Il collo dell'Europa nel nodo scorsoio del dollaro e della sua democrazia

Di Piero Sella  -  Numero 51 del 01/05/2001

 


ed50

Le ripercussioni dell'andamento dell'economia USA su quella europea per quanto riguarda la borsa, la produzione industriale, l'inflazione, il tasso di sconto, il PIL, sono ormai da anni una realtà quotidianamente riscontrabile. Sui conti degli europei incide poi anche la politica monetaria che gli Stati Uniti sono riusciti ad imporre attraverso gli enti internazionali nei quali il loro peso è preponderante, come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e le varie organizzazioni che regolano il commercio.
Se a ciò si aggiunge che il vecchio continente viene puntualmente scavalcato dagli americani nella politica estera, nei suoi rapporti cioè col resto del mondo, ne risulta per noi una complessiva desolante posizione di dipendenza: sulla scena planetaria il livello di prestigio dell'Europa è paragonabile a quello di certi paesi sudamericani o asiatici.

Ma se per questi soggetti un simile destino non può suscitare sorpresa in quanto si tratta di nazioni che mai nel passato hanno ricoperto ruoli da protagonisti e meno ancora è prevedibile possano averne per il futuro, per l'Europa le cose stanno in modo assai diverso. Occorre a questo punto capire se esistano o meno ragioni oggettive per cui l'Europa meriti di restare nell'attuale ruolo subalterno, accodandosi sistematicamente agli Stati Uniti e regolando il suo gioco su un capofila che ha interessi diversi dai suoi e che si muove senza consultarla.
Vogliamo in sostanza chiarire i termini di un dilemma: l'Europa non ha la volontà di controllare - nel senso di poterli discutere e concordare - gli obiettivi geostrategici ed economici degli Stati Uniti, oppure più semplicemente non è in grado di difendere la stabilità delle sue istituzioni e il benessere faticosamente raggiunto dai propri cittadini?
Per giudicare in modo corretto i motivi per cui l'Europa, nonostante la caduta della minaccia sovietica e la creazione dell'Euro, la nuova moneta comune, si trovi oggi in balia del dollaro, occorre verificare se l'economia americana ci sia davvero superiore o non presenti piuttosto numerosi punti di debolezza.
Noi siamo del parere che lo stato di salute dell'economia e della moneta americane non sia poi tanto brillante quanto ci si vuol far credere e che legami così stretti come quelli attualmente esistenti con gli USA rappresentino per l'Europa una grave minaccia. Minaccia che è assurdo subire in quanto mancano fondati motivi per cui la nostra economia non possa fare autonomamente la sua corsa e con prospettive migliori di quelle che ora abbiamo restando legati alle centrali politiche ed economiche d'oltreoceano.
Va innanzitutto ricordato che gli USA sono penalizzati rispetto all'Europa da una posizione geograficamente decentrata e da una popolazione assai meno numerosa, contrassegnata tra l'altro da una scarsa compattezza etnica e lontana anni luce dal livello culturale medio di quella europea.
Ma sono inferiori, negli Stati Uniti, anche la quantità di ricchezza prodotta e la capacità di incidere sul commercio internazionale. Al contrario di quello europeo, lo scambio commerciale tra USA e resto del mondo si configura infatti come un ansimante rapporto parassitario. Da anni, ogni giorno gli Stati Uniti registrano in questo settore, nel rapporto cioè tra merci esportate e merci importate, un passivo attorno al miliardo di dollari. Nell'anno 2000 questa tendenza si è ulteriormente aggravata: lo sbilancio ha toccato la somma record di quattrocentocinquanta miliardi di dollari!
