La colonisation de l'Europe

Di Guillaume Faye  -  Libri Online -  18/07/2005

 

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[Introduzione] Avertissement - Une symphonie espagnole - Les mécanismes de la colonisation et de la submersion démographique - L'Europe inconsciente - L'utopie communautariste et multiethnique - L'islam a la conquête de l'Europe - De la délinquance a la guerre civile ethnique - L'immigration détruit l'école publique - La nouvelle question raciale et ethnique - Tabous et mensonges - Quelles solutions?Exhortations a la jeunesse européenne - Annexes (L'islam et le viol, du droit international faisons un gag - La solution de Prométhée et du Doktor Faust [Versione italiana] - De Gaulle et  l'immigration). [Vedi anche "Per l'autodifesa etnica totale. Riflessioni su 'La colonisation de l'Europe' di Guillaume Faye" di Stefano Vaj]

colonisation La pubblicazione su carta del testo che segue (Editions de l'Aencre, Parigi 2000) è valsa ad editore ed autore, difeso per l'occasione da uno dei maggiori specialisti francesi in materia di reati di opinione, l'avvocato parigino Eric Delcroix, un'incriminazione ai sensi della legge Fabius-Gayssot, equivalente francese della legge Mancino-Modigliani (vedi l'articolo di Delcroix stesso "I diritti dell'uomo in azione" in l'Uomo libero n. 60, ed ancora "Le leggi repressive in Francia", di  Pierre De Salagnac e Stéphane Lefart, in l'Uomo libero n. 37) ai sensi della quale sono stati condannati - a differenza di quanto è successo per le incitazioni allo "scontro di civiltà" di Oriana Fallaci, che gode evidentemente di ben altre legittimazioni ed appoggi da parte dell'industria culturale del Sistema - per "incitazione alla discriminazione e all'odio razziali e religiosi".

L'odiosa persecuzione di cui l'autore e l'opera sono stati oggetto ha d'altronde generato un'ondata di solidarietà internazionale nei confronti di Faye, e forti critiche ad un intervista rilasciata nello stesso periodo da Alain de Benoist e Charles Champetier ad una pubblicazione italiana vicina ad Alleanza Nazionale, in cui gli stessi assumevano una posizione giudicata da taluni ambigua e diffamatoria. Sulle differenze tra Faye e le posizioni attuali di Alain de Benoist e del GRECE, che Faye accusa a sua volta, non a torto, di accettare in nome di un vago multiculturalismo l'idea di una "tribalizzazione" della società europea, anticamera del resto dell'etnocidio puro e semplice delle popolazioni autoctone, vedi Michael O’Meara, "The Faye-Benoist Debate on Multiculturalism", che riprende per esteso due interviste su questo tema agli interessati.

Tra le altre reazioni suscitate dal testo, Stefano Vaj ne pubblica in italiano una lunga analisi, ampliata a toccare il ruolo rivestito nel corso degli anni da Faye e la questione in generale dell'immigrazione extraeuropea ("Per l'autodifesa etnica totale. Riflessioni su La colonisation de l'Europe di Guillaume Faye", in l'Uomo libero n. 51), di cui sarà più tardi fatta circolare una versione integrale spagnola di Santiago Rivas ed un estratto in francese con vari commenti realizzato da Robert Steuckers.

Se il sistema penale francese si preoccupa dell'orientamento apertamente etnocentrico ed identitario del testo, altre critiche si sono appuntate sull'"anti-islamismo primario" manifestato dall'opera di Faye, che in effetti distingue poco tra la pressione etnica, demografica, religiosa, politica, etc. dei musulmani nei confronti dell'Europa e il mondo islamico, e soprattutto arabo, in campo internazionale, al punto da far passare in secondo piano la stessa opposizione dell'autore alla globalizzazione, al monoteismo non-islamico, al  predominio mondiale degli USA, etc.

Quella che viene interpretata come una "deriva" occidentalista dell'autore (che del resto all'epoca sostiene, con Alexandre Del Valle, l'esistenza di un'alleanza di fatto tra USA e Islam, a loro parere poco prima dimostrata dalle note vicende balcaniche) assume naturalmente diversi connotati succcessivamente all'11 settembre, alla creazione del mito di Al-Qaeda e all'aggressione americana all'Afghanistan e all'Iraq; così che Faye viene apertamente preso di mira dall'area di opposizione dedita invece al filo-islamismo primario. Su questa linea merita di essere letto Les croisés de l'oncle Sam. Une réponse européenne à Guillaume Faye et aux islamophobes, di tale Tahir de la Nive, convertito animatore franco-inglese di un Consiglio islamico per la difesa dell'Europa, con una prefazione del parimenti convertito Claudio Mutti, e una postfazione di Tiberio Graziani. di cui è disponibile sul Web la versione italiana,  pubblicata da "Al-Jazira.it - Il mondo islamico in italiano"; volume che rende evidente come disgraziatamente proprio coloro che lanciano,  pur con qualche ragione, virtuosi richiami al rigore anti-globalizzazione rischiano di rappresentare loro stessi un caso emblematico di quel tipo di "alienazione intellettualistica", sindrome di Stoccolma e provincialismo culturale denunciati appunto da Faye.

Del resto, se è vero che esistono su Internet addirittura "denunzie" di estrema sinistra relativa al supposto apparentamento in funzione anti-islamica di ambienti estremisti ebraici con il "neonazista Del Valle", il supposto anti-americanismo ed antimondialismo conseguente dei convertiti nostrani all'Islam presenta più di un crepa, e non solo, come è ovvio, sotto il profilo identitario (a che pro distinguersi dalle varie versioni religiose e secolarizzate del monoteismo giudeocristiano per ritrovarsi in grembo all'Islam?), ma anche strettamente politico. Ad esempio sulla questione dell'innegabile e perdurante appoggio americano, in funzione anti-serba ed anti-europea, ai musulmani albanesi, kosovari e bosniaci nei Balcani, di cui Graziani non è certo all'oscuro; o ancora con riguardo all'atteggiamento ambiguo sull'immigrazione, incoraggiata, sostenuta e garantita dallo stesso mondialismo che si afferma di voler combattere (cfr. "Le radici ideologiche dell'invasione" di Gianantonio Valli in l'Uomo libero n. 52),  atteggiamento spinto sino a contatti istituzionali con i relativi "esponenti" italiani, che conducono direttamente a letto con il cosiddetto "Islam moderato"; ed infine per ciò che concerne l'ipotizzato ingresso della Turchia nell'Unione Europea, sponsorizzato con pari passione da USA e da Claudio Mutti (cfr. la recensione di Mutti a La Turquie dans l’Europe. Un cheval de Troie islamiste di Del Valle, e la sua successiva "Risposta a Robert Streuckers e a Ernesto Milá" sulla rivista Eurasia).  E' curioso in tal senso il fatto che Faye stesso è criticato da Vaj appunto per un atteggiamento, in ovvia funzione anti-araba, che viene giudicato eccessivamente... filo-turco nel testo che segue. E che Del Valle si ritrova invece fianco a fianco con gli aborriti "rosso-bruni" nell'opporsi  alle pressioni ebraico-americane per l'entrata turca nella UE...

Il libro di Faye, qui reso integralmente disponibile in versione Web ed in lingua originale, resta comunque un testo fondamentale ed una provocazione continua per chi si interessi alla questione della "colonizzazione di ripopolamento" che oggi interessa le genti europee, e non solo contribuisce a stabilizzarne la alienazione e subordinazione culturale e politica, ma ne minaccia la stessa sopravvivenza etnica.

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À la jeunesse européenne


AVERTISSEMENT
Beaucoup m'ont dissuadé d'écrire ce livre. Il allait m'attirer des ennuis. Il ne faut pas dire les choses comme elles sont, c'est dangereux, vous comprenez ? J'aurais pu livrer un essai illisible et pseudo-philosophique, ou vaguement sociologique sur les vertus comparées de l'assimilation, de l'intégration et du communautarisme. Mais l'intellectualisme bourgeois ne m'intéresse pas. Aborder les questions essentielles, affronter le système, jouer la carte de la rébellion - et de la vérité —, c'est vrai, c'est risqué. Mais c'est porteur. Comme le proclamait Alexandre Soljenitsyne dans une interview au Washington Post durant son exil américain : « Si la plume n'est pas un poignard, elle ne vaut rien. »
Le pari de la dissidence est aujourd'hui le plus fécond. C'est celui de la pensée radicale, que j'ai expliqué dans mon précédent essai, l'Archéofuturisme. Il s'agit d'en revenir — loin de tout extrémisme — à la racine des choses, à attaquer les questions majeures de l'époque. On ne débat pas du sexe des Anges quand les barbares assiègent Constantinople. Or, la question majeure de l'époque, c'est bel et bien la plus visible, la plus éclatante, celle dont tout le monde a peur de parler - évidemment - qu'on aborde qu'à demi-mot et à voix basse, c'est-à-dire la colonisation de peuplement que subit l'Europe de la part de peuples maghrébins, africains et asiatiques et qui se double d'une entreprise de conquête du sol européen par l'islam. Ce n'est pas une curiosité politique, c'est un événement historique tonitruant, sans aucun précédent dans l'histoire européenne, aussi loin que porte la mémoire. Il s'agit d'abord d'en prendre acte, d'éveiller les consciences à ce fait capital. Non pas pour l'admettre et “faire avec”. Mais pour le refuser et entamer le débat sur la manière de le combattre et de renverser la vapeur.
Ce processus funeste vient bien entendu s'ajouter et se combiner à l'assujettissement culturel et stratégique de l'Europe aux États-Unis d'Amérique. J'essaierai de montrer dans cet essai, en accord complet avec les thèses d'Alexandre del Valle, qu'il est rigoureusement stupide de croire que l'islamisation nous préservera de l'américanisation ; les deux processus de déculturation marchent la main dans la main. De même que le chaos ethnique qui guette l'Europe sert les causes conjointes de l'islamisme et de l'américanisme. Ceux qui s'imaginent, par de subtiles contorsions intel-lectualistes, que l'islam vaut mieux que l'américanisation succombent à ce désordre mental grave qu'on appelle l'oubli de soi, le renoncement à être, l'amnésie historique. Ceux qui embrassent l'islam sous prétexte qu'il porte des valeurs “traditionnelles” et anti-américaines choisissent un ennemi pour un autre, abdiquent leur identité européenne et se montrent impuissants à trouver en eux-mêmes les ressources de la renaissance. Pourquoi aller chercher dans une religion profondément étrangère des ressources morales et des racines alors que, depuis Homère, les nôtres inondent toute la civilisation européenne ?
Il faut maintenant mettre en pratique cette stratégie de la pensée radicale. Il y a urgence. Le feu est à la demeure. Il ne s'agit pas de faire du folklore, ni d'insulter, ni de sombrer dans des délires haineux, ou dans le racisme de bas étage, il s'agit d'affirmer. De s'affirmer avec rigueur et détermination et de défendre le droit imprescriptible des Européens à demeurer eux-mêmes, droit qu'on leur dénie, mais qu'on accorde à tous, les peuples du monde. Il s'agit de combattre ce mal qui nous ronge, l'ethnomasochisme, comme de dénoncer ceux, qui par ressentiment ou vengeance, entendent défigurer l'Europe.
Le temps des prudences métapolitiques est passé. Sans biaiseries et trahisons molles, j'en reviens toujours à Nietzsche et à sa “philosophie au marteau”.
J'écris et je combats pour la jeunesse, pas seulement d'âge mais aussi d'esprit ; car je connais des petits vieux de 25 ou 30 ans. Il y a urgence. Il faut que les choses soient dites une fois pour toutes.
Il est toujours commode - et lâche - de désigner un faux ennemi, pour ne pas s'attirer d'ennuis. Si les intellectuels, dans leurs contorsions sophistiques qui n'ont que la brillance du chrome mais qui sont dépourvues d'intelligence, refusent de parler des vraies choses, se complaisent en logorrhées abstraites, c'est principalement par peur de l'ostracisme social et par soumission à l'idéologie hégémonique. Désigner le véritable ennemi, tel est le chemin de l'efficacité.
Le véritable ennemi est visible et concret, il est vivant. Il peut partager des valeurs que tu partages aussi. Tu peux le juger parfois respectable. Tu peux l'admirer, il peut t'enjôler. Mais ton devoir est de le bouter dehors.
Dans ce livre, je prédis la guerre civile ethnique et j'en appelle à la reconquête.
Qu'il soit bien entendu que les propos que je tiens n'engagent que moi-même. Je ne m'exprime au nom d'aucun parti, d'aucun groupe, d'aucun courant de pensée. Ma démarche est parfaitement et volontairement solitaire, empreinte d'une liberté absolue. Je suis le précepte de Zarathoustra: « - Maître, que dois-je faire pour être heureux ? - Je ne sais pas. Sois heureux et fais ce que tu veux. »
Mon seul but est de défendre un idéal en m'appuyant sur des faits. Mes détracteurs me traitent souvent d'idéaliste et d'irréaliste. Ils ont raison. La seule réponse à leur opposer tient en peu de mots. Zinoviev et Hélène Carrère d'Encausse étaient idéalistes et irréalistes quand ils prédisaient la fin prochaine de l'Union soviétique dans les années soixante-dix ; De Gaulle était idéaliste et irréaliste quand, en 1940, ils prédisait la défaite du Reich ; et Ben Bella était idéaliste et irréaliste quand, en 1954, il prédisait l'expulsion de tous les Européens d'Algérie dans les dix ans à venir.
Autre chose importante : les thèses que je soutiens ne sont pas des dogmes. Porter le débat sur les choses essentielles, électriser les consciences, tel est mon seul objectif. Je suis un provocateur. Renseignez-vous sur l'étymologie latine de ce terme.

INTRODUCTION
UNE SYMPHONIE ESPAGNOLE
Immigration mal contrôlée ? Travailleurs étrangers en surnombre ? Naissance tumultueuse et “sympa” d'une société multiraciale dans un “village global” planétaire cosmopolite et pacifié par internet ? Non. Ce sont des rêveries angéliques d'intellectuels sans culture historique, sans mémoire, sans réalisme, sans prescience. Colonisation de peuplement et stratégie d'occupation définitive de l'Europe de l'ouest par les masses du Sud et de l'Orient en majorité musulmanes : voilà ce que nous vivons. Et nous ne le vivrons pas pacifiquement.
Les chiffres sont hallucinants. Trois, seulement : 25% des 5-20 ans en France sont déjà d'origine extra-européenne. En 2010, l'islam sera la première religion pratiquée dans l'Hexagone. 75% des actes de délinquance violente en 1998 sont le fait de Maghrébins ou d'Africains. Sources discrètes ; INSEE et ministère de l'Intérieur. Ces informations, les médias vous les cachent soigneusement et les statisticiens cassent le thermomètre. Mais le spectacle de la rue renseigne le peuple sur ce qu'on lui dissimule. L'invasion s'accomplit autant par les maternités que par les frontières ouvertes. D'ailleurs, la droite molle et la gauche folle parlent - de moins en moins de “fantasme” quand on évoque la réalité. Elles minimisent, elles interprètent, elles rassurent. Comme un mauvais médecin qui raconte à un cancéreux qu'il souffre d'un refroidissement passager. Or, ce sont les bobards qui sont passagers.
Les experts et les idéologues, qu'ils soient intégrationnistes ou com-munautaristes, de droite ou de gauche, cherchent à rassurer, à rationaliser “tout se passera bien, nous ne serons pas submergés, vive la société pluriethnique décontractée”. L'aveuglement est total. L'implacable logique démographique accomplit rapidement son oeuvre mathématique. Comme la volonté de nous conquérir, souvent avouée par ses auteurs mais ignorée de l'opinion.
Beaucoup de leaders arabes et musulmans, qu'ils soient installés en Europe ou à l'étranger, souhaitent et planifient stratégiquement la colonisation irrémédiable et l'occupation définitive de nos nations. Certains parlent même de “guerre sainte” (djihad) en Europe. C'est une vengeance, une réponse aux Croisades et au colonialisme européen. Mais on y devine également l'expression de la nouvelle volonté de puissance de l'islam, associée à un ressentiment ethnique implicite. Les autres peuples du Sud et de l'Orient s'engouffrent dans la brèche. Mot d'ordre mondial : l'Europe est à prendre !
De fait, elle se dévirilise, elle fête la Gay Pride, assomption de l'homophilie triomphante ; elle célèbre la dénatalité, l'individualisme débridé, le métissage de ses femmes et l'ethnomasochisme. Elle offre gîte, couvert, allocations et soins à des armées de faux réfugiés, mais elle laisse mourir de faim ses SDF autochtones. Elle décrète inhumaine l'expulsion des clandestins, des envahisseurs. Elle pratique la préférence étrangère. Ses classes politiques, sa bourgeoisie xénophile ont voulu qu'elle ressemblât à ces femmes d'âge qui payent les gigolos pour qu'ils s'installent chez elles.
Toute occupation a ses collaborateurs : les politiciens et la classe intello-médiatique forment l'armature du parti immigrationniste, c'est-à-dire des collaborateurs de notre colonisation ; ils sont bien épaulés par les hiérarchies religieuses catholique, hébraïque et protestante qui ne se doutent pas à quelle sauce elles risquent d'être mangées. Les peuples européens, eux, n'ont jamais été consultés, surtout les milieux populaires qui subissent de plein fouet le choc de l'immigration colonisatrice. Bientôt, il sera trop tard. Le point de non-retour sera atteint ; les urnes ne pourront plus parler. Il n'y aura plus que deux hypothèses : la disparition historique ou la reconquista. J'y viens.
L'immigration massive des peuples du Sud et des musulmans est le plus grave défi qu'affronte l'Europe depuis la fin de l'Empire romain. Le socle anthropologique européen est menacé et, partant, toute notre civilisation : une Terre occupée et un Peuple qui ne renouvelle plus ses générations et se fait remplacer, sur son sol, par les rejetons d'autres peuples, c'est la banale dramaturgie historique qui emporta L'Empire pharaonique, les Amérindiens et tant d'autres. L'américanisation culturelle est détestable. Mais on se débarrasse plus aisément d'un Mac Do que d'une mosquée, d'un jean que d'un tchador...
Les tragédies sont rarement paisibles. Et les colonisations ne se font jamais sans affrontements. Nous vivons le début en France d'une guerre civile ethnique. L'immigration massive n'est pas seulement économiquement désastreuse (800 milliards environ par an), elle ne ruine pas seulement l'école publique, mais elle a fait exploser ce qu'on appelle improprement la “délinquance”. Car l'embrasement des banlieues, les émeutes, les méfaits croissants des bandes afro-maghrébines, les zones de non-droit qui se multiplient, les razzias qui s'étendent aux centre-villes et maintenant aux campagnes, aux routes, aux trains, les expulsions des Européens des “cités”, obéissent à des rouages, non pas uniquement de criminalité mais de conquête territoriale. Cette dernière est le complément de la submersion démographique. Bien entendu, l'islam est activement présent derrière tout cela. Quant à la sur-criminalité des “Beurs-Blacks”, elle n'est nullement la conséquence d'un désespoir économique ou du paupérisme, ou encore d'une prétendue “exclusion sociale” raciste, ni même d'une révolte à l'image de celle des prolétaires d'antan, mais d'un désir de conquête et d'humiliation des Européens fondé sur le ressentiment. A la délinquance de vol et de pillage, à la croissance d'une économie criminelle parallèle et parasite, s'ajoute une volonté de provocation belliqueuse.. Écoutez les paroles des rappeurs de IAM, de NTM, d'African Affirmation... Croyez-moi, nous n'avons encore rien vu. La désignation des symboles de l'État comme cibles (pompiers, policiers, postiers, contrôleurs de trains, etc.) l'atteste, ainsi que la progression rapide des institutions islamiques contrôlées par les pays arabes dans toutes les villes de France. Déposséder l'Europe de sa souveraineté, d'abord intérieure, puis extérieure. C'est commencé. Relisez l'histoire...
Quant à ceux qui nous radotent le “modèle multiracial américain”, ils ne connaissent tout simplement pas la nature profonde des États-Unis, faute sans doute d'y avoir vécu, comme moi. Les États-Unis, qui sont une société financière et policière, multiraciale et multiraciale, une “non-terre sans peuple”, un gigantesque kaléidoscope humain réparti sur un immense espace, gèrent très bien les migrations de populations hétérogènes. L'Europe, qui est un Peuple, au maillage territorial très étroit, ne peut pas supporter, sans guerre civile, le chaos ethnique.
Les rêves des futurologues partiront en fumées. L'avenir est au retour et à l'amplification des comportements ancestraux, notamment des civilisations comme blocs ethniques. Le paradigme du métissage universel, du “citoyen du monde” ne verra jamais le jour. Et, en dépit ou à cause de la technoscience, le futur sera plus archaïque - c'est-à-dire au fond plus éthologiquement humain - que le passé récent. Il sera dominé, du fait même de la densité humaine accrue de la planète, par les conflits des peuples pour les terres, les mers et les ressources rares. L'Europe péninsulaire est la première à être convoitée. Pas par la Russie, mais par les États-Unis économiquement et stratégiquement, et par le Sud, sous la bannière de l'islam.
La guerre ethnique, dont nous assistons aux prémices, ne relève donc pas de la sociologie ou de la criminologie. Elle est géopolitique et géoethnique. Aux termes d'une guerre, l'histoire proclame toujours un vainqueur et un vaincu. Le vaincu est en général celui qui refuse l'affrontement, qui nie l'agression, qui prend l'ennemi pour son ami. Demain, si cent villes s'embrasent en même temps, aucune force de l'ordre n'y pourra rien. Un calcul numérique le démontre... Demain, les jeunes immigrés, contrairement aux calculs stupides du PS ou des Verts, ne voteront pas pour ces partis, mais pour des élus de leur camp, des musulmans, qui exigeront des privilèges, avant le pouvoir. C'est la logique implacable de la colonisation par le bas.
Peut-être vais-je vous choquer. Comme le médecin qui prescrit au malade l'opération de la dernière chance, je pense que l'éclatement franc d'une guerre civile ethnique sera peut-être nécessaire. Lorsqu'une situation devient insupportable, inextricable, seule la catastrophe, selon la théorie mathématique du même nom, peut faire basculer un système dans le chaos pour qu'un autre ordre surgisse. La jeunesse européenne va-t-elle prendre conscience et se défendre, animée par la mémoire et la volonté ? Peut-être pas. Peut-être...
Si oui, ce ne sera plus l'État de Droit et ses polices impuissantes qui pourront combattre, mais le peuple lui-même, notre peuple. Il ne s'agira plus alors d'une “guerre civile” au sens fratricide classique, mais bel et bien d'une guerre de libération. L'histoire est ironique : la France vivrait alors la situation de l'Algérie de 1960...
Mais il ne faut pas dénier à l'ennemi sa noblesse ni l'humaine justesse de sa cause. Il remplit le territoire que tu abandonnes. Il préserve son sol et son sang, agrandit son sol par le tien et remplace ton sang par le sien. L'ennemi joue son jeu, il est estimable. Seul le collaborateur, c'est-à-dire le traître, ne l'est point. Tout peuple envahi en sa terre a toujours eu pour mot d'ordre : de la Résistance à la Reconquête. L’“aide au retour”, brillante invention de l'économiste en chambre Raymond Barre, dans l'histoire, ça n'a jamais vraiment fonctionné... Reconquista, une symphonie espagnole ? 8

CHAPITRE I
LES MÉCANISMES DE LA COLONISATION ET DE LA SUBMERSION DÉMOGRAPHIQUE
L'IMPLACABLE LOGIQUE DES CHIFFRES
Quand les Français ont colonisé l'Algérie, la population européenne est toujours restée minoritaire par rapport aux Arabes. Mieux : le taux de reproduction des populations indigènes devint rapidement plus fort que celui des Européens puisque ceux-là, dans leur constante naïveté philanthropique, ont créé hôpitaux et dispensaires qui ont fait chuter la mortalité, notamment infantile, des indigènes.
Nous vivons, en Europe, une situation rigoureusement inverse ou plutôt exactement semblable : inverse, parce que le colonisateur étranger a un dynamisme démographique supérieur à celui des autochtones européens (et amplifié par les constantes arrivées nouvelles) ; et semblable, parce que la croissance numérique des populations non européennes est rapide tandis que les Européens ne renouvellent pas leurs générations.
Il s'agit d'une submersion démographique. La conséquence est claire, et elle est maintenant visible par tous sans avoir besoin de consulter de savantes statistiques : défiguration anthropologique et modification en profondeur du substrat ethnique de la France et peut-être à terme de l'Europe. Nous verrons plus loin les risques de ce phénomène historique rapide et inouï, en progression géométrique : déclin de la civilisation et des cultures européennes, perte d'indépendance pour le Continent, possi-bilité d'une guerre civile ethnique, etc. D'autant que la pression de l'islam aggrave la nocivité et les dangers de cette invasion démographique.
Les défenseurs des Lumières, les milieux éclairés et démocratiques, les lobbies antiracistes, tous immigrationniste, ne savent pas qu'ils ont ouvert la boîte de Pandore, la cage du Tigre. Et que leur belle conception d'une “société de tolérance” risque d'être balayée par le changement de substrat ethnique et culturel de l'Europe qu'ils ont laissé faire ou organisé. Plus généralement, l'histoire retiendra que les Européens auront été victimes du même aveuglement que les Indiens d'Amérique du Sud. Ouvrir la porte aux colons, croyant qu'ils vont amener des bienfaits, et se réveiller quand il est trop tard.
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Ivan Rioufol écrit (Le Figaro, 01/04/1999) : « La poussée de l'immigration est en train de changer la physionomie du Vieux Continent [...] La France se métisse. Selon les données officielles, sur les 102 500 étrangers qui se sont établis régulièrement en 1997, 59% provenaient d'Afrique, 22% d'Asie et 8% d'Europe, hors Union européenne. Le regroupement familial [...] est à l'origine de 70% de ces entrées. L'actuel gouvernement en a assoupli les règles. La Direction de la population et des migrations du ministère de la Solidarité vient d'enregistrer une hausse de 35% de l'immigration légale en 1997. A ces arrivées s'ajoutent celles, imprécises mais importantes, des clandestins. Les sans-papiers - mauvaise conscience de la gauche - ayant obtenu l'assurance qu'ils ne seront jamais expulsés par la force [...], la France n'a pas su se donner les moyens d'une politique d'immigration dissuasive. En revanche, ses protections sociales et juridiques demeurent fortement attractives. »
Encore moins que les autres pays d'Europe, la France ne maîtrise l'immigration. Pis : nous le verrons plus loin, une idéologie cosmopolite s'emploie de toutes ses forces à ouvrir le déversoir des entrées extra-européennes avec, derrière la tête, des visées ethniques et politiques bien précises. Le suicide ethnique n'est pas seulement subi, il est voulu.
Le chiffre approximatif des immigrés étrangers s'étire de 5 à 8 millions, en hypothèse basse. Sans compter les clandestins et tous les non-Européens présents déclarés “Français” du fait du droit du sol.
Depuis quarante ans, 4,5 millions d'allogènes se sont installés dans l'Hexagone et s'y sont reproduits. Jamais, dans toute son histoire, la France n'avait connu un tel afflux. Il est impossible qu'un tel choc ethnique n'ait pas des conséquences historiques majeures. D'autant que le phénomène ne se ralentit pas.
Le Président de l'INED (Institut national d'études démographiques), Jean-Claude Barreau, un homme de gauche peu soupçonnable de vouloir gommer le “péril migratoire”, déclarait tranquillement : « Bon an mal an, on compte plus ou moins un afflux de 100 000 immigrés par an. La distorsion statistique de 1997 sur 1996 provient presque entièrement des régularisations de sans papiers, et aussi des regroupements familiaux », En dix ans, sans tenir compte des naissances au sein des familles immigrées et des clandestins, ce sont donc beaucoup plus d'un million d'allogènes non européens, jeunes et désireux de se reproduire, qui arrivent en France ! En démographie, les choses vont très vite : en additionnant la reproduction des ethno-allogènes déjà présents, plus forte que celle des autochtones, les nouveaux migrants et la progéniture de ces derniers, ainsi que les métissages, à l'horizon 2010, si rien n'est entrepris, la population de la France risque de compter plus de 15 millions de personnes d'origine extra-européenne, dont la majorité sera plus jeune que la population autochtone de souche.
Déjà, l'INED évaluait en 1997 à 12 millions le nombre de personnes ayant une ascendance “étrangère” - c'est-à-dire en réalité extra-européenne - et vivant en France, soit 20% de la population française. Le spectacle de la rue est confirmé par les démographes. Plus les générations sont jeunes, plus la proportion d'allogènes est importante : l'effet boule de neige est en route.
De son côté, l'expert démographe Jean-Paul Gourevitch estime à 4,5 millions, soit 8% de la population française, le flux d'entrée de ceux qui veulent s'installer définitivement en France ; à 7 millions (12%) la population devant être reconnue comme partie intégrante de la communauté nationale, et à 7,8 millions (13,5%) l'ensemble de la population d'origine étrangère vivant en France (in Immigration, la fracture légale, Le Pré aux Clercs, 1998). En réalité, ces chiffres sont très largement sous-estimés.
Signalons aussi que le nombre annuel des naturalisations, en constante hausse (45 000 en 1987, 73 000 en 1993) est énorme. Ajoutés aux enfants étrangers qui naissent juridiquement français (droit du sol), ces “nouveaux Français” permettent aux sophistes d'affirmer que le nombre d’“étrangers” au sens juridique est presque stable.
Ces chiffres (les 12 millions d`“étrangers au sens large” de l'INED et les 7,5 millions d`“étrangers au sens étroit et récent” de Gourevitch) ne prennent-ils pas en compte tous les ressortissants des DOM-TOM et des anciennes colonies, qui sont Français de plein droit ? Une récente note de conjoncture de l'Ambassade d'Algérie à Paris (07/04/1999) non communiquée aux journalistes, mais que je. me suis procurée par ruse et fait traduire de l'arabe, signalait avec jubilation à Alger que le nombre
d'Arabo-musulmans présents en France était bien supérieur en proportion à celle des Européens en Afrique du Nord avant l'indépendance.
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Le métissage, quant à lui, se porte bien - ce qui n'est pas le cas aux USA, pays d'imperméabilité raciale -, en dépit du fait que la majorité des unions mixtes se termine mal pour cause de distance ethno-culturelle. On estime que 30% des enfants qui naissent en France aujourd'hui ont un ascendant étranger de première ou deuxième génération, la plupart du temps d'origine afro-asiatique. 11,25% des mariages officiels sont mixtes, sans compter les unions concubines qui passent à travers les statistiques. La grande majorité des métissages (du fait de la “dévirilisation” de l'homme européen dont je parlerai plus loin) concerné des couples où la femme est européenne. Et les métis, en majorité, ne se ressentent pas psychologiquement comme Européens, surtout les mâles.
Les autres pays d'Europe connaissent la même situation que la France, mais avec un retard de dix ans environ. Globalement, l'Europe vit une tragédie démographique et ethno-culturelle, masquée par le fragile paravent des illusions économiques. Tout cela se terminera mal. Mais au fond, pour en sortir, il faut peut-être le souhaiter. Toute renaissance, comme toute naissance, s'accomplit dans le sang et la douleur.
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En 1998, l'arrivée de migrants réguliers a progressé de 35% par rapport à 1997 selon les chiffres du ministère de l'Intérieur, preuve que le gouvernement français a renoncé à toute limitation sérieuse des entrées. Le nombre cumulé, pour la seule France, des arrivées de migrants réguliers (réfugiés, regroupement familial, etc.) et de clandestins est estimé par le Bureau statistique de l'OCDE à 150 000 par an. Sans compter les visas accordés de plus en plus généreusement pour des “séjours touristiques”, qui se prolongent indéfiniment. Le nombre des retours ou des expulsions étant de plus en plus faible, le solde des entrées est de 200 000 environ, le double des chiffres officiels cités plus haut. En dix ans, cela fait deux millions de personnes, qui, bien entendu, vont s'empresser de faire des enfants sur place, surtout s'ils sont clandestins, afin de faire obstacle à toute expulsion.
Mais il y a bien pis. Un fait capital dont on ne parle jamais, que les médias taisent soigneusement, mais que le personnel hospitalier connaît bien. Sur 780 000 naissances annuelles en France, un des chiffres les plus bas de notre histoire, 250 000 naissances sont le fait de femmes maghrébines, africaines ou asiatiques, ou bien de couples mixtes. On peut parler de catastrophe ethnique, comme nous n’en avions jamais vécu dans notre histoire. Un tiers des naissances sont le fait d'allogènes extra-européens selon une enquête de l'INSEE de 1994. La moitié de ces enfants est française parce que leurs parents sont naturalisés, l'autre moitié acquerra automatiquement la nationalité à sa majorité, selon le droit du sol. C'est l’“immigration intérieure”. Les maternités sont une voie d'invasion plus efficace que les frontières.
Aujourd'hui, 8% des adultes sont d'origine extra-européenne, 20% des collégiens, en majorité Afro-maghrébins, et 34% des enfants de moins de cinq ans ! A ce rythme, un tiers - voire plus - des adultes sera afro-maghrébin ou asiatique dans une génération et à peu près la moitié des “jeunes” ! Mais ces chiffres pourront être 11
encore aggravés par l'arrivée constante de nouveaux immigrés, jeunes et prolixes, qui viendront ajouter leur progéniture à celle des étrangers déjà installés. Les minorités d'aujourd'hui risquent bien de devenir les majorités de demain.
La réalité statistique est maquillée par les autorités et les médias bien pensants, mais il devient impossible de camoufler ce qui s'étale dans la rue.
On fait hypocritement croire que le nombre d'étrangers en France est stable - 4,5 millions environ - alors que la proportion d'immigrés et d'allogènes ne cesse de croître. Mais le droit du sol et les naturalisations massives camouflent les vraies proportions. “Français” n'a d'ailleurs de ce point de vue plus aucune signification : puisqu'on naturalise à tour de bras – 100 000 naturalisés sont ainsi “sortis des statistiques” chaque année, depuis 1996 ! - et que les enfants d'étrangers naissent français. Ces “nouveaux Français” ne sont pas intégrés pour autant.
De sorte que, par un simple calcul démographique, il est possible de pronostiquer que, si rien ne vient interrompre ce processus rapide et massif, comme les États-Unis (mais avec des conséquences beaucoup graves), la France au cours du XXIe siècle risque de n'être plus majoritairement un pays de race blanche ni de culture européenne.
Déjà, des parties entières du territoire national, comme la commune de Marseille, la ville de Roubaix, l'ensemble du département de la Seine-Saint-Denis, les XIIe, XIXe et XXe arrondissements de Paris sont des zones où les Européens sont en forte minorité quand il n'en ont pas totalement disparu.
La question que je poserai sans crainte aucune tout au long de cet ouvrage sera de savoir si cette colonisation de peuplement massive et brutale n'atteint pas nos fondements biologiques, ne risque pas de ruiner notre civilisation - voire même la sacro-sainte croissance économique - et de faire régresser notre culture.

UN DÉSASTRE DÉMOGRAPHIQUE
La situation de l'Europe est démographiquement désastreuse, autant sinon plus que pendant la grande peste du XIVe siècle, et bien davantage qu'après les deux guerres mondiales. L'Europe vieillit, ne renouvelle plus ses générations en même temps qu'elle accueille des masses afro-asiatiques dont la part est de plus en plus grande dans la natalité intérieure.
Le rapport 1998 sur les migrations internationales publié par l'OCDE annonce des résultats plus qu'alarmants : « les migrations jouent un rôle non négligeable dans la croissance de la population de nombreux pays. Ainsi, depuis 1988, la croissance démographique de l'Europe résulte davantage de l'immigration que des naissances, alors qu'aux États-Unis les naissances jouent toujours un rôle dominant. » Et malgré l'apport migratoire et les naissances des allogènes, la population européenne continue de vieillir, voire dans certains pays comme l'Italie et l'Allemagne de commencer à régresser en chiffres absolus ! C'est dire l'incroyable faiblesse démographique des Européens de souche, qui peut s'apparenter à un ethno-suicide, dont je reparlerai plus loin. Le rapport explique : « La France, le Royaume-Uni, les Pays-Bas et la Norvège doivent leur - faible - crois-sance démographique aux naissances, alors que dans d'autres, comme l'Espagne, la Grèce, le Portugal, l'Autriche et le Danemark, c'est l'apport migratoire qui domine ». Et encore, faut-il préciser que dans les pays où les naissances assurent encore une minuscule croissance démographique (due également à la diminution de la 12
mortalité donc à la “multiplication des vieillards”) une grande partie des naissances et du renouvellement par fécondité naturelle n'est pas due aux Européens mais aux immigrés.
Il est un signe qui, symboliquement, ne trompe pas : que même des pays comme le Portugal, l'Espagne, l'Italie ou la Grèce, il y a encore peu de temps gros exportateurs de migrants et doués d'une forte natalité, et dont le niveau d'attrait économique n'est tout de même pas celui de la France ou de l'Allemagne, soient aujourd'hui en dépression démographique profonde et en proie à .des flux migratoires venus d'Afrique, en dit long sur la maladie de l'Europe.
Le rapport observe ensuite : « En Allemagne et en Italie, en revanche, une assez forte immigration ne parvient pas à compenser une démographie naturelle négative. Il est donc difficile de compter sur l'apport net des migrations pour réduire ou freiner le déclin démographique fortement marqué dans certains pays. »
Ainsi nous nous trouvons en face d'une situation dramatique en Europe, où non seulement la population globale diminue mais où la proportion d'Européens ne cesse d'y décroître et celle des allogènes d'y croître. Le rapport de l'OCDE précise : « L'apport démographique de l'immigration ne se limite pas aux entrées d'étrangers. S'y ajoutent leurs enfants, en nombre plus élevé que celui des foyers autochtones. Ainsi les naissances étrangères ou d'origine étrangère représentent une part importante du total des naissances dans certains pays : 10,1 % en 1996 en France, (alors que les étrangers constituent 6,4% de la population), 13,3% en Allemagne et même 22,8% en Suisse ». Ces chiffres ne prennent pas en compte, pour la France, les naissances de parents naturalisés ou devenus Français par le droit du sol,... Puisque parmi les “parents français” qui font des enfants, existe une forte proportion de Maghrébins ou d'Africains qui ont déjà la nationalité française. Les Beurs de la “troisième génération” par exemple, ceux qui défraient la chronique par leurs razzias incessantes, non seulement sont de bons petits Français mais sont aussi juridiquement nés de parents français ! Ils n'entrent pas dans les statistiques des naissances étrangères. En réalité, comme je l'ai dit plus haut, les “naissances étrangères réelles” en France, c'est-à-dire les naissances ethniquement non européennes (et c'est là le plus important), sont environ de 30%, voire plus. Et le chiffre risque de progresser...
Et de toute façon pour aggraver le tout, tous ceux qui naissent deviendront automatiquement Français... Grâce au droit du sol, il y aura toujours statistiquement et juridiquement beaucoup de Français en France, une majorité, en fait. Oui, mais ils ne seront plus Européens. Pas plus que les colons européens dans les Amériques n'étaient Indiens... Pour l'Europe, à terme, et dans pas si longtemps, ce sera ou l'explosion ou l'implosion, la crise libératrice ou la noyade. Nous en parlerons dans le chapitre final.

CASSER LE THERMOMÈTRE POUR NE PAS SAVOIR. UN TRAVAIL DE DÉSINFORMATION
Il est impossible au gouvernement de connaître exactement le nombre de non-Européens présents en France, puisqu'on a cassé le thermomètre : les services statistiques n'ont pas le droit de demander les origines des habitants.
La caractéristique d'une époque de déclin est de masquer le déclin, de censurer ceux qui annoncent la catastrophe annoncée. Ou bien l'on nie les chiffres - ce qui n'est plus guère possible -, ou bien, de plus en plus fréquemment, on prétend que ce maelström ethnique et démographique n'est pas dangereux, qu'il provoque des peurs 13
injustifiées, des “fantasmes”. Par lâcheté intellectualiste, on néantise la réalité, ou plutôt ses conséquences.
« Les psychiatres s'accordent à estimer que l'on a peur de ce que l'on ne connaît pas » écrit Véziane de Vézin (Le Figaro, 01/04/1999). Lesdits psychiatres s'emploient tout simplement à exorciser le réel ; jusqu'au moment où le réel rattrapera tout le monde. La même Véziane de Vézin déplore les « impossibilités fixées par l'Insee de connaître exactement l'origine des personnes au cours des recensements ». La doctrine officielle est donc que le gouvernement et surtout le peuple ne doivent pas savoir les chiffres réels de l'immigration ni l'ampleur de la colonisation ethnique. Malheureusement pour eux, le spectacle de la rue, de la sortie des écoles, de la criminalité des immigrés renseigne le peuple bien plus sûrement que les propos rassurants de la classe politico-médiatique. Celle-ci susurre : “On tient la situation en main. La police veille. L'intégration se produit, tant bien que mal, mais elle se produit. Tout va bien. Les flux sont maîtrisés”. Malheureusement, c'est faux. Une colonisation sauvage est en cours. Nous sommes à Rome au IIIe siècle et nous ne le savons pas.
Au cours du recensement de population de 1999, l'INSEE a tout fait pour en exclure les immigrés. Il était exclu dans le formulaire de poser des questions sur l'origine ethnique et la religion. On s'est contenté d'une “enquête associée”, portant sur l'origine des parents en sondant seulement une personne sur cent et par département. Max Clos écrivait dans Le Figaro (05/03/1999) : « Un sociologue a expliqué qu'attirer l'attention sur les caractères ethniques ou religieux d'une cité risquerait de provoquer des réactions racistes. Les gens seraient tentés de faire l'amalgame entre population d'origine maghrébine ou africaine et l'insécurité. » Comme si “les gens” ne se rendaient pas compte par eux-mêmes de la réalité en descendant dans la rue... Encore un bel exemple de mépris du peuple et de mépris de cette fameuse transparence démocratique par le pouvoir.
Pour que le malade ne connaisse pas sa fièvre, on casse le thermomètre. Puisque le pouvoir nie que l'immigration soit un cataclysme social et s'apparente à une colonisation de peuplement, il fait comme si l'immigration n'existait pas. Cette machination serait incompréhensible dans les pays, anglo-saxons, où n'existe pas un tel tabou ethnique et où tous les recensements précisent soigneusement l'origine nationale et raciale et l'appartenance religieuse des individus.
Michèle Tribalat, directeur de recherches à l'Institut national d'études démographiques, qui protestait contre cette censure, s'est vu accusée de “dérive extrémiste” parce qu'elle pensait qu'il était nécessaire de connaître le nombre approximatif de Maghrébins et d'Africains en France. Elle expliquait naïvement, elle qui n'a rien d'une crypto-fasciste : « pourtant, c'est le seul moyen de pouvoir appréhender les ghettos dans certains quartiers, de pouvoir étudier les éventuelles discriminations à l'embauche ou ailleurs. » Bref, cette belle-âme antiraciste se fait implicitement traiter de raciste parce qu'elle veut “savoir”…
Hervé Le Bras, démographe proche de Claude Allègre a accusé FINED de “dérive droitière”, alors que l'Institut est de notoriété publique composé de chercheurs de gauche. Il a dénoncé « un risque de discrimination dans le recensement si l'on tient compte des origines ethniques ». La fausse morale passe toujours avant la réalité.

UNE COLONISATION “PAR LE BAS”, TRÈS DIFFÉRENTE DE L'ANCIEN COLONIALISME EUROPÉEN
Ce n'est pas moi qui invente ce terme de “colonisation”, en disant qu'il ne s'agit plus d'une immigration au sens classique mais d'une occupation définitive de notre sol par des masses qui se déversent pour des raisons économiques mais aussi pour des motifs politiques et ethniques de conquête. Il est des analystes lucides. Ainsi, Jean-Claude Barreau (in De l'islam et du monde moderne et La France va-t-elle disparaître ?) rappelle que tous ces migrants, officiels ou clandestins, qui arrivent en Europe et s'y reproduisent en conservant leurs coutumes, leur religion, leur langue et leur mémoire historique, « ne sont pas des immigrés mais des colons ». Christian Jelen dans Les casseurs de la République tient le même discours. Aucun, malheureusement n'aborde le problème absolument central du “chaos ethnique”, bien plus important que celui du consensus républicain, dont je parle dans l'un des chapitres de cet essai. Mais, enfin, ils ont le courage de pousser ce cri d'alarme : nous sommes bel et bien colonisés.
Thierry Desjardin, ami de Chirac, insoupçonnable de racisme, écrivait dans sa Lettre au Président à propos de l'immigration, qui fut soigneusement occultée par les médias bien-pensants : « Ce “foutu” problème va être le problème essentiel des années à venir, car ne vous faites aucune illusion : il y a des dizaines de millions de pauvres gens dans le Tiers monde qui vont préférer prendre tous les risques pour venir chez nous plutôt que de crever de faim sur place, chez eux. ».
Face à ce problème, les partis institués ont proposé d’“aider” les pays exportateurs de migrants pour fixer ces derniers chez eux. C'est une vue de l'esprit. On les aide déjà massivement, on annule leurs dettes. Et puis, quelle contradiction ! : pour enrayer les flux migratoires, certains bien-pensants proposent d'utiliser l'arme économique du néocolonialisme, qu'ils pourfendaient par ailleurs il y a quelques années.
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Retour de bâton : l'Europe est à présent colonisée par ceux qu'elle avait colonisés. Mais les deux colonisations sont de nature diamétralement opposée. Le colonialisme européen était une “colonisation par le haut” ; notre colonisation par le Tiers monde est une “colonisation par le bas”. Le colonialisme européen avait été une entreprise de civilisation, la colonisation de l'Europe est une entreprise de décivilisation.
Il faut tout d'abord en finir avec le sacro-saint cliché selon lequel le colonialisme européen aurait été un “pillage”, un péché historique, une entreprise de destruction d'éminentes “cultures”, etc. En réalité, le colonialisme européen a été profitable au Tiers monde et de bilan négatif pour l'Europe.
Avec cette naïveté, cet angélisme propre au mental européen et qui furent accentués par la mystique du Progrès et de la Mission civilisatrice, nous avons, comme Prométhée, donné le feu à des peuples qui ne le possédaient pas.
Nous n'avons nullement “détruit leurs cultures” comme le prétendent les défenseurs, au fond rousseauistes et adeptes du mythe du bon sauvage, de l'ethno-pluralisme, qu'ils soient de droite ou de gauche. Après le passage des Européens, les cultures arabes, indiennes, chinoises, africaines, etc. sont-elles arasées ? Nullement. Elles sont vivaces et beaucoup moins occidentalisées et américanisées que les malheureuses cultures européennes.
Le colonialisme européen ne nous a amené aucun profit économique par rapport à son coût. On a parlé de “pillage”, d'exploitation de leurs matières premières : mais ces peuples étaient incapables techniquement de les exploiter par eux-mêmes. Aujourd'hui, par exemple, les royalties versées à tous les pays pétroliers du Tiers monde reposent entièrement sur le savoir-faire, le travail, les investissements des Européens et des Américains. C'est une rente que nous leur offrons.
D'une manière générale, le paupérisme de maints pays du Sud n'est pas la conséquence du colonialisme ou du néocolonialisme mais de leur d'Immenses incapacité à se prendre en charge, alors même qu'ils possédaient immenses ressources naturelles. Je pensais moi-même jadis que le colonialisme européen était cyniquement responsable, par goût du profit, du paupérisme du Tiers monde. C'est une vision intellectualiste que j'ai abandonnée.
Le colonialisme s'est retourné contre nous comme un boomerang. Nous avons fauté, non par lucre, mais par naïveté, universalisme, excès de générosité mal placée, en voulant exporter partout notre civilisation vers des peuples qui ne pouvaient l'adopter.
En offrant nos techniques médicales, nous avons fait baisser leur taux de mortalité et fait exploser à nos dépens leur démographie. Nous leur avons apporté nos technologies, nous leur avons construit leurs infrastructures. Ce fut une grave erreur que nous payons aujourd'hui. Je reviendrai plus loin sur ce point : l'erreur de l'Européen, c'est ce goût du Don, qui s'explique à la fois par l'idéologie caritative chrétienne et par sa nature propre de naïf sans méfiance. Les anciens peuples colonisés, à de rares exceptions près, n'ont jamais été reconnaissants ou redevables au colonialisme européen de tous ses apports.
La mise en valeur de l'Algérie, par exemple, n'était pas motivée principalement par l'exploitation (“faire suer le burnous”), mais par la naïve volonté d’“exporter la civilisation”. Le Bachaga Boualem l'avait reconnu. Écoles, dispensaires, maternités, mises en valeur de terres agricoles que les indigènes étaient incapables d'exploiter, infrastructures : toutes ces difficiles entreprises non seulement n'ont pas détruit la culture de ces peuples, mais leur ont mis le pied à l'étrier, ont dynamisé leur démographie et leur ont donné accès à la technique européenne.
Aujourd'hui, les graves désordres qui agitent l'Algérie sont de sa seule responsabilité. Ce pays, comme tant d'autres, est financièrement assisté par nous ; de même que nous assistons financièrement la pléthorique communauté algérienne installée en France. De tous ces pays afro-maghrébins que nous avons eu tort de coloniser “par le haut”, auxquels nous avons naïvement apporté nos bienfaits, nous ne recueillons que ressentiment et haine. Ils fonctionnent selon le mental du meurtre du père.
Et maintenant, ils nous colonisent “par le bas”. Leur arrivée massive est pour nous un facteur global d'asservissement et d'affaiblissement, tandis que nous avons été pour eux un facteur de renforcement à long terme. A nous la mauvaise conscience et la culpabilisation, à eux la bonne conscience et la déresponsabilisation.
Mais les Européens sont responsables de ce qui leur arrive. Nous avons le tort de croire en une civilisation universelle, que nous représentions cette civilisation universelle ; et de vouloir les convertir massivement à nos visions du monde. Les Romains commirent la même erreur. Ils finirent par se faire submerger par ceux qu'ils voulurent romaniser. C'est la tragédie de tout universalisme. Aujourd'hui, nous payons nos propres erreurs : nous les laissons nous envahir, en croyant qu'ils nous apporteront leurs bienfaits, alors qu'ils ne nous apportent que leurs propres désordres. La naïveté
prométhéenne alliée au caritarisme chrétien, voilà la tragédie de l'esprit européen. Médecins sans Frontières, le “droit d'ingérence”, Amnesty International sont l'illustration de cette continuation du catastrophique colonialisme européen. On s'intéresse davantage au sort des autres qu'au sien propre. On a oublié ce proverbe médiéval : « poingt vilain, il te oint ; oint vilain, il te poingt ».

