El Alamein e la “guerra sbagliata”

Di Piero Sella  -  Numero 55 del 01/04/2003

 

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La situazione sui fronti nell’estate del 1942 – La crisi dell’Asse – Dalla battaglia di El Alamein alla Tunisia, allo sbarco in Sicilia – Gli errori di Mussolini – Perché e come l’Italia entrò nel conflitto – L’8 settembre – Sessant’anni dopo: la commemorazione a El Alamein – Il giudizio sulla guerra dei politici democratici e quello della Storia.



«Sentivo il tradimento.

Lo sentivo nella cecità di Mussolini, nella canaglieria dei gerarchi,

lo sentivo nella doppiezza dei capi militari.

Bastava stare nell'esercito una sola settimana per comprendere subito

gli ordini illogici emanati con sfrontatezza, con finzione d'intelligenza».


MARIO RIZZATTI

Maggiore della Nembo caduto il 4 giugno del 1944 per la difesa di Roma.

Medaglia d'oro al valor militare.


Estate 1942. La riconquista della piazzaforte di Tobruk - 21 giugno - consegna alle forze dell'Asse un enorme bottino in materiale bellico, mezzi corazzati e meccanizzati, viveri. I prigionieri sono 33.000, con 7 generali. Hitler nomina il comandante dell'Afrika Korps, Erwin Rommel, Feldmaresciallo. Gli italo-tedeschi hanno le ali ai piedi: puntano verso Alessandria, il Cairo - dove gli inglesi sono in preda al panico - e il Canale di Suez.

È forse l'unico momento della guerra nel quale la fortuna sembra arridere, nel suo complesso, al Tripartito, l'alleanza tra Germania, Italia e Giappone. In estremo Oriente i nipponici occupano, oltre alla Manciuria e a gran parte della Cina, un'immensa area del Pacifico, con le Filippine, già colonia USA, le Indie olandesi con Sumatra, Giava e Borneo, e i possedimenti britannici di Hong-Kong, di Singapore e della penisola di Malacca. Un'intesa politico-militare è raggiunta dai giapponesi con le autorità coloniali dell'Indocina francese. Gli inglesi vedono in pericolo anche la Nuova Guinea e l'Australia. Sentimenti di rivolta contro l'occupante si fanno manifesti in Birmania e nell'impero indiano: il nazionalista Chandra Bose, (1) già seguace di Gandhi, organizza, utilizzando i connazionali arruolati dagli inglesi e caduti prigionieri dei nipponici, un Esercito di Liberazione Nazionale.

Nell'Est europeo, dopo la sosta invernale, l'offensiva tedesca e degli alleati italiani, romeni e ungheresi si sviluppa nel settore meridionale del fronte. «Le notizie dalla Russia sono meravigliose» scrive Rommel, dalla Libia, alla moglie. Il 7 giugno cade Sebastopoli in Crimea, il 23 luglio, a Rostov, i tedeschi interrompono l'oleodotto del Caucaso. In quegli stessi giorni è raggiunto il Volga; il traffico dal Caspio è bloccato. I prossimi obiettivi sono Stalingrado e i campi petroliferi di Baku.

In caso di successo, dalla Russia meridionale le armate tedesche potranno, volgendo a Sud, incontrarsi con Rommel, il quale, dopo essersi lasciato alle spalle l'Egitto, conta di raggiungere prima la Palestina, poi la Siria, l'Iraq e l'Iran. Non solo nell'intero scacchiere le forze nemiche sono esigue ma, in ognuno dei paesi citati, i popoli oppressi dal colonialismo anglo-francese alzano la testa. Viva la simpatia degli arabi per i tedeschi: Hitler è popolarissimo. Sentono aria di libertà anche le genti dell'Asia centrale che la feroce utopia comunista ha tentato invano di snazionalizzare.

Le truppe dell'Asse sono attese ovunque a braccia aperte. Nel mese di ottobre la spinta del Tripartito però si blocca. È il momento cruciale della guerra. I successi assicurati alla Germania e al Giappone dall'impiego geniale e imprevisto delle proprie forze hanno raggiunto il culmine. Gli avversari hanno superato la crisi e il loro strapotere economico e industriale si avvia a rendere fatale l'esito del conflitto. In estremo Oriente il vento è cambiato. Ne sono un segno la battaglia del Mar dei Coralli, lo sfortunato scontro di Midway - dove i giapponesi perdono un'intera squadra di portaerei - l'offensiva americana nelle Salomone. Anche in Occidente sono gli Stati Uniti a fare la differenza.

I rifornimenti americani arrivano massicci via mare in Inghilterra e in Africa. Aerei, sorvolando il Sahara, passano dalla Nigeria a Khartum. Trasporti militari, via Capo di Buona Speranza, risalgono dal Mar Rosso fino a Porto Sudan e Suez. Questa è una rotta libera dalla primavera del 1941, da quando 1'AOI, l'Africa Orientale Italiana, è in mano nemica. L'America presta soccorso anche alla Russia comunista. Attraverso il Golfo Persico e l'Iran, la cui neutralità è stata violata dagli anglo-americani nell'estate 1941 subito dopo l'attacco tedesco all'URSS, una nuova ferrovia porta a Nord carri armati, automezzi, viveri e munizioni per l'Armata Rossa. Ma gli aiuti americani giungono anche da Nord e da Est, da Murmansk sul Mar Glaciale Artico, e da Vladivodstok sul Pacifico. In quest'ultimo porto, servito dalla Transiberiana, materiali americani d'ogni genere, caricati negli scali della California, arrivano su mercantili che battono bandiera sovietica. I rifornimenti transitano sotto il naso dei giapponesi, che non sono in guerra con l'URSS, e finiscono in Europa per essere utilizzati contro gli alleati del Sol Levante. Stalin ricambia i doni dei capitalisti autorizzando ad atterrare in Siberia gli aerei americani che bombardano Tokyo e le città giapponesi (2).

In Africa Settentrionale, l'offensiva italo-tedesca non può essere adeguatamente alimentata. Le linee di collegamento si sono allungate a dismisura; un'unica strada, la Balbia, corre lungo il mare per oltre 2.000 chilometri da Tripoli alla prima linea.

I porti di Bengasi e Tobruk, già infelici per i fondali e per aver subìto gravi danni dall'alterno muoversi del fronte, sono più vicini alla prima linea, ma il viaggio è più rischioso perché nella sua parte finale rientra nel raggio d'azione degli aerei inglesi di base in Egitto. Buona parte del carburante trasportato su strada è consumato prima di giungere a destinazione; gli automezzi che da Tripoli corrono verso l'Egitto sono anche attaccati senza sosta dagli aerei nemici. Spesso vengono colti di sorpresa dalle autoblindo inglesi che escono dal deserto e subito tornano a rifugiarvisi. Una crescente, considerevole percentuale dei materiali imbarcati nei porti italiani va inoltre persa nella battaglia per i convogli. È questo uno dei capitoli più inspiegabili e dolorosi della guerra. Per i primi due anni del conflitto infatti la superiorità della nostra marina fu schiacciante, essendo le navi inglesi inferiori per numero e tecnologicamente superate. La grande distanza tra le basi di Alessandria e di Gibilterra rendeva altresì rischiosa per gli inglesi ogni sortita che comportasse l'azione combinata delle due squadre. Malta, situata a poche miglia dalla Sicilia, era di continuo sottoposta a bombardamenti che l'avevano ridotta alla fame. L'intervento del II Fliegerkorps, il corpo aereo tedesco di base in Sicilia, l'ingresso nel Mediterraneo dei sottomarini germanici, (3) e la splendida azione dei mezzi d'assalto italiani contro il porto di Alessandria - nella notte del 19 dicembre '41 erano state messe fuori combattimento la Queen Elizabeth e la Valiant - avevano privato, nella primavera del '42, la marina inglese di portaerei e corazzate.

Della situazione che si era determinata a suo favore la marina italiana non aveva però saputo o voluto trarre profitto. E a fare intuire le sue grandi possibilità d'azione sul mare basterà la semplice elencazione delle unità a disposizione allo scoppio del conflitto. Quattro corazzate da 31 mila tonnellate con pezzi da 320 mm - Giulio Cesare, Cavour, Doria e Duilio - altre due corazzate - Littorio e Vittorio Veneto - da 42 mila tonnellate con pezzi da 381 mm, orgoglio della cantieristica nazionale e senza confronto al mondo. Sette incrociatori pesanti da 11.000 tonnellate con cannoni da 203 mm, 12 incrociatori leggeri; 59 cacciatorpediniere; 70 torpediniere, 50 Mas, 117 sommergibili. Ciononostante, per tutta la guerra, anche quando il rapporto delle forze lo avrebbe consigliato, i nostri comandi rifiutarono lo scontro col nemico, imponendo con sconcertante puntualità alla flotta inconcludenti spostamenti e il consumo di migliaia di tonnellate di nafta. Carburante che la Germania fiduciosamente continuava a fornire, così come veniva fornito tutto il carbone di cui l'Italia aveva necessità, oltre 10 milioni di tonnellate ogni anno.

