| Di Mario Consoli - Numero 51 del 01/05/2001 |
«Quello dell'Olocausto è un business che minaccia di diventare la più grande rapina nella storia dell'umanità». Questa affermazione è stata fatta dall'ebreo Norman G. Finkelstein.
Professore universitario in USA, figlio di sopravvissuti ai campi di concentramento di Majdanek, di Czestochowa e di Skarszysko-Kamiena, e parente di altri che nel periodo di internamento morirono, Finkelstein è autore di un libro che ha suscitato clamore e polemiche in tutto il mondo.
The Holocaust Industry Reflections on the Exploitation of Jewish Suffering (L'industria dell'Olocausto, riflessioni sullo sfruttamento delle sofferenze degli ebrei), giunto nelle librerie americane ed inglesi nel giugno del 2000 e successivamente tradotto in francese e tedesco, è già pressoché introvabile. In Italia ne è stata annunciata la prossima pubblicazione da parte della Rizzoli, ma già Mario Spataro, nel suo Olocausto.
Dal dramma al business? (Edizioni Settimo Sigillo, dicembre 2000) si è preoccupato di offrirci una efficace ed esauriente sintesi dei suoi contenuti. Paolo Conti, sulle colonne del Corriere della Sera (13 luglio 2000), si è occupato dell'argomento: «Secondo l'autore la mistificazione e lo sfruttamento dell'Olocausto si sono sovrapposti alla tragedia di un popolo. La tesi è esplosiva, soprattutto se sottoscritta da un ebreo: l'Olocausto è servito a estorcere denaro all'Europa».
«Molti sopravvissuti sono simulatori e il Centro voluto da Simon Wiesenthal è una Dachau-Disneyland». Finkelstein, a pag. 55 del suo libro, scrive: «La maggior parte della letteratura esistente sulla soluzione finale hitleriana non può essere considerata risultato di un serio studio. In verità, tutti gli studi sull'Olocausto sono pieni di sciocchezze, se non di frodi». Bryan Appleyard sul The Sunday Times (11 giugno 2000) ha scritto: «Finkelstein accusa coloro che sfruttano l'Olocausto di raccontare frottole, di essere complici delle atrocità israeliane e di essere avidi di soldi. La caccia ai soldi delle banche svizzere e di altri enti viene condannata da lui come un vero e proprio racket dell'estorsione. La sconsiderata industrializzazione dell'Olocausto ha incoraggiato il risorgere dell'antisemitismo in Europa e negli Stati Uniti. Nella sua conversazione con me, Finkelstein ha paragonato a un circo equestre il proliferare dei musei e dei memoriali dell'Olocausto [...] Se ciò che ha scritto Finkelstein non fosse stato scritto da un ebreo direttamente coinvolto nell'Olocausto, automatica e selvaggia sarebbe stata l'accusa di antisemitismo o, peggio, di negazionismo».
Le tesi che emergono dal libro sono molteplici, ma sempre convergenti. Innanzitutto Finkelstein individua nella pretesa «unicità» della Shoah - unica, per gravità e dimensioni, nell'intera storia dell'umanità - il tentativo di manovrare un'arma potentissima sia a livello politico-ideologico che finanziario; un Olocausto non «testimonianza del passato», ma strumento di potere attuale e futuro. Finkelstein osserva che di persecuzioni e uccisioni di massa la storia è piena: ricorda il caso degli armeni, dei pellerossa, dei giapponesi «atomizzati», degli stessi tedeschi alla fine della seconda guerra mondiale, ecc.
«Finkelstein riferisce il caso di Elie Wiesel, del rabbino Arthur Hertzberg e dei rappresentanti dell'American Jewish Committee che abbandonarono una conferenza internazionale che si teneva a Tel Aviv perché gli organizzatori avevano incluso fra gli argomenti di discussione anche il genocidio degli armeni ad opera dei turchi negli anni della prima guerra mondiale. Così il genocidio degli armeni non è menzionato nel Memoriale dell'Olocausto eretto a Washington, e la lobby ebraica è riuscita pure a impedire che il Congresso americano ricordasse, in occasione delle commemorazioni dell'Olocausto, l'esistenza del genocidio degli armeni», e ricorda «le critiche mosse da Wiesel al leader israeliano Shimon Peres colpevole di avere osato parlare di due immani olocausti del XX secolo: Auschwitz e Hiroshima».
