu pour lui le temps de la contre-attaque.
Le prosélytisme chrétien visait à imposer un foi
universelle, mais le prosélytisme musulman vise à
implanter une civilisation, un mode de vie et une soumission politique.
L'islam est moins une religion, au sens spirituel du terme qu'un
impérialisme politique et ethnique doublé de la
volonté d'implanter partout une civilisation intolérante
dans laquelle le musulman dominera tous les autres, comme l'homme
domine la femme. Vouloir séparer, en islam, la politique de la
religion est complètement vain ; elle ne font qu'une. Les
prêches des imams dans les mosquées de nos banlieues, que
les islamophiles de salon n'ont jamais entendues, en appellent
ouvertement à la conquête du sol français et au
travail prosélyte de conversion.
Depuis quelque temps, les Renseignements généraux ont
remarqué que certain imams prêchaient directement la
violence armée. Les curés, dans leur
misérabilisme, ont depuis bien longtemps renoncé à
convertir ; dans leurs prêches, ils conseillent au contraire
d’“accueillir l'islam” comme une religion-soeur, comme un
enrichissement. Quand on pense que l'oecuménisme, n'a jamais
fonctionné avec les protestants et les juifs, comment imaginer
qu'il puisse être possible avec l'islam ? C'est la fable du
berger qui laisse entrer les gentils petits louveteaux dans la
bergerie. Quand ceux-ci grandirent, on sait ce qui arriva. Les
prélats et les hommes politiques feraient bien d'en revenir
à l'enseignement irremplaçable de ce bon Jean de La
Fontaine.
UNE RELIGION DE CONQUÊTE UNIVERSELLE PAR LA VIOLENCE
Comme pour faire admettre en douceur la progression de l'islam en
France, on évoque un islam de paix, laïc, tolérant,
à dissocier absolument de l'islam violent de l'Algérie,
de l'Afghanistan et du terrorisme musulman en Europe même. Il
s'agit là d'une imposture. Une imposture classique dans
l'histoire puisque le Coran conseille, dans les premiers temps de
l'islamisation d'une terre par immigration, de donner de l'islam une
fausse image pacifique (Sourate 4, verset 101). Pour ensuite frapper et
s'imposer. C'est la vieille tactique du cheval de Troie.
En réalité l'essence de l'islam est, comme le stipule le
Coran, l'expansion agressive et sans limite. Assorti d'une
éthique de la violence, de l'intolérance et de
l'exclusion. Avec notamment l'infériorisation des femmes et des
mécréants, la pratique du meurtre légal, etc. Tout
cela est dans le Coran et n'a jamais été contesté
par aucun imam, se dit-il “laïc”, par perfidie théologique,
comme Dalil Boubakeur, le recteur algérien de la mosquée
de Paris.
* * *
La Charte du Culte Musulman en France, adopté en décembre
1994 à Paris, est un monument d'hypocrisie, qui va
jusqu'à déclarer, la main sur le coeur
Article 11 : « L'islam prône la tolérance et combat
le racisme, la xénophobie et les discriminations de tout ordre
».
Article 12 : « L'islam est dans son essence une religion de
non-violence » (pour un peu, on croirait entendre Ghandi...)
Article 13 : « L'islam appelle au respect et à la
dignité de l'homme. Il refuse toute forme de discrimination et
d'exploitation. Il ordonne le respect de la vie humaine ».
Avec une sournoise habileté, pour endormir les mentalités
européennes, on reprend les thèmes de l'idéologie
des droits de l'homme et du catholicisme post-conciliaire. D'ailleurs
aucun texte coranique n'est, comme par hasard, cité pour
corroborer ces grands principes. Et, de fait, le Coran prône
exactement le contraire.
L'islamologue Albert Kehl écrit (in L'islam, guerre ou paix ? :
« Les islamistes évitent de porter à notre
connaissance les textes dont ils usent forcément pour enflammer
leurs fidèles. Il ne nous reste qu'à explorer le Coran.
[...] L'importance de la communauté musulmane en France nous
fait obligation de ne pas négliger cette étude, l'ouvrage
auquel tous les musulmans déclarent se référer.
Afin de savoir ce que nous pouvons attendre de cette religion : la paix
dont on nous parle tant, ou la violence comme la subissons
déjà ? [...] Si nous remontons aux sources de l'islam,
c'est l'agressivité dont ils fit preuve dès ses origines
qui frappe, non seulement en Arabie, mais dans toutes les directions
possibles, à l'ouest vers le Maghreb et l'Europe, au nord en
direction de la Turquie, à l'est vers l'Irak, l'Iran,
l'Afghanistan. [...] Pour agiter les foules arabes, pour les fanatiser,
pour les lancer dans des opérations non point de paix mais de
conquête pour la Guerre Sainte, il a fallu que les
prédicateurs musulmans utilisent des ordres ou des indications
d'Allah inscrits dans les textes même du Coran. Ce sont ces
textes qui ne devraient pas exister selon les thuriféraires d'un
islam de paix ». Allah a le statut d'un Gott Mit Uns.
Dans la Sourate 4 du Coran, fondamentale, intitulée « Les
Femmes », les versets 69, 70, 71, 74, 77, 89, 101, 102 et 104
(dont je cite plus loin partiellement le contenu) proposent la doctrine
centrale de l'islam. Elle est d'un simplisme confondant mais d'une
efficacité redoutable. Car elle flatte à la fois le
désir de bonheur individuel dans le paradis (principe de
plaisir, la jouissance enfin autorisée par Dieu) et la
volonté de puissance sanguinaire dans l'ici-et-maintenant
(là encore pardonnée par Dieu) qui sont les deux moteurs
de ce que la nature humaine a de plus primat et de plus profond.
D'après la Sourate 4, la doctrine centrale de l'islam est donc :
pour gagner le paradis, où tous les plaisirs sont permis, il
faut conquérir le monde, par la violence, au nom d'Allah. En
utilisant à la fois la force brutale et la ruse, sans craindre
de se priver du plaisir terrestre du meurtre et du viol (le mariage
provisoire des intégristes algériens, prévu par le
Coran). Les prescriptions de l'aumône ne sont valables qu'en
faveur des frères musulmans de l'ummah. La spiritualité
se résume à la prosternation devant un Dieu, guerrier et
jaloux (inspiré de celui de l'Ancien Testament) afin d'obtenir
ses faveurs et d'éviter ses punitions. Dans le Coran, il
n'existe aucun verset qui incite à respecter la vie d'autrui.
L'amour du prochain y est totalement inconnu ; seul devoir : la
solidarité avec le croyant conquérant musulman. On
comprend à ce propos pourquoi l'islam fascine tant, depuis les
années quatre-vingt, un certain nombre de cénacles
nazillons folkloriques. J'aborde cette question plus loin.
* * *
La raison d'être fondamentale de l'islam est la conquête.
Il procède, depuis le VIIe siècle par poussées,
alternant périodes de paix et de guerre, reculs et nouvelles
avancées. Nous affrontons en ce moment un nouveau grand moment
de conquête historique de l'Europe par l'islam. On peut parler
à son propos de religion de soumission absolue,
d'obéissance et de conquête, où les notions de
liberté et d'égale dignité des humains sont
totalement proscrites (Sourate 4, verset 59). Les fidèles, les
“prosternés” ne sont que des “soumis”, instruments dans la main
de Dieu, aux ordres des imams qui décident des conquêtes,
“s'il plaît à Dieu” (Inch Allah).
Après la mort de Mahomet, en 632, la première vague de
conquête arabo-musulmane commence. L'Arabie déclare la
“guerre sainte” (djihad) alors qu'elle n'était nullement
agressée ni menacée. Mais, conjoncture favorable, les
peuples limitrophes étaient très affaiblis, grâce
à la providence divine. Notons ce fait qu'on retrouve
aujourd'hui, et qui coïncide profondément avec la
mentalité arabe : l'islam n'attaque que les faibles, les peuples
affaiblis. Dès qu'il sent une puissante résistance, ou
une force, il s'incline, déclare la paix, se fait hypocrite et
attend son heure. Selon les prescriptions du Coran.
L'Égypte, Byzance, la Syrie, la Palestine, la Turquie, le
Maghreb sont en pleine déliquescence après l'effondrement
de l'Empire tutélaire romain. Les vagues islamiques
s'élancent. Avec massacres, pillages, prises d'esclaves et
destructions, dévastations que l'historien arabe Ibn Kaldhoum
comparait à celles d'un “nuage de sauterelles”. On
conquérait ces terres nouvelles pour la plus grande gloire de
Dieu, mais aussi pour les exploiter. Les musulmans morts au combat
étaient assurés, en récompense, du Paradis d'Allah
(le “Jardin”) « peuplé de femmes vierges et de jeunes
garçons », selon le Coran. Fanatisme, dira-t-on ? Certes.
Mais lorsque le Franc Karl Martel repoussa l'envahisseur musulman au
nord de Poitiers et lorsque les Espagnols, avec la reconquista, les
refoulèrent en Afrique du Nord, ce fanatisme fera tout
naturellement place au fatalisme. Le fanatisme et le fatalisme sont les
deux attitudes fondamentales de l'islam, en fonction des rapports de
force.
“Dieu qui nous soumet et dont nous sommes les esclaves, en a
décidé ainsi, inclinons-nous”. Fanatisme face à la
faiblesse, fatalisme face à la force. Le musulman n'affronte
jamais les forts. Ce qui explique les harcèlements et la
délinquance des jeunes Maghrébins de culture musulmane :
face à des faibles, à une autorité
démissionnaire et déliquescente, frappons ! C'est une
structure mentale profondément ancrée dans leur culture.
Le musulman est à la fois un soumis (quand il se heurte à
plus déterminé et plus fort que lui) et un
prédateur (quand le rapport de force est en sa faveur). Qu'on me
comprenne bien, prédateur n'est pas en soi péjoratif.
Nous autres, Européens, l'avons été au temps de
notre grandeur et savons parfois l'être encore, par exemple
vis-à-vis des Irakiens.
C'est pourquoi la paix française put régner dans le
Maghreb plus d'un siècle : tant que les Français
affirmèrent et exercèrent leur autorité ...
Dès que les imams décèlent une faiblesse dans les
pays où les musulmans cohabitent avec d'autres, c'est
aussitôt la guerre sainte, la conquête, la djihad qui
s'impose. De même lorsqu'il s'agit de peuples voisins affaiblis,
car cela signifie que Dieu offre la possibilité de les attaquer.
Cette mentalité de ruse prédatrice doit savoir profiter
de toutes les occasions.
* * *
Pendant de longs siècles, après la reconquista espagnole
et les Croisades, l'islam fut comme assommé, et avec lui, les
Arabes. Essor de l'Europe, qui explose démographiquement.
Transfert aux Turcs (mal islamisés) de la souveraineté
sur l'Afrique du Nord; dont ils prennent le contrôle.
Déclin de la culture arabo-islamique. Le monde arabo-musulman
connaît un véritable recul de civilisation ; et
c'était normal : habitué à tout emprunter aux
peuples conquis, de l'algèbre à l'architecture en passant
par la médecine, les sciences, la philosophie, etc., ce monde
arabo-musulman se retrouve face à lui-même,
c'est-à-dire sans possibilité créatrice. L'islam
fait le dos rond. Le Maghreb se contente des razzias des pirates
barbaresques sur les côtes européennes de la
Méditerranée.
L'islam est en recul mais attend son heure et maintient intact ses
“sept piliers”, sa doctrine, son optimisme et l'enseignement rigoureux
du Coran (attitude inverse de celle de l'Église
post-conciliaire, qui s'auto-détruit). Arriva la colonisation
européenne et notamment française, initiée
à la fois pour faire cesser les raids des pirates barbaresques
et du fait du dynamisme européen d'alors, notamment
démographique. Et autorisée par l'effondrement de
l'Empire ottoman qui régnait sur l'Afrique du Nord.
Terrible humiliation pour l'islam et pour les Arabes, pour leur
sentiment de supériorité et leur mentalité
conquérante. Mais c'est l'âge du fatalisme : Allah l'a
voulu ainsi ! Et finalement, pour un musulman, Allah n'a pas eu tort de
provoquer cette colonisation européenne : en créant des
infrastructures, des écoles, des dispensaires, les
Européens font sortir d'un coup le monde arabo-musulman d'une
primitivité, dont il aurait incapable par lui-même de
s'extirper. Leur démographie repart grâce à la
médecine française qui fait chuter la mortalité et
les maladies endémiques. Le colo-nialisme européen a
redonné vigueur au monde arabo-musulman et préparé
ainsi sans le savoir la deuxième grande offensive de l'islam
contre l'Europe. C'est un retournement dialectique. Jamais nous
n'aurions dû les coloniser. Et notamment nous installer en
Algérie. Sans nous, ils seraient resté dans leur
faiblesse, en proie au tribalisme ; nous n'aurions pas
été tentés de les faire venir chez nous. Au fond,
pour l'islam, le colonialisme français fut un bienfait objectif.
Il comprit qu'il fallait prendre humblement la force de l'ennemi pour
la retourner un jour contre lui. C'est ce qui se passe aujourd'hui. La
naïveté des Européens de ce temps est
incommensurable.
* * *
La colonisation française fait ployer le cou, par son
autorité, à l'islam, qui ne reconnaît et ne
respecte que la force, selon un des canons de la culture arabe. Dans le
Maghreb d'alors : pas de criminalité des “indigènes”, pas
de velléités d'indépendance, pas de haine
affichée des chrétiens et des roumis, pas de
fondamentalisme ouvert des imams. La guerre sainte est mise entre
parenthèses. Une chose capitale, que personne n'a
remarquée malgré la puissance de la colonisation
française et la prégnance de la civilisation occidentale,
aucun musulman ne s'est converti au christianisme, malgré les
efforts missionnaires, ni abjuré l'islam pour un athéisme
matérialiste. (Alors qu'aujourd'hui, ce sont des
Européens qui se convertissent à l'islam ...) Quelle
force de caractère ! Un musulman ploie mais ne cède
jamais, comme le roseau de la fable, à l'inverse du chêne
qui se laisse déraciner par le vent.
Puis vint l'erreur des deux guerres mondiales, guerres civiles
européennes, où les musulmans virent les roumis se battre
entre eux, les troupes coloniales arabes appelées au secours
contre d'autres Européens, les Allemands, des musulmans
engagés du côté de l'Allemagne hitlérienne,
etc. Il virent la puissance colonisatrice française vaciller
après 1940. Le Fort n'était donc qu'un tigre de papier.
Les conditions d'une reprise de la guerre sainte, de la djihad,
étaient donc réunies. Le fanatisme,
réveillé par les imams (et non par les mouvements
rebelles indépendantistes, comme le FLN, complètement
manipulés) explose en mai 1945 à Sétif, en
Algérie, avec des violences inouïes contre les
Européens, puis à Constantine en 1947.
La décolonisation était en route. L'islam
récupéra les territoires occupés par les roumis et
qu'ils avaient conquis après la mort du Prophète tout le
Maghreb et le Moyen-Orient et une partie de l'Afrique noire. La France
- qui avait pourtant militairement gagné la guerre
d'Algérie - capitula avec les accords d'Évian. Retour
à la case-départ. Les Européens quittent le
Maghreb, humiliés. L'islam a aboli sa défaite et
reconquis ses positions. La grande aventure européenne en terre
d'islam se termine, aux yeux des musulmans, par une déconfiture.
Après la défaite et la reconquête, revient le temps
de la conquête - et de la vengeance - contre l'ancien
conquérant. « Il faut maintenant continuer le mouvement et
faire “terre d'islam” les pays de ceux qui nous ont humiliés en
voulant faire de nos terres des terres chrétiennes ».
Ainsi raisonnaient et prêchaient les imams. Après le
fatalisme, revient le temps historique du fanatisme. On notera
l'extraordinaire mémoire historique des peuples arabo-musulmans,
qui se pensent, à l'inverse des Occidentaux noyés dans le
présentisme matérialisme, comme des “peuples
long-vivants”, selon l'expression de Raymond Ruyer (exactement comme
les Hébreux, les Chinois, les Indiens, chacun selon des
modalités différentes).
* * *
Vint alors le temps de l'immigration de masse vers l'Europe et la
France. Bien entendu, les motivations individuelles des
intéressés étaient économiques et
financières. Mais, dès les années soixante, les
dirigeants politiques et religieux avaient des arrières
pensées. Tout le monde connaît la célèbre
formule du président Houari Boumediène : « Nous
prendrons la France avec le ventre de nos femmes », propos qui
furent reproduits et diffusés dans un tract du FLN au lendemain
de la capitulation d'Évian. Quant aux imams, sans appeler
ouvertement à la guerre (toujours la ruse) puisque la force des
armes n'est pas en leur faveur, ils se contentent d'encourager les
fidèles à “monter” en Europe, et surtout en France.
La deuxième grande marche de l'islam vers l'Europe commence,
comme autrefois, selon les deux mêmes axes : du sud au nord, par
les peuples du Maghreb et de l'Afrique noire. Et de l'est vers l'ouest
par les populations turques. Mais aussi par celles du Caucase et d'Asie
centrale qui s'en prennent à la Russie affaiblie. La France est
globalement la plus visée et la plus touchée, mais, on le
voit aujourd'hui, toute l'Europe est concernée, péninsule
ibérique, Italie, Allemagne, pays du nord. Vient s'ajouter
à cette conquête habile, l'immigration massive des
Pakistanais musulmans en Angleterre et des Indonésiens musulmans
en Hollande.
Pour les musulmans, cette invasion douce, sans combat est un
véritable miracle divin, un don d'Allah. C'est le
deuxième miracle, après celui des bienfaits paradoxaux du
colonialisme européen.
Cette installation, sans coup férir et sans combat, sans se voir
opposer le moindre réflexe de défense, de millions
d'entre eux, correspond pour les musulmans à l'essence
même des prescriptions du Coran qui conseille de ménager
ses forces et d'envahir en douceur la maison de l'infidèle si
celui-ci a la stupidité de les y inviter. Toujours selon le
Coran, dans un premier temps, tant que les musulmans ne sont pas encore
assez nombreux, il est prescrit de montrer patte blanche, d'être
affable, de se soumettre en apparence, de sourire. De fait, des
années soixante à la fin des années soixante-dix,
lorsque la communauté musulmane n'était pas assez forte
et installait ses avant-gardes, tout était très paisible
: aucune trace de révolte ou de violence des “jeunes”, aucune
revendication religieuse, pas d'exigence de mosquées, pas
d'écoles coraniques, pas d'imams prédicateurs
enflammés. C'est à partir des années quatre-vingt,
quand la communauté musulmane en Europe (entrées et
naissances) se mit à peser de tout son poids que
l'agressivité et la véhémence commencèrent.
Mais quel bonheur, quelle preuve de la puissance et de l'intelligence
d'Allah ! Allah qui désarme le mécréant, qui
transforme le fier croisé en mouton et, non seulement le
persuade d'ouvrir les portes de sa demeure sans combattre, mais
d'accueillir le musulman avec hospitalité ! De cette faiblesse
imbécile, l'infidèle sera durement châtié au
jour où l'islam régnera enfin sur ses terres. Face au
musulman, plus tu est faible le lundi, plus tu es méprisé
le mardi, et plus tu seras maltraité le mercredi
Bien entendu, l'invasion actuelle est d'autant plus puissante et
motivée, qu'au mouvement naturel de conquête de nouveaux
espaces par l'islam s'ajoute un légitime sentiment de vengeance
contre les croisades et le colonialisme, mais aussi un ressentiment
diffus contre la supériorité matérielle objective
de la civilisation occidentale, que les musulmans confondent avec
l'Europe.
L'islam est à la fois surpris et fasciné - donc
encouragé - par l'approbation de la colonisation de peuplement
non seulement par les gouvernements européens, mais surtout par
les Églises chrétiennes, sans parler des médias
unanimes et d'une intelligentsia, comme “sous influence” qui feint de
ne rien comprendre. Allah est grand : il rend fou l'ennemi. On ne peut
s'empêcher de penser au proverbe romain Jupiter dementat quos
perdere vult (Jupiter rend déments ceux qu'il veut perdre).
Albert Kehl écrit : « Il s'agit, pour l'Europe, d'un
phénomène d'auto-colonisation dont il n'est aucun autre
exemple à cette échelle dans l'histoire de
l'humanité ».
* * *
Devant la passivité actuelle des Européens, les
musulmans, sidérés par une telle faiblesse, par une telle
inconscience - tels les moutons à égorger de
l'Aït-el-Khebir - pensent tout bas ce qu'un imam de Créteil
a déclaré en novembre 1999 durant son prêche :
« Ce continent s'offre à nous, ou plutôt c'est Allah
qui nous l'offre, comme un fier guerrier métamorphosé en
femme soumise » (tract de l'Amicale des Musulmans de
Créteil). Les musulmans sont sidérés par notre
faiblesse, notre aveuglement et notre masochisme. Ils profitent du
miracle.
Les. Renseignements généraux ont très certainement
transmis ces propos à M. Chevènement, ministre de
l'Intérieur et des Cultes. Qu'en fera-t-il ? Rien. Quelles
conclusions en tirera-t-il ? Aucune. Il se dira “ce ne sont là
que des propos d'extrémistes”. Il se trompe. Tout musulman dans
l'âme est un extrémiste et un conquérant.
L'islam nous considère comme une civilisation jadis redoutable,
mais aujourd'hui dévirilisée, décadente,
féminisée, homophilisée. Il attaque, donc. Et de
son point de vue, il a bien raison.
Les imams - comme Dali Boubakeur, recteur de la mosquée de Paris
- flattent nos faiblesses, pour nous encourager à les entretenir
: unanimisme des droits de l'homme, approbation de l'oecuménisme
d'une Église en décomposition, égalitarisme,
caritarisme, etc. Tout cela, pour mieux nous prendre. C'est la tactique
du détachement, du commando masqué, l'intelligente
stratégie du cobra, conseillée par le Coran.