Se si esamina il gran numero di uscite della flotta con formazioni adatte ad affrontare uno scontro decisivo con l'avversario e concluse invece tutte con un nulla di fatto, c'è da rimanere allibiti. A volte si rientra alla base perché le segnalazioni delle navi nemiche sono risultate, per colpa del comando o degli aerei osservatori, infondate; altre ancora perché da Supermarina subentrano valutazioni esagerate sulla forza nemica. Succede anche che il combattimento sia reso impossibile dal sopravvenire del buio o dal fatto che l'avversario si ripari dietro cortine di nebbia artificiale.

Pare impossibile che, nel corso di tre anni, il nemico non sia mai stato affrontato, neppure quando si era mosso dalle sue basi privo dell'appoggio di portaerei e di navi da battaglia, né quando si era spinto, in modo azzardato, a ridosso delle nostre coste. Fattostà che, come abbiamo detto, si consumavano a vuoto enormi quantità di nafta. Un solo esempio: alla fine di luglio del '40 un convoglio diretto in Libia è protetto da ben 11 incrociatori, 23 cacciatorpediniere, 14 torpediniere, 14 sommergibili. Viene il sospetto che consumare nafta fosse l'obiettivo principale di Supermarina, tanto per mettere in difficoltà chi ce la dava, quanto per avere il pretesto, annunciando che i depositi erano esauriti, di evitare l'uscita dai porti delle grandi navi da battaglia. Ma diamo pure per buona la scarsità di carburante.

Doveva essere questo un motivo in più per impiegare le navi quando, all'inizio del conflitto, il nemico era in crisi e il combustibile abbondante. La marina aveva allora, nei suoi 32 depositi sparsi nei vari ancoraggi nazionali, oltre 2 milioni di tonnellate di nafta. La strategia adottata da Supermarina fu davvero disastrosa. Per non averli scortati in modo adeguato, vennero persi, sulle rotte africane, oltre 500 piroscafi, pari a 1.200.000 tsl. Nella battaglia per i convogli il contrasto con l'avversario venne prevalentemente affidato alle piccole unità che furono sacrificate con scarsi risultati. 1 cacciatorpediniere e i sommergibili vennero a volte addirittura declassati e, invece di agire come navi da guerra, furono adibiti al trasporto di pericolosissimo materiale infiammabile che, raggiunto dal fuoco nemico, causò la perdita delle unità e la morte di migliaia di valorosi marinai. Che senso aveva approntare grandi navi da battaglia e affrontare il nemico solo con quelle piccole?

Rommel, nelle irripetibili, favorevoli circostanze che la sorte aveva concesso alle nostre armi, dopo Tobruk si aspettava dalla marina italiana il massimo impegno.

Essa era in grado di offrire un duplice contributo: trasferite a Creta, le grandi navi da battaglia avrebbero potuto in poche ore di navigazione portarsi davanti a El Alamein e polverizzare, cannoneggiandole con proiettili da una tonnellata ciascuno, le difese inglesi; ma la marina era anche essenziale per la scorta ai rifornimenti, che dovevano assolutamente arrivare in prima linea, essendo per l'armata italo-tedesca questione di vita o di morte, di vittoria o di sconfitta. Le navi della regia marina invece non solo non cercano lo scontro, non solo non appoggiano dal mare i combattimenti a terra - una scelta tattica evidentemente sconosciuta ai nostri comandi - ma abbandonano i convogli privi della necessaria assistenza.

Le navi da carico, i trasporti truppa, le navi cisterna, sono mandate allo sbaraglio, in bocca al nemico. A Supermarina molti tra i cervelli più alti in grado lavorano infatti per il nemico, il quale, degli orari di partenza delle navi e della rotta loro assegnata è puntualmente informato. Ciò accade fin dall'inizio delle ostilità quando, in poche settimane, vanno persi ben 20 sommergibili, spediti in agguato in zone dove erano attesi. Gli ammiragli di Supermarina sono sempre attivi; se lo scontro col nemico offre possibilità di successo, essi intervengono a far ritirare le navi da battaglia. Così accadde nella cosiddetta battaglia di Punta Stilo, nella quale gli inglesi, che si erano spinti fin sulle coste della Calabria, avrebbero potuto essere duramente castigati. Eppure, non solo sono richiamate le navi da battaglia, del centinaio di sommergibili a disposizione se ne fanno uscire solo quattro, dei circa 1.000 aerei in grado di levarsi in volo, ne vengono impiegati appena un centinaio.

Sembrava che, con le incessanti perdite di navi mercantili, la sfortuna si accanisse contro la nostra bandiera; ma non si trattava di sfortuna. La colpa era del tradimento che si annidava nei massimi gradi della marina. Da sempre filo-monarchica e filobritannica, questa forza armata aveva nei suoi quadri un gran numero di ufficiali ostili al regime. A molti di loro, poi, un regolamento cervellotico e una dirigenza politica troppo accomodante avevano consentito di restare in servizio pur avendo sposato donne straniere. Gli ufficiali in queste condizioni erano, tra esercito e marina, qualche centinaio.

Sposato con un'americana, l'addetto navale italiano a Washington, capitano di vascello Alberto Lais, vende agli americani il cifrario della marina. Il generale Carboni, responsabile del servizio spionaggio dell'esercito, figlio di un'americana dell'Alabama, è un esperto nella disinformazione. Oltre a gonfiare sistematicamente le forze del nemico, ha l'opportunità di inserire elementi a lui graditi nelle varie strutture militari. Ed ecco che a Tolone, nella delegazione della Commssione Armistiziale con la Francia, troviamo l'ammiraglio Vittorio Tur, di padre francese e sposato a un'inglese, il quale, attraverso la resistenza francese, passa informazioni a Londra. In questo nido di traditori faceva da cerniera Enrico Paolo Tur, fratello dell'ammiraglio, già compagno di accademia a Livorno dell'ammiraglio De Feo che capeggia la Commissione di Armistizio.

Non può essere un caso che, quando viene programmato l'attacco a Malta, il comando dell'operazione sia affidato proprio all'ammiraglio Tur. Alle sue dipendenze, alla guida di una delle divisioni che dovranno sbarcare, la Friuli, c'è di nuovo il generale Carboni, il quale semina pessimismo e si muove per sabotare l'azione. Dopo il rinvio sirte die dello sbarco e l'occupazione della Francia «libera» seguita all'invasione alleata del Nord Africa - novembre '42 - troviamo il Tur al comando della piazzaforte di Tolone. In questa stessa città, nel giugno '43, il fratello dell'ammiraglio viene finalmente colto con le mani nel sacco dal nostro controspionaggio. Il responsabile dei servizi, generale Amè, si presenta con Senise, capo della polizia, al cospetto di Mussolini e gli mostra i documenti sequestrati al contatto francese di Enrico Paolo Tur.

Visto che i traditori sono marinai, il Duce passa i documenti al controspionaggio della marina, senza sapere che lì c'è il capobanda delle spie, l'ammiraglio Maugeri. Quanto all'ammiraglio Tur, invece di essere prudenzialmente messo in fortezza, viene trasferito al comando marittimo del basso Tirreno, con giurisdizione sulla Sicilia, proprio dove gli alleati sbarcheranno il mese successivo. Hanno saputo, guardacaso, che la flotta italiana, per l'occasione, non si sarebbe mossa per ostacolarli. Per le benemerenze che abbiamo ora ricordato, la spia Enrico Paolo Tur fu riammesso in servizio e gli fu concessa, nel dopoguerra, la pensione della marina militare (Libretto n. 397016).

Non c'è da meravigliarsi che, con simili comandanti, la flotta italiana continuasse a ricevere ordini che il più delle volte non le avrebbero permesso di confrontarsi col nemico. In 39 mesi di guerra, un bilancio davvero desolante, le nostre navi affonderanno a cannonate solamente due piccole motosiluranti inglesi (la MTB 639 e la MTB 316). A volte il risultato desiderato da Supermarina lo si può cogliere solo con la fuga. È quanto accade il 10 novembre '41: 4 piroscafi e 3 petroliere portano in Libia 389 carri armati, 17.281 tonnellate di benzina e 1.579 di munizioni, oltre a 15.000 tonnellate di materiali vari. Di scorta al convoglio c'è la III divisione, con 2 incrociatori pesanti, il Trento e il Trieste e 10 cacciatorpediniere, al comando dell'ammiraglio Bruno Brivonesi.