«Per smentire in maniera diretta la pretesa di unicità dell'Olocausto ebraico, Finkelstein si richiama fra l'altro a un articolo apparso sull'inglese The Guardian il 12 e 13 luglio 2000 e al contenuto dei libri Crimes and Mercies (Londra 1997) e Other Losses (Toronto 1989) dello storico canadese James Bacque a proposito del genocidio del popolo tedesco ordinato nell'agosto 1944, col beneplacito di Franklin D. Roosevelt, da Dwight D. Eisenhower e Henry C. Morgenthau. Si trattò di un ordine che, benché ufficialmente annullato, trovò pratica e segreta applicazione dopo l'aprile 1945 provocando (in violazione delle convenzioni internazionali) la morte per fame di milioni di tedeschi parecchi dei quali erano militari prigionieri di guerra. Tanto da suscitare nel marzo 1946, a Washington, l'indignata e pubblica protesta del senatore Langer Fu o non fu anche quello, si chiede Finkelstein, un programmato Olocausto?». (1)
Finkelstein si sofferma inoltre su un dato che lo lascia perplesso (pag. 25): secondo le sue valutazioni gli ebrei costituivano solo il 20% della popolazione totale dei campi di concentramento.
«La pretesa unicità dell'Olocausto - giunge ad affermare Finkelstein - è diventata una forma di terrorismo intellettuale. E chiunque abbia l'ardire di adottare in proposito le normali procedure di ricerca storica comparativa deve essere pronto ad affrontare l'accusa di banalizzazione dell'Olocausto».
Il risultato che così si ottiene è che a una sofferenza «unica» devono corrispondere risarcimenti «unici»; ad un dramma «unico» privilegi «unici». «E infatti, la singolarità delle sofferenze degli ebrei rafforza la validità morale ed emozionale delle pretese che Israele può avanzare nei confronti di altre nazioni. [...] Persino la decisione israeliana di sviluppare un armamento nucleare è giustificata dallo spettro dell'Olocausto».
Ma l'arma olocaustica, nella sua valenza ideologica, non si esaurisce nell'ottenere per Israele un trattamento preferenziale - se Saddam Hussein disattende una risoluzione dell'ONU si scatena una guerra, se lo fa Israele non succede nulla, ed egualmente l'uso della tortura che è stato tollerato nello stato ebraico per decenni, mentre era violentemente condannato in tutte le altre nazioni del mondo, e così via - ma si estende a tutte le comunità ebraiche sparse per il mondo. L'ossessivo ricordo della Shoah induce ovunque gli ebrei a pretendere un trattamento differenziato dagli altri: ad avere, per principio, sempre ragione. In ogni campo, dalla cultura alla politica, al controllo dell'informazione, dell'economia e della finanza. E i privilegi così ottenuti consentono loro, chiudendo un cerchio vizioso, di imporre con sempre maggiore insistenza l'opera di indottrinamento sui temi olocaustici.
Finkelstein ricorda che numerose università americane hanno recentemente creato cattedre d'insegnamento della Shoah e che il numero dei testi dedicati all'argomento, solo negli Stati Uniti, sono oltre 10.000; diciassette Stati americani impongono o raccomandano lo studio dell'Olocausto in tutte le scuole. In Italia è recente l'istituzione della «giornata della memoria».
