Campo X. Il campo dell'onore

Di Guido Colombo  -  Numero 51 del 01/05/2001

 

CAMPO X – IL CAMPO DELL'ONORE” di Guido Colombo – numero 51


Alla fine di novembre del 2000 vengo invitato a parlare, insieme con un testimone dell'epoca e ad un curatore del volume, alla presentazione di un libro sui caduti della RSI sepolti a Milano. Si tratta di «CAMPO X, IL CAMPO DELL'ONORE». (1)

Per chi non lo sapesse, Campo X è una sezione (la decima appunto) dell'immenso cimitero di Musocco, alla periferia nord-ovest di Milano. È da considerarsi a tutti gli effetti un cimitero di guerra della RSI. Vi riposano infatti oltre 1300 caduti repubblicani, molti dei quali personaggi di primo piano dell'epoca, tra gli altri: il segretario nazionale del partito fascista repubblicano Alessandro Pavolini, il teorico della socializzazione Nicola Bombacci, la medaglia d'oro e sottosegretario alla presidenza del consiglio della RSI Francesco Maria Barracu, l'asso dell'aeronautica repubblicana maggiore Adriano Visconti, il comandante della legione autonoma «Ettore Muti» colonnello Franco Colombo, i federali repubblicani di Milano Aldo Resega e Vincenzo Costa, gli attori (e volontari nella X MAS) Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, Carlo Borsani e molti altri ancora. L'opera della quale stiamo parlando s'inserisce nel solco di altri «Martirologi» (ovvero elenchi di persone assassinate da mano partigiana) realizzati negli ultimi anni in varie parti d'Italia. A curarli sono quelle associazioni (come il «Comitato Ricerche e Onoranze Caduti RSI», «Arpa Birmana», «Amici di Fra' Ginepro», «Archivio storico RSI» per limitarci alle principali) le quali, dopo essersi preoccupate nel dopoguerra del recupero delle salme rimaste insepolte e successivamente della cura dei luoghi di sepoltura, sono oggi impegnate in una capillare opera di documentazione sulle vittime.

L'imperativo è di raccogliere, prima che le nebbie del tempo ne cancellino definitivamente la memoria, il nome di ogni caduto della RSI; la sua biografia e di determinarne data, luogo e modalità dell'esecuzione. I volumi di «Campo X», aggiungono a tutto questo anche una foto per ognuno dei caduti (quando non è stato possibile recuperarne alcuna si è sopperito con una foto della tomba), e non solo. Viene anche rievocata da Guido Giraudo, in una splendida introduzione che ricostruisce uno spaccato della nostra storia nel dopoguerra, la tormentata storia di questo luogo, che solo dopo varie vicissitudini è arrivato a noi così come lo conosciamo oggi. Tornando all'episodio di cui accennavo all'inizio, pur non ritenendomi particolarmente esperto in materia, viste le insistenze degli organizzatori (dei cari amici), accetto il loro invito. Provvedo quindi a dar notizia via Internet di questa conferenza a quanti mi conoscono. Per tutta risposta il giorno dopo trovo nella mia posta elettronica il messaggio di un collega giornalista, formatosi culturalmente in questa «area», che mi rimprovera in buona sostanza di dare ancora peso a manifestazioni di puro nostalgismo, ormai completamente superate dalla storia. La risposta mi colpisce e m'induce ad una riflessione: «Ha ancora un senso, a 56 anni dalla conclusione del conflitto che ha segnato la fine dell'Europa come soggetto politico autonomo, occuparsi di ricerche storiche sui caduti della RSI»? Dopo alcune brevi considerazioni la mia risposta è sì. Sembrerà incredibile a molti, ma ad oltre mezzo secolo di distanza si è ancora ben lontani dal determinare, se non con esattezza almeno con un buon margine di approssimazione, quante siano state le vittime delle «radiose giornate» (così, la retorica resistenzialista, ribattezzò il periodo di scellerate violenze scatenatesi subito dopo il 25 aprile '45).