Per afferrare la gravità di questo dato è sufficiente precisare che esso rappresenta all'incirca il 4% dell'intero PIL statunitense. E l'Inghilterra e l'Italia, nel 1992, furono estromesse dal Sistema Monetario Europeo per un deficit inferiore al 3%! E nessuno può seriamente sostenere che un simile risultato contabile possa essere interpretato come un segnale di buona salute economica. Esso sta anzi a certificare che l'apparato produttivo d'oltreoceano è inceppato, che le esportazioni non sono competitive e non "tirano" più. Anche la borsa americana perde colpi. I profitti realizzati dalle imprese non giustificano le attuali quotazioni azionarie e a Wall Street la forbice tra prezzi e utili ha addirittura superato i drammatici livelli del "giovedì nero" del 1929.
Ma negli USA anche la società civile mostra scarso dinamismo: non è più capace di accumulare risparmio e vive indebitandosi a ritmi progressivamente crescenti.
Ai nostri rilievi sulla situazione USA si potrebbe replicare sostenendo che, se le importazioni americane sono maggiori delle esportazioni, è giustificato che l'economia europea, molto interessata al mercato estero, debba risentire dell'andamento di quella americana e abbia con essa una stretta interdipendenza. Ebbene i dati smentiscono tale tesi: le esportazioni di Eurolandia verso gli Stati Uniti rappresentano solo il 2/2,5% del nostro prodotto interno lordo. L'America, per noi, non è affatto un grande cliente.
È tra l'altro negativo per gli Stati Uniti, contrariamente a quanto i più ritengono, anche il saldo tra investimenti finanziari e reali americani all'estero - 5.000 miliardi di dollari - e investimenti stranieri negli USA - 7.000 miliardi di dollari. Un passivo quindi di altri 2.000 miliardi di dollari, somma che le riserve valutarie statunitensi possono garantire solo per un modesto 4%.
Il complesso dei debiti americani, proprio perché i cittadini spendono più di quanto non guadagnano e quindi non hanno soldi da prestare allo Stato, non riesce poi ad essere coperto con risorse nazionali e viene per la gran parte a strutturarsi come un passivo verso l'estero. È questo un evidente ulteriore segno di debolezza.Il debito pubblico italiano (così come quello nipponico), pur essendo anch'esso pesante, è infatti quasi tutto interno, un debito cioè dello Stato verso i suoi cittadini.
Ma se è possibile agli USA ripianare di anno in anno il proprio parassitario deficit economico determinato da un'apparato industriale in declino ed esportarlo, scaricandolo su spalle altrui (i risparmiatori giapponesi hanno nelle loro cassette di sicurezza l'80% dei buoni del tesoro americani, una vera e propria cambiale che è vitale per l'America rimanga nelle loro mani e non venga mai presentata all'incasso) ciò è soprattutto dovuto al fatto che il dollaro è praticamente l'unica moneta di scambio internazionale.
È questa la circostanza che ha consentito alla Federal Reserve americana di stampare e diffondere in modo assolutamente incontrollato enormi quantitativi di carta moneta inondando il pianeta con una valuta slegata da un qualsiasi controvalore, valuta la cui circolazione ha toccato, in questi ultimi anni, livelli mai visti.
A detta degli esperti si stima infatti che, anche grazie al boom dell'economia virtuale, il circolante mondiale in dollari sia oggi mille volte superiore non solo ai beni posseduti dalla nazione americana, ma al valore complessivo di tutti i beni disponibili sulla Terra.