Mentre proliferano le occasioni di indottrinamento, si moltiplicano, dopo oltre cinquant'anni dai fatti, le testimonianze dei «sopravvissuti». «Alla fine della seconda guerra mondiale si valutò che il numero di queste persone si aggirasse intorno a 100.000. Ebbene, calcola Finkelstein, in base alle leggi della natura solo un quarto di quelle 100.000 persone (cioè 25.000) possono essere ancora in vita oggi, oltre mezzo secolo dopo la fine del conflitto. E invece, riferisce a pagina 83 del suo libro, secondo l'ufficio del primo ministro israeliano i sopravvissuti all'Olocausto sarebbero, oggi, quasi un milione».(2)
«Poiché questi sopravvissuti sono da un po' di tempo riveriti come dei santi» scrive Finkelstein «qualsiasi loro affermazione, anche assurda, viene accettata senza commenti. E ciò vale persino per quei cosiddetti sopravvissuti che in realtà fanno parte dei 100.000 ebrei polacchi che si trasferirono nell'Unione Sovietica all'indomani dell'invasione tedesca della Polonia e che lì rimasero, trattati come normali cittadini sovietici, per tutto il tempo del conflitto». (3)
E chi contesta, o vuole approfondire, o indagare, o ricercare, subisce prima il linciaggio morale da parte dei mass media, poi è consegnato alla magistratura la quale è chiamata ad applicare quelle leggi liberticide che in sempre più numerose nazioni europee sono state appositamente promulgate. Ma l'aspetto dell'Olocausto che Finkelstein tratta con maggior dovizia di particolari è quello dell'arma ricattatoria utilizzata per estorcere denaro, a favore di Israele, delle comunità ebraiche e dei singoli individui. «Le odierne iniziative dell'industria dell'Olocausto, volte a estorcere denaro agli europei in nome delle cosiddette vittime di allora, hanno abbassato la nobiltà di quel martirio al livello di quella del Casinò di Monte Carlo». Non tutti sanno che la creazione dello Stato di Israele finanziariamente fu fatta pagare al governo tedesco e che il suo mantenimento grava, oltre che sulla Germania, sui contribuenti americani. «In totale, secondo i giornalisti Roger Cohen del New York Times e J. Kummer del Welt am Sonntag, dalla fine della guerra al 1999 la Germania ha pagato, prevalentemente a ebrei sopravvissuti e allo stato di Israele, qualcosa come l'equivalente di 150.000 miliardi di lire italiane. E ciò in aggiunta ai 200 miliardi pagati alla Claims Conference e ai 200 miliardi all'anno pagati a titolo di pensione vitalizia a persone residenti in Israele, negli Stati Uniti e altrove». «Israele è il massimo beneficiario mondiale di aiuti americani. Dal 1979, in seguito agli accordi di Camp David, Gerusalemme riceve dagli Stati Uniti 3 miliardi di dollari l'anno ai quali si devono aggiungere i 7 miliardi di dollari provenienti annualmente da altre fonti, americane e non. Si tratta dunque, in totale, di 10 miliardi di dollari (pari a 20.000 miliardi di lire italiane) che ogni anno, senza contare le "riparazioni" tedesche, contribuiscono al budget pubblico dello stato di Israele. [...] Dal 1949 al 1997 lo stato di Israele è costato ai contribuenti americani qualcosa come 300 miliardi di dollari, equivalenti a circa 600.000 miliardi di lire italiane». (4)
E poi ci sono i costi per il mantenimento di enti, musei, associazioni, ecc. sparse in tutto il mondo. Ne è eloquente esempio il Museo dell'Olocausto esistente a Washington, che costa oltre 100 miliardi di lire all'anno. «L'idea nacque quando una frase inavvertitamente pronunciata dall'allora presidente Carter ("Bisogna riconoscere i legittimi diritti del popolo palestinese (5) suscitò le ire dell'establishment ebraico internazionale e, in particolare, del presidente della "Conferenza delle principali organizzazioni ebraiche", rabbino Alexander Schindler, che definì "shocking" (traumatizzanti) le parole di Carter. Alla vigilia della campagna elettorale per la rielezione, Carter non poteva alienarsi l'amicizia della lobby ebraica e così, approfittando dell'interesse suscitato da una visita a Washington del primo ministro israeliano Menachem Begin, fece l'annuncio ufficiale della costruzione (a spese dei contribuenti, nella stragrande maggioranza non ebrei) di un grandioso museo-memoriale». (6)
Poi ci sono le richieste di «restituzione» dei presunti depositi bancari svizzeri, le continue richieste di indennizzo da parte dei sempre più numerosi «sopravvissuti» (hanno sinora fatto domanda oltre 2 milioni di persone), le «pressanti» richieste di finanziamento, le parcelle degli studi legali che si occupano dei singoli casi, ecc. per un business di centinaia di migliaia di miliardi e che continua ad ingrossarsi a vista d'occhio. Finkelstein cita numerosi esempi eclatanti, dei quali ne citiamo, a titolo esplicativo, solo qualcuno: - Le parcelle (30 miliardi di lire italiane) degli avvocati che si sono occupati degli interessi ebraici nei confronti delle banche svizzere (8 miliardi solo per l'avvocato Edward Fagan).