I mercantili, che viaggiavano ciascuno protetto da due navi da guerra e per i quali era stata tracciata da Supermarina una rotta molto particolare, vengono sorpresi da 2 incrociatori leggeri e 2 caccia inglesi. Mentre i trasporti del convoglio italiano sono colpiti e affondano tutti, il Brivonesi, che durante lo scontro si era tenuto a distanza di sicurezza, si rintana con le sue 12 navi a Taranto.

Questo ammiraglio era uno degli ufficiali cui abbiamo accennato poc'anzi; la moglie, anche stavolta, un'inglese. La sua condotta gli costa la destituzione dal comando e il deferimento alla corte marziale, ma gli ammiragli che lo giudicano sono evidentemente della sua stessa pasta e lo assolse perché «il fatto non costituisce reato».

Nel dopoguerra, il Brivonesi querelò per diffamazione e vilipendio Antonino Trizzino, il quale, in Navi e poltrone, l'aveva accusato di codardia di fronte al nemico. Ebbene, nel 1954, la corte d'assise di Milano assolse il Trizzino con formula piena.

Un altro caso emblematico è quello della seconda battaglia della Sirte.

Gli inglesi nel Mediterraneo sono privi di portaerei dal maggio del '41 e, dal dicembre, di corazzate. Per la scorta di un convoglio diretto a Malta, 1'MW10, che esce da Alessandria il 20 marzo '42, dispongono solo di pochi incrociatori leggeri e di qualche cacciatorpediniere. Per intercettare il convoglio esce da Taranto, al comando dell'ammiraglio Iachino, la Littorio scortata dai caccia Aviere, Ascari, Oriani, Grecale. Da Messina, al comando dell'ammiraglio Parona, muovono gli incrociatori pesanti Gorizia e Trento, nonché il leggero Bande Nere coi caccia Alpino, Bersagliere, Fuciliere e Lanciere.

Affrontato dai caccia inglesi, il Parona comunica a Iachino di aver assunto rotta Nord e di essere inseguito dal nemico! Iachino si avvicina, e, a questo punto, le due squadre italiane vengono affrontate a più riprese, con salve di artiglieria e lancio di siluri, dai quattro caccia inglesi che difendono il convoglio. Per dare un'idea della sproporzione di forze, il peso della bordata italiana era di 11.000 Kg.; quella inglese di 2.500. Ma nessuna delle piccole unità inglesi è colpita. Dopo aver incassato sulla Littorio un colpo sparato da uno dei caccia che si era con grande coraggio avvicinato fino a 5.000 mt., Iachino decide di rientrare a Taranto. Il convoglio nemico è salvo. «Indescrivibile fu il nostro sollievo quando ci confermarono che gli italiani si stavano ritirando».

Così, ancora incredulo, l'ammiraglio Cunningham ad Alessandria. Con questa «battaglia» Iachino chiude la sua disastrosa esperienza di comandante della flotta. Delle altre sue imprese, il mancato inseguimento del nemico dopo il bombardamento di Genova (9-02-1941), la notte degli incrociatori a Capo Matapan (28-03-1941) parleremo più avanti.

Questa del marzo 1942 fu l'ultima ingloriosa uscita della flotta italiana prima dell' 8 settembre. Una parte negli eventi che in questa data vivrà la marina tocca al contrammiraglio Massimo Girosi. Già uomo del SIM di Carboni, il Girosi è assegnato all'Ufficio Operazioni di Supermarina. Qui lo raggiunge una comunicazione da parte del fratello Mario che, a New York, stava collaborando col Naval Intelligence, lo spionaggio americano, al quale aveva fornito documenti definiti dalla marina USA «di valore inestimabile». Questa attività gli vale dal nemico la Silver Star.

Il messaggio del fratello, che Massimo Girosi riporta orgoglioso all'ammiraglio Raffaele De Courten, divenuto ministro della marina col 25 luglio '43, contiene la proposta per la flotta italiana di ritirarsi di fatto dalla lotta e di prepararsi a passare dalla parte degli alleati. Il De Courten mostra di apprezzare l'invito e ne parla compiaciuto a Badoglio. La marina, prima e unica tra le forze armate, scavalca il proprio governo, e si dichiara pronta alla resa. Se, come abbiamo visto, il problema dell'Asse era il mare, fatalmente doveva conseguirne al fronte una situazione di stallo. A causa della penuria di mezzi bellici e di carburante, nell'estate le nostre puntate offensive, da El Alamein verso Est, risultano troppo deboli e vengono respinte. Le divisioni italo-tedesche non hanno più fiato: devono trincerarsi nel deserto. La guerra di movimento che Rommel a lungo era riuscito a imporre è ormai un ricordo.

Immensi campi minati, i «giardini del diavolo», sono posti a difesa della prima linea, che da El Alamein sulla costa a meno da 100 chilometri da Alessandria, si estende fino all'infernale, impraticabile depressione di El Quattara, a Sud.

La superiorità del nemico si fa intanto incolmabile. L' 8° armata inglese, che comprende indiani, sudafricani, neozelandesi e polacchi (4), conta più di 230.000 uomini. La sua artiglieria può schierare 4.000 bocche da fuoco; 1.500 sono i carri armati, 1.800 gli aeroplani.

Sul versante dell'Asse due divisioni tedesche, la 90a e la 164° leggere, oltre alla 288' brigata paracadutisti del generale Ramcke, sono schierate con le nostre Brescia, Trento, Trieste, Folgore. La fanteria è appoggiata da meno di 500 carri tra i Panzer germanici delle 15a e 21a corazzate e i nostri della Littorio e dell'Ariete.

Pesante anche l'inferiorità dell'artiglieria, drammatica quella dell'aeronautica. U80% degli automezzi dell'Asse sono quelli presi agli inglesi a Tobruk.

Col plenilunio, la notte del 23 ottobre ha inizio l'attacco nemico. I rifornimenti per le truppe italo-tedesche arrivano col contagocce (5). La flotta non partecipa a quello che la storia ha dimostrato essere lo scontro decisivo. E non ci possono essere scuse per il mancato impiego. Tener da conto le grandi navi non poteva servire a nulla. Era il momento di giocare il tutto per tutto, di gettare ogni risorsa sul piatto della bilancia. Gli inglesi vedono invece di continuo affluire nuovi armamenti: un convoglio proveniente dagli Stati Uniti scarica a Suez 300 carri armati Sherman e 100 semoventi con officine e ricambi. Ma arrivano anche, di continuo, truppe fresche. Gli uomini della prima linea possono così darsi i turni e riposare nelle retrovie. Bevono birra ghiacciata ad Alessandria.

Ai nostri manca l'acqua e le razioni del pane sono dimezzate.

Eppure, anche se abbandonate da Roma al loro destino, le truppe dell'Asse resistono. Gli inglesi cozzano contro una resistenza tenacissima; non riescono a sfondare e riportano perdite assai gravi. I battaglioni italiani e tedeschi, che si alternano, combattendo fianco a fianco, nei capisaldi della posizione di resistenza, tengono duro con la volontà di chi, fino a poche settimane prima, aveva creduto a una svolta vittoriosa del conflitto. Tra gli italiani, poi, c'è anche una gran voglia di riscattare le cattive prove fornite fin dall'inizio del conflitto. Ufficiali e soldati vogliono dimostrare di essere molto diversi da chi in patria sta remando contro, da chi, sul sangue del popolo, ha giocato con la «guerra parallela». Il tempo dei Badoglio, dei Graziani, dei Duchi d'Aosta è finito. Il soldato italiano dimostra di saper mantenere la parola data e, sul campo, alla prova del fuoco, non è secondo a nessuno. Si batte con coraggio e disciplina. La resistenza risulta tuttavia impossibile. È una battaglia di logoramento nella quale il più debole, chi non riceve rinforzi, è destinato a perdere.

Ai primi di novembre i corazzati inglesi travolgono la linea di difesa dell'Asse e il ripiegamento di quel che resta del Deutsches Afrika Korps e degli italiani è inevitabile. La ritirata, ordinata da Rommel il 4 novembre alle ore 15.30, si trasforma in una rotta che, in breve tempo, porta al definitivo abbandono di Tripoli. Le iene sentono già odor di cadavere. La gioia per la sconfitta è espressa con sfacciata sincerità dall'ebreo Leo Weiczen, alias Leone Waiz, più noto come Leo Valiani: «Senza El Alamein non ci sarebbe stato né lo sbarco in Sicilia, né la resistenza, né la lotta di liberazione». In queste poche repellenti parole c'è, già condensato, il concetto della «guerra sbagliata».

In quelle stesse settimane gli «alleati» sono intanto sbarcati in forze in Marocco e Algeria. La marina italiana, cui l'entrata nel Mediterraneo dei grandi convogli nemici era stata tempestivamente segnalata da Gibilterra, ancora una volta è assente. L'Africa a questo punto è perduta, la strategia in vista della quale lo sforzo offensivo era stato fatto è ormai fallita e il Continente appare minacciato da vicino. Eppure ecco nuovamente manifestarsi, macroscopica, l'insipienza del comando supremo.