L'IMMIGRATIONNISME DES POLITICIENS
Plus encore que les gouvernements de droite qui, Giscard étant Président et Chirac Premier ministre, ont inventé le catastrophique “regroupement familial”, les gouvernements de gauche font preuve d'une véritable frénésie immigrationniste. Sans qu'aucun motif sérieux ne puisse être invoqué, le ministre de l'Intérieur, Jean-Pierre Chevènement a souhaité, en 1999, faire passer de 50 000 à 200 000 le nombre de visas accordés à des Algériens chaque année ! On sait que la plupart ne retourneront pas chez eux. On organise sciemment le fait que la France devienne le déversoir de l'Afrique du Nord.
Le 8 juillet 1999, le même Chevènement, dans un décret discret, a largement facilité et étendu le regroupement familial, c'est-à-dire la venue en France des familles d'étrangers y résidant. Même Claude Coasguen, une des figures de proue de Démocratie libérale, a parlé de « mesure irresponsable, qui suscitera de nombreuses fraudes », tant les conditions pour obtenir une carte de résident sont facilitées. Le député de Paris poursuit : « Il y avait déjà des problèmes avec les sans-papiers, nous allons maintenant au-devant de problèmes avec les étrangers avec papiers. » (Le Figaro, 11/07/1999) De plus, faute de moyens et d'effectifs supplémentaires, l'Office des migrations internationales s'avère incapable de contrôler sérieusement les entrées. Jean-Pierre Chevènement, en violation de l'article 45 de la loi qui porte son nom, a refusé de publier le nombre de titres de séjours délivrés à des étrangers en 1997 et 1998. Toujours cette bonne vieille technique du bris du thermomètre.
Pourtant, le ministère des Affaires sociales a publié un chiffre : de juin à décembre 1997, on a constaté une hausse de 37% des titres de séjour accordés.
Aux immigrés clandestins quasiment inexpulsables vient s'ajouter le flux des vrais et faux regroupements familiaux, des pseudo-réfugiés politiques et des faux étudiants. Ainsi, par l'effet cumulé des entrées clandestines, des entrées légales et des naissances, la masse de la population afro-maghrébine (dont tous les jeunes seront un jour naturalisés) croît avec une vitesse considérable.
Quelle est la motivation des socialistes pour encourager et accélérer cette politique suicidaire ? Il y a tout d'abord le dogme cosmopolite et universaliste de la République française, inspiré du slogan “Tout homme a deux patries, la sienne et la France”. Notons aussi la naïve croyance du PS que les immigrés seront leurs électeurs et qu'ils leur permettront de rester éternellement au pouvoir. Alors que le jour où les immigrés voteront en masse, ils le feront pour leurs propres partis, leurs propres leaders, probablement islamistes. Il faut parler aussi de cette espèce de vertige moral qui saisit le politicien de gauche : pour être breveté antiraciste et humaniste (puisqu'il ne veut plus être breveté social et ouvriériste, encore moins “populiste”), il doit impérativement favoriser l'immigration. Il s'accroche au dogme de l`“immigration, une chance pour la France”. Y croit-il encore ?
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Jusque dans les années soixante-dix, on faisait semblant de croire que les immigrés n'étaient qu'une main-d’oeuvre d'appoint qui ne resterait pas et “retournerait au pays” une fois fortune faite. Raymond Barre inventa l'idée angélique et technocratique de l’“aide au retour”. On les paie pour qu'ils repartent. Par la suite, on trouva intéressante l'idée du “codéveloppement” : par nos aides massives et nos prêts, nous créons des emplois dans les pays exportateurs de migrants, afin de les fixer chez eux. J'ai succombé à cette illusion, du temps où j'appartenais à la Nouvelle droite. L'aide au retour comme le co-développement sont impraticables économiquement et psychologiquement.
D'abord, parce qu'on ne peut pas “aider” éternellement, assister un pays par des prêts (jamais remboursés) pour qu'il crée artificiellement des emplois ; ensuite, parce que les immigrés ne veulent en aucun cas revenir chez eux. Ils se pensent comme colonisateurs, familles définitivement installées. La majorité de ceux qui ont perçu les aides au retour sont revenus.
Et ils profitent de l'extraordinaire faiblesse des gouvernements européens, culpabilisés et complexés, pour s'installer en toute impunité. Le regroupement familial de Giscard est l'exemple même de la mesure humanitaire irréfléchie ; et pourtant, ce dernier quelques années plus tard dénonçait dans Le Figaro Magazine une « invasion » qu'il avait lui-même programmée ! Devant le tollé provoqué par ses propos, l'ancien Président se confondit en excuses embrouillées. Comme plus tard, Chirac - qui, lui, avait soutenu le regroupement familial en tant que Premier ministre - avec sa fameuse petite phrase sur « les bruits et les odeurs » des immigrés. Une telle pusillanimité laisse pantois.
« Le gouvernement a, en fait, abandonné toute prétention à réguler les flux migratoires, au profit de la seule gestion des nouveaux venus, apparus hors de toute volonté politique », note Ivan Rioufol (Le Figaro, 01/04/1999).
Pourtant, dans la plupart des pays du monde, les mesures de contrôle de l'immigration sont partout beaucoup plus dures que les mesures prétendument “fascistes” préconisées par le Front national. Les immigrés ne sont pas considérés comme des colons définitifs, ni comme des hôtes réfugiés accueillis au nom de la religion des droits de l'homme, mais comme des visiteurs provisoires. La plupart des pays du monde considèrent que leur homogénéité ethnique est le plus précieux des biens ; leurs lois sur l'immigration ne contreviennent en rien au droit international public et nul ne songerait à les blâmer de pratiquer la “préférence nationale” et les expulsions sans états d'âme des clandestins. Alors que si un pays européen se mettait à pratiquer clairement ces mesures, il serait, par une sorte de discrimination morale, mis au ban de l'humanité.
La droite elle-même, prise par le fatalisme et la démagogie, admet les choses comme des faits accomplis ; et, c'est une tradition chez elle, maquille les démissions en victoire. Charles Pasqua, retournant sa veste, se disait partisan en mai 1999 de régularisations massives de clandestins. François Bayrou, en août 1999, défendait « un nouvel humanisme intégral » selon l'expression creuse de la pire des langues de coton, tandis que Nicolas Sarkozy, reprenant une formule des trotskistes de SOS Racisme, après s'être fait le héraut d'une « droite moderne et généreuse », posait l'idée d'« une France multicolore, celle des Français divers, multiples, différents ».
L'Europe a le devoir d'être une “terre d'accueil”, devoir qui échappe aux autres peuples. Armés de beaucoup plus de bon sens que les Européens, les autres pays du monde savent parfaitement que les sociétés multi-ethniques et multiraciales posent des problèmes insurmontables. En proie à une immigration asiatique inquiétante, le gouvernement d'Arabie saoudite « a renforcé la politique de “saoudisation” des emplois, qui consiste à licencier plus de 90% des étrangers [...] et à les remplacer par des sujets saoudiens. Le secteur privé, lui aussi, a été contraint de suivre le mouvement. L'effectif de chaque entreprise doit comprendre plus de 80% de Saoudiens » (Al Quds Al-Arabi, 14/01/1999). Amnesty International n'y a rien trouvé, à redire. Pas plus qu'à cet éditorial du Solell, quotidien de Dakar, sous la plume d'Ousmane Sembé (05/06/1998) : « les expulsions de clandestins qui vivent sur la chair du pays ne relèvent pas du débat moral mais de l'application des lois ». Dans toute l'Afrique, qu'elle soit noire ou maghrébine, l'immigration massive et définitive est impensable. Dans l'immense majorité des pays musulmans, l'union d'une mahométane avec un Européen - même sans mariage - est pratiquement impossible. Aucune belle âme politicienne ou intellectuelle occidentale ne s'en plaint. En Iran, les mariages mixtes sont interdits : La situation de colonisation ethnique massive qui est aujourd'hui celle de l'Europe semblerait impensable dans n'importe quelle autre partie du monde. L'Europe apparaît ainsi, dans le monde entier, comme une terre ouverte, dont la classe politique admet presque unanimement que les règles de préservation territoriale ne s'appliquent pas à leur continent.

LE CERCLE VICIEUX DES RÉGULARISATIONS
Les vagues de régularisations de clandestins auxquelles cèdent les pays européens, sous la pression des lobbies immigrationnistes et par souci d'antiracisme, ne permettent pas seulement de “blanchir” - sans jeu de mots - de nouveaux allogènes ; ils constituent un signal fort aux innombrables candidats à l'immigration en Europe et sont ainsi une pompe aspirante supplémentaire. Les régularisations, comme un cercle vicieux, encouragent et augmentent encore l'arrivée de nouveaux clandestins qui, à leur tour, demanderont à être régularisés. Georges Tapinos, professeur à l'IEP de Paris note : « L'immigration irrégulière est un phénomène continu et dynamique, qui ne s'arrête pas sous prétexte qu'on régularise. Aux États-Unis, trois millions d'illégaux ont été régularisés en 1986 et aujourd'hui leur nombre est de nouveau estimé à trois millions. »
Les “régularisations” sont un terrible appel d'air pour les migrants allogènes. En novembre 1998, piqué par le moustique de l'humanitarisme, le gouvernement italien a décidé de régulariser 38 000 clandestins. Ce fut un afflux incroyable de clandestins vivant en France pour se faire régulariser en Italie et donc circuler librement dans l'espace Shengen européen. Mais ce fut aussi un encouragement, par l'effet du bouche à oreille ou du téléphone arabe, pour tous ceux qui viennent du Pakistan, du Maroc, d'Afrique noire... Les “régularisateurs” lancent un message au monde entier : “l’Europe est un eldorado. Vous pouvez venir.”
Autrement dit, les régularisations, contrairement à l'objectif recherché, ne font pas baisser à terme le nombre de clandestins mais l'augmentent. Selon deux mécanismes : de nouveaux clandestins sont incités au départ par la mansuétude des pays d'accueil ; et les régularisés forment des “communautés d'accueil sûres” pour leurs compatriotes.
En 1997, selon une estimation du ministère de l'Intérieur, 300 000 étrangers en situation irrégulière vivaient en France ; compte tenu de la minimisation des données statistiques gênantes, ce chiffre peut largement être multiplié par deux.
143 000 étrangers ont osé “sortir du bois” au moment des mesures Jospin-Chevènement de régularisation de la fin 1998 ; 100 000 environs ont été régularisés. On notera que les 43 000 qui ont été déboutés continuent tranquillement de vivre clandestinement en France sans aucun risque d'être expulsés. Des circulaires administratives (illégales) interdisent en effet l'interpellation des déboutés. Déjà, en 1982, 132 000 régularisations avaient été effectuées pour 145 000 demandes. Ce devait être la première et la dernière fois...
Les régularisés de la dernière vague Jospin viennent en majorité d'Afrique et du Maghreb. Mais on note un accroissement des Asiatiques (8 000 Chinois, 1 700 Sri-Lankais, 1 900 Philippins, 1 500 Pakistanais) qui ne proviennent pas d'anciennes colonies françaises. Les flux d'entrants se mondialisent. Les seuls régularisés d'origine européenne ont été 110 Russes.
Un des critères de 75% des régularisations des clandestins a été la “présence de liens familiaux en France”, ce qui a favorisé les Maghrébins et les Noirs africains : ainsi les membres (vrais ou supposés) de familles d'immigrés légaux vivant en France ont tout intérêt à venir s'y installer clandestinement. Cette notion de “lien familial” est en outre très élastique 20 000 clandestins ont été régularisés parce qu'ils étaient parents d'enfants nés en France et donc Français ; 10 000 parce qu'ils avaient épousé une personne en situation régulière (sans que le mariage fût refusé !), etc. 16 500 “célibataires” ont été régularisés parce qu'ils “avaient un travail régulier”. Autrement dit, un travail au noir régulier... La loi, bonne fille, a de plus en plus l'habitude d'être violée.
Un Malien musulman qui arrive clandestinement en France avec deux concubines et six enfants et “épouse” une troisième femme (régularisée ou française), puis lui fait des enfants, va commencer par toucher d'importantes allocations familiales, et sera finalement régularisé puisque son “épouse” est légalisée et que ses nouveaux enfants sont Français en vertu du droit du sol.
Un couple sri-lankais ou marocain qui arrive clandestinement en France avec trois enfants et dont la femme accouche quelques mois plus tard d'un enfant (français) touchera allocations familiales, émargera à la sécu, fera gratuitement scolariser sa progéniture et aura toutes les chances d'être au final régularisé.
La pompe aspirante fonctionne à plein régime. Inutile de préciser que ces régularisations, opérées par circulaires administratives, sont illégales et antidémocratiques puisqu'elles constituent des mesures arbitraires dérogatoires à la loi voulue par le “peuple français”. De même que sont illégales et antidémocratiques les refus d'expulsion des clandestins, à plus forte raison quand ils ont commis un délit et terminent une peine. La volonté générale est ouvertement bafouée au nom des habituels critères humanitaristes flous. Mais combien de temps restera-t-elle, cette fameuse volonté générale ? Jusqu'à ce que les minorités deviennent majorité.

L'IMPOSTURE DU DROIT DES “SANS-PAPIERS”
Le lobby immigrationniste, composé de meneurs trotskistes bien formés et d'une masse militante de sentimentalistes naïfs et manipulés, appuyé par une partie de la classe intello-médiatique et du show-business, a trouvé dans la défense des “sans-papiers” son principal cheval de bataille. Beaucoup plus intéressant que celui de la défense des sans-travail français en fin de droits.
D'ailleurs, le terme même de “sans-papiers” est incroyable. Comme s'ils les avaient perdus, ces papiers ! Comme s'ils bénéficiaient d'un droit automatique aux “papiers” (en fait le titre de séjour de dix ans automatiquement renouvelable) par le seul fait de leur présence en France. Ils ne sont pas clandestins, ils ne sont pas hors-la-loi, non, ils sont “sans-papiers”.
On parle des droits des sans-papiers, alors qu'il n'en ont aucun. Ce sont des envahisseurs, des colons illégaux. Dans n'importe quel pays d'Afrique ou d'Asie, ils seraient déboutés de leurs demandes et expulsés.
En France, ils manifestent pour défendre leurs “droits” en créant ouvertement des “collectifs” et en occupant des bâtiments publics et privés. A quelques exceptions près, de plus en plus rares (l'expulsion musclée des occupants de l'Église Saint-Bernard en 1997), les autorités, apeurées par le lobby immigrationniste qui pousse des cris d'orfraie à chaque expulsion, laissent faire.
Il faut voir là le dévoiement juridique complet auquel aboutit l'humanitarisme des droits de l'homme. En terme de droit international public, les manifestations de ressortissants de pays étrangers pour obtenir la “régularisation” de leur présence illégale en France constituent un délit. Chaque année plusieurs dizaines d'Européens sont expulsés de pays africains et asiatiques, sans ménagement. Un Allemand a été récemment condamné à la prison en Iran car il avait eu des relations sexuelles avec une autochtone musulmane. Personne ne proteste...
Régulièrement la presse bien-pensante fait pleurer dans les chaumières sur les “difficultés des clandestins”, comme s'ils étaient victimes de racisme et de discrimination, comme s'ils avaient un droit spontané de s'installer illégalement et, immédiatement, de bénéficier d'un emploi et de secours publics. On conçoit donc implicitement l'Europe comme un gigantesque asile où, moralement, tout homme peut venir s'installer.
Or, comme je l'explique ailleurs, la situation économique desdits “sans-papiers” est bien meilleure que celle des exclus et des sans-droits de souche française dont la presse humaniste ou d'extrême-gauche se moque comme d'une guigne.
En poussant jusqu'au bout ce raisonnement, à lire les articles de Libération et du Monde sur les “droits des sans-papiers”, la population de la Terre entière a donc le “droit” de débarquer en France. Implicitement, tout immigrant, du seul fait de sa présence sur le territoire, a automatiquement accès à un titre de séjour en France ; et donc en Europe, du fait de l’“espace Shengen”. Voilà une nouvelle catégorie ubuesque du droit international public inventée par la classe intello-médiatique : le droit naturel de tout être humain à s'installer en Europe occidentale, sans aucune réciprocité pour les Européens. Quand on sait que dans les pays d'Afrique, une part importante, voire majoritaire, de la population jeune est candidate à l'émigration en Europe, on imagine l'extrême danger de cette position de défense sans condition des “sans-papiers”. Déjà, avec son habituelle irresponsabilité, l'Abbé Pierre avait déclaré que, moralement, la France aux campagnes désertées pouvait accueillir 50 millions de migrants du Tiers monde.
Le quotidien Le Monde, bible des ministères, s'est spécialisé dans l'apologie et la défense des “sans-papiers”. Si prompt par ailleurs à prêcher l'État de Droit, Le Monde essaie sans cesse de démontrer la légitimité de l'illégalité des clandestins. Faisant l'apologie d'un nième “collectif” d'immigrés clandestins chinois, le quotidien bien-pensant écrit « les jeunes Chinois sans papiers récemment arrivés en France sont sortis de leur réserve en manifestant dans la rue pour la régularisation. La création de l'association ressemble à un nouveau pas vers l'intégration ». (20/01/1999). Autrement dit, des étrangers qui “arrivent” clandestinement puits manifestent immédiatement pour être régularisés (sans bénéficier d'aucune condition juridique) font sainement progresser la notion d'intégration républicaine. Preuve de cette intégration, le journal cite le cas d'une Mme Lin Ye, régularisée en juillet 1998 grâce aux pressions du “troisième collectif” des sans-papiers. Mme Lin Ye n'a pas de travail, ne parle pas français, mais touche maintenant allocations de maternité, sécurité sociale et indemnités de chômage ; elle est intouchable, elle peut sans problème travailler au noir dans sa communauté. Combien de jeunes Françaises de souche sans emploi et sans droit au chômage n'envieraient-elles pas le privilège exorbitant, la discrimination positive dont bénéficie cette étrangère clandestine ? En réalité, on nomme “intégration”, dans la langue de bois, son contraire même : l'organisation de communautés allogènes protégées qui auront vocation à accueillir de nouveaux clandestins.
Parlant d'Hassan Sibidé, un clandestin malien arrivé illégalement avec femme (enceinte) et enfants, et, par ailleurs, sortant de prison, puis interpellé et relâché à la suite de l'occupation d'une église, Le Monde s'émerveille : « Condamné à six mois de prison et à cinq ans d'interdiction du territoire, il n'a pas été reconduit à la frontière à sa sortie de détention. Hassan dit qu'il n'est pas découragé, que jamais il ne rentrera au Mali. Sa vie est en France. Ses enfants vont à l'école maternelle. L'espoir est revenu depuis que sa femme a été régularisée [elle a accouché en France, l'enfant est donc français, on la régularise, évidemment], ce qui suspend l'effet de l'interdiction du territoire prononcée contre Hassan. En attendant les papiers, il continue sa vie illégale, à la vue de tous ».
Toujours dans Le Monde, Alexandre Garcia se penche avec commisération sur le cas de “M. Abdelkader Khallafi”. Édifiante histoire. Ce garçon, « adorable et toujours souriant », est un Algérien de 27 ans entré clandestinement en France en 1991, qui réussit à se faire admettre dans le Centre d'hébergement de Réinsertion Sociale de Nanterre, aux frais du contribuable. En janvier 1999, la police l'interpelle, mais ne l'expulse pas. Indignation du personnel du CHR, mobilisation des associations de soutien aux sans-papiers. Pas touche à notre pote. La préfecture précise que le “jeune homme” « n'a pas été interpellé en tant que demandeur de régularisation débouté mais en raison de trois condamnations pénales, assorties de peines d'interdiction temporaires du territoire national. » Ce clandestin algérien est en fait un cambrioleur et un braqueur. Pourtant, en raison des pressions des “associations de soutien aux sans-papiers”, il est relâché ! Et la police perd sa trace. Il refait surface quelques années plus tard, il est pris en charge par le Collectif des sans-papiers des Hauts-de-Seine, et il attend sa régularisation. On croit rêver, mais on ne rêve pas. Un truand algérien, immigré clandestin, protégé par les ligues antiracistes et les collectifs de défense des sans-papiers, peut narguer l'État de Droit et vivre en France dans l'impunité la plus totale.
Tout cela se sait et se dit, partout dans le Tiers-monde, et encourage les flux de nouveaux clandestins.

QUAND LES CLANDESTINS DEVIENNENT INEXPULSABLES
Comme en Italie en 1998, qui, suivant le mauvais exemple de la France, a procédé à une vague de régularisation, pour “avoir la paix avec les sans-papiers” (toujours cette politique de l'autruche), les régularisations (illégales et dérogatoires) de clandestins ont toujours pour effet d'encourager de nouvelles arrivées illégales.
De même, les régularisations font baisser le nombre des expulsions légales. N'est-il pas moins cher à court terme de régulariser que d'incarcérer; puis d'expulser par avion à grands frais ? De laisser courir le clandestin ? A la suite de l'affaire des “sans-papiers de Saint-Bernard”, où des clandestins avaient occupé une église parisienne avec l'accord du curé, qui avait bouleversé les médias, à la suite également de quelques évacuations musclées, assorties de bavures, de clandestins délinquants multirécidivistes qui avaient choqué la conscience droit-de-l'hommienne, en France, en Belgique, en Autriche, on peut dire désormais que non seulement les Européens n'osent plus appliquer leurs propres lois, pourtant bien laxistes, de contrôle aux frontières, mais qu'ils n'osent plus expulser la quasi-totalité des clandestins. Appliquer la loi est “inhumain”, vous comprenez ? La loi, la démocratie, la volonté du peuple sont bafouées, évidemment, mais on est habitué, puisqu'on s'emploie précisément à “changer de peuple”...
A la suite des régularisations de juin 1997, les reconduites à la frontière de sans-papiers ou d'étrangers délinquants, comme les mesures d'éloignement, ont diminué de 40% dans les douze mois suivants. En 1996, 43 861 décisions d'expulsions ont été prononcées par la justice et 12 330 suivies d'effet, soit 28%. En 1997 et 1998, le chiffre des expulsions effectives s'est effondré, chutant à 7 200 selon le ministère de l'Intérieur. Le taux d'exécution est resté le même, autour de 25%, mais l'administration et la justice “n'osent plus prononcer des mesures d'expulsion”. On n'expulse pas les pauvres colons venus du Tiers monde, n'est-ce pas ?
Des instructions ont été données par Chevènement aux préfets, fin 1998, pour que les “sans-papiers” ne soient pas inquiétés s'ils étaient en possession d'une convocation administrative pour demande d'examen de leur régularisation. Même s'il s'agit de délinquants. Quelle clémence... Les multiples recours juridiques des “sans-papiers” sous le coup d'une reconduite à la frontière, aidés par les médias, leurs avocats, les associations, forts des délais trop courts de rétention administrative, refusant parfois de décliner leur nationalité, forts aussi de la commisération des juges de gauche, du refus des pilotes de les embarquer à la moindre crise de nerf simulée, contribuent à les rendre inexpulsables.
Des moratoires sont sans cesse accordés, que Le Monde qualifie de « pratiques généreuses » à tous ceux qui entament une grève de la faim, ou fondent des “collectifs”, aidés de curés et de militants trotskistes. Ils entament alors un “recours hiérarchique”, au terme duquel ils sont à 80% régularisés, même les délinquants récidivistes. Il faut, bien entendu, qu'ils soient Africains ou Maghrébins pour cela, surtout pas Polonais ou Serbes.
Actuellement, la majorité des étrangers présents dans les centres de rétention sont des clandestins sortant de prison. Passé le délai légal de détention, ils seront relâchés dans la nature. Le lobby immigrationniste s'insurge contre la “double peine” (pourtant appliquée dans tous les pays du monde) et conforme au droit international public et au principe des nationalités inscrit dans la Charte de l'ONU : un étranger condamné et sortant de prison au terme de sa peine est immédiatement expulsable. Cette règle s'applique à tous les Européens condamnés sur d'autres continents et fait l'objet d'accords de réciprocité. Mais ils ne sont pas appliqués en France, le “pays des droits de l'homme”. Nous payons cher ce stupide slogan révolutionnaire, prononcé alors tout à fait abstraitement et gratuitement : « tout homme a deux patries, la sienne et la France». Les médias, Le Monde, Libération, Franc 2 en tête racontent sans cesse les histoires édifiantes de ces fausses victimes, persécutées par le moloch d'une administration et d'une police prétendument racistes. Sans jamais évoquer leur
inexpulsabilité de fait. Un délinquant étranger clandestin expulsable arrêté par la police sera bien plus protégé par les divers lobbies et associations qu'un Français de souche qui n'a pas payé ses PV, arrêté, au terme de la loi, dans un aéroport.
De plus, les maigres reconduites à la frontière (même pas 10% des nouvelles arrivées de clandestins !), ne sont pas efficaces : les colons expulsés reviennent moins d'un an après, comme le montrent les statistiques des condamnations du ministère de la Justice, où la proportion des “revenants” est impressionnante.
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On remarquera en passant l'organisation par les immigrés eux-mêmes de “collectifs de sans-papiers”, à partir de 1998, qui n'hésitent plus à défier ouvertement l'état de droit et à occuper par la force des bâtiments civils. Ils s'imposent, ils provoquent, ils colonisent en jouant sur les bons sentiments, sur la pitié des populations européennes controuvées. « Nous ne sommes pas des flux migratoires, nous avons chacun notre vie et notre histoire », dit l'un des tracts du “troisième Collectif”. Désormais, les clandestins, prenant conscience de la complicité de leurs collaborateurs et de la mansuétude de l'État, passent à l'offensive et bafouent ouvertement les lois. Les immigrés s'organisent pour imposer par la force la présence définitive des clandestins. Toujours au nom de ces droits de l'homme qui ont si bon dos, évidemment. Qui pourra nier, après cela, qu'il ne s'agit pas d'une colonisation voulue et imposée aux peuples européens.
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Et toujours, au premier rang des collaborateurs : la hiérarchie catholique, qui met autant d'ardeur à défigurer la civilisation européenne que les premiers chrétiens à détruire le patriotisme romain mais aussi, main dans la main, les Verts, ces pseudos-écolos.
Les Verts ne s'intéressent pas à la lutte contre la pollution : ils préfèrent les centrales thermiques à fuel aux centrales nucléaires. Le principal projet politique des Verts en Europe, c'est l'ouverture généralisée à toute immigration. En Allemagne, ils ont obtenu en 1998 du gouvernement du triste Schrôder la naturalisation quasi automatique, avec droit de double nationalité, des étrangers installés depuis huit ans, remplaçant ainsi le droit du sang par la dangereuse formule française, supposée supérieure, du droit du sol. « Les Verts allemands déplorent surtout, note Jean-Paul Picaper dans Le Figaro (16/11/1999), que les socialistes limitent l'immigration ».
En matière d’ethnomasochisme et de collaboration avec les colonisateurs de l'Europe, les Verts allemands sont les meilleurs. Mais grâce au trotskiste Cohn-Bendit, Dany le Rouge repeint en vert, ils ont fait des émules en France.
Au cours de la campagne pour les européennes de 1999, l'ouverture des frontières à toute immigration et la régularisation des clandestins étaient au centre des exigences de Cohn-Bendit, Noël Mamère et Dominique Voynet, des pressions qu'ils exerçaient sur Jospin, et de leur stratégie de “fascisation” du pauvre Chevènement. 10% de propositions pour défendre l'environnement, 90% pour défendre les immigrés, 0% contre le chômage et la paupérisation. Dominique Voynet, ministre de l'environnement, adressa un « appel au bon sens » à son gouvernement, publiant un communiqué précisant tout simplement : « la régularisation des sans-papiers qui en ont fait la demande devient chaque jour incontournable, que ce soit pour des motifs de générosité ou par réalisme ». Tout est dit. Générosité et réalisme ; pseudo-droits de l'homme et fatalisme. Le décryptage sémantique de ce message donne : « tout clandestin qui entre en France a le droit d'y rester s'il en fait la demande ; pour cela, dérogez à la loi et violez-la ». Ce genre de propos ne tombe pas dans l'oreille de sourds.
Cette faiblesse des autorités envers les clandestins, ces larmoiements des médias envers leurs “malheurs”, ces aides humanitaires apportées gratuitement aux “sans-papiers” alors qu'elles sont refusées aux Européens de souche dans la misère, constituent pour les candidats à l'entrée en Europe un puissant encouragement. Partout dans le Tiers monde, on se passe le mot : « les Européens ne se défendent pas, nous leur faisons pitié, ils n'osent pas nous expulser, donc nous pouvons aller chez eux illégalement sans grand risque ». Toujours dans l'histoire, un manque global de fermeté et de virilité a attiré les agressions et les invasions. Surtout auprès de populations qui, pour des raisons ethno-culturelles respectent surtout le langage de la force et méprisent celui de la commisération.

CONTRE LE FATALISME, PENSER L'IMPENSABLE
Les intellectuels, les journalistes, les politiques, qu'ils soient intégrationnistes comme Chevènement et Pasqua, ou communautaristes de droite ou de gauche, disent avec ce fatalisme qu'on nomme réalisme : « il est impossible d'expulser de France et d'Europe les millions d'immigrants ou d'enfants d'immigrants issus des autres continents. La seule solution est d'envisager une société ethnopluraliste et multiculturelle, et de préserver, quant à nous, notre identité européenne ».
Ce discours suppose donc, pour les communautaristes, que les Européens, en Europe, formeraient une communauté parmi d'autres. Et pour les intégrationnistes, l'origine ethno-culturelle importe peu ; être Français est un simple contrat, un moule abstrait dans lequel toutes les identités, toutes les mémoires doivent se dissoudre. L'Europe se conformerait donc au modèle pluri-ethnique des États-Unis, nation dont les personnes précitées rejettent pourtant les principes constitutifs. Mais on ne peut pas à la fois abjurer le modèle social américain - comme “nation contre le peuple” - et la préconiser pour l'Europe.
Rappelons-nous ces paroles de bon sens du général De Gaulle, que personne n'oserait taxer de raciste, révélées par le livre d'Alain Peyrefitte C'était de Gaulle : « je ne veux pas que Colombey-les-deux-Églises devienne un jour Colombey-les-deux-Mosquées. La France peut accueillir quelques citoyens d'origine africaine, mais elle est fondamentalement un pays de race blanche et de culture catholique ». Que la politique gaullienne n'ait pas eu la vigilance de défendre ce précepte, là n'est pas le propos. De Gaulle exprimait un discours de bon sens que les intellectuels jacobins ou ethnopluralistes ne peuvent pas comprendre, car ils sont déréalisés. Car il n'est pas intellectuellement élégant, intellectuellement chic d'admettre que le fondement d'une civilisation est ethnique. J'évoquerai plus loin l'utopie de cette vision communautariste ou intégrationniste de l'Europe, en défendant le principe de l'unité ethnique et de l'ethnocentrisme contre l'ethnopluralisme.
Admettre le caractère définitif de cette colonisation de peuplement qui continue de plus belle et qui bouleverse les fondements de notre civilisation, préférer l'aménagement d'une réalité inacceptable (le système D du “faire avec”) à la notion de résistance, c'est le signe d'une démission historique extrêmement grave.
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Je crois qu'il existe une troisième voie. La fonction de ceux qui pensent et qui écrivent est de formuler l'impensable. Quels que soient le risque qu'ils prennent. Parce que formuler l'impensable est le rendre possible dans l'histoire. C'est la puissance du Verbe, du verbe tentateur. Jules Verne a décrit le Nautilus et le voyage lunaire : grâce à la force du poète, ils se sont accomplis. Mon but est d'inciter des hommes d'action et de pouvoir du futur, c'est-à-dire la jeunesse, par un travail de déculpabilisation, à envisager la solution irréaliste.
A s'y préparer dès maintenant. Elle sera rendue possible par une catas-trophe prévisible, une guerre civile ethnique qui renverserait l'état actuel des mentalités. Je ne peux pas en dire plus pour le moment . Le dernier chapitre soulèvera un tout petit coin du voile.
Le Général Bigeard a déclaré un jour off records à un de mes amis grand reporter qui l'interrogeait sur la guerre du Kosovo : « ce n'est pas là une bataille très importante. La vraie guerre est ailleurs, là où personne ne l'a repérée ». Puis il précisa : « La vraie guerre, elle se passe dans les maternités ».
Rappelons le chiffre cité plus haut : sur 780 000 naissances annuelles, 250 000 concernent des nouveau-nés afro-maghrébins.

LE SCÉNARIO-CATASTROPHE
Le mécanisme est donc bien rôdé, pour organiser et accélérer la colo-nisation ethnique de l'Europe : 1) On déclare impossible d'arrêter le flux migratoire. D'où mollesse des contrôles aux frontières et regroupement familial renforcé. 2) On déclare moralement inhumain d'expulser les clandestins, malgré la loi, ou bien techniquement impossible. 3) On déclare socialement insupportable la masse croissance de résidents illégaux “sans papiers” en France, donc on les légalise par vagues tous les cinq et six ans. 4) Encouragé, le débit du robinet des entrées s'accroît.
C'est un cercle vicieux que rien ne peut arrêter. La logique infernale de ce mécanisme qui se nourrit de lui-même c'est que, puisque le déséquilibre Nord-Sud accentue chaque année le nombre de candidats au départ en Europe, rien n'arrête l'accélération de notre colonisation ethnique dont le terme risque d'être la submersion des Européens sur leur propre sol par des masses afro-asiatiques appelées à y devenir démographiquement majoritaires. Ainsi périt Rome, sous le poids des affranchis orientaux et africains, comme l'a montré André Lama dans Des Dieux et des Empereurs (EDE).
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Il y a une chose très instructive sur la mentalité humaine : c'est la puissance des dogmes et des croyances, la force des propagandes et des opinions affectives, même contre les faits. L'homme est un animal perpétuellement aveuglé. Platon notait déjà que la doxa (doctrine, opinion) l'emportait toujours sur l'épistémè (savoir, science). Le Professeur Debray-Ritzen, psychiatre anti-freudien, avait coutume de dire : « l'erreur dogmatique a des ailes, et la vérité scientifique rampe humblement ».

Lorsque, même auprès de gens éclairés, ou supposés l'être, journalistes, énarques, intellectuels patentés, on déclare : « La France s'africanise et s'islamise ; dans vingt ans, si rien ne change de manière radicale, il se peut fort bien que la loi coranique soit appliquée à ce pays et que plus de la moitié de la population soit d'origine afro-maghrébine », on déchaîne des rires, on s'attire au mieux des moqueries. Pourtant quoi de plus certain, de plus fiable, de plus implacable que les projections démo-graphiques ? Les enfants européens qui ne sont pas nés ne surgiront pas par le miracle de la génération spontanée ; la population future est le reflet de celle des maternités d'aujourd'hui. Et pourtant, cette évidence, qui crève les yeux, n'est pas admise. On nie cette africanisation et cette islamisation pour deux raisons : d'abord par un réflexe de peur ; l'être humain est toujours tenté de nier ce qui le gêne, de l'exorciser. Ensuite, admettre ce fait démographique incontournable, admettre la vérité, ce serait politiquement incorrect et reviendrait à “donner raison à l'extrême-droite”.
Une petite minorité, finalement plus conséquente, plus lucide, répond « On s'africanise, on s'islamise ? Et alors ? Gérons ... Faisons avec. » Cette position est celle du fatalisme optimiste. On pense que l'africanisation n'aura aucune conséquence sur la civilisation, comme si le socle de cette dernière n'était pas d'abord ethnique ; on estime que l'islam qui s'installera sera celui de la “tolérance” ; ce qui relève de ce que j'avais appelé dans mon essai sur L Archéofuturisme, la croyance aux miracles. Comme si l'islam implanté en Europe allait miraculeusement se différencier en profondeur de celui du Maghreb et du Moyen-Orient. Ou alors, on estime, comme les prélats catholiques ou les ligues trotskistes que ces arrivées massives en France, par les migrations frontalières ou les maternités, sont un phénomène positif qui contribue à construire l'utopique paradis multiracial.
Ainsi, un scénario-catastrophe ne relève-t-il pas du catastrophisme mais de la projection démographique. Limitons-nous au cas de la France. Au rythme de 250 000 naissances par an d'enfants déjà français ou naturalisables, et,ce depuis la fin des années quatre-vingt, en comptant ceux qui sont déjà présents, les nouveaux migrants qui font des enfants et les naturalisations, on peut penser comme l'observateur américain impartial Stanley J. Moore qu'« à partir de 2010, le nombre d'électeurs africains noirs et musulmans en France dépassera 20% du corps électoral. Par la suite, cette proportion ne cessera d'augmenter » (Journal of Demographic Studies, Boston UP. n°1439, déc. 1998).
Si rien n'est fait, si la tendance ne bascule pas au prix d'une véritable révolution, les événements suivants ont beaucoup de probabilité de se produire :
1) Un parti musulman a toutes les chances d'être créé, l'ambition d'éventuels leaders pas forcément modérés allant être très stimulée par cette manne d'électeurs en pleine croissance. Les fils et filles d'immigrés, les gens de couleur, spontanément, par réflexe ethnique, voteront pour ce ou ces partis, même s'ils ne sont pas musulmans pratiquants.
2) Il n'est pas évident que les jeunes Afro-maghrébins continuent comme aujourd'hui de s'abstenir de voter ou de se présenter aux élections, dès lors qu'il prendront conscience de leur nombre croissant et de leur force. Il est peu probable, vu l'échec des politiques d'intégration et la montée du “communautarisme”, que ce nouvel électorat choisisse les partis politiques français traditionnels.
3) Le processus de colonisation électorale commencera par les élections municipales. Nul besoin de donner le droit de vote aux étrangers pour cela. Dans un nombre de plus en plus grand de communes, le corps électoral français est en train de devenir majoritairement afro-maghrébin - et musulman. Les électeurs autochtones français vieillissent, meurent ou partent. Il faut donc nous attendre très bientôt à ce que - dans un premier temps - une centaine de communes françaises - de Roubaix à Saint-Denis en passant par plusieurs villes de Provence, du Lyonnais et de l'Île-de-France, notamment toutes les banlieues-cités, soient gouvernées par des municipalités immigrées taraudées par l'islam.
4) Dans un deuxième temps, comme on commence à le pressentir, les Afro-maghrébins et les musulmans exigeront, parce qu'ils en ont le pouvoir numérique, de siéger à l'Assemblée nationale. Ils pèseront de toute leur force sur les institutions. Ce sera le processus de la colonisation par le bas : d'abord la submersion démographique, ensuite l'assujettissement politique.
La logique démographique veut qu'ils participent au jour au pouvoir législatif, puis gouvernemental. Avec deux conséquences : une subordination probable aux pays arabo-musulmans qui, pour beaucoup, restent des “mère-patries” ; une politique accrue de porte ouverte aux immigrants du Maghreb et d'ailleurs. Et probablement aussi, une lente conquête du pays par l'islam, de plus en plus dure (conformément à l'esprit de cette religion guerrière) au fur et à mesure que s'accroîtra le poids de la population musulmane et des autochtones convertis. De cette évidence, de cette course à l'abîme, de cette catastrophe annoncée, nul ne prend garde ; tant cette génération présentiste est obnubilée par l'immédiat.
C'est la raison pour laquelle, face à ce péril il faut plaider en faveur d'une accélération de la construction fédérale européenne et d'une perte rapide de pouvoir de cet État français qui, d'immigrationniste aujourd'hui, risque de devenir immigré demain. Ce n'est que par un double recentrage, en aval sur des régions historiques enracinées, en amont sur un État européen, que nous pourrons faire barrage à la colonisation institutionnelle et politique qui s'annonce. Un allogène peut aisément se déclarer “Belge” ou “Français”, mais il peut beaucoup moins aisément se revendiquer comme Flamand, Charentais ou Européen.
Quoiqu'il en soit, ce double enracinement conçu comme ligne de défense ne saurait faire oublier l'hypothèse de la reconquista.

GUÉRILLA ETHNIQUE ET EXPULSIONS TERRITORIALES DES EUROPÉENS
La guerre ethnique est commencée. En sourdine. Et, année après année, elle prend de l'ampleur. Pour l'instant, elle prend la forme d'une guérilla urbaine larvée : incendies de voitures ou de commerces, agressions &répétées d'Européens, caillassages, attaques des transports en commun, guet-apens tendus aux policiers ou aux pompiers, razzias dans les centre-ville etc. Comme une étude sociologique attentive du phénomène le démontre, la délinquance des jeunes Afro-maghrébins est aussi un moyen de conquête de territoires et d'expulsion des Européens à l'intérieur de l'espace étatique français. Elle n'est pas uniquement motivée par des raisons de simple criminalité économique.
A partir des cités, se créent des enclaves ou “zones de non-droit”, qui s'étendent en tache d'huile à l'extérieur. Dès que la population allogène atteint une certaine proportion, la délinquance fait déménager les “petits Blancs”, harcelés par les bandes ethniques. La police - que la justice ne soutient pas - répugne à intervenir dans ces zones conquises, qui échappent alors à l'État de droit. On en dénombre déjà près de 1 000 en France. Ce phénomène de parcellarisation du territoire peut suggérer que nous entrons dans un nouveau Moyen-Age. Mais il recouvre aussi un processus de colonisation territoriale qui met en pièces l'utopie de gauche de la “mixité ethnique”. Les élites intellectuelles françaises - qui ont toujours vécu depuis deux cents ans dans les beaux quartiers bourgeois et blancs - ont toujours prôné la mixité sociale dans les zones urbaines. Elle fonctionnait très bien (comme par exemple dans le XVe arrondissement de Paris) tant que les différentes classes sociales étaient d'origine européenne. Mais les élites intellectuelles, qui nient les différences ethniques, n'ont aucune explication pour rendre compte du départ des Européens des zones à majorité immigrée. Ils parlent de “fracture sociale”, alors qu'il s'agit d'une fracture raciale et ethno-culturelle. Les politiciens invoquent de vagues causes économiques, alors qu'il s'agit de causes ethniques très transparentes. Pire : élites intellectuelles et politiciens culpabilisent les “petits Blancs” des classes populaires, qui partiraient des zones à forte proportion immigrée par “peur exagérée”, par “fantasme”, donc par racisme, évidemment. Ce seraient eux (ainsi que le “chômage”, la “misère” et l’“exclusion”) les responsables de la formation des “ghettos”.
Trois remarques à ce propos : 1) Il ne s'agit pas de ghettos mais de territoires conquis et colonisés. Un ghetto est une zone où l'on relègue une population, qui subit un ostracisme, comme les juifs au Moyen-Age. Aujourd'hui en France, ce sont les populations allogènes qui se taillent, par la force, des espaces territoriaux. Parler de ghetto, c'est présenter les immigrés comme des victimes, alors qu'ils sont au contraire les acteurs volontaires de la création de leurs espaces autonomes.
2) On laisse entendre que ce serait la misère, le paupérisme qui expliquerait la ghettoisation de zones de non-droit de plus en plus nombreuses. Au contraire, l'économie criminelle, centrée sur la drogue et la revente de biens volés, ainsi que le recours légal ou frauduleux aux allocations assure aux populations de ces zones un niveau de vie confortable, bien supérieur à celui des Français de souche au chômage. La situation française n'a rien à voir avec celle des favellas brésiliens ou des bandes d'adolescents miséreux de Casablanca.
Les clandestins sont inexpulsables de France, mais les Français de souche (et tous les autres résidents européens) sont expulsés des zones d'implantation afro-maghrébine majoritaires. Personne dans les médias n'a su (ou osé) expliquer la raison des innombrables incendies de voitures. C'est pourtant simple : la quasi-totalité des véhicules incendiés appartiennent à des Européens, selon un rapport confidentiel des Renseignements généraux du 2 juillet 1999 – 91% exactement. C'est une bonne incitation au départ.
3) Une autre technique est l'agression systématique. Un cas parmi des centaines d'autres : dans la ville d'Angoulême, les autorités avaient décidé d'installer un foyer étudiant dans une “cité”. Afin de répondre au dogme angélique du “brassage”. Très vite, ce fut, début 1999, le harcèlement par les bandes afro-maghrébines. La vie devint vite infernale pour les jeunes Européens : agressions, cambriolages, harcèlement des étudiantes, incendie des véhicules, etc. Jusqu'au jour où plusieurs d'entre eux se firent grièvement poignarder. Les autorités universitaires durent les déménager en urgence sous la protection de la police. Force était restée aux Beurs-Blacks - dont aucun ne fut inquiété - et non pas à la loi.
Ce qui s'est produit au Kosovo risque fort de se produire à l'échelle de la France. La leçon du destin de ce bout de Serbie progressivement occupé par les Albanais musulmans n'a pas été retenue. On s'imagine que les colonisations sont des
invasions armées. C'est faux ; ce sont des invasions lentes et silencieuses, et le colonisé se réveille trop tard, quand sa maison est occupée, plus exactement squattée.

BLACK MIC-MAC ET DROIT DU SOL
Connaissez-vous l'histoire de Céleste T... ? C'est un homme très sympathique d'une quarantaine d'années, citoyen camerounais, employé au ramassage des ordures et au balayage des rues par la Ville de Paris. Il est musulman, possède trois femmes dont une “officielle” et élève 24 enfants. Oui, 24 enfants, qui, tous nés en France, sont tous Français. Pourtant, ces enfants ne sont pas tous issus des trois femmes de Céleste. Ce dernier utilise un stratagème connu d'un grand nombre d'Africains : il fait venir du Cameroun une femme enceinte de son village, qui accouche en France, puis repart. Le nourrisson est automatiquement Français en vertu du droit du sol. Céleste T... le reconnaît, il en est donc juridiquement le père, et une de ses trois épouses élève l'enfant (qui la surnomme d'ailleurs “tata”, selon l'appellation classique dans la communauté villageoise africaine traditionnelle, ni matrilinéaire, ni patrilinéaire, mais tribolinéaire). L'année suivante, la même opération recommence avec une autre femme du village.
Le Camerounais perçoit ainsi des allocations familiales considérables et loge toute sa petite tribu dans deux grands appartements du quartier flambant-neuf de Beaugrenelle (XVème arrondissement ouest), dont les loyers sont pris en charge par la Ville et l'APL. Céleste roule en Mercedès. Il continue de travailler comme éboueur (9 000 F par mois avec les primes) avec un statut aussi protégé que celui de la fonction publique. Mais d'autres qui font comme lui et ont reconnu entre 5 et 15 enfants estiment ne plus avoir besoin de travailler. La suppression du droit du sol et des allocations familiales aux étrangers, pompes aspirantes d'une redoutable efficacité, seraient plus efficaces qu'un contrôle aux frontières.
L'Allemagne, qui remplace le droit du sang par celui du sol et dont la faiblesse démographique est considérable, se dirige inexorablement vers la chute d'eau, embarquée sur le même fleuve que sa voisine française.