- Marvin Hier, assieme a moglie e figlio, percepisce un onorario di oltre un miliardo all'anno per dirigere il Centro Wiesenthal.
- Un'ebrea americana è riuscita ad ottenere un risarcimento come «sopravvissuta», grazie alle buoni intercessioni delle organizzazioni ebraiche, nonostante il fatto di essere nata e sempre vissuta negli Stati Uniti.
In un analogo caso, un ebreo vissuto per tutta la durata della seconda guerra mondiale a Tel Aviv si è giustificato, per la riscossione dell'indennizzo, ricordando che sua nonna era morta ad Auschwitz. Come sempre, quando si tratta di denaro, sorgono anche diatribe per la spartizione della torta. «I sopravvissuti chiedono, riferisce Finkelstein, che quel denaro vada direttamente a loro. Le organizzazioni ebraiche, in particolare il World Jewish Congress e il Centro Wiesenthal, desiderano invece essere partecipi della suddivisione e insistono perché quasi la metà dei soldi svizzeri sia destinata a iniziative di informazione sull'Olocausto». (7)
E più gli interessi si gonfiano, più le dispute si allargano. Sull'International Herald Tribune del 5 marzo 2001, a firma Roger Cohen, è comparso un articolo intitolato Israele accetta la Germania quale suo amico e alleato - Queste strette relazioni fanno soffrire gli ebrei americani. Nel testo si legge che, a seguito dei cinquantennali versamenti «riparatori» effettuati dalla Germania a Israele (parte in denaro e parte in macchinari e investimenti industriali), si sono create molte e ghiotte occasioni di scambio commerciale e turistico cui lo Stato ebraico non desidera assolutamente rinunciare.
Le continue azioni intraprese dall'«Industria dell'Olocausto», che ha soprattutto sede negli Stati Uniti, contro la repubblica tedesca non sono quindi condivise dagli ebrei che operano in Palestina. Viceversa negli USA si è infastiditi dalle buone ralazioni israelo-tedesche e si preferisce continuare a considerare la Germania una nazione da demonizzare e così continuare nel business derivante dal ricatto olocaustico. E negli Stati Uniti gli ebrei sono la comunità più ricca ed influente, nonostante il fatto che costituiscano, ufficialmente, solo il 2% della popolazione americana.
Il reddito pro-capite degli ebrei americani, è ancora Finkelstein a ricordarcelo nel suo libro, è quasi il doppio di quello dei non ebrei. Sedici dei quaranta americani più ricchi sono ebrei. Il 40% dei premi Nobel americani per la scienza e l'economia sono ebrei. Il 20% dei docenti americani sono ebrei.
Il 40% dei più importanti avvocati di New York e Washington sono ebrei. Finkelstein si preoccupa infine - e ciò rappresenta la sostanziale conclusione del libro - delle conseguenze, a medio e lungo termine, che l'industria dell'Olocausto porterà agli ebrei che vivono in Europa. Egli paventa il ritorno di un diffuso antisemitismo. Finkelstein giudica «assurda la tesi secondo cui l'antisemitismo prescinderebbe dalle azioni e dai comportamenti degli ebrei e sarebbe invece una forma di patologia mentale dei non ebrei che in modo irrazionale non accetterebbero l'esistenza stessa degli ebrei». L'antisemitismo è invece una risposta al comportamento e all'operato degli ebrei. «E qualsiasi tentativo di spiegare l'antisemitismo collegandolo alle azioni degli ebrei che possono averlo suscitato viene esso stesso classificato come antisemitismo!».