Invece di mobilitare ogni energia per la difesa del territorio nazionale, ventre molle della fortezza europea, si decide di combattere in Tunisia e in quella testa di ponte vengono trasferite le ultime divisioni atte al combattimento.

Conoscendo la scarsa entità e l'inefficienza delle riserve a disposizione in patria, a Roma si decide di difendere, al posto della Sicilia, la Tunisia.

Mentre a El Alamein Rommel era stato lasciato solo, è davvero strano che, neppure un mese dopo, tre divisioni tedesche, di cui una corazzata, e due italiane, con armi, viveri, munizioni e carburante, vengano inviate in Africa. Ed è solo l'inizio: ancora a gennaio e febbraio '43, a impinguare il futuro bottino nemico, arrivano nella trappola tunisina carri armati, artiglieria e truppe fresche. La flotta «non aveva nafta», ma riesce a trasportare oltremare 70.000 uomini e 300.000 tonnellate di materiale. Gli anglo-americani, nel frattempo, si erano enormemente rafforzati, sia sul mare che in aria.

E così, nonostante non vi fossero in Tunisia prospettive per una prolungata, valida battaglia di contenimento, l'esercito e la marina italiana continuano a dissanguarsi lontano da casa. Nell'inverno '42-'43, perdiamo, affondati dal nemico, altri 151 piroscafi (6). Nell'ultima battaglia d'Africa, mentre gli americani al loro esordio danno pessima prova di sé e lasciano sul campo migliaia di prigionieri, i reparti italo-tedeschi si battono bene, ma il 13 maggio del '43, ormai imbottigliati a Capo Bon, sono costretti ad arrendersi. È un disastro annunciato, e di una gravità epocale. Rommel aveva visto giusto.

Cadono prigionieri 130.000 tedeschi e 120.000 italiani, in totale 15 divisioni con tutto il loro equipaggiamento pesante. La marina, che si era prodigata a trasferire nel tritacarne tunisino uomini e mezzi, si guarda bene dall'attivarsi per riportarli indietro. Né qualcuno più in alto si preoccupa di dare ordini in tal senso. Le grandi navi restano anche questa volta al riparo nei porti del Nord, ben lontane dalla zona d'operazioni. E questo anche se la possibilità di una Dunkerque africana, (7) che portasse in salvo in Sicilia i veterani d'Africa e le armi più utili per la nuova campagna, non era affatto irrealistica.

Non solo il Canale di Sicilia è un tratto di mare assai breve, ma la vicinanza dei campi d'aviazione della Sicilia e della Sardegna avrebbe offerto un'efficace protezione alle navi impiegate nello sgombero. Di tale parere anche il comandante avversario, generale Alexander, il quale stimava che almeno 70.000 uomini avrebbero potuto essere evacuati in Sicilia. Mentre si consuma il calvario africano, in Russia crolla il fronte del Don; è coinvolto anche l'ARMIR, il corpo di spedizione italiano in Russia. Di lì a poco la VI armata di Von Paulus assediata a Stalingrado si deve arrendere. Su 230.000 prigionieri tedeschi e 100.000 italiani ne torneranno in patria solo 20.000, alcuni dopo 12 anni di durissima prigionia. Il tempo gioca a questo punto contro l'Asse, ma mentre in Russia il fronte è ancora lontano dalle frontiere del Reich, per l'Italia il pericolo è incombente.

Come si reagisce a Roma?

Mentre col tepore della sconfitta gli antifascisii riemergono dal lungo letargo, gli ambienti di Casa Savoia, i generali felloni, il conte Ciano e altri gerarchi come Grandi e Bastianini tramano per uscire dal conflitto. Vogliono evitare la «resa incondizionata» e credono di poter patteggiare, ma, nei confronti del nemico, l'Italia ha ormai perso qualsiasi forza contrattuale. Le nostre continue sconfitte hanno fatto capire agli anglo-americani che è inutile fare concessioni: il crollo totale è questione di settimane. Il 10 giugno cade senza combattere Pantelleria, presidiata da 12.000 uomini alle dipendenze dell'ammiraglio Gino Pavesi. È l'unica isola in tutta la storia militare che si arrende solo per un'azione aerea, eppure Mussolini così telegrafa al Pavesi: «Per vostra opera di comandante vi è conferita sul campo la Croce di Cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia».

Un ammiraglio che andava degradato e fucilato riceve la stessa decorazione che il re aveva consegnato a Mussolini nel 1936 in occasione della conquista dell'impero! Già da tempo il Duce viveva in un mondo permeato da un ottimismo di maniera assolutamente privo di legami con la realtà. Stampa e propaganda lo aiutavano a diffondere il proprio punto di vista, ma purtroppo era un rinviare fine a se stesso. Dietro non c'era assolutamente nulla, nessuna idea, nessuna reattività, nessuna prospettiva di cambiamento. Ne è un esempio la visita a Napoli del giugno 1942, durante la quale Mussolini rivolge elogi e distribuisce ricompense alla squadra navale che, al comando dell'ammiraglio Da Zara, aveva partecipato allo scontro di «metà giugno» nel Mediterraneo. Gli inglesi, che cercavano di rifornire con un grande convoglio Malta, avevano subito gravi perdite. Peccato che le nostre navi avessero come al solito girato le terga al nemico senza combattere e che i racconti del Da Zara fossero un cumulo di fandonie. Gli affondamenti subiti dagli inglesi erano stati infatti tutti causati dagli aerosiluranti S.M.79 della nostra aeronautica, dagli JU87 Stuka della Luftwaffe, e da un campo minato nel quale le navi nemiche erano incappate.

Possibile il Duce non fosse stato informato? Che continuasse a fidarsi di ammiragli decisi solo a non battersi, di un millantatore come Da Zara?

La Sicilia, dove la mafia si è riorganizzata al servizio degli americani, (8) è il nuovo obiettivo degli «alleati». Il nemico è atteso ma alle smargiassate verbali - il discorso sul «bagnasciuga» - non segue alcuna mossa concreta. Quando è il momento dello sbarco, il 10 luglio '43, la flotta non modifica la sua strategia. Non va incontro al nemico, non si muove dai porti. Era già scritto che le grandi navi da battaglia dovessero restare intatte per il «dopo». Con la sua rete di ammiragli traditori, la regia marina aveva concluso col nemico un armistizio privato, sulla falsariga della proposta dei fratelli Girosi.

Le regole dell'intesa dettate a Lisbona dagli anglo-americani agli uomini di Maugeri, i capitani di vascello Cippico e Cugio, quest'ultimo già addetto navale a Washington, erano queste: la marina italiana non doveva intervenire nelle operazioni militari, gli anglo-americani non avrebbero bombardato i suoi porti. Un simile gentlemen's agreement sarebbe certamente stato un'ottima base per una cordiale collaborazione, da instaurarsi non appena le navi si fossero trasferite a Malta. Il «contratto» concluso da Supermarina era disciplinatamente applicato a livello locale. Come a Pantelleria c'era stato Pavesi, così in Sicilia, ad Augusta, al comando di una delle basi navali più munite del mondo, si trova un altro uomo d'onore, l'ammiraglio Leonardi. La sera del 12 luglio, 2 caccia nemici e altri mezzi da sbarco entrano nel porto di Augusta e attraccano alle banchine. Le cisterne di carburante, le prese d'acqua, i magazzini, sono intatti. I cannoni della piazzaforte, tra cui 16 pezzi da 381 mm e 29 batterie di grosso calibro, oltre a un treno blindato, non sparano un colpo. Al crollo delle forze armate, mal guidate, male armate, oppresse nel morale da una serie infinita di continui rovesci, seguirà di lì a poco la defezione dell'Italia.

A questo punto la Germania è sola.

La grande alleanza fra democrazia atlantica e comunismo asiatico può finalmente cogliere il suo obiettivo: stritolare e spartirsi l'Europa.

Per la vittoria delle superpotenze saranno tuttavia necessari altri due anni di dura lotta. Possono stupire la capacità della Wehrmacht di battersi tra le rovine di Berlino fino all'ultima pallottola e la tenacia dimostrata dal popolo tedesco sotto gli spaventosi bombardamenti terroristici anglo-americani. Ma la tradizione militare prussiana e la rivoluzione nazionalsocialista, coordinate da un Capo indiscusso perché in diretta e immediata corrispondenza con le pulsioni del Volksgeist, avevano fuso in pochi anni la nazione tedesca in un unico blocco di volontà. «La storia non potrà mai dire che un popolo ha abbandonato il suo Führer, o il Führer il suo popolo» (9). Solo così l'onore della Germania poteva essere consegnato intatto alle generazioni future, spingendole a conservare nel profondo anche la chiara indicazione del nemico e la strada da seguire per la rivincita.