LES COLLABORATEURS DE LA COLONISATION
Les Églises, la plupart des partis, une foule d'institutions et d'associations, le monde du show-business se font depuis de nombreuses années les avocats de l'installation des migrants, de l'ouverture des frontières et de l'inexpulsabilité des clandestins. Animés par l'ethnomasochisme et la xénophilie ? Naïves ouailles de la religion des droits de l'homme ? Snobisme antiraciste ou politiquement correct ? Volonté délibérée de métisser la France et l'Europe, ou, plus exactement de l'africaniser et de l'asiatiser, par haine de la “pureté ethnique” européenne ? Un peu de tout, sans doute.
On remarque en tout cas un mélange de fatalisme face à l'immigration incontrôlée et déclarée incontrôlable et de pulsions autodestructrices envers son propre peuple. “Oui, envahissez-nous, ça nous fait du bien.” Il est à noter aussi que les milieux immigrationnistes collaborateurs et leurs têtes-de-file sont issus de la bourgeoisie ou appartiennent à des milieux (notamment ce monde du showbiz) parfaitement préservés du contact avec les populations allogènes et totalement protégés de leur criminalité. Leur mépris, leur ignorance des conditions de vie et de cohabitation du peuple européen réel, du “petit Blanc”, est incommensurable.
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Mgr Lustiger, au cours d'une journée d'études sur l'Europe organisée à Rome en mars 1999 se félicitait de « la différence qu'amène l'immigration », religieuse et ethnique. Notre colonisation serait un enrichissement, par absoluisation de ce concept creux de “différence”. La contradiction est éclatante : comme peut-on gérer la différence, l'hétérogénéité, au sein d'une idéologie homogénéisatrice et universaliste du métissage ? Le cardinal disait aussi : « il faut accueillir l'Autre » Indécrottable xénophilie l’“Autre” (avec une majuscule, s'il-vous-plaît), encore un de ces poncifs du politiquement correct, malheureusement repris par désir de plaire et de faire philosophe par certains intellectuels de droite ou prétendus tels. Le vénérable cardinal continue : « L'Europe n'était pas pour les peuples d'Afrique et d'Asie une terre d'immigration. Mais aujourd'hui, la situation de l'Europe se retourne. Elle provoque une pression migratoire impossible à contenir. Les Européens ne peuvent ignorer ce fait ». Acceptez d'être colonisés, braves gens, vous n'y pouvez rien. L'Église qui, au faîte de sa puissance, refusait les droits civiques aux non-catholiques, adopte hypocritement, maintenant qu'elle est en plein déclin, les naïfs préceptes du “communautarisme” tolérant : « solidarité et respect mesurent la place reconnue à l'altérité dans une construction politique », jargonne Mgr Lustiger.
Les programmes des partis politiques sur l'immigration sont, eux aussi, assez édifiants. Le PS entend « mettre en place des programmes d'aides au retour pour les immigrés non accueillis et les déboutés du droit d'asile ». Autrement dit : aide au retour pour les clandestins illégaux (à la place des expulsions prévues par la loi) aux frais du contribuable. L'entrée illégale en France sera donc officiellement rémunérée. Quand on sait que l'aide au retour n'a jamais intéressé les immigrés légaux, ce genre de proposition revient à se moquer des électeurs. Le PS a définitivement renoncé à contrôler l'immigration, parce qu'il s'imagine que les immigrés voteront pour lui. Non, quand ils seront suffisamment nombreux et implantés, ils voteront pour leurs propres candidats, probablement pour des partis islamiques, comme je l'explique plus haut.
Les Verts, eux, entendent carrément organiser la colonisation de l'Europe : « il faut supprimer les visas de court séjour pour les visiteurs de pays hors Union européenne et leur accorder le droit à la Sécurité sociale ». La sécu pour les “touristes” maghrébins... Quant au droit d'asile, les Verts estiment que les accords de Schengen ne sont pas encore assez “généreux” et qu'il faut abolir les vérifications portant sur la véracité des persécutions dont seraient menacés les demandeurs d'asile. Renforçons la puissance de la pompe aspirante...
Lutte Ouvrière et la Ligue Communiste Révolutionnaire, suivent, eux, le vieux rêve trotskiste internationaliste de dilution du peuple européen. Leur programme est important, car par un biais métapolitique et non pas électoral, il inspire toutes les associations et lobbies immigrationnistes (Droit Devant, Droit au Logement, SOS Racisme, Ras l'Front, SCALP, Sud, Ligue des droits de l'homme, Mrap, Liera, etc.) dont la doctrine et les revendications influent sur les gouvernements. Intéressant : « Une Europe des droits égaux à commencer par le droit de vote pour tous ceux qui y vivent, où tous les sans-papiers doivent être régularisés ». Autrement dit, l'appel d'air absolu pour le monde entier. Venez en Europe, du Maroc, du Mali, du Sri-Lanka ou d'ailleurs. C'est comme au jeu de la chaise musicale : si vous réussissez à entrer (et c'est facile), vous serez inexpulsable, vous aurez la citoyenneté et tous les avantages sociaux, automatiquement. L-O et la LCR ont pourtant formulé de très bonnes propositions pour la réaffectation des profits spéculatifs aux investissements anti-chômage. Mais, en matière d'immigration, leur anti-libéralisme s'effondre comme par enchantement.
Le PC, toujours animé par son moteur intellectuel à gaz pauvre, est paradoxalement en phase à 100% avec les recommandations de la hiérarchie catholique : « Le droit de vote de tous les étrangers résidents, l'abolition de la double peine [ne pas expulser les étrangers délinquants à leur sortie de prison], la régularisation des sans-papiers qui en ont fait la demande, le droit d'asile pour tous ceux qui le demandent. » Quel internationalisme libéral... Non aux transferts de capitaux, oui aux transferts humains.
Quant à l'UDF, au RPR et au RPF de Charles Pasqua, leurs propositions et programmes sur l'immigration sont totalement illisibles. C'est du salmigondis technocratique d'où il ressort qu'il faut “maîtriser” le phénomène par de la “concertation”. Ces gens-là ont été au pouvoir et n'ont rien fait. Ou plutôt, la droite molle laisse faire notre colonisation de peuplement, par paresse, par lassitude, par crainte d'être accusée d'inhumanité ; la gauche folle l'encourage par mauvais calcul politicien ou passion idéologique.
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Les institutions de la fameuse "société civile", comme la plupart des médias, suivent la même pente immigrationniste. Ou les habituels collaborateurs médiatisés comme le Pr. Schwartzenberg et Mgr. Gaillot. Les actions spectaculaires en faveur des clandestins illégaux (les “sans papiers”) le prouvent. Les associations “antiracistes” et les pétitionnaires du milieu intellectuel et du showbiz, en manifestant et en appelant à héberger des clandestins, bravent sans cesse la loi, à peu de frais, en se sachant dans la plus totale impunité (voir l'article 21 de la loi Chevènement qui punit ceux qui se rendent coupables de solidarité active avec les sans-papiers, loi jamais appliquée). Libération ou Le Monde ne cessent de faire leurs choux gras en dénonçant comme inhumaine la moindre expulsion de clandestins, la moindre évacuation de locaux illégalement occupés, avec comme sous-entendu : « ce sont des mesures fascistes ». Les “collectifs de soutien aux sans-papiers” se multiplient, comme jadis les “Comité Vietnam” dans les lycées de mai 68.
Tous sont organisés par des Européens de souche et mobilisent de braves petits Français saisis par le démon de la charité xénophile.
Le 30 juin 1999, une centaine de manifestants, associatifs, politiques et appartenant au milieu intellectuel ou du showbiz, manifestent devant le ministère de la Justice, place Vendôme, à Paris, qui jouxte l'hôtel Ritz. Pour savoir toute la vérité sur la mort de Lady Di ? Vous n'y êtes pas. Béatrice Bantman, dans Libération explique le lendemain : « L'objectif était de se faire coffrer. “Arrêtez-nous, monsieur, s'il-vous-plaît” répétaient-ils aux policiers en faction. Le raisonnement a sa logique : ceux qui, comme eux, aident, soutiennent, hébergent des sans-papiers se rendent coupables du délit de solidarité. » Bien entendu, personne ne sera inquiété. Et d'ailleurs personne, parmi ces "militants" n'a jamais hébergé ou aidé un “sans-papier” africain ou maghrébin. Pas si bêtes.
Des “collectifs”, des “comités de soutien” se constituent, des manifestations s'organisent (les “Saint-Bernard”, en 1998) dès qu'il est question d'expulser un clandestin qui a su médiatiser son cas. A tous les coups, la préfecture cède et renonce à appliquer la loi. On “déroge”, on cède, devant ces minorités actives qui bénéficient du soutien de la presse. Les clandestins qui refusent d'embarquer dans les avions de retour ou qui se rebellent sont relâchés au moindre hurlement vertueux des journalistes.
Et puis, il y la technique, bien rodée, de la grève de la faim pour les délinquants immigrés et étrangers condamnés à l'expulsion, selon la loi. Les médias s'emploient à faire pleurer dans les chaumières, les pouvoirs publics s'inclinent et sursoient à exécution. Moncef Kalfaoui, un trafiquant de drogue algérien, devait être expulsé au terme de ses deux ans d'incarcération. (“double peine”) Grève de la faim. Grâce refusée par M. Chirac. Campagne, en riposte, orchestrée par Libération (juin 1999). Épilogue : comme il a eu trois enfants nés en France, nés Français (droit du sol), l'administration renonce à l'expulser, au déni de la loi. Il est vrai que le “rapport Chanet” (mai 1999) demande aux pouvoirs publics « qu'on cesse d'expulser les petits délinquants étrangers ayant de réelles attaches en France ». Bref, qu'on n'applique pas la loi. Ce qui est piquant pour un rapport parlementaire. L'application de la loi sur la double peine est d'ailleurs, selon Libération, « un véritable bannissement dont l'injustice révolte la plupart des juristes ».
Il est vrai que dans notre République des Juges, l'opinion de ces derniers, surtout s'ils sont affiliés au Syndicat de la Magistrature, l'emporte sur la volonté du peuple. Et pourtant, dans tous les pays du monde, la double peine est pratiquée, conformément à la Charte de l'ONU.
Récemment, 200 “sans-papiers” turcs et chinois du “Troisième Collectif” ont investi et occupé l'hôtel de la Massa, à Paris, siège de la Société des gens de Lettres. Objectif pas innocent. Ils savent que les intellos sont viscéralement immigrationnistes. Écoutons le commentaire de Libération, c'est un morceau de bravoure : « Soutenue par des écrivains, des cinéastes, des artistes, les fidèles Dan Franck, Valérie Lang, Emmanuel Terray, Monique Chemillier-Cendreau et Léon Schwartzenberg, l'occupation a commencé dans une charmante ambiance de garden-party, exquisément courtoise. “Nous n'avons pas pour habitude d'expulser les étrangers”, a précisé, au milieu des frondaisons et des roses du jardin, Jacques Vigoureux, membre du Conseil d'administration de la Société des gens de Lettres » (10/06/1999). Une prose d'une telle bêtise, une telle guimauve saint-sulpicienne, faut-il en rire ou en pleurer ?
Personne, dans cette gauche bien-pensante, caviar-garden party, dans cette classe intello-médiatique privilégiée, dans ce Tout-Paris du showbiz, ne songerait à manifester pour les Français de souche en fin de droits de chômage, dans la misère, eux, les seuls, les vrais exclus. Mais, pour les “jeunes” dealers qui roulent en BMW et que la police a eu le tort de placer en garde-à-vue 48 heures (offense aux droits de l'homme, vous saisissez ?), pour l'installation illégale sur notre sol de faux réfugiés sénégalais, de trafiquants maliens sans contrats de travail ou de truands algériens expulsés, tout le monde se mobilise. Ça fait chaud au coeur d'aider nos frères dans la galère... Et puis, quel passeport social et moral : être immigrationniste, c'est se voir admis dans les cercles branchés de la nouvelle gauche américano-libérale, dépourvue d'idées (tout comme la droite) mais cuirassée de bonne conscience et d'hypocrisie morale (à l'inverse de la droite) et, surtout, distributrice de maintes prébendes.
Cette nouvelle gauche, convertie au capitalisme, défend maintenant un socialisme virtuel et un immigrationnisme réel. Dans ce cocktail, il est difficile - comme dans la formule du Coca-Cola - de doser la part d'imbécillité, d'altruisme halluciné, de snobisme antiraciste, d'ethnomasochisme et de (mauvais) calcul politicien. Le sentiment qui domine chez ces collaborateurs est, au fond, le même que chez les élites romaines déclinantes du IIe siècle : la lâcheté, la simple et vile lâcheté, alliée à un
égoïsme indifférent envers leur peuple et ses générations futures. Franchement, à tout prendre, je préférais les vrais communistes.
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Encore quelques exemples, pris en vrac, du militantisme des collaborateurs. Se ralliant aux exhortations des évêques qui, comme les Verts, consacrent 10% de leur temps à leur ministère et 90% à l'immigrationnisme et à la promotion de l'islam, le maire de Limeil-Brévannes déclarait en novembre 1998 : « On ne réglera pas le problème des sans-papiers avec des CRS. Une autorisation de séjour ne vaut pas une vie ». Autrement dit : pas d'expulsion, pas de titres de séjour provisoires, laissons-les s'installer à vie chez nous, par humanisme et pour avoir la paix.
Précision : dans sa commune, des clandestins grévistes de la faim qui avaient occupé la salle du conseil municipal se sont vus évacués. Ils réinvestirent les lieux par la force. Ce fut payant : on leur accorda des titres de séjour et une hospitalisation gratuite. La “coordination nationale” qui regroupe tous les défenseurs des clandestins, et qui prône des régularisations massives, s'est exprimée en ces termes après une expulsion de “sans-papiers” qui occupaient un local administratif : « Le premier ministre a choisi la manière forte contre des hommes et des femmes qui luttent pour la dignité. » Quelle “dignité” ? Celle de s'installer en France contre la volonté du législateur ? Quant au MRAP, il annonçait, grandiloquent, pour faire pleurer le brave franchouillard : « Nous attendions du gouvernement une réponse humaine, politique, à ces malheureux qui ont mis leur vie en péril. » Effectivement, ils risquaient de mourir sous les balles des CRS ...
L'illusionnisme repose sur ce raisonnement faussé : laissons-les entrer pour éviter l'explosion Nord-Sud. Alors que c'est en les faisant entrer que nous aurons l'explosion chez nous. C'est un argument de démissionnaires et de moineaux effrayés, qui repose sur la transformation du “nous ne voulons rien faire” en l'excuse du “nous ne pouvons rien faire”. C'est ainsi qu'après bien d'autres, Robert Toubon, éditorialiste de la revue Équilibres et Populations écrivait en 1996, évoquant l'aggravation du déséquilibre Nord-Sud : « Les pressions migratoires iront croissant à un niveau tel qu'il sera impossible aux “riches” riverains du Nord-Ouest de fermer réellement leurs frontières. Sauf à prendre le risque de voir exploser la Cocotte-Minute qui bout dans le sud et l'est de la Méditerranée. »
Autrement dit : cédons, ouvrons nos frontières pour éviter une crise. Surtout pas de conflit, pas de litiges avec les pays du Maghreb ! En aurions-nous peur ? En tous cas, les Algériens, eux s'étaient battus pour s'opposer à la colonisation française...
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En tous cas, l'activisme du lobby immigrationniste, dont le but est d'empêcher la loi - pourtant on ne peut plus laxiste - de s'appliquer, a autant d'efficacité pour accentuer notre colonisation ethnique que l'appel d'air des lois sociales égalitaires. Quoi qu'il en soit, l'histoire retiendra que les Européens - et notamment leurs bourgeoisies décadentes - sont les premiers responsables de leur colonisation et de leur submersion démographique. Les immigrés du Tiers monde, que je considère comme l'ennemi principal, ont, de leur point de vue, parfaitement raison de nous envahir. Ils remplissent un vide. Aujourd'hui par la ruse, bientôt par la force. De même que les Américains, sur le plan culturel et géostratégique, remplissent le vide laissé par l'absence des Européens. Des Bourguignons alliés des Anglais au XVe siècle, jusqu'aux Verts d'aujourd'hui en passant par la Deuxième Guerre mondiale, en France, l'occupation et la collaboration marchent ensemble. Pour résoudre ce problème, lorsque surgira le chaos à venir et qui ne saurait tarder, il n'y aura pas d'autre solution, par un moyen ou par un autre, que de réduire d'abord au silence les collaborateurs, le lobby immigrationniste, qui sont la première cause, depuis trente ans, de notre colonisation. L'ennemi-colonisateur est un ennemi estimable. Il joue son jeu. Mais les collaborateurs qui jouent contre leur camp, qui tirent dans leurs propres buts, ne méritent, comme le pensait de Gaulle après l'empereur Dioclétien, aucune merci. Delendi sunt.

FRAGILITÉ HUMANITAIRE DE L'OPINION FACE AUX CLANDESTINS
On croirait lire les ouvrages édifiants écrits au XIXe siècle sur la martyrologie chrétienne. Les médias multiplient les récits de malheureux clandestins noyés dans le détroit de Gibraltar, brutalisés lors d'un rapatriement en avion ou détenus trois jours “dans des conditions inhumaines”, évidemment, dans les centres de rétention avant d'être relâchés dans la nature. Apitoyer l'opinion publique et la classe politique sur quelques cas-limites afin de rendre légitime l'entrée des “pauvres” clandestins, tel est l'objectif du chantage humanitaire des médias de l'idéologie dominante. Et ça marche.
On monte en épingle, grâce au patient travail d'attachés de presse des lobbies immigrationnistes, chaque mois, trois ou quatre affaires emblématiques et émouvantes ; les médias s'en emparent ; et distillent dans l'opinion la double idée que 1°) les expulsions sont inhumaines 2°) le refus des visas et des régularisations le sont aussi. Les cas sont très divers : un clandestin molesté ou décédé au cours d'une expulsion, des “sans-papiers” en tragique grève de la faim, un jeune truand père d'un enfant français qui, déchiré, refuse son expulsion, etc. L'imagination dramaturgique du parti de la colonisation est sans limite et d'une redoutable efficacité larmoyante. C'est la cynique stratégie de la pitié. Dont le but est d'effrayer les gouvernements à l'idée d'appliquer des lois scélérates ...
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En août 1999, deux collégiens guinéens, Yaguine Koita, 14 ans, et Fode Tounkara, 15 ans, s'introduisent dans le logement du train d'atterrissage d'un Airbus de la Sabena, vol Konakry-Bamako-Bruxelles. Ils espéraient (à juste titre) que s'ils arrivaient à bon port, personne n'oserait les expulser. Évidemment, ces deux fugueurs, peu au fait des lois de l'aéronautique d'altitude, meurent d'hypothermie et d'insuffisance respiratoire (à 10 000 m., il fait - 50°C. et la pression est de 250 tub.). Mais voilà : on retrouve sur le cadavre de l'un d'entre eux, une lettre édifiante, une supplique de deux pages, avec une faute d'orthographe par mot, où ils adjurent, en raison de la “guerre” (il n'y a pas de guerre en Guinée) et de la misère de leurs familles (l'enquête démontrera qu'elles étaient modestes mais nullement dans le besoin) « les Excellences et Messieurs responsables d'Europe » de les accueillir et d'aider l'Afrique dans son ensemble. La lettre est reproduite in extenso dans la presse belge et française. 35
L'opinion craque ; un concert de larmes s'ensuit. Si ces deux “enfants” (à 15 ans en Afrique, on n'est plus un “enfant”) sont morts, c'est de notre faute évidemment, de notre refus d'accueillir sans discuter tous les “pauvres” du continent noir. Le Figaro (05/08/1999) relève : « La lettre, publiée par la presse, suscite une émotion considérable en Belgique. La révélation in extenso de la lettre dans la presse francophone lui donne une dimension nationale. Elle intervient mois d'un an après la mort d'une jeune Nigériane, Semira Adamu, lors d'une tentative de reconduite à la frontière par des gendarmes du royaume ». Le gouvernement belge se réunit aussitôt en conseil restreint pour traiter de cette affaire capitale. Une cérémonie funéraire est organisée en grande pompe par le clergé ému. On n'en fait pas autant pour les SDF qui meurent de froid et de faim dans les rues de Bruxelles ou de Paris l'hiver. Le ministre des Affaires étrangères, Louis Michel, lui aussi, bouleversé, transmet à ses homologues de l'Union le message officiel suivant, à propos de la fameuse "lettre" trouvée sur le corps d'un des clandestins : « Nous ne pouvons laisser sans réponse ce cri pour une vie meilleure. Nous devons rendre espoir à l’Afrique. » Autrement dit : augmentons encore nos prêts, nos aides de toutes sortes (en pure perte) à l'Afrique et ouvrons encore plus grandes aux jeunes Africains les portes de l'Union. Le gouvernement belge a officiellement transmis à ses quatorze partenaires européens, ainsi qu'aux institutions fédérales de l'Union, la lettre des deux adolescents.
Dans la foulée, comme il fallait s'y attendre, les associations dites anti-racistes wallonnes et françaises en ont profité pour critiquer le contrôle trop strict des flux migratoires (alors qu'il est dans l’UE le plus laxiste du monde entier) et à dénoncer l'« Europe égoïste » (alors que dans le trou sans fond de l'aide au Tiers monde, l'Europe est la plus naïvement généreuse). Le Centre national de coopération du développement s'est fendu d'un communiqué émouvant, digne des mea culpa de la hiérarchie catholique : « Deux enfants sont venus mourir chez nous, tombés du ciel, avec un message adressé au coeur de l'Europe, aux responsables du continent le plus riche et le plus prospère de la planète. »
Notons d'abord que le continent le plus riche et le plus prospère est l'Amérique du Nord et que, si notre colonisation de peuplement par les Africains continue à ce rythme, on ne donnera pas cher de notre prospérité.
Enfin, personne n'a osé suggérer que ce conte de fée tragique était peut-être trop beau pour être vrai ; ces deux adolescents, dont le responsable de leur collège en Afrique a révélé au quotidien guinéen Horoya qu'ils n'étaient plus scolarisés depuis un an, ont bien pu être manipulés par un provocateur qui aurait fabriqué la fameuse lettre, afin de déstabiliser les fragiles et émotives opinions européennes, ouvertes à toutes les culpabilisations. C'est en tout cas l'opinion du ministre de l'Intérieur guinéen.
Bref, la presse wallonne et française a consacré, pendant plus d'une semaine, des colonnes entières à ce fait divers, relayée par la RTBF, France 2 et la ZDF allemande, les trois stations les plus immigrophiles de l'Union.
Le rapatriement des corps des deux garçons à Conakry donna lieu à des scènes d'hystérie collective, où les femmes se roulaient par terre en invoquant Allah. Le ministre guinéen de la Fonction publique, Lamine Kamara, a carrément suggéré que les Européens étaient indirectement responsables de la mort de Yaguine et de Fodé. Toujours cette bonne vieille culpabilisation ... C'est parce que la politique européenne des visas est trop restrictive qu'on pousse les Africains candidats au départ au désespoir, a-t-il expliqué. Au cours d'une conférence de presse, tenu le 7 août 1999, le ministre a déclaré : « S'il avait obtenu un visa en bonne et due forme, Yaguine n'aurait pas opté pour cette méthode et ne serait pas mort aujourd'hui. » Autrement dit, pour beaucoup de responsables africains, le discours est de forcer les portes de l'Europe par chantage moral. C'est la colonisation par la mendicité et l'apitoiement.
Cet esprit de mendicité et d'irresponsabilité, qui vise à obliger les Européens à prendre en charge un continent africain sous-capable (et pauvre malgré d'immenses ressources naturelles), à l'assister financièrement, à accueillir les surplus de son déversoir démographique, est parfaitement résumé dans ce passage de la “lettre” trouvée sur le corps d'un des deux adolescents clandestins (les fautes orthographiques ont été corrigées) : « Si vous voyez que nous nous sacrifions et exposons notre vie, c'est parce qu'on souffre trop en Afrique et qu'on a besoin de vous pour lutter contre la pauvreté et mettre fin à la guerre. Ici, ce n'est pas possible, rien ne peut aller. Si je reste, nous allons vivre malheureux jusqu’à notre mort. »
Cette prose, feinte ou authentique, peu importe, a fait mouche dans les chaumières, de Louvain à Toulouse. Le message est clair, mais en même temps tragique ; il prouve l'incapacité des Africains à se prendre en charge, il est lourd d'une sorte d'autoracisme implicite : “Aidez-nous, assistez-nous, accueillez-nous chez vous, nous sommes incapables sur notre continent de vivre dans la paix et la prospérité”.
Les intellectuels africains, inspirés par leurs collègues ethnomasochistes européens, arguent évidemment que les malheurs de l'Afrique relèvent de la culpabilité et des crimes du colonialisme et du néocolonialisme. Mais qui croit encore à ce sophisme marxo-gauchiste, qui fait toujours les choux-gras du Monde diplomatique ?
Le correspondant guinéen de l'AFP, Mouctar Bah, faxait, à la suite de la mort des deux collégiens candidats à l'émigration clandestine en Europe, une dépêche où l'on pouvait lire : « Si l'on ouvrait les frontières, la Guinée se viderait de la grande majorité de ses jeunes. Ils viendraient tous en Europe. C'est un sentiment largement répandu dans le pays. » Et dans une centaine des pays du Tiers monde ...
La mort de Yaguine et Fodé, jeunes immigrants guinéens clandestins, dans la soute du train d'atterrissage de l'Airbus de la Sabena est un drame qui a « bouleversé l'Europe », comme l'a déclaré la présidente du parlement de Strasbourg, Nicole Fontaine. Mais n'y a-t-il pas des bouleversements sélectifs ?
            * * *
Le 4 août 1998, une adolescente mineure se fit violer, abominablement torturer puis tuer par deux jeunes Africains qui l'avaient enlevée alors qu'elle sortait de la gare RER de Créteil, et emmenée dans une cave. Puis, ils ont uriné, symboliquement, sur son jeune corps martyrisé. Son calvaire et son oraison funèbre se résumèrent à dix lignes dans la rubrique “chiens écrasés” du Parisien (05/08/1998). Elle n'était pas Guinéenne, mais Polonaise. Elle s'appelait Angela P...
Pour moi, la mémoire d'Angela vaut mille fois plus que celle de Fodé et de Yaguine.

CHAPITRE II
L'EUROPE INCONSCIENTE
La construction européenne est un tâtonnement. Comme si les Européens sentaient inconsciemment, dans les malheurs de l'histoire, après deux guerres civiles meurtrières, qu'ils doivent se regrouper pour survivre. Et ré adopter enfin le modèle impérial-fédéral fondé sur les pays d'attachement et l'ordre suprême, l'Aigle.
Mais malheureusement, à cette ligne dramaturgique souterraine et, disons jungienne, se superpose des institutions et des comportements politiques concrets très décevants. L'Union européenne (qu'il faut soutenir, parce qu'il n'y a pas d'autre choix possible, parce que le concept jacobin de Nation n'est qu'une Ligne Maginot ridicule, parce que nous sommes le même Peuple) succombe évidemment aussi aux erreurs, aux aveuglements de l'idéologie dominante. Elle ne perçoit pas la menace, elle n'a pas le sens de l'ennemi. Il ne faut pas en vouloir à la Grande Patrie en construction d'avancer en somnambule, en aveugle. Il faut simplement lui rappeler les menaces qu'elle ignore. Comme on supplie une femme qu'on aime de ne pas devenir une prostituée.

LA MENACE DÉMOGRAPHIQUE ET GÉOPOLITIQUE DE L'AFRIQUE DU NORD
A cette colonisation de peuplement, alimentée de l'intérieur par la forte natalité des migrants, s'ajoute une autre menace démographique qui ne pourra que renforcer ladite colonisation et, éventuellement, donner lieu à des événements dramatiques. Parlant de son pays, le député grec Constantin Stephanilis, déclarait en mai 1999 : « La Grèce réalise aujourd'hui qu'avec sa faible démographie, elle sera au XXIe siècle un tout petit pays de vieux et de riches entouré d'un océan de jeunes et de pauvres. Dans 10 ans, les Grecs seront toujours 10 millions avec sans doute un niveau de vie occidental Mais les Turcs seront devenus 80 millions. On aura 10 millions de riches entourés par 100 millions de pauvres, à peu près tous musulmans. C'est ça le vrai problème de la Grèce d'aujourd'hui. »
Ce qui vaut pour la Grèce vaut aussi pour l'ensemble de l'Europe, mais à plus grande échelle encore. Non seulement nous sommes envahis de l'intérieur, mais nous sommes entourés de pays jeunes et prolixes qui nous convoitent.
Là encore la démographie, seule science sociale exacte, est imparable il naît chaque année, sur la rive sud de la Méditerranée, plus d'enfants qu'en Europe.
Une poudrière géopolitique majeure est en train de naître en Méditerranée. Cette région risque de devenir, comme le Cachemire, le théâtre d'affrontements susceptibles de conduire à une Troisième Guerre mondiale et de susciter l'intervention des États-Unis. Une Europe occidentale vieillissante, à la natalité autochtone faible, sans renouvellement des générations européennes, en proie à la présence massive sur son sol de masses musulmanes qui, elles, renouvellent et enrichissent leurs générations (par nouvelles arrivées et par natalité interne) fera face, à une heure d'avion, de l'autre côté de la Méditerranée, à des pays arabo-musulmans pauvres, jeunes, toujours en essor démographique et bénéficiant en Europe d'importantes têtes-de-pont. C'est l'addition du salpêtre et du souffre. Cette équation à deux degrés ne sera certainement pas égale à zéro, comme on veut nous le faire croire. Elle ne débouchera pas sur une “coopération politique et économique accrue”, comme 38
les partis politique se l'imaginent. Elle ne peut déboucher que sur la crise, le conflit, la guerre.
L'Histoire avance en zigzag et nul, cinq ans avant, n'avait prévu l'effondrement du communisme, la chute du Mur, la réunification allemande, l'éclatement de la Tchécoslovaquie et de la Yougoslavie, le nouveau conflit balkanique et l'agression des USA sous couvert d'OTAN contre la Serbie. C'est pourquoi, écarter d'emblée l'hypothèse à moyen terme d'un conflit grave et ouvert entre l'Europe et des pays musulmans agresseurs relève de la cécité historique pour ne pas dire plus.
Des pays jeunes et pauvres, complexés envers les Européens, armés du ressentiment de la colonisation toujours très vivace, sont structurellement les ennemis de l'Europe ; ils se sentent et s'investissent comme tels, même s'ils ne le formulent pas encore par tactique, afin de bénéficier tant qu'ils le peuvent de ses innombrables mannes financières. Les Européens, eux, dindons de la farce, se veulent les grands amis des pays arabo-musulmans, dont les ressortissants les colonisent. N'oublions pas que le défunt président algérien Houari Boumedienne, dont le ministre des Affaires étrangères, Bouteflika, est l'actuel chef d'État algérien, avait ouvertement formulé l'idée que les pays arabo-musulmans devaient à leur tour coloniser l'Europe et notamment la France, après avoir expulsé les colonisateurs européens.
Cette colonisation se produit “par le bas” ; elle est fondée sur l'apport démographique et non pas sur la domination politique et militaire. Comme nous l'avons vu plus haut, elle est “douce” et se veut dans un premier temps, non-violente. Mais, dans un deuxième temps, cette colonisation peut devenir dure et les masses arabo-musulmanes pourront demander l'aide, en cas de guerre civile ethnique en Europe, à leurs mère-patries qu'ils n'ont pas oubliées.

LA POSSIBILITÉ D'UN CONDOMINIUM AMÉRICANO-ISLAMIQUE SUR L'EUROPE
Notre colonisation sert les intérêts américains. Les États-Unis, qui sont le “principal adversaire” de l'Europe alors que le Sud et l'islam en sont les “ennemis principaux”, jouent évidemment à fond la carte de la colonisation de peuplement et de l'islamisation de notre continent. Depuis longtemps, la stratégie américaine très pertinente de leur point de vue, a été d'évacuer les Européens d'Afrique et d'Asie pour y prendre leur place et d'encourager la naissance d'un kaléidoscope ethnique afro-asiatique en Europe.
Pendant la guerre d'Algérie, les USA soutenaient le FLN. En Afrique francophone, comme récemment au Zaïre, ils ont combattu, même militairement, la présence française et belge. Afin de s'approprier le sous-sol minier et l'uranium. En Afrique noire, ils financent et encouragent le recul de la francophonie. En Algérie, ils ont soutenu la politique d'arabisation qui vise à éliminer le Français et à instaurer l'Anglais comme première langue étrangère. Aidés par leurs complices anglais, ils ont persuadé tous les gouvernements algériens successifs d'accorder aux Anglo-saxons le monopole des exploitations pétrolières et gazières du Sahara. Jamais les terroristes islamiques n'ont inquiété les sociétés et les ressortissants américains présents en Algérie. En Afghanistan, la CIA a armé les islamistes contre les Russes.
Bien sûr, il y a des tensions entre l'islam et les USA. Les affaires d'Iran le démontrent. Mais globalement, l'Amérique joue la carte de l'islam pour affaiblir l'Europe et l'islam celle de l'Amérique dans le même dessein. C'est la stratégie des larrons en foire, des compétiteurs qui s'unissent par en dessous contre un adversaire commun, ce qu'on appelle la “coopétition” (coopération-compétition).
L'Islam a intérêt à la bienveillance américaine pour coloniser l'Europe. L'Amérique encourage son protégé fondamentaliste, l'Arabie saoudite, à financer des mosquées et des associations en Europe grâce aux royalties pétrolières (mais c'est interdit en Amérique !). La guerre du Kosovo est un véritable cas d'école. L'objectif géopolitique américain était double aider à l'implantation en Europe de deux États islamiques, la Bosnie et le Kosovo. Et consacrer une mésentente et un ressentiment entre Européens de l'ouest (asservis à l'Otan et compromis dans les bombardements de la Serbie) et Slaves orthodoxes. De manière à empêcher la naissance d'une Grande Europe, cauchemar géopolitique pour l'Amérique thalassocratique.
Jadis, comme je l'avais formulé, l'Europe divisée et occupée était aux prises avec le “condominium américano-soviétique”. Demain, ce peut être pire ! Nous verrons peut-être le condominium américano-islamique. Comme le craint à juste titre Alexandre del Valle dans son remarquable essai Islamisme et États-Unis, une alliance contre l'Europe (Éditions L'Age d'Homme), l'intérêt de l'Amérique est une islamisation de l'Europe, une présence afro-maghrébine et asiatique de plus en plus forte sur notre continent. Une Europe péninsulaire otanisée, islamisée et séparée des Slaves et des Russes, n'est-ce pas la meilleure manière pour les USA d'enchaîner Gulliver, de paralyser le géant ?
De plus, il n'est pas négligeable pour les stratèges économiques américains de savoir que l'immigration massive est un boulet qui alourdit notre dynamisme économique. La colonisation de peuplement de l'Europe par le Tiers monde sert les intérêts économiques américains, au même titre que le laxisme libre-échangiste de la Commission de Bruxelles.
Dans l'hypothèse d'un conflit entre l'Europe et des pays arabomusulmans, dont une guerre civile ethnique en Europe serait le prétexte, les Américains s'empresseraient d'intervenir en “médiateurs”, donc en prescripteurs. Imaginons une guerre ethnique en Provence dans une dizaine d'années, ce qui n'est pas impossible, étant donné qu'elle commence déjà de manière rampante, comme dans d'autres régions de l'Hexagone. L'histoire ne se répète pas exactement de la même manière, mais il est très possible que les États-Unis “s'interposeraient” comme ils l'ont fait en Serbie. Pour “ramener la paix”, évidemment. Le condominium américano-islamique tomberait alors comme une chape de plomb, comme une longue nuit sur la France et l'Europe.

LE PROJET DÉLIRANT ET SUICIDAIRE D'UNIR LE MAGHREB A L'UNION EUROPÉENNE
Pour parfaire et intensifier encore la colonisation de l'Europe et les menaces mortelles qu'elle induit, on ressasse à l'envi depuis une quinzaine d'années l'idée absurde d'y faire entrer deux pays musulmans qui, ni d'ethnies, ni de traditions, ne sont européens : le Maroc et la Turquie. De puissants lobbies immigrationnistes relaient cette idée, soutenus évidemment par les Turcs et les Marocains.
Ces deux pays y ont tout intérêt : ils en retireraient une fontaine financière considérable, en plus que ce qu'ils reçoivent déjà, pourraient nous submerger de produits à bas prix et, surtout, verraient leurs ressortissants et leurs surplus démographiques pouvoir s'installer librement en Europe, comme un Français ou un Hollandais en Belgique. Une partie de la classe politique est réticente. Mais n'osant pas appeler un chat un chat, elle craint d'évoquer pour réfuter le projet, l'argument de l'islam ou de la différence de civilisation ou encore de l'immigration accrue dans des proportions explosives. Pour le Maroc, on parle de structures économiques encore inadaptées , pour la Turquie d’“insuffisance de la démocratie”. Mais on n'écarte pas totalement l'hypothèse de cette union contre-nature ...
Au Maroc, le plus ferme soutien de ce projet fou est le récent roi Mohamed VI, qui a fait une thèse à Nice sur la coopération Maroc-UE et un stage, parrainé par Jacques Delors, à la Commission de Bruxelles. Plus significatif : un récent numéro de la revue politique Panoramiques, qui dépend de l'hebdomadaire Marianne a sorti un dossier intitulé « Marier le Maghreb à l'Union européenne ? ». Des “signatures” y écrivent Mohamed VI, Michel Jobert, Jean Daniel, Sami Naïr, et une pléthore T d’“intellectuels” maghrébins immigrés, évidemment très intéressés par cette perspective. La revue précise : « associer 70 millions de Maghrébins à 350 millions d'Européens. Et si on faisait reverdir le Sahara ? ». On ne voit pas en quoi cela ferait “reverdir le Sahara”, ni avec quoi on financerait ce projet dément et inutile.
Une Union du Maghreb à l'UE aurait pour nous des conséquences bien plus graves encore que l'immigration actuelle. Ses partisans affirment qu'elle limiterait des flux migratoires en créant des millions d'emplois au Maghreb. Vue de l'esprit. Aucune entreprise européenne n'ira plus qu'aujourd'hui investir dans cette zone de faible niveau économique et à la main-d'oeuvre sans qualification. Un ancrage du Maghreb (Maroc, Algérie, Tunisie) dans l'Union ferait exploser cette dernière, du fait des problèmes d'instabilité politique et de mésentente chronique qu'il créerait. Les finances des pays européens seraient écrasées parle poids des aides à verser par solidarité à ces trois pays, sans compter à la Turquie. On dit “les ressources minières et touristiques du Maghreb sont immenses, nous pourrions les développer”. Celles de l'Europe de l'est et de la Russie sont encore plus considérables, tournons-nous plutôt vers elles. Et nous déve-loppons déjà, sans résultat mirifique, les ressources du Maroc et de la Tunisie ...
D'autre part, l'alignement des systèmes fiscaux et sociaux du Maghreb sur ceux de l’UE est impossible sans désastre économique, surtout depuis la création de l'Euro. Enfin, du fait du différentiel démographique et de la règle de la libre circulation des personnes, la colonisation des Maghrébins en Europe s'en verrait décuplée. Et cette fois-ci, sans voie de retour possible. Le Maghreb n'a rien à amener à l'Europe, aucun avantage économique ou géopolitique. Un tel mariage serait s'unir avec un ensemble parasitaire. J'ai conscience, en disant cela que je me démarque de mes positions d'il y a une dizaine d'année où je prônais l’“union euro-arabe”, comme évidemment de celles de l'actuelle Nouvelle droite qui en est restée à ce programme anachronique.
Mais cette idée parfaitement anti-européenne fait son chemin dans certains esprits. On va commencer par essayer de passer des “accords de coopération renforcée”, dits d’“association”. Et puis on essaiera d'aller plus loin. C'est du suicide. Ce serait la voie du paupérisme et de la colonisation irrémédiable. Ceux qui doivent se frotter les mains, ce sont les Américains : que le Maghreb s'ancre à l'Europe, comme islamiser cette dernière, comme la couper en deux entre “Slaves” et “Occidentaux”, quelle bonne aubaine pour marginaliser son principal rival. Les pseudo-élites européennes tissent la corde qui servira à les pendre et, selon le mot du poète indien Ibaagamantha (1456-1540) « laissent ouvertes leurs cassettes d'or et leur épouses sans protection ».

LE SORT DE LA FRANCE NE RÉVEILLE PAS LES AUTRES EUROPÉENS
L'Allemagne vit encore sous le régime du droit du sang, qui, conformément au droit germanique, accorde, par simple bon sens, la nationalité en fonction de celle des parents. Comme c'est le cas dans plus de la moitié des pays du monde. Fascinée et complexée par l'idéologie de la République française et de l'Amérique (la même), elle s'apprête à amoindrir puis à abandonner ce droit du sang, selon la logique suicidaire qui habite toutes les classes politiques européennes sur la question de l'immigration. Sur injonction des Verts, évidemment.
Pourtant, malgré le maintien de ce droit du sang et la difficulté qui s'ensuit de se faire naturaliser allemand, quelques gouvernants d'outre-Rhin ont tiré la sonnette d'alarme devant l'ampleur des flux migratoires. Avec un franc-parler que n'osent pas avoir leurs collègues français ou belges, ligotés par leurs clichés et leurs fantasmes antiracistes.
Le ministre socialiste de l'Intérieur (SPD), Otto Schily a repris en novembre 1998 la formule de son prédécesseur chrétien-démocrate (CDU), Manfred Kanther, à propos de l'immigration : « Le navire est plein à ras bord, un peu plus, il coulerait ». C'est peut-être le spectacle du voisin français qui, lui, est en train de couler, qui a inspiré cette remarque de bon sens. M. Shily déclarait au quotidien berlinois Tagesspiegel (14/11/1998) : « La limite du supportable pour l'Allemagne en matière d'immigration est atteinte ». Il ajoutait que cela ne changerait rien de voter une loi sur l'immigration, autorisant des quotas, car le quota d'accueil d'étrangers devrait être ramené « à zéro ». Jamais un socialiste français n'oserait proférer une vérité aussi incorrecte. Et pourtant la République fédérale souffre beaucoup moins que la France de l'immigration. Les populations qu'elle accueille, qui, en majorité, ne sont pas afro-maghrébines, sont à la fois plus intégrées et infiniment moins criminogènes que les Beurs-Blacks de France. Ce qui prouve bien que ce n'est pas le fait d'être étranger juridiquement qui rend l'immigré inassimilable, c'est son appartenance ethnique. Les Turcs d'Allemagne, qui sont étrangers, posent beaucoup moins de problèmes et coûtent beaucoup moins cher au peuple allemand que les Afro-maghrébins à la nation française, et pourtant ces derniers sont majoritairement de nationalité française !
Mais contre le déferlement, les barrières allemandes sont faibles, même si M. Shily essaie de résister avec son programme courageux d'immigration-zéro. Tout d'abord, le taux de natalité des étrangers extra-européens est plus du double de celui des Allemands de souche qui, comme les Italiens, connaissent les taux les plus bas de toute l'histoire européenne depuis le IIIe siècle. Ensuite, au sein du SPD, beaucoup font pression pour que la RFA adopte une politique de quotas en fonction des nationalités. Enfin les Verts militent pour l'ouverture totale des frontières et les médias leur sont acquis.
Quoi qu'il en soit, l'Allemagne, elle aussi, en est au début de sa colonisation de peuplement. Officiellement, les étrangers y étaient 7,4 millions en 1998 (8,95% de la population), sans compter les non-recensés et les clandestins. Comme en France et en Belgique, les allogènes sont plus jeunes et plus prolixes que les autochtones. Même sans flux d'entrées, leur population croît tandis que celle des Européens de souche, par vieillissement et dénatalité, décroît. D'autant que le nombre de demandeurs d'asile étrangers à l'administration fédérale est de 100 000 par an ...
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Les autorités espagnoles vivent elles aussi dans le plus parfait aveuglement. Pays d'émigration, jusqu'ici relativement épargné, l'Espagne connaît un afflux accéléré d'allogènes qui franchissent clandestinement ou non le détroit de Gibraltar en provenance d'Afrique. 165 000 Afro-maghrébins réguliers en Espagne en 1975 et déjà 700 000 aujourd'hui, selon les sources officielles, c'est-à-dire très sous-estimées. Sans compter 100 000 “sans-papiers” venus d'Amérique latine et 150 000 en provenance d'Afrique. L'Espagne commence à vivre le sort de la France avec 15 à 20 ans de retard. Mais en prend-elle conscience ?
Au lieu de réagir quand il en est encore temps contre cet afflux qui provoque un désastre en France, le gouvernement espagnol - pourtant de droite - succombe à l'humanitarisme et encourage le phénomène. Ramon Luis Acuna écrit, désabusé : « L'augmentation du nombre des immigrés commence à préoccuper la population mais le gouvernement n'a pas encore réagi par la contrainte. Au contraire, un projet de loi propose une politique d'immigration d'orientation très libérale. » (Le Figaro, 21/08/1999)
Le texte est d'un laxisme irresponsable : les étrangers résidant en Espagne pourront voter aux municipales, se syndiquer, accéder à la Sécurité sociale, bénéficier du droit de grève, des allocations de logement et ... du regroupement familial ! Les clandestins obtiendront un permis de résidence (donc aussi tous les droits précités) s'ils prouvent leur présence en Espagne depuis 2 ans. Et, immédiatement, s'ils dénoncent les “passeurs” à la police.
Toutes ces mesures suicidaires vont créer en Espagne un formidable appel d'air ; les clandestins seront de plus en plus certains de trouver sur place des communautés constituées et déjà installées qui les aideront à survivre. Et, avec l’“espace Shengen”, à circuler dans toute l'Europe.
Aucun parti politique espagnol, tous frappés de cécité, ne préconise la limitation de l'immigration. Celle-ci verra ses effets démultipliés du fait de l'effondrement de la natalité des Ibériques. Ce “peuple fier et libre” succombe comme ses voisins à l'humanitarisme dominant, au désarmement moral, à l'effondrement de la conscience ethnique (dont j'expliquerai plus loin les causes morales et idéologiques).
L'Espagne, comme l'Italie, suit le sombre chemin de la France sans tirer aucune leçon du sort de cette dernière. Et c'est, d'après Raymon Luis Acuna précité, l'apitoiement devant les noyades de clandestins qui franchissent Gibraltar (1000 en 5 ans) sur les pateras de fortune, ainsi que la pression des organisations antiracistes, qui ont conduit les gouvernants de droite à cette politique de démission et de fausse paix sociale.
Car, comme toujours, les élites politico-intellectuelles n'ont cure des intérêts de la population. Les instituts d'opinion dressent le tableau idyllique d'un pays où 95% de la population serait anti-raciste et favorable à l'accueil des étrangers. Pourtant, les incidents graves se multiplient, comme à Tarasa, près de Barcelone, où, en juillet 1999, on assista à une semaine d'affrontements entre Marocains et Catalans. La presse a crié au scandale après l'incendie d'une mosquée. SOS Racisme a relevé une poussée de la xénophobie populaire depuis 1998, dans le silence de la presse. Dans la population un mot d'ordre commence à circuler : « Pas de Maures chez nous ».
Qu'en retenir ? Comme en France, comme en Italie, aux Pays-Bas, en Belgique, le gouvernement et les médias sont plus préoccupés de lutter contre ce qu'ils appellent le “racisme”, mais qui n'est que de l'auto-défense, que de protéger leur propre peuple contre la colonisation ethnique. L'humanitarisme aveugle a détruit, comme un virus, tous les réflexes de défense.
Les politiciens espagnols, comme leurs homologues européens, porteront une lourde responsabilité devant les générations futures. Ils aident objectivement leurs envahisseurs, n'ayant retenu aucune leçon de leur propre histoire. Ils sont, surtout à droite, soutenus par des médias aussi ignorants, aussi irresponsables qu'eux, dont le mot d'ordre rassurant « ne dramatisons pas » débouchera pourtant sur un drame dont ils ne mesurent pas l'ampleur. La “kosovarisation” de l'Europe est commencée.

CONTRE LES NATIONALISMES EUROPÉENS, POUR LE NATIONALISME EUROPÉEN
Les idéologies nationalistes-xénophobes, apparues au XIXe siècle, portent une responsabilité écrasante dans les deux guerres mondiales et l'abaissement historique de l'Europe. Partout, de la France à la Pologne, de l'Allemagne à la Grande-Bretagne, de la Russie aux Balkans, elles ont été et sont toujours le moteur de l'affrontement des Européens entre eux, et donc de leur affaiblissement global face au reste du monde.
Un des premiers à avoir distillé ce funeste nationalisme intra-européen fut le linguiste prussien Johann Gottfried Herder, à la fin du XVIIIe siècle, qui s'insurgeait contre le français pratiqué par les élites européennes et qui inventa le concept douteux du Sprache und Boden (“langue et sol”), selon lequel chaque “peuple” ne devait parler que “sa” langue. Ce nationalisme linguistique allemand fut le virus qui empoisonna toute l'Europe, associé bien entendu au cosmopolitisme jacobin français et à l'impérialisme ultramarin britannique.
Au XIXe siècle, où les États-Nations européens se formèrent sur le modèle de la France révolutionnaire, l'idée s'installa que chaque État-Nation devait avoir sa langue exclusive. Ce qui incita la République française à interdire, dans ses colonies comme dans ses provinces intérieures, l'usage des langues populaires au profit du seul français.
A l'inverse même de l'idée d'Empire, dans laquelle les identités s'imbriquent de manière inégale, on se mit à envisager l'Europe comme une juxtaposition de nations mécaniquement cloisonnées ou la langue et à la culture d'un peuple, homogènes, s'arrêtaient net à la frontière douanière.
Chaque État-Nation se mit à reconstruire son passé et son histoire de manière mythologique. L'écrivain Bernard Comment expliquait dans Libération (12/05/1999) : « On déterre alors de vieilles légendes, on bricole une culture médiévale (le néogothique allemand, etc.), on réveille ou tout simplement invente tout un folklore national, pour mieux s'arc-bouter sur des mythes originaires. Allègrement, on passe ainsi d'une conscience historique à une appartenance mythique. [...] En 1989, les commémorations allaient bon train. La France célébrait en grande pompe le bicentenaire de sa Révolution, sans vouloir toujours y intégrer ce qui a pourtant constitué cette dernière en modèle paradigmatique, à savoir la Terreur. Les États-Nations opèrent toujours un tri dans l'histoire ».
La France, pourtant universaliste et cosmopolite, s'inventa un passé celtique, gaulois, anti-germanique, en opposant ses Lumières et sa finesse d'esprit à la prétendu barbarie tribale des peuples d'outre-Rhin. L'État allemand, sous ses régimes successifs, entendit se “déromaniser” et construisit de toutes pièces une mythologie allemande faite d'un invraisemblable bric-à-brac de Saint-Empire germanique médiéval et de légendes nordiques. L'État italien se découvrit d'un coup l'héritier des Césars. L'État belge s'inventa toutes sortes de légitimités ridicules. Etc. Ce qui est frappant, c'est que tous ces micro-nationalismes sont tous anti-européens. Ils sont dirigés contre les peuples-frères voisins. Les pires ennemis des nationalistes flamands, ce sont les Wallons, qui, d'un point de vue biologique et culturel, sont extrêmement proches d'eux. L'idéologie qui anime le mouvement de la Padanie, en Italie du Nord, est essentiellement dirigée contre les Romains et les Italiens du sud. En Irlande du Nord, en Catalogne, au Pays basque, en Europe centrale et dans les Balkans, ce sont les mêmes animosités qui opposent des Européens entre eux.
L'enracinement dans une identité régionale doit être un renforcement du sentiment d'appartenance européenne et non pas le recouvrement d'un micro-nationalisme.
Il est encourageant que plusieurs indépendantistes corses, bretons, lombards et flamands l'aient compris, en concevant leur future indépendance, leur future liberté dans le cadre fédéral et impérial.
C'est le nationalisme français qui, de 1914 à 1918, a provoqué l'ultime désastre : des troupes coloniales, venues d'Afrique et d'Asie - bientôt appuyée par l'armée américaine - sont venues combattre d'autres Européens, contre lesquels la France était engagée. Au yeux du monde, 1a solidarité ethnique de l'Europe n'existait plus. François Ier avait déjà commis la même bévue, en s'alliant avec les Ottomans contre l'Autriche.
Le rêve colonial français formulé dans les années trente, d'une France de 100 millions d'habitants - et abandonnant nécessairement sa composition anthropologique européenne -, afin de faire pièce à l'Allemagne, constitue une autre cause de fragilisation de l'identité européenne face au reste du monde.
La colonisation actuelle de l'Europe par le Tiers monde n'est que la conséquence, historiquement logique, du colonialisme européen du siècle dernier. La doctrine colonialiste et “civilisatrice” française du XIXe siècle, qui visait stupidement à renforcer le nationalisme français face à ses voisins européens, en leur préférant des peuples d'outre-mer, nous en payons aujourd'hui les conséquences.

CHAPITRE III
L'UTOPIE COMMUNAUTARISTE ET MULTIETHNIQUE
Pour résoudre les insurmontables problèmes de l'immigration, deux utopies s'affrontent sur les décombres de l'idéologie républicaniste égalitaire : celle du communautarisme et celle de l'intégration-assimilation, qui déchirent totalement, selon de nouveaux clivages, la gauche et la droite et la classe politico-intello-médiatique.
Quand l'idéologie égalitaire constate que ses principes ne fonctionnent pas, elle biaise et tente d'en changer, même si les nouveaux principes adoptés contredisent totalement l'égalitarisme lui-même. Voyant l'échec de l'intégration-assimilation, on est passé au “communautarisme” qui peut se définir comme une intégration sans assimilation, selon la logique bâtarde d'un apartheid qui n'ose pas dire son nom. Il s'agit de la croyance en la cohabitation possible de groupes ethniques et culturels identitaires différents - quel que soit leur éloignement biologique, religieux, historique etc.- au sein d'un même État, d'une même unité politique. Par une sorte de grand écart périlleux, les immigrés et leurs descendants resteraient à la fois intégrés dans leurs traditions, leurs cultures, mais seraient tout de même aussi “Français”, attachés au pacte social républicain.
Cette doctrine qu'on nous présente comme nouvelle, comme une solution miracle est en réalité une vieille lune : dans les années soixante aux États-Unis, après l'échec patent du melting pot, les intellectuels de la côte est ont inventé ce néologisme à gaz pauvre de “communautarisme”, repris aujourd'hui par les intellectuels français affolés par l'immigration de masse.
Aux États-Unis, qui est une société plus qu'une nation, ça marche à peu près du fait de l'immensité territoriale. Les frictions ethniques sont gérables. Et surtout, il n'y a pas là bas de présence conquérante de l'islam. Il en va tout autrement en Europe.
Le communautarisme ne peut pas fonctionner, pas plus que l'intégration-assimilation. La position que je défends est la suivante : la cohabitation sur le territoire de la même unité politique de populations ethniquement et culturellement éloignées n'aboutit, à long terme à aucune civilisation féconde, ne débouche que sur des conflits endémiques et paralysants et détruit la notion même de peuple. Le communautarisme est la ruse de l'universalisme pour détruire le peuple européen.
Du côté du communautarisme : mots d'ordre de multiethnicité, de “double appartenance”, d'ethnopluralisme, de “société multiculturelle”. ,Du côté de l'intégrationnisme : mots d'ordre contre le foulard islamique, de valeurs républicaines sous perfusion.
Les deux tendances se trompent lourdement. La solution est une troisième voie : la société monoethnique, dans laquelle l'intégration va de soi puisqu'elle se fonde sur un héritage ethno-culturel commun : l'appartenance à la famille européenne.
COMMUNAUTARISME OU ASSIMILATION ? LES CAFOUILLAGES DE L'IDÉOLOGIE DOMINANTE
Ivan Rioufol, dans Le Figaro (01/04/1999) écrivait : « Pour justifier la guerre contre la Serbie, Alain Richard, ministre de la Défense, a dit “Nous avons vocation, partout en Europe à avoir des États multiethniques qui tolèrent les minorités” ». Remarquant que le gouvernement de gauche ne veut pas maîtriser l'immigration, il le 46
soupçonne de « préparer l'opinion au fait que la France va devenir un de ces États multiethniques », annoncé comme une évidence par Alain Richard. Il ajoute : « la politique d'intégration, cet étendard républicain, risque dans ce dernier cas d'appa-raître bien théorique. Jusqu'à présent, les discours officiels ont toujours affiché une extrême réticence face au communautarisme. Jacques Chirac a régulièrement affirmé que “notre pays ne sera jamais l'addition de communautés juxtaposées”. On pensait dès lors avoir compris que la multiethnicité, c'est-à-dire la reconnaissance pleine et entière des minorités, n'était pas souhaitable pour l'unité de la République. Ce qui paraissait une évidence devient moins lisible ».
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Personne n'a retenu la leçon de l'ex-Yougoslavie et surtout du Kosovo, où nous vivons en direct l'échec total du communautarisme et du multiculturalisme. Et ce, alors que la proximité entre Serbes, Croates et Albanais était plus importante que celle qui sépare les Européens de l'ouest des Africains et Maghrébins qui s’installent ... Le paradoxe total de la politique menée par l'Occident au Kosovo est le suivant : la société multiethnique, c'est bon pour nous, même si ça ne marche pas chez eux.
Le piège est total. Jamais aucune contradiction idéologique n'aura été si forte. La confusion est complète entre des concepts flous qui s'agitent, comme des homards moribonds dans un vivier de poissonnier : assimilation, intégration, identité, communautarisme, etc. Gauche et droite communient dans un délire commun : les immigrés doivent être assimilés et intégrés, mais en même temps conserver leur identité et leur droit à la différence. Pas de ghetto, pas d'exclusion, pas de ségrégation ! Mais pas non plus d'assimilation déculturante. Qu'ils gardent leur culture mais deviennent “Français”. L'idéologie dominante, devenue schizophrène, pratique l'alliance de la carpe et du lapin.
L'immigré doit à la fois conserver ses racines et devenir Français. C'est parfaitement conforme avec l'idéologie égalitaire et utopique de la république, mais parfaitement inapplicable. dans les faits. Un homme ne peut pas avoir une double identité. On en fait un métis schizophrène. Car tout le monde a négligé les faits ethniques, raciaux, religieux et culturels qui forment le fonds de la vie des peuples. Le concept de “Français”, purement juridique et politique, s'avère le fruit d'un quiproquo historique.
Les immigrés parfaitement intégrés et assimilés ? Évidemment, ils existent. Sur les marges. Ce n'est qu'une minorité, chez les femmes surtout. Et leur intégration se fait majoritairement au bas de l'échelle. En dépit de tous les efforts et de tous les trucages, les membres des professions à forte valeur ajoutée issus de l'immigration afro-maghrégine, même au bout de la troisième génération, ce qui n'est pas le cas des migrants asiatiques ou est-européens. La faute au racisme ? La cause doit être bien différente et relever d'une vérité politiquement incorrecte. Elle est la même aux États-Unis ou au Brésil.