* * *


Ma se quella dell'economia e del dollaro USA è una gigantesca bolla speculativa che si regge solo perché riesce a trascinare nel proprio "buco nero" i risparmi degli altri abitanti del mondo ai quali la globalizzazione ha imposto l'uso della moneta americana, occorre porsi una domanda. Come mai una tale situazione viene accettata, senza eccezioni, da tutte le vittime? Da tutti quegli Stati i cui popoli lavorano, producono, faticano, e si vedono alla fine danneggiati, sistematicamente impoveriti, con l'unico risultato di consentire al grande parassita americano di vivere da gran signore, o quantomeno ad un livello decisamente superiore a quello che i suoi mezzi gli consentirebbero?
Nessuno dei popoli soggetti a tributo osa reagire, nessuno, pur avvertendo che un cambiamento può nascere solo da una strategia comune, prende l'iniziativa di coalizzare gli sfruttati. Pur desiderando un ordine più sicuro, regole autonome e diverse, tutti hanno paura di volare troppo alto e di mettersi in mostra. Le accuse menzognere e il castigo delle bombe americane si susseguono implacabili: sono gli ultimi cadaveri appesi come lezione all'albero della civiltà americana. L'esempio è efficace: tutte le nazioni temono di far la fine dei ribelli puniti dal gendarme mondialista deciso a far sì che nulla possa cambiare.
Ed è così che tutti restano invischiati nei rapporti fissati dall'esito dell'ormai lontano conflitto mondiale '39?'45 e mai rivisti, anzi progressivamente perfezionati a vantaggio dei potenti da quelle istituzioni internazionali - ONU, NATO, WTO - che sfacciatamente operano al servizio dell'imperialismo politico ed economico statunitense e sottraggono di continuo ricchezza, potere decisionale e quindi sovranità a tutti i popoli. Vanno ricordate a questo proposito la recentissima Norimberga balcanica contro la dirigenza jugoslava, l'impudenza USA nell'affare dell'aereo spia caduto in Cina, e le continue interferenze per imporre alle varie nazioni la società multirazziale. È di queste settimane la decisione delle Nazioni Unite che nessun Paese potrà considerare l'ingresso di immigrati clandestini nel suo territorio come un reato! Nessuno sarà più padrone di stabilire chi far entrare o meno in casa sua!