Ben diverso il destino dell'Italia che, entrata in guerra malamente, ne esce peggio. Ci occuperemo nelle pagine che seguono, anche se in modo veloce, di questi due importanti aspetti dell'inglorioso infrangersi del sogno di un'Italia grande potenza, e delle cause di tale crollo. In primo luogo delle disastrose contraddizioni ideologiche, strategiche, politiche e morali dei vertici del fascismo, che condussero l'Italia a giocare, in quegli anni decisivi, un ruolo equivoco, destinato a penalizzarla sotto ogni profilo; non solo nel contesto del conflitto, ma anche nel «dopo», nell'immagine che di essa si ha oggi nel mondo (10).

Quando nel maggio 1939 venne firmato tra Italia e Germania il Patto d'Acciaio che stabiliva uno schieramento comune con l'obbligo incondizionato per i due contraenti di intervenire in guerra a fianco dell'alleato, il documento fu presentato ai due popoli come un'inamovibile garanzia di pace, una barriera dissuasiva contro la quale gli avversari della nuova Europa fascista e nazionalsocialista avrebbero dovuto fare i conti. Questa valutazione - si potrebbe obiettare sull'altro versante della barricata - era solo un'enfatizzazione propagandistica destinata a nascondere il rapace progetto espansionistico dei due regimi totalitari. Se così fosse stato, a maggior ragione si doveva allora capire che, col Patto d'Acciaio, tra giudaismo internazionale, democrazie occidentali e comunismo da un lato, e regimi fascisti dall'altro, i ponti dovevano considerarsi rotti, e di conseguenza risultare evidente, per Italia e Germania, la necessità di agire, da quel momento, senza la minima divaricazione. Marciare uniti era insomma l'unica possibilità, tanto per difendersi quanto per attaccare. Eppure, solo pochi mesi più tardi, l'Italia si chiama fuori dall'alleanza. Ciò accade quando la Germania - dopo essersi garantito l'appoggio sovietico, mossa che toglieva alle democrazie ogni speranza di avere la Russia al loro fianco - decide di porre fine all'isolamento della Prussia Orientale e di risolvere con la forza il contenzioso per Danzica, una città tedesca cui la Polonia testardamente impediva di riunirsi alla madrepatria. Questo scontro all'Est, che non li riguardava, è il casus belli atteso da inglesi e francesi per minacciare di guerra il Reich.

Era, per l'Asse, il momento della verità, ma l'Italia fa sapere che sarebbe rimasta fuori dal conflitto. La stessa persona che aveva firmato il Patto d'Acciaio, il ministro degli esteri Galeazzo Ciano, il genero di Mussolini, «sbraca» e comunica, in modo riservato anche se inequivocabile, agli ambasciatori delle democrazie occidentali a Roma che l'Italia avrebbe mancato alla parola data e lasciato mano libera agli aggressori dell'alleato tedesco. Solo a questo punto, sollevati da qualsiasi preoccupazione bellica nel Mediterraneo, forti cioè della neutralità/defezione italiana, Inghilterra e Francia dichiarano guerra alla Germania. Considerato il prestigio goduto nel mondo in quegli anni dall'Italia fascista, è indubitabile che il voltafaccia italiano sia stato determinante per lo scoppio delle ostilità.

Nei lunghi mesi della non belligeranza (settembre '39 - giugno '40), mentre né inglesi, né francesi spostano una nave o un aereo per aiutare la Polonia e anzi nulla eccepiscono all'occupazione sovietica della metà orientale del paese, l'Italia si limita a fortificare, evidentemente contro l'ex alleato tedesco, il «Vallo Littorio» al confine del Brennero.

Non si pianifica nessuna operazione militare, non vengono accumulate scorte di materie prime, l'industria non è guidata verso la ristrutturazione necessaria in vista della guerra. Né si approfitta della «ricreazione» per spostare in Libia gli armamenti e la motorizzazione indispensabile all'armata africana, alle decine di migliaia di uomini «autotrasportabili», cioè appiedati. L'impiego contro i gangli strategici coloniali inglesi del Canale di Suez, di Aden e di Porto Sudan, praticamente indifesi, delle truppe e delle navi da guerra stanziate in Africa Orientale non è neppure preso in considerazione. Forniture belliche, carri armati e aerei sono invece ceduti a nazioni neutrali, Brasile, Cina, Turchia, Finlandia e Romania. È facile intuire come i contratti per forniture belliche in arrivo dall'estero fossero un evidente messaggio lanciato dall'oligarchia mondialista agli industriali italiani: «se ve ne state fuori dalla guerra, potrete arricchirvi». Nel febbraio '40 vengono persino venduti alla Svezia due cacciatorpediniere.

Lascia politicamente esterrefatti il nuovo corso imboccato dal regime.

Il 16 dicembre del '40, alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Ciano prende apertamente le distanze dall'alleato tedesco e il Duce, in un documento ufficiale, una lettera al Führer di quegli stessi giorni, afferma di condividere le pesanti frasi di Ciano. La fronda monarchico-clericale, gli ambienti legati al grande capitale e alla massoneria, e anche i fascisti più opportunisti, gente che si era fatta comprare dai Collari dell'Annunziata, dai titoli nobiliari, e che si muoveva a proprio agio nel mondo dell'affarismo liberal-capitalista, premono per il salto della quaglia. Come nella prima guerra mondiale, l'Italia si sta preparando a passare nel campo avverso. Rispondendo a un appello di Maria Josè, moglie dell'erede al trono, giungono a Roma dalla Libia Italo Balbo, e dall'Etopia Amedeo d'Aosta. Entrambi filobritannici, premono su Mussolini in funzione anti-tedesca. Dopo una lite a palazzo Venezia, col capo della polizia Bocchini, è silurato il segretario del Partito Nazionale Fascista, l'onesto Starace, considerato a questo punto troppo filotedesco. Ma ecco che, respinto lo sbarco britannico in Norvegia, nel maggio del '40 la Wehrmacht passa all'offensiva sul fronte occidentale. A Roma si trema e ci si affida alla speranza che la Francia tenga. Solo la sua resistenza può infatti evitare ai responsabili italiani l'alea di dover prender posizione. La sconfitta della Francia è però inevitabile e Mussolini decide frettolosamente di affiancare la Germania vittoriosa.

Mentre il Reich - non dimentichiamolo - non aveva avuto scelta e la dichiarazione di guerra, una guerra che oggi non esiteremmo a chiamare «preventiva», l'aveva subita, l'Italia assume spavaldamente l'iniziativa. Ma quale iniziativa? Il Duce contava semplicemente sulla fortunata ipotesi che, di lì a poco, l'Inghilterra, rimasta isolata, avrebbe chiesto la pace. A questo calcolo che ben presto si sarebbe rivelato errato, ci si aggrappava restando nell'inazione più assoluta. Si pensava, dichiarando la guerra senza farla, di aver accontentato, all'italiana, amici e nemici.

A questi ultimi si lasciava intravvedere la possibilità che, al tavolo della pace, l'Italia avrebbe fatto da contrappeso ai «cattivi» tedeschi e ne avrebbe moderato le pretese.

Documenti a suffragio di questa ipotesi erano probabilmente contenuti nella cartella che Mussolini aveva con sé nelle sue ultime ore sul lago di Como. Cartella che i «servizi» inglesi riuscirono a far sparire salvando così al contempo l'onore del loro Churchill e quello del nostro Duce. È da una siffatta contorta visione delle cose che nasce l'ordine impartito attraverso lo stato maggiore ai nostri reparti, in patria e oltremare, di rimanere assolutamente sulla difensiva. Decisione sorprendente e insensata perché qualunque fosse stata la motivazione dell'intervento, sarebbe stato logico premere militarmente con tutte le forze a disposizione sui britannici in crisi per spingerli a porre senza indugio fine alle ostilità. Tanto più se ci si sentiva inferiori e impreparati. Chi è meno forte, insegna Clausewitz, deve raggruppare le sue forze per essere, almeno in un settore, almeno per qualche tempo, più forte dell'avversario.

E non ci si preoccupa invece nemmeno di avvertire della guerra le navi mercantili in navigazione, 212 navi per un totale di 1.200.000 tsl.