CRITIQUE DES POSITIONS DE L'ACTUELLE NOUVELLE DROITE
La question ethnique en Europe, celle de l'immigration de masse et de la société multiraciale et multiculturelle, celle de l'expansion de l'islam sur notre sol sont devenus le problème central, beaucoup plus pressant que l'américanisation des moeurs,
que notre défaillance stratégique et géopolitique, et même que notre système économique aberrant - à la fois ultralibre-échangiste et socialo-corporatiste -, ou que le chômage ou encore que les dégradations de l'écosystème. Pourquoi ? Parce que les dommages culturels, économiques, écologiques sont réparables ; parce qu'on peut redresser une mauvaise situation géostratégique ; parce qu'on peut se libérer de la tutelle globale de l'Oncle Sam ; mais que l'atteinte à l'identité biologique et à l'unité ethnique touchent à l'essentiel et sont plus difficilement réparables.
Pour faire bref, nous dirons que la question ethnique et celle du déclin démographique européen sont les plus urgentes et les plus importantes. C'est pourquoi je déplore avec stupéfaction que, dans sa ligne idéologique officielle et ses médias, la Nouvelle droite, qui devrait être le courant de pensée moteur dans la défense et l'affirmation de l'identité et de la puissance européenne, ne prenne pas des positions clairement natalistes et surtout, sur la question ethnique, défende par “réalisme” des thèses communautaristes, celles de l'acceptation fataliste des masses allogènes, par-faitement contraires à l'objectif visé, c'est-à-dire la continuation dans l'Histoire du Peuple européen.
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La revue Éléments, dans son n°91 de mars 1998, présente un dossier central intitulé « le défi multiculturel », sur la couverture duquel on voit une femme maghrébine voilée, suivie d'une foule de manifestants arabes, hurler avec un mégaphone des slogans, face à un CRS qui essaie de contenir la manifestation.
Le slogan est fort, l'image est forte aussi. Pourtant les deux suggèrent des idées difficiles à admettre, biaisées pour ainsi dire.
Tout d'abord, le mot “défi” suggère que l'immigration de masse, la colonisation de peuplement que nous subissons est pour nous un défi à relever, donc un effort à faire pour nous adapter à un colonisateur objectif. C'est du fatalisme et de l'ethnomasochisme. Ensuite, pourquoi dire “multiculturel” alors que le problème est multiracial et multiethnique ? Pourquoi gommer cette dimension anthropo-biologique et religieuse de l'immigration, alors que nous avons à faire à l'arrivée massive de popula-tions radicalement allogènes et d'un monothéisme théocratique, l'islam, et non pas à l'apport “enrichissant” d'une “nouvelle culture” comme le suggère malheureusement Éléments ? Cette attitude concourt objectivement à travestir la réalité en la rendant neutre, sympa, acceptable, à faire passer une colonisation agressive en une présence fraternelle et pacifique “d'autres cultures”. On concourt ainsi à raffermir le discours de la gauche comme de l'épiscopat : l'immigration serait une richesse (culturelle, etc.) pour la France et Europe. Je trouve dommage qu'au nom d'un anti-jacobinisme parfaitement légitime, les intellectuels de la Nouvelle Droite soient tombés dans un tel piège. Comme si le multiculturalisme ne pouvait pas se réaliser entre Européens, comme si nous avions besoin des Afro-maghrébins et des musulmans ... pour enrichir notre multiculturalisme naturel d'Européens.
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Dans le numéro d'Éléments, précité, l'éditorialiste Robert de Herte écrit : « Comme tout phénomène post-moderne, le multiculturalisme [...] cherche donc à concilier la mémoire et le projet, la tradition et la nouveauté, le local et le global. Il
représente une tentative de se soustraire à l'homogénéisation institutionnelle et humaine que réalise l'État thérapeutique, etc. ». Le communautarisme serait porteur d'un « pluralisme des identités », de ce fameux droit à la différence et d'une forme renouvelée du « droit des peuples ». D'après le même éditorial, le communautarisme viserait à « faciliter une communication dialogique et donc féconde entre des groupes clairement situés les uns par rapport aux autres ».
Le multiculturalisme offrirait aussi « la possibilité à ceux qui le souhaitent de ne pas devoir payer leur intégration sociale de l'oubli de leurs racines ». Mais leurs “racines”, pourquoi ne les cultivent-ils pas chez eux ? Pourquoi les vivre chez nous ?
Le multiculturalisme est donc “post-moderne” et “dialogique” : l'argument est plus jargonnant que convainquant. Le “droit des peuples” allogènes installés sur le territoire européen semble à l'auteur aussi important que celui des peuples européens à rester entre eux. Ce n'est pas vraiment ma position, et je dénie tout droit à 1’“Autre” - cette nouvelle idole “postmoderne” - de demeurer chez moi, sur mon territoire. Le “droit des peuples” n'est valable que si chacun reste chez soi. Les Afro-maghrébins ou les Asiatiques, en tant que peuples, n'ont rigoureusement aucun droit en Europe, comme nous n'en avons aucun chez eux. A la limite, je préfère la logique nationalitaire du droit international public, pratiqué par tous les pays du Tiers monde, où un hôte allogène - étranger -, en visite pendant un temps limité, conserverait chez nous des droits provisoires de protection de sa personne, mais pas plus. Reconnaître, sur son sol, sur sa terre, des “droits” à d'autres peuples constitués, non-européens et revendiqués comme tels (puisque R. de Herte est partisan du maintien de l'identité des communautés immigrées contre l'assimilation) est pour moi une position intenable, suicidaire à long terme et qui s'apparente à cet ethnomasochisme que je ne cesse de dénoncer. Et puis, où est la réciprocité ? Dans les pays arabo-musulmans, les Européens, chrétiens ou juifs, ont-ils le droit de pratiquer ouvertement leur religion ? Bien sûr que non. Quant aux païens, que mes amis d'Éléments prédilection rient, ils n'ont même pas le droit de poser un pied sur le sol de bien des pays musulmans.
Nous n'avons nul besoin d'autre part des immigrés pour vivre un “pluralisme des identités” que nous possédons déjà entre Européens. Comme si les immigrés étaient un enrichissement culturel indispensable depuis longtemps attendu ; on croirait lire les thèses du magazine Nova ou des Inrockuptibles. Passons.
D'autre part, soutenir que l'État actuel “thérapeutique” opère une “homogénéisation” de la société civile est une contre-vérité totale. Il est au contraire d'un laxisme absolu et laisse de développer en tous lieux communautés ethniques, zones de non-droit, écoles confessionnelles, contre-cultures, cultures alternatives, et va jusqu'à légiférer etc. Il faut un peu sortir avant de théoriser.
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Puis, dans un long article très documenté, qui se propose implicitement comme la doctrine de la Nouvelle droite en la matière, Charles Champetier, à l'instar de Robert de Herte, expose des conceptions très contradictoires avec les autres postulats ethniques et culturels de ce courant de pensée. Il se pose notamment en rupture et en désaccord absolu avec les positions du GRECE (“Groupement de recherche et d'étude pour la culture européenne”, la composante centrale de la Nouvelle droite), telles que les professent ses fondateurs.
« Dans une société pluri-ethnique, écrit-il, les cultures ne doivent pas seulement être tolérées dans la sphère privée, mais reconnues dans la sphère publique, notamment sous la forme de “droits collectifs” spécifiques aux minorités ». C'est la théorie du patchwork social et ethnique, difficilement viable dans les faits. Cette vue de l'esprit aboutirait donc par exemple à autoriser l'application du droit coranique pour les musulmans, ainsi dispensés du Code civil. Les désordres qui suivraient la construction d'une telle “société éclatée” sont facilement imaginables. D'autre part, de quels “droits collectifs” spécifiques pourraient bénéficier les Asiatiques, les Moluquois, les Noirs africains ? Pour ces derniers, faudrait-il autoriser les juges communautaires ? Et quid de la polygamie ? D'autre part, parler de “minorités” est imprudent, car, dans de multiples points du territoire, ces minorités deviennent des majorités. L'auteur défend l'« institutionnalisation des différences culturelles » et s'élève contre le refus de la « double allégeance ». Voilà qui aboutit tout droit dans des villes et des régions entières à une “kosovarisation” du territoire français. La position de Champetier est exactement la même que celle du Collectif Égalités dont je parle par ailleurs, ainsi que de bien d'autres associations immigrophiles et qui entendent imposer des quotas de Noirs et de Maghrébins à la télévision et dans d'autres emplois.
En réalité, il s'agit là d'un sophisme : qu'on institutionnalise les différences culturelles intra-européennes (ce qui se ferait d'ailleurs si on reconnaissait officiellement les langues régionales), fort bien ; mais nommer “différence culturelle” le fossé qui sépare un Noir musulman du Mali d'un Alsacien, et faire croire que cette “différence culturelle” est de même nature que celle qui sépare par exemple cet Alsacien d'un Provençal ou d'un Flamand, relève du solécisme intellectuel.
Ce faisant, la Nouvelle droite s'aligne totalement sur les positions du lobby cosmopolite prétendu antiraciste et renforce le discours du système, dont le communautarisme est devenu l'idéologie-de-secours.
L'idée (angélique) sous-jacente est que les Européens de souche pourront, “eux aussi” retrouver leurs racines. Selon ce point de vue, les Européens de souche seraient donc une culture parmi d'autres sur leur propre territoire historique ! Ce n'est pas en institutionnalisant les différences culturelles des immigrés qu'on renforcera l'identité des Européens, bien au contraire.
L'auteur commet une autre erreur grave : il impute l'échec du “creuset français”, et de l'assimilation-intégration des immigrés à l'érosion du modèle jacobin, à la crise de l'État-nation républicain fédérateur, à D'épuisement de l'idéologie égalitaire à la française, à la construction européenne et au déclin de l'identité nationale française. En réalité, c'est substituer des fausses causes politiques aux vraies causes ethniques.
La mauvaise assimilation des immigrés n'a pas pour cause une crise sociale, idéologique, économique, etc. mais le fait qu'ils ne sont pas ethniquement européens. Un peu de bon sens. D'ailleurs, en Grande-Bretagne et dans tous les autres pays européens touchés par l'immigration, cette mauvaise assimilation se remarque aussi. En revanche, comment se fait-il que les Hollandais installés en Périgord, les Siciliens installés en Lorraine ou les Portugais à Paris soient parfaitement assimilés, dix fois mieux que les Afro-maghrébins ... pourtant francophones ? La cause est exclusivement ethnique et bio-culturelle. N'allons pas chercher de vaporeuses raisons idéologiques.
De manière là encore tout à fait sophistique, l'auteur compare le multi-culturalisme dont devraient bénéficier les immigrés avec ... « le processus de régionalisation en profondeur » qui commence à marquer toute l'Europe et qui voit progressivement l'échelon régional se substituer au déclin des États-nations centraux, processus que j'approuve tout à fait d'ailleurs. Comment peut-on oser comparer la renaissance de nos identités ethno-régionales européennes avec l'installation sur notre sol de communautés historiquement allogènes en provenance du Tiers monde ? Va-t-on mettre sur le même plan la communauté flamande ou la communauté provençale ou corse, provinces et peuples de l'Europe, avec la communauté islamo-maghrébine installée sur notre sol tout en gardant ses liens avec sa terre d'origine ? Le faire, c'est perdre la raison ; mais un tel confusionnisme risque de faire croire aussi que la Nouvelle droite approuve et entérine implicitement la colonisation de peuplement dont l'Europe est victime. Ce qui ne correspond nullement au fond de la pensée d'autres auteurs de la Nouvelle droite que j'ai pu lire et ce qui est contradictoire avec toute sa ligne idéologique en faveur d'une renaissance européenne.
D'ailleurs l'auteur suppose partout que ces communautés allogènes sont un enrichissement pour les Européens. Cela ne correspond nullement à la réalité vécue. C'est une vue de l'esprit, la même que celle que défend Mgr Lustiger ou Bernard Stasi, auteur de L'immigration, une chance pour la France. Une telle convergence de vues avec le système est tout à fait dommageable, et décrédibilise - sur ce chapitre - les analyses et positions de la Nouvelle droite d'aujourd'hui.
On notera aussi le fatalisme des positions de l'auteur qui note « le caractère définitif de l'immigration de peuplement » et exclut toute reconquista. Je m'expliquerai plus loin, dans le dernier chapitre, sur l'erreur fondamentale de ce fatalisme, sur son caractère démobilisateur et profondément anti-politique. Dire que les Européens doivent définitivement vivre avec des communautés immigrées de plus en plus nombreuses, c'est non seulement reprendre mot pour mot le discours du système, mais c'est un suicide métapolitique pour qui entend oeuvrer à la renaissance européenne.
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L'auteur remarque ensuite que « en trente ans, le monde est entré dans une nouvelle ère marquée par la dissémination et la réticulation ; les pyramides cèdent la place aux labyrinthes, les structures aux réseaux, le vertical à l'horizontal, les territoires aux flux ». C'est la « globalisation », qui remettrait en cause la « centralité » du monde moderne. Plus simplement dit, le monde actuel serait caractérisé par les migrations de populations et de capitaux, par l'internationalisation des échanges et des pouvoirs économiques et par le déclin des pouvoirs centraux, des États-nations, des nationalismes comme des territoires aux frontières fermement établies.
Charles Champetier déduit de ce constat que l'installation en Europe de communautés immigrées est naturel, acceptable et inéluctable, qu'elle participe de ce grand mouvement mondial, et qu'il serait passéiste et illusoire de s'y opposer.
Trois erreurs majeures entachent ce raisonnement : tout d'abord un net fatalisme progressiste, étonnant et contradictoire de la part d'un adversaire de l'idéologie du Progrès. Cette globalisation, ce déclin supposé des blocs face aux “flux” seraient des phénomènes irrépressibles portés par le Sens de l'Histoire. Comme si l'Histoire ne zigzaguait pas et ne réservait pas sans cesse de brutales surprises. Comme si la globalisation était un mouvement indomptable. Comme s'il était vain de s'opposer à un état du monde constaté.
L'auteur sombre ici dans un travers “moderne” qu'il combat par ailleurs dans d'autres domaines : “c'est actuel, donc on ne peut rien contre”. Je m'étonne aussi que l'auteur n'aie pas vu que sa position sur la globalisation s'apparente à un libre-échangisme que la Nouvelle droite pourfend par ailleurs avec raison.
Deuxième erreur : les intellectuels occidentaux exagèrent (faute de connaissances historiques, économiques et géopolitiques) la portée de cette “globalisation” qui ne remet nullement en cause, à l'échelle du monde, les notions de territoires, de peuples, de blocs ethniques et de frontières.
Sans vouloir argumenter trop longtemps, il faut remarquer :
1) que l'internationalisation des échanges et des migrations est très ancienne et qu'elle n'a jamais spontanément donné lieu, avant les années soixante, à l'installation massive en Europe de communautés de peuplement allogènes.
2) qu'en Afrique, au Maghreb, au Moyen-Orient, en Inde, en Chine, etc., c'est-à-dire pour la majeure partie de l'humanité, la réalité est toujours l'homogénéité ethnique et la protection des territoires-blocs et que même ces dernières se renforcent. Le multiculturalisme, la multiracialité et l'utopie communautariste sont des maladies de l'Occident mais nullement la loi actuelle des autres peuples du monde
3) qu'une idéologie qui vise à défendre l'identité européenne devrait au contraire, suivant les thèses de Maurice Allais, Prix Nobel d'économie, prôner un espace européen autocentré pratiquant la préférence communautaire, en matière d'import-export comme de migrations.
Troisième erreur : lier, comme de cause à effet - et pire avec un lien d'obligation morale - cette supposée globalisation, ce supposé caractère kaléidoscopique, “en réseau” du monde actuel, avec l'acceptation de communautés ethniques allogènes ayant, en Europe, leur propre statut, et pourquoi, pas leurs propres espaces. Les thèses de la revue Éléments entérinent une sorte de droit à la partition et à la colonisation des immigrés et de leurs descendants en Europe. Ces derniers, d'ailleurs, doivent s'en frotter les mains.
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Le texte doctrinal (et intellectualiste) de Champetier s'élève aussi contre de supposés “fantasmes” : « la menace de l’“invasion” organisée par l’“anti-France”, de l’“islamisation” fomentée par les “intégristes” et de la “guerre ethnique” dans les banlieues ». Plus loin, reprenant très exactement les thèses de la gauche immigrationniste, l'auteur doute de l'efficacité de « l'inversion des flux migratoires » et ajoute : « On ne sait au juste ce que le Front national entend faire des immigrés qui ont acquis la nationalité française depuis deux, voire trois générations ».
Tout d'abord, nier, par moquerie intellectuelle, une tentative d'islamisation de la France effectivement fomentée par les intégristes, nier la réalité de l'amorce d'une guerre civile ethnique (et pas seulement dans les banlieues) est une position facile, habituelle chez les grands médias, conforme à la “pensée unique”, mais malheureusement démentie par les faits. D'autre part, il ne s'agit pas ici de 1’“anti-France” (il est toujours facile de ridiculiser le “franchouillard”, n'est-ce pas ?) mais bel et bien de l'anti-Europe. Enfin, j'aurais attendu de la Nouvelle droite qu'elle propose des solutions, précisément pour inverser les flux migratoires et pour résoudre le problème que nous posent les immigrés de la troisième génération plutôt que suivre le fatalisme des élites actuelles qui envisagent la société multiraciale (de plus en plus multiraciale) comme un acquis définitif. Puisque la Nouvelle droite n'a pas de solution, j'en ai, dû ma réputation en souffrir, et vous pourrez les lire dans le dernier chapitre de cet ouvrage.
Un sous-entendu constant des auteurs précités de la Nouvelle droite - et qui rejoint les thèses de maints lobbies immigrationnistes - pose que les immigrés seraient victimes de l'assimilationnisme quasi raciste de l'État français et que l'opinion communautariste serait dominée et opprimée par la doctrine officielle de l'intégration forcée et de la négation des fameuses “différences” : expulsion des collèges des jeunes filles voilées, blocage des constructions de mosquée, manque de reconnaissance des “cultures” immigrées, etc. Robert de Herte ne craint pas d'écrire : « En raison de son histoire spécifique, la France a toujours eu du mal à admettre la différence, que ce, soit celle des idées, des langues, des hommes, des femmes ou des immigrés ». Tout se passe comme si, pour défendre et “faire passer” une thèse que je partage du reste totalement (l'homogénéisation idéologique de la “pensée unique” et l'échec de la modernité à épanouir les humains et les peuples), l'auteur se fût cru obligé de se présenter comme le défenseur des immigrés, dont les Différences seraient opprimées par l'État français.
Or, c'est une lourde erreur, un préjugé idéologique. L'État français, loin de ne pas admettre la différence des immigrés, l'entretient, la finance et l'organise. Le communautarisme est la politique des pouvoirs publics. On va même bientôt prévoir des quotas d'Africains à la télévision et imposer la parité numérique des sexes dans les partis, ceci venant après le PACS. La vision de l'État français qu'a Robert de Herte est celle des livres d'histoire du début du XIXe siècle, mais pas de la France d'aujourd'hui. Que les auteurs précités se rassurent : leurs idées sont appliquées par l'État, et leurs amis immigrés sont sûrs que le contribuable alsacien, breton, lillois ou lyonnais continuera de payer l'établissement et le développement de communautés ethniques allogènes où ils se sentiront inexpugnablement chez eux. Dans d'autres chapitres de cet ouvrage, de nombreux faits sont cités qui prouvent que l'État pratique le favoritisme et le communautarisme envers les immigrés et que les pouvoirs publics ferment les yeux devant l'installation de quasi-zones de droit musulman. Bref, ce que l'État français ne fait pas pour le développement de nos cultures et de nos identités régionales autochtones d'Européens, il le fait pour les immigrés et surtout - surtout, pour les Arabo-musulmans.
Charles Champetier affirme ailleurs que c'est la déculturation, c'est-à-dire le fait de n'être ni assimilé dans la culture française, ni intégré dans une communauté et une coutume “structurante” islamo-maghrébine ou africaine, qui provoque la surcriminalité des jeunes Afro-maghrébins, par déracinement radical et perte d'identité. Il remarque que les Asiatiques, qui pratiquent spontanément le communautarisme, sont des populations calmes. Et, il prône, comme en Angleterre avec les musulmans asiatiques, une politique volontariste de coopération de l'État avec des communautés islamiques et immigrées organisées, ce qui, selon lui, réduirait ce qu'il appelle pudiquement les “incivilités” des jeunes Afro-maghrébins. Tout ceci s'apparenterait à un nouveau pacte républicain “post-moderne”.
Pourtant, cette thèse est erronée et ne correspond pas à la réalité. Les jeunes Asiatiques, en Angleterre comme en France, ne sont pas moins délinquants que les Afro-maghrébins parce que leurs communautés sont bien organisées, mais pour des raisons ethniques endogènes. La surcriminalité des Afro-maghrébins touche aussi bien ceux qui sont islamisés que les autres et ne relève en rien d'une “déculturation” ou du supposé traumatisme résultant d'une perte d'identité. D'ailleurs, ils ne connaissent aucune perte d'identité et se sentent très enracinés dans leur contre-culture ! Ils sont beaucoup moins déracinés que les jeunes Français de souche.
Le problème, c'est que nos deux chers intellectuels de la Nouvelle Droite n'ont probablement jamais de leur vie rencontré un jeune issu de l'immigration, jamais mis les pieds dans une cité, jamais discuté avec un imam. Ils dissertent de ce qu'ils ne connaissent absolument pas, restant dans la pure spéculation abstraite et idéologique, ce qui est une tournure d'esprit bien française.
L'auteur cherche par ailleurs toutes les excuses aux bandes ethniques. D'autre part, on déplore l'absence d'un interventionnisme volontariste de l'État pour organiser des communautés immigrées, les aider, dialoguer avec elles. On succombe là au mécanicisme de l'État-Providence, bien éloigné du spontanéisme organique et naturaliste affiché par ailleurs. Croire que le communautarisme organisé limitera la criminalité des bandes ethniques est une erreur. Le communautarisme accentuera la criminalité afro-maghrébine en confortant les intéressés dans l'idée qu'ils forment un “État dans l'État”, bénéficiant d'une sorte de droit de l'occupant.
Les défenseurs du communautarisme ne raisonnent pas de manière ethno-psychologique, mais abstraite, comme si les mêmes recettes valaient pour tous les groupes humains. Un Maghrébin musulman qui, en Europe, bénéficierait de “droits communautaires” verrait cette concession comme une faiblesse. Et un encouragement à accentuer le processus de colonisation.
Quelle mansuétude pour les Européens ... Nous aussi, nous avons le droit de vivre “en communauté” en somme. Nous sommes colonisés, mais on ne nous expulsera pas. Pas encore.
Ce communautarisme part aussi de l'espoir désespéré qu'un enracinement des communautés immigrées éviterait le métissage. C'est un peu la même utopie dont je parlais plus haut qui consiste à croire que l'enracinement des immigrés dans leurs cultures favoriserait un réenracinement des Européens dans la leur. En réalité une minorité notable de migrants s'intègre économiquement, même à petit niveau, et se métisse. Le communautarisme ne serait pas un frein au métissage. Pire : le communautarisme favoriserait la puissance démographique des Afro-maghrébins.
Si l'on appliquait les thèses du communautarisme telle que les exposent les auteurs précités, on serait bien obligé d'adopter, par exemple, les principes natalistes de la loi coranique ou de la famille africaine pluri-parentale (polygamie autorisée, notamment) Le résultat serait le maintien d'une forte natalité chez les Musulmans et les Africains. Je ne pense pas que ce soit là le voeu des intellectuels de la Nouvelle droite ; mais, comme beaucoup d'intellectuels, n'ont-ils pas oublié que toute théorie, aussi brillante soit-elle dans ses mots, doit toujours s'envisager dans les faits, et que, comme disait La Fontaine, « en toutes choses il faut considérer la fin » ?
A aucun moment la question de l'identité ethnique de l'Europe n'est abordée dans les thèses de mes amis de la Nouvelle droite ! Comme si les Européens ne devaient former, plus tard, en Europe, qu'une communauté parmi d'autres. Je ne pense pas qu'il s'agisse de la part de mes amis, de trahison calculée ni de mauvaise foi, mais d'aveuglement et de déficit de bon sens par trop-plein intellectuel, par abus de références livresques, par méconnaissance de la situation sociale. Sacha Guitry : « On en apprend autant, voire plus en traînant sur les boulevards qu'en lisant Plutarque ».
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Les positions communautaristes sont encore plus immigrationnistes que la défense de l’“intégration-assimilation”. Elles sont un formidable appel d'air pour l'arrivée de nouveaux migrants.
En effet, une communauté immigrée structurée en Europe devient une “petite Algérie”, un “petit Sri-Lanka”, une “petite Chine”, etc. Ce qui incite fortement l'arrivée de nouveaux migrants et ce qui facilite la venue des clandestins, bien plus que dans l'hypothèse où serait pratiquée l'assimilation forcée. Plus besoin de parler français ou de s'européaniser pour venir s'installer en région lyonnaise, lilloise, parisienne ou marseillaise ; et, si, en suivant les recommandations implicites de Benoist et Champetier, le droit coranique pouvait s'appliquer légalement aux communautés musulmanes en Europe, nul doute que le flux migratoire s'intensifierait, car les dernières barrières de l'intégration tomberaient. Déjà, les communautés sri-lankaises refusent d'apprendre le français et de scolariser leurs enfants. L'État laisse faire, pour ne pas avoir de problèmes ...

LE COMMUNAUTARISME, PUR PRODUIT DE L'INTELLECTUALISME
Si je puis me permettre d'expliquer le pourquoi de ces positions communautaristes erronées des intellectuels de la Nouvelle droite, je dirais ceci : cette absurdité idéologique ne part pas nécessairement d'un changement de cap calculé, d'une révision de position, mais d'une exagération, d'une extrémisation de la vision polythéiste et organiciste du monde. Vision du monde que je partage totalement par ailleurs mais qui, comme tout système de pensée dont les principes sont poussés trop loin, finit par se retourner contre ses propres initiatives.
Il s'agit d'un défaut de l'esprit plus que d'un retournement cynique vers les thèses du système et de l'idéologie dominante. C'est un mal fréquent chez le penseur trop éloigné du réel, qui poursuit ses concepts jusqu'à l'absurde, sans penser au principe de feed-back, de rétroaction, qui veut qu'une idée qui n'envisage pas ses conséquences pratiques dans la réalité se transforme en une anti-idée, destructrice des propres valeurs qui l'ont portée. Ainsi, le communautarisme de mes amis précités ruine l'européisme qui est pourtant - objectivement - à la source de leur engagement.
Décrivons le mécanisme de cette dérive intellectuelle, qui relève de ce qu'il faut nommer, sans méchanceté, « l'esprit faux ». Dans un premier temps, on défend à juste titre une conception polythéiste de la société, contre l'universalisme assimilateur, le centralisme jacobin, le républicanisme égalitaire, qui nient les communautés organiques, les appartenances ethniques au profit d'un individu abstrait, pur consommateur déraciné, “citoyen” sans identité charnelle. Cette vision s'oppose à l'État-nation français ou américain, dont le “creuset” prétend homogénéiser les peuples au profit d'une masse nationale, animée par un patriotisme abstrait et des valeurs cosmopolites. Ce sont les idées, maintenant banalisées, que j'ai défendues dans mon ancien essai Le système à tuer les peuples. Fort bien.
Mais n'oublions pas que le mot de “peuple” est aussi important que celui de “système”.
On oppose avec raison à l'État centralisateur le modèle « gibelin » ou « impérial » ou encore « fédéral », dans lequel s'imbriquent de manière vivante (et non pas mécaniquement administrative) des communautés diverses, qui peuvent connaître des libertés, des lois particulières, sous la houlette d'un État fort mais décentralisé. Cette conception vise au départ à défendre l'identité ethnique des peuples européens contre le centralisme des États-Nations qui arase les particularismes et qui proclame une natio-nalité multiraciale contre l'identité européenne. Cette vision est plurielle, mais ethnique, enracinée.
Puis on dérive : le principe d'ethnopluralisme est exagéré, et perverti. On oublie la notion de proximité ethnique. Et l'intellectuel, en proie à cet « ahurissement » (qu'Alain de Benoist lui-même a dénoncé jadis !) en vient à défendre la chimère du “communautarisme”.
On ne regarde plus l'ethnicité européenne, mais le communautarisme seul, en lui-même, érigé, comme l'ethnopluralisme, en idée pure, kantienne, en dogme, en postulat brillant et autosuffisant. Voltaire : « Les idées fausses ont toujours quelque chose de bavard et de brillant ». Comme toute idée, le polythéisme social doit être limité. Le polythéisme social comme l'ethnopluralisme sont des ensembles non pas ouverts mais clos. Il faut craindre que ces positions communautaristes erronées ne soient perçues chez le public naturel de la Nouvelle droite comme une trahison des clercs.
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La position doctrinale communautariste est onirique et désincarnée. Elle repose sur une vision faussée du modèle impérial. Elle instrumentalise le polythéisme social et culturel de manière abstraite, ce qui revient à le vider de toute substance. Elle s'aligne sur l'idéologie officielle de la société américaine, alors qu'elle prétend s'y opposer globalement par ailleurs. Elle érige en dogmes les concepts à la mode de tolérance, de diversité et d'altérité, dont la réalisation sociale concrète est pour le moins problématique en dehors des discussions de salon. Elle assimile et confond l'ethnopluralisme comme position géopolitique planétaire avec un ethnopluralisme endogène, qu'elle croit viable sur le territoire européen. Cette position relève de l'extrémisme intellectuel.
L'alternative à l'assimilation-intégration n'est pas le communautarisme, mais le départ. Dire qu'il est “impossible” relève d'une méconnaissance de l'histoire, d'un fatalisme démobilisateur.

L'IMPOSTURE DE LA THÉORIE DE LA “DOUBLE APPARTENANCE”
Pour tenter de réconcilier les thèses incompatibles du communautarisme multiethnique et de l'intégration nationale et républicaine ; on essaye de promouvoir la théorie impraticable de la double appartenance. Naïfs et habituels leitmotivs : “je suis à la fois musulman, Algérien par mes racines, mais aussi Français” ; “je suis à la fois de là-bas et d'ici” ; “je respecte à la fois les lois de l'islam mais en même temps de la république laïque”.
Bref, c'est l'alliance de la carpe et du lapin, souvent cautionnée par les tenants d'un polythéisme et d'un organicisme social abstraits et intellectuels.
Le Nouvel Observateur (13/04/1999) donnait la parole à une brillante Algérienne de 24 ans, Naïma Kouadria qui, « plutôt bien dans ses baskets, récuse le terme d'intégration, par respect pour les deux cultures ». Naïma a choisi de défendre la notion de “double appartenance”. Elle s'en explique ainsi, fort intelligemment, mais, à mon sens, faussement : « Quand on dit aux immigrés “intégrez-vous”, on suppose d'emblée qu'ils ne pourront vivre ici qu'en renonçant à leur culture d'origine ».
Première utopie croire qu'on peut vivre à la fois deux cultures antagonistes dans leurs principes (arabo-islamique et européenne) de manière harmonieuse. Naïma poursuit : « Je préfère l'idée de double appartenance. Je me sens française mais je me sens aussi pleinement algérienne. Je veux vivre ici, mais je crois pas que pour cela je doive coupe le fil de mon histoire familiale ». Ne confond-elle pas identité familiale et identité ethno-historique ? Un Poitevin peut vivre à Lyon ou à Nice sans couper le fil de son “identité familiale”, évidemment. Mais pour cette jeune femme, les choses sont moins simples qu'elle ne veut bien le dire ...
Naïma a raison de critiquer l'intégration républicaine par assimilation forcée. Elle a raison de refuser l'abandon de ses racines algériennes. Elle se sent sincèrement attirée par la France et la culture européenne. Mais elle est naïve et utopique, car elle généralise son cas. Elle appartient à l'élite et elle croit que les immigrés de base peuvent réagir comme elle. Seules des minorités peuvent vivre la double appartenance, pas les masses immigrées.
L'attachement de Naïma à ses “racines algériennes, arabes et musulmanes” me semblent en outre purement folklorique. Elle fait partie de cette exception qui confirme la règle : ces immigrés minoritaires qui, quoi qu'ils disent, ont réussi à s'intégrer ne croient pas sincèrement à la théorie purement intellectualiste de la double appartenance. Ils ont en réalité choisi l'abandon de leur culture originelle ; ils sont complètement coupés d'une vision populaire et réaliste de la culture, qui est toujours polémique. L'immigré de base ne choisit pas la double appartenance. Il s'installe, il s'impose. Naïma raisonne de manière élitiste de son appartenance algérienne, elle ne parle que de son « histoire familiale » Rien par exemple, sur la philosophie politique et sociale de l'islam.
Son “éloge de la double, appartenance” n'est pas sincère. Son adhésion à sa part algérienne est très superficielle Elle fait simplement l'éloge de sa propre intégration à la société européenne, qui est d'ailleurs beaucoup plus le fait de femmes immigrées que d'hommes, comme le démontrent Valérie Dumeigne et Sophie Ponchelet qui, dans un brillant essai, décrivent l'intégration ale quelques femmes immigrées à la société française, contre le machisme obscurantisme des hommes de leur propre communauté, obstacle beaucoup plus puissant que le prétendu racisme des Français de souche. (Françaises, Nil, 1998).
Le discours de Naïma Kouadria s'avère au fond très sophistique : dans un autre passage de l'interview, elle révèle : « Tant que je suis restée dans le milieu scolaire, j'ai vécu en ignorant ce qu'était le racisme. Mais dès que j'ai eu à chercher du travail, j'ai été confrontée à des réactions de rejet qui m'ont vraiment blessée. Quand j'envoie un CV, j'omets soigneusement d'indiquer ma nationalité, et je n'inscris pas l'arabe au nombre des langues que je parle ».
Mais plus loin, elle se contredit, après avoir vanté la “liberté d'expression de la France” et, globalement, les valeurs de “liberté” : « il y a des obstacles à vaincre pour les immigrés, c'est vrai, mais la France n'en demeure pas moins un merveilleux pays d'accueil. Venant d'un milieu financièrement défavorisé, l'État français m'a donné les moyens de poursuivre des études. Ici, qui que tu sois, on te donne les moyens de réussir. C'est ça, l'honneur de la France ». Alors ? Victime du racisme et de la discrimination, mais fascinée par l'accueil qu'elle a reçu et qu'on accorde à tous quelle qu'en soit l'origine ? Il faudrait savoir. La contradiction de ce discours en démontre l'insincérité.
De plus, vantant la “liberté” de la culture française, Naïma Kouadria reconnaît implicitement qu'elle l'oppose à celle de ses origines, la culture arabo-musulmane, qui, elle, ne serait pas fondée sur ces valeurs.
Un pays composé de gens avec une double culture (« vraie richesse ») est une sympathique utopie mais qui n'est pas viable.
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L’“éloge de la double appartenance” de Naïma, si on le psychanalyse, est une attitude de revendication d'identité ethnique, voire raciale. Elle est intéressante, car elle est emblématique de l'attitude de beaucoup d'immigrés arabo-musulmans qui ont réussi à s'insérer professionnellement dans la société française, attitude assez hypocrite : d'un côté, on revendique fièrement ses “origines” (« je me sens française mais je me sens aussi pleinement algérienne », précise Naïma) ; pourtant, on exclut totalement le retour dans son pays arabo-musulman, surtout quand on est une femme ! (« je veux vivre ici ! »). Bref, les immigré(e)s dont il est ici question entendent profiter de la “liberté” de la civilisation européenne en excluant totalement un retour dans leur civilisation arabo-musulmane qui ne garantit pas cette précieuse liberté ; pourtant, ils se définissent toujours comme “Algériens”, “Marocains”, “musulmans”, etc. Que signifie alors cette revendication d'identité ? Elle exclut l'idée de se soumettre à nouveau aux dures lois de l'islam, surtout pour une jeune femme comme Naïma Kouadria ; elle exclut aussi toute velléité de retour au pays. Elle est évidemment de nature ethnique, voire raciale, plus ou moins consciemment. Elle témoigne de ce que ces immigrés ne se sentent nullement Européens, n'adhèrent nullement au modèle républicain du métissage et se sentent toujours reliés à leur peuple d'origine, dont ils sont la projection en terre européenne. Ces immigrés ont une conscience ethnique que les Européens ont perdue.
Bien entendu, ils pratiquent une adhésion purement socio-économique à la civilisation européenne qui leur amène tant d'avantages, mais n'abandonneront pour rien au monde leur identité ethnique et leur fidélité à la mère-patrie. Les colons français en Algérie, eux aussi, continuaient à se sentir Français, projection de la France et n'envisageaient nullement le retour dans la mère-patrie. Ils se disaient en même temps “Algériens” et “Africains” (voir la chanson “C'est nous, les Africains qui revenons de loin”). Le parallélisme est patent, mais la logique coloniale s'est inversée.

RESPONSABILISATION DES JEUNES AFRO-MAGHRÉBINS EST-ELLE POSSIBLE ?
Même les représentants de ce qu'il faut bien appeler le lobby immigrationniste ne peuvent s'empêcher de noter que l'assistance, cette générosité de façade, déresponsabilise ses bénéficiaires. Selon le principe hétérotélique, qui frappe toutes les politiques humanitaristes sociales-démocrates, l'assistance aux jeunes Afro-maghrébins, tout comme celle qui fut prodiguée aux Noirs américains, renforce les ghettos et rend l'intégration inaccessible. Elle est « une sorte de racisme sans haine » selon l'expression d'Ivan Rioufol.
Malek Boutih, président de SOS Racisme - association pourtant connue pour son conformisme moralisateur - dénonce les milliards de francs déversés en pure perte dans les banlieues depuis 10 ans. Ces subventions d'urgence ne servent à rien. Rompant avec l'angélisme ambiant, Malek Boutih déclarait au Figaro (03/03/1999) : « Le budget des opérations Ville-Vie-Vacances approche presque les dix millions de francs. J'estime qu'il n'est pas très judicieux d'utiliser cet argent pour payer des vacances aux jeunes. On les place dans une logique artificielle de consommation. [...] II faut lutter contre cette logique d'assistanat. Les jeunes des cités n'ont pas besoin de charité ».
C'est la négation de la ligne de Harlem Désir, qui attribuait la délinquance au fait que les cages d'escalier n'étaient pas entretenues, victimisant ainsi les voyous.
Commentant les propos de Boutih, Ivan Rioufol écrit : « C'est une victoire du bon sens sur l'idéologie. Coqueluche du Tout-Paris des bons sentiments, l'association porte-drapeau de l'antiracisme n'aura jamais été aussi audacieuse dans une “révolution culturelle”, allant jusqu'à réhabiliter au nez de l'État les valeurs du travail, de l'effort et de la responsabilité individuelle. Les jeunes d'origine immigrée sont en train d'admettre qu'ils ne réussiront à s'intégrer que s'ils se prennent eux-mêmes en charge. Applaudissons. Ce faisant, reconnaissons aux “Blacks” et aux “Beurs” le droit de prendre enfin leur place dans la société et la vie publique ».
Tous ces propos sont sympathiques ; mais ils relèvent de la même naïveté que celle des adeptes de l'assistance généralisée. En réalité, les jeunes afro-maghrébins ne partagent nullement cette vision des choses. La plupart ne souhaitent pas s'intégrer par le travail, par l'école et par l'effort. Et d'ailleurs en sont-ils vraiment capables ? Leur choix implicite est, dans beaucoup de cas, de vivre en parasites dans une société dont ils se sentent ethniquement étrangers, voire ennemis, et d'y pratiquer une logique de pillage. Celle-ci est bien celle d'une forme de guerre ou de guérilla, ce qui fausse sa prise en compte par la justice, sur des critères criminologiques erronés, comme s'il s'agissait d'infractions au doit commun.
Quant à ceux, parmi les “communautaristes”, qui s'imaginent que-les valeurs de l'islam vont détourner les jeunes immigrés de leur fascination pour le consumérisme facile de la société occidentale, et les ramener à des valeurs ascétiques de travail et d'effort, ils se trompent lourdement. L'islam n'a rien à voir avec l’“éthique protestante” dont parlait Max Weber et ne glorifie nullement le “travail” ni la “responsabilité indivi-duelle” ; d'autre part, il est considéré par les intéressés comme une bannière politique et ethnique d'affirmation hostile aux sociétés européennes, et nullement comme un facteur d'intégration ou de spiritualité.
Quand Malek Boutih demande une politique de la ville différente et plus volontariste, il oublie un fait majeur : on ne décrète pas une politique de l'habitat, des mesures sociales, pour transformer une réalité fondamentalement raciale. Les “pouvoirs publics” ne peuvent pas tout faire. Malek Boutih se prend les pieds dans le tapis : il demande la responsabilisation des Afro-maghrébins, mais continue d'accuser les “pouvoirs publics” d'être responsables de tous leurs maux en menant une mauvaise politique.
Malek Boutih et SOS Racisme considèrent donc toujours implicitement que - tout comme les pays du Tiers monde - les Afro-maghrébins ne peuvent s'intégrer et se responsabiliser que si l'État leur vient “intelligemment” en aide. Mais les Chinois émigrés qui ont réussi partout dans le monde n'ont pas eu besoin de politique d'État, fussent-elles “intelligentes”.
Sans oublier qu'au surplus, lesdits Afro-maghrébins étaient culturellement et linguistiquement plus proche de la France que les Chinois. La comparaison des résultats scolaires des Asiatiques et des Beurs-Blacks est à cet égard très éclairante. La majorité des seconds ne parviendront pratiquement jamais à acquérir une situation professionnelle élevée (comme les Noirs américains et brésiliens), non par discrimination, mais par manque de compétences et d'aptitudes (vis-à-vis des structures d'une civilisation spécifiquement européenne, mais qui se prétend universelle), refus ou incapacité de suivre des études sérieuses et d'être formés. Ce qui risque d'avoir dans un proche avenir des conséquences dramatiques. Que faire de millions de jeunes adultes 59
déresponsabilisés sans intégration sociale et professionnelle forte, et frustrés de se retrouver en bas des hiérarchies ? On peut en attendre un élargissement de la sphère de l'économie criminelle mais également un risque de plus en plus marqué de guerre civile ethnique.