Mais parfois, dans les propos de Dalil Boubakeur, le fanatisme et
l'intolérance pointent le bout de leur nez. Comme par exemple
dans sa réponse aux propos de Mgr Poupard, qui osa
suggérer que l'islam posait un problème en Europe. Et
à aucun moment les imams et les recteurs soi-disant “pacifiques”
et “pro-laïcs” ne disent mot des versets haineux du Coran ni ne
réprimandent ou ne contestent les prêches des imams
extrémistes ou les articles vengeurs des revues islamistes en
circulation dans toute la communauté musulmane. Dans sa
période de conquête, l'islam tient toujours un double
discours et entretient toujours deux fers au feu.
* * *
La phase suivante de la conquête est facile à
prévoir. La période d'installation se termine. La
période de renforcement commence (par les nouvelles
arrivées et les berceaux). Si rien ne change bientôt,
l'islam sera la première religion pratiquée en France.
Tout d'abord, des municipalités, par centaines vont tomber entre
les mains de partis islamistes qui exigeront une
quasi-extéritorrialité et l'application de la charia. La
suite logique est la progressive conquête du pouvoir
législatif. Ne nous y trompons pas, ce n'est pas là du
catastrophisme mais du réalisme : le but de l'islam en Europe
est la prise progressive du pouvoir politique et l'instauration, pour
commencer en France, à moyen terme, d'une République
islamique.
L'objectif a pratiquement déjà été atteint
en Bosnie, et bientôt au Kosovo, avec la complicité des
États-Unis.
En soutenant en sourdine la conquête musulmane de l'Europe - pour
neutraliser cette dernière - les USA font d'ailleurs un
très mauvais calcul à long terme, car eux aussi, sont
visés, notamment par le projet à long terme de
créer un État noir musulman en Amérique (exigence
des Black Mulsims et maintenant de Farakian).
Et puis, parallèlement à cette conquête
démographique et politique de l'islam, qui enrôlera sous
sa bannière toutes les communautés
non-européennes, le risque terroriste demeure. Il pourra
s'ajouter aux émeutes croissantes des Afro-maghrébins
(que l'islam encourage en sous-main). L'islamisation ne sera pas un
facteur d'apaisement de la délinquance immigrée, mais
d'aggravation. Car cette délinquance est une forme
détournée de la guerre sainte, (Sourate 4, verset 71, qui
par le concept de “détachement militaire”, autrement dit de
commando, avalise à la fois la criminalité religieusement
autorisée et le terrorisme sacralisé. On l'a vu
récemment avec les saccages et les pillages de 1998 à
Lyon pour fêter la fin du Ramadan. Albert Kehl écrit :
« Au moindre appel des imams, cette réaction peut prendre
une ampleur insoupçonnée. [...] Les sentiments
exacerbés par notre faiblesse et le mépris qu'elle
engendre ne peut qu'en pousser beaucoup à l'action, au
désir de se signaler aux yeux d'Allah par des actions
d'éclat ».
Ce devoir de conquête, notamment par la violence, est
enseigné dans les écoles coraniques subventionnées
par les pouvoirs publics. Les Renseignements généraux n'y
mettent évidemment jamais les pieds.
* * *
Il existe évidemment des musulmans européanisés
qui se désolent des prémices de cette guerre civile que
constituent les émeutes et la criminalité croissante des
“jeunes”. Ils comprennent bien qu'il s'agit du prolongement, du
retournement sous une autre forme de la guerre d'Algérie sur
notre sol. Cette violence des jeunes Afro-maghrébins - qui de
plus en plus s'affichent comme musulmans - ne fait que traduire
l'impatience, pour l'instant contenue, de bien des adultes, et des
imams.
Mais ces musulmans européanisés de bonne volonté
ne peuvent rien contre le Livre et ses prescriptions
impératives. Même si, eux, résistent à la
tentation de la Guerre Sainte, il y en aura toujours d'autres pour
tenter l'aventure, aux ordres des “messagers”, les imams, et au nom
d'Allah-le-Tout-Puissant. Eux même finiront par suivre, ne
serait-ce que pour s'épargner le sort des harkis, ces
collaborateurs de l'infidèle et du roumi, qu'on livra, au terme
de la guerre d'Algérie au fer des égorgeurs.
Le génie du Coran ne réside pas dans sa
spiritualité religieuse - elle est quasi-inexistante - mais en
ce qu'il constitue le meilleur traité de stratégie de
conquêtes géopolitiques de l'humanité. Beaucoup
plus fort que Sun-Tzu, Machiavel ou Clausewitz.
La plupart des Européens ne s'en rendent pas compte, et surtout
pas les islamophiles et les immigrationnistes. Il est vrai qu'aucun
d'entre eux n'a jamais lu le Coran, aucun d'entre eux ne parle Arabe,
aucun d'entre eux n'a jamais mis les pieds dans un pays musulman (sauf
peut-être dans les enclaves du Club Med), aucun d'entre eux n'a
jamais vécu dans une cité à majorité
musulmane.
Pour eux l'islam - et l'immigration - sont des faits abstraits,
lointains, sympathiques. Ils vont vite déchanter quand le
réel va se rapprocher. « Que nous réserve l'avenir
? demande Albert Kehl. Un sursaut d'autorité qui
ramènerait le calme, l'obéissance à nos lois et
donc le fatalisme pour un temps parmi la population musulmane, ou la
continuation du laisser-aller, du renoncement, de l'humiliation, avec
au bout du fanatisme déchaîné, la conversion
à l'islam ou la condition de “dhiinmis” sur notre propre sol
jusqu'à des temps indéfinis. La seule solution vraiment
efficace, la seule digne pour nous, peuples d'Europe, demeure le retour
dans leur pays d'origine de l'immense majorité d'entre eux
».
On ne saurait mieux dire. Bien entendu, ce genre de propos est
aujourd'hui considéré, en ces temps de névrose
ethnomasochiste, comme diabolique. Il n'est pas pervers que l'ennemi
nous conquière, mais il est pervers de se défendre. Eh
bien, soyons pervers.
L'IMPÉRATIF ABSOLU DE LA GUERRE SAINTE
Le principe central de l'islam est l'expansion par la violence. La
djihad, guerre sainte, doit sans cesse être présente dans
l'esprit de tout musulman. Avec cette mesure de précaution, qui
explique notre naïveté actuelle et qui vise à
désarmer l'ennemi : plier quand on est faible, dominer quand on
est fort.
L'islam est fondamentalement taraudé par l'idée de guerre
sainte. Les concepts de meurtre, de vengeance, d'extermination, de
tuerie sont constants dans le Coran. Ceux qui parlent de l'islam comme
d'une religion de la paix et de la cohabitation soit mentent soit ne le
connaissent pas. Ce qui se passe en Afghanistan ou en Algérie,
ces scènes de barbarie quotidienne, tout cela est consubstantiel
à l'islam. Il ne s'agit en rien d'“accidents” ou de crimes
commis par de faux musulmans, mais bel et bien d'une sauvagerie qui
s'inscrit dans le cadre théologique de cette religion. On
voudrait faire croire qu'il y a un fondamentalisme extrémiste et
un islam civilisé. C'est oublier que même l'islam
“civilisé” peut à tout moment devenir barbare. Tout
simplement parce que le Coran est émaillé d'appels au
meurtre contre les infidèles ou les traîtres. Le “tu ne
tueras pas” est une prescription inconnue des musulmans.
Pour vous convaincre qu'il ne s'agit pas de fantasmes ou d'accusations
malveillantes, voici quelques passages du Coran qui se passent de
commentaires
Sourate 2, v. 190 : « Et combattez dans le sentier de Dieu ceux
qui vous combattent » ; v. 191 : « Et tuez ceux-là
où que vous les rencontriez et chassez-les d'où ils vous
ont chassés. S'ils vous combattent, tuez-les ».
On trouve la justification du martyr, une des bases fondamentale du
terrorisme islamiste : « Que vous mouriez ou que vous soyez
tués, oui, c'est vers Dieu que vous serez rassemblés. Ne
pense point morts ceux qui ont été tués dans le
sentier de Dieu. Ils sont vivants au contraire auprès de leur
Seigneur. Car la vie présente n'est qu'un objet de jouissance
trompeuse. Ceux qui se sont expatriés, ceux qui ont
été expulsé de leurs demeures, qui ont
été persécutés dans Mon sentier, qui ont
combattus, qui ont été tués, je les ferai entrer
dans les Jardins » (Sourate 3, V. 158, 169, 185, 195). Tuer au
nom de Dieu, c'est la certitude d'obtenir le paradis. La force de
l'islam repose sur des simplismes brutaux.
Voici d'autres versets, issus des sourates 4, 5, 8, 9, 17, 33, 47 qui
expliquent la bonne conscience vindicative et meurtrière des
moudjahidins et supposent que tout musulman peut un jour être
appelé à devenir meurtrier en toute bonne foi.
Évidemment, on remarquera aussi que le caractère
absolutiste et conquérant de l'islam transcende toute vision du
sacré et supporte sa théologie. On notera
également le simplisme philosophique et spirituel de ces
passages du Coran : « Ho les croyants ! Prenez vos
précautions puis partez en expédition par
détachements ou en masse. Qu'ils combattent donc dans le sentier
de Dieu ceux qui vendent la vie présente pour l'ultime combat.
Quiconque combat, tué ou vainqueur, Nous lui donnerons un
énorme salaire. Ne prenez pas d'amis chez les
mécréants jusqu'à ce qu'ils émigrent dans
le sentier de Dieu. Mais s'ils tournent le dos, saisissez-les alors et
tuez-les où que vous les trouviez » (On remar-quera
l'absence total de sens de l'honneur et l'apologie de la
lâcheté au service du Dieu récompenseur).
« Par conséquent s'ils ne restent pas neutres à
votre égard et ne vous tendent pas la paix et ne baissent pas
les mains alors saisissez-les et tuez les où que vous les
trouviez. Nous vous avons donné contre eux une autorité
manifeste (Seuls comptent les rapports de force. En position de force,
le musulman exige sa domination totale et la soumission absolue des
autres.) Ne sont pas égaux ceux des croyants qui restent assis
et ceux qui luttent corps et biens dans le sentier de Dieu ». On
voit ici, par cette affir-mation de la supériorité
intrinsèque du moudjahidin, que la guerre sainte est un
état permanent, quasi-obsessionnel. Le musulman qui combat, qui
milite, est supérieur à celui qui se contente de
pratiquer sa foi.
« Et quand vous vous lancez de par le Monde, on ne vous fera pas
grief de raccourcir l'office si vous craignez que les
mécréants vous mettent à l'épreuve : les
mécréants sont pour vous, un ennemi
déclaré, vraiment ! »
Triple allusion : en situation de faiblesse, le musulman peut pratiquer
la ruse et ne pas suivre sa religion pour donner le change ; d'autre
part tout oecuménisme avec d'autres religions est proscrit.
L'Église catholique est bien naïve ... Enfin, le devoir de
l'islam est bel et bien la conquête.
« Et ne faiblissez pas dans la poursuite de l'ennemi. Si vous
souffrez, lui aussi souffre. Le paiement de ceux qui font la guerre
contre Dieu et Son messager, c'est qu'ils soient tués ou
crucifiés ou que leur soient coupés la main et la jambe
opposée ou qu'ils soient expulsés de la terre. Ho, les
croyants, quand vous rencontrez les mécréants marchant en
ordre, ne leur tournez pas le derrière. Et quiconque ce
jour-là leur tournera le derrière - à moins que ce
ne soit pour faire un détour et revenir combattre alors il
s'acquerra la colère de Dieu ». Toujours cette double
attitude, ce comportement biaisé, cette absence de franchise qui
sont recommandés au musulman. Le combat de l'islam est
fondamentalement machiavélique.
Bonne conscience du combattant - ou du terroriste : « Quand vous
tuez, ce n'est pas vous qui les avez tués, mais c'est Dieu qui
les a tués. Et lorsque tu tirais, ce n'est pas toi qui tirais,
mais c'est Dieu qui tira. 0 Prophète, encourage les croyants au
combat. S'il y en a 20 d'entre eux à être constants, ils
domineront 200 ennemis. Et s'il y en a cent d'entre vous, ils
domineront mille de ceux qui mécroient ».
L'islam est pénétré de l'idéologie de
l'agression, si possible sous forme de razzia et de guet-apens :
« Puis, lorsque les mois sacrés expirent, alors tuez ces
faiseurs de Dieu où que vous les trouviez ; et capturez-les et
assiégez-les et tenez-vous tapis, contre eux, dans tout
guet-apens ». Nécessité d'une intolérance
absolue, dépourvue de toute pitié ou ouverture d'esprit,
et fondée sur la domination absolue des musulmans comme objectif
final : « Et combattez ceux qui ne croient ni en Dieu ni au Jour
dernier, qui ne se donnent pas comme religion la religion de la
vérité, jusqu'à ce qu'ils versent la capitation et
qu'ils se fassent petits ».
Conquête et guerre sainte permanentes sont
préférables au travail, à la
prospérité et à la fondation, d'une civilisation
pacifique : « Ho, les croyants ! Partez en campagne dans les
sentiers de Dieu. La vie présente vous agrée-t-elle ?
Vous appesantir sur terre vaut-il mieux que l'au-delà ? Si vous
ne partez pas en campagne, Dieu vous châtiera d'un
châtiment douloureux. Légers ou lourds, partez en campagne
et luttez de biens et de corps dans le sentier de Dieu. Ceux qu'on a
laissés en arrière exultent de rester assis par
opposition au messager de Dieu et répugnent à lutter de
biens et de corps dans le sentier de Dieu. Et bien qu'ils rient moins
et pleurent plus ! Ho, les croyants ! Combattez ceux des
mécréants qui vous avoisinent et qu'ils trouvent de la
dureté en vous ! » Autorisation du meurtre conditionnel de
bonne foi : « Et sauf en droit ne tuez personne que Dieu ait
interdit. Ne commettez pas d'excès dans le meurtre. Mais, pour
les maudits, où qu'on les trouve, ils seront pris et tués
de tuerie (justification de la fatwa, l'ordre de tuer l'apostat ou le
blasphémateur donné par l'imam, mais aussi explication du
fanatisme terroriste). Oui, Dieu a maudit les mécréants
et leur a préparé un enfer. Lors donc que vous
rencontrerez ceux qui mécroient, alors frappez-les au col, puis
quand vous les avez dominés, alors serrez le garrot. Qu'on tue
les supputateurs ! »
Les supputateurs sont ceux qui doutent, qui pensent par
eux-mêmes. L'islam refuse toute notion de libre examen. Sa
psycho-rigidité est absolue. L'incroyant, l'apostat, le
dubitatif ne sont pas, pour l'islam, des êtres humains. Ils sont
démonisés. Quant à l'infidèle, le
chrétien ou le juif, leur sort est celui d'hommes
inférieurs. L'islam est la seule religion qui autorise
expressément l'esclavage, mais interdiction est faite de rendre
esclave un musulman.
UNE TRADITION TERRORISTE
Pour ceux qui douteraient que la djihad, la guerre sainte, soit
déjà déclarée à l'Europe, il faut se
remémorer ce communiqué du GIA algérien du 26 juin
1999, publié (en toute impunité) par un journal
islamiste. autorisé ayant pignon sur rue à Londres, Al
Hayat. Il s'agit d'un ultimatum au gouvernement belge, lui intimant de
« libérer les moudjahidines martyrs emprisonnés et
torturés dans les geôles belges » (ces moudjahidines
martyrs, dans la phraséologie islamiste, désignent les
tueurs et les terroristes qui agissent au nom d'Allah), assorti de la
menace suivante : « sinon, nous plongerons la Belgique dans un
bain de sang, nous incendierons des immeubles et des églises
». L'intention de guerre religieuse de conquête est
clairement affichée.
Quelques jours plus tard, étaient adressés au même
quotidien deux communiqués menaçants signés par
l'Algérien Abou Amza el-Afghani, émir des “phalanges des
martyrs”, porte-parole du GIA d'Antar Zouabri. La France était
menacée d'un « déluge de terreur » si elle ne
libérait pas les moudjahidines impliqués dans les
attentats de 1995 et soumis à un procès d'assises.
Toujours apaisants et aveuglés face à la véritable
nature de l'islam et à son ambition de s'imposer en Europe par
la “guerre sainte” à la faveur de l'immigration, les
médias belges et français ont minimisé la
portée de ces communiqués. Pour eux, il ne s'agissait que
du classique “libérez nos camarades” ; il ne s'agissait que de
faire pression pour que les gouvernements français et belge
cessent de collaborer avec le pouvoir militaire algérien.
Apparemment, ils ont très mal lu l'ultimatum du GIA
adressé à la France :
« Des jugements de nos frères se déroulent,
notamment en France, pour casser le courant de guerre sainte à
l'étranger. Les arrestations se poursuivent même au niveau
de nos émirs ». Autrement dit, pour qui sait lire, la
France est coupable d'empêcher la guerre sainte islamique de
conquérir son territoire. Cette expression : “le courant de
guerre sainte à l'étranger” ne semble pas avoir
ému nos prélats, nos journalistes et nos politiciens. La
suite du communiqué du GIA est encore plus claire. Il fait
allusion au terroriste beur Khaled Kelkal, délinquant de
Vaulx-en-Velin, abattu par les gendarmes en septembre 1995, alors qu'il
était recherché pour sa participation à un
attentat manqué contre le TGV Lyon-Paris : « Hier, des
combattants de la guerre sainte ont sorti leurs sabre face aux vendus
et aux non-croyants ; ils ont bombardé au coeur de la France.
Nous avons perdu Khaled Kelkal qui s'est sacrifié pour
élever la parole de Dieu. Nous continuerons à
l'identique, si Dieu le veut, et pour la gloire de l'islam, à
frapper les têtes vendues et les hommes des Renseignements
généraux. Nous annonçons un terrorisme sanglant
aux gouvernements qui ont réprimé les soldats de la
guerre sainte ». Ces propos sont parfaitement dans la ligne du
Coran. Le GIA, comme tous les mouvements terroristes islamiques
(d'ailleurs, ce mot “terroriste” devrait être remplacé par
“guerrier”) mène une guerre religieuse et ethnique de
conquête de l'Europe. Une minorité, une avant-garde
combattante, l'avoue ouvertement. Les “docteurs de la foi” le nient,
par ruse et hypocrisie. La majorité silencieuse des musulmans
l'approuve implicitement.
Cette intolérance aveugle et brutale, le catholicisme espagnol
l'avait développée à l'égard des Indiens
d'Amérique, s'ils refusaient de se convertir. L'Église de
83
l'époque n'était d'ailleurs nullement unanime et une
bonne partie condamnait le sort fait aux Indiens.
La différence avec l'ancien catholicisme, c'est que,
contrairement aux croisés qui faisaient la guerre en face, qui
“menaient bataille”, le moudjahidine est autorisé par sa morale
à frapper par derrière. La lâcheté efficace
est pour lui préférable à l'éthique de
l'honneur, souvent inefficace. C'est la stratégie du serpent et
non celle du lion. Le coup de poignard dans le dos, les attentats, les
viols, les massacres à l'aveugle, les fatwas, puis les
dénégations, les fausses condamnations de la violence,
les serments d'innocence et de tolérance : telle est la
technique d'expansion de l'islam.
* * *
“La fin justifie les moyens” : c'était le précepte de
Lénine, comme de l'islam : « Tous les moyens sont bons
pourvu qu'ils servent notre Dieu, paravent de notre ethnie ».
La chance que nous avons jusqu'à présent en Europe, c'est
que les terroristes islamiques, recrutés principalement chez des
Maghrébins, sont de mauvais professionnels, tant techniquement
que stratégiquement. Mais il n'en sera pas nécessairement
toujours ainsi, dès lors que l'islamisme fera appel à des
“combattants” fanatiques pakistanais, iraniens, libanais, afghans,
etc., nettement plus efficaces que leurs “frères”
maghrébins.
Plus encore que le monothéisme chrétien, le
monothéisme musulman s'est principalement répandu, au
cours de l'histoire, par l'agression guerrière, beaucoup plus
que par la conversion spirituelle. Aujourd'hui, nous avons à
faire face à une forme renouvelée d'agression
guerrière, qui n'est pas une invasion militaire mais une
colonisation forcée “par le bas”, par l'occupation progressive
du terrain, par la pénétration démographique.
LES ÉTATS EUROPÉENS CÈDENT DEVANT L'ISLAM
L'État français, à l'instar des autres
États européens, cède de plus en plus devant la
loi islamique : bien avant l'arrêt du Conseil d'État
légalisant le port du tchador dans les écoles publiques,
l’“arrêt Mondcho” de 1980 stipule que « la polygamie n'est
pas contraire à l'ordre public ». C'est une brèche
irréparable dans le Code civil et le signe d'un pourrissement
des “grands principes” républicains, qu'on ne cesse d'invoquer
avec des trémolos dans la voix depuis qu'ils partent en
lambeaux. En Île-de-France, vivent officiellement 15 000 hommes
polygames, soit avec leurs épouses et progéniture, 80 000
personnes. Bien entendu, toutes ces petites familles engrangent
sécurité sociale, soins gratuits, allocations familiales,
etc. L'État français ne tolérerait pas la
polygamie chez un non-musulman, mais le musulman, lui, surtout s'il est
étranger, bénéficie de ce privilège
exorbitant.
L'arrêt a été annulé en 1994, mais rien n'y
fait : 230 000 personnes vivent officiellement en France sous le
régime de la polygamie, sans aucun risque. La Caisse
d'allocations familiale de Marseille (“Le Figaro Magazine”, 30/01/1999)
mentionné un père de famille africain qui, avec ses 3
femmes et ses 20 enfants, touche 42 000 F d'aides publiques. Les
Français paient leur propre submersion démographique et
financent de bon coeur leur invasion par l'islam.