* * *


Rimane ora dunque da sciogliere il nodo centrale, dare risposta alla domanda precedente, capire perché contro questo stato di cose manchi una consistente, diffusa reazione antiamericana.
Lo status quo a favore degli Stati Uniti è sorretto innanzitutto dalla pressione esercitata senza interruzione dal monopolio dell'informazione. Ma ciò non sarebbe possibile senza la presenza di una "quinta colonna" di migliaia di politici e di giornalisti i quali operano in Europa al servizio della plutocrazia atlantica. Per essere più chiari, intendiamo dire che costoro, lautamente stipendiati per quanto fanno, sostengono contro l'interesse dei propri connazionali il grande bluff americano attraverso l'esaltazione della Democrazia, della Libertà di Mercato, dei Diritti Umani, nonché, ovviamente, dell'indispensabilità della NATO. Ma soprattutto esaltando gli effetti positivi sull'economia e sulla qualità della vita del modello di convivenza americano.
Essi sono gli infaticabili missionari di una nuova religione che si diffonde con la falsa promessa di fornire, soprattutto nel campo economico, miracolosi risultati e ciò non solo per gli americani - popolo eletto - ma anche per tutti quelli che, ammirandoli incondizionatamente, sono pronti a seguirne le orme.
In realtà la democrazia è una costruzione plutocratica che garantisce ai proprietari dei mezzi di formazione dell'opinione pubblica il controllo, tanto della Politica, quanto del Mercato. Essa ha lo scopo di impedire, tanto tra le Nazioni quanto all'interno di ogni singolo Stato, qualsiasi importante cambiamento, che vada nella direzione di una vera giustizia sociale. La sua azione si traduce in ultima analisi nella difesa del più forte.
Ed ecco, in tale contesto, i politici dei partiti, i Nobel dell'economia e gli uomini della Banca Centrale Europea, muoversi nella loro veste di ausiliari dell'occupante americano, ed avallare, con dotte interviste e con l'aiuto di quegli esperti finanziari i cui nomi figurano nel libro paga delle grandi multinazionali, la tesi della subalternità dell'Euro e spiegare che la crisi della moneta comune è fatale, assolutamente inevitabile, considerata la spettacolare salute dell'economia americana, dove profitti e investimenti continuano a salire. Quando poi questi parametri scendono e la Borsa americana, com'è accaduto nel marzo di quest'anno va male, non importa, per loro è sempre normale che il dollaro continui a schiacciare la moneta europea. Per non sbagliare, insomma, occore appiattirsi sull'economia americana, ed accettarne lo strumento, il dollaro.
Non mancano, a sostegno di questa tesi, dati e statistiche USA costruiti su elementi non rapportabili a quelli europei, e tali da fornire indicazioni ottimistiche e fuorvianti sulla produttività, sulla disoccupazione, sulle prospettive di quell'economia. Vengono ovviamente taciuti con flagrante malafede la disastrosa realtà sociale e il progressivo degrado morale e civile del Paese.
Grazie a queste superficiali, scorrette analisi, i risparmiatori europei sono spinti a trasferire il proprio sudato denaro a Wall Street; il risultato è quello di fornire ossigeno all'economia americana, di permettere alla plutocrazia americana di continuare la festa ed ai suoi fantacapitali di comprarsi, a prezzi di vera liquidazione, grossi bocconi dell'apparato industriale mondiale.
Neppure l'incoraggiante esistenza di forti blocchi regionali perfettamente in grado di competere con gli USA - l'area appunto dell'Euro e quella dello Yen - ha spinto questi mercenari della politica e dell'economia che hanno puntato tutto sulla carta americana a rivedere le loro posizioni, a battersi per far emergere un'alternativa al dollaro, per scalzarlo dalla sua posizione privilegiata di moneta unica di scambio internazionale.
Solo tardivamente, nel pieno della crisi scatenata dalla crescita del prezzo del petrolio, si è alzata qualche timida voce che suggeriva di pagare in Euro i Paesi produttori. Perché questa operazione, questa elementare contromossa non è stata tempestivamente pianificata fin dall'inizio, appena varata la moneta unica, e si è invece passivamente atteso che la stessa risultasse deprezzata, rispetto al dollaro, di oltre il 30%.
Deprezzamento, quello dell'Euro sul dollaro, che ha avuto tra l'altro assurdi riflessi sul cambio con altre monete, anche quelle meno pregiate. Negli ultimi anni la moneta europea ha perso infatti valore, ed in modo significativo, persino rispetto alla rupia indiana, allo yüan della repubblica popolare cinese e addirittura nei confronti delle scalcinate monete polacca ed albanese.
L'assenza di qualsiasi provvedimento atto a modificare uno stato di cose sul quale sarebbe invece possibile incidere, dimostra che il male è di natura politica, sta cioè non nella realtà economica, ma nelle visioni e nelle scelte dei governanti europei. I quali si guardano bene dall'assumere quegli atteggiamenti indipendenti e guardinghi che sarebbero necessari per difendere con autonomi meccanismi di sopravvivenza i loro Paesi dalle conseguenze dell'inevitabile scoppio della bolla speculativa americana.