POURQUOI L'INTÉGRATION RÉPUBLICAINE NE FONCTIONNE PAS NON PLUS
L'intégration républicaine est un échec total. L'idéologie assimilationniste dû melting-pot, qui a nié par dogmatisme les réalités ethniques, se trouve confrontée à l'installation de ghettos et à la racialisation de la société.
L'idéologie dominante, via les médias, trouve deux parades sophistiques à cette défaite cinglante du républicanisme multiracial : soit on met en exergue des cas minoritaires d'insertion réussie - qui ne prouvent rien, l'exception confirmant la règle -, soit on accuse les pouvoirs publics de ne pas “consacrer assez de moyens” à l'insertion et de ne pas “lutter contre les ghettos” en répartissant les populations immigrées sur l'ensemble du territoire, selon une logique de “mixité sociale”.
Pierre Cardo, député-maire UDF de Chanteloup-les-Vignes (Yvelines), déplorait l'échec de la loi Besson de 1990, qui prévoyait un quota de logements sociaux à toutes les villes pour éviter les ghettos et répartir les immigrés. J-M Decugis, de son côté (Le Figaro, 05/01/1999), déplorant les « exactions dans les banlieues », expliquait qu'elles sont le fait de « la ségrégation sociale ou ethnique qui débouche inéluctablement sur la violence ».
Ce raisonnement est stupide. Il est abstrait et technocratique. Dès qu'on essaie de disperser des populations allogènes dans des quartiers peuplés de Français de souche, la criminalité s'installe par poches comme la dégradation de la vie sociale et de l'environnement. Les Français de souche fuient et le ghetto se réinstalle. On revient à la case départ. En réalité disperser les populations immigrées revient à favoriser leur colonisation urbaine et territoriale. Et cela ne fait en rien baisser la criminalité, dont la cause n'est pas le ghetto, mais la mentalité des intéressés eux-mêmes, où qu'ils se trouvent ; et même dans les cités balnéaires ou les stations de ski où on leur paye des vacances pour les “calmer”, en vain évidemment.
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On s'imagine sottement que si l'intégration ne fonctionne pas, ce n'est pas, bien entendu, parce que les populations concernées sont inintégrables, mais “parce qu'on ne fait pas encore assez d'efforts”. Jusqu'où faudra-t-il faire des efforts ? Créé par Rocard et retoiletté par Juppé, le “Haut-Conseil de l'intégration” fut une montagne qui a accouché d'une souris. Aucune des mesures entreprises ne fonctionnait sur le terrain. Hamlaoui Mekachera, ex-secrétaire général de cette institution coûteuse et fantomati-que, reconnaissait : « d'intégration, on n'en parle même plus ». Il ajoutait, attribuant la création de ghettos à une mauvaise gestion administrative et non à la responsabilité des intéressés eux-mêmes : « alors que les offices HLM continuent à loger un Malien dans un ensemble où sa communauté est déjà importante, c'est une erreur et cela ne lui rend pas service ». Si l'office HLM avait refusé de loger le Malien dans une cité malienne, on aurait crié à la discrimination et au racisme. Il l'accepte et on l'accuse de créer des ghettos.
La politique de dispersion des populations immigrées semble être maintenant la réponse à l'échec de l'intégration, en pensant, sans le dire à des quotas d'allogènes zone par zone, afin de les mélanger aux autochtones. « Certes, de quotas, il ne saurait être question, tant ce concept est politiquement incorrect. Alors, tout au plus, parle-t-on d’“harmonisation”, doux euphémisme pour une réalité qui ne veut pas dire son nom », note Alice Sedar (Le Figaro, 05/01/1999).
Appliquant ce concept, la municipalité de Chanteloup-les-Vignes, dans un élan de romantisme volontariste, a essayé de mélanger dans ses HLM des “couples français à faible revenus avec beaucoup d'enfants” et “des familles étrangères à revenu plus élevé mais avec peu d'enfants” ; cette étrange politique de “mélange socio-racial forcé” a sombré dans le ridicule. Coincés par la réalité, beaucoup de mairies et d'organismes HLM violent la loi en attribuant des logements selon des critères ethniques, afin d’“éviter les ghettos” ou les seuils trop importants de populations afro-maghrébines au-delà desquels (ce que tout le monde sait sans oser le dire) la paix sociale disparaît.
Ironie des contradictions du système : M. Frédéric Pascal, président de la filiale immobilière de la Caisses des dépôts et vice-président d'Amnesty International a été condamné à 8 000F d'amende pour discrimination raciale : la Scic avait refusé un logement à un Algérien au motif que, libéré par un Français, il devait revenir à un autre Français, afin de maintenir des “quotas ethniques” dans le quartier. M. Pascal sait maintenant que, pour la justice, être Algérien, c'est une “race”.
Bref, le système se mord la queue : il essaie de lutter contre les ghettos en appliquant en sourdine des quotas ethniques illégaux et, voyant que ça fonctionne mal, tente maintenant de favoriser par sa politique sociale l'implantation d'allogènes dans des zones habitées par des Français de souche.
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L'exemple des États-Unis n'a pas été retenu. Dans les années soixante, dans la foulée de la grande vague libérale des civil rights et de l'utopie du melting pot, les autorités américaines ont activement favorisé la mixité de l'habitat et de la scolarité (busing) entre Noirs, Latinos et Blancs. Résultat les Blancs déménageaient des zones au-delà d'un certain seuil d'allogènes, estimé à 12%, et retiraient leurs enfants des écoles où l'on imposait un pourcentage d'enfants d'autres origines. Le volontarisme des autorités n'a rien pu faire contre ce “réflexe ethnique”. Le sociologue William S. Cohen, figure de la gauche libérale antiraciste, notait avec ce pragmatisme anglosaxon que les idéologues français ne comprendront jamais : « la politique anti-ghetto de mélange forcé a fait fuir les Blancs et renforcé les ghettos. Peut-on accuser de mauvaises intentions racistes une famille blanche qui déménage de son quartier ou retire ses enfants de l'école publique parce que, objectivement, la situation se dégrade du fait de la présence de nouvelles minorités ethniques ? » (Los Angeles Times, 03/11/1995).
Aujourd'hui, aux États-Unis, l'administration favorise la politique des ghettos selon la logique du “chacun chez soi”, afin d'éviter les frictions ethniques. États, Comtés et pouvoir fédéral attribuent des “zones” aux Noirs, aux Blancs, aux Latinos et aux Asiatiques, selon la logique d'un apartheid de fait. Un rapport commandé par l'État de Californie en 1994 notait : « les tensions raciales les plus fortes ont lieu entre Extrême-orientaux (Chinois, Coréens, Japonais d'origine) et Noirs ; en revanche, les zones de cohabitation entre Asiatiques et Blancs ne posent pas de difficultés ».
Aux États-Unis, depuis cette discrète et systématique “politique des ghettos”, les tensions ethniques et les émeutes urbaines sont beaucoup moins fortes qu'en France. Le Brésil a adopté la même politique, ainsi que le Mexique, autres pays multiraciaux.
Malheureusement, ce qui est possible aux États-Unis, immense pays continent qui ne manque pas de place, ne l'est pas dans les pays d'Europe, où les distances sont faibles et les densités de peuplement fortes. De plus, les États-Unis sont intrinsèquement un pays d'immigration et, dès leur fondation, une société multiraciale. Le communautarisme de partition est viable en Amérique, pas en Europe. En Europe, l'impasse est absolue : la politique des ghettos est impossible, la politique de la mixité ethnique aussi.
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La politique des ghettos est impossible : les territoires urbains ne sont pas assez grands et les moyens de transports trop denses pour éviter les frictions ethniques. Des villes comme Roubaix, Mantes-la-Jolie, Créteil, Le Val-Fourré, aujourd'hui majoritairement peuplées d'allogènes (donc ghettos) posent des problèmes insurmontables à tout leur environnement urbain. En Californie, dans le Michigan, en Floride, ou dans la région de Washington, les zones entièrement noires ou latinos sont comme contenues dans un cordon sanitaire implicite et ne posent aucun problème majeur aux autres zones ethniques. Les États-Unis sont, depuis l'origine, un pays d'immigration et d'imperméabilité ethnique ; c'est le fondement de leur contrat social. En Europe, ce modèle de cohabitation territoriale des ethnies - comme au Moyen-Orient d'ailleurs - est inapplicable et invivable.
La politique de la mixité ethnique est également impossible ; et elle l'est dans tous les pays du monde. Pris par un soudain élan de démagogie sociale, la mairie de Paris s'est avisée, au début des années quatre-vingt-dix, de construire dans certains arrondissements des logements sociaux, confortables et à bas prix, réservés, au nom d'une “discrimination positive” qui n'osait pas dire son nom, aux familles africaines et maghrébines. Afin d' « apaiser les tensions » et de « favoriser l'intégration » en mêlant ces populations aux Français de souche. Dix ans après, on lit dans la revue Paris-Le Journal, édité par la mairie de Paris, sous la signature du groupe “Paris-Liberté” du conseil municipal : « La délinquance continue de progresser à Paris : 284 663 crimes et délits y ont été constatés en 1998 contre 272 145 en 1997, soit une hausse de 4,6 %, c'est-à-dire le double de la moyenne nationale. [...] La délinquance des mineurs est en très forte progression » (n°94, avril 1999). Or les progrès de l'insécurité (dans les écoles, dans la rue, du fait de braquages et de cambriolages) concernent très exactement les arrondissements et les quartiers où des logements sociaux pour immigrés ont été construits aux frais du contribuable : sud-XVe, XVIIIe, XIXe.
L'exemple de la nouvelle Afrique du Sud, fondée sur le mythe de la cohabitation multiraciale, n'est venu à l'esprit de personne. Là-bas, depuis l'abolition de l'apartheid et l'instauration du pouvoir noir, l'insécurité est telle, la criminalité noire a subi une telle hausse que les Blancs, les Asiatiques, les Métis, les Zoulous, les Xhosas s'enferment et se barricadent dans leurs zones respectives. Le paradoxe de la nouvelle Afrique du Sud, c'est que depuis l'abolition juridique de l'apartheid, l'apartheid de fait est encore plus fort !
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Dans la vie, il faut reconnaître que certains problèmes n'ont pas de solution, sauf la crise, cette accoucheuse de l'histoire. Politique des ghettos, politique forcée de la mixité ethnique ? Des deux côtés, le cul-de-sac.
Découragé, Gérard Dezempte, le maire RPR d'une commune de 8 500 habitants de l'Isère, Charvieu-Chavagneux, en proie à une criminalité afro-maghrébine croissante, déclarait à la presse en janvier 1999, avec une lucidité désabusée : « Si l'on veut lutter contre les ghettos, il faut changer de législation. Il faut adopter une notion de seuil de tolérance. Il y a aujourd'hui un déséquilibre des populations dans les quartiers. Et cela nous conduit progressivement vers la guerre civile ».
Pour la petite histoire, notons que le conseil municipal de Charvieu-Chavagneux avait voté, le 24 septembre 1998, l'organisation d'un référendum sur « le peuplement étranger des logements HLM », autrement dit leur peuplement afro-maghrébin. Le préfet a cassé la délibération comme illégale, malgré les 13 000 signatures d'une pétition populaire en faveur du référendum. C'est ça, la “démocratie moderne”.
La guerre civile, selon le mot de Gérard Dezempte ? Pour sortir d'une impasse, il faut crever l'abcès. Les médications douces du docteur République ont fait long feu. On attend le chirurgien.
Malheureusement, cette “ségrégation” n'est pas le fait d'une insuffisance de crédits de l'État (la “politique de la ville” coûte près de 20 milliards par an), mais s'explique parce que les Français de souche ne supportent pas de vivre dans des quartiers où la concentration afro-maghrébine est trop forte, du fait du comportement même de ces populations. Aucun volontarisme étatique n'y pourra rien ; l'intégration ne se décrète pas et ne se finance pas. C'est la logique des ghettos de Los Angeles, où aucun Coréen n'acceptera l'installation de Noirs dans son quartier. Mais l'État français n'a jamais admis les réalités ethniques, comme d'autres n'admettaient pas la rotondité de la Terre.
Parlant de “quartiers défavorisés” (pourtant irrigués par la manne financière des contribuables) le député Cardo explique : « La mixité sociale reste un voeu pieux. On ne modifiera pas les règles. Les logements sociaux qui restent libres se trouvent essentiellement dans les quartiers où la vie est difficile, où il y a de l'insécurité. et on ne fera pas revenir dans nos quartiers les gens qui en sont partis ».
A-t-on réfléchi aux faits suivants ? Les Polonais, les Italiens, les Portugais, les Espagnols - voire même les Asiatiques - qui ont immigré massivement en France à partir des années soixante n'ont jamais eu besoin de coûteuses “politiques d'insertion” pour participer à la vie économique, pour s'insérer dans le tissu social, pour échapper à la délinquance. Avec les Africains et les Maghrébins, même une lourde assistance sociale ne parvient pas à les insérer, à les inciter à se prendre en charge. Il y a un problème. L'idéologie dominante ne peut évidemment pas admettre que la cause de cette impossible insertion n'est ni sociale, ni économique, ni financière, mais ethnique.
Si l'insertion des Afro-maghrébins ne fonctionne pas, ce n'est pas parce que la politique d'insertion est mauvaise, c'est parce que l'insertion même de ces populations est consubstantiellement impossible.
La distance ethno-culturelle entre ces populations et les Européens est beaucoup trop importante pour qu'une cohabitation paisible soit envisageable.
La perspective même de voir croître en Europe des “territoires”, de plus en plus étendus, occupés par des communautés allogènes qui, à partir de ces poches, vont rayonner, est inadmissible. Pourtant c'est ce à quoi nous assistons. Les pouvoirs publics ne mesurent absolument pas l'ampleur de ce grignotage ni les conséquences dramatiques qu'il va avoir. Ils s'accrochent au dogme sans effet de l'intégration et à la dispersion des populations contre la formation de ghettos, tout en menant, de l'autre main, une politique communautariste et pro-islamique, sans aucun moyen d'empêcher l'extension des zones de non-droit. Bref, les pouvoirs publics, complètement dépassés et souvent inconscients du danger, ne mènent plus d'empêcher politique. D'autres, plus conscients, disent que nous sommes condamnés à cette extension des zones territoriales allogènes. Tout le propos de ce livre consiste à dire qu'il faut formuler le refus d'être condamnés à l'inadmissible.

LE COMMUNAUTARISME ET LE FAVORITISME D'ÉTAT ENVERS LES IMMIGRÉS
Dans un précédent paragraphe de ce chapitre, je m'élevais contre l'affirmation courante selon laquelle les Français et leur État centralisateur rechigneraient à reconnaître les “différences” des immigrés. Car malheureusement, les pouvoirs publics encouragent l'implantation de communautés ethniques allogènes avec toutes leurs coutumes. L'État a totalement abandonné l'idée d'unification “citoyenne” et républicaine, submergé par l'ampleur de la colonisation dé peuplement. Incapable de choisir la voie de l'expulsion, de la reconquista, incapable aussi d'intégrer et de franciser culturellement des populations qui ne le veulent pas, l'État, croyant avoir la paix, favorise à grands frais le communautarisme. Nous assistons à un véritable Munich ethno-culturel. Mais comme l'écrivait Ibn-Rush (Averroès) : « Celui qui recherche la paix à tout prix n'aura que la guerre. Celui qui ouvre les portes de sa ville à l'ennemi pour éviter le pillage et l'incendie sera pillé et incendié encore plus cruellement que s'il avait courageusement combattu pour se défendre ».
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Parmi le florilège de coûteuses mesures officielles pour encourager le communautarisme et favoriser l'implantation et l'expansion de communautés ethniques allogènes, en voici quelques-unes, parmi les plus voyantes, qui bénéficient, évidemment, en majorité à l'islam.
1) L'expulsion des jeunes filles voilées est très minoritaire et le Conseil d'État donne tort à cette pratique peu répandue mais très médiatisée. Le tchador à l'école est encouragé par le pouvoir parisien. Seuls quelques proviseurs laïcards font de la résistance.
2) En dérogation complète des lois, les écoles coraniques (madhraza) où officient les tahlebbs qui n'enseignent pas les programmes français officiels sont autorisées dès que la proportion de musulmans dépasse 50% dans une agglomération. Elles se comptent aujourd'hui par centaines, et des milliers d'enfants, de plus en plus nombreux, ne fréquentent plus l'obligatoire et laïque “école républicaine”, par ailleurs en pleine décomposition. Ces écoles coraniques sont subventionnées (illégalement car elles ne respectent pas les programmes) alors qu'on n'autoriserait et ne subventionnerait pas d'autres écoles religieuses qui feraient de même.
3) Dans une centaine de communes de France, où les autochtones européens sont devenus minoritaires, les juges coraniques ont droit de cité et le Code civil n'est plus respecté. La polygamie est autorisée et les familles polygames touchent toutes les allocations familiales. L'État a donné instruction de fermer les yeux. Évidemment, un Européen de souche ne bénéficierait pas de ces largesses.
4) L'État, les Conseils régionaux et un grand nombre de municipalités participent financièrement à l'édification de mosquées ; on va même plus loin : à Strasbourg, la municipalité tente de mettre sur pied un “conseil musulman unifié” et d'apaiser les querelles entre les diverses organisations islamiques concurrentes. C'est formidable : on fait le travail à leur place. Le ministère de l'Intérieur et des Cultes, pourtant entre les mains de jacobins laïcards et anticléricaux, a réussi à faire voter (budget de 1998), sous divers chapitres répartis et quasi invisibles, un total de 1,3 milliard de francs en faveur de l'implantation de l'islam : mosquées, centres culturels, associations subventionnées, etc.
Citons simplement cette remarque étonnée de Sembène Ndago, journaliste catholique au Soleil, le grand quotidien de Dakar : « En Europe, l'Arabie Saoudite, aidée par les gouvernements, financé l'édification de mosquées. Dans les pays musulmans, on ferme les églises, on ne les entretient pas ou on les interdit, on décourage le culte. [...] On se pose des questions devant cette passivité de l'État français face à l'implantation de l'islam » (2/09/1998).
5) Si vous êtes Corse, Alsacien, Basque, Flamand ou Breton, vous aurez peu de chance d'obtenir une subvention pour une association culturelle, une école qui enseigne votre langue ou votre culture, une initiative qui enrichisse votre patrimoine ethnique européen (voir à ce propos le combat pour la reconnaissance des écoles Diwan en Bretagne) ; mais si vous êtes Chinois, Sri-Lankais, Malien et - surtout - Arabo-musulman, l'administration sera attentive à vos sollicitations financières, à Paris comme à Bruxelles. A Paris, les fêtes rituelles asiatiques, les journaux “communautaristes” sont en partie financés par les services de M. Tibéri. L'association des Auvergnats de Paris, comme celles des Basques ou des Bretons ne peuvent compter, elles, que sur leurs propres ressources. M. Tibéri, qui a sans doute oublié qu'il était Corse avant d'être RPR ou citoyen du monde, a refusé d'aider les associations d'enseignement de la langue corse. C'est subversif, vous comprenez ... En revanche, les centres d'enseignements de l'Arabe ont reçu en 1988 123 millions de Francs, afin de pouvoir dispenser un enseignement gratuit. A Paris, apprendre l'Arabe ou le Chinois, c'est gratuit. Apprendre le Néerlandais, l'Italien ou le Breton, c'est payant.
6) Un fait mineur mais significatif, un “détail parlant” comme on dit pour organiser une procession religieuse, une fête traditionnelle dans le domaine public, il faut une autorisation préfectorale. Sauf pour la prière musulmane sur la voie publique (sahlat) couramment pratiquée à Barbès, Villeurbanne, Roubaix, Créteil ou ailleurs.
7) L'Institut du Monde Arabe édifié par Jean Nouvel sur les bords de la Seine absorbe 7% du budget du ministère de la Culture. L'Arabie Saoudite concourt à boucler le budget de cette institution dont l'objectif avoué est l'arabisation et l'islamisation.
8) A France-Télévision, les émissions religieuses musulmanes vont probablement accroître leur volume horaire. Elles sont subventionnées.
9) Dans le domaine économique maintenant, il faut savoir, ce dont bien peu se doutent, que des milliers de petites ou de micro-entreprises tenues par des musulmans ou d'autres immigrés ne paient ni TVA, ni assedics, ni charges sociales. Parfois elles ne sont même pas déclarées du tout dans les registres de commerce. Il s'agit par exemple d'épiceries, de boucheries, d'abattage et de fourniture en gros de viande hallal, d'imprimeries, de fabriques de vêtements et de bijoux, d'importateurs de produits des pays d'origine, d'entreprises d'affichage, etc. Elles ne sont jamais contrôlées et jamais sanctionnées, surtout quand elles se situent dans les “quartiers sensibles”. L'État ne veut pas de vagues et croit acheter ainsi la paix sociale.
Bien entendu, ces entreprises concurrencent férocement les entreprises françaises équivalentes durement contrôlées, fiscalisées et sanctionnées. Comment expliquer par exemple que, dans mains endroits, les petits commerçants alimentaires français ferment les uns après les autres alors que les épiceries arabes et les traiteurs chinois profilèrent (cas du XVe arrondissement de Paris) ? Pourtant, les commerçants français sont meilleurs et moins chers ! Tout simplement parce que ces derniers sont assommés de charges sociales et fiscales alors que les premiers s'en auto-exemptent sans craindre de sanctions. Les commerçants de bouche arabes vont jusqu'à faire travailler dans la boutique des enfants de 8 ans, en toute impunité, ce qui relève pourtant de la correctionnelle, et obtiennent des autorisations d'ouverture nocturne refusées aux autres.
Autre fait connu mais tû : dans les quartiers sensibles, les jeunes Afro-maghrébins qui roulent - par quel miracle ? - dans de coûteuses berlines de provenance douteuse ne sont jamais contrôlés et ne se voient jamais infliger de contraventions. La police a ordre de fermer les yeux “pour éviter les incidents”.
Au total, en 1998, on peut estimer, toutes interventions confondues, à 10 milliards de francs (en provenance de l'État ou des instances décentralisées) l'aide apportée au “communautarisme” arabo-musulman, sous ses formes civiles ou religieuses. On appelle les immigrés “populations défavorisées”, alors qu'ils bénéficient de 4,5 fois plus d'aides que les populations autochtones (Bulletin de la FAS, août 1999, pages 87-88) aides à l'emploi, vacances gratuites, zones franches dans les “cités”, emplois-jeunes. Ce sont des populations favorisées, privilégiées.
On pourrait multiplier les exemples à l'infini. Les pouvoirs publics encouragent et financent sur vos deniers les ghettos ethniques extraeuropéens en expansion, leur culture ainsi que l'islamisation. La raison de ce favoritisme, de cette acceptation de dérogation aux lois est le résultat d'une politique de l'autruche. II s'agit d'éviter l'explosion ethnique et sociale. Mais on ne l'évitera pas : on l'encourage au contraire, par tous ces privilèges communautaristes, et on en accroîtra l'ampleur. Payer le voleur ne l'empêche pas de voler.

COMMUNAUTARISME ET RACISME AFRICAINS
En juillet 1999, un collectif intitulé Égalités, en réalité un groupe de pression immigrationniste dirigé par des Africains dont l'écrivain Calixte Beyala, a sommé le CSA (Conseil supérieur de l'audiovisuel) d'imposer une politique de quotas dans les radios et les télévisions pour imposer une proportion d'animateurs d'origine maghrébine et africaine en rapport avec leur place dans la population. J'en parle dans le chapitre sur le racisme. Il s'agit d'imposer cette politique de “discrimination positive” (affirmative action) qui a totalement échoué en Amérique. Cette logique, à l'évidence “racialiste”, complètement contraire à l'idée d'égalité qu'elle prétend défendre, est au centre du dispositif communautariste. Mais les mots portent des lapsus : “discrimination positive” contre qui ?
Implicitement contre le mâle blanc, qui est donc, sans qu'on le dise, considéré comme supérieur, trop fort, surdoué. Il faut donc lui opposer des handicaps. Quelle  dévalorisation pour les groupes ethniques bénéficiant de ces privilèges de quotas artificiels, supposés ainsi sous-capables ... Mais ils ne s'en rendent même pas compte eux-mêmes. L'idéologie égalitaire, en pleine débandade, essaie de tirer son épingle du jeu par le pire des inégalitarismes.
Un des principaux théoriciens du communautarisme africain en France - et du communautarisme en général comme solution à la question de l'immigration - est un membre de ce collectif Égalités qui demande à la télévision et ailleurs des quotas d'Africains. Il s'agit de Hamidou Dia, écrivain et professeur de philosophie à Argenteuil. II a exposé sa doctrine dans une lettre ouverte au Premier ministre parue dans la presse en février 1999. C'est un mélange affligeant de misérabilisme (on pourrait même dire d'auto-racisme) et de revendications, de racisme inconscient et l'assimilationnisme, qui démontre à quel point les thèses communautaristes, qu'elles soient défendues par la revue Éléments ou par des théoriciens africains, sont confuses et contradictoires et visent des objectifs incompatibles.
« On peut se demander, commence Hamidou Dia, pourquoi de tous les pays d'Europe, la France est la seule à vivre si douloureusement ses problèmes d'immigration ». Son explication, à la fois lyrique et geignarde, c'est bien entendu un « racisme sournois » provoqué par, en vrac, le paternalisme condescendant, l'assimilationnisme et l'intégrationnisme. Alors qu'il doit savoir que les pouvoirs publics français ont tout essayé sans succès pour “faire participer les immigrés à la vie de la Cité”, tout en les laissant libres de s'organiser en communautés ethniques. La réponse à la question de M. Dia est pourtant simple : parce que le seuil d'immigrés a atteint en France les proportions les plus fortes d'Europe et parce que les populations concernées posent intrinsèquement plus de problèmes que les Turcs d'Allemagne ou les Hindous d'Angleterre.
Hamidou Dia défend à la fois la thèse que la race noire (car c'est bien de cela qu'il s'agit) forme en France une très forte communauté et qu'elle exige une participation à la vie publique proportionnelle à son nombre, mais aussi qu'elle exige des droits privilégiés de discrimination positive pour compenser le racisme dont elle serait l'objet. Mais il défend aussi l'idée de citoyenneté française des Noirs et celle de destin commun républicain entre jeunes Noirs et jeunes Blancs. Autrement dit, comme la jeune Algérienne citée plus haut, il soutient à la fois et contradictoirement les thèses communautaristes racialistes et les positions assimilationnistes et multiraciales du melting pot républicain. Un cas fréquent de schizophrénie socio-politique.
Dans sa lettre ouverte, il écrit en effet tout d'abord : « L'immigré est en train de devenir, dans la conscience collective française, non plus l'Arabe mais le Noir. [...] Or les Noirs d'Afrique et de la diaspora vivant en France sont entre 5 et 7 millions, immigrés, nationaux, binationaux confondus. Malgré tous les discours sur la nécessaire intégration, cette communauté brille par son absence dans la vie politique, culturelle, médiatique de ce pays, comme si elle était définitivement enveloppée dans la nuit noire de sa peau ». C'est donc, le fait racial d'être Noir qui compte, de l'aveu même de M. Dia. Et ce, que les Noirs soient français ou étrangers. Voilà qui entre en totale contradiction avec la profession de foi citoyenne et multiraciale de M. Dia exprimée plus loin : « Tous les membres de la communauté pensent que, pour être d'origine immigrée, ils n'en sont pas moins des citoyens (même les Noirs étrangers ? Encore une ânerie de plus). Parler d'une seule voix, affirmer avec force notre citoyenneté, refuser avec intransigeance la réduction amalgamée de l'identité avec l'appartenance raciale, ethnique ou religieuse, sans renier aucune des composantes de notre personnalité, peuvent constituer un pôle efficace d'un rassemblement responsable et respecté. [...] Nos enfants auront rigoureusement le même destin ; ils seront, dans le siècle qui vient, ceux qui vont construire la cité de demain que nous leur souhaitons juste, solidaire, républicaine et démocratique ». Communautarisme racialiste et intégration républicaine mis dans le même sac. Quel charabia, quel confusionnisme intellectuel. Mais le désordre idéologique du théoricien du Collectif Libertés ne s'arrête pas là.
Sa deuxième contradiction : il revendique un poids croissant de la “communauté noire” dans la société au nom des signalés services qu'elle lui rendrait et de la valeur ajoutée qu'elle lui apporterait et en même temps il admet ... que cette communauté ne pèse d'aucun poids sérieux dans les forces vives de la France actuelle ! Il faudrait savoir ... Il écrit : « Il s'agit d’affirmer, ici et maintenant, notre forte contribution à l'essor de l'économie et de la culture française ». Comment peut-on fortement contribuer à l'essor de la culture française ... tout en en étant absent ? Mystère. Ce professeur de philosophie africain devrait essayer de lire Aristote et les logiciens grecs (On pourrait aussi fortement remettre en doute le cliché fréquent de l'apport économique et culturel de la “communauté” concernée, mais tel n'est pas le propos ici).
L'explication de ces douloureuses contradictions s'explique par un complexe d'infériorité. Je cite M. Dia, dans toute sa candeur blessée « On vient de célébrer le 150ème anniversaire de l'abolition de l'esclavage, ce crime oublié contre l'humanité. Pourtant nous ne monnayons pas notre souffrance passée et actuelle. (si, puisque M. Dia demande des quotas de Noirs dans les emplois publics) Franz Fanon disait : “quand on me déteste, on dit que c'est à cause de ma couleur ; quand on m'aime, on ajoute que c'est en dépit de ma couleur : ici et là, je suis prisonnier du cercle infernal”. C'est ce cercle qu'il faut rompre, par le refus de toute forme d'infantilisation, d'humiliation et de paternalisme ».
En terme psychanalytique, cette attitude masochiste relève du complexe racial de ressentiment. M. Dia veut responsabiliser les Noirs tout en les victimisant en en appelant à l'apitoiement public. Il refuse l'infantilisation, mais infantilise sa “communauté” ; il rejette l'humiliation et le paternalisme mais les provoque par son discours même.
Le grand gagnant dans tout ceci, chose classique dans toute société multiraciale, c'est le racisme implicite et omniprésent qui remplace les rapports de citoyenneté et de solidarité. Faire cohabiter des races différentes, c'est possible dans une équipe de football où les joueurs sont surpayés, pas au sein d'une même communauté politique et historique de destin.
En conclusion de ce chapitre, admettons que les défenseurs du com-munautarisme, qu'ils soient de gauche, de droite ou d'origine immigrée ne savent plus trop où ils en sont. Ils ont perdu leurs repères. A la limite, les défenseurs de l'assimilation forcée, comme Alain Griotteray (dont je ne partage pas non plus les thèses) sont mieux dans leur peau, puisqu'ils ont une doctrine claire. Impraticable certes, mais non-contradictoire et logique, dans sa tragique impossibilité. Le communautarisme mènera au chaos. En un sens paradoxal, c'est peut-être là la solution.

CHAPITRE IV
L'ISLAM A LA CONQUÊTE DE L'EUROPE
On compte aujourd'hui officiellement 4 millions de musulmans en France. Le chiffre réel est très probablement plus élevé, entre 6 et 7 millions de croyants. L'islam est déjà la deuxième religion de France. On comptabilise déjà 1 430 mosquées officielles en France. Ses pratiquants sont jeunes, alors que les pratiquants catholiques sont âgés. Compte tenu de l'évolution démographique (flux constant de migrants non maîtrisé, taux de natalité supérieur des populations islamisées), si rien n'est fait, l'islam sera la première religion de France à partir de 2015. La France compte déjà davantage de musulmans que l'Albanie et la Bosnie réunies.
Dans l'Union européenne, on estime le nombre de musulmans déjà à 15 millions. Il est en croissance dans tous les pays.
Affirmer aujourd'hui que “la France n'a rigoureusement aucune chance de devenir une république islamique ni même - hypothèse basse - un pays musulman” est une affirmation aussi risquée que celle qui consistait à dire dans les années quatre-vingt que “l'Allemagne n'a aucune chance de se réunifier”, ou que “l'URSS ne peut pas éclater et le communisme ne peut pas disparaître”, ou que “en 1999, la Luftwaffe bombardera Belgrade et le ministre allemand de la Défense sera pourtant un pacifiste de gauche.”

L'ISLAMISATION DE L'EUROPE EST INACCEPTABLE
Aucun de mes propos ne sera haineux envers l'islam, qui pourtant ne pratique pas toujours cette réciprocité. En revanche, je considère bel et bien l'islam comme une très grave menace et un ennemi, dès lors que cette religion conquérante procède à une installation massive et consciente en Europe. On ne méprise pas son ennemi, on le combat. Et quand on cherche à le connaître, on ne sombre pas dans la naïveté des intellectuels d'aujourd'hui qui le déclarent tolérant, sans l'avoir jamais étudié.
De même, on peut parfaitement partager des valeurs proches de celles de son ennemi. Son caractère d,'ennemi vient d'abord de ce qu'il s'impose comme occupant. On peut, comme l'islam, combattre ou déplorer le matérialisme et l'individualisme forcené de l'Occident, mais considérer néanmoins que l'installation de l'islam en Europe est un acte de guerre, selon l'enseignement rigoureux du Coran. La mise en garde de Çarl Schmitt s'applique magnifiquement à tous les Européens naïfs et tolérants envers l'islam : « Ce n'est pas toi qui décide qui est ton ennemi, c'est lui. Tu auras beau le déclarer ton ami, si lui décide qu'il est ton ennemi, tu n'y pourras rien ».
            * * *
Contrairement à l'opinion des islamophiles, l'islam n'est pas seulement une “foi universelle” comme le christianisme mais une communauté de civilisation (“umma”) qui vise à l'expansion. Le projet implicite de l'islam est tout simplement la conquête de l'Europe, à la fois religieuse et ethnique, ainsi que le stipule le Coran. Nous sommes déjà en guerre. Les occidentaux ne l'ont pas compris. Les Russes, si.
Car, même s'il véhicule des valeurs transcendantes et propose une doctrine de vie, individuelle et collective, dans laquelle des normes supérieures et intangibles s'imposent aux croyants, donnant ainsi un sens à leur existence (tout à l'opposé du désenchantement et du dessèchement matérialiste de la modernité occidentale), même 69
s'il apparaît “archéofuturiste”, même s'il s'oppose aux dérives pathologiques de l'égalitarisme (comme le féminisme ou l'homosexualisme), l'islam ne correspond en rien à l'esprit européen. Son introduction massive en Europe défigurerait la culture européenne et la mettrait plus à mal encore que ne l'a fait l'américanisation. Un dogmatisme revendiqué, une absence d'esprit faustien, une négation fondamentale de l'humanisme (entendue comme autonomie de la volonté humaine) au profit d'une soumission absolue à Dieu, une extrême rigidité des obligations et des interdits sociaux, une confusion théocratique de la société civile, de l'État politique et de la religion, un monothéisme absolu, une réticence profonde envers la libre création artistique ou scien-tifique, sont des traits incompatible avec la tradition mentale européenne, fondamentalement polythéiste.
Ceux qui croient que l'islam pourra s'européaniser, s'adapter à la culture européenne, accepter la notion de laïcité commettent une redoutable erreur. L'islam, par essence, ne connaît pas le compromis. Son essence est autoritaire et guerrière. C'est la religion, par excellence, de peuples du désert. Les Européens, païens à l'origine, ont pu paganiser le christianisme, le transformer subrepticement en polythéisme, notamment à travers le catholicisme. Avec l'islam, beaucoup plus intransigeant, ils ne le pourront pas. Ils devront se soumettre ou se démettre. Autrement dit, avec l'introduction colonisatrice de l'islam en Europe, deux risques se présentent : défiguration ou guerre.
Dans un premier temps, le discours de l'islam en Europe se fait relativement tolérant. Les responsables musulmans disent “vouloir respecter les lois de la République” et la laïcité, ce qui est dès le départ, totalement incompatible avec le Coran, puisque celui-ci ne saurait tolérer un autre droit que le droit coranique qu'il confond avec le droit civil. Il s'agit donc d'un mensonge qui appartient à la “stratégie du renard” évoquée par Machiavel.
Déjà en France, comme en Grande-Bretagne, des voix s'élèvent pour demander que les musulmans bénéficient d'un droit spécial. Des partis sont sur le point de se créer pour affirmer ces revendications. Comme on le verra plus loin, l'islam ne révèle jamais avec franchise ses intentions à ceux qu'il considère comme ses ennemis, nous, les Infidèles ; cette ruse est pour lui une obligation théologique et morale.
Dans un deuxième temps, avec l'augmentation constante des effectifs musulmans - par le biais du différentiel démographique, des flux constants d'immigration, voire des conversions des autochtones - l'Europe sera déclarée “terre de conquête” par l'islam, ce qui constitue un renversement radical des tendances historiques des siècles passés.
Revanche contre les croisades et l'humiliation de la colonisation et reprise du grand mouvement d'expansion.
DE L'INTOLÉRANCE ET DE LA RUSE DE L'ISLAM
L'islam est par essence intolérant et sa logique est celle, très machiavélienne, de l'utilisation conjointe de la force et de la ruse. La ruse, quand les musulmans sont les plus faibles et minoritaires ; la force, quand leur domination commence à être assurée.
C'est ainsi que, chez les immigrés arabo-africains, l'islam n'est pas pensé comme une religion d'essence spiritualiste (ses préceptes moraux sont peu suivis) mais comme une auto-affirmation ethnique revancharde face aux Européens, souvent dénommés “croisés”. Plus encore que le christianisme, aujourd'hui très affaibli, l'islam est la religion par essence de la vérité révélée impérative, et, avec une bonne conscience aveugle, se croit toujours dans son droit et justifie tous les actes, même les exactions, commises au nom de son expansion et de la gloire d'Allah.
Les Européens, naïfs défenseurs de l'islam, commettent l'erreur de ne pas le connaître et d'interpréter le Coran comme un “bloc de sincérité”, comme un texte globalement logique, alors que c'est un texte à “plusieurs vitesses”, riche en interprétations biaisées.
On met en avant la “tolérance et la fraternité entre les religions, la liberté de la foi choisie” par le précepte coranique : « point de contrainte en religion » (sourate II, verset 256) ; on insiste sur la réprobation de tout intégrisme et de tout fanatisme : « l'islam est la communauté du juste milieu » (II, 143) ; ou bien : « pas de violence en matière de religion ! La vérité se distingue suffisamment de l'erreur » (II, 257). L'islam serait attaché à la compassion et au pardon des offenses : « il faut repousser le mal par le bien » (XLI, 34 - XXIII, 96 - XII, 22), ou bien encore l'islam serait attaché à l'humanité envers l'ennemi, qui obligerait tout musulman à lui porter secours (IX, 6). Ces versets sont absolument contredits par quatorze siècles de comportement de l'islam, qui privilégie toujours la violence quand les rapports de force lui sont favorables, qui ignore le pardon et la compassion, qui éradique ou soumet dans des ghettos les autres religions dans les territoires qu'il a conquis, où il ne tolère ni les païens polythéistes ni les athées.
Ces versets pacifiques sont une ruse. Théologiquement, dans le Coran, ils sont annulés par les versets belliqueux écrits postérieurement, notamment ceux de la Sourate 4, sur laquelle nous reviendrons plus loin.
L'aumône (zakat) qui constitue le troisième “pilier de l'islam”, est totalement différente dans son essence de la charité chrétienne. Cette dernière est universaliste et altruiste - ce qui semble bien naïf à un musulman. Bien que les musulmans et leurs alliés, par pure ruse de propagande, tentent de faire croire que l'aumône musulmane est un impératif caritatif et philanthrope qui démontrerait l'esprit humaniste et pacifique.de l'islam, la réalité est toute différente.
La zakat ne concerne que l'umma, la communauté des croyants. Un musulman n'est nullement tenu de faire l'aumône au juif et au chrétien dans le besoin, ni de leur porter secours en aucune manière ; quant à pratiquer l'aumône envers le païen ou l'athée, c'est blasphématoire. La signification de l'aumône n'est nullement fondée sur la commisération ou 1’“amour du prochain” dans cette religion conquérante, intolérante et guerrière. Elle est motivée, selon le Coran, par deux considérations d'abord, pratiquer la solidarité envers les membres de l'umma dans la nécessité, afin de renforcer la communauté ; ensuite, apprendre à tout musulman qu'il n'est pas propriétaire des biens dont il dispose, et que ceux-ci ne sont qu'un prêt consenti par Allah afin d'illustrer sa puissance et de répandre partout l'islam, par la conversion ou par le fer.
Il n'est donc pas question pour un musulman de venir en aide à n'importe quel être humain. L'Infidèle est, pour cet implacable monothéisme révélé, un indigne. On aura remarqué - mais les médias l'ont tu évidemment - que le Croissant rouge pendant la guerre des Balkans n'est venue en aide qu'aux réfugiés bosniaques ou kosovars musulmans, totalement indifférent au sort des populations serbes orthodoxes ou croates catholiques frappées par la guerre ; tandis que la Croix rouge n'a opéré aucune distinction ethnique ou religieuse.
D'une manière générale, l'islam ne pratique une politique de paix et d'apparente tolérance que lorsqu'il est faible et minoritaire.
            * * *
Beaucoup de pays musulmans, comme l'Arabie Saoudite, proscrivent absolument l'édification d'une église sur leur territoire. La pratique d'un culte chrétien est interdit aux étrangers en poste dans ces pays. Dans la plupart des pays musulmans, l'entrée ou la résidence de prêtres chrétiens est quasiment impossible ; tout prosélytisme est interdit, sous peine d'expulsion immédiate. En Europe, le prosélytisme musulman est encouragé et financé (constructions de mosquées) par les pouvoirs publics, dont la laïcité n'est qu'un synonyme de naïveté. La règle de réciprocité qui régit pourtant le droit international est totalement bafouée ; les Européens acceptent parfaitement, en leur défaveur, cette règle du “deux poids, deux mesures”, ce qui, aux yeux d'un musulman trahit un signe de faiblesse et de démission qui encourage et légitime, qui justifie divine voluntate leur mouvement de conquête ethno-religieuse de l'Europe.
Dans l'esprit de l'islam, le fait que les Européens n'exigent pas des pays musulmans la même neutralité laïque, la même liberté de culte qu'ils pratiquent chez eux envers les musulmans, signifie ceci : « Les Européens savent qu'ils sont dans l'erreur, ils reconnaissent la supériorité de l'islam et la supériorité d'Allah ; ils se prosternent devant nous et s'avouent Infidèles et c'est à bon droit qu'ils sont pour nous terre de conquête ». Ces propos, ont été tenus par un iman égyptien dans le quotidien cairote Al Ahram.
Les Européens ignorent les fondements même de l'islam, notamment le cynique “impératif des trois étapes de la conquête” : dans un premier temps, la communauté musulmane installée dans une terre étrangère, encore minoritaire, pratique le Dar al-Sulh, la “paix momentanée”, parce que l'infidèle, dans son aveuglement et sa naïveté, permet le prosélytisme islamique sur son propre sol, sans exiger aucune réciprocité en terre musulmane. C'est l'étape que nous vivons actuellement en Europe et qui fait croire qu'un “islam laïc et européanisé” est possible.
Dans un deuxième temps, lorsque l'implantation de la communauté islamique se confirme, l'impératif de la conquête et de la violence se fait jour. C'est le Dar al-Harb, où la terre de l'infidèle devient “zone de guerre”, soit parce que des résistances se font jour à l'implantation de l'islam et qu'il faut briser, soit, parce déjà suffisamment nombreux, les musulmans n'ont plus besoin de paix et peuvent abandonner la prudence des premiers temps de la conquête. Cette phase, nous n'allons pas tarder à la vivre : nous en voyons déjà les prémisses.
La troisième étape est celle où les musulmans finissent par dominer. C'est le Dar al-Islam, le “règne de l'islam”. Le juif et le chrétien sont tolérés mais minorés, bénéficiant au mieux d'un statut inférieur, celui de dhimmis (“protégés”) payant une capitation spéciale et privés de la plupart des droits civiques ; païens polythéistes (“idolâtres”) et athées sont pourchassés, et toute la population doit se plier aux règles sociales de l'islam. Le non-musulman, n'a aucune chance de bénéficier d'une position sociale dirigeante. Au Maroc, où chrétiens et juifs étaient le mieux tolérés et le plus protégés, ils ont tout de même dû partir après la fin du protectorat français, bien qu'il ne se fût produit aucune guerre comme en Algérie.
Pour beaucoup de leaders des réseaux islamiques mondiaux aujourd'hui, l'objectif est d'imposer à terme à l'Europe la loi du Dar al-Islam. C'est un projet conséquent, une volonté politique inébranlable, qui est actuellement en marche. Parce que Dieu l'a ordonné ainsi.
L'islam est un universalisme absolu et prosélyte qui a vocation impérative de conquérir la terre entière. C'est le même impératif que le “allez enseigner à toutes les nations” du christianisme (aujourd'hui abandonné par ce dernier), mais formulé de manière beaucoup plus offensive.
Les années soixante-dix ont été celles de la régénérescence de la puissance islamique, après le coup de massue de la colonisation européenne. Voici venu pour lui le temps de la contre-attaque.
Le prosélytisme chrétien visait à imposer un foi universelle, mais le prosélytisme musulman vise à implanter une civilisation, un mode de vie et une soumission politique. L'islam est moins une religion, au sens spirituel du terme qu'un impérialisme politique et ethnique doublé de la volonté d'implanter partout une civilisation intolérante dans laquelle le musulman dominera tous les autres, comme l'homme domine la femme. Vouloir séparer, en islam, la politique de la religion est complètement vain ; elle ne font qu'une. Les prêches des imams dans les mosquées de nos banlieues, que les islamophiles de salon n'ont jamais entendues, en appellent ouvertement à la conquête du sol français et au travail prosélyte de conversion.
Depuis quelque temps, les Renseignements généraux ont remarqué que certain imams prêchaient directement la violence armée. Les curés, dans leur misérabilisme, ont depuis bien longtemps renoncé à convertir ; dans leurs prêches, ils conseillent au contraire d’“accueillir l'islam” comme une religion-soeur, comme un enrichissement. Quand on pense que l'oecuménisme, n'a jamais fonctionné avec les protestants et les juifs, comment imaginer qu'il puisse être possible avec l'islam ? C'est la fable du berger qui laisse entrer les gentils petits louveteaux dans la bergerie. Quand ceux-ci grandirent, on sait ce qui arriva. Les prélats et les hommes politiques feraient bien d'en revenir à l'enseignement irremplaçable de ce bon Jean de La Fontaine.