Une convention a été signée avec le Maroc en 1981
qui prévoit que les 400 000 Marocains résidant
officiellement en France bénéficient du droit islamique
en matière 84
de mariage, de répudiation et de filiation. Des conventions
semblables ont été passées avec d'autres
États musulmans qui entendent bien que leurs ressortissants
expatriés restent sous le contrôle de la
mère-patrie. C'est bien la preuve que, pour les États
musulmans, leurs immigrés même de deuxième ou de
troisième génération, n'ont aucune vocation
à s'intégrer à la communauté
française ou européenne mais à y faire souche dans
un but de colonisation religieuse et ethnique.
Les abattages rituels de moutons effectués lors de la fête
de l'Art-elKébir et à d'autres occasions violent toutes
les réglementations françaises et européennes
(décret du 01/10/1997), dans l'impunité la plus totale.
Une circulaire du ministère de l'Intérieur (13/03/1998) a
autorisé “exceptionnellement” et dans l'illégalité
la plus totale les sites sauvages d'abattage, pudiquement
baptisés “dérogatoires”. Quant à Brigitte Bardot,
les tribunaux de la République - pardon, d'Ubu Roi - l'ont
condamnée pour racisme parce qu'elle s'élevait contre
cette hécatombe illégale d'ovins, ce qui constitue un pur
et simple déni de justice.
De nombreuses municipalités, des préfectures et le Fonds
d'Action sociale subventionnent associations islamisques et
mosquées, même les plus intégristes, les plus
anti-républicaines. Alexandre Del Valle, auteur de
“Islamisme-États-Unis, une alliance contre l'Europe”,
écrit : « L'Association pro-iranienne La Voix de l'Islam
qui organisa des manifestations contre Salman Rushdie reçut une
subvention de 400 000 F du FAS. Le FAS distribue ainsi chaque
année un milliard de francs à plus de 4 000 associations
d'aide aux immigrés. Celles-ci dispensent entre autre des cours
d'arabe ou de religion islamique, en passant par des voyages dans les
pays d'origine, ou même à La Mecque ».
Quant à Ségolène Royal, ministre des
Universités, elle a déclaré en octobre 1999 qu'il
était bien plus souhaitable que les lycéens apprennent
l'arabe comme seconde langue plutôt que l'italien, l'espagnol ou
l'allemand. Les imams n'en reviennent pas d'une telle soumission. Ce
n'est pas la première fois dans l'histoire qu'un processus de
colonisation aura recueilli la complicité des colonisés,
mais c'est sans doute la première fois que cette
complicité aura pris un tour aussi officiel.
Mais il y a pire. On commence à assister à une remise en
cause de la part de Républicains atteints par le syndrome de
Stockholm, non seulement de la laïcité, mais de la
neutralité religieuse de l'État, au profit de l'islam et
à son profit seulement. Nous en reparlerons plus loin.
* * *
Les pouvoirs publics européens montrent vis-à-vis de
l'intégration des immigrés, en particulier musulmans, une
attitude qui relève d'une naïveté suicidaire. Un
exemple récent en est donné par la Grande-Bretagne. Alors
que le taux de recrues issues de l'immigration, notamment musulmanes,
n'était dans l'armée britannique que de 1%, le
gouvernement travailliste de M. Blair a lancé en janvier 1999,
une vaste campagne pour encourager le recrutement de Noirs et de jeunes
issus du sous-continent indien. De manière à
décupler, voire plus - c'est l'objectif affiché - leur
présence dans l'armée britannique. Tout cela pour
“favoriser l'intégration”.
Pour les inciter à s'engager, on a prévu des repas sans
porc et sans alcool, des espaces de prières dans les casernes et
les vaisseaux, pour pouvoir prier ... cinq fois par jour ! - ce qui
n'est même pas le cas dans les armées des pays islamiques.
« Il sera également permis de jeûner, à
moins,que le soldat ne soit chargé d'une mission militaire
exigeant une attention soutenue et un effort physique important »
précise le nouveau règlement.
Le Dr. Abd al-Ali Hamed, maître de conférence à
l'Université islamique de Londres commentait avec enthousiasme -
on s'en doute - ces mesures, dans la revue Al Quds Al Arabi,
publiée à Londres et financée par les
intégristes, en usant de singuliers sophismes : « Les
musulmans britanniques appuient ces mesures. Elles favorisent
l'intégration. Si l'armée britannique devait combattre un
pays musulman, il serait facile d'objecter que les guerres actuelles ne
sont pas des guerres de religion. Le but d'un tel conflit ne serait pas
de combattre l'islam, mais de protéger la sécurité
et l'ordre dans ce pays ».
Quand on voit l'opposition des musulmans britanniques à la
participation de la RAF aux bombardements de l'Irak musulman, il est
douteux qu'un pilote britannique musulman accepte d'obéir aux
ordres.
Ces mesures ne pourront qu'affaiblir l'armée de métier
britannique, actuellement pourtant une des plus efficaces du monde.
Appliquer le communautarisme - c'est-à-dire le tribalisme -
à une force armée est une illusion, car il brise sa
cohésion. Une armée forme déjà une
communauté, comme le notait Clausewitz ; si elle devient
multi-ethnique, son efficacité est réduite.
D'autre part, par sa nature même, l'islam se pense comme une
“religion guerrière”, fondée sur une logique de
solidarité entre mahométans et d'exclusion des
non-musulmans. La cohabitation, au sein d'une même armée
de musulmans et de non-musulmans est, aux yeux de l'islam, une
absurdité. Les jeunes musulmans qui s'engageront dans
l'armée britannique ne le feront pas par patriotisme, mais pour
de simples raisons économiques de sécurité de
l'emploi et, pour une minorité active, d'infil-tration. Mais si,
d'aventure, la Grande-Bretagne doit mener des opérations
militaires contre un pays musulman, une armée comportant une
importante minorité musulmane ne sera plus
opérationnelle. Contrairement aux affirmations - certainement
peu sincères - du Dr. Abd al-Ali Hamed. Tout cela fait partie du
procession d'infiltration douce et de colonisation de l'Europe par
l'islam - et ses populations.
QUAND LA RÉPUBLIQUE DÉROGE A LA LAÏCITÉ
En France, l'angélisme vis-à-vis de l'option
conquérante de l'islam est confondant. Imitant ce qui se passe
en Grande-Bretagne, les autorités républicaines
n'hésitent pas à déroger à leur sacro-saint
principe de laïcité, pour favoriser en France
l'implantation de l'islam.
Un exemple éclatant de cette naïveté des pouvoirs
publics qui se jettent dans la gueule du loup sans aucune
réflexion préalable nous est offerte par les propositions
de Roger Fauroux, ancien ministre et président du Haut Conseil
à l'intégration. On expliquait dans Libération
(05/06/1999) : « Modifier la loi de 1905 de séparation de
l'Église et de l'État en vue de favoriser
l'émergence d'un islam de France, notamment en formant des lieux
de culte et en formant des imams : c'est la réflexion
révolutionnaire qu'envisage de mener Roger Fauroux. [...] Le HCI
passe de 9 à 20 membres, en s'ouvrant à des
personnalités de culture islamique ».
Dans cet esprit, les principes républicains de
laïcité, de neutralité envers les religions et de
relégation de ces dernières dans la sphère
privée sont bel et bien violés. Dans leur manie
intégrationniste et immigrationniste, les républicains
socialistes renient les fondements même de leur idéologie,
c'est-à-dire la séparation des Églises et de
l'État. Ce dernier doit aider (autrement dit le
citoyen-contribuable, même athée ou chrétien)
à 86
“créer des lieux de culte islamique” et à “former des
imams” ! Jean Jaurès, Clemenceau, Émile Combe, Jules
Ferry doivent se retourner dans leurs tombes. Leurs descendants
socialistes d'aujourd'hui leur apparaîtraient comme les pires
obscurantistes, les pires réactionnaires. L'État
républicain laïc sommé de financer la plus
théocratique des religions du monde, quelle
irrémédiable décadence, quelle lamentable
implosion des principes et des utopies de la République
française !
Qu'eut-on dit si quelqu'un se fut avisé de proposer que
l'État construisît des églises et salariât
des curés pour contrer la crise des vocations catholiques !
On propose donc, en dérogation du principe
d'égalité, que l'État abandonne son
impartialité et accorde des privilèges officiels (comme
c'est déjà le cas envers les immigrés au
détriment des autochtones) à la religion même -
l'islam - qui menace le plus dangereusement cet État
républicain français. La république se saborde.
Comme si elle voulait donner raison aux maurassiens, cent ans plus
tard, qui l'accusaient à l'époque d'être une
“catin”.
Les “réflexions” du HCI d'accorder des faveurs et une
prévalence à l'islam font penser au suicide de
l'État républicain en juin 1940 qui instaura le
régime de Vichy. Dès qu'un adversaire la menace et la
domine, hier l'Allemagne national-socialiste, aujourd'hui la
colonisation islamique, la république suit une logique de
soumission, presque de prostitution : elle abandonne ses grands
principes, elle se rend.
M. Fauroux et son HCI partent du principe suivant : pour
“intégrer” les immigrés musulmans beaucoup trop
turbulents, construisons un “islam à la française”, sur
le fondement utopique d'un islam laïc et tolérant.
Absorbons la bête pour éviter qu'elle ne nous
dévore. Mais elle vous dévorera quand même. Vous
leur aurez, Messieurs, payé la corde avec laquelle ils vont vous
pendre, selon le mot de Lénine. L'intégrationnisme
débouche donc, par effet pervers, sur le plus dangereux des
communautarismes.
Les mosquées financées par l'État, les imams
salariés par l'État, en dérogation forfaiturale
des lois fondamentale de la république et de la Constitution ne
rendront nullement l'islam “républicain” ou “français”.
Car l'islam est par essence cynique et guerrier. Cela n'empêchera
pas, comme l'imaginent tes caciques socialistes, l'Arabie,
l'Algérie et les autres pays musulmans, de continuer à
financer et à contrôler l'islam de France. Sun Tzu disait
: « Aider l'envahisseur en croyant l'amadouer et le
contrôler, c'est l'oiseau qui chante en croyant séduire le
cobra ».
C'est Justine, l'héroïne stupide de Sade : «
Violez-moi, Monsieur, violez-moi, faites-moi bien mal, je vous en
supplie. Ainsi, vous ne me tuerez point ». L'État
français laïc et républicain, comme la
hiérarchie catholique, est victime du syndrome de Stockholm, le
syndrome des vaincus. Ouvrons les portes à l'ennemi. Qu'il est
agréable de se faire vaincre, de courber le licol, dans l'espoir
de ne pas se faire égorger.
Les délires de M. Fauroux et de son HCI nous renseignent au
moins sur un point : les politiciens républicains
français posent, sans le savoir, les premières pierres
d'un État théocratique islamique en France.
* * *
A mesure qu'il se renforce démographiquement en Europe, que les
conversions se multiplient, qu'il est assuré d'être dores
et déjà la deuxième religion pratiquée en
France, l'islam passe à la seconde phase de son offensive.
Plusieurs signes avant-coureurs ne laissent d'inquiéter.
Après avoir revendiqué l'égalité de
traitement, les 87
meneurs et les leaders musulmans - soutenus par leurs pays d'origine -
exigent maintenant des privilèges et surtout commencent à
revendiquer de la part des Européens de souche un abandon de
certaines de leurs traditions, choquantes pour les dogmes musulmans.
La multiplication des “zones de non-droit” dans les banlieues de Lyon,
Paris, Marseille, Lille, Strasbourg ou les villes (Roubaix par exemple)
à large majorité immigrée, favorise le
développement sauvage et illégal des lois islamiques, qui
s'imposent de plus en plus à toute la population, même si
elle n'est pas musulmane. Pour échapper à l'ostracisme
social, de plus en plus de femmes françaises sont quasiment
forcées de se convertir.
D'après les enquêtes d'Alexandre del Valle,
précité, les mini-jupes, la consommation d'alcool ou de
viande de porc (cette dernière même dans les cantines
scolaires) sont découragées et commencent à
disparaître. Des imams étrangers pratiquent
impunément et illégalement des mariages selon la loi
islamique, tandis que des juges musulmans (cadis) rendent la justice
selon des verdicts inspirés de la charia et immédiatement
applicables, en violation complète du Code civil.
Paralysés, complexés, les pouvoirs publics et les
médias encouragent le mouvement. Les chaînes de
télévision publique consentent d'importants efforts pour
couvrir les fêtes musulmanes, alors que les fêtes
orthodoxes ou catholiques sont délaissées. Dans
l'édition, le cinéma, à la
télévision, il est aujourd'hui impensable de critiquer -
voire évidemment d'attaquer - l'islam, alors que les charges ou
les insultes contre le catholicisme traditionnel sont parfaitement
tolérées.
Encore plus drôle : les discours machistes, anti-homosexuels,
anti-pornographiques en provenance d'autorités religieuses
musulmanes sont accueillies par la gauche progressiste
anti-réactionnaire par des silences gênés.
L'émancipation de la femme ne vaut pas lourd face à
l'expansion de la mosquée. Simone de Beauvoir serait-elle
d'accord ? Les égéries féministes d'aujourd'hui
comme les associations gays se gardent bien de prendre l'islam pour
cible !
Les associations d'entraide islamique n'aident que les musulmans, sans
que nul n'ose à redire, alors que ce serait un scandale si les
associations chrétiennes pratiquaient une telle discrimination.
L'association caritative FN du Pasteur Blanchard doit montrer patte
blanche et démontrer qu'elle aide aussi des musulmans et des
immigrés.
L'islam s'impose peu à peu aux esprits des élites
européennes intel-lectuellement ahuries comme un bloc
intouchable de sacralité. L'islam pratique, comme toute
dogmatique totalitaire et exactement comme jadis le communisme, la
stratégie de la menace, fondée sur la certitude absolue
de professer la Vérité unique et de représenter le
Bien. Mais aussi la stratégie de la
non-réciprocité fondée sur une bonne conscience
à toute épreuve.
POLITISATION DES MUSULMANS ET DANGER D'UN PARTI ISLAMIQUE
Malgré leur nombre toujours croissant en Europe, les musulmans
bénéficient d'une infime représentation politique.
Parce que leur participation électorale est faible, qu'ils
présentent peu d'élus et que les élites musulmanes
ne sont pas vraiment prêtes, mentalement, à participer
à un système électoral démocratique.
Mais rassurez-vous, ils attendent leur heure, tout cela va changer.
Avec la bénédiction naïve des politiciens
autochtones européens qui, par intérêt ou
angélisme, ont ouvert les portes de l'immigration et
s'apprêtent maintenant à ouvrir celle de la 88
représentation politique. La croissance démographique des
musulmans en France laisse prévoir pour bientôt la
création de partis politiques islamiques et la naissance d'une
classe politique islamique qui montera à l'assaut des
institutions et prendra une place de plus en plus grande parmi les
élus de la “représentation nationale”.
Dans Le Figaro-Magazine (13/02/1999), l'adjoint au maire de Paris et
député RPR Claude-Gérard Marcus écrivait :
« II est souhaitable qu'un nombre accru de Français
musulmans assument des responsabilités électives ».
Malheureusement, si les choses continuent comme aujourd'hui, c'est ce
qui risque de se produire ; et quand le processus prendra de l'ampleur,
M. Marcus - ne le trouvera plus du tout “souhaitable”. Et ce, pour les
raisons suivantes
1) Les élus musulmans seront peut-être élus, mais
ils n'en seront pas pour autant politiquement intégrés et
ne joueront nullement le “jeu de la France”. Ils seront d'abord les
élus des musulmans (et de tous ceux qui, originaires de
l'immigration, s'assimilent à ce groupe même sans
pratiquer la religion). Ils tenteront d'abord d'obtenir des faveurs,
privilèges et dérogations envers l'islam en particulier
et la communauté immigrée en général. Comme
cela se voit déjà en Angleterre où un parti
politique islamique a été créé et
présente des revendications dérogatoires au droit. Les
républicains et autres porte-étendards de la
laïcité, au mental enfantin, vont déchanter.
L'objectif des élus musulmans sera d'ouvrir une brèche
dans le droit public français de manière à y
créer un statut particulier pour l'islam, anticonstitutionnel,
évidemment.
2) Compte tenu du nombre grandissant des populations musulmanes et/ou
issues de l'immigration, et compte tenu aussi de leur taux croissant de
participation électorale (qui ne signifie pas leur
“intégration” mais leur politisation), il est à craindre
qu'un ou plusieurs partis islamiques n'acquièrent peu à
peu un poids très important sur la scène politique. Les
Français d'origine immigrée ne voteraient alors plus pour
la gauche comme ils le font actuellement ni encore moins pour la droite
RPR de M. Marcus mais pour ledit parti islamique.
3) Il est naïf de croire que les politiciens musulmans vont se
répartir dans les partis existants. Ils seront tentés de
se regrouper dans des formations proprement islamiques, puisque cela
accroîtra leurs chances d'être élus par leurs
coreligionnaires. Et même s'ils se répartissent dans
lesdits partis de gauche ou de droite, ils seront tentés de
former entre eux un lobby, afin d'infléchir les programmes de
ces partis.
4) Un ou plusieurs partis islamiques commenceront d'abord par vouloir
créer un État dans l'État, une sphère
musulmane dans la société. Puis, du fait de la nature de
l'islam - une théocratie qui associe le politique et le social
au religieux et qui ne tolère pas, dès qu'il se renforce,
d'autre loi que la sienne sur le même territoire - nous verrons
advenir, au fur à mesure que croîtra le nombre de
mahométans ou prétendus tels, des leaders qui exigeront
l'application de la loi islamique à la France. Plusieurs chefs
islamiques ont déjà envisagé cette
hypothèse dans des prêches ou des écrits.
Avec une naïveté confondante, M. Marcus,
précité, écrit : « Je n'ai aucun goût
pour un communautarisme qui imposerait que, dans les différentes
assemblées, chaque minorité se voie attribuer une
représentation proportionnelle à son importance. Pareille
disposition serait contraire à l'esprit républicain
». Or déjà, en rupture complète avec cet
“esprit républicain”, on vote déjà des lois ou
l'on applique des règles qui attribuent des quotas à des
groupes sexuels ou ethniques. Demain les musulmans eux aussi exigeront
des quotas politiques.
5) Les hommes politiques français-musulmans issus de
l'immigration essaieront de peser de tout leur poids pour, d'une part,
infléchir la politique extérieure 89
française et européenne dans un sens pro-islamique et
pro-arabe (ce qui en soi n'est ni une bonne ni une mauvaise chose mais
peut ne pas correspondre nécessairement à nos
intérêts et compromet notre indépendance) et,
d'autre part, pour ouvrir davantage encore nos frontières aux
ressortissants musulmans, régulariser et naturaliser un nombre
crois-sant de musulmans. Il faut savoir que dans la logique de l'islam
qui est autant nationale que religieuse, les hommes politiques
musulmans ne seront pas d'abord attachés à la France ni
à d'autres pays européens. Ils formeront la
cinquième colonne des pays musulmans et défendront
d'abord leurs intérêts, comme les communistes
étaient d'abord les défenseurs - et les agents - de la
politique de l'Union soviétique.
6) La politisation de l'islam en France est de plus en plus visible. On
demande de moins en moins d'intégration et de plus en plus
d'avantages et de privilèges à la fois sociaux et
religieux, selon la logique communautariste d'invasion. A cet
égard, l'influence de l'assimilationniste SOS Racisme
décline. L'islam fonctionne, non pas comme une foi neutre, un
retour dans le droit chemin des Arabo-africains délinquants,
mais comme un étendard de lutte et de contestation politique,
une arme de guerre en somme. Une arme non d'intégration mais de
rupture avec la civilisation européenne, dans un but non de
cohabitation mais de substitution et de destruction.
7) L'intégrisme politique musulman ne tardera pas à poser
des problèmes insolubles aux adorateurs des Droits de l'Homme.
La minoration de la femme, l'intolérance atavique, le refus de
la laïcité, l'antijudaisme, la limitation de la
liberté de presse et d'opinions, etc. seront
nécessairement présents peu ou prou dans les programmes
politiques des musulmans.
* * *
La doctrine communautariste est inapplicable à l'islam comme
elle l'était au communisme.
Les communautaristes partisans du foulard, de droits spécifiques
au culte musulman, d'une société de cohabitation
harmonieuse en “peau de léopard” selon un fumeux “droit à
la différence”, se trompent du tout au tout. Car l'islam est
viscéralement anticommunautariste et opposé à tout
droit à la différence. Son monothéisme absolu lui
ordonne à terme de régner sans partage sur la
société qu'il conquiert. Intrinsèquement, il se
pense à long terme comme la seule communauté
légitime, la communauté des croyants, ayant le monopole
de l'existence et de l'expression dans les territoires conquis, les
autres communautés ne pouvant bénéficier au mieux,
que d'un statut inférieur d'inféodés et de
tolérés. Pour l'islam, une société
plurielle, tribale, kaléidoscopique est fondamentalement impie.
Elle n'est qu'une phase de transition pour aboutir à la
domination d'une communauté - la musulmane - sur les autres,
prélude à leur souhaitable élimination, ou
conversion.
Aujourd'hui, les leaders musulmans font semblant de jouer, dans les
sociétés européennes, la carte d'une coexistence
communautaire, en prononçant de faux serments laïcs. Mais
n'en doutons pas : à long terme, l'objectif est la domination de
la charia, la loi islamique. L'accélération de l'histoire
démographique en convaincra vite les sceptiques ...
De ce point de vue les païens polythéistes tolérants
et communautaristes font preuve d'un aveuglement total. Ils
s'élèvent contre ce qu'ils croient reconnaître
comme l'intolérance républicaine jacobine qui
prétend imposer son modèle assimilateur. Ils
s'élèvent contre le culte de l'Unique et à ce
titre prennent la défense de l'implantation de l'islam. Mais
savent-ils que l'islam est la doctrine sociale et politique la plus
assimilationniste qui soit ? Savent-ils qu'en ces matières,
l'islam plus que tout autre, défend l'Unique, pratique le refus
absolu de cet Autre et de cette Différence qui leur sont si
chers ? Savent-ils, eux qui défendent le foulard islamique
à l'école républicaine, que dans les écoles
coraniques de France, les croix, les étoiles de David, les
médailles ou symboles religieux de tout autre culte que le
musulman sont interdits sans appel ?