Per altro, sino a pochi anni fa, ufficialmente si sosteneva che le fucilazioni avvennero solo nei giorni immediatamente seguenti la «liberazione», e solo nei confronti d'appartenenti alle forze armate della RSI o al PFR resisi colpevoli d'atrocità nella lotta antipartigiana. La pubblicistica non resistenziale in materia ha però ormai definitivamente sepolto queste menzogne ed anche gli storici antifascisti hanno dovuto, seppur a denti stretti, ammettere che le fucilazioni continuarono ben oltre il maggio del'45 (in alcune zone dell'Emilia bande di comunisti armati continuarono ad uccidere fino al'47) e che colpirono anche molti civili i cui presunti crimini restano tutti da provare. Qui però si torna al nocciolo della questione: quanti furono gli uccisi? Con l'arrivo degli americani nel territorio che fu della RSI veniva ripristinata la sovranità formale del regno d'Italia. Per attuare l'epurazione contro i fascisti vennero istituite le CAS (corti d'assise straordinarie) che operavano in base a norme penali retroattive (1), basate su due successivi decreti luogotenenziali del 1944 di Umberto di Savoia (in dette corti operò anche un PM di origine calabrese, ex magistrato della RSI, destinato ad una grande carriera: Oscar Luigi Scalfaro).

Nel corso di processi farsa (la «confessione» di «colpevolezza» era spesso estorta con la forza agli imputati) furono comminate migliaia di condanne, alcune centinaia delle quali alla pena capitale. A riempire i cimiteri di fascisti repubblicani furono però soprattutto i partigiani con le loro stragi. Chiunque abbia vissuto quel periodo lo sa bene e non può certo prestar fede ai dati ufficiali da sempre sostenuti.

Ad esempio, secondo il leader azionista del CLN, Ferruccio Parri, i partigiani avrebbero fucilato 1200 fascisti, mentre per il famigerato ministro dell'interno democristiano Scelba 2500. Per dimostrare quanto siano false queste dichiarazioni basta ricordare che solo nel Campo X di Musocco a Milano ne riposano oltre 1300 come ricordavamo in apertura.

Le ricerche effettuate dal comandante Costa dopo la guerra con il «Comitato Ricerche e Onoranze Caduti RSI» hanno documentato nella sola provincia meneghina oltre 6000 uccisioni.

All'estremo opposto rispetto alle cifre ufficiali, i giornali neofascisti dell'immediato dopo guerra («Asso di Bastoni», «Meridiano d'Italia», «L'Assalto», ... ), azzardarono la stima di 300 mila assassinati dalle bande partigiane. Il primo ad occuparsi seriamente del problema fu però Giorgio Pisanò. Egli, nella sua monumentale Storia della Guerra civile in Italia così calcola il numero dei caduti fascisti (ovvero militari della RSI, iscritti al Partito Fascista repubblicano, civili in qualche modo dipendenti dallo Stato): «7.000 caduti in combattimento tra 1'8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 nel territorio della RSI. 12.000 eliminati dai partigiani in azioni individuali o terroristiche nel territorio della RSI tra 1'8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945. 26.000 caduti fuori dal territorio della RSI a partire dall' 8 settembre: la cifra comprende i numerosissimi dispersi, già appartenenti alle formazioni repubblicane operanti nel Baltico, sul fronte russo e nei Balcani che non hanno più dato notizia di loro. 10.000 italiani, fascisti o presunti tali, massacrati dai "titini" tra 1'8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 nella Venezia Giulia, in Istria e nella Dalmazia (l'opera risale agli anni '60. Oggi le associazioni dei profughi istriani e dalmati calcolano in almeno 20.000 gli infoibati ed in 350.000 gli esuli NDA), 46.000 massacrati nella "primavera di sangue" del 1945».

Dunque Pisanò, basandosi sui dati ricavati dalle sue innumerevoli ricostruzioni degli episodi dell'epoca, indica in una cifra precisa (46.000 appunto) le vittime delle «radiose giornate». È una cifra esatta? Recentemente anche alcuni storici antifascisti hanno dovuto ammettere che il numero dei morti, nel periodo in questione, è nell'ordine delle decine di migliaia, o comunque ben superiore alle ipocrite cifre ufficiali.