UNE RELIGION DE CONQUÊTE UNIVERSELLE PAR LA VIOLENCE
Comme pour faire admettre en douceur la progression de l'islam en France, on évoque un islam de paix, laïc, tolérant, à dissocier absolument de l'islam violent de l'Algérie, de l'Afghanistan et du terrorisme musulman en Europe même. Il s'agit là d'une imposture. Une imposture classique dans l'histoire puisque le Coran conseille, dans les premiers temps de l'islamisation d'une terre par immigration, de donner de l'islam une fausse image pacifique (Sourate 4, verset 101). Pour ensuite frapper et s'imposer. C'est la vieille tactique du cheval de Troie.
En réalité l'essence de l'islam est, comme le stipule le Coran, l'expansion agressive et sans limite. Assorti d'une éthique de la violence, de l'intolérance et de l'exclusion. Avec notamment l'infériorisation des femmes et des mécréants, la pratique du meurtre légal, etc. Tout cela est dans le Coran et n'a jamais été contesté par aucun imam, se dit-il “laïc”, par perfidie théologique, comme Dalil Boubakeur, le recteur algérien de la mosquée de Paris.
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La Charte du Culte Musulman en France, adopté en décembre 1994 à Paris, est un monument d'hypocrisie, qui va jusqu'à déclarer, la main sur le coeur
Article 11 : « L'islam prône la tolérance et combat le racisme, la xénophobie et les discriminations de tout ordre ».
Article 12 : « L'islam est dans son essence une religion de non-violence » (pour un peu, on croirait entendre Ghandi...)
Article 13 : « L'islam appelle au respect et à la dignité de l'homme. Il refuse toute forme de discrimination et d'exploitation. Il ordonne le respect de la vie humaine ».
Avec une sournoise habileté, pour endormir les mentalités européennes, on reprend les thèmes de l'idéologie des droits de l'homme et du catholicisme post-conciliaire. D'ailleurs aucun texte coranique n'est, comme par hasard, cité pour corroborer ces grands principes. Et, de fait, le Coran prône exactement le contraire.
L'islamologue Albert Kehl écrit (in L'islam, guerre ou paix ? : « Les islamistes évitent de porter à notre connaissance les textes dont ils usent forcément pour enflammer leurs fidèles. Il ne nous reste qu'à explorer le Coran. [...] L'importance de la communauté musulmane en France nous fait obligation de ne pas négliger cette étude, l'ouvrage auquel tous les musulmans déclarent se référer. Afin de savoir ce que nous pouvons attendre de cette religion : la paix dont on nous parle tant, ou la violence comme la subissons déjà ? [...] Si nous remontons aux sources de l'islam, c'est l'agressivité dont ils fit preuve dès ses origines qui frappe, non seulement en Arabie, mais dans toutes les directions possibles, à l'ouest vers le Maghreb et l'Europe, au nord en direction de la Turquie, à l'est vers l'Irak, l'Iran, l'Afghanistan. [...] Pour agiter les foules arabes, pour les fanatiser, pour les lancer dans des opérations non point de paix mais de conquête pour la Guerre Sainte, il a fallu que les prédicateurs musulmans utilisent des ordres ou des indications d'Allah inscrits dans les textes même du Coran. Ce sont ces textes qui ne devraient pas exister selon les thuriféraires d'un islam de paix ». Allah a le statut d'un Gott Mit Uns.
Dans la Sourate 4 du Coran, fondamentale, intitulée « Les Femmes », les versets 69, 70, 71, 74, 77, 89, 101, 102 et 104 (dont je cite plus loin partiellement le contenu) proposent la doctrine centrale de l'islam. Elle est d'un simplisme confondant mais d'une efficacité redoutable. Car elle flatte à la fois le désir de bonheur individuel dans le paradis (principe de plaisir, la jouissance enfin autorisée par Dieu) et la volonté de puissance sanguinaire dans l'ici-et-maintenant (là encore pardonnée par Dieu) qui sont les deux moteurs de ce que la nature humaine a de plus primat et de plus profond.
D'après la Sourate 4, la doctrine centrale de l'islam est donc : pour gagner le paradis, où tous les plaisirs sont permis, il faut conquérir le monde, par la violence, au nom d'Allah. En utilisant à la fois la force brutale et la ruse, sans craindre de se priver du plaisir terrestre du meurtre et du viol (le mariage provisoire des intégristes algériens, prévu par le Coran). Les prescriptions de l'aumône ne sont valables qu'en faveur des frères musulmans de l'ummah. La spiritualité se résume à la prosternation devant un Dieu, guerrier et jaloux (inspiré de celui de l'Ancien Testament) afin d'obtenir ses faveurs et d'éviter ses punitions. Dans le Coran, il n'existe aucun verset qui incite à respecter la vie d'autrui. L'amour du prochain y est totalement inconnu ; seul devoir : la solidarité avec le croyant conquérant musulman. On comprend à ce propos pourquoi l'islam fascine tant, depuis les années quatre-vingt, un certain nombre de cénacles nazillons folkloriques. J'aborde cette question plus loin.
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La raison d'être fondamentale de l'islam est la conquête. Il procède, depuis le VIIe siècle par poussées, alternant périodes de paix et de guerre, reculs et nouvelles avancées. Nous affrontons en ce moment un nouveau grand moment de conquête historique de l'Europe par l'islam. On peut parler à son propos de religion de soumission absolue, d'obéissance et de conquête, où les notions de liberté et d'égale dignité des humains sont totalement proscrites (Sourate 4, verset 59). Les fidèles, les “prosternés” ne sont que des “soumis”, instruments dans la main de Dieu, aux ordres des imams qui décident des conquêtes, “s'il plaît à Dieu” (Inch Allah).
Après la mort de Mahomet, en 632, la première vague de conquête arabo-musulmane commence. L'Arabie déclare la “guerre sainte” (djihad) alors qu'elle n'était nullement agressée ni menacée. Mais, conjoncture favorable, les peuples limitrophes étaient très affaiblis, grâce à la providence divine. Notons ce fait qu'on retrouve aujourd'hui, et qui coïncide profondément avec la mentalité arabe : l'islam n'attaque que les faibles, les peuples affaiblis. Dès qu'il sent une puissante résistance, ou une force, il s'incline, déclare la paix, se fait hypocrite et attend son heure. Selon les prescriptions du Coran.
L'Égypte, Byzance, la Syrie, la Palestine, la Turquie, le Maghreb sont en pleine déliquescence après l'effondrement de l'Empire tutélaire romain. Les vagues islamiques s'élancent. Avec massacres, pillages, prises d'esclaves et destructions, dévastations que l'historien arabe Ibn Kaldhoum comparait à celles d'un “nuage de sauterelles”. On conquérait ces terres nouvelles pour la plus grande gloire de Dieu, mais aussi pour les exploiter. Les musulmans morts au combat étaient assurés, en récompense, du Paradis d'Allah (le “Jardin”) « peuplé de femmes vierges et de jeunes garçons », selon le Coran. Fanatisme, dira-t-on ? Certes. Mais lorsque le Franc Karl Martel repoussa l'envahisseur musulman au nord de Poitiers et lorsque les Espagnols, avec la reconquista, les refoulèrent en Afrique du Nord, ce fanatisme fera tout naturellement place au fatalisme. Le fanatisme et le fatalisme sont les deux attitudes fondamentales de l'islam, en fonction des rapports de force.
“Dieu qui nous soumet et dont nous sommes les esclaves, en a décidé ainsi, inclinons-nous”. Fanatisme face à la faiblesse, fatalisme face à la force. Le musulman n'affronte jamais les forts. Ce qui explique les harcèlements et la délinquance des jeunes Maghrébins de culture musulmane : face à des faibles, à une autorité démissionnaire et déliquescente, frappons ! C'est une structure mentale profondément ancrée dans leur culture. Le musulman est à la fois un soumis (quand il se heurte à plus déterminé et plus fort que lui) et un prédateur (quand le rapport de force est en sa faveur). Qu'on me comprenne bien, prédateur n'est pas en soi péjoratif. Nous autres, Européens, l'avons été au temps de notre grandeur et savons parfois l'être encore, par exemple vis-à-vis des Irakiens.
C'est pourquoi la paix française put régner dans le Maghreb plus d'un siècle : tant que les Français affirmèrent et exercèrent leur autorité ... Dès que les imams décèlent une faiblesse dans les pays où les musulmans cohabitent avec d'autres, c'est aussitôt la guerre sainte, la conquête, la djihad qui s'impose. De même lorsqu'il s'agit de peuples voisins affaiblis, car cela signifie que Dieu offre la possibilité de les attaquer. Cette mentalité de ruse prédatrice doit savoir profiter de toutes les occasions.
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Pendant de longs siècles, après la reconquista espagnole et les Croisades, l'islam fut comme assommé, et avec lui, les Arabes. Essor de l'Europe, qui explose démographiquement. Transfert aux Turcs (mal islamisés) de la souveraineté sur l'Afrique du Nord; dont ils prennent le contrôle. Déclin de la culture arabo-islamique. Le monde arabo-musulman connaît un véritable recul de civilisation ; et c'était normal : habitué à tout emprunter aux peuples conquis, de l'algèbre à l'architecture en passant par la médecine, les sciences, la philosophie, etc., ce monde arabo-musulman se retrouve face à lui-même, c'est-à-dire sans possibilité créatrice. L'islam fait le dos rond. Le Maghreb se contente des razzias des pirates barbaresques sur les côtes européennes de la Méditerranée.
L'islam est en recul mais attend son heure et maintient intact ses “sept piliers”, sa doctrine, son optimisme et l'enseignement rigoureux du Coran (attitude inverse de celle de l'Église post-conciliaire, qui s'auto-détruit). Arriva la colonisation européenne et notamment française, initiée à la fois pour faire cesser les raids des pirates barbaresques et du fait du dynamisme européen d'alors, notamment démographique. Et autorisée par l'effondrement de l'Empire ottoman qui régnait sur l'Afrique du Nord.
Terrible humiliation pour l'islam et pour les Arabes, pour leur sentiment de supériorité et leur mentalité conquérante. Mais c'est l'âge du fatalisme : Allah l'a voulu ainsi ! Et finalement, pour un musulman, Allah n'a pas eu tort de provoquer cette colonisation européenne : en créant des infrastructures, des écoles, des dispensaires, les Européens font sortir d'un coup le monde arabo-musulman d'une primitivité, dont il aurait incapable par lui-même de s'extirper. Leur démographie repart grâce à la médecine française qui fait chuter la mortalité et les maladies endémiques. Le colo-nialisme européen a redonné vigueur au monde arabo-musulman et préparé ainsi sans le savoir la deuxième grande offensive de l'islam contre l'Europe. C'est un retournement dialectique. Jamais nous n'aurions dû les coloniser. Et notamment nous installer en Algérie. Sans nous, ils seraient resté dans leur faiblesse, en proie au tribalisme ; nous n'aurions pas été tentés de les faire venir chez nous. Au fond, pour l'islam, le colonialisme français fut un bienfait objectif. Il comprit qu'il fallait prendre humblement la force de l'ennemi pour la retourner un jour contre lui. C'est ce qui se passe aujourd'hui. La naïveté des Européens de ce temps est incommensurable.
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La colonisation française fait ployer le cou, par son autorité, à l'islam, qui ne reconnaît et ne respecte que la force, selon un des canons de la culture arabe. Dans le Maghreb d'alors : pas de criminalité des “indigènes”, pas de velléités d'indépendance, pas de haine affichée des chrétiens et des roumis, pas de fondamentalisme ouvert des imams. La guerre sainte est mise entre parenthèses. Une chose capitale, que personne n'a remarquée malgré la puissance de la colonisation française et la prégnance de la civilisation occidentale, aucun musulman ne s'est converti au christianisme, malgré les efforts missionnaires, ni abjuré l'islam pour un athéisme matérialiste. (Alors qu'aujourd'hui, ce sont des Européens qui se convertissent à l'islam ...) Quelle force de caractère ! Un musulman ploie mais ne cède jamais, comme le roseau de la fable, à l'inverse du chêne qui se laisse déraciner par le vent.
Puis vint l'erreur des deux guerres mondiales, guerres civiles européennes, où les musulmans virent les roumis se battre entre eux, les troupes coloniales arabes appelées au secours contre d'autres Européens, les Allemands, des musulmans engagés du côté de l'Allemagne hitlérienne, etc. Il virent la puissance colonisatrice française vaciller après 1940. Le Fort n'était donc qu'un tigre de papier. Les conditions d'une reprise de la guerre sainte, de la djihad, étaient donc réunies. Le fanatisme, réveillé par les imams (et non par les mouvements rebelles indépendantistes, comme le FLN, complètement manipulés) explose en mai 1945 à Sétif, en Algérie, avec des violences inouïes contre les Européens, puis à Constantine en 1947.
La décolonisation était en route. L'islam récupéra les territoires occupés par les roumis et qu'ils avaient conquis après la mort du Prophète tout le Maghreb et le Moyen-Orient et une partie de l'Afrique noire. La France - qui avait pourtant militairement gagné la guerre d'Algérie - capitula avec les accords d'Évian. Retour à la case-départ. Les Européens quittent le Maghreb, humiliés. L'islam a aboli sa défaite et reconquis ses positions. La grande aventure européenne en terre d'islam se termine, aux yeux des musulmans, par une déconfiture.
Après la défaite et la reconquête, revient le temps de la conquête - et de la vengeance - contre l'ancien conquérant. « Il faut maintenant continuer le mouvement et faire “terre d'islam” les pays de ceux qui nous ont humiliés en voulant faire de nos terres des terres chrétiennes ». Ainsi raisonnaient et prêchaient les imams. Après le fatalisme, revient le temps historique du fanatisme. On notera l'extraordinaire mémoire historique des peuples arabo-musulmans, qui se pensent, à l'inverse des Occidentaux noyés dans le présentisme matérialisme, comme des “peuples long-vivants”, selon l'expression de Raymond Ruyer (exactement comme les Hébreux, les Chinois, les Indiens, chacun selon des modalités différentes).
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Vint alors le temps de l'immigration de masse vers l'Europe et la France. Bien entendu, les motivations individuelles des intéressés étaient économiques et financières. Mais, dès les années soixante, les dirigeants politiques et religieux avaient des arrières pensées. Tout le monde connaît la célèbre formule du président Houari Boumediène : « Nous prendrons la France avec le ventre de nos femmes », propos qui furent reproduits et diffusés dans un tract du FLN au lendemain de la capitulation d'Évian. Quant aux imams, sans appeler ouvertement à la guerre (toujours la ruse) puisque la force des armes n'est pas en leur faveur, ils se contentent d'encourager les fidèles à “monter” en Europe, et surtout en France.
La deuxième grande marche de l'islam vers l'Europe commence, comme autrefois, selon les deux mêmes axes : du sud au nord, par les peuples du Maghreb et de l'Afrique noire. Et de l'est vers l'ouest par les populations turques. Mais aussi par celles du Caucase et d'Asie centrale qui s'en prennent à la Russie affaiblie. La France est globalement la plus visée et la plus touchée, mais, on le voit aujourd'hui, toute l'Europe est concernée, péninsule ibérique, Italie, Allemagne, pays du nord. Vient s'ajouter à cette conquête habile, l'immigration massive des Pakistanais musulmans en Angleterre et des Indonésiens musulmans en Hollande.
Pour les musulmans, cette invasion douce, sans combat est un véritable miracle divin, un don d'Allah. C'est le deuxième miracle, après celui des bienfaits paradoxaux du colonialisme européen.
Cette installation, sans coup férir et sans combat, sans se voir opposer le moindre réflexe de défense, de millions d'entre eux, correspond pour les musulmans à l'essence même des prescriptions du Coran qui conseille de ménager ses forces et d'envahir en douceur la maison de l'infidèle si celui-ci a la stupidité de les y inviter. Toujours selon le Coran, dans un premier temps, tant que les musulmans ne sont pas encore assez nombreux, il est prescrit de montrer patte blanche, d'être affable, de se soumettre en apparence, de sourire. De fait, des années soixante à la fin des années soixante-dix, lorsque la communauté musulmane n'était pas assez forte et installait ses avant-gardes, tout était très paisible : aucune trace de révolte ou de violence des “jeunes”, aucune revendication religieuse, pas d'exigence de mosquées, pas d'écoles coraniques, pas d'imams prédicateurs enflammés. C'est à partir des années quatre-vingt, quand la communauté musulmane en Europe (entrées et naissances) se mit à peser de tout son poids que l'agressivité et la véhémence commencèrent.
Mais quel bonheur, quelle preuve de la puissance et de l'intelligence d'Allah ! Allah qui désarme le mécréant, qui transforme le fier croisé en mouton et, non seulement le persuade d'ouvrir les portes de sa demeure sans combattre, mais d'accueillir le musulman avec hospitalité ! De cette faiblesse imbécile, l'infidèle sera durement châtié au jour où l'islam régnera enfin sur ses terres. Face au musulman, plus tu est faible le lundi, plus tu es méprisé le mardi, et plus tu seras maltraité le mercredi
Bien entendu, l'invasion actuelle est d'autant plus puissante et motivée, qu'au mouvement naturel de conquête de nouveaux espaces par l'islam s'ajoute un légitime sentiment de vengeance contre les croisades et le colonialisme, mais aussi un ressentiment diffus contre la supériorité matérielle objective de la civilisation occidentale, que les musulmans confondent avec l'Europe.
L'islam est à la fois surpris et fasciné - donc encouragé - par l'approbation de la colonisation de peuplement non seulement par les gouvernements européens, mais surtout par les Églises chrétiennes, sans parler des médias unanimes et d'une intelligentsia, comme “sous influence” qui feint de ne rien comprendre. Allah est grand : il rend fou l'ennemi. On ne peut s'empêcher de penser au proverbe romain Jupiter dementat quos perdere vult (Jupiter rend déments ceux qu'il veut perdre).
Albert Kehl écrit : « Il s'agit, pour l'Europe, d'un phénomène d'auto-colonisation dont il n'est aucun autre exemple à cette échelle dans l'histoire de l'humanité ».
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Devant la passivité actuelle des Européens, les musulmans, sidérés par une telle faiblesse, par une telle inconscience - tels les moutons à égorger de l'Aït-el-Khebir - pensent tout bas ce qu'un imam de Créteil a déclaré en novembre 1999 durant son prêche : « Ce continent s'offre à nous, ou plutôt c'est Allah qui nous l'offre, comme un fier guerrier métamorphosé en femme soumise » (tract de l'Amicale des Musulmans de Créteil). Les musulmans sont sidérés par notre faiblesse, notre aveuglement et notre masochisme. Ils profitent du miracle.
Les. Renseignements généraux ont très certainement transmis ces propos à M. Chevènement, ministre de l'Intérieur et des Cultes. Qu'en fera-t-il ? Rien. Quelles conclusions en tirera-t-il ? Aucune. Il se dira “ce ne sont là que des propos d'extrémistes”. Il se trompe. Tout musulman dans l'âme est un extrémiste et un conquérant.
L'islam nous considère comme une civilisation jadis redoutable, mais aujourd'hui dévirilisée, décadente, féminisée, homophilisée. Il attaque, donc. Et de son point de vue, il a bien raison.
Les imams - comme Dali Boubakeur, recteur de la mosquée de Paris - flattent nos faiblesses, pour nous encourager à les entretenir : unanimisme des droits de l'homme, approbation de l'oecuménisme d'une Église en décomposition, égalitarisme, caritarisme, etc. Tout cela, pour mieux nous prendre. C'est la tactique du détachement, du commando masqué, l'intelligente stratégie du cobra, conseillée par le Coran.
Mais parfois, dans les propos de Dalil Boubakeur, le fanatisme et l'intolérance pointent le bout de leur nez. Comme par exemple dans sa réponse aux propos de Mgr Poupard, qui osa suggérer que l'islam posait un problème en Europe. Et à aucun moment les imams et les recteurs soi-disant “pacifiques” et “pro-laïcs” ne disent mot des versets haineux du Coran ni ne réprimandent ou ne contestent les prêches des imams extrémistes ou les articles vengeurs des revues islamistes en circulation dans toute la communauté musulmane. Dans sa période de conquête, l'islam tient toujours un double discours et entretient toujours deux fers au feu.
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La phase suivante de la conquête est facile à prévoir. La période d'installation se termine. La période de renforcement commence (par les nouvelles arrivées et les berceaux). Si rien ne change bientôt, l'islam sera la première religion pratiquée en France. Tout d'abord, des municipalités, par centaines vont tomber entre les mains de partis islamistes qui exigeront une quasi-extéritorrialité et l'application de la charia. La suite logique est la progressive conquête du pouvoir législatif. Ne nous y trompons pas, ce n'est pas là du catastrophisme mais du réalisme : le but de l'islam en Europe est la prise progressive du pouvoir politique et l'instauration, pour commencer en France, à moyen terme, d'une République islamique.
L'objectif a pratiquement déjà été atteint en Bosnie, et bientôt au Kosovo, avec la complicité des États-Unis.
En soutenant en sourdine la conquête musulmane de l'Europe - pour neutraliser cette dernière - les USA font d'ailleurs un très mauvais calcul à long terme, car eux aussi, sont visés, notamment par le projet à long terme de créer un État noir musulman en Amérique (exigence des Black Mulsims et maintenant de Farakian).
Et puis, parallèlement à cette conquête démographique et politique de l'islam, qui enrôlera sous sa bannière toutes les communautés non-européennes, le risque terroriste demeure. Il pourra s'ajouter aux émeutes croissantes des Afro-maghrébins (que l'islam encourage en sous-main). L'islamisation ne sera pas un facteur d'apaisement de la délinquance immigrée, mais d'aggravation. Car cette délinquance est une forme détournée de la guerre sainte, (Sourate 4, verset 71, qui par le concept de “détachement militaire”, autrement dit de commando, avalise à la fois la criminalité religieusement autorisée et le terrorisme sacralisé. On l'a vu récemment avec les saccages et les pillages de 1998 à Lyon pour fêter la fin du Ramadan. Albert Kehl écrit : « Au moindre appel des imams, cette réaction peut prendre une ampleur insoupçonnée. [...] Les sentiments exacerbés par notre faiblesse et le mépris qu'elle engendre ne peut qu'en pousser beaucoup à l'action, au désir de se signaler aux yeux d'Allah par des actions d'éclat ».
Ce devoir de conquête, notamment par la violence, est enseigné dans les écoles coraniques subventionnées par les pouvoirs publics. Les Renseignements généraux n'y mettent évidemment jamais les pieds.
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Il existe évidemment des musulmans européanisés qui se désolent des prémices de cette guerre civile que constituent les émeutes et la criminalité croissante des “jeunes”. Ils comprennent bien qu'il s'agit du prolongement, du retournement sous une autre forme de la guerre d'Algérie sur notre sol. Cette violence des jeunes Afro-maghrébins - qui de plus en plus s'affichent comme musulmans - ne fait que traduire l'impatience, pour l'instant contenue, de bien des adultes, et des imams.
Mais ces musulmans européanisés de bonne volonté ne peuvent rien contre le Livre et ses prescriptions impératives. Même si, eux, résistent à la tentation de la Guerre Sainte, il y en aura toujours d'autres pour tenter l'aventure, aux ordres des “messagers”, les imams, et au nom d'Allah-le-Tout-Puissant. Eux même finiront par suivre, ne serait-ce que pour s'épargner le sort des harkis, ces collaborateurs de l'infidèle et du roumi, qu'on livra, au terme de la guerre d'Algérie au fer des égorgeurs.
Le génie du Coran ne réside pas dans sa spiritualité religieuse - elle est quasi-inexistante - mais en ce qu'il constitue le meilleur traité de stratégie de conquêtes géopolitiques de l'humanité. Beaucoup plus fort que Sun-Tzu, Machiavel ou Clausewitz.
La plupart des Européens ne s'en rendent pas compte, et surtout pas les islamophiles et les immigrationnistes. Il est vrai qu'aucun d'entre eux n'a jamais lu le Coran, aucun d'entre eux ne parle Arabe, aucun d'entre eux n'a jamais mis les pieds dans un pays musulman (sauf peut-être dans les enclaves du Club Med), aucun d'entre eux n'a jamais vécu dans une cité à majorité musulmane.
Pour eux l'islam - et l'immigration - sont des faits abstraits, lointains, sympathiques. Ils vont vite déchanter quand le réel va se rapprocher. « Que nous réserve l'avenir ? demande Albert Kehl. Un sursaut d'autorité qui ramènerait le calme, l'obéissance à nos lois et donc le fatalisme pour un temps parmi la population musulmane, ou la continuation du laisser-aller, du renoncement, de l'humiliation, avec au bout du fanatisme déchaîné, la conversion à l'islam ou la condition de “dhiinmis” sur notre propre sol jusqu'à des temps indéfinis. La seule solution vraiment efficace, la seule digne pour nous, peuples d'Europe, demeure le retour dans leur pays d'origine de l'immense majorité d'entre eux ».
On ne saurait mieux dire. Bien entendu, ce genre de propos est aujourd'hui considéré, en ces temps de névrose ethnomasochiste, comme diabolique. Il n'est pas pervers que l'ennemi nous conquière, mais il est pervers de se défendre. Eh bien, soyons pervers.

L'IMPÉRATIF ABSOLU DE LA GUERRE SAINTE
Le principe central de l'islam est l'expansion par la violence. La djihad, guerre sainte, doit sans cesse être présente dans l'esprit de tout musulman. Avec cette mesure de précaution, qui explique notre naïveté actuelle et qui vise à désarmer l'ennemi : plier quand on est faible, dominer quand on est fort.
L'islam est fondamentalement taraudé par l'idée de guerre sainte. Les concepts de meurtre, de vengeance, d'extermination, de tuerie sont constants dans le Coran. Ceux qui parlent de l'islam comme d'une religion de la paix et de la cohabitation soit mentent soit ne le connaissent pas. Ce qui se passe en Afghanistan ou en Algérie, ces scènes de barbarie quotidienne, tout cela est consubstantiel à l'islam. Il ne s'agit en rien d'“accidents” ou de crimes commis par de faux musulmans, mais bel et bien d'une sauvagerie qui s'inscrit dans le cadre théologique de cette religion. On voudrait faire croire qu'il y a un fondamentalisme extrémiste et un islam civilisé. C'est oublier que même l'islam “civilisé” peut à tout moment devenir barbare. Tout simplement parce que le Coran est émaillé d'appels au meurtre contre les infidèles ou les traîtres. Le “tu ne tueras pas” est une prescription inconnue des musulmans.
Pour vous convaincre qu'il ne s'agit pas de fantasmes ou d'accusations malveillantes, voici quelques passages du Coran qui se passent de commentaires
Sourate 2, v. 190 : « Et combattez dans le sentier de Dieu ceux qui vous combattent » ; v. 191 : « Et tuez ceux-là où que vous les rencontriez et chassez-les d'où ils vous ont chassés. S'ils vous combattent, tuez-les ».
On trouve la justification du martyr, une des bases fondamentale du terrorisme islamiste : « Que vous mouriez ou que vous soyez tués, oui, c'est vers Dieu que vous serez rassemblés. Ne pense point morts ceux qui ont été tués dans le sentier de Dieu. Ils sont vivants au contraire auprès de leur Seigneur. Car la vie présente n'est qu'un objet de jouissance trompeuse. Ceux qui se sont expatriés, ceux qui ont été expulsé de leurs demeures, qui ont été persécutés dans Mon sentier, qui ont combattus, qui ont été tués, je les ferai entrer dans les Jardins » (Sourate 3, V. 158, 169, 185, 195). Tuer au nom de Dieu, c'est la certitude d'obtenir le paradis. La force de l'islam repose sur des simplismes brutaux.
Voici d'autres versets, issus des sourates 4, 5, 8, 9, 17, 33, 47 qui expliquent la bonne conscience vindicative et meurtrière des moudjahidins et supposent que tout musulman peut un jour être appelé à devenir meurtrier en toute bonne foi. Évidemment, on remarquera aussi que le caractère absolutiste et conquérant de l'islam transcende toute vision du sacré et supporte sa théologie. On notera également le simplisme philosophique et spirituel de ces passages du Coran : « Ho les croyants ! Prenez vos précautions puis partez en expédition par détachements ou en masse. Qu'ils combattent donc dans le sentier de Dieu ceux qui vendent la vie présente pour l'ultime combat. Quiconque combat, tué ou vainqueur, Nous lui donnerons un énorme salaire. Ne prenez pas d'amis chez les mécréants jusqu'à ce qu'ils émigrent dans le sentier de Dieu. Mais s'ils tournent le dos, saisissez-les alors et tuez-les où que vous les trouviez » (On remar-quera l'absence total de sens de l'honneur et l'apologie de la lâcheté au service du Dieu récompenseur).
« Par conséquent s'ils ne restent pas neutres à votre égard et ne vous tendent pas la paix et ne baissent pas les mains alors saisissez-les et tuez les où que vous les trouviez. Nous vous avons donné contre eux une autorité manifeste (Seuls comptent les rapports de force. En position de force, le musulman exige sa domination totale et la soumission absolue des autres.) Ne sont pas égaux ceux des croyants qui restent assis et ceux qui luttent corps et biens dans le sentier de Dieu ». On voit ici, par cette affir-mation de la supériorité intrinsèque du moudjahidin, que la guerre sainte est un état permanent, quasi-obsessionnel. Le musulman qui combat, qui milite, est supérieur à celui qui se contente de pratiquer sa foi.
« Et quand vous vous lancez de par le Monde, on ne vous fera pas grief de raccourcir l'office si vous craignez que les mécréants vous mettent à l'épreuve : les mécréants sont pour vous, un ennemi déclaré, vraiment ! »
Triple allusion : en situation de faiblesse, le musulman peut pratiquer la ruse et ne pas suivre sa religion pour donner le change ; d'autre part tout oecuménisme avec d'autres religions est proscrit. L'Église catholique est bien naïve ... Enfin, le devoir de l'islam est bel et bien la conquête.
« Et ne faiblissez pas dans la poursuite de l'ennemi. Si vous souffrez, lui aussi souffre. Le paiement de ceux qui font la guerre contre Dieu et Son messager, c'est qu'ils soient tués ou crucifiés ou que leur soient coupés la main et la jambe opposée ou qu'ils soient expulsés de la terre. Ho, les croyants, quand vous rencontrez les mécréants marchant en ordre, ne leur tournez pas le derrière. Et quiconque ce jour-là leur tournera le derrière - à moins que ce ne soit pour faire un détour et revenir combattre alors il s'acquerra la colère de Dieu ». Toujours cette double attitude, ce comportement biaisé, cette absence de franchise qui sont recommandés au musulman. Le combat de l'islam est fondamentalement machiavélique.
Bonne conscience du combattant - ou du terroriste : « Quand vous tuez, ce n'est pas vous qui les avez tués, mais c'est Dieu qui les a tués. Et lorsque tu tirais, ce n'est pas toi qui tirais, mais c'est Dieu qui tira. 0 Prophète, encourage les croyants au combat. S'il y en a 20 d'entre eux à être constants, ils domineront 200 ennemis. Et s'il y en a cent d'entre vous, ils domineront mille de ceux qui mécroient ».
L'islam est pénétré de l'idéologie de l'agression, si possible sous forme de razzia et de guet-apens : « Puis, lorsque les mois sacrés expirent, alors tuez ces faiseurs de Dieu où que vous les trouviez ; et capturez-les et assiégez-les et tenez-vous tapis, contre eux, dans tout guet-apens ». Nécessité d'une intolérance absolue, dépourvue de toute pitié ou ouverture d'esprit, et fondée sur la domination absolue des musulmans comme objectif final : « Et combattez ceux qui ne croient ni en Dieu ni au Jour dernier, qui ne se donnent pas comme religion la religion de la vérité, jusqu'à ce qu'ils versent la capitation et qu'ils se fassent petits ».
Conquête et guerre sainte permanentes sont préférables au travail, à la prospérité et à la fondation, d'une civilisation pacifique : « Ho, les croyants ! Partez en campagne dans les sentiers de Dieu. La vie présente vous agrée-t-elle ? Vous appesantir sur terre vaut-il mieux que l'au-delà ? Si vous ne partez pas en campagne, Dieu vous châtiera d'un châtiment douloureux. Légers ou lourds, partez en campagne et luttez de biens et de corps dans le sentier de Dieu. Ceux qu'on a laissés en arrière exultent de rester assis par opposition au messager de Dieu et répugnent à lutter de biens et de corps dans le sentier de Dieu. Et bien qu'ils rient moins et pleurent plus ! Ho, les croyants ! Combattez ceux des mécréants qui vous avoisinent et qu'ils trouvent de la dureté en vous ! » Autorisation du meurtre conditionnel de bonne foi : « Et sauf en droit ne tuez personne que Dieu ait interdit. Ne commettez pas d'excès dans le meurtre. Mais, pour les maudits, où qu'on les trouve, ils seront pris et tués de tuerie (justification de la fatwa, l'ordre de tuer l'apostat ou le blasphémateur donné par l'imam, mais aussi explication du fanatisme terroriste). Oui, Dieu a maudit les mécréants et leur a préparé un enfer. Lors donc que vous rencontrerez ceux qui mécroient, alors frappez-les au col, puis quand vous les avez dominés, alors serrez le garrot. Qu'on tue les supputateurs ! »
Les supputateurs sont ceux qui doutent, qui pensent par eux-mêmes. L'islam refuse toute notion de libre examen. Sa psycho-rigidité est absolue. L'incroyant, l'apostat, le dubitatif ne sont pas, pour l'islam, des êtres humains. Ils sont démonisés. Quant à l'infidèle, le chrétien ou le juif, leur sort est celui d'hommes inférieurs. L'islam est la seule religion qui autorise expressément l'esclavage, mais interdiction est faite de rendre esclave un musulman.

UNE TRADITION TERRORISTE
Pour ceux qui douteraient que la djihad, la guerre sainte, soit déjà déclarée à l'Europe, il faut se remémorer ce communiqué du GIA algérien du 26 juin 1999, publié (en toute impunité) par un journal islamiste. autorisé ayant pignon sur rue à Londres, Al Hayat. Il s'agit d'un ultimatum au gouvernement belge, lui intimant de « libérer les moudjahidines martyrs emprisonnés et torturés dans les geôles belges » (ces moudjahidines martyrs, dans la phraséologie islamiste, désignent les tueurs et les terroristes qui agissent au nom d'Allah), assorti de la menace suivante : « sinon, nous plongerons la Belgique dans un bain de sang, nous incendierons des immeubles et des églises ». L'intention de guerre religieuse de conquête est clairement affichée.
Quelques jours plus tard, étaient adressés au même quotidien deux communiqués menaçants signés par l'Algérien Abou Amza el-Afghani, émir des “phalanges des martyrs”, porte-parole du GIA d'Antar Zouabri. La France était menacée d'un « déluge de terreur » si elle ne libérait pas les moudjahidines impliqués dans les attentats de 1995 et soumis à un procès d'assises.
Toujours apaisants et aveuglés face à la véritable nature de l'islam et à son ambition de s'imposer en Europe par la “guerre sainte” à la faveur de l'immigration, les médias belges et français ont minimisé la portée de ces communiqués. Pour eux, il ne s'agissait que du classique “libérez nos camarades” ; il ne s'agissait que de faire pression pour que les gouvernements français et belge cessent de collaborer avec le pouvoir militaire algérien. Apparemment, ils ont très mal lu l'ultimatum du GIA adressé à la France :
« Des jugements de nos frères se déroulent, notamment en France, pour casser le courant de guerre sainte à l'étranger. Les arrestations se poursuivent même au niveau de nos émirs ». Autrement dit, pour qui sait lire, la France est coupable d'empêcher la guerre sainte islamique de conquérir son territoire. Cette expression : “le courant de guerre sainte à l'étranger” ne semble pas avoir ému nos prélats, nos journalistes et nos politiciens. La suite du communiqué du GIA est encore plus claire. Il fait allusion au terroriste beur Khaled Kelkal, délinquant de Vaulx-en-Velin, abattu par les gendarmes en septembre 1995, alors qu'il était recherché pour sa participation à un attentat manqué contre le TGV Lyon-Paris : « Hier, des combattants de la guerre sainte ont sorti leurs sabre face aux vendus et aux non-croyants ; ils ont bombardé au coeur de la France. Nous avons perdu Khaled Kelkal qui s'est sacrifié pour élever la parole de Dieu. Nous continuerons à l'identique, si Dieu le veut, et pour la gloire de l'islam, à frapper les têtes vendues et les hommes des Renseignements généraux. Nous annonçons un terrorisme sanglant aux gouvernements qui ont réprimé les soldats de la guerre sainte ». Ces propos sont parfaitement dans la ligne du Coran. Le GIA, comme tous les mouvements terroristes islamiques (d'ailleurs, ce mot “terroriste” devrait être remplacé par “guerrier”) mène une guerre religieuse et ethnique de conquête de l'Europe. Une minorité, une avant-garde combattante, l'avoue ouvertement. Les “docteurs de la foi” le nient, par ruse et hypocrisie. La majorité silencieuse des musulmans l'approuve implicitement.
Cette intolérance aveugle et brutale, le catholicisme espagnol l'avait développée à l'égard des Indiens d'Amérique, s'ils refusaient de se convertir. L'Église de 83
l'époque n'était d'ailleurs nullement unanime et une bonne partie condamnait le sort fait aux Indiens.
La différence avec l'ancien catholicisme, c'est que, contrairement aux croisés qui faisaient la guerre en face, qui “menaient bataille”, le moudjahidine est autorisé par sa morale à frapper par derrière. La lâcheté efficace est pour lui préférable à l'éthique de l'honneur, souvent inefficace. C'est la stratégie du serpent et non celle du lion. Le coup de poignard dans le dos, les attentats, les viols, les massacres à l'aveugle, les fatwas, puis les dénégations, les fausses condamnations de la violence, les serments d'innocence et de tolérance : telle est la technique d'expansion de l'islam.
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“La fin justifie les moyens” : c'était le précepte de Lénine, comme de l'islam : « Tous les moyens sont bons pourvu qu'ils servent notre Dieu, paravent de notre ethnie ».
La chance que nous avons jusqu'à présent en Europe, c'est que les terroristes islamiques, recrutés principalement chez des Maghrébins, sont de mauvais professionnels, tant techniquement que stratégiquement. Mais il n'en sera pas nécessairement toujours ainsi, dès lors que l'islamisme fera appel à des “combattants” fanatiques pakistanais, iraniens, libanais, afghans, etc., nettement plus efficaces que leurs “frères” maghrébins.
Plus encore que le monothéisme chrétien, le monothéisme musulman s'est principalement répandu, au cours de l'histoire, par l'agression guerrière, beaucoup plus que par la conversion spirituelle. Aujourd'hui, nous avons à faire face à une forme renouvelée d'agression guerrière, qui n'est pas une invasion militaire mais une colonisation forcée “par le bas”, par l'occupation progressive du terrain, par la pénétration démographique.

LES ÉTATS EUROPÉENS CÈDENT DEVANT L'ISLAM
L'État français, à l'instar des autres États européens, cède de plus en plus devant la loi islamique : bien avant l'arrêt du Conseil d'État légalisant le port du tchador dans les écoles publiques, l’“arrêt Mondcho” de 1980 stipule que « la polygamie n'est pas contraire à l'ordre public ». C'est une brèche irréparable dans le Code civil et le signe d'un pourrissement des “grands principes” républicains, qu'on ne cesse d'invoquer avec des trémolos dans la voix depuis qu'ils partent en lambeaux. En Île-de-France, vivent officiellement 15 000 hommes polygames, soit avec leurs épouses et progéniture, 80 000 personnes. Bien entendu, toutes ces petites familles engrangent sécurité sociale, soins gratuits, allocations familiales, etc. L'État français ne tolérerait pas la polygamie chez un non-musulman, mais le musulman, lui, surtout s'il est étranger, bénéficie de ce privilège exorbitant.
L'arrêt a été annulé en 1994, mais rien n'y fait : 230 000 personnes vivent officiellement en France sous le régime de la polygamie, sans aucun risque. La Caisse d'allocations familiale de Marseille (“Le Figaro Magazine”, 30/01/1999) mentionné un père de famille africain qui, avec ses 3 femmes et ses 20 enfants, touche 42 000 F d'aides publiques. Les Français paient leur propre submersion démographique et financent de bon coeur leur invasion par l'islam.
Une convention a été signée avec le Maroc en 1981 qui prévoit que les 400 000 Marocains résidant officiellement en France bénéficient du droit islamique en matière 84
de mariage, de répudiation et de filiation. Des conventions semblables ont été passées avec d'autres États musulmans qui entendent bien que leurs ressortissants expatriés restent sous le contrôle de la mère-patrie. C'est bien la preuve que, pour les États musulmans, leurs immigrés même de deuxième ou de troisième génération, n'ont aucune vocation à s'intégrer à la communauté française ou européenne mais à y faire souche dans un but de colonisation religieuse et ethnique.
Les abattages rituels de moutons effectués lors de la fête de l'Art-elKébir et à d'autres occasions violent toutes les réglementations françaises et européennes (décret du 01/10/1997), dans l'impunité la plus totale. Une circulaire du ministère de l'Intérieur (13/03/1998) a autorisé “exceptionnellement” et dans l'illégalité la plus totale les sites sauvages d'abattage, pudiquement baptisés “dérogatoires”. Quant à Brigitte Bardot, les tribunaux de la République - pardon, d'Ubu Roi - l'ont condamnée pour racisme parce qu'elle s'élevait contre cette hécatombe illégale d'ovins, ce qui constitue un pur et simple déni de justice.
De nombreuses municipalités, des préfectures et le Fonds d'Action sociale subventionnent associations islamisques et mosquées, même les plus intégristes, les plus anti-républicaines. Alexandre Del Valle, auteur de “Islamisme-États-Unis, une alliance contre l'Europe”, écrit : « L'Association pro-iranienne La Voix de l'Islam qui organisa des manifestations contre Salman Rushdie reçut une subvention de 400 000 F du FAS. Le FAS distribue ainsi chaque année un milliard de francs à plus de 4 000 associations d'aide aux immigrés. Celles-ci dispensent entre autre des cours d'arabe ou de religion islamique, en passant par des voyages dans les pays d'origine, ou même à La Mecque ».
Quant à Ségolène Royal, ministre des Universités, elle a déclaré en octobre 1999 qu'il était bien plus souhaitable que les lycéens apprennent l'arabe comme seconde langue plutôt que l'italien, l'espagnol ou l'allemand. Les imams n'en reviennent pas d'une telle soumission. Ce n'est pas la première fois dans l'histoire qu'un processus de colonisation aura recueilli la complicité des colonisés, mais c'est sans doute la première fois que cette complicité aura pris un tour aussi officiel.
Mais il y a pire. On commence à assister à une remise en cause de la part de Républicains atteints par le syndrome de Stockholm, non seulement de la laïcité, mais de la neutralité religieuse de l'État, au profit de l'islam et à son profit seulement. Nous en reparlerons plus loin.
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Les pouvoirs publics européens montrent vis-à-vis de l'intégration des immigrés, en particulier musulmans, une attitude qui relève d'une naïveté suicidaire. Un exemple récent en est donné par la Grande-Bretagne. Alors que le taux de recrues issues de l'immigration, notamment musulmanes, n'était dans l'armée britannique que de 1%, le gouvernement travailliste de M. Blair a lancé en janvier 1999, une vaste campagne pour encourager le recrutement de Noirs et de jeunes issus du sous-continent indien. De manière à décupler, voire plus - c'est l'objectif affiché - leur présence dans l'armée britannique. Tout cela pour “favoriser l'intégration”.
Pour les inciter à s'engager, on a prévu des repas sans porc et sans alcool, des espaces de prières dans les casernes et les vaisseaux, pour pouvoir prier ... cinq fois par jour ! - ce qui n'est même pas le cas dans les armées des pays islamiques. « Il sera également permis de jeûner, à moins,que le soldat ne soit chargé d'une mission militaire exigeant une attention soutenue et un effort physique important » précise le nouveau règlement.
Le Dr. Abd al-Ali Hamed, maître de conférence à l'Université islamique de Londres commentait avec enthousiasme - on s'en doute - ces mesures, dans la revue Al Quds Al Arabi, publiée à Londres et financée par les intégristes, en usant de singuliers sophismes : « Les musulmans britanniques appuient ces mesures. Elles favorisent l'intégration. Si l'armée britannique devait combattre un pays musulman, il serait facile d'objecter que les guerres actuelles ne sont pas des guerres de religion. Le but d'un tel conflit ne serait pas de combattre l'islam, mais de protéger la sécurité et l'ordre dans ce pays ».
Quand on voit l'opposition des musulmans britanniques à la participation de la RAF aux bombardements de l'Irak musulman, il est douteux qu'un pilote britannique musulman accepte d'obéir aux ordres.
Ces mesures ne pourront qu'affaiblir l'armée de métier britannique, actuellement pourtant une des plus efficaces du monde. Appliquer le communautarisme - c'est-à-dire le tribalisme - à une force armée est une illusion, car il brise sa cohésion. Une armée forme déjà une communauté, comme le notait Clausewitz ; si elle devient multi-ethnique, son efficacité est réduite.
D'autre part, par sa nature même, l'islam se pense comme une “religion guerrière”, fondée sur une logique de solidarité entre mahométans et d'exclusion des non-musulmans. La cohabitation, au sein d'une même armée de musulmans et de non-musulmans est, aux yeux de l'islam, une absurdité. Les jeunes musulmans qui s'engageront dans l'armée britannique ne le feront pas par patriotisme, mais pour de simples raisons économiques de sécurité de l'emploi et, pour une minorité active, d'infil-tration. Mais si, d'aventure, la Grande-Bretagne doit mener des opérations militaires contre un pays musulman, une armée comportant une importante minorité musulmane ne sera plus opérationnelle. Contrairement aux affirmations - certainement peu sincères - du Dr. Abd al-Ali Hamed. Tout cela fait partie du procession d'infiltration douce et de colonisation de l'Europe par l'islam - et ses populations.

QUAND LA RÉPUBLIQUE DÉROGE A LA LAÏCITÉ
En France, l'angélisme vis-à-vis de l'option conquérante de l'islam est confondant. Imitant ce qui se passe en Grande-Bretagne, les autorités républicaines n'hésitent pas à déroger à leur sacro-saint principe de laïcité, pour favoriser en France l'implantation de l'islam.
Un exemple éclatant de cette naïveté des pouvoirs publics qui se jettent dans la gueule du loup sans aucune réflexion préalable nous est offerte par les propositions de Roger Fauroux, ancien ministre et président du Haut Conseil à l'intégration. On expliquait dans Libération (05/06/1999) : « Modifier la loi de 1905 de séparation de l'Église et de l'État en vue de favoriser l'émergence d'un islam de France, notamment en formant des lieux de culte et en formant des imams : c'est la réflexion révolutionnaire qu'envisage de mener Roger Fauroux. [...] Le HCI passe de 9 à 20 membres, en s'ouvrant à des personnalités de culture islamique ».
Dans cet esprit, les principes républicains de laïcité, de neutralité envers les religions et de relégation de ces dernières dans la sphère privée sont bel et bien violés. Dans leur manie intégrationniste et immigrationniste, les républicains socialistes renient les fondements même de leur idéologie, c'est-à-dire la séparation des Églises et de l'État. Ce dernier doit aider (autrement dit le citoyen-contribuable, même athée ou chrétien) à 86
“créer des lieux de culte islamique” et à “former des imams” ! Jean Jaurès, Clemenceau, Émile Combe, Jules Ferry doivent se retourner dans leurs tombes. Leurs descendants socialistes d'aujourd'hui leur apparaîtraient comme les pires obscurantistes, les pires réactionnaires. L'État républicain laïc sommé de financer la plus théocratique des religions du monde, quelle irrémédiable décadence, quelle lamentable implosion des principes et des utopies de la République française !
Qu'eut-on dit si quelqu'un se fut avisé de proposer que l'État construisît des églises et salariât des curés pour contrer la crise des vocations catholiques !
On propose donc, en dérogation du principe d'égalité, que l'État abandonne son impartialité et accorde des privilèges officiels (comme c'est déjà le cas envers les immigrés au détriment des autochtones) à la religion même - l'islam - qui menace le plus dangereusement cet État républicain français. La république se saborde. Comme si elle voulait donner raison aux maurassiens, cent ans plus tard, qui l'accusaient à l'époque d'être une “catin”.
Les “réflexions” du HCI d'accorder des faveurs et une prévalence à l'islam font penser au suicide de l'État républicain en juin 1940 qui instaura le régime de Vichy. Dès qu'un adversaire la menace et la domine, hier l'Allemagne national-socialiste, aujourd'hui la colonisation islamique, la république suit une logique de soumission, presque de prostitution : elle abandonne ses grands principes, elle se rend.
M. Fauroux et son HCI partent du principe suivant : pour “intégrer” les immigrés musulmans beaucoup trop turbulents, construisons un “islam à la française”, sur le fondement utopique d'un islam laïc et tolérant. Absorbons la bête pour éviter qu'elle ne nous dévore. Mais elle vous dévorera quand même. Vous leur aurez, Messieurs, payé la corde avec laquelle ils vont vous pendre, selon le mot de Lénine. L'intégrationnisme débouche donc, par effet pervers, sur le plus dangereux des communautarismes.
Les mosquées financées par l'État, les imams salariés par l'État, en dérogation forfaiturale des lois fondamentale de la république et de la Constitution ne rendront nullement l'islam “républicain” ou “français”. Car l'islam est par essence cynique et guerrier. Cela n'empêchera pas, comme l'imaginent tes caciques socialistes, l'Arabie, l'Algérie et les autres pays musulmans, de continuer à financer et à contrôler l'islam de France. Sun Tzu disait : « Aider l'envahisseur en croyant l'amadouer et le contrôler, c'est l'oiseau qui chante en croyant séduire le cobra ».
C'est Justine, l'héroïne stupide de Sade : « Violez-moi, Monsieur, violez-moi, faites-moi bien mal, je vous en supplie. Ainsi, vous ne me tuerez point ». L'État français laïc et républicain, comme la hiérarchie catholique, est victime du syndrome de Stockholm, le syndrome des vaincus. Ouvrons les portes à l'ennemi. Qu'il est agréable de se faire vaincre, de courber le licol, dans l'espoir de ne pas se faire égorger.
Les délires de M. Fauroux et de son HCI nous renseignent au moins sur un point : les politiciens républicains français posent, sans le savoir, les premières pierres d'un État théocratique islamique en France.
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A mesure qu'il se renforce démographiquement en Europe, que les conversions se multiplient, qu'il est assuré d'être dores et déjà la deuxième religion pratiquée en France, l'islam passe à la seconde phase de son offensive. Plusieurs signes avant-coureurs ne laissent d'inquiéter. Après avoir revendiqué l'égalité de traitement, les 87
meneurs et les leaders musulmans - soutenus par leurs pays d'origine - exigent maintenant des privilèges et surtout commencent à revendiquer de la part des Européens de souche un abandon de certaines de leurs traditions, choquantes pour les dogmes musulmans.
La multiplication des “zones de non-droit” dans les banlieues de Lyon, Paris, Marseille, Lille, Strasbourg ou les villes (Roubaix par exemple) à large majorité immigrée, favorise le développement sauvage et illégal des lois islamiques, qui s'imposent de plus en plus à toute la population, même si elle n'est pas musulmane. Pour échapper à l'ostracisme social, de plus en plus de femmes françaises sont quasiment forcées de se convertir.
D'après les enquêtes d'Alexandre del Valle, précité, les mini-jupes, la consommation d'alcool ou de viande de porc (cette dernière même dans les cantines scolaires) sont découragées et commencent à disparaître. Des imams étrangers pratiquent impunément et illégalement des mariages selon la loi islamique, tandis que des juges musulmans (cadis) rendent la justice selon des verdicts inspirés de la charia et immédiatement applicables, en violation complète du Code civil.
Paralysés, complexés, les pouvoirs publics et les médias encouragent le mouvement. Les chaînes de télévision publique consentent d'importants efforts pour couvrir les fêtes musulmanes, alors que les fêtes orthodoxes ou catholiques sont délaissées. Dans l'édition, le cinéma, à la télévision, il est aujourd'hui impensable de critiquer - voire évidemment d'attaquer - l'islam, alors que les charges ou les insultes contre le catholicisme traditionnel sont parfaitement tolérées.
Encore plus drôle : les discours machistes, anti-homosexuels, anti-pornographiques en provenance d'autorités religieuses musulmanes sont accueillies par la gauche progressiste anti-réactionnaire par des silences gênés.
L'émancipation de la femme ne vaut pas lourd face à l'expansion de la mosquée. Simone de Beauvoir serait-elle d'accord ? Les égéries féministes d'aujourd'hui comme les associations gays se gardent bien de prendre l'islam pour cible !
Les associations d'entraide islamique n'aident que les musulmans, sans que nul n'ose à redire, alors que ce serait un scandale si les associations chrétiennes pratiquaient une telle discrimination. L'association caritative FN du Pasteur Blanchard doit montrer patte blanche et démontrer qu'elle aide aussi des musulmans et des immigrés.
L'islam s'impose peu à peu aux esprits des élites européennes intel-lectuellement ahuries comme un bloc intouchable de sacralité. L'islam pratique, comme toute dogmatique totalitaire et exactement comme jadis le communisme, la stratégie de la menace, fondée sur la certitude absolue de professer la Vérité unique et de représenter le Bien. Mais aussi la stratégie de la non-réciprocité fondée sur une bonne conscience à toute épreuve.

POLITISATION DES MUSULMANS ET DANGER D'UN PARTI ISLAMIQUE
Malgré leur nombre toujours croissant en Europe, les musulmans bénéficient d'une infime représentation politique. Parce que leur participation électorale est faible, qu'ils présentent peu d'élus et que les élites musulmanes ne sont pas vraiment prêtes, mentalement, à participer à un système électoral démocratique.
Mais rassurez-vous, ils attendent leur heure, tout cela va changer. Avec la bénédiction naïve des politiciens autochtones européens qui, par intérêt ou angélisme, ont ouvert les portes de l'immigration et s'apprêtent maintenant à ouvrir celle de la 88
représentation politique. La croissance démographique des musulmans en France laisse prévoir pour bientôt la création de partis politiques islamiques et la naissance d'une classe politique islamique qui montera à l'assaut des institutions et prendra une place de plus en plus grande parmi les élus de la “représentation nationale”.
Dans Le Figaro-Magazine (13/02/1999), l'adjoint au maire de Paris et député RPR Claude-Gérard Marcus écrivait : « II est souhaitable qu'un nombre accru de Français musulmans assument des responsabilités électives ». Malheureusement, si les choses continuent comme aujourd'hui, c'est ce qui risque de se produire ; et quand le processus prendra de l'ampleur, M. Marcus - ne le trouvera plus du tout “souhaitable”. Et ce, pour les raisons suivantes
1) Les élus musulmans seront peut-être élus, mais ils n'en seront pas pour autant politiquement intégrés et ne joueront nullement le “jeu de la France”. Ils seront d'abord les élus des musulmans (et de tous ceux qui, originaires de l'immigration, s'assimilent à ce groupe même sans pratiquer la religion). Ils tenteront d'abord d'obtenir des faveurs, privilèges et dérogations envers l'islam en particulier et la communauté immigrée en général. Comme cela se voit déjà en Angleterre où un parti politique islamique a été créé et présente des revendications dérogatoires au droit. Les républicains et autres porte-étendards de la laïcité, au mental enfantin, vont déchanter. L'objectif des élus musulmans sera d'ouvrir une brèche dans le droit public français de manière à y créer un statut particulier pour l'islam, anticonstitutionnel, évidemment.
2) Compte tenu du nombre grandissant des populations musulmanes et/ou issues de l'immigration, et compte tenu aussi de leur taux croissant de participation électorale (qui ne signifie pas leur “intégration” mais leur politisation), il est à craindre qu'un ou plusieurs partis islamiques n'acquièrent peu à peu un poids très important sur la scène politique. Les Français d'origine immigrée ne voteraient alors plus pour la gauche comme ils le font actuellement ni encore moins pour la droite RPR de M. Marcus mais pour ledit parti islamique.
3) Il est naïf de croire que les politiciens musulmans vont se répartir dans les partis existants. Ils seront tentés de se regrouper dans des formations proprement islamiques, puisque cela accroîtra leurs chances d'être élus par leurs coreligionnaires. Et même s'ils se répartissent dans lesdits partis de gauche ou de droite, ils seront tentés de former entre eux un lobby, afin d'infléchir les programmes de ces partis.
4) Un ou plusieurs partis islamiques commenceront d'abord par vouloir créer un État dans l'État, une sphère musulmane dans la société. Puis, du fait de la nature de l'islam - une théocratie qui associe le politique et le social au religieux et qui ne tolère pas, dès qu'il se renforce, d'autre loi que la sienne sur le même territoire - nous verrons advenir, au fur à mesure que croîtra le nombre de mahométans ou prétendus tels, des leaders qui exigeront l'application de la loi islamique à la France. Plusieurs chefs islamiques ont déjà envisagé cette hypothèse dans des prêches ou des écrits.
Avec une naïveté confondante, M. Marcus, précité, écrit : « Je n'ai aucun goût pour un communautarisme qui imposerait que, dans les différentes assemblées, chaque minorité se voie attribuer une représentation proportionnelle à son importance. Pareille disposition serait contraire à l'esprit républicain ». Or déjà, en rupture complète avec cet “esprit républicain”, on vote déjà des lois ou l'on applique des règles qui attribuent des quotas à des groupes sexuels ou ethniques. Demain les musulmans eux aussi exigeront des quotas politiques.
5) Les hommes politiques français-musulmans issus de l'immigration essaieront de peser de tout leur poids pour, d'une part, infléchir la politique extérieure 89
française et européenne dans un sens pro-islamique et pro-arabe (ce qui en soi n'est ni une bonne ni une mauvaise chose mais peut ne pas correspondre nécessairement à nos intérêts et compromet notre indépendance) et, d'autre part, pour ouvrir davantage encore nos frontières aux ressortissants musulmans, régulariser et naturaliser un nombre crois-sant de musulmans. Il faut savoir que dans la logique de l'islam qui est autant nationale que religieuse, les hommes politiques musulmans ne seront pas d'abord attachés à la France ni à d'autres pays européens. Ils formeront la cinquième colonne des pays musulmans et défendront d'abord leurs intérêts, comme les communistes étaient d'abord les défenseurs - et les agents - de la politique de l'Union soviétique.
6) La politisation de l'islam en France est de plus en plus visible. On demande de moins en moins d'intégration et de plus en plus d'avantages et de privilèges à la fois sociaux et religieux, selon la logique communautariste d'invasion. A cet égard, l'influence de l'assimilationniste SOS Racisme décline. L'islam fonctionne, non pas comme une foi neutre, un retour dans le droit chemin des Arabo-africains délinquants, mais comme un étendard de lutte et de contestation politique, une arme de guerre en somme. Une arme non d'intégration mais de rupture avec la civilisation européenne, dans un but non de cohabitation mais de substitution et de destruction.
7) L'intégrisme politique musulman ne tardera pas à poser des problèmes insolubles aux adorateurs des Droits de l'Homme. La minoration de la femme, l'intolérance atavique, le refus de la laïcité, l'antijudaisme, la limitation de la liberté de presse et d'opinions, etc. seront nécessairement présents peu ou prou dans les programmes politiques des musulmans.
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La doctrine communautariste est inapplicable à l'islam comme elle l'était au communisme.
Les communautaristes partisans du foulard, de droits spécifiques au culte musulman, d'une société de cohabitation harmonieuse en “peau de léopard” selon un fumeux “droit à la différence”, se trompent du tout au tout. Car l'islam est viscéralement anticommunautariste et opposé à tout droit à la différence. Son monothéisme absolu lui ordonne à terme de régner sans partage sur la société qu'il conquiert. Intrinsèquement, il se pense à long terme comme la seule communauté légitime, la communauté des croyants, ayant le monopole de l'existence et de l'expression dans les territoires conquis, les autres communautés ne pouvant bénéficier au mieux, que d'un statut inférieur d'inféodés et de tolérés. Pour l'islam, une société plurielle, tribale, kaléidoscopique est fondamentalement impie. Elle n'est qu'une phase de transition pour aboutir à la domination d'une communauté - la musulmane - sur les autres, prélude à leur souhaitable élimination, ou conversion.
Aujourd'hui, les leaders musulmans font semblant de jouer, dans les sociétés européennes, la carte d'une coexistence communautaire, en prononçant de faux serments laïcs. Mais n'en doutons pas : à long terme, l'objectif est la domination de la charia, la loi islamique. L'accélération de l'histoire démographique en convaincra vite les sceptiques ...
De ce point de vue les païens polythéistes tolérants et communautaristes font preuve d'un aveuglement total. Ils s'élèvent contre ce qu'ils croient reconnaître comme l'intolérance républicaine jacobine qui prétend imposer son modèle assimilateur. Ils s'élèvent contre le culte de l'Unique et à ce titre prennent la défense de l'implantation de l'islam. Mais savent-ils que l'islam est la doctrine sociale et politique la plus assimilationniste qui soit ? Savent-ils qu'en ces matières, l'islam plus que tout autre, défend l'Unique, pratique le refus absolu de cet Autre et de cette Différence qui leur sont si chers ? Savent-ils, eux qui défendent le foulard islamique à l'école républicaine, que dans les écoles coraniques de France, les croix, les étoiles de David, les médailles ou symboles religieux de tout autre culte que le musulman sont interdits sans appel ?
L'islam fonctionne exactement selon le même principe totalitaire que le communisme. Comme ce dernier, avec ses doctrines du prolétariat comme communauté unique à terme, de la lutte de classe et du parti unique, l'islam a vocation a absorber tout le champ social et politique. La vision d'une société de “liberté de communautés” lui est aussi étranger et insupportable - voire même incompréhensible - que le multipartisme l'était pour le communisme. Jusque dans les années quatre-vingt, les communistes n'ont jamais caché que leur but était la dictature du prolétariat et la conquête de toute la société sur le modèle de l'URSS totalitaire. L'islam recherche exactement le même but. Et comme le communisme jadis, il joue provisoirement le jeu du multipartisme et de la liberté d'opinion. Le communisme s'est effondré comme on le sait et le PCF s'est fait social-démocrate. Mais avec l'islam, une telle chute, une telle mutation est impossible. Marx était déboulonnable, pas Allah.
L'idée communautariste prône une hypertrophie de la tolérance. Vis-à-vis de l'islam aujourd'hui, le communautarisme ressemble à ce furent ces naïves revendications qui demandaient que les partis communistes russes et est-européens pussent tolérer des partis libéraux à leurs côtés. Le communautarisme est une illusion libérale fondée sur cette croyance “on peut s'entendre, on peut cohabiter”. Eh bien non : l'Autre ne veut pas s'entendre avec toi et ne veut pas cohabiter avec toi. Il veut s'imposer et exiges que tu cèdes ou que tu disparaisses.