È per questo, secondo Finkelstein, che la speculazione olocaustica alla lunga è destinata a dimostrarsi un boomerang: anziché portare duraturi vantaggi alle comunità ebraiche sarà foriera di stizzite e comprensibili reazioni da parte di quei popoli che maggiormente saranno stati vittime dell'industria dell'Olocausto.
Tra gli argomenti attinenti alla questione olocaustica che periodicamente tornano in primo piano vi è quello dell'autenticità del Diario di Anna Frank.
A riproporlo all'attenzione degli studiosi e di quanti sono interessati ad approfondire l'argomento giunge la pubblicazione del libro di Robert Faurisson E' autentico il Diario di Anna Frank?, edito da Graphos (ottobre 2000), presentato e tradotto in italiano da Cesare Saletta. A prima vista l'argomento potrebbe apparire scevro di implicazioni storiche particolarmente significative. Il Diario lo si legge come si può leggere un romanzo ed il fatto che tratti vita vissuta, o sia un'opera di fantasia, o un miscuglio di tutt'e due le cose, può risultare indifferente.
Che sia opera di una ragazza, o un lavoro realizzato a più mani e in successivi periodi, può risultare ininfluente per esprimere un giudizio letterario. «Non vi è dubbio» scrive Cesare Saletta nella sua premessa «che la dimostrata inautenticità del Diario non ci dice nulla circa l'esistenza o l'inesistenza di un proposito e di un progetto nazista di sterminio ai danni dell'etnia ebraica, circa l'esistenza o l'inesistenza dei famosi "mattatoi chimici" (la definizione è di Faurisson), cioè delle "camere a gas", circa l'ammontare effettivo delle perdite in vite umane subite dall'ebraismo europeo a seguito della persecuzione di cui si macchiò il regime hitleriano. [...] Rimane però il fatto che sotto date condizioni - che si riassumono nella circostanza che ormai non è poca, nel mondo, la gente che sa che è di ben altro che del solo Diario che è in discussione il valore veridico - quello che rischia di prodursi, se non oggi, domani, è una sorta di effetto di contiguità. Si ha, in generale (e si rischia di averlo anche nel caso specifico), effetto di contiguità perché l'intelligenza umana è naturaliter portata, quando si appunta su qualcosa che fino ad oggi le è sembrato chiarissimo, ma che oggi, per una ragione o per l'altra, non le sembra più così chiaro, ad allargare i suoi interrogativi in cerchi concentrici. Se è falso il Diario, perché mai dovrebbe essere vera, nel suo insieme e nelle sue parti, la leggenda che il Diario ha così potentemente contribuito a veicolare nel mondo? Perché dovrebbe essere vero il progetto di sterminio, un progetto sul quale non si sono mai messe le mani? Perché dovrebbe essere vera la storia dei "mattatoi chimici ", assurdità se mai ve ne fu una sul terreno stesso della materialità tecnica e scientifica? Perché dovrebbero essere veri i sei milioni?». (8)
Tutti conoscono il Diario di Anna Frank, quasi trenta milioni di copie vendute in 56 lingue. Lettura d'obbligo in decine di migliaia di scuole. Simon Wiesenthal lo giudica «più importante del processo di Norimberga [...] ritengo che esso abbia toccato l'opinione pubblica più del processo Eichmann [...] il libro più importante che sia stato scritto sul Terzo Reich». Il Diario sarebbe stato scritto da Annelies Marie Frank dal 1942 al 1944, in un nascondiglio di Amsterdam dove, assieme ai familiari e ad altri ebrei, cercava di sottrarsi alla deportazione nei campi di concentramento.