Oltre un terzo del tonnellaggio che costituiva allora la marina mercantile, rimane così bloccato in porti stranieri o nemici. Una delle navi, il Rodi, viene «pescata» addirittura a Malta. Non si muovono le ingenti forze del Dodecaneso, né viene attivata a Portolago, nell'isola di Lero, l'attrezzata base aeronavale costata enormi spese e situata in posizione strategica proprio sulla verticale del confine libico egiziano. E così, nei primi giorni di guerra, non viene occupata Malta, del tutto indifesa, non si avanza in Egitto, non si fa entrare in azione la flotta. Dai francesi che proprio in quel giorno, 15 giugno, hanno consegnato ai tedeschi Parigi, subiamo senza reagire un pesante bombardamento navale sugli impianti portuali di Genova e sui depositi di carburante di Vado.

Le forze dell'impero, che avevano su quelle inglesi un'enorme superiorità e che avrebbero potuto occupare Porto Sudan, difeso da due soli cannoni, e bloccare il Mar Rosso, impedendo ogni via di fuga alla flotta inglese di Alessandria, ma che soprattutto avrebbero potuto raggiungere Khartum, scendendo poi con la corrente a favore lungo la valle del Nilo, rimangono inerti.

Il Vicerè Amedeo d'Aosta aveva disseminato le sue truppe in modo insensato su un territorio vastissimo. Immobilizzate in caposaldi isolati, esse non avevano altra prospettiva che quella di essere poco alla volta sopraffatte. I reparti che sul fronte eritreo al comando del generale Carnimeo impegnano valorosamente il nemico nella decisiva battaglia di Cheren, sono lasciati privi di rinforzi. Le truppe di guarnigione a Massaua, Addis Abeba, Gondar, non affluiscono al fronte e finiranno per arrendersi. È il destino dello stesso duca d'Aosta che si consegna ingloriosamente agli inglesi dopo un «assedio» all'Amba Alagi durato 15 giorni e costato appena qualche morto e una decina di feriti. Il Vicerè, ottenuto dai nemici l'onore delle armi, e dagli amici una medaglia d'oro, finisce prigioniero a Nairobi, in Kenia. Qui può uscire per lo shopping e vedere all'ora del thè gli ufficiali inglesi che aveva conosciuto durante gli studi in Gran Bretagna. Gli capita anche di cenare all'hotel Norfolk, dove incontra lazia, Olga di Kent, parente del re d'Inghilterra Giorgio V, e il marito di costei, Paolo Karageorgevic, l'ex reggente di Jugoslavia.

Singolari anche le vicende dei più alti collaboratori del Vicerè. Dopo la resa, il comandante del settore nord (regione Eritrea) generale Frusci e il capo di stato maggiore del duca, generale Trezzani, vengono trasferiti negli USA ancora neutrali e sono ricevuti alla Casa Bianca. Trezzani, dopo la «liberazione», sarà il primo capo di stato maggiore generale. Come collega, in qualità di capo di stato maggiore della marina, avrà l'ammiraglio Maugeri, ex capo del SIS, lo spionaggio navale, decorato dagli Alleati per i servizi loro prestati durante la guerra. (11)

Ma anche il comandante in capo delle truppe della Somalia, generale Gustavo Pesenti, è degno di essere ricordato. Quando gli inglesi, provenienti dal Kenia, attaccano, ai primi di gennaio del '41, El Uach, nell'Oltregiuba, il presidio si dissolve in un attimo senza combattere, lasciando in mano al nemico armi, munizioni e persino le pentole delle cucine. Informato da Radio Londra della vicenda, il Vicerè raggiunge per una spiegazione il Pesenti, il quale gli propone di firmare una pace separata col nemico.

«La guerra è perduta - dice il generale - e noi affretteremmo la fine di un conflitto che gli italiani non sentono, salvando l'impero che ci è costato tanti sacrifici. Se, come è probabile - continua il Pesenti - Roma sconfesserà Vostra Altezza, noi faremo la guerra al fascismo». Sfuggito alla cattura in Africa e riparato in Italia, nel '42 il Pesenti si propone a Badoglio come comandante di un reparto da formarsi in Africa coi prigionieri italiani contrari al regime fascista. L'idea di servirsi dei vertici militari dell'AOI era già balenata al nemico. Il generale inglese Platt, il vincitore di Cheren, alla resa del Vicerè così si era espresso: «Ho sempre avuto la premonizione che verrà il giorno in cui l'Italia cambierà schieramento. Quel giorno avremo bisogno di un intermediario, e nessuno potrà essere più indicato del duca d'Aosta».

L'alleato, il nemico e il mondo, assistono increduli al flop italiano.

La retorica bellicista, uno dei cardini del regime, si sgonfia in poche settimane. Nell'estate si annaspa privi di idee guida. Diverse divisioni, per un totale di 600.000 uomini, fino a quel momento ammassate in Val Padana, vengono smobilitate, corre voce, per favorire i lavori agricoli stagionali. Nell'autunno, se è possibile, le cose peggiorano. Quando, respinte dagli inglesi le offerte di pace del Führer, e i numerosi tentativi di mediazione dei paesi neutrali, lo sbarco in Inghilterra è rinviato sine die, ed è ormai diventato evidente che la guerra sarebbe proseguita, Mussolini, anzichè pianificare con l'alleato germanico una comune linea d'azione strategica, si inventa la «guerra parallela». Invece di rafforzare l'armata di Graziani in Libia per consentirle di puntare con decisione al Cairo e al Canale di Suez, le forze a disposizione vengono gettate in un cervellotico attacco alla Grecia.

Questa mossa è destinata a infiammare i Balcani con enormi conseguenze negative per l'Asse. Dopo la breve guerra contro la Jugoslavia, l'intera regione dovrà essere presidiata e difesa da una feroce guerriglia partigiana. In questo improbo, sanguinoso compito, l'Italia impiegherà ben 30 divisioni. Sarebbero state certamente più utili altrove. L'attacco alla Grecia non muove dal mare, dove la nostra supremazia è assoluta, cioè da Taranto o dal Dodecaneso, ma dalle montagne dell'Albania nella stagione delle piogge e alle soglie dell'inverno. Dal punto di vista tattico poi la gestione delle operazioni militari è un capolavoro di insipienza. Si cerca di fare del movimento sul terreno meno adatto, reparti corazzati vengono impiegati in zone montuose o restano bloccati dal fango. L'inverno '40-'41 vede le nostre truppe prima respinte dai greci all'interno delle basi di partenza in Albania, poi immobilizzate in una durissima guerra di posizione che provoca gravi perdite in morti e feriti, oltre a migliaia di congelati. Nemmeno a questo punto si decide di mandare la flotta al Pireo; si preferisce farsela dimezzare in rada a Taranto, dove l'11 novembre viene colta di sorpresa da una squadriglia di scalcinati aerosiluranti con la struttura di legno e le ali di tela, gli swordfish, lanciati a poche miglia dalla nostra costa dall'lllustrious, l'unica portaerei inglese presente nel Mediterraneo. Questa unità, proveniente da Gibilterra, aveva attraversato senza difficoltà il Canale di Sicilia e si era unita alla squadra dell'ammiraglio Cunningham ad Alessandria.

La base di Taranto era protetta, oltre che dall'antiaerea presente sulle numerose navi da guerra, da 21 batterie e da 68 complessi di mitragliere piazzati a terra. Né mancavano palloni frenati e reti parasiluri, ma il nemico colpisce ugualmente la Cavour, la Littorio e la Duilio e, dopo il colpo, riesce anche a farla franca, pur essendo lontanissimo dalle sue basi. Nessuna nave italiana lo insegue, nessun caccia si leva in volo, gli inglesi anzi ci assestano una botta aggiuntiva. Nella stessa notte di Taranto, incrociatori e caccia della 7° divisione (ammiraglio Pridham Wippel) sorprendono nel canale d'Otranto un nostro convoglio con 4 piroscafi che da Valona rientrava a Bari, affondano tutte le navi e in poche ore raggiungono indisturbati la Mediterranean Fleet, di Cunningham. La campagna di Grecia e le impreviste difficoltà che ne nascono caricano la marina di un enorme, ulteriore peso, distraendola dal compito principale di rifornire l'armata d'Africa.

Se si pensa alla relativa brevità delle operazioni belliche oltre Adriatico (sei mesi), stupisce il numero di uomini, ben 900.000, e la mole di rifornimenti sbarcati nei porti albanesi, 1.400.000 tonnellate. Per contro, durante l'intera campagna di Libia (tre anni), furono trasbordati in Africa 206.000 uomini e 2.250.000 tonnellate di materiali. I guai italiani però non sono finiti. A dicembre è la volta dell'incredibile sconfitta subita in Africa settentrionale dal maresciallo Graziani (12).

Attaccato da un nemico cinque volte inferiore anche se appoggiato da qualche decina di mezzi corazzati, Graziani è incapace di reagire e si ritira fino in Tripolitania. Restano nelle mani del nemico il grosso delle sue divisioni, ben 130.000 uomini con 300 cannoni e la quasi totalità dei mezzi corazzati e motorizzati, rispettivamente 450 e 4.500. Nel febbraio 1941 i tedeschi intervengono in nostro aiuto, inviando in Libia 1'Afrika Korps di Rommel. Ai primi di aprile, proprio mentre in AOI cade Addis Abeba, la Wehrmacht raddrizza la situazione anche in Grecia.