Gianni Oliva ad esempio (La resa dei conti, Mondadori, 1999) ammette la cifra di 40 mila assassinati, una stima quindi molto vicina a quella di Pisanò. Sennonché, i calcoli compiuti negli ultimi anni dalle varie associazioni che si sono occupate del problema, hanno condotto a conclusioni che superano le stesse stime del compianto senatore. I nominativi al momento presenti nel Repertorio Generale Caduti e Dispersi RSI dell'Istituto Storico RSI, e nello Schedario dei Caduti della RSI, dell'Archivio Storico Nazionale dell'Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della R.S.I., indicano in oltre 50.000 morti le vittime della mattanza partigiana (esclusi, si badi, gli oltre 20.000 infoibati poc'anzi ricordati).

La loro opera però è ancora ben lungi dall'essere conclusa e praticamente non passa mese senza che nuovi nomi vengano aggiunti alle liste. Nomi corredati come detto da tutte le informazioni essenziali riguardo al defunto, in modo tale che nessuno possa contestarne la veridicità come per altre presunte eliminazioni di massa (sino a pochi mesi fa detto elenco veniva pubblicato, a puntate, sulla rivista Storia del XX Secolo, poi rinata quale Storia del Novecento).

E a dimostrazione di quanto ciò sia importante basterebbe parlare delle difficoltà incontrate nelle ricerche. Nonostante sia trascorso oltre mezzo secolo, infatti, molte famiglie si sono dimostrate intimorite davanti alle richieste di fornire una foto e qualche informazione sul loro congiunto deceduto da tanti anni. Da tutto questo dovrebbe quindi emergere chiaramente l'importanza di documentazioni come quelle raccolte in Campo X. Innanzitutto, documentare la mole delle loro efferatezze, è il modo migliore per demolire il mito del partigiano come «cavaliere senza macchia e senza paura», ancora oggi ammannito in dosi massicce ai nostri giovani.

Bisogna leggere (e far leggere) questo libro, in particolare le pagine in cui si descrivono le orribili fini di questi combattenti, molto spesso poco più che adolescenti. Bisogna leggere delle ausiliarie violentate e seviziate, dei giovani volontari torturati per giorni prima di essere uccisi, dei loro cadaveri oltraggiati e lasciati senza sepoltura, negati al dolore delle famiglie, persino derubati del poco che avevano indosso. Come si può, leggendo tutto questo, credere che i responsabili fossero degli idealisti che combattevano per il bene?

Accertare con precisione il numero dei morti non è poi un semplice vezzo storiografico. Serve per comprovare, una volta per tutte, che in Italia, nonostante quanto anche su questo punto affermino gli storici ufficiali, tra il '43 e il '45 si è combattuta non una «guerra di liberazione», ma una vera e propria «guerra civile». Ai più accorti infine non sarà sfuggito come quest'operazione rientri a pieno titolo nel filone della storiografia revisionista che, lo sottolineiamo, non deve assolutamente limitarsi alla sola questione olocaustica (per quanto, ben inteso, di primaria importanza). Infatti, solo la presenza di interessi enormi e inconfessabili (ma ben noti ai lettori de l'Uomo libero) spiega come mai, mentre si martella l'opinione pubblica con cifre, a dir poco di fantasia, di un genocidio ancora tutto da indagare (2), parallelamente i mass media e il mondo accademico stendono un velo di oblio su questi, drammaticamente veri, stermini di massa.


Guido Colombo



(1) AA.VV.; Edizioni Ritter Milano; pag. 1052, II Vol. L'opera è stata voluta dal defunto presidente dell'associazione d'arma «Fiamme Nere», l'ardito della «Muti» Ettore Cappelletti, scomparso prima di vederne la pubblicazione. Si può richiedere (a £ 50.000 più spese postali) a «La Legione», un periodico a diffusione gratuita che si preoccupa anche di pubblicare eventuali rettifiche ai volumi, via delle Erbe I, Milano. lalegione@virgilio.it

(2) Inizialmente gli ebrei sostennero di aver subito 18 milioni di morti nei «campi di sterminio». Attualmente la cifra ufficiale è di sei milioni, dei quali 4 ad Auschwitz. Le autorità polacche hanno però sostituito la targa che, all'ingresso del campo «ricostruito» dopo la guerra, commemorava chi vi è morto. Nella nuova targa i morti sono scesi ad un milione. Lo storico sterminazionista «ufficiale» Jean Luc Pressac addirittura va oltre, abbassando la stima a 600.000 unità. Miracolosamente però, il totale dei morti rimane fisso a sei milioni. Miracoli della Cabala!