Generalmente è stato affermato che la famiglia Frank «quando Hitler emanò le leggi razziali, nel 1933, fu costretta a emigrare con i suoi in Olanda» (9). Ma l'approfondimento storico ci offre una spiegazione differente di questa «fuga». Otto Frank, padre di Anna, aveva fondato a Francoforte (1923) assieme al fratello Herbert una banca. La sua attività si distinse per operazioni sospette che lo condussero a un processo per traffico illegale di effetti valutari con l'estero. Herbert fuggì in Francia e Otto, con la sua famiglia ad Amsterdam. L'autenticità del Diario, dalla sua prima pubblicazione ad oggi, è stata contestata da numerosi giornalisti, storici e grafologi. Molti di costoro sono stati denunciati, processati ed assolti (con sentenze che confermano la validità delle contestazioni espresse dagli imputati); ricordiamo Ernst Rdmer, Edgar W. Geis, Erwin Schdnborn, Werner Kuhnt, Lothar Stielan, Henrich Buddeberg. Differente destino è stato riservato a Dietlieb Felderer (condannato per «incitamento all'odio»), Ahmed Rami (condannato per antisemitismo) e Robert Faurisson (condannato nel 1998 dal tribunale di Amsterdam per aver procurato, con i propri scritti danni finanziari alla Fondazione Anna Frank, al Fondo Anna Frank e perché «inoltre le affermazioni di Faurisson possono alla lunga diminuire il numero dei visitatori alla Casa Anna Frank con, per la Casa Anna Frank, la conseguenza di ritrovarsi in ristrettezze». L'autenticità del Diario viene contestata per diversi ordini di motivi: tecnici; le perizie effettuate hanno evidenziato che parte del Diario è stato scritto con la penna a sfera (invenzione diffusasi in Europa solo dopo il 1951);
grafologici; lo studio dei manoscritti evidenzia l'esistenza di più calligrafie ed ancor maggiori differenze si notano mettendo i manoscritti a confronto di cartoline, lettere e annotazioni sul retro di fotografie, tutte attribuibili ad Anna Frank;
comparativi; dall'esame parallelo delle varie edizioni e traduzioni emergono almeno dieci sostanziali «rimaneggiamenti» del testo;
storico-logici; attraverso uno studio critico del Diario si individuano numerosi eventi di scarsa plausibilità.
Il professor Faurisson, con il meticoloso stile di analista storico che contraddistingue tutte le sue opere, nel suo libro recentemente edito in Italia, ci offre un dettagliato resoconto di tutte le questioni attinenti al Diario di Anna Frank, compresi gli incontri avuti con Otto Frank, padre di Anna. Rimandando il lettore ad un'opportuna consultazione del libro, riproduciamo qui solo poche frasi, che ci appaiono particolarmente significative: «Il 9 ottobre '42 Anna parla già di "camera a gas" (testo olandese "vergassing")» (pag. 34).
Si tratta di un tema diffuso solo a guerra finita. Come faceva Anna a scrivere di queste cose nel '42, e in Olanda?
«Poiché cominciavo a fargli [a Otto Frank] comprendere che trovavo assurde le spiegazioni da lui fornite sul suo prospetto [il pieghevole esplicativo che viene distribuito ai visitatori della «Casa Museo di Anna Frank» di Amsterdam], al tempo stesso sull'ignoranza da parte dei tedeschi riguardo all'architettura tipica delle case olandesi e sulla presenza di un fumo costante al di sopra della retro-casa (la "piccola officina"), egli ammetteva subito, senza alcuna mia insistenza, che si trattava di pure invenzioni da parte sua. Senza adoperare, è vero, la parola invenzioni, egli in sostanza mi dichiarava: "Voi avete del tutto ragione. Nelle spiegazioni che si danno ai visitatori "I bisogna semplificare. Questo non è molto serio. Bisogna rendere ciò gradevole ai visitatori. Non è la maniera scientifica. Non sempre si ha la fortuna di poter essere scientifici"» (pag. 50). In altra occasione, di fronte alle circostanziate contestazioni dello storico, il sig. Frank rispose: «Signor Faurisson, voi avete teoricamente e scientificamente ragione. Vi approvo al 100 per 100. Quello che mi segnalate era, in effetti, impossibile. Ma, in pratica, è pur sempre così che le cose si sono svolte» (pag. 49).