* * *


L'insipienza dei politici democratici, di destra e di sinistra, tutti legati a filo doppio agli USA, è tale che nessun intervento a difesa dei propri cittadini viene preso neppure quando costoro risultano danneggiati dallo strapotere del dollaro in modo indiretto, assolutamente anomalo, addirittura truffaldino. I politici hanno paura del dollaro anche quando il suo potere è solo immaginario, quando questo potere non risale cioé a situazioni economiche radicate nei fatti, nei rapporti legislativi o di forza internazionali.
Intendiamo riferirci a quel vero e proprio raggiro perpetrato impunemente a danno dei consumatori da parte di molte agenzie che operano nel settore delle comunicazioni e del turismo.Chi intende recarsi all'estero si vede puntualmente castigato da tariffe immotivatamente espresse in dollari o comunque ragguagliate a tale moneta. E questo si verifica, si badi bene, anche se la destinazione riguarda Paesi fuori dall'area di influenza americana, come possono essere Paesi asiatici, africani, o quelli dell'Est europeo. Lo stesso discorso vale anche per i viaggi e i soggiorni in quelle Nazioni che, a seguito delle cure loro imposte dal Fondo Monetario Internazionale, hanno visto la loro moneta svalutata in maniera percentualmente assai sensibile. Chi è diretto ad esempio in Corea, Indonesia, Brasile, o nell'ex URSS, si aspetterebbe di fruire, rispetto a "prima", di uno sconto corrispondente alla svalutazione, poniamo un 20 o 30%. Allo sfortunato viaggiatore le agenzie continuano invece a chiedere lo stesso importo. Alla richiesta di chiarimenti si risponde, tanto apolitticamente quanto immotivatamente, che il prezzo è in dollari.
I sacrifici imposti dalla piovra mondialista a quei Paesi, ai loro operatori economici e turistici, non portano dunque agli interessati alcun vantaggio. La legge di mercato per cui, a prezzi più bassi la domanda dovrebbe aumentare, viene elusa, e i guadagni ottenuti giocando in modo scorretto sul cambio, vengono risucchiati dai voraci globalizzatori e dai loro complici.
Perché mai - l'esempio è reale - un'agenzia turistica italiana che vi conduce in un suo villaggio africano con un volo Lufthansa che ha pagato in marchi tedeschi e stipendi ai propri dipendenti indigeni in moneta locale, moneta con la quale certamente vengono anche acquistati nelle botteghe del posto cibi e bevande, pretende di essere pagata dai suoi clienti in dollari, con una moneta cioè geograficamente del tutto estranea alla fattispecie contrattuale?
Vi è un secondo trucco che opera a danno del consumatore. Nei contratti, la clausola che prevede l'aggancio del prezzo al dollaro, l'assoggetta anche alle variazioni del cambio. Se quindi il dollaro sale, al cliente viene richiesto il relativo conguaglio; mentre è davvero improbabile che, nel caso in cui la moneta USA abbia a deprezzarsi, venga applicata al cliente la corrispondente riduzione.
A confermare la fondatezza dei nostri rilievi su questa realtà italiana, sta il fatto che le cose vanno in maniera assolutamente diversa in quei Paesi nei quali la Sovranità Nazionale, anche monetaria, viene considerata patrimonio non svendibile. Già in Francia, ad esempio, i viaggi all'estero si pagano in franchi francesi, senza alcun assurdo conguaglio che prenda a pretesto la quotazione del dollaro.
Ma allora è possibile cambiare? È possibile sottrarsi alla tirannia della moneta unica?
Se vogliamo evitare, almeno sul tema viaggi e vacanze, di essere frodati, controlliamo con attenzione i depliants delle agenzie. Rifiutiamo di rapportare il prezzo del viaggio alla moneta americana, confrontiamo la spesa con le offerte della concorrenza di oltre confine. Appena è possibile, stiamo lontani da quegli operatori del settore che cercano di taglieggiarci e da quelle mete che possono offrire il pretesto a truffaldine speculazioni.
È ovvio, per concludere, che le questioni da noi sollevate potranno avere in Europa pratiche e vantaggiose soluzioni solo se potranno essere scavalcati gli attuali condizionamenti. La festa per gli americani e la penitenza per gli altri popoli durerà fino a quando il Mondo accetterà di indebitarsi e di scambiare i propri beni pagando in dollari. Fino a quando la scelta dell'opinione pubblica non potrà orientarsi verso forze politiche attente ai temi della Libertà e della Sovranità, forze che mostrino di avere davvero a cuore, contro l'insidia della cultura mondialista, la tutela degli interessi vitali dei loro popoli. E che soprattutto abbiano la ferma volontà di mettere al riparo il nostro Continente da quei pericoli che con l'immigrazione di massa, voluta dai globalizzatori, ci stanno velocemente piombando tra capo e collo.
Pericoli che potrebbero in pochi anni ridurre le nostre città a teatro di sanguinosi scontri etnici o, peggio ancora, condurre l'Europa ad essere demograficamente e culturalmente cancellata, senza che neppure abbia trovato la forza di reagire.

Piero Sella