Ma è proprio di quegli stessi giorni un'altra bruciante sconfitta italiana. Il 28 marzo '41, nello scontro notturno di Capo Matapan, causato da mancate segnalazioni di Supermarina e dall'imperizia dell'ammiraglio Iachino che manda in soccorso di una nave immobilizzata l'intera 1 divisione di incrociatori, sono colpiti e colano a picco gli incrociatori Pola, Fiume e Zara, funesto presagio per il destino delle città di cui portavano il nome.

Perdono la vita 2.303 marinai. Iachino viene inspiegabilmente lasciato al comando della squadra.

La botta di Matapan lascia il segno: quando i tedeschi, nel maggio, alla fine delle operazioni nella Grecia continentale, decidono di occupare l'isola di Creta, la marina italiana è come non esistesse, non dà nessun contributo. 1 convogli di truppe italiane e tedesche destinati ad appoggiare con uno sbarco dal mare l'aviolancio tedesco sull'isola sono una cosa patetica. Decine di imbarcazioni di fortuna e di pescherecci sovraccarichi di soldati viaggiano verso l'isola ad andatura turistica, con l'unica scorta di una torpediniera italiana. Attaccati dal nemico, cui è stato abbandonato senza contrasto il dominio del mare, i trasporti sono costretti a disperdersi e a fuggire in disordine riparando nei porti dai quali si erano mossi. Le sconfitte e l'umiliazione dell'intervento tedesco avrebbero dovuto scuotere Mussolini e il regime. Occorreva reagire, rimuovere i responsabili e processarli per dare un esempio. Era il momento di mettere alla frusta i generali, il partito e il fronte interno. Andava posto rimedio agli errori, doveva essere razionalizzata la produzione bellica. Il popolo doveva essere chiamato alla guerra totale. Nulla di ciò fu fatto. E non si fece nulla anche se gli errori commessi erano così palesi che non doveva essere difficile capire come porvi rimedio. Non potevano esserci dubbi sulle priorità strategiche: andava occupata tutta la costa nordafricana dal confine tra Libia ed Egitto, fino a quello turco. Per poterlo fare occorreva però rafforzare adeguatamente l'armata d'Africa trasportando oltremare, senza perdite, i mezzi bellici e logistici necessari.

La chiave dell'operazione stava dunque nel vincere la battaglia per i convogli. Sigillando con campi minati il Canale di Sicilia da Marsala a Capo Bon, il Mediterraneo sarebbe stato spaccato in due, impedendo il passaggio tra quello occidentale e quello orientale alle squadre inglesi di Alessandria e di Gibilterra, che sarebbero state così private di ogni possibilità di manovra combinata. Ciò avrebbe reso più semplice anche l'occupazione di Malta. A questo punto sarebbe stata attuabile l'offensiva terrestre finale cui avrebbero potuto partecipare senza grossi rischi anche le grandi navi da battaglia, navi che erano in grado di far piovere le loro salve d'artiglieria a lunga gittata, fino a 40 chilometri nell'entroterra. Per questa battaglia occorrevano però armi, mezzi blindati e corazzati, artiglieria tanto anticarro che contraerea. Andava quindi aumentata la produzione. Per capire quanto ciò fosse necessario basti pensare che l'industria italiana non riusciva allora a consegnare più di 30 aerei e 30 carri armati ogni mese. E la qualità degli armamenti era quanto di peggio si potesse immaginare. Si producevano ancora biplani e i ridicoli carri armati da 6 tonnellate.

Le autoblindo per il deserto erano senza bussola e i motori per gli aerei privi di filtri per la sabbia. C'erano carri armati senza apparecchiatura radio e addirittura con la messa in moto manuale esterna.

Queste esigenze di irrobustimento, di razionalizzazione e di modernizzazione si scontravano con uno stato maggiore legato ad una visione della guerra ottocentesca, incentrata ancora sui fucili, sulle baionette e sui muli. Gente che non capiva la necessità di sfoltire e ringiovanire i quadri (c'era un generale ogni 350 uomini) o di eliminare le «specialità» e gli enti inutili. Basti pensare che, mentre gli altri eserciti ragionavano in termini di divisioni corazzate, in Italia esisteva ed era funzionante a Pinerolo, la scuola di cavalleria, un vero fossile dell'arte militare che teneva impegnati senza costrutto 3.650 uomini tra ufficiali e soldati. Anche la prova fornita dagli alti gradi era stata poco buona. La responsabilità della scelta di questi ufficiali era stata senza dubbio di Mussolini, il quale, in campo militare, non aveva purtroppo né una preparazione professionale, né un genio naturale. E tuttavia, oltre ad avere saldamente in pugno la struttura del comando supremo, era anche titolare dei tre ministeri militari, guerra, marina, aeronautica. Questa tendenza ad accentrare tutto, troppo, nelle sue mani, era generata più che dalla presunzione, dal timore di non riuscire a controllare tutte le sfaccettature di un regime nel quale convivevano una monarchia massonica e grandi interessi capitalistici. Forze tutte che avevano impedito l'affermarsi di una vera rivoluzione fascista.

Con la guerra questa situazione negativa non poteva che aggravarsi. Mancavano d'altra parte nei vertici delle forze armate uomini validi tra i quali scegliere: non erano stati costruiti o non erano riusciti a farsi luce. Ed ecco che a Badoglio subentra nell'esercito il generale Cavallerot (13), un burocrate chiacchierato e legato all'industria degli armamenti, mentre in marina a Cavagnari succede l'ammiraglio Riccardi, un carneade, il cui unico merito pare fosse quello di essere amico di famiglia dei Petacci. Questi alti ufficiali resteranno ai vertici fino a quando - di male in peggio - verrà il momento del generale Ambrosio e dell'ammiraglio De Courten.

Quanto alla questione degli armamenti la situazione era talmente incancrenita che per modificarla ci sarebbe voluta una rivoluzione che ribaltasse una prassi consolidata fin dai tempi del primo conflitto mondiale e ripulisse le nicchie di affarismo che la pubblica amministrazione, gli alti gradi militari e la grande industria si erano ritagliati sulle spalle della nazione. Sta di fatto che i «cartelli» più forti si spartivano le commesse, badando solo ai propri profitti. Una volta ottenuti gli appalti, questi dovevano restare un'esclusiva, e le relative catene di produzione, ad esempio quella dei carri armati, non dovevano subire modifiche, perché ne sarebbero nati ritocchi agli impianti, con la conseguenza di appesantire i costi. 1 biplani col carrello fisso e l'abitacolo scoperto, e i carri armati leggeri, un vero sfacelo per le scarse doti di maneggevolezza, corazzatura, armamento, al fronte non servivano più, ma nessuno al momento buono ebbe il coraggio di depennarli dalla produzione. Per i motori degli aerei si sarebbe potuto fabbricarli su licenza tedesca; quelli di produzione nazionale però, anche se decisamente peggiori, costavano meno e consentivano quindi guadagni più alti. Patetica insomma, in confronto a quella in possesso del nemico, la nostra dotazione bellica. Ma non ci si venga a dire che l'Italia era solo una piccola potenza e poteva quindi permettersi solo piccoli carri armati. L'Italia era sì una piccola potenza, ma come aveva prodotto grandi navi da battaglia, così poteva produrre grandi carri armati, simili a quelli dell'avversario. Non mancavano né la materia prima, l'acciaio, né la tecnologia.

L'Italia era già allora tra le nazioni più sviluppate del mondo, ricca di brevetti, e di record ottenuti col loro sfruttamento. Né mancavano, infine, le industrie in grado di lavorare in modo efficace. Molte di esse però restavano senza appalti, a volte addirittura senza lavoro. Il grosso delle commesse finiva, come sempre, alla Fiat o all'Ansaldo.

Nei mesi che seguono, dunque, nulla cambia e proseguono purtroppo anche le divaricazioni e i distinguo nei confronti dell'alleato tedesco. Sia per quanto riguarda la conduzione delle operazioni militari (non verrà mai creata una regolare struttura di collegamento fra il comando supremo italiano e 1'OKW) sia per la politica da adottare nei vasti territori occupati dall'Asse in Francia, in Grecia, e nei Balcani. E la frizione tra italiani e tedeschi era talmente di dominio pubblico che migliaia di ebrei si spostano dalle zone controllate dalla Whermacht e si rifugiano in quelle sotto amministrazione italiana. Qui sono accolti e assistiti da organizzazioni ebraiche che agiscono coll'espresso consenso dei governo italiano, il quale si prende poi anche la briga di avviarli verso i paesi neutrali.