L'HYPOCRISIE DES DÉFENSEURS D'UN “ISLAM TOLÉRANT ET LAÏC”
On l'aura compris. Mon propos n'est pas de diaboliser l'islam. Pas plus que de juger ses préceptes et ses croyances. Mais de faire comprendre que son extension que le sol européen, ne pourra aboutir qu'à des tragédies. Il a été possible d'européaniser l'Évangile sous la forme du catholicisme, religion syncrétique. Ce sera impossible avec l'islam. Cette foi et cette loi s'imposent de manière physique, directe, comme un bloc.
Tandis que le judaïsme ne s'est transformé en christianisme (schisme du judaïsme) que par l'intermédiaire d'Européens, l'islam, lui, veut s'imposer sans concessions, sans adaptation. Par ses masses, par la force.
Le christianisme fut une création européenne à partir d'influences extérieures qui s'est fondé dans le moule des traditions gréco-latines et germaniques. L'islam s'installe en Europe avec la volonté de remplacement d'une culture par une autre.
Malheureusement, ceux qui dissertent de l'islam ne le connaissent absolument pas, intellectuels ou politiciens qui lui sont favorables. Ils ignorent sa nature théocratique, encore bien plus forte que celle du catholicisme médiéval, pour laquelle l'État est illégitime s'il ne respecte pas les préceptes de la religion. Pour un musulman, il ne peut coexister une loi laïque neutre et publique et une loi musulmane fondée sur la foi et cantonnée au domaine privé. La théologie musulmane s'appuie sur le texte sacré révélé à Mahomet par Gabriel, mais aussi sur la sunna (faits et gestes du prophète) et les hadiths (traditions relatives à la vie de Mahomet et textes de référence qui complètent le Coran pour indiquer comment se comporter dans la vie).
L'ensemble constitue un véritable cadre de civilisation, source du droit, fondement de la morale, règle des comportements quotidiens et sociaux. La foi et la loi sont indissociables. Ce qui signifie concrètement que dès que l'islam devient la religion majoritaire dans un pays, ce dernier doit abandonner à terme ses coutumes législatives et adopter le droit coranique. Si rien ne se passe, si la logique démographique se poursuit, l'islam deviendra bientôt dans plusieurs pays d'Europe la première religion... Il serait stupide de s'attendre à ce qu'il ne se passe rien...
Les Européens sous-estiment sa détermination, sa puissance et donc son danger. Ils le prennent pour une “religion comme une autre”, qui s'inscrira dans une “niche”, tout comme le judaïsme et le bouddhisme, alors que ces deux dernières religions ne visent nullement au prosélytisme absolu.
L'islam ne repose pas sur des spéculations, des doutes, des interrogations, des abstractions, mais sur des principes. Par définition, ces derniers sont intangibles. Étant donné que les Européens n'ont plus de principes, ils risquent d'être à la fois victimes de l'islam et fascinés par lui.
Pour se faire respecter des musulmans, il faut leur opposer les mêmes principes d'intransigeance qu'ils manifestent. Il convient surtout de ne faire montre d'aucune faiblesse, d'aucune tolérance à leur égard. Il faut camper sur une position déterminée : ce n'est pas à la cohabitation avec l'islam qu'il faut se préparer en Europe, pour les minorités conscientes et actives, mais à son expulsion à terme.
La “nouvelle évangélisation” chère à Jean-Paul II est un leurre. Les rares prêtres - d'age moyen de plus de 50 ans - présents dans les cités ne cherchent nullement à convertir, mais comme ceux qui demeurent en Algérie (et qui se font régulièrement égorger) à faire du social, à pratiquer une charité à sens unique. Un comportement de mouton, en somme.
On appréciera le jargon, la “langue de guimauve” du père Jean-Luc Brunin dans son livre L'Église des banlieues, l'urbanité : quel défi pour les chrétiens ? (Éditions de l'Atelier, 1998) : « L'Église ne peut pas tout. [...] Mais elle ne peut pas déserter et renoncer à chercher avec les hommes de bonne volonté les chemins du possible, vers un avenir humain et fraternel au coeur de l'urbanité. Le souci de vivre la mission dans les quartiers rend plus nécessaire que jamais le repérage des réseaux et des lieux d'appartenance. C'est là qu'il nous faut proposer des temps de rencontre, de convivialité, de partage, d'approfondissement de la foi, de prière et de célébration ». Plus mou, plus creux, tu meurs. Les imams ne tiennent certainement pas ce discours-là ; à entendre ces propos, il doivent bien rigoler.
L'Église ne cherche plus à évangéliser, ni à combattre l'islam, mais à faire du social et à dialoguer avec lui... Le père Peloux, installé dans les cités immigrées du nord de Marseille explique naïvement : « Le tissu social se défait. Face au risque de communautarisme, il faut favoriser les relations humaines. L'important n'est pas d'amener les gens à un rite, mais à un changement et à une réussite de leur existence ».
Le dévouement de ces prêtres n'est pas en cause. Simplement, face à l'islam conquérant et cynique, ils jouent le rôle d'assistantes sociales, et aucun remerciement ne leur sera concédé.
            * * *
Les défenseurs d'un “islam tolérant et laïc” pratiquent, soit l'ignorance, soit le mensonge pur et simple, comme Houchang Navahandi, ancien recteur de l'université de Téhéran, correspondant de l'Institut, qui pouvait écrire dans Le Figaro (30/01/1998) : « L'islam, en tant que foi privée, peut être vécu normalement dans les pays non-musulmans, à condition que ceux-ci respectent la liberté de culte ». Mais l'islam n'est pas une foi privés ! Toute sa théologie a pour but de finir par faire conformer la loi à la foi, l'État à la religion. Navahandi tient des propos hypocrites. Il sait très bien que l'islam reste sagement une foi privée tant que les musulmans restent très minoritaires. Mais dès qu'il devient la première religion pratiquée, ce qui risque fort de survenir en France, il exige que cette foi privée devienne foi publique et officielle, que l'État favorise sa pratique au détriment des autres croyances, minorées ; et qu'il conforme ses lois au droit coranique. Comme c'est précisément le cas en Iran. M. Navahandi poursuit : « Aucune obligation n'est faite aux musulmans pratiquants de ne pas respecter les lois du pays où ils vivent ». Quel sophisme... Mais aucune obligation non plus n'est faite de respecter ces lois ! Cet éminent docteur musulman fait semblant d'ignorer que le Coran conseille, pour leur sécurité, aux mahométans de respecter les lois d'un pays d'accueil tant qu'ils y sont très minoritaires. Mais c'est un pur calcul. Dès que leur nombre croit, ils doivent relever la tête et imposer au pays la “loi d'Allah et la foi de Mahomet”. C'est la logique théologale intrinsèque de l'islam.
Évoquant l'exception que constitua au XVIIe siècle en Iran le règne tolérant de Shah Abbas Ier le Grand, M. Navahandi expose : « Dans les pays musulmans, la tolérance et le respect à l'égard des autres religions, y compris, et je pourrais dire, surtout, le christianisme, a souvent été la règle ». Passons sur cette hallucinante contre-vérité historique et mentionnons simplement qu'aujourd'hui, tout au moins, pratiquer une autre religion que l'islam dans les pays musulmans est, soit purement interdit (péninsule arabique), soit découragé et socialement dangereux, tout comme l'étaient tous les cultes dans les anciens pays communistes.
« Le danger n'est pas l'islam mais l'islamisme, idéologie révolutionnaire et subversive », expose l'auteur, qu'il présente comme une “perversion”, tout comme le stalinisme eût été une perversion du communisme. Pourtant, à aucun moment il ne condamne clairement la fatwa de Komeiny contre Rushdie, qui est bel et bien de l’“islamisme d'État”. En réalité, l'islamisme et l'islam ne peuvent être séparés.
Il faut combattre cette tendance absurde qui consiste à affirmer qu'une idéologie et une religion ne sont pas ce qu'elles sont objectivement, historiquement, dans leur incarnation, mais ce qu'elles affirment être spirituellement. Le stalinisme totalitaire est l'incarnation et l'aboutissement du communisme ; l'islamisme intolérant est le résultat et l'application de l'islam. Une doctrine est sa propre application, sa propre substance, non son essence. Ce n'est pas l'intention qui importe, mais le résultat, surtout quand ladite intention est hypocrite.
L'islam réel, appliqué, ce sont bel et bien les tragiques Talibans du Pakistan (qui ne sont nullement une “farce”, comme se plaît à l'écrire M. Navahandi), le fanatisme des imans iraniens, la rigidité dogmatique et brutale de tous les régimes théocratiques de la péninsule arabique, les persécutions anti-chrétiennes ou anti-hindouistes du Pakistan et d'Indonésie, le machisme institutionnel du Maghreb, etc. Ce ne sont pas de « fausses interprétations religieuses de l'islam », comme le prétend M. Navahandi. C'est l'islam.
L'islam, c'est l'application de la charia ; or, la charia est consubstantiellement dogmatique et intolérante, car le Coran considère l'intolérance comme une vertu. Ce qui fait d'ailleurs qu'il a séduit un certain nombre d'extrémistes politiques européens. Tolérer ou protéger l'infidèle, le considérer comme égal en droits au musulman, c'est être infidèle soi-même. L'islam est une “pensée de l'absolu”. D'ailleurs, dans certaines banlieues françaises, où les musulmans sont majoritaires, des Français de souche - surtout des femmes d'ailleurs - sont obligés de se convertir pour mener une vie normale, pour assurer leur sécurité, et échapper à l'ostracisme social !
Et si aujourd'hui l'Église catholique ne pratique plus l'intolérance inquisitoriale, ne prêche plus la conversion universelle et la christianisation du monde, mais se replie sur 1’“oecuménisme” et 1’“ouverture à l'Autre”, c'est tout simplement parce qu'elle. est déclinante, parce que le rapport de force ne joue plus en sa faveur. La foi s'efface devant la charité, cette dernière de plus en plus sécularisée et confondue avec les droits de l'homme.
Un autre habile hypocrite qui lui aussi, nous fait passer des vessies pour des lanternes : Dalil Boubakeur, recteur de l'Institut musulman de la mosquée de Paris.
Dans une récente interview, cette éminente personnalité multiplie les sophismes et les contrevérités : « L'islam était le chaînon manquant dans la grande famille monothéiste représentée en France. Aujourd'hui, sa présence stimule la réflexion et la ferveur religieuse de tous les croyants ». Autrement dit, l'islam va renforcer la ferveur religieuse des catholiques... Plus loin : « le judaïsme a apporté la notion de monothéisme, le christianisme, la charité, l'islam la tolérance ». Le judaïsme n'a nullement inventé le monothéisme, déjà présent dans l'Égypte pharaonique ; la charité était prônée par la plupart des philosophies antiques et des religions poly-théistes ; quant à la tolérance, trouvaille de l'islam, inutile d'insister sur cette grossière contre-vérité. Plus loin encore : « Les Français connaissent bien les musulmans et les musulmans du monde entier connaissent bien la France. Jamais deux peuples n'ont eu dans l'histoire autant d'interpénétration ». Quel lapsus... L'islam est donc un “peuple” ?
Le rôle de MM. Navahandi et Boubakeur, docteurs de l'islam, est d'endormir notre méfiance par la fable de l'islam tolérant, laïc, et culturellement enrichissant.
Pourtant Dalil Boubakeur, la plus haute autorité musulmane en France, se félicitait récemment de la croissance de sa religion : « Il y a déjà deux millions de Français de religion musulmane et leur nombre s'enrichit, par les jeunes »... Inutile de préciser que ce chiffre est largement sous-estimé. Le nombre de musulmans en France (comme d'allogènes) est très difficile à apprécier. Un militant islamiste, Mohamed Sadaoui, déclarait en 1997 au journaliste Philippe Aziz qu'il y avait déjà en France 6 millions d'Arabes, tous musulmans, dont 3 millions prêts à se mobiliser.
Et comment aurait réagi M. Boubakeur si le pape avait déclaré que la vocation du catholicisme est de s'implanter dans les pays musulmans ?
Se féliciter de cette situation, comme le fait ouvertement l'épiscopat français, Mgr Lustiger, en tête est parfaitement suicidaire. Vis-à-vis de l'islam, l'aveuglement de l'Église catholique est total.

ISLAMOLATRES DE DROITE, CHRÉTIENS OU PAÏENS
Il est parfaitement affligeant de voir des gens, des mouvements qui, pourtant n'appartiennent pas, loin s'en faut, à la gauche immigrationniste ou à ta droite amollie, prôner l'acceptation enthousiaste de l'islam en terre européenne. Il paraît que même les représentants d'un mouvement dit de droite révolutionnaire, le GUD, regardent l'islam avec sympathie. Et, dans ces milieux, les convertis ne sont pas rares. J'en ai rencontrés.
C'est à la fois de la trahison et de la bêtise à l'état brut. Cette attitude repose tout d'abord sur le “syndrome de Stockholm”, c'est-à-dire la fascination pour l'envahisseur. Elle repose ensuite sur une admiration du caractère intrinsèquement
conquérant et intolérant de l'islam ; de ce point de vue d'ailleurs, les islamophiles de droite connaissent bien mieux l'islam que les islamolâtres chrétiens ou de gauche, puisqu'ils reconnaissent (et approuvent) sa violence intrinsèque.
Ces islamophiles de droite cultivent aussi un “traditionalisme perverti”, issu de lectures hallucinées d'Evola ou des délires de René Guénon et de Sigrid Hunke : croire que l'islam nous ramènera de vraies valeurs contre le matérialisme de la modernité. Ces valeurs, pourquoi aller les chercher chez l'envahisseur et pas chez nous, dans les traditions européennes ?
Elle repose aussi sur l'illusion qu'en s'alliant à l'islam, on fera reculer l'adversaire américain ; alors que, comme l'a démontré Alexandre del Valle, (Islamisme et États-Unis : une alliance contre l'Europe) : les USA et l'islam marchent main dans la main contre l'Europe, les premiers pour l'affaiblir et la dominer, le second pour s'y installer physiquement.
Les communautaristes de droite suivent la même démarche aveuglée en voulant organiser de manière pseudo-organique, selon une vision pervertie de l'ethnopluralisme, des communautés musulmanes en Europe, ils font le jeu objectif des immigrationnistes para-trotskystes comme des imams conquérants, et même celui des pays arabo-musulmans. Ils accusent, avec une malhonnêteté intellectuelle patente, tous ceux qui se rallient à la thèse de l'invasion islamique de “fantasmes” et de “catastro-phisme”. En réalité, de l'ethnopluralisme à l’ethnomasochisme, et de l'ethnomasochisme à l’ethnotrahison, la route est brève.
Les fantasmes, ce sont eux qui en font preuve : ils s'imaginent que les musulmans leur sauront gré de leur bienveillance. Tout au contraire, ils les mépriseront pour leur faiblesse et, en conséquence, les maltraiteront, sans leur en savoir aucun gré...
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Il existe des catholiques islamophiles, comme le Père Lelong ou le traditionaliste chrétien Arnaud Guyot-Jeannin. Passe encore. Ils supposent angéliquement qu'entre “gens de la religion du Livre, on peut s'entendre”. Ils n'ont sans doute jamais étudié le cas de la ville de Jérusalem, où juifs, chrétiens et musulmans se déchirent. Ce sont d'ailleurs les chrétiens qui doivent le plus céder la place... Ils ignorent les Sourates du Coran infériorisant et méprisant “juifs et nazaréens”.
Mais le plus extraordinaire, ce sont les païens islamophiles. En tant que païen, je me permets de désosser leurs arguments. Le premier de ceux-ci consiste à dire : « L'Europe païenne a bien intégré une religion étrangère, le christianisme, issue du judaïssme ; alors pourquoi pas l'islam ? Un syncrétisme se produira, comme dans le catholicisme. Et au moins, nous ne finirons pas athées-matérialistes, dominés par le culte de l'argent et l'individualisme obtus. Pourquoi pas un islam européen ? Pourquoi pas une religion du désert plutôt qu'une autre ? »
Grave erreur, fondée sur une méconnaissance historique de l'islam et du christianisme. J'ai déjà répondu à cet argument plus haut, mais il faut y revenir : la christianisation né peut absolument pas se comparer à l'islamisation. En effet, le christianisme, surtout catholique et orthodoxe, fut une construction syncrétique des Européens eux-mêmes. A partir des sources évangéliques mêlées aux croyances et traditions païennes autochtones. Les Hébreux ne se sont jamais installés massivement en Europe pour y imposer le judaïsme orthodoxe.
Alors que l'islam est imposé de l'extérieur, sans adaptation, sans syncrétisme, sans compromis. Et s'appuie sur une masse croissante d'allogènes colonisateurs. Le christianisme n'a pas défiguré la personnalité profonde de la culture intérieure européenne, parce qu'il a intégré la sacralité païenne. La religiosité musulmane n'a rien à voir avec le mental européen profond. Le christianisme n'a pas hébraïsé l'Europe, parce que tout le rituel et la langue sacrée (le latin) étaient européens. Parce que le christianisme a su autoriser, au travers du culte des Saints et de la Vierge, un véritable néo-paganisme sublimé, assez conforme à l'esprit européen.
En revanche, l'islam sera un facteur d'arabisation culturelle. Et il ne tolérera jamais aucune adaptation au mental polythéiste européen. Il sera donc, à l'inverse du christianisme, un facteur de déculturation autrement plus profond et plus grave que l'américanisme. La mosquée ne sera jamais une nouvelle cathédrale.
Le second argument des païens islamophiles, comme en matière de communautarisme (voir le chapitre sur ce sujet), c'est qu'il faut réserver une place à chaque dieu dans la cité, que c'est obéir à la tolérance païenne, à son polythéisme politique intrinsèque, etc. Là encore, on peut noter un grave déficit de jugement. Le tolérant tolère l'intolérant et s'imagine qu'il va en retour être toléré ! Au nom du polythéisme, on laisse entrer, comme un cheval de Troie, la vision du monde la plus monothéiste et monolithique qui soit. Il s'agit là d'une perversion du polythéisme, qui sombre dans une sorte de prostitution intellectuelle : tout est permis, tout est toléré, tous les cultes sont bons à prendre. C'est le Babel culturel et religieux, où l'on met, par ignorance, l'islam et sa puissance despotique sur le même plan que le bouddhisme, par exemple.
Et puis, tous ces païens islamophiles ne mesurent sans doute pas la haine que l'islam voue au païen ou à l'athée.
Il existe enfin une autre cause de la fascination aveuglée de plusieurs milieux extrémistes pour l'islam : c'est le côté conquérant, inégalitaire, machiste et intolérant de ce dernier. On y cherche un substitut au despotisme totalitaire. On croit y voir aussi une religion antisémite, ou plutôt antijuive et anti-israélienne (l'Arabie saoudite n'autorise-t-elle pas l'édition des Protocoles des Sages de Sion ?). On confond des ententes géopolitiques avec les Arabes dans la logique du “chacun chez soi” avec la sympathie pour l'installation de l'islam en Europe. On est aussi fasciné par l'anti-occidentalisme de l'islam, sans comprendre que l'islam est tout autant anti-européen.
Ces gens opèrent une transposition. Ils prennent acte de leur faiblesse et s'identifient à la volonté de puissance de l'Autre, fut-il ennemi. Bref, ils s'inventent un islam irréel qu'ils érigent en idole, comme le firent les convertis Claudio Muti, Garaudy, Cousteau, Béjart, etc.
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On croit béatement les pieux mensonges d'un Dalil Boubakeur, recteur de la mosquée de Paris, qui rassure le bon peuple de France et pérore le catéchisme hypocrite d'un “islam laïc et tolérant”. Et on oublie l'islam réel et ses objectifs pratiques, qui ne sont d'ailleurs nullement méprisables ni critiquables per sese mais tout simplement hostiles. Et contre lesquels il conviendrait de se défendre avec la meilleure bonne conscience du monde.
Une des constantes de l'islam est la croyance en la supériorité intrinsèque du musulman sur les autres, puisqu'il détient la vérité absolue. Le musulman possède d'avantage de droits que les autres et doit imposer une partie de ses lois aux non-musulmans, sans réciprocité, dès lors qu'il devient majoritaire. C'est ce qui commence à se passer en France.
Un exemple parmi d'autres : dans les établissements scolaires où les enfants de l'immigration sont majoritaires, les cantines proscrivent le porc de leurs menus. Les non-musulmans minoritaires sont donc contraints de se priver de cochonnailles. Alors que, quand les musulmans étaient minoritaires, on leur accordait, avec tolérance, le privilège de manger des menus spéciaux sans porc.
Explication : on pensera que c'est par un souci d'économie et de rationalisation. que l'économat des collèges et lycées ne prévoirait qu'un seul menu pour tous. Pourtant, quand les enfants musulmans étaient minoritaires, on confectionnait bien deux menus. Cherchez l'erreur. En réalité, comme me l'a confié un chef d'établissement des quartiers nord de Marseille : « Les imams ont fait pression sur l'administration pour qu'il n'y ait qu'un seul menu sans porc pour tous, avec de la viande hallal même pour la minorité non-musulmane. Pourquoi ? Parce qu'un musulman ne saurait supporter qu'à sa table, même un non-musulman ne respecte pas les prescriptions alimentaires du Coran. L'administration a cédé. Et partout en France, maintenant, quand la proportion d'enfants d'immigrés devient importante, les Français non-musulmans doivent se plier aux lois alimentaires de l'islam ».
Ces cas d'intolérance conquérante sont légions dès que l'islam se sent en position de force. En mai 1999, le gouvernement italien organisait à Rome un dîner officiel avec des Iraniens. Ceux-ci exigèrent qu'il ne soit pas servi de vin à table, même pour les membres du gouvernement italien. Les Italiens ont cédé ! A Paris, dès que la proportion de musulmans dépasse un certain seuil, les magasins d'alimentation tenus par des musulmans refusent de vendre vin, porc et alcool, même à leurs clients non musulmans. N'est-ce pas une excellente technique - parmi d'autres - d'implantation territoriale et d'incitation au départ pour les non-musulmans ?
Le plus extraordinaire, c'est que les chantres de la laïcité républicaine et de la sainte Égalité ferment les yeux sur ces pratiques discriminatoires et inégalitaires, notamment à l'école. Face à l'islam conquérant, ils cèdent, ils mettent leurs grands principes sous le mouchoir. La cantine d'une école catholique voudrait-elle imposer le carême à ses élèves que l'Éducation nationale interdirait une telle pratique.
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Des signes avant-coureurs abondent : les multiples associations, organismes ou écoles musulmanes qui pullulent en France, subventionnées par l'étranger et les pouvoirs publics et qui négocient avec les autorités toutes sortes de privilèges sociaux et religieux démontrent que l'islam prépare déjà son implantation définitive sur notre sol, son développement sans limite et, à terme, la supériorité de ses lois. En Grande-Bretagne, un parti islamique vient d'être créé par des fondamentalistes pakistanais. En Belgique, le 13 décembre 1998 un organe représentatif de l'islam a été élu par les musulmans de toutes nationalités. En violation de toutes les lois du Royaume, l'État belge négocie avec lui comme avec un interlocuteur de plein droit.
En Allemagne, aux Pays-Bas, et maintenant en Italie et en Espagne, les mêmes scénarios d'infiltration se reproduisent. Pas plus que les politiciens belges, français ou britanniques, les autorités de ces pays ne connaissent la véritable nature de l'islam et ne semblent posséder la moindre notion de démographie et de géopolitique.
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Deux magazines islamiques ont été récemment lancés : La Médina, un bimestriel (en 1999), et Islam de France (en 1997), un trimestriel, tous deux destinés à séduire les élites de la classe politique et à endormir leur méfiance. Jamais en reste, Le Monde, quotidien officiel du politiquement correct, note à propos de l'Islam de France : « par son sérieux et par la diversité de ses contributions, cette “revue d'information et de culture musulmane”, s'impose aujourd'hui comme une référence » (19/05/1999).
Pourtant l'agressivité conquérante est parfaitement lisible en contrepoint du discours apaisant et patenôtre de ces revues “modérées”. La Médina et son directeur Hakim El Ghirassi entend militer « pour être à la fois musulman et européen ». Très habilement, le magazine fait intervenir dans ses colonnes des “laïcs” manipulés, mais consacre sa première “une” à « la mosquée dans la cité », présentant cette dernière comme le centre de la vie sociale dans les villes européennes ! Le magazine, diffusé également en Belgique et en Suisse, publie en fin de numéro quatre pages en arabe et incite au « développement des formations à l'islam en France ». Quant à L'islam de France, son slogan est on ne peut plus clair : « La France est une nation musulmane ! » Ses “unes” s'ornent de versets du Coran, en arabe
Ces deux revues ont la bénédiction des pouvoirs publics “républicains”. Quand on sait avec quelle ardeur les laïcards combattent les “sectes”, cibles faciles et dont une grande partie est totalement inoffensive, leur passivité devant l'expansion d'une religion d'un sectarisme absolu et totalement hostile à leurs propres principes, ne peut s'expliquer que par la peur. Au yeux des musulmans, la République multiplie à leur égard les actes de soumission et de faiblesse. C'est un encouragement à durcir la guerre, à passer au stade offensif du Dar Al Harb.

CONCLUSION : POURQUOI IL FAUT COMBATTRE L'ISLAM ET L'ÉRADIQUER D'EUROPE
Au cours de conférences que j'ai pu faire, où j'abordais incidemment cette question de l'islam en Europe, de jeunes musulmans m'ont accusé d’“hostilité viscérale à l'islam” et de “complot contre l'islam”. Ma réponse a toujours été très paisible et très déterminée : oui, je nourris une hostilité viscérale à l'islam, vous avez raison. Non, je ne fomente aucun complot contre lui, puisque le complot relève d'une hostilité dissimulée, alors que la mienne est franche et ouverte. Mes détracteurs n'avaient plus rien à dire. Il ne faut pas chercher à convaincre l'ennemi de sa bonne ou de sa mauvaise foi. Il faut lui faire entrer dans le crâne ce slogan inventé par le ministère de la Guerre en 1914 : « On ne passe pas ».
A mes amis païens hyper-tolérants et islamophiles, je réponds que le paganisme n'est nullement une philosophie de la tolérance absolue. Le païen ne tolère que ceux qui le respectent et qui ne remettent pas en cause la civilisation européenne. Le païen peut vivre sans conflit avec chrétien ou le juif, pas avec le musulman.
Par ailleurs, on peut parfaitement partager des valeurs communes avec un ennemi qui vous envahit. Sans cependant s'y soumettre. L'islam apparaît comme une “révolte contre le monde moderne”, pour reprendre le titre d'un livre d'Evola. Et c'est pour cela qu'il séduit. Pourtant, cette séduction est une illusion.
L'islam est profondément contraire à l'esprit libre de l'homo europeanus.

CHAPITRE V
DE LA DÉLINQUANCE A LA GUERRE CIVILE ETHNIQUE
On va m'accuser de « pratiquer un odieux amalgame entre délinquance et immigration ». Je le pratique, en effet. Tout simplement parce que délinquance et immigration sont amalgamées.
Il est tout à fait évident que la majorité de la population allogène, et plus spécialement arabo-africaine, qui vit en Europe est paisible. Mais il est non moins évident que dans les pays les plus touchés par l'immigration (France et Belgique en particulier) la majorité des actes délictueux violents (vols, viols, agressions, cambriolages, voies de fait diverses), des crimes de sang et des emprisonnements concerne les populations d'origine immigrée, notamment arabo-africaine. Globalement, une minorité d'immigrés est criminelle, mais la majorité des criminels est immigrée. C'est une question de statistique et de mathématique, non d'idéologie.
C'est ce que reconnaissait avec un certain courage Jean-Émile Vié, ancien Préfet de Région, conseiller maître honoraire à la Cour des comptes, dégagé de ses obligations de réserve, qui alertait : « aujourd'hui, il faut agir d'urgence, pour éviter la constitution de milices privées et, à terme, la guerre civile ». Je suis convaincu que, dans cette société émasculée et désarmée, aucun pouvoir public n'osera “agir d'urgence”, et que nous l'aurons, la guerre civile. Ce sera peut-être malheureusement la seule manière de résoudre le problème.

L'EXPLOSION DE LA DÉLINQUANCE ETHNIQUE
Les chiffres, tout d'abord. Selon les statistiques de la police et de la gendarmerie nationale, dépouillées par l'agence AB Associates : en 1950, on recensait 500.000 “faits de délinquance”, tous crimes et délits confondus. Aujourd'hui, on frise les 4 millions, soit une progression de 800% en 49 ans. C'est en 1964 que les statistiques de la criminalité ont commencé à croître régulièrement. Les agressions (recensées) contre les personnes, moins de 50.000 dans les années cinquante, ont été multipliées par 4,5 aujourd'hui.
En 1998, 45% des vols avec violence et 15% des viols étaient le fait de mineurs. En 1972, 10% des crimes et délits étaient commis par des mineurs, contre 21% aujourd'hui. Dans les incendies de biens ou les rackets, la proportion de mineurs mis en cause dépasse 50%. Quant aux affaires liées au trafic des stupéfiants, pour la seule année 1998, la progression fut de 43,5%. Tous ces chiffres sont largement sous-estimés étant donné que 1°) la police ignore la plupart des affaires dans les zones de non-droit, 2°) beaucoup de victimes refusent de porter plainte par crainte de représailles.
La délinquance des mineurs a augmenté de 11% entre 1997 et 1998, chiffre considérable. Selon les statistiques de la police et de la gendarmerie, 151.000 mineurs ont été mis en cause en 1998, contre 138.000 en 1997. Les mêmes sources indiquent que 90% des intéressés sont des “jeunes issus de l'immigration maghrébine ou africaine”, ou bien des Comoriens, etc.
Cette explosion de la criminalité des mineurs allogènes suit parfaitement la courbe ascendante de proportion des moins de 18 ans d'origine étrangère par rapport à la population générale du même âge. Ce qui conforte la thèse que l'explosion de la criminalité juvénile, facteur majeur du délitement de la socialité urbaine, a pour cause 99
directe l'immigration, la présence croissante de jeunes allogènes, beaucoup plus que des facteurs socio-économiques tels que “le déclin de l'autorité paternelle” ou 1’“exclusion par le chômage”, comme je le démontre par ailleurs. La hausse brutale de la criminalité dans les dix dernières années s'explique par des raisons ethniques et démographiques, et non pas socio-économiques.
Les milieux politiquement corrects entretiennent un préjugé erroné : l'explosion de la délinquance serait due au chômage, à la précarité et à la pauvreté. C'était le cas au XIXe siècle, plus aujourd'hui. Contrairement à une idée fausse, les “exclus”, les chômeurs et les miséreux sont peu délinquants. Les “nouveaux délinquants” vivent leurs crimes et leurs délits à la fois comme une profession et un jeu. En réalité, ils sont parfaitement insérés socialement, à leur manière évidemment. Ils mangent à leur faim, portent des vêtements de marque et utilisent des téléphones portables.
La courbe générale de la délinquance, de 1950 à 1998, ce que personne n'ose relever évidemment, suit avec un parallélisme mathématique celle de la proportion des populations immigrées. La croissance rapide des crimes et délits, à partir du milieu des années soixante, correspond très exactement à l'arrivée des premières vagues importantes d'immigrants et non à un quelconque paupérisme.
Plusieurs chercheurs, dont Sébastien Roché (auteur de La société incivile, Éditions du Seuil), et Alain Bauer (auteur d'un Que Sais-je ? sur le sujet) démontrent que cette délinquance a pris son essor au cours des Trente Glorieuses, en une période où le chômage était négligeable, la croissance forte et où s'installait partout la frénésie de consommation de nouveaux objets.
Étudiant les courbes sur la période 1950-1998, ils notent : 1°) que jusqu'en 1993, le « nombre global de faits » et le « nombre de faits contre les personnes » - c'est-à-dire les agressions - suivaient une progression parallèle. 2°) Et qu'à partir de 1993, les agressions physiques contre les personnes connaissent une hausse beaucoup plus rapide et représentent un pourcentage de plus en plus important des faits de criminalité (140.000 agressions en 1993, 220.000 en 1998). Les atteintes aux personnes explosent (+ 20% en 1993, + 9% en 1995, + 8% en 1997, etc.). 3°) Que la part des mineurs dans les faits de délinquance connaît une augmentation exponentielle (+ 11,23% en 1998).
La part des Afro-maghrébins, qu'ils soient juridiquement français ou non, dans la délinquance violente, les vols et trafics de stupéfiants est estimée par la police à plus de 80%. Bien entendu, on entretient l'interdiction formelle d'entreprendre des statistiques raciales et encore moins, de les publier. Quand le thermomètre indique des informations politiquement incorrectes - qui reflètent pourtant la vérité -, mieux vaut le casser, non ? Pourtant, c'est stupide : le pourcentage d'Afro-maghrébins dans les prisons permet de confirmer la réalité. Aux Baumettes, à Marseille, ils sont, par exemple, 80%.
En Ile de France « la montée de la délinquance est désormais un fait de société avéré que personne ne conteste, à l'exception d'Arlette Laguiller. C'est un constat apocalyptique a commenté le conseiller régional Florent Montillot, apparenté DL », écrit Jean Pigeot (Le Figaro, 2526/09/1999). Le préfet de police Philippe Massoni est venu révéler devant le conseil régional que « la brutalité explose ainsi que les affrontements entre bandes ». 940.000 crimes et délits de toute nature ont été recensés en Ile-de-France en 1998. Les délits violents ont augmenté de 3,08% durant les huit premiers mois de 1999. En cinq ans, les vols avec violence ont augmenté de 37%, les coups et blessures volontaires de 61%, les menaces, chantages et racket de 141%.
Rien qu'en juin et juillet 1999, dans les seules communes de Sarcelles, Châtenay-Malabry, Villejuif, Saint-Denis, Mantes-la-Jolie et Aulnay-sousBois, on a déploré 9 morts, abattus à l'arme à feu ou poignardés et une cinquantaine de blessés graves. Dans son rapport aux conseillers, le préfet de police a constaté « que les razzias et les incendies volontaires progressaient dans des proportions alarmantes, que l'usage des armes blanches ou à feu n'a plus seulement pour but d'intimider ». Il a noté un accroissement « des chiens molossoïdes pour intimider ou pour attaquer » et a fait le constat suivant, qui atteste bien, comme je le démontre par ailleurs, les prémices d'une guerre civile ethnique, qui dépasse bien la simple criminalité : « Les policiers sont devenus la cible privilégiée des voyous. La violence anti-policière a atteint dans certaines zones un niveau critique tel que toute intervention, quel qu'en soit le motif, est propre, à générer des affrontements ». Il a révélé que se multiplient « les attroupements hostiles devant les commissariats, notamment après une arrestation, les jets d'engins incendiaires, les jets de projectiles lourds sur les véhicules ». Etc.
La région va dépenser 32 millions de francs supplémentaires en l'an 2000 pour renforcer les moyens de la police. C'est autant d'enlevé aux investissements créateurs d'emplois compétitifs. Jean-Yves Le Gallou, conseiller régional, a provoqué un tollé sur les bancs de la gauche, quand il a demandé au préfet de police : « Qu'allez-vous faire pour mettre les bandes de voyous, généralement immigrées, hors d'état de nuire ? » La vérité n'est pas bonne à dire.
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Mais, pas plus que la classe politique ou les journalistes, les chercheurs n'osent évoquer les véritables causes du phénomène. On avance comme explications la “déresponsabilisation des parents”, le “manque de réponse judiciaire adaptée dès la première incartade”, ou l“école qui ne remplit plus son rôle d'intégration”. Tout cela, ce sont des causes secondaires, presque des effets. Mais 1a cause profonde de cette explosion de la délinquance, et notamment des voies de fait, c'est l'arrivée à l'âge pubère d'une génération nombreuse issue de l'immigration, qui refuse l'intégration dans la société française (ou européenne) “blanche” et qui manifeste une attitude volontairement agressive, fondée sur un sentiment mixte de revanche et de ressentiment, mais aussi de fascination pour le modèle consumériste auquel ils s'estiment avoir le droit d'accéder tout de suite, ici et maintenant, sans effort et sans réciprocité sociale.
Ces chercheurs notent que cette délinquance ne pourra que croître. Selon eux, la « sanctuarisation » des biens (du fait de procédés sophistiqués de protection) risque de déboucher sur une violence radicalisée contre les personnes. Déjà les attaques à main armée à domicile se multiplient, les fameux “saucisson nages”. Ils oublient évidemment de préciser que l'accroissement de ces violences aura aussi pour cause l'augmentation de la proportion des Arabo-africains dans les jeunes classes d'âge.
L'hypothèse retenue ici est la suivante : avant les années soixante, alors que la société était encore ethniquement homogène, les, causes de la délinquance et de la violence sociale, depuis plusieurs siècles, relevaient surtout de la pauvreté, de la désinsertion, de l'alcoolisme et des aléas économiques. Ces causes étaient endogènes. Aujourd'hui, elles sont exogènes. Ce n'est plus la misère économique qui explique un nombre croissant de crimes et de délit, mais une rupture ethnique et culturelle.

LÉGITIMATION DE LA CRIMINALITÉ ET ENCOURAGEMENT DE LA DÉLINQUANCE
Les plus hautes autorités de l'État confortent le sentiment de légitimité des jeunes délinquants immigrés. Martine Aubry, ministre des Affaires sociales déclarait en décembre 1998, après de violentes émeutes, scènes de pillages et de dégradations, qui accompagnent maintenant rituellement les fêtes de fin d'année : « Certains actes de délinquance ou d'incivilité sont parfois, parfois seulement mais il faut quand même le dire, des réactions à un sentiment d'injustice ».
Entendez : beaucoup de délinquants immigrés réagissent au racisme et à la marginalisation économique ; ils sont donc responsables mais non pas coupables. Un tel encouragement aux méfaits des bandes ethniques laisse pantois.
Au demeurant, la remarque de Mme Aubry est contredite par les faits les crimes racistes (agressions, assassinats, dégradations de biens) sont majoritairement le fait d'Afro-maghrébins contre des Français ou Européens autochtones ; d'autre part, les sommes payées en pure perte par le contribuable en faveur d'actions sociales diverses envers les “jeunes issus de l'immigration”, y compris les délinquants (vacances, réinsertion, embauche prioritaire dans les “emplois jeunes”, allocations massives aux familles, etc.) sont quatre fois plus importantes, per capita, que les sommes consacrées aux jeunes Français de souche. Où est cette injustice évoquée par Mme Aubry ?
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Même devant la flambée de violences des jeunes immigrés qui, à partir de 1997, atteint de plein fouet les écoles, les centre-villes et maintenant les campagnes, les dogmes idéologiques anti-répressifs des autorités demeurent bétonnés. On parle de “dispositifs éducatifs renforcés”. Mais évidemment, pas question d'évoquer des “maisons de correction” ni d'entamer de vraies répressions.
Quand le feu prend, on ne l'éteint pas. Jadis, quand il n'était que braises, si. Comme je l'explique par ailleurs, cette paralysie institutionnelle devant la délinquance immigrée s'explique par le double dogme de la permissivité éducative et de l'antiracisme.
Jean-Pierre Chevènement, qui est personnellement convaincu que la stratégie de prévention a échoué et échouera, n'ose pas - vu la force du dogme - affirmer ses convictions et imposer ses méthodes. « L'éducation renforcée est une solution, je demande à être convaincu que c'est la solution ». Autrement dit : “c'est une stupidité, mais je m'en lave les mains, je reste politiquement correct”. L'éducation renforcée n'est pas fondée sur la discipline, la correction, le dressage des voyous récidivistes, mais au contraire sur des programmes coûteux de suivis et d'aides personnalisées ; bref, sur la récompense ! L'échec est évidemment total, et les intéressés méprisent ce procédé qui ne les encourage qu'à récidiver.
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La peur des mots caractérise la soft-idéologie et constitue la base sémantique du politiquement correct. Quand le ministre de l'Intérieur, M. Chevènement, qualifie de sauvageons les délinquants immigrés violents, plutôt que d'employer les mots qui conviennent (truands, voyous, émeutiers, trafiquants, voleurs, etc.), quand les autorités de l'État parlent d'actes d'incivilité pour qualifier des délits et des crimes qui vont du braquage au meurtre, du pillage à l'incendie, quand on qualifie de sans-papiers des migrants hors-la-loi, on pourrait croire que la bourgeoisie de gauche bien-pensante serait satisfaite de cette reculade, qui vise à ne pas appeler le crime par son nom, afin de préserver le criminel. Eh bien, non.
Parler de “sauvageon”, c'est encore aller trop loin pour le lobby immi-grationniste, c'est - vous l'avez compris - du racisme. L'écrivain Maurice Rajfus, créateur de L'Observatoire des libertés publiques, un des grands prêtres du lobby précité, vilipende le mot “sauvageon” employé par Chevènement : « ce discours est inquiétant parce que, bientôt, on se rendra compte que le terme de “sauvageons” prendra aussi en compte les sans-papiers, les sans-logis et les chômeurs. C'est ainsi qu'on les a considérés lors des diverses opérations musclées d'occupations diverses. » (in Bulletin de l'Observatoire des libertés publiques, janvier 1999). De tels fantasmes sont habituels à la gauche la plus bête - et la plus trotskiste - du monde. On remarquera, en passant, l'amalgame démagogique entre les chômeurs et les immigrés clandestins.
Ce genre de propos, largement relayé et encensé par la presse bien pensante (Libération, 18/01/1999) révèle tout simplement, en terme de psychanalyse politique, que le message des intellectuels immigrationistes est le suivant : les actes délinquants de toute nature - de l'entrée illégale sur le territoire aux délits de droit commun - commis par les populations immigrés sont excusables et respectables. Toute répression de la criminalité des immigrés est donc immorale, en actes et même en paroles.
Quoi qu'il en soit, l'idéologie dominante n'en est plus à une contradiction idéologique près. On est antiraciste : donc, on professe que vouloir réprimer trop durement la criminalité c'est être raciste, et par là, on reconnaît implicitement ce qu'on nie par ailleurs, à savoir que la criminalité est le fait principal des immigrés !

QUELLES SONT LES CAUSES DE LA SURDÉLINQUANCE DES IMMIGRÉS ?
Qu'il s'agisse de voies de faits violentes, de trafics de stupéfiants, de proxénétisme, d'infractions à la législation sur le travail, d'escroqueries, de vols, de cambriolages, d'agressions collectives, d'incendies, de pillages, etc., l'étonnante proportion d'affaires concernant des personnes d'origine immigrée, pourrait s'expliquer ainsi : inapte à s'insérer dans une logique socio-économique de type européen, une importante minorité de migrants, encouragés par un système peu répressif et peu dissuasif, choisit délibérément la voie plus facile d'une économie criminelle. En sachant que les risques répressifs sont assez faibles au regard des avantages financiers. C'est la logique du pillage, souvent plus profitable que le travail, le système de la razzia, profondément enraciné dans la mémoire culturelle des populations maghrébines.
Il est à noter que, pour des raisons ethniques et culturelles, les immigrés d'origine asiatique échappent (comme aux États-Unis d'ailleurs) à cet engrenage. Eux, savent parfaitement s'insérer dans une socialité du travail productif. Tout en conservant d'ailleurs leur autarcie communautaire, qu'ils développent avec efficacité et sans violence.
Le seconde cause de cette ethnicisation de la délinquance - et j'y reviendrai plus loin - est mentale. Et elle touche plus les jeunes générations immigrées. Il s'agit de ce qu'Éric Delcroix avait nommé la francophobie, et Henri de Fersan, le racisme anti français, selon les titres de leurs deux livres respectifs.
Il,s'agit d'ailleurs autant d'un sentiment anti-européen qu'anti-français.
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Cette surdélinquance des adolescents d'origine afro-maghrébine n'a pas que des causes ethniques, mais aussi sociales. Énumérons-les, dans le désordre.
1) La désagrégation du noyau familial et la multiplication des familles monoparentales, sans autorité paternelle. La mère n'a aucun pouvoir sur sa progéniture, souvent dès l'âge de 12 ans, qui se trouve alors livrée aux bandes de la rue. On a même remarqué à partir de 1995 l'apparition d'une violence délinquante de la part de Maghrébines mineures.
2) Le dogme égalitaire surréaliste - et fondé sur cette obsession française du “diplôme intellectuel comme valorisant social”, qui entend que 80% d'une classe d'âge réussisse le bac. Non seulement la conséquence en est l'effondrement complet du niveau (en seconde 30% des élèves sont maintenant presque illettrés et 60% chez les Afro-maghrébins), mais aussi l'apparition endémique de la violence scolaire : en effet, contraints de fréquenter des cours obligatoires dont la matière ne les intéresse nullement et qui dépassent, malgré leur niveau de plus en plus bas, leurs capacités intellectuelles, ces adolescents ne viennent au collège que pour faire de la présence, pour éviter la suppression des allocations familiales. L'école devient - logiquement pour eux un espace de prédation et de conflits. D'autant plus qu'il s'agit pour eux d'une “institution française de répression” - et cela, malgré l'absence quasi totale de punitions ou d'exclusions, ce qui développe leur agressivité. Il s'en prennent donc logiquement au corps enseignant.
3) Globalement, les populations afro-maghrébines, surtout musulmanes, étaient habituées à vivre dans un environnement social hyper-répressif. Dans tous les pays musulmans, la punition du moindre délit de droit commun est féroce. Les jeunes Maghrébins, dans leurs pays, n'oseraient pas commettre le dixième de ce que leurs “cousins” commettent en France. Une législation est toujours adaptée à la culture d'une population. Or, les législations permissives européennes sont parfaitement inadaptées au comportement atavique des enfants d'immigrés. Il faut savoir que dans les pays arabes, où le chômage des jeunes est souvent catastrophique, la criminalité des “jeunes” est bien plus basse qu'ici. Qui a osé le souligner parmi nos brillants sociologues ? Aucune solution n'est valable pour tous les peuples et il n'existe pas d'explication universelle des comportements humains. Ces derniers, fort variables, sont liés à un atavisme ethnique. Du fait de leur nature anthropologique, les peuples arabo-africains ont, comme toutes les populations du monde, un comportement propre, qui tient à un substratum biologique et culturel.
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En réalité, les cultures dont proviennent ces jeunes sont répressives et communautaires, encadrantes et douées de valeurs fortes et d'une morale sociale contraignante. Ils en ont gardé leur mémoire ethnique. En France, ils se retrouvent acculturés dans une société individualiste, pénalement laxiste, ayant perdu ses valeurs sociales fortes, fondée sur l'autodiscipline angélique et le mythe égalitaire de la “compréhension par tous d'une éducation sans contrainte”. Alors qu'on sait qu'une éducation non répressive, même chez des Européens de souche, ne peut s'adresser qu'à des minorités ; a fortiori, une telle solution utopique appliquée à des arabo-africains aboutit à une anarchie générale. Il est impossible d'appliquer l'autodiscipline individuelle, d'origine nord-européenne, inscrite depuis longtemps dans l'atavisme ethno-culturel, à des populations venant de l'autre bout de la planète. Chaque peuple a ses méthodes propres d'éducation et de dressage social qui ne s'appliquent pas aux autres. Si elle est déculturée, et désencadrée, une population parfaitement calme peut sombrer dans l'anarchie et le banditisme parce qu'elle oublie ses repères traditionnels. Cette remarque vaut particulièrement pour les peuples africains qui ont besoin d'un fort encadrement communautaire et autoritaire pour ne pas sombrer dans le désordre. Les Occidentaux, en voulant appliquer leurs règles de gouvernement et d'éducation à toute la Terre ont commis une grave erreur.
Mais l'idéologie hégémonique ne peut évidemment transgresser ses tabous et reconnaître : 1) que l'autorité répressive est le premier moyen de l'éducation et que l'autodiscipline n'est pas naturelle à l'homme. 2) scandale encore supérieur, que cette maxime s'applique encore plus qu'aux autres aux populations arabo-africaines.
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Dans un ouvrage (posthume) paru en 1998 (La Guerre des rues) le journaliste au Point Christian Jelen ose faire le lien entre insécurité et immigration. Étonné, Le Figaro (06/01/1999) commente : « Un de ses ouvrages les plus rebelles à la pensée “correcte”, car cette fois, Jelen a osé franchir l'interdit suprême en établissant le lien entre l'insécurité et l'immigration ». De fait, Jelen écrit : « Si j'affirme que la violence des “jeunes” émane surtout des Français dont les parents ont émigré du Maghreb et d'Afrique noire entre les années 1960-1980 ; si je soutiens que la non-maîtrise de l'immigration est source de violence et d'insécurité, je m'expose aux pires accusations de racisme, de fascisme, de lepénisme. Pourtant, ce tabou, j'entends le transgresser dans ce livre ».
Mais son livre, qui dit la vérité plutôt que de dissimuler les évidences, a eu droit à un black-out total dans les médias. Réfutant le discours dominant qui asserte que les difficultés d'intégration des jeunes Afro-maghrébins seraient dues « au degré de résistance et au racisme qui aurait déferlé sur la société française », Jelen poursuit : « Dans notre pays en France, le fait d'être d'origine étrangère permet de trouver des circonstances atténuantes et même des justifications à des actes de violence qui seraient autrement considérés comme inacceptables ».
Pour Jelen, la cause principale de la surdélinquance des jeunes immigrés s'explique ainsi : « Des parents analphabètes, dans une société développée de la fin du XXe siècle, sont rarement en mesure de prendre en mains l'avenir de leurs enfants et de leur transmettre les impulsions nécessaires à l'accomplissement d'une bonne scolarité et d'une bonne intégration ».
Malgré tout son courage, je pense pourtant qu'il se trompe et qu'il n'accomplit que la moitié du chemin dans la démolition des tabous. Jelen croit donc que l'intégration est somme toute possible, et que la surdélinquance immigrée s'explique par l'énorme décalage culturel des familles des Beurs et des Blacks, par leur “analphabétisme”.
Argument douteux. D'abord, les familles immigrées afro-maghrébines n'étaient pas toutes - loin s'en faut - analphabètes et étaient largement francophones. Ensuite, pourquoi les jeunes Asiatiques, dont la distance culturelle est tout aussi grande, ne connaissent-ils pas le même taux de délinquance chronique que les jeunes Afro-maghrébins ? Pourquoi les enfants de migrants polonais, portugais, espagnols, italiens du sud, roumains, qui durant des décennies, sont partis s'installer en France ou aux ÉtatsUnis - et dont les familles étaient souvent analphabètes et décalées par rapport à la société industrielle - n'ont jamais connu un tel taux de surdélinquance ?
L'explication de Jelen est purement sociologique ; elle est insuffisante. Peut-être n'a-t-il pas osé aller jusqu'au bout de l'analyse et surmonter le tabou suprême, à savoir que, en réalité, tout semble indiquer que la surdélinquance des jeunes d'origine arabo-maghrébine et africaine a des causes ethniques et non pas socio-économiques.
Dans sa recension du livre malgré tout courageux de Jelen, Ivan Rioufol écrivait dans Le Figaro : « On a culpabilisé une opinion pourtant ouverte sur l'immigré et l'on s'interdit de désigner les problèmes nés dans les banlieues “sensibles”, de peur de tomber sous l'accusation de raciste [... ] Le terrorisme intellectuel a fait son oeuvre, les directeurs de conscience peuvent se frotter les mains. Christian Jelen espérait un sursaut des pouvoirs publics. On le sentait réceptif au discours “laïc et républicain” de Jean-Pierre Chevènement. Il laisse une oeuvre lucide pour qui veut comprendre la spirale de la violence et la faillite des banlieues. Il nous laisse aussi deviner ce qui risque, hélas ! d'arriver demain ».
Oui, la guerre civile pour l'appeler par son nom. Bellum civile. L'accoucheuse suprême de l'histoire.