L'islam fonctionne exactement selon le même principe totalitaire
que le communisme. Comme ce dernier, avec ses doctrines du
prolétariat comme communauté unique à terme, de la
lutte de classe et du parti unique, l'islam a vocation a absorber tout
le champ social et politique. La vision d'une société de
“liberté de communautés” lui est aussi étranger et
insupportable - voire même incompréhensible - que le
multipartisme l'était pour le communisme. Jusque dans les
années quatre-vingt, les communistes n'ont jamais caché
que leur but était la dictature du prolétariat et la
conquête de toute la société sur le modèle
de l'URSS totalitaire. L'islam recherche exactement le même but.
Et comme le communisme jadis, il joue provisoirement le jeu du
multipartisme et de la liberté d'opinion. Le communisme s'est
effondré comme on le sait et le PCF s'est fait
social-démocrate. Mais avec l'islam, une telle chute, une telle
mutation est impossible. Marx était déboulonnable, pas
Allah.
L'idée communautariste prône une hypertrophie de la
tolérance. Vis-à-vis de l'islam aujourd'hui, le
communautarisme ressemble à ce furent ces naïves
revendications qui demandaient que les partis communistes russes et
est-européens pussent tolérer des partis libéraux
à leurs côtés. Le communautarisme est une illusion
libérale fondée sur cette croyance “on peut s'entendre,
on peut cohabiter”. Eh bien non : l'Autre ne veut pas s'entendre avec
toi et ne veut pas cohabiter avec toi. Il veut s'imposer et exiges que
tu cèdes ou que tu disparaisses.
L'HYPOCRISIE DES DÉFENSEURS D'UN “ISLAM TOLÉRANT ET
LAÏC”
On l'aura compris. Mon propos n'est pas de diaboliser l'islam. Pas plus
que de juger ses préceptes et ses croyances. Mais de faire
comprendre que son extension que le sol européen, ne pourra
aboutir qu'à des tragédies. Il a été
possible d'européaniser l'Évangile sous la forme du
catholicisme, religion syncrétique. Ce sera impossible avec
l'islam. Cette foi et cette loi s'imposent de manière physique,
directe, comme un bloc.
Tandis que le judaïsme ne s'est transformé en christianisme
(schisme du judaïsme) que par l'intermédiaire
d'Européens, l'islam, lui, veut s'imposer sans concessions, sans
adaptation. Par ses masses, par la force.
Le christianisme fut une création européenne à
partir d'influences extérieures qui s'est fondé dans le
moule des traditions gréco-latines et germaniques. L'islam
s'installe en Europe avec la volonté de remplacement d'une
culture par une autre.
Malheureusement, ceux qui dissertent de l'islam ne le connaissent
absolument pas, intellectuels ou politiciens qui lui sont favorables.
Ils ignorent sa nature théocratique, encore bien plus forte que
celle du catholicisme médiéval, pour laquelle
l'État est illégitime s'il ne respecte pas les
préceptes de la religion. Pour un musulman, il ne peut coexister
une loi laïque neutre et publique et une loi musulmane
fondée sur la foi et cantonnée au domaine privé.
La théologie musulmane s'appuie sur le texte sacré
révélé à Mahomet par Gabriel, mais aussi
sur la sunna (faits et gestes du prophète) et les hadiths
(traditions relatives à la vie de Mahomet et textes de
référence qui complètent le Coran pour indiquer
comment se comporter dans la vie).
L'ensemble constitue un véritable cadre de civilisation, source
du droit, fondement de la morale, règle des comportements
quotidiens et sociaux. La foi et la loi sont indissociables. Ce qui
signifie concrètement que dès que l'islam devient la
religion majoritaire dans un pays, ce dernier doit abandonner à
terme ses coutumes législatives et adopter le droit coranique.
Si rien ne se passe, si la logique démographique se poursuit,
l'islam deviendra bientôt dans plusieurs pays d'Europe la
première religion... Il serait stupide de s'attendre à ce
qu'il ne se passe rien...
Les Européens sous-estiment sa détermination, sa
puissance et donc son danger. Ils le prennent pour une “religion comme
une autre”, qui s'inscrira dans une “niche”, tout comme le
judaïsme et le bouddhisme, alors que ces deux dernières
religions ne visent nullement au prosélytisme absolu.
L'islam ne repose pas sur des spéculations, des doutes, des
interrogations, des abstractions, mais sur des principes. Par
définition, ces derniers sont intangibles. Étant
donné que les Européens n'ont plus de principes, ils
risquent d'être à la fois victimes de l'islam et
fascinés par lui.
Pour se faire respecter des musulmans, il faut leur opposer les
mêmes principes d'intransigeance qu'ils manifestent. Il convient
surtout de ne faire montre d'aucune faiblesse, d'aucune
tolérance à leur égard. Il faut camper sur une
position déterminée : ce n'est pas à la
cohabitation avec l'islam qu'il faut se préparer en Europe, pour
les minorités conscientes et actives, mais à son
expulsion à terme.
La “nouvelle évangélisation” chère à
Jean-Paul II est un leurre. Les rares prêtres - d'age moyen de
plus de 50 ans - présents dans les cités ne cherchent
nullement à convertir, mais comme ceux qui demeurent en
Algérie (et qui se font régulièrement
égorger) à faire du social, à pratiquer une
charité à sens unique. Un comportement de mouton, en
somme.
On appréciera le jargon, la “langue de guimauve” du père
Jean-Luc Brunin dans son livre L'Église des banlieues,
l'urbanité : quel défi pour les chrétiens ?
(Éditions de l'Atelier, 1998) : « L'Église ne peut
pas tout. [...] Mais elle ne peut pas déserter et renoncer
à chercher avec les hommes de bonne volonté les chemins
du possible, vers un avenir humain et fraternel au coeur de
l'urbanité. Le souci de vivre la mission dans les quartiers rend
plus nécessaire que jamais le repérage des réseaux
et des lieux d'appartenance. C'est là qu'il nous faut proposer
des temps de rencontre, de convivialité, de partage,
d'approfondissement de la foi, de prière et de
célébration ». Plus mou, plus creux, tu meurs. Les
imams ne tiennent certainement pas ce discours-là ; à
entendre ces propos, il doivent bien rigoler.
L'Église ne cherche plus à évangéliser, ni
à combattre l'islam, mais à faire du social et à
dialoguer avec lui... Le père Peloux, installé dans les
cités immigrées du nord de Marseille explique
naïvement : « Le tissu social se défait. Face au
risque de communautarisme, il faut favoriser les relations humaines.
L'important n'est pas d'amener les gens à un rite, mais à
un changement et à une réussite de leur existence ».
Le dévouement de ces prêtres n'est pas en cause.
Simplement, face à l'islam conquérant et cynique, ils
jouent le rôle d'assistantes sociales, et aucun remerciement ne
leur sera concédé.
* * *
Les défenseurs d'un “islam tolérant et laïc”
pratiquent, soit l'ignorance, soit le mensonge pur et simple, comme
Houchang Navahandi, ancien recteur de l'université de
Téhéran, correspondant de l'Institut, qui pouvait
écrire dans Le Figaro (30/01/1998) : « L'islam, en tant
que foi privée, peut être vécu normalement dans les
pays non-musulmans, à condition que ceux-ci respectent la
liberté de culte ». Mais l'islam n'est pas une foi
privés ! Toute sa théologie a pour but de finir par faire
conformer la loi à la foi, l'État à la religion.
Navahandi tient des propos hypocrites. Il sait très bien que
l'islam reste sagement une foi privée tant que les musulmans
restent très minoritaires. Mais dès qu'il devient la
première religion pratiquée, ce qui risque fort de
survenir en France, il exige que cette foi privée devienne foi
publique et officielle, que l'État favorise sa pratique au
détriment des autres croyances, minorées ; et qu'il
conforme ses lois au droit coranique. Comme c'est
précisément le cas en Iran. M. Navahandi poursuit :
« Aucune obligation n'est faite aux musulmans pratiquants de ne
pas respecter les lois du pays où ils vivent ». Quel
sophisme... Mais aucune obligation non plus n'est faite de respecter
ces lois ! Cet éminent docteur musulman fait semblant d'ignorer
que le Coran conseille, pour leur sécurité, aux
mahométans de respecter les lois d'un pays d'accueil tant qu'ils
y sont très minoritaires. Mais c'est un pur calcul. Dès
que leur nombre croit, ils doivent relever la tête et imposer au
pays la “loi d'Allah et la foi de Mahomet”. C'est la logique
théologale intrinsèque de l'islam.
Évoquant l'exception que constitua au XVIIe siècle en
Iran le règne tolérant de Shah Abbas Ier le Grand, M.
Navahandi expose : « Dans les pays musulmans, la tolérance
et le respect à l'égard des autres religions, y compris,
et je pourrais dire, surtout, le christianisme, a souvent
été la règle ». Passons sur cette
hallucinante contre-vérité historique et mentionnons
simplement qu'aujourd'hui, tout au moins, pratiquer une autre religion
que l'islam dans les pays musulmans est, soit purement interdit
(péninsule arabique), soit découragé et
socialement dangereux, tout comme l'étaient tous les cultes dans
les anciens pays communistes.
« Le danger n'est pas l'islam mais l'islamisme, idéologie
révolutionnaire et subversive », expose l'auteur, qu'il
présente comme une “perversion”, tout comme le stalinisme
eût été une perversion du communisme. Pourtant,
à aucun moment il ne condamne clairement la fatwa de Komeiny
contre Rushdie, qui est bel et bien de l’“islamisme d'État”. En
réalité, l'islamisme et l'islam ne peuvent être
séparés.
Il faut combattre cette tendance absurde qui consiste à affirmer
qu'une idéologie et une religion ne sont pas ce qu'elles sont
objectivement, historiquement, dans leur incarnation, mais ce qu'elles
affirment être spirituellement. Le stalinisme totalitaire est
l'incarnation et l'aboutissement du communisme ; l'islamisme
intolérant est le résultat et l'application de l'islam.
Une doctrine est sa propre application, sa propre substance, non son
essence. Ce n'est pas l'intention qui importe, mais le résultat,
surtout quand ladite intention est hypocrite.
L'islam réel, appliqué, ce sont bel et bien les tragiques
Talibans du Pakistan (qui ne sont nullement une “farce”, comme se
plaît à l'écrire M. Navahandi), le fanatisme des
imans iraniens, la rigidité dogmatique et brutale de tous les
régimes théocratiques de la péninsule arabique,
les persécutions anti-chrétiennes ou anti-hindouistes du
Pakistan et d'Indonésie, le machisme institutionnel du Maghreb,
etc. Ce ne sont pas de « fausses interprétations
religieuses de l'islam », comme le prétend M. Navahandi.
C'est l'islam.
L'islam, c'est l'application de la charia ; or, la charia est
consubstantiellement dogmatique et intolérante, car le Coran
considère l'intolérance comme une vertu. Ce qui fait
d'ailleurs qu'il a séduit un certain nombre d'extrémistes
politiques européens. Tolérer ou protéger
l'infidèle, le considérer comme égal en droits au
musulman, c'est être infidèle soi-même. L'islam est
une “pensée de l'absolu”. D'ailleurs, dans certaines banlieues
françaises, où les musulmans sont majoritaires, des
Français de souche - surtout des femmes d'ailleurs - sont
obligés de se convertir pour mener une vie normale, pour assurer
leur sécurité, et échapper à l'ostracisme
social !
Et si aujourd'hui l'Église catholique ne pratique plus
l'intolérance inquisitoriale, ne prêche plus la conversion
universelle et la christianisation du monde, mais se replie sur
1’“oecuménisme” et 1’“ouverture à l'Autre”, c'est tout
simplement parce qu'elle. est déclinante, parce que le rapport
de force ne joue plus en sa faveur. La foi s'efface devant la
charité, cette dernière de plus en plus
sécularisée et confondue avec les droits de l'homme.
Un autre habile hypocrite qui lui aussi, nous fait passer des vessies
pour des lanternes : Dalil Boubakeur, recteur de l'Institut musulman de
la mosquée de Paris.
Dans une récente interview, cette éminente
personnalité multiplie les sophismes et les
contrevérités : « L'islam était le
chaînon manquant dans la grande famille monothéiste
représentée en France. Aujourd'hui, sa présence
stimule la réflexion et la ferveur religieuse de tous les
croyants ». Autrement dit, l'islam va renforcer la ferveur
religieuse des catholiques... Plus loin : « le judaïsme a
apporté la notion de monothéisme, le christianisme, la
charité, l'islam la tolérance ». Le judaïsme
n'a nullement inventé le monothéisme, déjà
présent dans l'Égypte pharaonique ; la charité
était prônée par la plupart des philosophies
antiques et des religions poly-théistes ; quant à la
tolérance, trouvaille de l'islam, inutile d'insister sur cette
grossière contre-vérité. Plus loin encore :
« Les Français connaissent bien les musulmans et les
musulmans du monde entier connaissent bien la France. Jamais deux
peuples n'ont eu dans l'histoire autant
d'interpénétration ». Quel lapsus... L'islam est
donc un “peuple” ?
Le rôle de MM. Navahandi et Boubakeur, docteurs de l'islam, est
d'endormir notre méfiance par la fable de l'islam
tolérant, laïc, et culturellement enrichissant.
Pourtant Dalil Boubakeur, la plus haute autorité musulmane en
France, se félicitait récemment de la croissance de sa
religion : « Il y a déjà deux millions de
Français de religion musulmane et leur nombre s'enrichit, par
les jeunes »... Inutile de préciser que ce chiffre est
largement sous-estimé. Le nombre de musulmans en France (comme
d'allogènes) est très difficile à
apprécier. Un militant islamiste, Mohamed Sadaoui,
déclarait en 1997 au journaliste Philippe Aziz qu'il y avait
déjà en France 6 millions d'Arabes, tous musulmans, dont
3 millions prêts à se mobiliser.
Et comment aurait réagi M. Boubakeur si le pape avait
déclaré que la vocation du catholicisme est de
s'implanter dans les pays musulmans ?
Se féliciter de cette situation, comme le fait ouvertement
l'épiscopat français, Mgr Lustiger, en tête est
parfaitement suicidaire. Vis-à-vis de l'islam, l'aveuglement de
l'Église catholique est total.
ISLAMOLATRES DE DROITE, CHRÉTIENS OU PAÏENS
Il est parfaitement affligeant de voir des gens, des mouvements qui,
pourtant n'appartiennent pas, loin s'en faut, à la gauche
immigrationniste ou à ta droite amollie, prôner
l'acceptation enthousiaste de l'islam en terre européenne. Il
paraît que même les représentants d'un mouvement dit
de droite révolutionnaire, le GUD, regardent l'islam avec
sympathie. Et, dans ces milieux, les convertis ne sont pas rares. J'en
ai rencontrés.
C'est à la fois de la trahison et de la bêtise à
l'état brut. Cette attitude repose tout d'abord sur le “syndrome
de Stockholm”, c'est-à-dire la fascination pour l'envahisseur.
Elle repose ensuite sur une admiration du caractère
intrinsèquement
conquérant et intolérant de l'islam ; de ce point de vue
d'ailleurs, les islamophiles de droite connaissent bien mieux l'islam
que les islamolâtres chrétiens ou de gauche, puisqu'ils
reconnaissent (et approuvent) sa violence intrinsèque.
Ces islamophiles de droite cultivent aussi un “traditionalisme
perverti”, issu de lectures hallucinées d'Evola ou des
délires de René Guénon et de Sigrid Hunke : croire
que l'islam nous ramènera de vraies valeurs contre le
matérialisme de la modernité. Ces valeurs, pourquoi aller
les chercher chez l'envahisseur et pas chez nous, dans les traditions
européennes ?
Elle repose aussi sur l'illusion qu'en s'alliant à l'islam, on
fera reculer l'adversaire américain ; alors que, comme l'a
démontré Alexandre del Valle, (Islamisme et
États-Unis : une alliance contre l'Europe) : les USA et l'islam
marchent main dans la main contre l'Europe, les premiers pour
l'affaiblir et la dominer, le second pour s'y installer physiquement.
Les communautaristes de droite suivent la même démarche
aveuglée en voulant organiser de manière
pseudo-organique, selon une vision pervertie de l'ethnopluralisme, des
communautés musulmanes en Europe, ils font le jeu objectif des
immigrationnistes para-trotskystes comme des imams conquérants,
et même celui des pays arabo-musulmans. Ils accusent, avec une
malhonnêteté intellectuelle patente, tous ceux qui se
rallient à la thèse de l'invasion islamique de
“fantasmes” et de “catastro-phisme”. En réalité, de
l'ethnopluralisme à l’ethnomasochisme, et de l'ethnomasochisme
à l’ethnotrahison, la route est brève.
Les fantasmes, ce sont eux qui en font preuve : ils s'imaginent que les
musulmans leur sauront gré de leur bienveillance. Tout au
contraire, ils les mépriseront pour leur faiblesse et, en
conséquence, les maltraiteront, sans leur en savoir aucun
gré...
* * *
Il existe des catholiques islamophiles, comme le Père Lelong ou
le traditionaliste chrétien Arnaud Guyot-Jeannin. Passe encore.
Ils supposent angéliquement qu'entre “gens de la religion du
Livre, on peut s'entendre”. Ils n'ont sans doute jamais
étudié le cas de la ville de Jérusalem, où
juifs, chrétiens et musulmans se déchirent. Ce sont
d'ailleurs les chrétiens qui doivent le plus céder la
place... Ils ignorent les Sourates du Coran infériorisant et
méprisant “juifs et nazaréens”.
Mais le plus extraordinaire, ce sont les païens islamophiles. En
tant que païen, je me permets de désosser leurs arguments.
Le premier de ceux-ci consiste à dire : « L'Europe
païenne a bien intégré une religion
étrangère, le christianisme, issue du judaïssme ;
alors pourquoi pas l'islam ? Un syncrétisme se produira, comme
dans le catholicisme. Et au moins, nous ne finirons pas
athées-matérialistes, dominés par le culte de
l'argent et l'individualisme obtus. Pourquoi pas un islam
européen ? Pourquoi pas une religion du désert
plutôt qu'une autre ? »
Grave erreur, fondée sur une méconnaissance historique de
l'islam et du christianisme. J'ai déjà répondu
à cet argument plus haut, mais il faut y revenir : la
christianisation né peut absolument pas se comparer à
l'islamisation. En effet, le christianisme, surtout catholique et
orthodoxe, fut une construction syncrétique des Européens
eux-mêmes. A partir des sources évangéliques
mêlées aux croyances et traditions païennes
autochtones. Les Hébreux ne se sont jamais installés
massivement en Europe pour y imposer le judaïsme orthodoxe.
Alors que l'islam est imposé de l'extérieur, sans
adaptation, sans syncrétisme, sans compromis. Et s'appuie sur
une masse croissante d'allogènes colonisateurs. Le christianisme
n'a pas défiguré la personnalité profonde de la
culture intérieure européenne, parce qu'il a
intégré la sacralité païenne. La
religiosité musulmane n'a rien à voir avec le mental
européen profond. Le christianisme n'a pas
hébraïsé l'Europe, parce que tout le rituel et la
langue sacrée (le latin) étaient européens. Parce
que le christianisme a su autoriser, au travers du culte des Saints et
de la Vierge, un véritable néo-paganisme sublimé,
assez conforme à l'esprit européen.
En revanche, l'islam sera un facteur d'arabisation culturelle. Et il ne
tolérera jamais aucune adaptation au mental polythéiste
européen. Il sera donc, à l'inverse du christianisme, un
facteur de déculturation autrement plus profond et plus grave
que l'américanisme. La mosquée ne sera jamais une
nouvelle cathédrale.
Le second argument des païens islamophiles, comme en
matière de communautarisme (voir le chapitre sur ce sujet),
c'est qu'il faut réserver une place à chaque dieu dans la
cité, que c'est obéir à la tolérance
païenne, à son polythéisme politique
intrinsèque, etc. Là encore, on peut noter un grave
déficit de jugement. Le tolérant tolère
l'intolérant et s'imagine qu'il va en retour être
toléré ! Au nom du polythéisme, on laisse entrer,
comme un cheval de Troie, la vision du monde la plus monothéiste
et monolithique qui soit. Il s'agit là d'une perversion du
polythéisme, qui sombre dans une sorte de prostitution
intellectuelle : tout est permis, tout est toléré, tous
les cultes sont bons à prendre. C'est le Babel culturel et
religieux, où l'on met, par ignorance, l'islam et sa puissance
despotique sur le même plan que le bouddhisme, par exemple.
Et puis, tous ces païens islamophiles ne mesurent sans doute pas
la haine que l'islam voue au païen ou à l'athée.
Il existe enfin une autre cause de la fascination aveuglée de
plusieurs milieux extrémistes pour l'islam : c'est le
côté conquérant, inégalitaire, machiste et
intolérant de ce dernier. On y cherche un substitut au
despotisme totalitaire. On croit y voir aussi une religion
antisémite, ou plutôt antijuive et anti-israélienne
(l'Arabie saoudite n'autorise-t-elle pas l'édition des
Protocoles des Sages de Sion ?). On confond des ententes
géopolitiques avec les Arabes dans la logique du “chacun chez
soi” avec la sympathie pour l'installation de l'islam en Europe. On est
aussi fasciné par l'anti-occidentalisme de l'islam, sans
comprendre que l'islam est tout autant anti-européen.
Ces gens opèrent une transposition. Ils prennent acte de leur
faiblesse et s'identifient à la volonté de puissance de
l'Autre, fut-il ennemi. Bref, ils s'inventent un islam irréel
qu'ils érigent en idole, comme le firent les convertis Claudio
Muti, Garaudy, Cousteau, Béjart, etc.
* * *
On croit béatement les pieux mensonges d'un Dalil Boubakeur,
recteur de la mosquée de Paris, qui rassure le bon peuple de
France et pérore le catéchisme hypocrite d'un “islam
laïc et tolérant”. Et on oublie l'islam réel et ses
objectifs pratiques, qui ne sont d'ailleurs nullement
méprisables ni critiquables per sese mais tout simplement
hostiles. Et contre lesquels il conviendrait de se défendre avec
la meilleure bonne conscience du monde.