La versione ufficiale ci dice che il Diario fu trovato per terra nell'appartamento di Amsterdam, a guerra finita. Ma, argomenta Faurisson: «l'arresto è stato fatto lentamente, metodicamente, correttamente, proprio come la perquisizione. Le testimonianze sono unanimi su questo punto. Dopo l'arresto, il poliziotto è tornato a più riprese sui luoghi. [...] La polizia ha voluto sapere se i Frank fossero in relazione con altri clandestini. Il Diario, così come lo conosciamo, avrebbe rivelato alla prima occhiata una massa di informazioni preziose per la polizia [...] La polizia ha potuto trascurare il "quaderno scozzese" [quello che venne esibito come il manoscritto del Diario] se esso conteneva, come io penso, solo disegni, fotografie o note di carattere inoffensivo. Ma sembrerebbe inverosimile che abbia lasciato sul posto parecchi quaderni e parecchie centinaia di fogli sparsi, di cui la grafia, almeno in apparenza, era quella di un adulto» (pag. 59).
A proposito delle diverse versioni pubblicate, lo storico revisionista si chiede: «E tradurre, è adattare il mettere giorno per notte (10 marzo '43)? Libri per calzature (13 gennaio '43)? Bon bon per petits-beurre (14 giugno '42)? Colosso per fascista (20 ottobre '42)? Candele si traduce forse con giorno, gatto con tarantola? Galleggiare con morire? Grande con piccolo (4 agosto '43)?
Ci sono solo i prestigiatori che trasformano un cappotto in un cappello e bastone.
Con la signora Anneliese Schütz e il signor Frank, la tavola sparisce (14 giugno '42) e la scala scappa (la lettera olandese del 16 settembre '43, fa parola di una curiosissima scala che condurrebbe direttamente ai clandestini: "die direct naar boven leidt").
La riserva di pane cambia di posto. Quello che è dietro si trova davanti (ufficio di Kraler). Le cifre compaiono e scompaiono. Le ore cambiano. 1 visi si trasformano. Gli avvenimenti si moltiplicano o spariscono. Gli esseri come le cose sono soggetti a eclissi e a trasformazioni improvvise» (pag. 88).
Faurisson conclude il suo libro con queste considerazioni: «Chiedo che non ci si inganni sul senso che ho dato alle mie ricerche sull'autenticità del Diario di Anna Frank. Anche se è mia personale convinzione che quest'opera emani dal sig. Frank, anche se penso che, a ritmo di due lettere al giorno gli siano bastati tre mesi per imbastire il primo stato della sua maldestra affabulazione, anche se penso che egli non credesse che la sua opera avrebbe conosciuto un immenso successo (che, perciò stesso, avrebbe rischiato di farne apparire le terribili crepe), anche se penso che si possano quindi trovare per lui mille circostanze attenuanti, anche se ho il convincimento che egli non cercasse affatto di mettere a punto un'ingente truffa, ma che si sia invece trovato come trascinato dalle circostanze a farsi garante di tutte le conseguenze straordinariamente brillanti di un'oscura e banale iniziativa, malgrado tutto questo, la verità mi obbliga a dire che il Diario di Anna Frank non è che una semplice frode letteraria» (pag. 98).
D'altronde già Melissa Müller, biografa di Anna Frank, scrisse che «Anna ha detto chiaro e tondo che intendeva utilizzare il proprio diario solo come traccia per un romanzo». La propensione all'immaginazione e alla affabulazione sono doti preziose ed apprezzabili nel mondo dell'arte e della letteratura, lo sono molto di meno quando si mescolano con fatti di cronaca o di storia.
Un veloce esempio, di recentissima memoria. Martedì 23 gennaio, su Rai 2, è andata in onda la trasmissione «Sciuscià» di Michele Santoro interamente dedicata al caso del «professor» Marsiglia.
La vicenda è nota a tutti.