L'ENGRENAGE DE LA GUERRE CIVILE
De nouvelles formes de délinquance, de la part des bandes afro-maghrébines laissent supposer qu'il ne s'agit plus précisément de “délinquance” au sens classique, mais d'un comportement de guerre civile et de révolte ethnique.
La délinquance classique est crapuleuse et économique : gagner de l'argent sans passer par le circuit légalisé du travail et de l'échange, selon une logique de truanderie individuelle ou de bande organisée
Cette forme de criminalité ne cesse de croître mais s'y superpose une nouvelle forme, avec parfois confusion entre les deux. On assiste en effet, depuis 1997, à des actes de guérillas ethniques, évalués, selon le ministère de l'Intérieur à 10 par jour sur l'ensemble du territoire national. Les médias, par consigne ou autocensure, ne rendent compte que des plus graves, mais passent sous silence 90% des faits, tant cette guerre civile rampante devient banale et, de ce fait, doit être dissimulée.
Les formes les plus fréquentes de cette guérilla ethnique sont les suivantes :
- Guet-apens dans les cités de banlieue contre les pompiers et les policiers, appelés à la suite d'incendies ou d'émeutes artificiellement créés.
- Opérations de razzias et de destructions gratuites, d'agressions systématiques d'Européens dans le centre des villes à l'occasion de manifestations lycéennes ou de “fêtes” diverses. Ainsi que de pillages de commerces.
- Attaque des trains et des bus de la périphérie des grandes villes.
- Attaque des centres commerciaux, notamment à l'occasion de la fin du Ramadan.
- Attaques des maisons dans les villages isolés pour commettre viols et pillages.
- Attaques des commissariats ou des postes de gendarmerie à la suite d'émeutes.
- Harcèlements en bandes sur la voie publique et dans les transports, afin de créer un sentiment de peur dans la population locale. Cette stratégie est la transposition de celle des razzias côtières des pirates barbaresques.
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Lentement s'installe une situation “à la brésilienne”. Malheureusement, la police française n'est nullement formée à gérer une situation de guerre civile qui commence. Un policier n'est pas un militaire et encore moins un milicien ; professionnellement et constitutionnellement, c'est un civil qui prête main forte à la loi et à la justice dans une hypothèse globale de paix civile, afin de régler des désordres accidentaux et limités. Mais dans une hypothèse de guerre civile, la logique policière n'a plus aucun sens.
C'est une logique militaire qui prévaut, dans laquelle, comme le vit le général britannique Sir John de Malmond dans son étude historique Civil War (Penguin, 1980), ce n'est plus l'ordre public qu'il faut rétablir, mais la victoire qu'il faut obtenir.      
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La délinquance afro-maghrébine n'est pas uniquement une criminalité économique, ne s'explique nullement par l’“exclusion”, mais prend de plus en plus la forme volontaire des prémices d'une guerre civile ethnique dans un but de conquête territoriale intérieure.
Le scénario désormais le plus classique est le suivant, outre les razzias en territoires “européens” : aux Francs-Moisins, en Seine-Saint-Denis, une rixe entre dealers provoque la mort d'un Malien, pendant l'été 1999. Les policiers investissent la cité en force pour arrêter les meurtriers. Ils battent en retraite face à des centaines d'immigrés qui les bombardent d'engins incendiaires ou de parpaings lancés des immeubles. Le préfet renonce à investir la cité et à rechercher les meurtriers. Il se contente d'interdire les ventes d'essences aux personnes sans cyclomoteur... Le dernier mot n'est plus à la loi.
Le mécanisme du passage à la guerre civile à venir est bien décrit par Paul Lambert, président de Renaissance 95 : « Nos responsables de l'ordre public sont acculés au piège mortel du choix entre se ridiculiser en ne faisant rien, ou déclencher une guerre civile. En effet, imaginons que le préfet réagisse par la fermeté en faisant encercler la cité par plusieurs escadrons de CRS et en la faisant investir par cent policiers pour procéder aux arrestations. Ils auraient déclenché une émeute sanglante à l'intérieur, car ces bandes disposent de stocks d'armes, et l'émeute aurait tourné à l'embrasement lorsque les bandes armées des cités voisines seraient venues attaquer de l'extérieur les cordons de CRS qui les encerclaient. Un tel embrasement local, lorsqu'il se produira, s'étendra aux autres banlieues des autres grandes villes et la guerre civile se répandra dans tout le pays. C'est pourquoi nos responsables de l'ordre public préfèrent choisir la lâcheté et le ridicule, ce qui, bien sûr, ne peut qu'aggraver les
problèmes, en confortant les cités dans leur volonté d'interdire toute incursion sur leur territoire. » (Le Figaro, 09/09/1999).
J'ajouterai, en étant plus pessimiste encore : cela confortera les bandes ethniques dans leur volonté d'investir de nouveaux territoires. Paul Lambert tire de cette analyse la conclusion qu'il faudrait « une rupture complète avec notre politique actuelle en matière d'immigration » pour éviter la guerre civile. Mais il est déjà trop tard. Les troupes des émeutiers sont déjà là, déjà nées, et de plus en plus nombreuses. Il ajoute : « Les solutions sont difficiles car elles ne peuvent échapper à l'obligation d'être moralement et humainement irréprochables. »
Bel angélisme... affronter une guerre civile tout en restant parfaitement humaniste, on ne l'a jamais vu nulle part dans le monde.
Mais la France n'est pas les États-Unis. Ce pays en forme de mosaïque ethnique est naturellement un État policier, comme toute société pionnière multiraciale. Est-ce notre destin d'Européens que de devenir, du fait de l'immigration, une société policière ? De même que ni le communautarisme ni l'intégration ne fonctionnent, de même, ni la prévention ni la répression de la délinquance immigrée ne résoudront le problème.
Bien entendu, il faudrait réprimer sans état d'âme. Mais on ne fera que reculer pour mieux sauter. Les républicanistes intégrationnistes “durs”, comme MM. Griotteray, Pasqua, de Villiers, s'imaginent qu'une ferme politique à l'américaine du law and order (“la loi et l'ordre”) résoudra le problème de la délinquance des jeunes immigrés, exactement comme s'il s'agissait des “blousons noirs” des années soixante. Ils négligent la dimension de révolte ethnique du phénomène. La véritable solution est dans le départ, quelles qu'en soient les modalités.
Après les émeutes de Toulouse provoquées par de jeunes immigrés en janvier 1998, Le Figaro titrait ainsi en pleine page son enquête sur les événements : « Dans le quartier du Mirail, théâtre d'émeutes, les délinquants ont sorti les armes à feu, mais les autorités n'osent pas se montrer. Les riverains annoncent vouloir se défendre eux-mêmes. » Et, plus grave : « Des consignes ont été données à la police de ne plus intervenir en cas de violences urbaines » (14/01/1999).
La délinquance commence à prendre, lentement mais sûrement, une tournure de révolte ethnique armée. Pour masquer le phénomène (“casser le thermomètre”), l'État républicain, débordé, choisit de fermer les yeux. Hubert Lortet, secrétaire régional (Midi-Pyrénées) du Syndicat national des policiers en tenue expliquait : « Il n'y a personne qui donne un ordre. Verbalement, la préfecture nous dit de ne pas intervenir quand les voitures brûlent ».
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A mon avis, selon toute logique, nous n'échapperons pas à un embrasement généralisé. Il sera impossible à contenir pour trois raisons
1) Les effectifs des forces de l'ordre sont insuffisants pour traiter l'explosion simultanée de plusieurs grandes villes. Les troupes émeutières d'origine immigrée sont très nombreuses.
2) On note le passage d'affrontements à base de projectiles et d'armes blanches - type Mai 68 - à l'utilisation de cocktails molotov et d'armes à feu ; c'est un retour au type d'émeutes du XIXe siècle ou du Tiers monde. Or les forces de l'ordre sont sous-
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équipées, pas formées psychologiquement et pas soutenues par leurs hiérarchies pour répondre à une telle situation.
3) Comme en aucun cas, un gouvernement, face à un soulèvement général de la jeune population immigrée, ne voudra utiliser l'armée ni faire tirer, par crainte de tuer, il est probable qu'il essaiera de ramener le calme par les concessions, en se pliant aux exigences des émeutiers.
Il est donc à craindre, au terme de soulèvements à répétition, que l'État français, composant et cédant, n'en vienne à accorder des privilèges d'exterritorialité, à entériner un morcellement néo-médiéval du territoire accompagné d'une guerre civile rampante, à conférer de plus en plus de pouvoir à un “islam médiateur”, à renoncer à toute “intégration citoyenne” des jeunes populations afro-maghrébines, et surtout à payer - comme un tribut - le prix du calme par des allocations accrues aux intéressés. Bref à entériner de manière cette fois-ci directement politique, un processus de moins en moins pacifique de colonisation.
Tout le problème est de savoir si le peuple d'origine européenne se laissera faire et acceptera cette situation qui ressemble tragiquement à la situation de l'Algérie des années cinquante, mais cette fois-ci en France même. Quoi qu'il en soit, le déclenchement d'hostilités ouvertes et une agressivité accrue des bandes ethniques sont peut-être les seuls moyens de provoquer le réveil et d'amener une solution. La logique de la guerre civile a commencé : le cas de Vauvert. Les bien-pensants et les pacifistes “communautaristes” lèvent les bras au ciel quand on parle de menace dé guerre civile. Pourtant la logique de la guerre civile, au sens de la polémologie, a bel et bien commencé. Cette dernière est fondée sur l' « affrontement de communautés qui se définissent comme telles », et non pas sur la simple criminalité banale, selon Julien Freund.
Ne parlons pas de l'explosion de la délinquance de proximité et, maintenant, du grand banditisme. Leur logique n'est pas encore celle de la guerre civile. Évoquons plutôt les nouvelles formes d'émeutes urbaines.
Le cas du bourg de Vauvert (Gard) en petite Camargue est symptomatique. Il s'agit d'un village traditionnel, et non d'une “cité inhumaine de banlieue” où l’“urbanisme dément” provoquerait la délinquance. Il y a quelques années, ce village était paisible, heureux. Puis, au cours des années quatre-vingt-dix, la population afro-maghrébine, débordant de l'agglomération de Marseille a commencé à s'y installer, tandis qu'arrivaient à l'âge adolescent les fils des familles de travailleurs agricoles qui, suite au catastrophique “regroupement familial” de Giscard, avaient fait beaucoup d'enfants. Sans compter l'installation de familles immigrées dans les petites villes par les pouvoirs publics, selon la politique de lutte contre les ghettos, qui aboutit à l'inverse de l'effet recherché.
Les choses ont vite dégénéré, pas seulement dans le sens d'un accroissement de l'insécurité, mais d'un véritable affrontement ethnique, voulu et provoqué par les jeunes immigrés. Ce type d'affrontement déborde maintenant du cadre territorial des cités de banlieue et atteint les centre-villes et les zones rurales traditionnelles d'habitat européen. Ce qui, précisons-le, n'est nullement le cas aux Etats-Unis !
Les samedi-dimanche des 15-16 mai 1999, à Vauvert, les choses ont dégénéré de manière classique. Un habitant surprend Mounir Oubaja, 18 ans, en train de lui voler sa voiture. De sa fenêtre, il tire avec son fusil à pompe. Le voleur meurt et l'émeute commence. Un scénario qui se répète partout en France.
Mais, il est à noter que, la veille, déjà, le vendredi soir, les jeunes Maghrébins avaient attaqué un bar, puis la maison d'un retraité, sans aucune autre raison que l'agressivité pure. Sans doute les victimes étaient-elles “racistes” ? Des fusillades s'ensuivirent qui firent six blessés, doit trois graves. Le retraité fut lynché.
Pendant deux nuits, scènes de guerre civile : magasins pillés, voitures renversées et brûlées, Français de souche attaqués en pleine rue. Les habitants se terrent chez eux, magasins et cafés ferment, les forces de l'ordre affluent. Claude Belmont, reporter au Figaro, note : « En face de la gendarmerie, une petite centaine d'individus continue de harceler, de narguer et d'insulter les forces de l'ordre. Accessoirement, dans les rues du village, ils poursuivent, molestent et détroussent les journalistes. » (17/05/1999) Le colonel de gendarmerie, Didier Laumont, responsable du département du Gard, laisse tomber : « Les habitants s'estiment menacés et harcelés par ces dégradations à répétition. »
Les gendarmes mobiles ont quadrillé plusieurs jours le centre-ville. Désormais, aucune fête, aucun bal populaire du samedi soir n'est plus possible, car ils dégénéreraient en tragédie. Les cafetiers ont instauré le couvre-feu. Une chape de plomb s'est abattue sur la petite ville, désormais libanisée, balkanisée. Le procureur de la République, M. de Lauze de Plaisance, reconnaît implicitement le caractère ethnique des émeutes et des pillages : « C'est une véritable fracture. Il existe ici un vrai sentiment d'insécurité mais aussi d'injustice et d'impunité. Les habitants ont l'impression que les auteurs des larcins et des dégradations sont immédiatement remis en liberté, qu'ils ne sont pas punis. »
A Vauvert, comme dans maints autres endroits, deux populations s'affrontent. Le maire a d'ailleurs appelé « au calme et au dialogue entre les deux parties de la population, dans un climat exacerbé ». Échec explosif de l'intégration républicaine, resurgissement des conflits ethniques. C'est la réédition de la guerre d'Algérie, mais cette fois-ci en France.
Le maire de Vauvert a déposé une plainte contre le substitut du procureur pour sanctionner son inaction. Les propos des jeunes immigrés sont très révélateurs de leur refus de leur intégration républicaine comme du modèle du communautarisme pacifique. Le Monde cite la remarque d'un certain Haïb : « Nous sommes des Vauverdois comme les autres, nous sommes nés ici. Nous, nous tuons l'agneau, eux les taureaux, c'est tout. » La volonté de s'intégrer aux moeurs camarguaises n'existe pas.
Ils savent qu'ils mènent une guerre civile ethnique, que leur objectif est de s'attaquer aux populations autochtones.
Le phénomène touche d'ailleurs maintenant toutes les villes de Camargue où 20% de la population est maghrébine et où, du fait du différentiel démographique, elle s'accroît. Il y a des Vauvert en puissance, partout, surtout dans le midi de la France, selon le même processus souterrain qui amena l'albanisation progressive du Kosovo serbe. Dans les villages de la campagne nîmoise, par exemple, 50% des adolescents scolarisés sont déjà d'origine afro-maghrébine. C'est le résultat de la politique de la lutte anti-ghettos. On disperse les familles allogènes concentrées dans les banlieues des villes, dans un souci d'intégration, sans comprendre qu'on accélère le processus de colonisation de peuplement et de désintégration. Le maire (socialiste) d'une petite commune de la campagne nîmoise m'a dit : « pour l'instant, ce sont les larcins à l'école, les “incivilités” quotidiennes. Ils- ont tous moins de quinze ans. Mais demain ? ».
Mais demain, le maire de Vauvert sera-t-il toujours d'origine française ? Si les choses continuent ainsi, certainement pas. Pour des raisons démographiques et par l'exode des populations françaises de souche, littéralement chassées. Et si, bientôt, dans un avenir proche, cent Vauvert éclatent en même temps en France, que se passera-t-il ? Cette possibilité est prise très au sérieux par la hiérarchie supérieure de la Gendarmerie nationale.
Ce sera, selon mon hypothèse nietzschéenne de l'optimisme par le pessimisme, une bonne chose. Car j'espère que le réveil du peuple est à ce prix. C'est une espérance, nullement une certitude.

LE REFUS DE LA RÉPRESSION ET LE MYTHE DE LA PRÉVENTION
Le refus d'une répression forte de la criminalité des jeunes se fonde à la fois sur le tabou antiraciste et l'égoïsme d'une bourgeoisie bien-pensante qui vit (pour l'instant) dans une parfaite sécurité.
Sur l'insécurité et la délinquance croissantes, Alain Finkielkraut, dans un entretien accordé au Figaro Magazine (30/01/99) en attribue l'écrasante responsabilité aux « jeunes issus de l'immigration », ce qui est assez courageux de sa part. Il explique : « Faire de la sécurité une valeur de droite au nom de la lutte des classes est absurde, car on voit bien que la première victime du Lumpenproletariat des banlieues n'est autre que le prolétariat lui-même ! ». C'est sans doute la raison pour laquelle la bourgeoisie, et principalement celle de la gauche-caviar, a longtemps raillé les “fantasmes sécuritaires” ; c'est aussi pour cela que les mesures répressives franches ont toujours été écartées par cette bourgeoisie au pouvoir, qu'elle soit de gauche ou de droite, qui, étant protégée de la criminalité des délinquants immigrés, la nie tout simplement et refuse de considérer que c'est le peuple, le prolétariat, qui la subit de plein fouet.
On s'aperçoit par là, entre parenthèses, que la gauche a définitivement cessé - dans ce domaine comme dans bien d'autres - de se poser “du côté du peuple”.
Marx s'est déjà retourné dans sa tombe. Mais, le jour où cette délinquance immigrée atteindra à son tour cette bourgeoisie, comme cela commence à se produire (notamment la petite bourgeoisie enseignante de gauche en proie à la criminalité des “Beurs-Blacks”), il faudra opérer des révisions déchirantes. Les propositions de Jean-Pierre Chevènement (non retenues) pour accroître la répression en sont un premier signe. On commence à s'inquiéter, dès lors que l'électorat bourgeois de gauche est touché par l'insécurité.
Mais il est très difficile pour la gauche, dont le dogmatisme est la caractéristique majeure, de reconnaître que sa doctrine du tout-préventif a échoué, que ses fantasmes d’“éducation” et d’“intégration” ont sombré ; et surtout, il lui est impossible de mettre en couvre une véritable politique répressive contre la criminalité des immigrés, puisque précisément ce sont des immigrés, donc des gens de couleur, et que, selon le tabou antiraciste, on ne réprime pas des gens de couleur.
Au cours de ses divers passages au pouvoir, depuis plus d'un siècle, la gauche n'a pas hésité à faire tirer sur les émeutiers. Mais ils étaient d'origine européenne... Implicitement, un délinquant dit de couleur doit être traité avec précaution. Les voyous Beurs-Blacks qui font régner la terreur dans les collèges de banlieue ne sauraient être réprimés avec la même sévérité que s'il se fût agi d'Européens de souche. Chevènement, je l'ai dit plus haut, a choqué les bien-pensants quand il a parlé, en décembre 1999, de “sauvageons” - terme assez sympathique - pour désigner de jeunes immigrés qui manient le couteau et le fusil à pompe, qui pratiquent le viol et le racket dans les établissement scolaires et ailleurs. Que n'eut-on dit s'il avait qualifié ce phénomène par sa véritable appellation : le “banditisme des jeunes issus de l'immigration” ? 111
Cette criminalité des jeunes immigrés est généralement excusée par l'intelligentsia bourgeoise au nom de l'« argument sociologique », dont parle Finkielkraut dans l'entretien précité. Il précise : « Il faut résister à l'argument sociologique. D'abord parce que les délinquants se l'appliquent à eux-mêmes ; l'explication par le chômage, le désarroi de l'exclusion, est aujourd'hui une incitation au crime. Parce qu'on ne peut pas faire deux poids deux mesures : l'excuse du désarroi devrait donc être aussi conférée à l'électorat populaire du Front national... »
Autrement dit, on tolère, on explique, on excuse la criminalité des jeunes Arabo-africains sous prétexte qu'ils seraient “exclus” et “en désarroi” (ce qui est faux, comme je le démontre ailleurs), alors que les victimes de leur criminalité qui, eux, sont réellement exclus et en désarroi, sont diabolisés par la classe bourgeoise bien-pensante, protégée et antiraciste.
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Allons plus loin : une politique de pure prévention a des effets criminogènes et accroît la délinquance, puisqu'elle revient souvent à récompenser les délits.
Les bien-pensants, les politiquement corrects accusent quasiment de fascisme ceux qui, comme aux États-Unis et en Grande-Bretagne, pensent que la répression est seule efficace contre la délinquance croissante des “jeunes” et que la prévention ne sert pas à grand-chose. En cette matière comme en bien d'autres, ils refusent avec effroi de reconnaître qu'ils se sont trompés sur toute la ligne.
Les mesures de prévention contre la criminalité croissante des jeunes Afro-maghrébins partaient du principe qu'ils étaient des victimes et des exclus. Il fallait donc les dévictimiser et les réinclure dans le tissu social. Les mesures prises les ont encore davantage déresponsabilisés, ont accru leur sentiment d'impunité et ont abouti à l'effet inverse de celui recherché, en ouvrant de nouveaux champs à l'insociabilité.
Envoyés gratuitement dans les lieux de vacances, les plus délinquants. Les vacances. Les auxiliaires de police. Les équipements. Mais, le plus comique, ce sont les politiques de “réinsertion par le sport”, et notamment par le sacro-saint football, méthode ardemment défendue par le démagogue Bernard Tapie. Les mairies subventionnent massivement stades et clubs de foot, où s'affrontent des équipes de Beurs-Blacks dont chaque joueur s'imagine qu'il va devenir Zinedine Zidane. Or, début avril 1999, toutes les compétitions sportives furent suspendues en Seine-Saint-Denis par les autorités, à la suite des violences en hausse constante générées par les jeunes Afro-maghrébins dans les stades.
Tanguy Berthemet écrivait (Le Figaro, 05/04/1999, dans Le football paralysé par la violence) : « Loué à l'extrême, incontesté jusqu'alors, le dernier rempart contre la délinquance et la dérive des “jeunes” s'effrite. Le sport, son fair-play, ses vertus éducatrices et le reste a marqué ses limites. Et pas n'importe laquelle des disciplines : la reine d'entre elles, le football. Ni n'importe où, mais en Seine-Saint-Denis, marche de la capitale et hôte du Stade de France, le coeur symbolique d'un onze tricolore victorieux ». Selon la préfecture, la violence qui envahissait les stades et leurs alentours était devenue trop importante et trop régulière pour que l'on continue de fermer les yeux. En un peu plus d'un an, 783 rixes, bagarres, dégradations, avaient fait l'objet d'informations judiciaires ; elles opposaient des supporters entre eux ou des supporters aux joueurs. Le bilan était d'un mort et de dizaines de blessés graves et de millions de Francs de déprédations. On notait l'utilisation d'armes à feu et de poignards. Un entraîneur d'un équipe des Lilas, Bernard Hue, remarquait « On ressent tous quotidiennement une détérioration générale, particulièrement dans les équipes des moins de 15 ans jusqu'aux espoirs ».
Avant même l'interdiction préfectorale des matches, trois clubs se sont sabordés et ont cessé toute activité à cause des “rencontres à risques” : Clichy-sous-Bois, Epinay, Noisy-le-Sec. Les troubles sur les stades de foot débordent largement la Seine-Saint-Denis. Les rixes violentes sont notables à Toulouse, Lyon, Marseille, en Essonne, partout en fait où les immigrés sont en proportion importante.
Contrairement aux voeux des idéologues iréniques de la réinsertion par le sport, ce dernier n'est pas un facteur d'apaisement social mais de guérilla sociale : c'est un prétexte supplémentaire, un champ nouveau de conflits offert aux bandes ethniques (et territorialisées) pour s'affronter. C'est un nouveau domaine ouvert à la mentalité néo-tribale des jeunes Afro-maghrébins, qui correspond à une récurrence de leur fonds ethnoculturel profond qu'aucune assimilation ne pourra gommer et qui prend la forme de guérillas inter-Cités, sur fond d'animosité raciale, comme à Los Angeles.
Vous avez dit “racial”, vous avez prononcé ce mot tabou et antirépublicain ? Accusé, levez-vous ! Non, ce n'est pas moi qui le dis, c'est Mme Marie-Georges Buffet, ministre socialiste de la Jeunesse et des Sports, élue du département de Seine-Saint-Denis, qui commentait en ces termes la suspension de toutes les compétitions sportives : « C'est un phénomène qui touche tout le mouvement sportif et qui s'explique en partie par des tensions raciales et par une montée d'un certain communautarisme ».
Quel aveu d'échec du modèle d'assimilation et d'insertion républicaines. Un ministre socialiste reconnaît donc la base raciale des troubles urbains et, par la même occasion, admet implicitement, comme il faut sans cesse l'asséner, que toute société multiraciale est vouée à l'échec et débouche nécessairement sur une société multiraciale. D'autre part, j'incite ceux qui s'obstinent à défendre les thèses “communautaristes” à prendre conscience de ce fait : pas plus que l'assimilationnisme républicain, le communautarisme n'est viable : ce sont deux solutions “américaines”, le melting-pot ou le ghetto, qui ne fonctionneront jamais en Europe. J'en parlerai plus loin dans le chapitre consacré à cette question.
La solution des autorités de Seine-Saint-Denis d'interdire purement et simplement les matches et de saborder les clubs constitue un terrible aveu d'impuissance. Il signifie : nous n'avons plus de solution, nous nous enterrons la tête dans le sable, et advienne que pourra.
L'entraîneur précité, Bernard Hue, explique les bagarres meurtrières parce qu' « un malentendu sur le terrain, toujours de la même façon, dégénère et sert d'étincelle ». Cela se comprend aisément. Pour des raisons ethniques et non pas sociales, le “sport” n'est pas perçu de la même manière par des mentalités africaines ou arabes que par des mentalités européennes. Dans le premier cas, le sport d'équipe est un prolongement des conflits tribaux ; dans le second cas, selon la tradition de l'olympisme grec, il est une ritualisation pacifique des conflits, une trêve. La leçon à en tirer est que l'optimiste éducatif de la gauche égalitaire, en voulant transférer une solution sociale d'un peuple à un autre, en niant les spécificités héréditaires, est peut-être politiquement correct, mais scientifiquement et sociologiquement faux.
A la suite de cette dramatique suspension des compétitions sportives par l'autorité préfectorale de Seine-Saint-Denis, M. Djamel Sandjak, directeur général de l'Olympique de Noisy-le-Sec et figure du football de banlieue, commentait au Parisien (03/04/1999) cette décision improvisée dans l'urgence : « C'est une prise d'otage des jeunes ; je ne vois là qu'une mesure d'exclusion supplémentaire ». M. Djamel Sandjak n'a pas compris grand chose au problème. Il confond exclusion et auto-exclusion.
On ne pourra pas éternellement insérer, assimiler, responsabiliser, aider, assister, déculpabiliser, éduquer - à grands coups de subventions - des groupes humains qui ne veulent pas s'assimiler aux normes sociales européennes. Il faudra bien un jour en tirer les conséquences.

UNE STRATÉGIE DE LA TENSION. LA DÉLINQUANCE N'EST PAS SPONTANÉE
La délinquance des jeunes Afro-maghrébins est un phénomène pensé. Il obéit à une stratégie, approuvée par les grands frères, comme, en sourdine par certains imams. Une stratégie très habile de manipulation des autorités, d'expansion territoriale et d'épuration ethnique des Européens de zones entières. On pense à la guerre d'Algérie...
Animés par une xénophobie latente de ressentiment envers “la France”, ces jeunes immigrés y voient une justification supplémentaire de leur délinquance. Ils se fabriquent le prétexte de se rendre justice : vols organisés, émeutes, attaques de la police et des symboles de l'État - les bus, les écoles, les trains de banlieue, les pompiers - agressions, viols, comportent une sorte de dimension politique contestataire, parée de la légitimité d'une juste vengeance, et appuyée par la compréhension bienveillante des médias et de certaines autorités de l'État.
Attirés par les facilités de la société de consommation, et adoptant la frénésie consumériste, ils n'entendent pas s'y intégrer par le travail mais par le pillage. Ils sont littéralement fascinés par la faiblesse globale des sanctions que la société française apporte à leurs méfaits. Ce qui augmente leur mépris, face à une telle dévirilisation, et attise leur audace. Il est d'autre part tout à fait faux de dire que c'est uniquement 1’“absence d'autorité familiale” qui les jette à la rue et les pousse à la barbarie. Ce facteur joue, nous l'avons vu plus haut, c'est évident, mais il n'est pas fondamental. Même quand le père de famille est au chômage, ce qui est loin d'être toujours le cas (et la plupart du temps les aides et allocations diverses assurent aux parents des revenus confortables, souvent supérieurs à ceux des chômeurs français), les familles défendent leurs rejetons délinquants ou criminels, et les excusent. Ces derniers respectent leurs parents et, dans le cercle familial, adoptent des attitudes tout à fait traditionnelles. Il est fréquent de voir les parents venir molester les professeurs qui ont mis de mauvaises notes à leurs rejetons.
On note trois faits, avoués par un reportage embarrassé de Libération sur la délinquance immigrée à Juvisy-sur-Orge (01/02/1999, page 10) : 1) Les cambrioleurs de pavillons ont entre 9 et 13 ans et comportent maintenant des filles. 2) Les parents sont les commanditaires des cambriolages. 3) Les bandes délinquantes sont à la fois tziganes et arabes. L'extrême jeunesse des voyous empêche toute poursuite judiciaire et toute répression, selon une législation laxiste inadaptée.
Un autre ressort de la délinquance arabo-africaine massive est tout simplement le racisme, un racisme de vengeance. Les statistiques montrent que, contrairement à une idée répandue par l'habituelle propagande des médias, les victimes de “crimes racistes” sont, la plupart du temps, des Européens, des “fromages blancs”. C'est le prolétariat blanc des banlieues qui est la principale victime des agressions de la part des Afro-maghrébins, dans les “Cités” comme dans les établissements scolaires. Les familles d'origine immigrées, elles, n'ont rien à craindre et vivent en sécurité. Il est illusoire de croire que les médias mentionneront jamais ces faits de pure sociologie quotidienne.
A tel point que les vigiles des établissements sensibles sont recrutés parmi des Arabes ou des Noirs ; à tel point que l'Éducation nationale a constaté que les enseignants d'origine maghrébine étaient beaucoup moins molestés et bien plus respectés que les Français autochtones et, partant de ce constat, les recrute pour diriger les “classes difficiles”. A tel point que M. Chevènement a déclaré qu'il fallait davantage de policiers maghrébins (sur le modèle des flics noirs des quartiers chauds américains) pour limiter les heurts entre les bandes ethniques et la police.
Pour éviter que les postiers ne se fassent attaquer et dépouiller, on a décidé d'embaucher pour les cités des facteurs afro-maghrébins. Idem pour les “agents de sécurité” dans les bus. En réalité, c'est une stratégie très bien pensée : les “grands frères” incitent les plus jeunes à l'agression ; puis ils disent : “nous seuls pouvons les calmer !”. Et ils se font embaucher pour ramener le calme. Aux abords des cités, aucun emploi ne peut plus être tenu par un Européen. Logique de conquête territoriale.
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L'État républicain français répudie donc une fois de plus ses propres principes. Il reconnaît implicitement que la délinquance comporte une base raciale et non exclusivement socio-économique, comme l'accrédite le discours officiel.
Le plus significatif, dans ce aspect raciste anti-blanc de la criminalité, c'est le viol rituel des femmes européennes, dont regorgent les statistiques du ministère de l'Intérieur et que rapporte Henri de Fersan dans Le racisme anti-français (L’Æncre). Une Européenne violée (et éventuellement tuée) sur trois en 1998 l'a été par un Noir ou un Maghrébin. Ce sont les faits, on n'y peut rien. Dans les bandes, de plus en plus nombreuses, “violer une blanche” est un rite de passage, qui s'apparente à une pratique de société primitive. La femme blanche représente le symbole de l'inaccessible. Tout raciste est aussi auto-raciste, il se méprise lui-même : les délinquants arabo-africains se considèrent plus ou moins consciemment “inférieurs” aux “Gaulois”, selon leur expression, socialement, intellectuellement, etc. Dans ces conditions, le viol collectif d'une Blanche correspond à un processus magique de réappropriation fantasmée d'une supériorité ou d'une égalité perdue. C'est en même temps un moyen d'humilier “l'homme blanc” qui, dégénéré, ne protège plus ses femelles.
Enfin, les travailleurs sociaux notent que les bandes délinquantes s’“ethnicisent” de plus en plus, alors que dans les années quatre-vingt, elles étaient multiraciales. La présence d'Européens dans leurs rangs devient de plus en faible. Preuve que le syndrome de révolte ethnique organisée est bel et bien à l'oeuvre. La nouvelle délinquance est de moins en moins spontanée. Aux classiques truands, s'adjoignent maintenant les combattants.

L'EXCUSE DES BAVURES POLICIÈRES ET DES CRIMES RACISTES
Les médias bien-pensants, au premier rang desquels Libération, Le Monde, Le Journal du Dimanche et France 2 distillent ouvertement cette pseudo-théorie sociologique : les violences urbaines des “jeunes” seraient la conséquence directe des bavures policières et des crimes racistes commis par des Français autochtones. La réalité est bien différente. L'immense majorité des morts violentes de jeunes Afro-maghrébins, qui, à chaque fois, donnent lieu à des émeutes, est due soit à des règlements de compte entre dealers et voyous, tous d'origine immigrée, soit à des fusillades entre une police débordée et des gangs agressifs et provocateurs, soit à des réactions de défense paniquée de Français autochtones gratuitement attaqués.
La mort d'un Beur ou d'un Black dans ces circonstances donne lieu à des émeutes et des violences parfaitement excusées par les médias et les pouvoirs publics. Tandis que les assassinats racistes de policiers ou de Français autochtones ne recueillent que de petits entrefilets de presse. Lorsque le Front national avait appelé à manifester après l'assassinat gratuit, en 1997 à Marseille puis en 1998 à Nantes, de jeunes Français de souche par des Beurs, en pleine rue, la presse (et même les familles des victimes !) avait parlé d'« odieuse récupération ».
Autrement dit, la mort d'un voyou Afro-maghrébin ne peut s'expliquer, que par le racisme atavique des “Blancs”, tandis que l'assassinat ou la mutilation d'un policier, d'un pompier, ou d'un citoyen français de souche serait dû, au choix, à un “hasard tragique” ou à une “provocation policière”.
Pourtant les chiffres sont parlants. Les statistiques officielles du ministère de l'Intérieur mentionnent que 9578 fonctionnaires de police ont été blessés en service en 1997 et 14 tués, à 95% par des Afro-Maghrébins. La même année, 10 jeunes issus de l'immigration ont été tués par la police, au cours de fusillades, sans que jamais la justice (pourtant partiale et anti-policière) n'ait pu conclure à un crime raciste. En 1998, 108 citoyens français de souche ont été assassinés “sans cause apparente” par des Afro-Magrébins, et 15.509 grièvement blessés. Les viols d'Européennes par des Afro-maghrébins ont été de 280 en 1998. Et encore, ne s'agit-il que de faits recensés par la police, donc de la partie émergée de l'iceberg. Les chiffres sont en augmentation de 20% par an depuis 1995.
Quand on les analyse de près, les fameuses bavures policières n'en sont pas réellement. Le scénario est toujours le même : une course-poursuite après un voleur de voiture qui se termine évidemment par un accident souvent mortel ; ou bien un jeune flic paniqué et agressé qui tire pour se dégager. Les préfets ne vont jamais consoler les veuves et les enfants des policiers tués ou mutilés par les voyous au cours d'opérations de maintien de l'ordre, ils ne se rendent jamais au chevet de ces jeunes femmes fonctionnaires de police violées et mutilées quand elles sont repérées par les bandes ethniques, le soir, dans les transports en commun. En revanche, pour acheter la paix sociale, ils viennent consoler les familles éplorées de dealers tués au cours de fusillades qu'ils ont provoquées.
Un haut responsable de la gendarmerie nationale, avec le grade de général, de sensibilité républicaine très éloigné de l’“extrême droite”, m'a tenu ces propos alarmants, en me demandant de ne pas révéler son nom ; je respecte bien entendu son souhait : « Mais un jour viendra où, si la guerre civile commence, ce ne seront plus des fonctionnaires de police écrasés par leur hiérarchie et exaspérés par les ordres et les contrordres qui tenteront de protéger les citoyens au péril de leur vie et sans avoir le droit d'être efficaces mais des milices citoyennes armées, parfaitement illégales mais qui se considéreront comme légitimes, qui, elles, ne feront pas de quartier et n'auront rigoureusement aucun compte à rendre à un État de Droit qui faillit à sa mission et à une justice qui sombre dans la forfaiture. C'est inscrit dans la Déclaration des droits de l'Homme et du Citoyen le souverain, c'est le Peuple, et non pas l'État ni encore moins l'administration. Ces milices seront encadrées par des policiers, des gendarmes et des militaires en rupture avec l'État, où elles entretiendront néanmoins des complicités.
Elles pratiqueront la défense territoriale rapprochée. Les forces de l'ordre officielles seront impuissantes à les désarmer. Je ne souhaite évidemment pas cette situation mais nous y courons tout droit. »

LA RÉPRESSION TOTALE A L'AMÉRICAINE SERAIT-ELLE EFFICACE ?
Les élus des partis modérés - mais pas encore les leaders - commencent à prendre la mesure de cette explosion de la délinquance, sans oser pourtant en nommer les vrais causes. Ils adoptent l’“idéologie sécuritaire” jadis abhorrée comme crypto-fasciste. Le Président UDF du conseil général du Val d'Oise, François Scellier, maire de Saint-Gratien, écrivait dans une tribune libre du Figaro que le sentiment d'impunité encourageait la délinquance : « La société française doit se débarrasser de son complexe de mauvaise conscience et de culpabilité face à la répression. Les élus locaux ont attendu quinze ans. sur le terrain. que l'État fasse quelque chose. » Rassurez-vous, M. Scellier, l'État ne fera rien.
M. Scellier est nourri de bons sentiments. Mais il est optimiste. Son analyse est juste et banale. Il découvre des vérités de La Palice. Il se croit dans la dynamique et pragmatique république américaine. Il s'imagine que les jeunes délinquants déstructurés des banlieues, de plus en plus nombreux, vont adopter gentiment et spontanément les “valeurs de la République” si celle-ci manie le bâton. Il s'imagine que la classe politico-médiatique sclérosée et dogmatisée va adopter, vis-à-vis des délinquants qu'il désigne, les valeurs du Law and Order (la “loi et l'ordre”) des autorités de New York et de Los Angeles. Il rêve.
Les réactions molles de M. Chevènement contre les “sauvageons” ne dépasseront pas le stade des paroles. Face à la violence des “jeunes”, face à l'effondrement du système scolaire, le système est paralysé. Formulation : “attention, il est dangereux de réprimer trop fort des jeunes-issus-de-l'immigration”.
Seule la crise pourra briser le noeud gordien. Le temps de la raison est terminé.
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Il n'y a rigoureusement aucune chance de voir diminuer en France la délinquance, la criminalité, l'insécurité endémique. Au contraire, elles vont augmenter. Jusqu'à la rupture. Paralysés par leurs tabous idéologique, les pouvoirs publics - gouvernement, magistrature et police dominée par des syndicats permissistes - n'oseront jamais prendre les mesures de bon sens qui s'imposeraient, mais que, fidèles à leur pragmatisme, Anglais et Américains appliquent, afin d'essayer de resécuriser l'espace public. Il est vrai que les Anglais et les Américains sont probablement dirigées par des gouvernements et des maires fascistes, comme par exemple M. Giuliani, maire de New York.
Quelles sont ces « mesures fascistes » pour enrayer la délinquance appliquées par les Anglais et les Américains, et qui auraient semblé d'une évidente banalité à n'importe quel ministre radical de la IIIe ou de la IVe République, comme elles le semblent à M. Tony Blair ? Énumérons :
1) La règle de “zéro-tolérance”. Dans les villes américaines le moindre délit est puni de lourdes peines, notamment de prison ferme, et doublées en cas de récidive.
2) Réouverture de maisons de correction à régime militaire pour les mineurs.
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3) Expulsion immédiate définitive et automatique, sans recours possible, de tout étranger délinquant à la fin de sa peine (ce qui n'est qu'appliquer la loi, chose que refuse pourtant, sous le nom de “double peine”, le lobby dit antiraciste), ainsi qu'établissement du caractère illimité de la détention administrative pour les expulsables.
4) Suppression de toute allocation sociale aux familles de mineurs délinquants (principe de responsabilité civile parentale, inscrite dans la loi).
5) Réintroduction à l'école de procédures disciplinaires lourdes et abandon définitif des méthodes pédagogiques irréalistes issues de mai 1968.
6) Abandon du principe du “bac pour tous” et retour massif à l'apprentissage. Etc.
Ces mesures ont peu de chances d'être prises. Et même si elles l'étaient, elles ne résoudraient pas le problème de fond qui est la modification du substrat ethnique de base et la stratégie de conquête territoriale Elles ne seraient que provisoires et ne feraient que retarder l'explosion.
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La “droite dure” se félicite par exemple des méthodes à la Far-West de l'appareil de maintien de l'ordre américain.
Le directeur d'un pénitencier de l'Arkansas, Dirk Marschammer, répondait - en substance - aux questions d'un reporter de France 2, le 2 octobre 1998, complètement ébahi qui lui demandait de lui expliquer sa conception de la lutte contre la criminalité : « Je ne crois pas à la prévention. La seule prévention, c'est, la répression, la punition. Quand un type, pour un délit, a passé trois ans chez moi, sans aucune remise de peine possible, croyez-moi, il n'a plus du tout envie de revenir. Il a passé trois ans en enfer. Le taux de récidive est très bas. Tout, plutôt que de revenir au pénitencier ! Sa mentalité de délinquant, de petit caïd, nous l'avons totalement brisée. Il fait tout pour se réinsérer et trouver un job honnête. En plus, pendant ces trois ans, nous avons appris à cet asocial, par la force, les règles de l'ordre et de la discipline ».
Ce brave homme exprime au fond une conception anthropoliquement très juste de l'éducation, celle qui est fondée sur le dressage (alternance de punitions et de récompenses, selon un règlement intraitable, les récompenses n'étant d'ailleurs souvent que l'absence de punition). Cette conception a été défendue par l'anthropologue Arnold Gehlen, pour lequel l'homme était avant tout un Zuchtwesen, un “être de dressage”.
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A Lyon, les pompiers se sont mis en grève plusieurs mois, à la suite des attaques dont ils font systématiquement l'objet quand ils viennent éteindre des feux de voiture. Les représentants syndicaux ont été reçus à l'Élysée et à Matignon. Après le drame de Vénissieux, où un pompier a eu une jambe arrachée, un “groupe de travail” d'élus fut mis en place pour trouver des solutions. Un Comité Théodule de plus. Les négociations avec les pompiers en grève portaient sur « l'accroissement des effectifs, les conditions de travail et la durée hebdomadaire de leur action en première ligne dans une société en crise ». (Le Journal du Dimanche, 16/05/1999). Autrement dit, embaucher du personnel afin de diminuer le dangereux temps de présence dans les cités de chaque pompier. Aucune mention n'est faite de la véritable cause du problème : l'explosion de la criminalité des jeunes immigrés. Par tabou idéologique, on continue de poser des cautères sur des jambes de bois.
En 1998, délinquance et criminalité, dans toute la France, ont augmenté de 2,73% par rapport à 1997, selon le ministère de l'Intérieur. Lors de la présentation des voeux à l'Élysée, le 4 janvier 1999, Jacques Chirac déclarait : « la situation est très préoccupante, il faut une réponse globale qui passe par l'implication de chaque membre du corps social ; il faut que les pouvoirs publics soient mieux coordonnés et efficaces dans leur action ». On reste confondu devant une telle langue de bois.
Le ministère de l'Intérieur, pourtant, n'a pas caché que cette hausse de la criminalité était entièrement due à la « hausse de délinquance de voie publique », principalement due aux jeunes immigrés qui, dans les nouvelles classes d'âge, sont de plus en plus nombreux.

VISAGES DE L'AVANT-GUERRE. LA MONTÉE DES PÉRILS
Les domaines de la délinquance des jeunes Afro-maghrébins ne cesse de s'étendre. Par exemple, les voyageurs dévalisés dans les trains sous la menace d'armes à feu. Le 30 décembre 1998, c'est ce s'est qui produit dans le train Annecy-Saint-Gervais, en plein jour, en fin d'après-midi. Trois mineurs (16, 17 et 15 ans) dont une fille (fait de plus en plus fréquent) ont délesté les voyageurs de leur argent liquide, walkmans, cartes bancaires, cartes de téléphone, sacs, appareils photos, etc. Ils ont été interpellés par les gendarmes après enquêtes, mais, la jeune fille a été relâchée. La dépêche AFP qui relate les faits (05/01/1999) ne mentionne pas l'origine des prévenus. En tant que journaliste, j'ai essayé de me renseigner. Le responsable de l'AFP m'a répondu : « mais vous êtes raciste ou quoi ? ! » Un lapsus pareil, ça ne s'invente pas.
A la délinquance crapuleuse, s'additionne la délinquance politique. Les deux s'entremêlent. On caillasse les bus, on attaque les pompiers, on attaque les femmes blanches, on fait des pillages dans les manifestations de lycéens, pour la fin du Ramadan on pille les centres commerciaux. Les incendies de voitures (10.000 en 1999) sont en progression de 10% par an depuis 1995). Rien que dans l'agglomération lyonnaise, 540 incendies de voitures ont été recensés en trois mois (janvier, février, mars 1999) ; les pompiers, symboles de l'État français accueillis et blessés, ont à cet égard une signification symbolique. L'automobile est considérée par les jeunes incendiaires comme un “privilège du Français de souche”. Les rodéos de voitures volées dans les cités ont la même signification sauvage de réappropriation de l'objet convoité. Car les délinquants en question sont proprement fascinés par les signes de puissance et de richesse de la société bourgeoise, auxquels ils veulent accéder sans travail et sans effort et, qu'au fond, ils admirent : l'automobile, la télé, l'électronique, les fringues de marque, etc. C'est un comportement primitif et sacrificiel de destruction de l'objet désiré, et, au delà, de la destruction symbolique de son possesseur.
Dans les banlieues françaises, il faut savoir aussi que les voitures brûlées ne sont pas n'importe lesquelles. Ce sont celles des Français de souche appartenant aux classes sociales défavorisées. C'est une “incitation à partir, à déménager” Les BMW et les Mercedes des dealers afro-maghrébins, elles, ne brûlent jamais.
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Il existe deux causes à ce refus d'une politique répressive efficace et à cette tendance à vouloir récompenser les délinquants sous prétexte de prévention et d'insertion.
La première est d'ordre idéologique et elle dérive des utopies post-rousseauistes de Mai 1968 (des théories romantiques de l’“éducation naturelle et permissive”). La carotte vaudrait mieux que le bâton. Cette conception onirique et ultra-égalitaire écarte l'évidence qu'il existe des individus ou des groupes humains qui, per naturam, ont, dans des circonstances données, un comportement intrinsèquement parasitaire, asocial et sciemment criminel. D'où l'effondrement de la discipline dans l'Éducation nationale et la tolérance judiciaire et législative envers la délinquance de proximité. D'où l'abandon dogmatique de la formule, pourtant jadis éprouvée, des “maisons de correction”. Ce sont évidemment les jeunes des classes populaires qui pâtissent le plus de cette situation ; tandis que la progéniture de la bourgeoisie progressiste qui professe cette tolérance laxiste, se trouve, elle, parfaitement à l'abri de la délinquance.
La deuxième cause d'une absence de politique de répression efficace contre une délinquance en progression géométrique est le complexe antiraciste, entretenu par la classe intello-médiatique. Cette cause vient aggraver la première. La majorité des cas d'explosion délinquante étant le fait des Afro-maghrébins, toute sanction, toute répression efficace contre les membres de cette “communauté”, se heurtent à des tabous paralysants. A moins d'assassinats, l'impunité des voyous et des bandes ethniques, dans les établissements scolaires et sur la voie publique, est devenue une donnée de base de la réalité sociale.
Ce qui ne va pas sans provoquer des contradictions déchirantes et amusantes : dans les collèges, les Syndicats de gauche et les membres du corps enseignant reconnaissent - puisqu'ils vivent sur le terrain - que l'insupportable violence scolaire qui paralyse totalement l'enseignement est le fait majoritaire des jeunes Afro-maghrébins. Mais cette reconnaissance des faits est d'ordre strictement privé. En public, on se contente de manifester, ça et là, “contre la violence”, quand par exemple, un professeur a été poignardé ou une enseignante violée. Mais pas question de dénoncer officiellement les vraies causes : les tabous idéologiques et anti-racistes forment une barrière infranchissable. On préfère demander hypocritement et discrètement sa mutation dans une zone scolaire sans immigrés. La situation ne fait donc que s'aggraver ; la solution ne pourra donc provenir que d'une propagation massive de l'incendie.
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Le pouvoir, confronté à l'explosion de la délinquance des “jeunes”, est déchiré par ses contradictions idéologiques. Exactement comme la droite avant elle. Le Système se heurte à trois impératifs dont l'union est un problème insoluble : 1°) Pour des raisons électorales, on ne peut pas rester les bras croisés, il faut faire quelque chose, car les désordres deviennent trop voyants. 2°) Il est hors de question de reconnaître que cette criminalité est principalement liée à l'immigration. 3°) Nous ne pouvons pas, pour des raisons idéologiques, pratiquer une politique de “répression” ni sombrer dans une doctrine “sécuritaire”, car ce sont des tabous à ne pas enfreindre. Alors que faire, pour résoudre ce grand écart d'un monstre à trois pattes ? 120
Chevènement, ministre de l'Intérieur, ose parler de sanctions financières contre les familles des délinquants - à l'image de ce qu'ont mis en place les Anglais. Dans L'Est Républicain (12/01/1999), il déclare : « des mesures de suspension ou de mise sous-tutelle des prestations familiales des familles des délinquants peuvent être envisagées ». Il ne sera jamais entendu.
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Partout, les zones d'insécurité s'étendent. Depuis 1998, à Vénissieux, dans les cités du plateau des Minguettes, les prémices d'une guerre civile ethnique s'organisent, bien que personne n'ose prononcer le mot : incendies criminels de voitures et de commerces, caillassages de bus et de voitures de police, attaques armées des policiers de la Brigade de répression des actions violentes (Brav), vols multiples avec effractions dans les écoles et les foyers, pharmacies et magasins pillés puis incendiés, etc. sont le lot quotidien. Les associations “préventives” Agir contre la violence ou Habitants en action sont totalement débordées et inefficaces. Depuis le début 1998 jusqu'à juillet 1999, 195 policiers, pompiers ou habitants d'origine européenne ont été blessés grièvement par les exactions des voyous afro-maghrébins. En 1999, 1020 voitures ont été incendiées, appartenant toutes à des propriétaires d'origine européenne.
Le maire - communiste - de la commune, André Gerin à écrit, en juillet 1999, à Lionel Jospin pour l'inviter d’“urgence” à Vénissieux. Dans sa supplique adressée au Premier ministre (qui n'a même pas dû la lire), il exprime sa rage et précise : « Il .faut choisir : la jungle et la guerre civile, ou la République. » Avec naïveté, il demande « la présence de brigades, de casques bleus de la République en quelque sorte ». On est réellement en pleine exterritorialité. Le successeur d'André Gerin à la mairie sera probablement un immigré musulman. Peut-être aura-t-il plus de chance ?
Les mesures de lutte contre cette situation sont dérisoires et tout à fait à l'image de la mollesse généralisée de pouvoirs publics culpabilisés et moralement incapacités face aux fauteurs de troubles afro-maghrébins. Le préfet de région a proposé comme remède « le renforcement des activités proposées pendant les vacances ». Autrement dit, pour calmer les voyous, on les récompense. Le contribuable est prié de leur offrir des vacances et de leur payer des activités de loisir. Personne ne s'est avisé que c'était là un encouragement majeur à la délinquance. Toujours cet angélisme stupide du : “en les aidant, en étant gentil avec eux, ils seront moins méchants”.