Une des constantes de l'islam est la croyance en la
supériorité intrinsèque du musulman sur les
autres, puisqu'il détient la vérité absolue. Le
musulman possède d'avantage de droits que les autres et doit
imposer une partie de ses lois aux non-musulmans, sans
réciprocité, dès lors qu'il devient majoritaire.
C'est ce qui commence à se passer en France.
Un exemple parmi d'autres : dans les établissements scolaires
où les enfants de l'immigration sont majoritaires, les cantines
proscrivent le porc de leurs menus. Les non-musulmans minoritaires sont
donc contraints de se priver de cochonnailles. Alors que, quand les
musulmans étaient minoritaires, on leur accordait, avec
tolérance, le privilège de manger des menus
spéciaux sans porc.
Explication : on pensera que c'est par un souci d'économie et de
rationalisation. que l'économat des collèges et
lycées ne prévoirait qu'un seul menu pour tous. Pourtant,
quand les enfants musulmans étaient minoritaires, on
confectionnait bien deux menus. Cherchez l'erreur. En
réalité, comme me l'a confié un chef
d'établissement des quartiers nord de Marseille : « Les
imams ont fait pression sur l'administration pour qu'il n'y ait qu'un
seul menu sans porc pour tous, avec de la viande hallal même pour
la minorité non-musulmane. Pourquoi ? Parce qu'un musulman ne
saurait supporter qu'à sa table, même un non-musulman ne
respecte pas les prescriptions alimentaires du Coran. L'administration
a cédé. Et partout en France, maintenant, quand la
proportion d'enfants d'immigrés devient importante, les
Français non-musulmans doivent se plier aux lois alimentaires de
l'islam ».
Ces cas d'intolérance conquérante sont légions
dès que l'islam se sent en position de force. En mai 1999, le
gouvernement italien organisait à Rome un dîner officiel
avec des Iraniens. Ceux-ci exigèrent qu'il ne soit pas servi de
vin à table, même pour les membres du gouvernement
italien. Les Italiens ont cédé ! A Paris, dès que
la proportion de musulmans dépasse un certain seuil, les
magasins d'alimentation tenus par des musulmans refusent de vendre vin,
porc et alcool, même à leurs clients non musulmans.
N'est-ce pas une excellente technique - parmi d'autres - d'implantation
territoriale et d'incitation au départ pour les non-musulmans ?
Le plus extraordinaire, c'est que les chantres de la
laïcité républicaine et de la sainte
Égalité ferment les yeux sur ces pratiques
discriminatoires et inégalitaires, notamment à
l'école. Face à l'islam conquérant, ils
cèdent, ils mettent leurs grands principes sous le mouchoir. La
cantine d'une école catholique voudrait-elle imposer le
carême à ses élèves que l'Éducation
nationale interdirait une telle pratique.
* * *
Des signes avant-coureurs abondent : les multiples associations,
organismes ou écoles musulmanes qui pullulent en France,
subventionnées par l'étranger et les pouvoirs publics et
qui négocient avec les autorités toutes sortes de
privilèges sociaux et religieux démontrent que l'islam
prépare déjà son implantation définitive
sur notre sol, son développement sans limite et, à terme,
la supériorité de ses lois. En Grande-Bretagne, un parti
islamique vient d'être créé par des
fondamentalistes pakistanais. En Belgique, le 13 décembre 1998
un organe représentatif de l'islam a été
élu par les musulmans de toutes nationalités. En
violation de toutes les lois du Royaume, l'État belge
négocie avec lui comme avec un interlocuteur de plein droit.
En Allemagne, aux Pays-Bas, et maintenant en Italie et en Espagne, les
mêmes scénarios d'infiltration se reproduisent. Pas plus
que les politiciens belges, français ou britanniques, les
autorités de ces pays ne connaissent la véritable nature
de l'islam et ne semblent posséder la moindre notion de
démographie et de géopolitique.
* * *
Deux magazines islamiques ont été récemment
lancés : La Médina, un bimestriel (en 1999), et Islam de
France (en 1997), un trimestriel, tous deux destinés à
séduire les élites de la classe politique et à
endormir leur méfiance. Jamais en reste, Le Monde, quotidien
officiel du politiquement correct, note à propos de l'Islam de
France : « par son sérieux et par la diversité de
ses contributions, cette “revue d'information et de culture musulmane”,
s'impose aujourd'hui comme une référence »
(19/05/1999).
Pourtant l'agressivité conquérante est parfaitement
lisible en contrepoint du discours apaisant et patenôtre de ces
revues “modérées”. La Médina et son directeur
Hakim El Ghirassi entend militer « pour être à la
fois musulman et européen ». Très habilement, le
magazine fait intervenir dans ses colonnes des “laïcs”
manipulés, mais consacre sa première “une” à
« la mosquée dans la cité »,
présentant cette dernière comme le centre de la vie
sociale dans les villes européennes ! Le magazine,
diffusé également en Belgique et en Suisse, publie en fin
de numéro quatre pages en arabe et incite au «
développement des formations à l'islam en France ».
Quant à L'islam de France, son slogan est on ne peut plus clair
: « La France est une nation musulmane ! » Ses “unes”
s'ornent de versets du Coran, en arabe
Ces deux revues ont la bénédiction des pouvoirs publics
“républicains”. Quand on sait avec quelle ardeur les
laïcards combattent les “sectes”, cibles faciles et dont une
grande partie est totalement inoffensive, leur passivité devant
l'expansion d'une religion d'un sectarisme absolu et totalement hostile
à leurs propres principes, ne peut s'expliquer que par la peur.
Au yeux des musulmans, la République multiplie à leur
égard les actes de soumission et de faiblesse. C'est un
encouragement à durcir la guerre, à passer au stade
offensif du Dar Al Harb.
CONCLUSION : POURQUOI IL FAUT COMBATTRE L'ISLAM ET L'ÉRADIQUER
D'EUROPE
Au cours de conférences que j'ai pu faire, où j'abordais
incidemment cette question de l'islam en Europe, de jeunes musulmans
m'ont accusé d’“hostilité viscérale à
l'islam” et de “complot contre l'islam”. Ma réponse a toujours
été très paisible et très
déterminée : oui, je nourris une hostilité
viscérale à l'islam, vous avez raison. Non, je ne fomente
aucun complot contre lui, puisque le complot relève d'une
hostilité dissimulée, alors que la mienne est franche et
ouverte. Mes détracteurs n'avaient plus rien à dire. Il
ne faut pas chercher à convaincre l'ennemi de sa bonne ou de sa
mauvaise foi. Il faut lui faire entrer dans le crâne ce slogan
inventé par le ministère de la Guerre en 1914 : «
On ne passe pas ».
A mes amis païens hyper-tolérants et islamophiles, je
réponds que le paganisme n'est nullement une philosophie de la
tolérance absolue. Le païen ne tolère que ceux qui
le respectent et qui ne remettent pas en cause la civilisation
européenne. Le païen peut vivre sans conflit avec
chrétien ou le juif, pas avec le musulman.
Par ailleurs, on peut parfaitement partager des valeurs communes avec
un ennemi qui vous envahit. Sans cependant s'y soumettre. L'islam
apparaît comme une “révolte contre le monde moderne”, pour
reprendre le titre d'un livre d'Evola. Et c'est pour cela qu'il
séduit. Pourtant, cette séduction est une illusion.
L'islam est profondément contraire à l'esprit libre de
l'homo europeanus.
CHAPITRE V DE LA DÉLINQUANCE A LA GUERRE
CIVILE ETHNIQUE
On va m'accuser de « pratiquer un odieux amalgame entre
délinquance et immigration ». Je le pratique, en effet.
Tout simplement parce que délinquance et immigration sont
amalgamées.
Il est tout à fait évident que la majorité de la
population allogène, et plus spécialement
arabo-africaine, qui vit en Europe est paisible. Mais il est non moins
évident que dans les pays les plus touchés par
l'immigration (France et Belgique en particulier) la majorité
des actes délictueux violents (vols, viols, agressions,
cambriolages, voies de fait diverses), des crimes de sang et des
emprisonnements concerne les populations d'origine immigrée,
notamment arabo-africaine. Globalement, une minorité
d'immigrés est criminelle, mais la majorité des criminels
est immigrée. C'est une question de statistique et de
mathématique, non d'idéologie.
C'est ce que reconnaissait avec un certain courage Jean-Émile
Vié, ancien Préfet de Région, conseiller
maître honoraire à la Cour des comptes,
dégagé de ses obligations de réserve, qui alertait
: « aujourd'hui, il faut agir d'urgence, pour éviter la
constitution de milices privées et, à terme, la guerre
civile ». Je suis convaincu que, dans cette société
émasculée et désarmée, aucun pouvoir public
n'osera “agir d'urgence”, et que nous l'aurons, la guerre civile. Ce
sera peut-être malheureusement la seule manière de
résoudre le problème.
L'EXPLOSION DE LA DÉLINQUANCE ETHNIQUE
Les chiffres, tout d'abord. Selon les statistiques de la police et de
la gendarmerie nationale, dépouillées par l'agence AB
Associates : en 1950, on recensait 500.000 “faits de
délinquance”, tous crimes et délits confondus.
Aujourd'hui, on frise les 4 millions, soit une progression de 800% en
49 ans. C'est en 1964 que les statistiques de la criminalité ont
commencé à croître régulièrement. Les
agressions (recensées) contre les personnes, moins de 50.000
dans les années cinquante, ont été
multipliées par 4,5 aujourd'hui.
En 1998, 45% des vols avec violence et 15% des viols étaient le
fait de mineurs. En 1972, 10% des crimes et délits
étaient commis par des mineurs, contre 21% aujourd'hui. Dans les
incendies de biens ou les rackets, la proportion de mineurs mis en
cause dépasse 50%. Quant aux affaires liées au trafic des
stupéfiants, pour la seule année 1998, la progression fut
de 43,5%. Tous ces chiffres sont largement sous-estimés
étant donné que 1°) la police ignore la plupart des
affaires dans les zones de non-droit, 2°) beaucoup de victimes
refusent de porter plainte par crainte de représailles.
La délinquance des mineurs a augmenté de 11% entre 1997
et 1998, chiffre considérable. Selon les statistiques de la
police et de la gendarmerie, 151.000 mineurs ont été mis
en cause en 1998, contre 138.000 en 1997. Les mêmes sources
indiquent que 90% des intéressés sont des “jeunes issus
de l'immigration maghrébine ou africaine”, ou bien des
Comoriens, etc.
Cette explosion de la criminalité des mineurs allogènes
suit parfaitement la courbe ascendante de proportion des moins de 18
ans d'origine étrangère par rapport à la
population générale du même âge. Ce qui
conforte la thèse que l'explosion de la criminalité
juvénile, facteur majeur du délitement de la
socialité urbaine, a pour cause 99
directe l'immigration, la présence croissante de jeunes
allogènes, beaucoup plus que des facteurs
socio-économiques tels que “le déclin de
l'autorité paternelle” ou 1’“exclusion par le chômage”,
comme je le démontre par ailleurs. La hausse brutale de la
criminalité dans les dix dernières années
s'explique par des raisons ethniques et démographiques, et non
pas socio-économiques.
Les milieux politiquement corrects entretiennent un
préjugé erroné : l'explosion de la
délinquance serait due au chômage, à la
précarité et à la pauvreté. C'était
le cas au XIXe siècle, plus aujourd'hui. Contrairement à
une idée fausse, les “exclus”, les chômeurs et les
miséreux sont peu délinquants. Les “nouveaux
délinquants” vivent leurs crimes et leurs délits à
la fois comme une profession et un jeu. En réalité, ils
sont parfaitement insérés socialement, à leur
manière évidemment. Ils mangent à leur faim,
portent des vêtements de marque et utilisent des
téléphones portables.
La courbe générale de la délinquance, de 1950
à 1998, ce que personne n'ose relever évidemment, suit
avec un parallélisme mathématique celle de la proportion
des populations immigrées. La croissance rapide des crimes et
délits, à partir du milieu des années soixante,
correspond très exactement à l'arrivée des
premières vagues importantes d'immigrants et non à un
quelconque paupérisme.
Plusieurs chercheurs, dont Sébastien Roché (auteur de La
société incivile, Éditions du Seuil), et Alain
Bauer (auteur d'un Que Sais-je ? sur le sujet) démontrent que
cette délinquance a pris son essor au cours des Trente
Glorieuses, en une période où le chômage
était négligeable, la croissance forte et où
s'installait partout la frénésie de consommation de
nouveaux objets.
Étudiant les courbes sur la période 1950-1998, ils notent
: 1°) que jusqu'en 1993, le « nombre global de faits »
et le « nombre de faits contre les personnes » -
c'est-à-dire les agressions - suivaient une progression
parallèle. 2°) Et qu'à partir de 1993, les agressions
physiques contre les personnes connaissent une hausse beaucoup plus
rapide et représentent un pourcentage de plus en plus important
des faits de criminalité (140.000 agressions en 1993, 220.000 en
1998). Les atteintes aux personnes explosent (+ 20% en 1993, + 9% en
1995, + 8% en 1997, etc.). 3°) Que la part des mineurs dans les
faits de délinquance connaît une augmentation
exponentielle (+ 11,23% en 1998).
La part des Afro-maghrébins, qu'ils soient juridiquement
français ou non, dans la délinquance violente, les vols
et trafics de stupéfiants est estimée par la police
à plus de 80%. Bien entendu, on entretient l'interdiction
formelle d'entreprendre des statistiques raciales et encore moins, de
les publier. Quand le thermomètre indique des informations
politiquement incorrectes - qui reflètent pourtant la
vérité -, mieux vaut le casser, non ? Pourtant, c'est
stupide : le pourcentage d'Afro-maghrébins dans les prisons
permet de confirmer la réalité. Aux Baumettes, à
Marseille, ils sont, par exemple, 80%.
En Ile de France « la montée de la délinquance est
désormais un fait de société avéré
que personne ne conteste, à l'exception d'Arlette Laguiller.
C'est un constat apocalyptique a commenté le conseiller
régional Florent Montillot, apparenté DL »,
écrit Jean Pigeot (Le Figaro, 2526/09/1999). Le préfet de
police Philippe Massoni est venu révéler devant le
conseil régional que « la brutalité explose ainsi
que les affrontements entre bandes ». 940.000 crimes et
délits de toute nature ont été recensés en
Ile-de-France en 1998. Les délits violents ont augmenté
de 3,08% durant les huit premiers mois de 1999. En cinq ans, les vols
avec violence ont augmenté de 37%, les coups et blessures
volontaires de 61%, les menaces, chantages et racket de 141%.
Rien qu'en juin et juillet 1999, dans les seules communes de Sarcelles,
Châtenay-Malabry, Villejuif, Saint-Denis, Mantes-la-Jolie et
Aulnay-sousBois, on a déploré 9 morts, abattus à
l'arme à feu ou poignardés et une cinquantaine de
blessés graves. Dans son rapport aux conseillers, le
préfet de police a constaté « que les razzias et
les incendies volontaires progressaient dans des proportions
alarmantes, que l'usage des armes blanches ou à feu n'a plus
seulement pour but d'intimider ». Il a noté un
accroissement « des chiens molossoïdes pour intimider ou
pour attaquer » et a fait le constat suivant, qui atteste bien,
comme je le démontre par ailleurs, les prémices d'une
guerre civile ethnique, qui dépasse bien la simple
criminalité : « Les policiers sont devenus la cible
privilégiée des voyous. La violence anti-policière
a atteint dans certaines zones un niveau critique tel que toute
intervention, quel qu'en soit le motif, est propre, à
générer des affrontements ». Il a
révélé que se multiplient « les
attroupements hostiles devant les commissariats, notamment après
une arrestation, les jets d'engins incendiaires, les jets de
projectiles lourds sur les véhicules ». Etc.
La région va dépenser 32 millions de francs
supplémentaires en l'an 2000 pour renforcer les moyens de la
police. C'est autant d'enlevé aux investissements
créateurs d'emplois compétitifs. Jean-Yves Le Gallou,
conseiller régional, a provoqué un tollé sur les
bancs de la gauche, quand il a demandé au préfet de
police : « Qu'allez-vous faire pour mettre les bandes de voyous,
généralement immigrées, hors d'état de
nuire ? » La vérité n'est pas bonne à dire.
* * *
Mais, pas plus que la classe politique ou les journalistes, les
chercheurs n'osent évoquer les véritables causes du
phénomène. On avance comme explications la
“déresponsabilisation des parents”, le “manque de réponse
judiciaire adaptée dès la première incartade”, ou
l“école qui ne remplit plus son rôle
d'intégration”. Tout cela, ce sont des causes secondaires,
presque des effets. Mais 1a cause profonde de cette explosion de la
délinquance, et notamment des voies de fait, c'est
l'arrivée à l'âge pubère d'une
génération nombreuse issue de l'immigration, qui refuse
l'intégration dans la société française (ou
européenne) “blanche” et qui manifeste une attitude
volontairement agressive, fondée sur un sentiment mixte de
revanche et de ressentiment, mais aussi de fascination pour le
modèle consumériste auquel ils s'estiment avoir le droit
d'accéder tout de suite, ici et maintenant, sans effort et sans
réciprocité sociale.
Ces chercheurs notent que cette délinquance ne pourra que
croître. Selon eux, la « sanctuarisation » des biens
(du fait de procédés sophistiqués de protection)
risque de déboucher sur une violence radicalisée contre
les personnes. Déjà les attaques à main
armée à domicile se multiplient, les fameux “saucisson
nages”. Ils oublient évidemment de préciser que
l'accroissement de ces violences aura aussi pour cause l'augmentation
de la proportion des Arabo-africains dans les jeunes classes
d'âge.
L'hypothèse retenue ici est la suivante : avant les
années soixante, alors que la société était
encore ethniquement homogène, les, causes de la
délinquance et de la violence sociale, depuis plusieurs
siècles, relevaient surtout de la pauvreté, de la
désinsertion, de l'alcoolisme et des aléas
économiques. Ces causes étaient endogènes.
Aujourd'hui, elles sont exogènes. Ce n'est plus la misère
économique qui explique un nombre croissant de crimes et de
délit, mais une rupture ethnique et culturelle.
LÉGITIMATION DE LA CRIMINALITÉ ET ENCOURAGEMENT DE LA
DÉLINQUANCE
Les plus hautes autorités de l'État confortent le
sentiment de légitimité des jeunes délinquants
immigrés. Martine Aubry, ministre des Affaires sociales
déclarait en décembre 1998, après de violentes
émeutes, scènes de pillages et de dégradations,
qui accompagnent maintenant rituellement les fêtes de fin
d'année : « Certains actes de délinquance ou
d'incivilité sont parfois, parfois seulement mais il faut quand
même le dire, des réactions à un sentiment
d'injustice ».
Entendez : beaucoup de délinquants immigrés
réagissent au racisme et à la marginalisation
économique ; ils sont donc responsables mais non pas coupables.
Un tel encouragement aux méfaits des bandes ethniques laisse
pantois.
Au demeurant, la remarque de Mme Aubry est contredite par les faits les
crimes racistes (agressions, assassinats, dégradations de biens)
sont majoritairement le fait d'Afro-maghrébins contre des
Français ou Européens autochtones ; d'autre part, les
sommes payées en pure perte par le contribuable en faveur
d'actions sociales diverses envers les “jeunes issus de l'immigration”,
y compris les délinquants (vacances, réinsertion,
embauche prioritaire dans les “emplois jeunes”, allocations massives
aux familles, etc.) sont quatre fois plus importantes, per capita, que
les sommes consacrées aux jeunes Français de souche.
Où est cette injustice évoquée par Mme Aubry ?
* * *
Même devant la flambée de violences des jeunes
immigrés qui, à partir de 1997, atteint de plein fouet
les écoles, les centre-villes et maintenant les campagnes, les
dogmes idéologiques anti-répressifs des autorités
demeurent bétonnés. On parle de “dispositifs
éducatifs renforcés”. Mais évidemment, pas
question d'évoquer des “maisons de correction” ni d'entamer de
vraies répressions.
Quand le feu prend, on ne l'éteint pas. Jadis, quand il
n'était que braises, si. Comme je l'explique par ailleurs, cette
paralysie institutionnelle devant la délinquance immigrée
s'explique par le double dogme de la permissivité
éducative et de l'antiracisme.
Jean-Pierre Chevènement, qui est personnellement convaincu que
la stratégie de prévention a échoué et
échouera, n'ose pas - vu la force du dogme - affirmer ses
convictions et imposer ses méthodes. « L'éducation
renforcée est une solution, je demande à être
convaincu que c'est la solution ». Autrement dit : “c'est une
stupidité, mais je m'en lave les mains, je reste politiquement
correct”. L'éducation renforcée n'est pas fondée
sur la discipline, la correction, le dressage des voyous
récidivistes, mais au contraire sur des programmes coûteux
de suivis et d'aides personnalisées ; bref, sur la
récompense ! L'échec est évidemment total, et les
intéressés méprisent ce procédé qui
ne les encourage qu'à récidiver.
* * *
La peur des mots caractérise la soft-idéologie et
constitue la base sémantique du politiquement correct. Quand le
ministre de l'Intérieur, M. Chevènement, qualifie de
sauvageons les délinquants immigrés violents,
plutôt que d'employer les mots qui conviennent (truands, voyous,
émeutiers, trafiquants, voleurs, etc.), quand les
autorités de l'État parlent d'actes d'incivilité
pour qualifier des délits et des crimes qui vont du braquage au
meurtre, du pillage à l'incendie, quand on qualifie de
sans-papiers des migrants hors-la-loi, on pourrait croire que la
bourgeoisie de gauche bien-pensante serait satisfaite de cette
reculade, qui vise à ne pas appeler le crime par son nom, afin
de préserver le criminel. Eh bien, non.