Il Marsiglia, ebreo «convertito», insegnante di religione in una scuola di Verona, denuncia un'aggressione a suon di percosse e sprangate, di cui mostra alcuni segni su gambe e braccia. La reazione è immediata e in grande stile: cortei antirazzisti, dichiarazioni di solidarietà da ogni dove, enorme spazio su giornali e telegiornali. II ministro degli interni Bianco dichiara di essere sicuro che la mano che ha colpito proviene dai numerosi ambienti neofascisti che brulicano a Verona. La città veneta è criminalizzata. Poi arriva la verità. Improvvisa, desolante. Marsiglia, messo alle strette per l'artigianale ingenuità delle sue dichiarazioni, confessa di essersi inventato tutto, di essersi procurato da solo le lesioni e, nonostante sia in corso a suo carico un procedimento giudiziario, se ne torna «a casa» in Uruguay. E non solo: viene a galla il fatto che il tipo non aveva nemmeno i titoli richiesti dalla legge per dedicarsi all'insegnamento. Bugiardo due volte!
La notizia, a questo punto, è data con scarso rilievo e la vicenda scivola verso un «doveroso» silenzio.
Fino alla trasmisssione di Santoro. Circa settanta minuti di cui solo tre dedicati al fatto che Marsiglia sia un mentitore reo confesso. Il resto - preponderante per spazio, per servizi, riprese, interviste e soprattutto enfasi - è impegnato a criminalizzare, nonostante i fatti ormai acclarati ed indiscussi, Verona, i veronesi, i fascisti, i reduci della RSI che si riuniscono alla Piccola Caprera, i tradizionalisti cattolici che amano ancora la messa in latino, e le famiglie perbene che hanno osato protestare presso le autorità competenti per un professore di religione che usava infiorare di turpiloquio le proprie lezioni. Dalla trasmissione non esce un Marsiglia bugiardo e mistificatore, ma, anzi, un Marsiglia perseguitato, vittima, brava persona, praticamente... un martire!
Siamo alle solite. Nell'era del grande potere televisivo non contano i fatti realmente accaduti, ma la versione che se ne da in TV, ma le leggende che vengono diffuse con le tecniche della pubblicità e dell'imbonimento. Alla fine della trasmissione si tenta addirittura di insinuare il dubbio che l'aggressione, nonostante, l'ampia e dettagliata confessione, potrebbe esserci veramente stata.
La tecnica è quella di porre in secondo piano, per pochi istanti (3 minuti su 70!) ed in modo estremamente sfumato, la realtà dei fatti, e mettere invece a fuoco, per lungo tempo e con scaltri accorgimenti ad effetto, ciò che si vuole rimanga impresso nel cervello dei telespettatori. Continuando di questo passo, trasmissione dopo trasmissione, il caso Marsiglia potrà trasformarsi, nella coscienza dell'immaginario collettivo, in un'altra delle mille leggende che costellano la cultura dominante.
Mario Consoli
(1) Spataro Mario, Olocausto, dal dramma al business?, Edizioni Settimo Sigillo, Roma, 2000, pagg. 32-33.
(2) Spataro M., op. cit., pag. 53.
(3) La cifra di 100.000 ci sembra eccessivamente riduttiva. Confrontando altre fonti ebraiche leggiamo: «Quasi 800.000 ebrei riversatisi dai confini polacchi vennero inviati ad oriente. In tutto, il governo sovietico salvò almeno 2 milioni di ebrei dall'avanzata hitleriana» (Louis Levine). Ed ancora, per David Bergelson, presidente del Comitato Antifascista Ebraico, 1'80% degli ebrei fu evacuato, talché furono non più di 750.000 quelli rimasti nei territori raggiunti dalle truppe europee. «Circa 1.750.000 ebrei polacchi sono riparati in Russia, la più grande singola massa di rifugiati per una nazione» (Rabbi Elmer Berger).
(4) Spataro M., op. cit., pagg. 55-56.
(5) Spataro M., op. cit., pagg. 50-51.
(6) Spataro M., op. cit., pag. 68.
(7) Cesare Saletta, Premessa a È autentico il Diario di Anna Frank? di Robert Faurisson, Graphos, Genova, ottobre 2000, pagg. 8-9.
(8) Dalla presentazione del Diario, Edizione dell'Unità, novembre 1992.
(9) I visitatori della Casa Museo di Anna Frank di Amsterdam sono oltre 600.000 all'anno per un incasso di circa sei miliardi di lire.