Parler de “sauvageon”, c'est encore aller trop loin pour le lobby
immi-grationniste, c'est - vous l'avez compris - du racisme.
L'écrivain Maurice Rajfus, créateur de L'Observatoire des
libertés publiques, un des grands prêtres du lobby
précité, vilipende le mot “sauvageon” employé par
Chevènement : « ce discours est inquiétant parce
que, bientôt, on se rendra compte que le terme de “sauvageons”
prendra aussi en compte les sans-papiers, les sans-logis et les
chômeurs. C'est ainsi qu'on les a considérés lors
des diverses opérations musclées d'occupations diverses.
» (in Bulletin de l'Observatoire des libertés publiques,
janvier 1999). De tels fantasmes sont habituels à la gauche la
plus bête - et la plus trotskiste - du monde. On remarquera, en
passant, l'amalgame démagogique entre les chômeurs et les
immigrés clandestins.
Ce genre de propos, largement relayé et encensé par la
presse bien pensante (Libération, 18/01/1999)
révèle tout simplement, en terme de psychanalyse
politique, que le message des intellectuels immigrationistes est le
suivant : les actes délinquants de toute nature - de
l'entrée illégale sur le territoire aux délits de
droit commun - commis par les populations immigrés sont
excusables et respectables. Toute répression de la
criminalité des immigrés est donc immorale, en actes et
même en paroles.
Quoi qu'il en soit, l'idéologie dominante n'en est plus à
une contradiction idéologique près. On est antiraciste :
donc, on professe que vouloir réprimer trop durement la
criminalité c'est être raciste, et par là, on
reconnaît implicitement ce qu'on nie par ailleurs, à
savoir que la criminalité est le fait principal des
immigrés !
QUELLES SONT LES CAUSES DE LA SURDÉLINQUANCE DES IMMIGRÉS
?
Qu'il s'agisse de voies de faits violentes, de trafics de
stupéfiants, de proxénétisme, d'infractions
à la législation sur le travail, d'escroqueries, de vols,
de cambriolages, d'agressions collectives, d'incendies, de pillages,
etc., l'étonnante proportion d'affaires concernant des personnes
d'origine immigrée, pourrait s'expliquer ainsi : inapte à
s'insérer dans une logique socio-économique de type
européen, une importante minorité de migrants,
encouragés par un système peu répressif et peu
dissuasif, choisit délibérément la voie plus
facile d'une économie criminelle. En sachant que les risques
répressifs sont assez faibles au regard des avantages
financiers. C'est la logique du pillage, souvent plus profitable que le
travail, le système de la razzia, profondément
enraciné dans la mémoire culturelle des populations
maghrébines.
Il est à noter que, pour des raisons ethniques et culturelles,
les immigrés d'origine asiatique échappent (comme aux
États-Unis d'ailleurs) à cet engrenage. Eux, savent
parfaitement s'insérer dans une socialité du travail
productif. Tout en conservant d'ailleurs leur autarcie communautaire,
qu'ils développent avec efficacité et sans violence.
Le seconde cause de cette ethnicisation de la délinquance - et
j'y reviendrai plus loin - est mentale. Et elle touche plus les jeunes
générations immigrées. Il s'agit de ce
qu'Éric Delcroix avait nommé la francophobie, et Henri de
Fersan, le racisme anti français, selon les titres de leurs deux
livres respectifs.
Il,s'agit d'ailleurs autant d'un sentiment anti-européen
qu'anti-français.
* * *
Cette surdélinquance des adolescents d'origine
afro-maghrébine n'a pas que des causes ethniques, mais aussi
sociales. Énumérons-les, dans le désordre.
1) La désagrégation du noyau familial et la
multiplication des familles monoparentales, sans autorité
paternelle. La mère n'a aucun pouvoir sur sa progéniture,
souvent dès l'âge de 12 ans, qui se trouve alors
livrée aux bandes de la rue. On a même remarqué
à partir de 1995 l'apparition d'une violence délinquante
de la part de Maghrébines mineures.
2) Le dogme égalitaire surréaliste - et fondé sur
cette obsession française du “diplôme intellectuel comme
valorisant social”, qui entend que 80% d'une classe d'âge
réussisse le bac. Non seulement la conséquence en est
l'effondrement complet du niveau (en seconde 30% des
élèves sont maintenant presque illettrés et 60%
chez les Afro-maghrébins), mais aussi l'apparition
endémique de la violence scolaire : en effet, contraints de
fréquenter des cours obligatoires dont la matière ne les
intéresse nullement et qui dépassent, malgré leur
niveau de plus en plus bas, leurs capacités intellectuelles, ces
adolescents ne viennent au collège que pour faire de la
présence, pour éviter la suppression des allocations
familiales. L'école devient - logiquement pour eux un espace de
prédation et de conflits. D'autant plus qu'il s'agit pour eux
d'une “institution française de répression” - et cela,
malgré l'absence quasi totale de punitions ou d'exclusions, ce
qui développe leur agressivité. Il s'en prennent donc
logiquement au corps enseignant.
3) Globalement, les populations afro-maghrébines, surtout
musulmanes, étaient habituées à vivre dans un
environnement social hyper-répressif. Dans tous les pays
musulmans, la punition du moindre délit de droit commun est
féroce. Les jeunes Maghrébins, dans leurs pays,
n'oseraient pas commettre le dixième de ce que leurs “cousins”
commettent en France. Une législation est toujours
adaptée à la culture d'une population. Or, les
législations permissives européennes sont parfaitement
inadaptées au comportement atavique des enfants
d'immigrés. Il faut savoir que dans les pays arabes, où
le chômage des jeunes est souvent catastrophique, la
criminalité des “jeunes” est bien plus basse qu'ici. Qui a
osé le souligner parmi nos brillants sociologues ? Aucune
solution n'est valable pour tous les peuples et il n'existe pas
d'explication universelle des comportements humains. Ces derniers, fort
variables, sont liés à un atavisme ethnique. Du fait de
leur nature anthropologique, les peuples arabo-africains ont, comme
toutes les populations du monde, un comportement propre, qui tient
à un substratum biologique et culturel.
* * *
En réalité, les cultures dont proviennent ces jeunes sont
répressives et communautaires, encadrantes et douées de
valeurs fortes et d'une morale sociale contraignante. Ils en ont
gardé leur mémoire ethnique. En France, ils se retrouvent
acculturés dans une société individualiste,
pénalement laxiste, ayant perdu ses valeurs sociales fortes,
fondée sur l'autodiscipline angélique et le mythe
égalitaire de la “compréhension par tous d'une
éducation sans contrainte”. Alors qu'on sait qu'une
éducation non répressive, même chez des
Européens de souche, ne peut s'adresser qu'à des
minorités ; a fortiori, une telle solution utopique
appliquée à des arabo-africains aboutit à une
anarchie générale. Il est impossible d'appliquer
l'autodiscipline individuelle, d'origine nord-européenne,
inscrite depuis longtemps dans l'atavisme ethno-culturel, à des
populations venant de l'autre bout de la planète. Chaque peuple
a ses méthodes propres d'éducation et de dressage social
qui ne s'appliquent pas aux autres. Si elle est
déculturée, et désencadrée, une population
parfaitement calme peut sombrer dans l'anarchie et le banditisme parce
qu'elle oublie ses repères traditionnels. Cette remarque vaut
particulièrement pour les peuples africains qui ont besoin d'un
fort encadrement communautaire et autoritaire pour ne pas sombrer dans
le désordre. Les Occidentaux, en voulant appliquer leurs
règles de gouvernement et d'éducation à toute la
Terre ont commis une grave erreur.
Mais l'idéologie hégémonique ne peut
évidemment transgresser ses tabous et reconnaître : 1) que
l'autorité répressive est le premier moyen de
l'éducation et que l'autodiscipline n'est pas naturelle à
l'homme. 2) scandale encore supérieur, que cette maxime
s'applique encore plus qu'aux autres aux populations arabo-africaines.
* * *
Dans un ouvrage (posthume) paru en 1998 (La Guerre des rues) le
journaliste au Point Christian Jelen ose faire le lien entre
insécurité et immigration. Étonné, Le
Figaro (06/01/1999) commente : « Un de ses ouvrages les plus
rebelles à la pensée “correcte”, car cette fois, Jelen a
osé franchir l'interdit suprême en établissant le
lien entre l'insécurité et l'immigration ». De
fait, Jelen écrit : « Si j'affirme que la violence des
“jeunes” émane surtout des Français dont les parents ont
émigré du Maghreb et d'Afrique noire entre les
années 1960-1980 ; si je soutiens que la non-maîtrise de
l'immigration est source de violence et d'insécurité, je
m'expose aux pires accusations de racisme, de fascisme, de
lepénisme. Pourtant, ce tabou, j'entends le transgresser dans ce
livre ».
Mais son livre, qui dit la vérité plutôt que de
dissimuler les évidences, a eu droit à un black-out total
dans les médias. Réfutant le discours dominant qui
asserte que les difficultés d'intégration des jeunes
Afro-maghrébins seraient dues « au degré de
résistance et au racisme qui aurait déferlé sur la
société française », Jelen poursuit :
« Dans notre pays en France, le fait d'être d'origine
étrangère permet de trouver des circonstances
atténuantes et même des justifications à des actes
de violence qui seraient autrement considérés comme
inacceptables ».
Pour Jelen, la cause principale de la surdélinquance des jeunes
immigrés s'explique ainsi : « Des parents
analphabètes, dans une société
développée de la fin du XXe siècle, sont rarement
en mesure de prendre en mains l'avenir de leurs enfants et de leur
transmettre les impulsions nécessaires à
l'accomplissement d'une bonne scolarité et d'une bonne
intégration ».
Malgré tout son courage, je pense pourtant qu'il se trompe et
qu'il n'accomplit que la moitié du chemin dans la
démolition des tabous. Jelen croit donc que l'intégration
est somme toute possible, et que la surdélinquance
immigrée s'explique par l'énorme décalage culturel
des familles des Beurs et des Blacks, par leur “analphabétisme”.
Argument douteux. D'abord, les familles immigrées
afro-maghrébines n'étaient pas toutes - loin s'en faut -
analphabètes et étaient largement francophones. Ensuite,
pourquoi les jeunes Asiatiques, dont la distance culturelle est tout
aussi grande, ne connaissent-ils pas le même taux de
délinquance chronique que les jeunes Afro-maghrébins ?
Pourquoi les enfants de migrants polonais, portugais, espagnols,
italiens du sud, roumains, qui durant des décennies, sont partis
s'installer en France ou aux ÉtatsUnis - et dont les familles
étaient souvent analphabètes et décalées
par rapport à la société industrielle - n'ont
jamais connu un tel taux de surdélinquance ?
L'explication de Jelen est purement sociologique ; elle est
insuffisante. Peut-être n'a-t-il pas osé aller jusqu'au
bout de l'analyse et surmonter le tabou suprême, à savoir
que, en réalité, tout semble indiquer que la
surdélinquance des jeunes d'origine arabo-maghrébine et
africaine a des causes ethniques et non pas socio-économiques.
Dans sa recension du livre malgré tout courageux de Jelen, Ivan
Rioufol écrivait dans Le Figaro : « On a
culpabilisé une opinion pourtant ouverte sur l'immigré et
l'on s'interdit de désigner les problèmes nés dans
les banlieues “sensibles”, de peur de tomber sous l'accusation de
raciste [... ] Le terrorisme intellectuel a fait son oeuvre, les
directeurs de conscience peuvent se frotter les mains. Christian Jelen
espérait un sursaut des pouvoirs publics. On le sentait
réceptif au discours “laïc et républicain” de
Jean-Pierre Chevènement. Il laisse une oeuvre lucide pour qui
veut comprendre la spirale de la violence et la faillite des banlieues.
Il nous laisse aussi deviner ce qui risque, hélas ! d'arriver
demain ».
Oui, la guerre civile pour l'appeler par son nom. Bellum civile.
L'accoucheuse suprême de l'histoire.
L'ENGRENAGE DE LA GUERRE CIVILE
De nouvelles formes de délinquance, de la part des bandes
afro-maghrébines laissent supposer qu'il ne s'agit plus
précisément de “délinquance” au sens classique,
mais d'un comportement de guerre civile et de révolte ethnique.
La délinquance classique est crapuleuse et économique :
gagner de l'argent sans passer par le circuit légalisé du
travail et de l'échange, selon une logique de truanderie
individuelle ou de bande organisée
Cette forme de criminalité ne cesse de croître mais s'y
superpose une nouvelle forme, avec parfois confusion entre les deux. On
assiste en effet, depuis 1997, à des actes de guérillas
ethniques, évalués, selon le ministère de
l'Intérieur à 10 par jour sur l'ensemble du territoire
national. Les médias, par consigne ou autocensure, ne rendent
compte que des plus graves, mais passent sous silence 90% des faits,
tant cette guerre civile rampante devient banale et, de ce fait, doit
être dissimulée.
Les formes les plus fréquentes de cette guérilla ethnique
sont les suivantes :
- Guet-apens dans les cités de banlieue contre les pompiers et
les policiers, appelés à la suite d'incendies ou
d'émeutes artificiellement créés.
- Opérations de razzias et de destructions gratuites,
d'agressions systématiques d'Européens dans le centre des
villes à l'occasion de manifestations lycéennes ou de
“fêtes” diverses. Ainsi que de pillages de commerces.
- Attaque des trains et des bus de la périphérie des
grandes villes.
- Attaque des centres commerciaux, notamment à l'occasion de la
fin du Ramadan.
- Attaques des maisons dans les villages isolés pour commettre
viols et pillages.
- Attaques des commissariats ou des postes de gendarmerie à la
suite d'émeutes.
- Harcèlements en bandes sur la voie publique et dans les
transports, afin de créer un sentiment de peur dans la
population locale. Cette stratégie est la transposition de celle
des razzias côtières des pirates barbaresques.
* * *
Lentement s'installe une situation “à la brésilienne”.
Malheureusement, la police française n'est nullement
formée à gérer une situation de guerre civile qui
commence. Un policier n'est pas un militaire et encore moins un
milicien ; professionnellement et constitutionnellement, c'est un civil
qui prête main forte à la loi et à la justice dans
une hypothèse globale de paix civile, afin de régler des
désordres accidentaux et limités. Mais dans une
hypothèse de guerre civile, la logique policière n'a plus
aucun sens.
C'est une logique militaire qui prévaut, dans laquelle, comme le
vit le général britannique Sir John de Malmond dans son
étude historique Civil War (Penguin, 1980), ce n'est plus
l'ordre public qu'il faut rétablir, mais la victoire qu'il faut
obtenir.
* * *
La délinquance afro-maghrébine n'est pas uniquement une
criminalité économique, ne s'explique nullement par
l’“exclusion”, mais prend de plus en plus la forme volontaire des
prémices d'une guerre civile ethnique dans un but de
conquête territoriale intérieure.
Le scénario désormais le plus classique est le suivant,
outre les razzias en territoires “européens” : aux
Francs-Moisins, en Seine-Saint-Denis, une rixe entre dealers provoque
la mort d'un Malien, pendant l'été 1999. Les policiers
investissent la cité en force pour arrêter les meurtriers.
Ils battent en retraite face à des centaines d'immigrés
qui les bombardent d'engins incendiaires ou de parpaings lancés
des immeubles. Le préfet renonce à investir la
cité et à rechercher les meurtriers. Il se contente
d'interdire les ventes d'essences aux personnes sans cyclomoteur... Le
dernier mot n'est plus à la loi.
Le mécanisme du passage à la guerre civile à venir
est bien décrit par Paul Lambert, président de
Renaissance 95 : « Nos responsables de l'ordre public sont
acculés au piège mortel du choix entre se ridiculiser en
ne faisant rien, ou déclencher une guerre civile. En effet,
imaginons que le préfet réagisse par la fermeté en
faisant encercler la cité par plusieurs escadrons de CRS et en
la faisant investir par cent policiers pour procéder aux
arrestations. Ils auraient déclenché une émeute
sanglante à l'intérieur, car ces bandes disposent de
stocks d'armes, et l'émeute aurait tourné à
l'embrasement lorsque les bandes armées des cités
voisines seraient venues attaquer de l'extérieur les cordons de
CRS qui les encerclaient. Un tel embrasement local, lorsqu'il se
produira, s'étendra aux autres banlieues des autres grandes
villes et la guerre civile se répandra dans tout le pays. C'est
pourquoi nos responsables de l'ordre public préfèrent
choisir la lâcheté et le ridicule, ce qui, bien sûr,
ne peut qu'aggraver les
problèmes, en confortant les cités dans leur
volonté d'interdire toute incursion sur leur territoire. »
(Le Figaro, 09/09/1999).
J'ajouterai, en étant plus pessimiste encore : cela confortera
les bandes ethniques dans leur volonté d'investir de nouveaux
territoires. Paul Lambert tire de cette analyse la conclusion qu'il
faudrait « une rupture complète avec notre politique
actuelle en matière d'immigration » pour éviter la
guerre civile. Mais il est déjà trop tard. Les troupes
des émeutiers sont déjà là,
déjà nées, et de plus en plus nombreuses. Il
ajoute : « Les solutions sont difficiles car elles ne peuvent
échapper à l'obligation d'être moralement et
humainement irréprochables. »
Bel angélisme... affronter une guerre civile tout en restant
parfaitement humaniste, on ne l'a jamais vu nulle part dans le monde.
Mais la France n'est pas les États-Unis. Ce pays en forme de
mosaïque ethnique est naturellement un État policier, comme
toute société pionnière multiraciale. Est-ce notre
destin d'Européens que de devenir, du fait de l'immigration, une
société policière ? De même que ni le
communautarisme ni l'intégration ne fonctionnent, de même,
ni la prévention ni la répression de la
délinquance immigrée ne résoudront le
problème.
Bien entendu, il faudrait réprimer sans état d'âme.
Mais on ne fera que reculer pour mieux sauter. Les
républicanistes intégrationnistes “durs”, comme MM.
Griotteray, Pasqua, de Villiers, s'imaginent qu'une ferme politique
à l'américaine du law and order (“la loi et l'ordre”)
résoudra le problème de la délinquance des jeunes
immigrés, exactement comme s'il s'agissait des “blousons noirs”
des années soixante. Ils négligent la dimension de
révolte ethnique du phénomène. La véritable
solution est dans le départ, quelles qu'en soient les
modalités.
Après les émeutes de Toulouse provoquées par de
jeunes immigrés en janvier 1998, Le Figaro titrait ainsi en
pleine page son enquête sur les événements :
« Dans le quartier du Mirail, théâtre
d'émeutes, les délinquants ont sorti les armes à
feu, mais les autorités n'osent pas se montrer. Les riverains
annoncent vouloir se défendre eux-mêmes. » Et, plus
grave : « Des consignes ont été données
à la police de ne plus intervenir en cas de violences urbaines
» (14/01/1999).
La délinquance commence à prendre, lentement mais
sûrement, une tournure de révolte ethnique armée.
Pour masquer le phénomène (“casser le
thermomètre”), l'État républicain,
débordé, choisit de fermer les yeux. Hubert Lortet,
secrétaire régional (Midi-Pyrénées) du
Syndicat national des policiers en tenue expliquait : « Il n'y a
personne qui donne un ordre. Verbalement, la préfecture nous dit
de ne pas intervenir quand les voitures brûlent ».
* * *
A mon avis, selon toute logique, nous n'échapperons pas à
un embrasement généralisé. Il sera impossible
à contenir pour trois raisons
1) Les effectifs des forces de l'ordre sont insuffisants pour traiter
l'explosion simultanée de plusieurs grandes villes. Les troupes
émeutières d'origine immigrée sont très
nombreuses.
2) On note le passage d'affrontements à base de projectiles et
d'armes blanches - type Mai 68 - à l'utilisation de cocktails
molotov et d'armes à feu ; c'est un retour au type
d'émeutes du XIXe siècle ou du Tiers monde. Or les forces
de l'ordre sont sous-
108
équipées, pas formées psychologiquement et pas
soutenues par leurs hiérarchies pour répondre à
une telle situation.
3) Comme en aucun cas, un gouvernement, face à un
soulèvement général de la jeune population
immigrée, ne voudra utiliser l'armée ni faire tirer, par
crainte de tuer, il est probable qu'il essaiera de ramener le calme par
les concessions, en se pliant aux exigences des émeutiers.
Il est donc à craindre, au terme de soulèvements à
répétition, que l'État français, composant
et cédant, n'en vienne à accorder des privilèges
d'exterritorialité, à entériner un morcellement
néo-médiéval du territoire accompagné d'une
guerre civile rampante, à conférer de plus en plus de
pouvoir à un “islam médiateur”, à renoncer
à toute “intégration citoyenne” des jeunes populations
afro-maghrébines, et surtout à payer - comme un tribut -
le prix du calme par des allocations accrues aux
intéressés. Bref à entériner de
manière cette fois-ci directement politique, un processus de
moins en moins pacifique de colonisation.
Tout le problème est de savoir si le peuple d'origine
européenne se laissera faire et acceptera cette situation qui
ressemble tragiquement à la situation de l'Algérie des
années cinquante, mais cette fois-ci en France même. Quoi
qu'il en soit, le déclenchement d'hostilités ouvertes et
une agressivité accrue des bandes ethniques sont peut-être
les seuls moyens de provoquer le réveil et d'amener une
solution. La logique de la guerre civile a commencé : le cas de
Vauvert. Les bien-pensants et les pacifistes “communautaristes”
lèvent les bras au ciel quand on parle de menace dé
guerre civile. Pourtant la logique de la guerre civile, au sens de la
polémologie, a bel et bien commencé. Cette
dernière est fondée sur l' « affrontement de
communautés qui se définissent comme telles », et
non pas sur la simple criminalité banale, selon Julien Freund.
Ne parlons pas de l'explosion de la délinquance de
proximité et, maintenant, du grand banditisme. Leur logique
n'est pas encore celle de la guerre civile. Évoquons
plutôt les nouvelles formes d'émeutes urbaines.
Le cas du bourg de Vauvert (Gard) en petite Camargue est symptomatique.
Il s'agit d'un village traditionnel, et non d'une “cité
inhumaine de banlieue” où l’“urbanisme dément”
provoquerait la délinquance. Il y a quelques années, ce
village était paisible, heureux. Puis, au cours des
années quatre-vingt-dix, la population afro-maghrébine,
débordant de l'agglomération de Marseille a
commencé à s'y installer, tandis qu'arrivaient à
l'âge adolescent les fils des familles de travailleurs agricoles
qui, suite au catastrophique “regroupement familial” de Giscard,
avaient fait beaucoup d'enfants. Sans compter l'installation de
familles immigrées dans les petites villes par les pouvoirs
publics, selon la politique de lutte contre les ghettos, qui aboutit
à l'inverse de l'effet recherché.
Les choses ont vite dégénéré, pas seulement
dans le sens d'un accroissement de l'insécurité, mais
d'un véritable affrontement ethnique, voulu et provoqué
par les jeunes immigrés. Ce type d'affrontement déborde
maintenant du cadre territorial des cités de banlieue et atteint
les centre-villes et les zones rurales traditionnelles d'habitat
européen. Ce qui, précisons-le, n'est nullement le cas
aux Etats-Unis !
Les samedi-dimanche des 15-16 mai 1999, à Vauvert, les choses
ont dégénéré de manière classique.
Un habitant surprend Mounir Oubaja, 18 ans, en train de lui voler sa
voiture. De sa fenêtre, il tire avec son fusil à pompe. Le
voleur meurt et l'émeute commence. Un scénario qui se
répète partout en France.
Mais, il est à noter que, la veille, déjà, le
vendredi soir, les jeunes Maghrébins avaient attaqué un
bar, puis la maison d'un retraité, sans aucune autre raison que
l'agressivité pure. Sans doute les victimes étaient-elles
“racistes” ? Des fusillades s'ensuivirent qui firent six
blessés, doit trois graves. Le retraité fut lynché.
Pendant deux nuits, scènes de guerre civile : magasins
pillés, voitures renversées et brûlées,
Français de souche attaqués en pleine rue. Les habitants
se terrent chez eux, magasins et cafés ferment, les forces de
l'ordre affluent. Claude Belmont, reporter au Figaro, note : « En
face de la gendarmerie, une petite centaine d'individus continue de
harceler, de narguer et d'insulter les forces de l'ordre.
Accessoirement, dans les rues du village, ils poursuivent, molestent et
détroussent les journalistes. » (17/05/1999) Le colonel de
gendarmerie, Didier Laumont, responsable du département du Gard,
laisse tomber : « Les habitants s'estiment menacés et
harcelés par ces dégradations à
répétition. »
Les gendarmes mobiles ont quadrillé plusieurs jours le
centre-ville. Désormais, aucune fête, aucun bal populaire
du samedi soir n'est plus possible, car ils
dégénéreraient en tragédie. Les cafetiers
ont instauré le couvre-feu. Une chape de plomb s'est abattue sur
la petite ville, désormais libanisée, balkanisée.
Le procureur de la République, M. de Lauze de Plaisance,
reconnaît implicitement le caractère ethnique des
émeutes et des pillages : « C'est une véritable
fracture. Il existe ici un vrai sentiment d'insécurité
mais aussi d'injustice et d'impunité. Les habitants ont
l'impression que les auteurs des larcins et des dégradations
sont immédiatement remis en liberté, qu'ils ne sont pas
punis. »
A Vauvert, comme dans maints autres endroits, deux populations
s'affrontent. Le maire a d'ailleurs appelé « au calme et
au dialogue entre les deux parties de la population, dans un climat
exacerbé ». Échec explosif de l'intégration
républicaine, resurgissement des conflits ethniques. C'est la
réédition de la guerre d'Algérie, mais cette
fois-ci en France.
Le maire de Vauvert a déposé une plainte contre le
substitut du procureur pour sanctionner son inaction. Les propos des
jeunes immigrés sont très révélateurs de
leur refus de leur intégration républicaine comme du
modèle du communautarisme pacifique. Le Monde cite la remarque
d'un certain Haïb : « Nous sommes des Vauverdois comme les
autres, nous sommes nés ici. Nous, nous tuons l'agneau, eux les
taureaux, c'est tout. » La volonté de s'intégrer
aux moeurs camarguaises n'existe pas.
Ils savent qu'ils mènent une guerre civile ethnique, que leur
objectif est de s'attaquer aux populations autochtones.
Le phénomène touche d'ailleurs maintenant toutes les
villes de Camargue où 20% de la population est maghrébine
et où, du fait du différentiel démographique, elle
s'accroît. Il y a des Vauvert en puissance, partout, surtout dans
le midi de la France, selon le même processus souterrain qui
amena l'albanisation progressive du Kosovo serbe. Dans les villages de
la campagne nîmoise, par exemple, 50% des adolescents
scolarisés sont déjà d'origine
afro-maghrébine. C'est le résultat de la politique de la
lutte anti-ghettos. On disperse les familles allogènes
concentrées dans les banlieues des villes, dans un souci
d'intégration, sans comprendre qu'on accélère le
processus de colonisation de peuplement et de
désintégration. Le maire (socialiste) d'une petite
commune de la campagne nîmoise m'a dit : « pour l'instant,
ce sont les larcins à l'école, les “incivilités”
quotidiennes. Ils- ont tous moins de quinze ans. Mais demain ? ».
Mais demain, le maire de Vauvert sera-t-il toujours d'origine
française ? Si les choses continuent ainsi, certainement pas.
Pour des raisons démographiques et par l'exode des populations
françaises de souche, littéralement chassées. Et
si, bientôt, dans un avenir proche, cent Vauvert éclatent
en même temps en France, que se passera-t-il ? Cette
possibilité est prise très au sérieux par la
hiérarchie supérieure de la Gendarmerie nationale.
Ce sera, selon mon hypothèse nietzschéenne de l'optimisme
par le pessimisme, une bonne chose. Car j'espère que le
réveil du peuple est à ce prix. C'est une
espérance, nullement une certitude.
LE REFUS DE LA RÉPRESSION ET LE MYTHE DE LA PRÉVENTION
Le refus d'une répression forte de la criminalité des
jeunes se fonde à la fois sur le tabou antiraciste et
l'égoïsme d'une bourgeoisie bien-pensante qui vit (pour
l'instant) dans une parfaite sécurité.
Sur l'insécurité et la délinquance croissantes,
Alain Finkielkraut, dans un entretien accordé au Figaro Magazine
(30/01/99) en attribue l'écrasante responsabilité aux
« jeunes issus de l'immigration », ce qui est assez
courageux de sa part. Il explique : « Faire de la
sécurité une valeur de droite au nom de la lutte des
classes est absurde, car on voit bien que la première victime du
Lumpenproletariat des banlieues n'est autre que le prolétariat
lui-même ! ». C'est sans doute la raison pour laquelle la
bourgeoisie, et principalement celle de la gauche-caviar, a longtemps
raillé les “fantasmes sécuritaires” ; c'est aussi pour
cela que les mesures répressives franches ont toujours
été écartées par cette bourgeoisie au
pouvoir, qu'elle soit de gauche ou de droite, qui, étant
protégée de la criminalité des délinquants
immigrés, la nie tout simplement et refuse de considérer
que c'est le peuple, le prolétariat, qui la subit de plein fouet.
On s'aperçoit par là, entre parenthèses, que la
gauche a définitivement cessé - dans ce domaine comme
dans bien d'autres - de se poser “du côté du peuple”.
Marx s'est déjà retourné dans sa tombe. Mais, le
jour où cette délinquance immigrée atteindra
à son tour cette bourgeoisie, comme cela commence à se
produire (notamment la petite bourgeoisie enseignante de gauche en
proie à la criminalité des “Beurs-Blacks”), il faudra
opérer des révisions déchirantes. Les propositions
de Jean-Pierre Chevènement (non retenues) pour accroître
la répression en sont un premier signe. On commence à
s'inquiéter, dès lors que l'électorat bourgeois de
gauche est touché par l'insécurité.
Mais il est très difficile pour la gauche, dont le dogmatisme
est la caractéristique majeure, de reconnaître que sa
doctrine du tout-préventif a échoué, que ses
fantasmes d’“éducation” et d’“intégration” ont
sombré ; et surtout, il lui est impossible de mettre en couvre
une véritable politique répressive contre la
criminalité des immigrés, puisque
précisément ce sont des immigrés, donc des gens de
couleur, et que, selon le tabou antiraciste, on ne réprime pas
des gens de couleur.
Au cours de ses divers passages au pouvoir, depuis plus d'un
siècle, la gauche n'a pas hésité à faire
tirer sur les émeutiers. Mais ils étaient d'origine
européenne... Implicitement, un délinquant dit de couleur
doit être traité avec précaution. Les voyous
Beurs-Blacks qui font régner la terreur dans les collèges
de banlieue ne sauraient être réprimés avec la
même sévérité que s'il se fût agi
d'Européens de souche. Chevènement, je l'ai dit plus
haut, a choqué les bien-pensants quand il a parlé, en
décembre 1999, de “sauvageons” - terme assez sympathique - pour
désigner de jeunes immigrés qui manient le couteau et le
fusil à pompe, qui pratiquent le viol et le racket dans les
établissement scolaires et ailleurs. Que n'eut-on dit s'il avait
qualifié ce phénomène par sa véritable
appellation : le “banditisme des jeunes issus de l'immigration” ? 111
Cette criminalité des jeunes immigrés est
généralement excusée par l'intelligentsia
bourgeoise au nom de l'« argument sociologique », dont
parle Finkielkraut dans l'entretien précité. Il
précise : « Il faut résister à l'argument
sociologique. D'abord parce que les délinquants se l'appliquent
à eux-mêmes ; l'explication par le chômage, le
désarroi de l'exclusion, est aujourd'hui une incitation au
crime. Parce qu'on ne peut pas faire deux poids deux mesures : l'excuse
du désarroi devrait donc être aussi conférée
à l'électorat populaire du Front national... »
Autrement dit, on tolère, on explique, on excuse la
criminalité des jeunes Arabo-africains sous prétexte
qu'ils seraient “exclus” et “en désarroi” (ce qui est faux,
comme je le démontre ailleurs), alors que les victimes de leur
criminalité qui, eux, sont réellement exclus et en
désarroi, sont diabolisés par la classe bourgeoise
bien-pensante, protégée et antiraciste.
* * *
Allons plus loin : une politique de pure prévention a des effets
criminogènes et accroît la délinquance, puisqu'elle
revient souvent à récompenser les délits.
Les bien-pensants, les politiquement corrects accusent quasiment de
fascisme ceux qui, comme aux États-Unis et en Grande-Bretagne,
pensent que la répression est seule efficace contre la
délinquance croissante des “jeunes” et que la prévention
ne sert pas à grand-chose. En cette matière comme en bien
d'autres, ils refusent avec effroi de reconnaître qu'ils se sont
trompés sur toute la ligne.
Les mesures de prévention contre la criminalité
croissante des jeunes Afro-maghrébins partaient du principe
qu'ils étaient des victimes et des exclus. Il fallait donc les
dévictimiser et les réinclure dans le tissu social. Les
mesures prises les ont encore davantage
déresponsabilisés, ont accru leur sentiment
d'impunité et ont abouti à l'effet inverse de celui
recherché, en ouvrant de nouveaux champs à
l'insociabilité.
Envoyés gratuitement dans les lieux de vacances, les plus
délinquants. Les vacances. Les auxiliaires de police. Les
équipements. Mais, le plus comique, ce sont les politiques de
“réinsertion par le sport”, et notamment par le sacro-saint
football, méthode ardemment défendue par le
démagogue Bernard Tapie. Les mairies subventionnent massivement
stades et clubs de foot, où s'affrontent des équipes de
Beurs-Blacks dont chaque joueur s'imagine qu'il va devenir Zinedine
Zidane. Or, début avril 1999, toutes les compétitions
sportives furent suspendues en Seine-Saint-Denis par les
autorités, à la suite des violences en hausse constante
générées par les jeunes Afro-maghrébins
dans les stades.
Tanguy Berthemet écrivait (Le Figaro, 05/04/1999, dans Le
football paralysé par la violence) : « Loué
à l'extrême, incontesté jusqu'alors, le dernier
rempart contre la délinquance et la dérive des “jeunes”
s'effrite. Le sport, son fair-play, ses vertus éducatrices et le
reste a marqué ses limites. Et pas n'importe laquelle des
disciplines : la reine d'entre elles, le football. Ni n'importe
où, mais en Seine-Saint-Denis, marche de la capitale et
hôte du Stade de France, le coeur symbolique d'un onze tricolore
victorieux ». Selon la préfecture, la violence qui
envahissait les stades et leurs alentours était devenue trop
importante et trop régulière pour que l'on continue de
fermer les yeux. En un peu plus d'un an, 783 rixes, bagarres,
dégradations, avaient fait l'objet d'informations judiciaires ;
elles opposaient des supporters entre eux ou des supporters aux
joueurs. Le bilan était d'un mort et de dizaines de
blessés graves et de millions de Francs de
déprédations. On notait l'utilisation d'armes à
feu et de poignards. Un entraîneur d'un équipe des Lilas,
Bernard Hue, remarquait « On ressent tous quotidiennement une
détérioration générale,
particulièrement dans les équipes des moins de 15 ans
jusqu'aux espoirs ».
Avant même l'interdiction préfectorale des matches, trois
clubs se sont sabordés et ont cessé toute activité
à cause des “rencontres à risques” : Clichy-sous-Bois,
Epinay, Noisy-le-Sec. Les troubles sur les stades de foot
débordent largement la Seine-Saint-Denis. Les rixes violentes
sont notables à Toulouse, Lyon, Marseille, en Essonne, partout
en fait où les immigrés sont en proportion importante.
Contrairement aux voeux des idéologues iréniques de la
réinsertion par le sport, ce dernier n'est pas un facteur
d'apaisement social mais de guérilla sociale : c'est un
prétexte supplémentaire, un champ nouveau de conflits
offert aux bandes ethniques (et territorialisées) pour
s'affronter. C'est un nouveau domaine ouvert à la
mentalité néo-tribale des jeunes Afro-maghrébins,
qui correspond à une récurrence de leur fonds
ethnoculturel profond qu'aucune assimilation ne pourra gommer et qui
prend la forme de guérillas inter-Cités, sur fond
d'animosité raciale, comme à Los Angeles.
Vous avez dit “racial”, vous avez prononcé ce mot tabou et
antirépublicain ? Accusé, levez-vous ! Non, ce n'est pas
moi qui le dis, c'est Mme Marie-Georges Buffet, ministre socialiste de
la Jeunesse et des Sports, élue du département de
Seine-Saint-Denis, qui commentait en ces termes la suspension de toutes
les compétitions sportives : « C'est un
phénomène qui touche tout le mouvement sportif et qui
s'explique en partie par des tensions raciales et par une montée
d'un certain communautarisme ».
Quel aveu d'échec du modèle d'assimilation et d'insertion
républicaines. Un ministre socialiste reconnaît donc la
base raciale des troubles urbains et, par la même occasion, admet
implicitement, comme il faut sans cesse l'asséner, que toute
société multiraciale est vouée à
l'échec et débouche nécessairement sur une
société multiraciale. D'autre part, j'incite ceux qui
s'obstinent à défendre les thèses
“communautaristes” à prendre conscience de ce fait : pas plus
que l'assimilationnisme républicain, le communautarisme n'est
viable : ce sont deux solutions “américaines”, le melting-pot ou
le ghetto, qui ne fonctionneront jamais en Europe. J'en parlerai plus
loin dans le chapitre consacré à cette question.
La solution des autorités de Seine-Saint-Denis d'interdire
purement et simplement les matches et de saborder les clubs constitue
un terrible aveu d'impuissance. Il signifie : nous n'avons plus de
solution, nous nous enterrons la tête dans le sable, et advienne
que pourra.
L'entraîneur précité, Bernard Hue, explique les
bagarres meurtrières parce qu' « un malentendu sur le
terrain, toujours de la même façon,
dégénère et sert d'étincelle ». Cela
se comprend aisément. Pour des raisons ethniques et non pas
sociales, le “sport” n'est pas perçu de la même
manière par des mentalités africaines ou arabes que par
des mentalités européennes. Dans le premier cas, le sport
d'équipe est un prolongement des conflits tribaux ; dans le
second cas, selon la tradition de l'olympisme grec, il est une
ritualisation pacifique des conflits, une trêve. La leçon
à en tirer est que l'optimiste éducatif de la gauche
égalitaire, en voulant transférer une solution sociale
d'un peuple à un autre, en niant les spécificités
héréditaires, est peut-être politiquement correct,
mais scientifiquement et sociologiquement faux.
A la suite de cette dramatique suspension des compétitions
sportives par l'autorité préfectorale de
Seine-Saint-Denis, M. Djamel Sandjak, directeur général
de l'Olympique de Noisy-le-Sec et figure du football de banlieue,
commentait au Parisien (03/04/1999) cette décision
improvisée dans l'urgence : « C'est une prise d'otage des
jeunes ; je ne vois là qu'une mesure d'exclusion
supplémentaire ». M. Djamel Sandjak n'a pas compris grand
chose au problème. Il confond exclusion et auto-exclusion.
On ne pourra pas éternellement insérer, assimiler,
responsabiliser, aider, assister, déculpabiliser, éduquer
- à grands coups de subventions - des groupes humains qui ne
veulent pas s'assimiler aux normes sociales européennes. Il
faudra bien un jour en tirer les conséquences.
UNE STRATÉGIE DE LA TENSION. LA DÉLINQUANCE N'EST PAS
SPONTANÉE
La délinquance des jeunes Afro-maghrébins est un
phénomène pensé. Il obéit à une
stratégie, approuvée par les grands frères, comme,
en sourdine par certains imams. Une stratégie très habile
de manipulation des autorités, d'expansion territoriale et
d'épuration ethnique des Européens de zones
entières. On pense à la guerre d'Algérie...
Animés par une xénophobie latente de ressentiment envers
“la France”, ces jeunes immigrés y voient une justification
supplémentaire de leur délinquance. Ils se fabriquent le
prétexte de se rendre justice : vols organisés,
émeutes, attaques de la police et des symboles de l'État
- les bus, les écoles, les trains de banlieue, les pompiers -
agressions, viols, comportent une sorte de dimension politique
contestataire, parée de la légitimité d'une juste
vengeance, et appuyée par la compréhension bienveillante
des médias et de certaines autorités de l'État.
Attirés par les facilités de la société de
consommation, et adoptant la frénésie
consumériste, ils n'entendent pas s'y intégrer par le
travail mais par le pillage. Ils sont littéralement
fascinés par la faiblesse globale des sanctions que la
société française apporte à leurs
méfaits. Ce qui augmente leur mépris, face à une
telle dévirilisation, et attise leur audace. Il est d'autre part
tout à fait faux de dire que c'est uniquement 1’“absence
d'autorité familiale” qui les jette à la rue et les
pousse à la barbarie. Ce facteur joue, nous l'avons vu plus
haut, c'est évident, mais il n'est pas fondamental. Même
quand le père de famille est au chômage, ce qui est loin
d'être toujours le cas (et la plupart du temps les aides et
allocations diverses assurent aux parents des revenus confortables,
souvent supérieurs à ceux des chômeurs
français), les familles défendent leurs rejetons
délinquants ou criminels, et les excusent. Ces derniers
respectent leurs parents et, dans le cercle familial, adoptent des
attitudes tout à fait traditionnelles. Il est fréquent de
voir les parents venir molester les professeurs qui ont mis de
mauvaises notes à leurs rejetons.
On note trois faits, avoués par un reportage embarrassé
de Libération sur la délinquance immigrée à
Juvisy-sur-Orge (01/02/1999, page 10) : 1) Les cambrioleurs de
pavillons ont entre 9 et 13 ans et comportent maintenant des filles. 2)
Les parents sont les commanditaires des cambriolages. 3) Les bandes
délinquantes sont à la fois tziganes et arabes.
L'extrême jeunesse des voyous empêche toute poursuite
judiciaire et toute répression, selon une législation
laxiste inadaptée.
Un autre ressort de la délinquance arabo-africaine massive est
tout simplement le racisme, un racisme de vengeance. Les statistiques
montrent que, contrairement à une idée répandue
par l'habituelle propagande des médias, les victimes de “crimes
racistes” sont, la plupart du temps, des Européens, des
“fromages blancs”. C'est le prolétariat blanc des banlieues qui
est la principale victime des agressions de la part des
Afro-maghrébins, dans les “Cités” comme dans les
établissements scolaires. Les familles d'origine
immigrées, elles, n'ont rien à craindre et vivent en
sécurité. Il est illusoire de croire que les
médias mentionneront jamais ces faits de pure sociologie
quotidienne.
A tel point que les vigiles des établissements sensibles sont
recrutés parmi des Arabes ou des Noirs ; à tel point que
l'Éducation nationale a constaté que les enseignants
d'origine maghrébine étaient beaucoup moins
molestés et bien plus respectés que les Français
autochtones et, partant de ce constat, les recrute pour diriger les
“classes difficiles”. A tel point que M. Chevènement a
déclaré qu'il fallait davantage de policiers
maghrébins (sur le modèle des flics noirs des quartiers
chauds américains) pour limiter les heurts entre les bandes
ethniques et la police.
Pour éviter que les postiers ne se fassent attaquer et
dépouiller, on a décidé d'embaucher pour les
cités des facteurs afro-maghrébins. Idem pour les “agents
de sécurité” dans les bus. En réalité,
c'est une stratégie très bien pensée : les “grands
frères” incitent les plus jeunes à l'agression ; puis ils
disent : “nous seuls pouvons les calmer !”. Et ils se font embaucher
pour ramener le calme. Aux abords des cités, aucun emploi ne
peut plus être tenu par un Européen. Logique de
conquête territoriale.
* * *
L'État républicain français répudie donc
une fois de plus ses propres principes. Il reconnaît
implicitement que la délinquance comporte une base raciale et
non exclusivement socio-économique, comme l'accrédite le
discours officiel.
Le plus significatif, dans ce aspect raciste anti-blanc de la
criminalité, c'est le viol rituel des femmes européennes,
dont regorgent les statistiques du ministère de
l'Intérieur et que rapporte Henri de Fersan dans Le racisme
anti-français (L’Æncre). Une Européenne
violée (et éventuellement tuée) sur trois en 1998
l'a été par un Noir ou un Maghrébin. Ce sont les
faits, on n'y peut rien. Dans les bandes, de plus en plus nombreuses,
“violer une blanche” est un rite de passage, qui s'apparente à
une pratique de société primitive. La femme blanche
représente le symbole de l'inaccessible. Tout raciste est aussi
auto-raciste, il se méprise lui-même : les
délinquants arabo-africains se considèrent plus ou moins
consciemment “inférieurs” aux “Gaulois”, selon leur expression,
socialement, intellectuellement, etc. Dans ces conditions, le viol
collectif d'une Blanche correspond à un processus magique de
réappropriation fantasmée d'une supériorité
ou d'une égalité perdue. C'est en même temps un
moyen d'humilier “l'homme blanc” qui,
dégénéré, ne protège plus ses
femelles.
Enfin, les travailleurs sociaux notent que les bandes
délinquantes s’“ethnicisent” de plus en plus, alors que dans les
années quatre-vingt, elles étaient multiraciales. La
présence d'Européens dans leurs rangs devient de plus en
faible. Preuve que le syndrome de révolte ethnique
organisée est bel et bien à l'oeuvre. La nouvelle
délinquance est de moins en moins spontanée. Aux
classiques truands, s'adjoignent maintenant les combattants.
L'EXCUSE DES BAVURES POLICIÈRES ET DES CRIMES RACISTES
Les médias bien-pensants, au premier rang desquels
Libération, Le Monde, Le Journal du Dimanche et France 2
distillent ouvertement cette pseudo-théorie sociologique : les
violences urbaines des “jeunes” seraient la conséquence directe
des bavures policières et des crimes racistes commis par des
Français autochtones. La réalité est bien
différente. L'immense majorité des morts violentes de
jeunes Afro-maghrébins, qui, à chaque fois, donnent lieu
à des émeutes, est due soit à des
règlements de compte entre dealers et voyous, tous d'origine
immigrée, soit à des fusillades entre une police
débordée et des gangs agressifs et provocateurs, soit
à des réactions de défense paniquée de
Français autochtones gratuitement attaqués.
La mort d'un Beur ou d'un Black dans ces circonstances donne lieu
à des émeutes et des violences parfaitement
excusées par les médias et les pouvoirs publics. Tandis
que les assassinats racistes de policiers ou de Français
autochtones ne recueillent que de petits entrefilets de presse. Lorsque
le Front national avait appelé à manifester après
l'assassinat gratuit, en 1997 à Marseille puis en 1998 à
Nantes, de jeunes Français de souche par des Beurs, en pleine
rue, la presse (et même les familles des victimes !) avait
parlé d'« odieuse récupération ».
Autrement dit, la mort d'un voyou Afro-maghrébin ne peut
s'expliquer, que par le racisme atavique des “Blancs”, tandis que
l'assassinat ou la mutilation d'un policier, d'un pompier, ou d'un
citoyen français de souche serait dû, au choix, à
un “hasard tragique” ou à une “provocation policière”.
Pourtant les chiffres sont parlants. Les statistiques officielles du
ministère de l'Intérieur mentionnent que 9578
fonctionnaires de police ont été blessés en
service en 1997 et 14 tués, à 95% par des
Afro-Maghrébins. La même année, 10 jeunes issus de
l'immigration ont été tués par la police, au cours
de fusillades, sans que jamais la justice (pourtant partiale et
anti-policière) n'ait pu conclure à un crime raciste. En
1998, 108 citoyens français de souche ont été
assassinés “sans cause apparente” par des Afro-Magrébins,
et 15.509 grièvement blessés. Les viols
d'Européennes par des Afro-maghrébins ont
été de 280 en 1998. Et encore, ne s'agit-il que de faits
recensés par la police, donc de la partie émergée
de l'iceberg. Les chiffres sont en augmentation de 20% par an depuis
1995.
Quand on les analyse de près, les fameuses bavures
policières n'en sont pas réellement. Le scénario
est toujours le même : une course-poursuite après un
voleur de voiture qui se termine évidemment par un accident
souvent mortel ; ou bien un jeune flic paniqué et agressé
qui tire pour se dégager. Les préfets ne vont jamais
consoler les veuves et les enfants des policiers tués ou
mutilés par les voyous au cours d'opérations de maintien
de l'ordre, ils ne se rendent jamais au chevet de ces jeunes femmes
fonctionnaires de police violées et mutilées quand elles
sont repérées par les bandes ethniques, le soir, dans les
transports en commun. En revanche, pour acheter la paix sociale, ils
viennent consoler les familles éplorées de dealers
tués au cours de fusillades qu'ils ont provoquées.
Un haut responsable de la gendarmerie nationale, avec le grade de
général, de sensibilité républicaine
très éloigné de l’“extrême droite”, m'a tenu
ces propos alarmants, en me demandant de ne pas révéler
son nom ; je respecte bien entendu son souhait : « Mais un jour
viendra où, si la guerre civile commence, ce ne seront plus des
fonctionnaires de police écrasés par leur
hiérarchie et exaspérés par les ordres et les
contrordres qui tenteront de protéger les citoyens au
péril de leur vie et sans avoir le droit d'être efficaces
mais des milices citoyennes armées, parfaitement
illégales mais qui se considéreront comme
légitimes, qui, elles, ne feront pas de quartier et n'auront
rigoureusement aucun compte à rendre à un État de
Droit qui faillit à sa mission et à une justice qui
sombre dans la forfaiture. C'est inscrit dans la Déclaration des
droits de l'Homme et du Citoyen le souverain, c'est le Peuple, et non
pas l'État ni encore moins l'administration. Ces milices seront
encadrées par des policiers, des gendarmes et des militaires en
rupture avec l'État, où elles entretiendront
néanmoins des complicités.
Elles pratiqueront la défense territoriale rapprochée.
Les forces de l'ordre officielles seront impuissantes à les
désarmer. Je ne souhaite évidemment pas cette situation
mais nous y courons tout droit. »
LA RÉPRESSION TOTALE A L'AMÉRICAINE SERAIT-ELLE EFFICACE ?
Les élus des partis modérés - mais pas encore les
leaders - commencent à prendre la mesure de cette explosion de
la délinquance, sans oser pourtant en nommer les vrais causes.
Ils adoptent l’“idéologie sécuritaire” jadis
abhorrée comme crypto-fasciste. Le Président UDF du
conseil général du Val d'Oise, François Scellier,
maire de Saint-Gratien, écrivait dans une tribune libre du
Figaro que le sentiment d'impunité encourageait la
délinquance : « La société française
doit se débarrasser de son complexe de mauvaise conscience et de
culpabilité face à la répression. Les élus
locaux ont attendu quinze ans. sur le terrain. que l'État fasse
quelque chose. » Rassurez-vous, M. Scellier, l'État ne
fera rien.
M. Scellier est nourri de bons sentiments. Mais il est optimiste. Son
analyse est juste et banale. Il découvre des
vérités de La Palice. Il se croit dans la dynamique et
pragmatique république américaine. Il s'imagine que les
jeunes délinquants déstructurés des banlieues, de
plus en plus nombreux, vont adopter gentiment et spontanément
les “valeurs de la République” si celle-ci manie le bâton.
Il s'imagine que la classe politico-médiatique
sclérosée et dogmatisée va adopter,
vis-à-vis des délinquants qu'il désigne, les
valeurs du Law and Order (la “loi et l'ordre”) des autorités de
New York et de Los Angeles. Il rêve.
Les réactions molles de M. Chevènement contre les
“sauvageons” ne dépasseront pas le stade des paroles. Face
à la violence des “jeunes”, face à l'effondrement du
système scolaire, le système est paralysé.
Formulation : “attention, il est dangereux de réprimer trop fort
des jeunes-issus-de-l'immigration”.
Seule la crise pourra briser le noeud gordien. Le temps de la raison
est terminé.
* * *
Il n'y a rigoureusement aucune chance de voir diminuer en France la
délinquance, la criminalité, l'insécurité
endémique. Au contraire, elles vont augmenter. Jusqu'à la
rupture. Paralysés par leurs tabous idéologique, les
pouvoirs publics - gouvernement, magistrature et police dominée
par des syndicats permissistes - n'oseront jamais prendre les mesures
de bon sens qui s'imposeraient, mais que, fidèles à leur
pragmatisme, Anglais et Américains appliquent, afin d'essayer de
resécuriser l'espace public. Il est vrai que les Anglais et les
Américains sont probablement dirigées par des
gouvernements et des maires fascistes, comme par exemple M. Giuliani,
maire de New York.
Quelles sont ces « mesures fascistes » pour enrayer la
délinquance appliquées par les Anglais et les
Américains, et qui auraient semblé d'une évidente
banalité à n'importe quel ministre radical de la IIIe ou
de la IVe République, comme elles le semblent à M. Tony
Blair ? Énumérons :
1) La règle de “zéro-tolérance”. Dans les villes
américaines le moindre délit est puni de lourdes peines,
notamment de prison ferme, et doublées en cas de récidive.
2) Réouverture de maisons de correction à régime
militaire pour les mineurs.
117
3) Expulsion immédiate définitive et automatique, sans
recours possible, de tout étranger délinquant à la
fin de sa peine (ce qui n'est qu'appliquer la loi, chose que refuse
pourtant, sous le nom de “double peine”, le lobby dit antiraciste),
ainsi qu'établissement du caractère illimité de la
détention administrative pour les expulsables.
4) Suppression de toute allocation sociale aux familles de mineurs
délinquants (principe de responsabilité civile parentale,
inscrite dans la loi).
5) Réintroduction à l'école de procédures
disciplinaires lourdes et abandon définitif des méthodes
pédagogiques irréalistes issues de mai 1968.
6) Abandon du principe du “bac pour tous” et retour massif à
l'apprentissage. Etc.
Ces mesures ont peu de chances d'être prises. Et même si
elles l'étaient, elles ne résoudraient pas le
problème de fond qui est la modification du substrat ethnique de
base et la stratégie de conquête territoriale Elles ne
seraient que provisoires et ne feraient que retarder l'explosion.
* * *
La “droite dure” se félicite par exemple des méthodes
à la Far-West de l'appareil de maintien de l'ordre
américain.
Le directeur d'un pénitencier de l'Arkansas, Dirk Marschammer,
répondait - en substance - aux questions d'un reporter de France
2, le 2 octobre 1998, complètement ébahi qui lui
demandait de lui expliquer sa conception de la lutte contre la
criminalité : « Je ne crois pas à la
prévention. La seule prévention, c'est, la
répression, la punition. Quand un type, pour un délit, a
passé trois ans chez moi, sans aucune remise de peine possible,
croyez-moi, il n'a plus du tout envie de revenir. Il a passé
trois ans en enfer. Le taux de récidive est très bas.
Tout, plutôt que de revenir au pénitencier ! Sa
mentalité de délinquant, de petit caïd, nous l'avons
totalement brisée. Il fait tout pour se réinsérer
et trouver un job honnête. En plus, pendant ces trois ans, nous
avons appris à cet asocial, par la force, les règles de
l'ordre et de la discipline ».
Ce brave homme exprime au fond une conception anthropoliquement
très juste de l'éducation, celle qui est fondée
sur le dressage (alternance de punitions et de récompenses,
selon un règlement intraitable, les récompenses
n'étant d'ailleurs souvent que l'absence de punition). Cette
conception a été défendue par l'anthropologue
Arnold Gehlen, pour lequel l'homme était avant tout un
Zuchtwesen, un “être de dressage”.
* * *
A Lyon, les pompiers se sont mis en grève plusieurs mois,
à la suite des attaques dont ils font systématiquement
l'objet quand ils viennent éteindre des feux de voiture. Les
représentants syndicaux ont été reçus
à l'Élysée et à Matignon. Après le
drame de Vénissieux, où un pompier a eu une jambe
arrachée, un “groupe de travail” d'élus fut mis en place
pour trouver des solutions. Un Comité Théodule de plus.
Les négociations avec les pompiers en grève portaient sur
« l'accroissement des effectifs, les conditions de travail et la
durée hebdomadaire de leur action en première ligne dans
une société en crise ». (Le Journal du Dimanche,
16/05/1999). Autrement dit, embaucher du personnel afin de diminuer le
dangereux temps de présence dans les cités de chaque
pompier. Aucune mention n'est faite de la véritable cause du
problème : l'explosion de la criminalité des jeunes
immigrés. Par tabou idéologique, on continue de poser des
cautères sur des jambes de bois.
En 1998, délinquance et criminalité, dans toute la
France, ont augmenté de 2,73% par rapport à 1997, selon
le ministère de l'Intérieur. Lors de la
présentation des voeux à l'Élysée, le 4
janvier 1999, Jacques Chirac déclarait : « la situation
est très préoccupante, il faut une réponse globale
qui passe par l'implication de chaque membre du corps social ; il faut
que les pouvoirs publics soient mieux coordonnés et efficaces
dans leur action ». On reste confondu devant une telle langue de
bois.
Le ministère de l'Intérieur, pourtant, n'a pas
caché que cette hausse de la criminalité était
entièrement due à la « hausse de délinquance
de voie publique », principalement due aux jeunes immigrés
qui, dans les nouvelles classes d'âge, sont de plus en plus
nombreux.
VISAGES DE L'AVANT-GUERRE. LA MONTÉE DES PÉRILS
Les domaines de la délinquance des jeunes Afro-maghrébins
ne cesse de s'étendre. Par exemple, les voyageurs
dévalisés dans les trains sous la menace d'armes à
feu. Le 30 décembre 1998, c'est ce s'est qui produit dans le
train Annecy-Saint-Gervais, en plein jour, en fin d'après-midi.
Trois mineurs (16, 17 et 15 ans) dont une fille (fait de plus en plus
fréquent) ont délesté les voyageurs de leur argent
liquide, walkmans, cartes bancaires, cartes de téléphone,
sacs, appareils photos, etc. Ils ont été
interpellés par les gendarmes après enquêtes, mais,
la jeune fille a été relâchée. La
dépêche AFP qui relate les faits (05/01/1999) ne mentionne
pas l'origine des prévenus. En tant que journaliste, j'ai
essayé de me renseigner. Le responsable de l'AFP m'a
répondu : « mais vous êtes raciste ou quoi ? !
» Un lapsus pareil, ça ne s'invente pas.
A la délinquance crapuleuse, s'additionne la délinquance
politique. Les deux s'entremêlent. On caillasse les bus, on
attaque les pompiers, on attaque les femmes blanches, on fait des
pillages dans les manifestations de lycéens, pour la fin du
Ramadan on pille les centres commerciaux. Les incendies de voitures
(10.000 en 1999) sont en progression de 10% par an depuis 1995). Rien
que dans l'agglomération lyonnaise, 540 incendies de voitures
ont été recensés en trois mois (janvier,
février, mars 1999) ; les pompiers, symboles de l'État
français accueillis et blessés, ont à cet
égard une signification symbolique. L'automobile est
considérée par les jeunes incendiaires comme un
“privilège du Français de souche”. Les rodéos de
voitures volées dans les cités ont la même
signification sauvage de réappropriation de l'objet
convoité. Car les délinquants en question sont proprement
fascinés par les signes de puissance et de richesse de la
société bourgeoise, auxquels ils veulent accéder
sans travail et sans effort et, qu'au fond, ils admirent :
l'automobile, la télé, l'électronique, les
fringues de marque, etc. C'est un comportement primitif et sacrificiel
de destruction de l'objet désiré, et, au delà, de
la destruction symbolique de son possesseur.
Dans les banlieues françaises, il faut savoir aussi que les
voitures brûlées ne sont pas n'importe lesquelles. Ce sont
celles des Français de souche appartenant aux classes sociales
défavorisées. C'est une “incitation à partir,
à déménager” Les BMW et les Mercedes des dealers
afro-maghrébins, elles, ne brûlent jamais.
* * *
Il existe deux causes à ce refus d'une politique
répressive efficace et à cette tendance à vouloir
récompenser les délinquants sous prétexte de
prévention et d'insertion.
La première est d'ordre idéologique et elle dérive
des utopies post-rousseauistes de Mai 1968 (des théories
romantiques de l’“éducation naturelle et permissive”). La
carotte vaudrait mieux que le bâton. Cette conception onirique et
ultra-égalitaire écarte l'évidence qu'il existe
des individus ou des groupes humains qui, per naturam, ont, dans des
circonstances données, un comportement intrinsèquement
parasitaire, asocial et sciemment criminel. D'où l'effondrement
de la discipline dans l'Éducation nationale et la
tolérance judiciaire et législative envers la
délinquance de proximité. D'où l'abandon
dogmatique de la formule, pourtant jadis éprouvée, des
“maisons de correction”. Ce sont évidemment les jeunes des
classes populaires qui pâtissent le plus de cette situation ;
tandis que la progéniture de la bourgeoisie progressiste qui
professe cette tolérance laxiste, se trouve, elle, parfaitement
à l'abri de la délinquance.
La deuxième cause d'une absence de politique de
répression efficace contre une délinquance en progression
géométrique est le complexe antiraciste, entretenu par la
classe intello-médiatique. Cette cause vient aggraver la
première. La majorité des cas d'explosion
délinquante étant le fait des Afro-maghrébins,
toute sanction, toute répression efficace contre les membres de
cette “communauté”, se heurtent à des tabous paralysants.
A moins d'assassinats, l'impunité des voyous et des bandes
ethniques, dans les établissements scolaires et sur la voie
publique, est devenue une donnée de base de la
réalité sociale.
Ce qui ne va pas sans provoquer des contradictions déchirantes
et amusantes : dans les collèges, les Syndicats de gauche et les
membres du corps enseignant reconnaissent - puisqu'ils vivent sur le
terrain - que l'insupportable violence scolaire qui paralyse totalement
l'enseignement est le fait majoritaire des jeunes
Afro-maghrébins. Mais cette reconnaissance des faits est d'ordre
strictement privé. En public, on se contente de manifester,
ça et là, “contre la violence”, quand par exemple, un
professeur a été poignardé ou une enseignante
violée. Mais pas question de dénoncer officiellement les
vraies causes : les tabous idéologiques et anti-racistes forment
une barrière infranchissable. On préfère demander
hypocritement et discrètement sa mutation dans une zone scolaire
sans immigrés. La situation ne fait donc que s'aggraver ; la
solution ne pourra donc provenir que d'une propagation massive de
l'incendie.
* * *
Le pouvoir, confronté à l'explosion de la
délinquance des “jeunes”, est déchiré par ses
contradictions idéologiques. Exactement comme la droite avant
elle. Le Système se heurte à trois impératifs dont
l'union est un problème insoluble : 1°) Pour des raisons
électorales, on ne peut pas rester les bras croisés, il
faut faire quelque chose, car les désordres deviennent trop
voyants. 2°) Il est hors de question de reconnaître que cette
criminalité est principalement liée à
l'immigration. 3°) Nous ne pouvons pas, pour des raisons
idéologiques, pratiquer une politique de “répression” ni
sombrer dans une doctrine “sécuritaire”, car ce sont des tabous
à ne pas enfreindre. Alors que faire, pour résoudre ce
grand écart d'un monstre à trois pattes ? 120
Chevènement, ministre de l'Intérieur, ose parler de
sanctions financières contre les familles des délinquants
- à l'image de ce qu'ont mis en place les Anglais. Dans L'Est
Républicain (12/01/1999), il déclare : « des
mesures de suspension ou de mise sous-tutelle des prestations
familiales des familles des délinquants peuvent être
envisagées ». Il ne sera jamais entendu.
* * *
Partout, les zones d'insécurité s'étendent. Depuis
1998, à Vénissieux, dans les cités du plateau des
Minguettes, les prémices d'une guerre civile ethnique
s'organisent, bien que personne n'ose prononcer le mot : incendies
criminels de voitures et de commerces, caillassages de bus et de
voitures de police, attaques armées des policiers de la Brigade
de répression des actions violentes (Brav), vols multiples avec
effractions dans les écoles et les foyers, pharmacies et
magasins pillés puis incendiés, etc. sont le lot
quotidien. Les associations “préventives” Agir contre la
violence ou Habitants en action sont totalement débordées
et inefficaces. Depuis le début 1998 jusqu'à juillet
1999, 195 policiers, pompiers ou habitants d'origine européenne
ont été blessés grièvement par les
exactions des voyous afro-maghrébins. En 1999, 1020 voitures ont
été incendiées, appartenant toutes à des
propriétaires d'origine européenne.
Le maire - communiste - de la commune, André Gerin à
écrit, en juillet 1999, à Lionel Jospin pour l'inviter
d’“urgence” à Vénissieux. Dans sa supplique
adressée au Premier ministre (qui n'a même pas dû la
lire), il exprime sa rage et précise : « Il .faut choisir
: la jungle et la guerre civile, ou la République. » Avec
naïveté, il demande « la présence de brigades,
de casques bleus de la République en quelque sorte ». On
est réellement en pleine exterritorialité. Le successeur
d'André Gerin à la mairie sera probablement un
immigré musulman. Peut-être aura-t-il plus de chance ?
Les mesures de lutte contre cette situation sont dérisoires et
tout à fait à l'image de la mollesse
généralisée de pouvoirs publics
culpabilisés et moralement incapacités face aux fauteurs
de troubles afro-maghrébins. Le préfet de région a
proposé comme remède « le renforcement des
activités proposées pendant les vacances ».
Autrement dit, pour calmer les voyous, on les récompense. Le
contribuable est prié de leur offrir des vacances et de leur
payer des activités de loisir. Personne ne s'est avisé
que c'était là un encouragement majeur à la
délinquance. Toujours cet angélisme stupide du : “en les
aidant, en étant gentil avec eux, ils seront moins
méchants”.