Va precisato che la non collaborazione coll'alleato da parte dei comandi italiani non può essere considerata sporadica iniziativa di singoli responsabili locali, fu invece prassi generale, incoraggiata da Roma e dotata dunque di copertura ai massimi livelli. Possibile - come sostiene chi, nell'attuale atmosfera giudaizzante, si propone di nobilitare la figura di Mussolini - che costui avesse additato al popolo italiano gli ebrei come gruppo ostile e avesse varato una legislazione razziale tanto complessa e gravida di conseguenze senza neppure averci creduto?

Enormi ad ogni modo le conseguenze derivate dall'incapacità del Duce di cogliere la centralità storica del momento e di valutare l'impatto su di esso delle proprie azioni/omissioni. E di non aver capito che il tempo giocava a favore del nemico. Non vi è traccia purtroppo, nel corso della guerra, di uno sforzo per porre rimedio allo stridente contrasto tra Germania nazionalsocialista e Italia fascista sia in materia di efficienza bellica, sia di adesione popolare alle motivazioni ideali del conflitto.

L'Uomo, non aveva evidentemente compreso la gravità della situazione che si stava determinando. Stupisce non giudicasse definitivamente chiuso il tempo delle ripicche e delle furbizie di piccolo cabotaggio. Pare impossibile non riuscisse a prefigurarsi le tragiche conseguenze della sconfitta militare tanto per l'Europa che per il fascismo. Solo oggi la storiografia riesce a definire con precisione i contorni degli eventi e l'influenza che su di essi ha avuto il drammatico, prolungato blackout mussoliniano. Un esempio tra i molti. Nell'ottobre del 1940, dopo il fallimento dell'offensiva aerea sull'Inghilterra, Hitler è costretto a rinunciare all'invasione e a ripensare l'intera strategia bellica.

Poiché gli Stati Uniti sono di fatto schierati contro il Reich e cercano di continuo il casus belli per intervenire direttamente nel conflitto, occorre creare le condizioni per assicurare un'efficace difesa dell'Europa contro il ritorno offensivo degli Atlantici previsto per il 1942.

La scelta già adottata da Napoleone contro gli inglesi si ripropone. La chiave di tutto è la Russia. Occorre eliminare con urgenza il pericolo di venir colti alle spalle dall'Armata Rossa. Una rapida campagna contro l'Unione Sovietica assicurerà spazio vitale e materie prime. La fortezza Europa, allargata ad Est, può diventare una potenza davvero mondiale, estesa territorialmente, dotata di una popolazione numerosa, autosufficiente per quel che riguarda l'energia. Questa nuova Europa può consentire il realizzarsi di quelle ambizioni proibite per la sua stessa natura alla piccola Germania. Il disegno geostrategico del Führer marcia di pari passo coi suoi obiettivi politici.

A Mosca il nazionalsocialismo può colpire al cuore l'avversario di sempre, il giudeobolscevismo.

Decisa per l'estate del '41 la campagna all'Est, l'operazione Barbarossa, Hitler vuole assicurarsi tranquillità nel teatro di operazioni del Mediterraneo, un teatro che considera al momento secondario. Fa conto di poterlo ripulire dalla presenza inglese ultimata la campagna di Russia. Non è neppure da escludere, per allora, in armonia con la nota visione geopolitica di Hitler, un estremo invito alla pace rivolto a Londra. Nel progetto di congelare militarmente la situazione mediterranea e di consolidarla politicamente, rientrano, nell'ottobre '40, due importanti colloqui politici.

A Montoire, Hitler incontra Pétain e il suo primo ministro Laval.

I due hanno apprezzato la moderazione tedesca dopo l'armistizio dell'estate e stanno conducendo con sincerità la Francia nel nuovo ordine europeo.

Ma è dell'incontro del 23 ottobre con Franco a Hendaye, nei Pirenei, che ci vogliamo occupare più a fondo. Sino ai nostri giorni una storiografia di maniera, tesa a demonizzare la Germania, ha sempre sostenuto la tesi che Hitler si proponesse in quell'occasione di coinvolgere la Spagna nel conflitto. Questa versione, costruita a posteriori da parte occidentale per giustificare nel dopoguerra democratico la sopravvivenza politica del Caudillo, e avallata dal franchismo per poter esaltare la lungimiranza e il coraggio del Generalissimo, che sarebbe stato capace di opporsi alle pressioni belliciste del' Führer, oggi non regge più.

La più recente documentazione la capovolge. Nell'incontro, Franco, giudicando la situazione militare favorevole all'Asse, ebbe a insistere in tutti i modi proprio per partecipare alla guerra. La Spagna avrebbe dato il suo contributo bloccando lo stretto di Gibilterra e mettendo a disposizione delle marine dell'Asse, nel Mediterraneo le Baleari e, per la battaglia dell'Atlantico, basi in Galizia e nelle Canarie.

A Hitler però, al momento, le proposte di Franco non interessavano. Non voleva, fornendogli pretesti, stuzzicare il guerrafondaio Roosevelt, mentre desiderava con tutte le sue forze che, durante la campagna di Russia, nel Mediterraneo tutto filasse liscio, in modo da non essere costretto a disperdere uomini e mezzi in questo scacchiere. Ma a disturbarlo era soprattutto il compenso richiesto dagli spagnoli: dopo aver occupato Tangeri, Madrid voleva mettere le mani sull'impero coloniale francese, in particolare sul Marocco e su alcune zone dell'Algeria. Simili concessioni avrebbero però messo in crisi le relazioni coi francesi; costoro a Parigi trattavano in quei giorni le truppe dell'occupante tedesco come turisti di riguardo, e nell'estate, avevano reagito duramente alle incursioni navali dell'ex alleato britannico a Mers-el-Kebir, e a Dakar.

Con l'operazione Catapult i britannici avevano pianificato la cattura o la distruzione delle navi francesi per evitare che potessero essere utilizzate contro di loro. Il 3 luglio '40 si presenta davanti alla base di Mers-el-Kebir, in Algeria, la squadra di Gibilterra con le navi da battaglia Resolution, Valiant e Hood, appoggiate dalla portaerei Ark Royal.

Dopo una breve battaglia, mentre esplode il Bretagne, la Dunkerque e la Provence sono costrette ad arenarsi. I francesi caduti nello scontro sono 1.300. A Dakar, il miglior ancoraggio dell'Africa Occidentale francese nella penisola di Capo Verde, è silurata la Richelieu. La marina francese è fuori gioco; quel che di essa rimane ancora a galla è disarmato a Tolone sotto controllo tedesco o resta all'ancora ad Alessandria d'Egitto sotto sorveglianza britannica. Rilevanti le ripercussioni politiche di questi fatti. Non solo Vichy rompe i rapporti diplomatici con Londra, ma, da ex nemica, la Francia si mostra pronta ad assumere un ruolo di fattiva e leale collaborazione con la Germania. L'opinione pubblica francese considera ormai l'Inghilterra come causa delle proprie disgrazie. Quando De Gaulle, il 23 settembre con l'appoggio di navi inglesi tenta uno sbarco a Dakar, la marina francese reagisce con decisione e lo mette in fuga.

Il colloquio di Hendaye tra un Franco deciso a seguire l'esempio di Mussolini, pronto cioè a schierarsi col Reich ma troppo avido di bottino, e un Hitler riflessivo e lungimirante, al quale la vittoria sulla Francia non aveva dato alla testa, non poteva dunque chiudersi se non con un nulla di fatto. Dei temi affrontati avrebbero riparlato in seguito la diplomazia e le delegazioni miste incaricate di studiare l'afflusso di armamenti e viveri per la Spagna, nonché un piano militare comune per la conquista di Gibilterra.

Già pochi giorni dopo qualcosa comincia però a non quadrare nel progetto strategico del Führer. Appena sceso dal treno a Firenze, dove giunge il 28 ottobre, Mussolini gli dà notizia dell'attacco italiano alla Grecia. Invece di spedire in Africa gli automezzi e l'artiglieria necessari per cogliere l'unico obiettivo alla portata dell'esercito italiano, il Canale di Suez, il Duce disperde le forze e, sottovalutando l'avversario, prosegue addirittura nella smobilitazione delle divisioni già in corso dall'estate. Il disastroso andamento della campagna costringe alle dimissioni il capo di stato maggiore Badoglio, e neppure il successore, Cavallero, riesce, nonostante i massicci rinforzi ottenuti, a raddrizzare la situazione. Seguono in rapida successione per le armi italiane le altre rovinose vicende di cui già ci siamo occupati, il colpo contro le navi a Taranto, il disastro in Africa Settentrionale, mentre più lontano le forze dell'impero si sciolgono come neve al sole.

L'Asse vacilla. L'entrata in guerra dell'Italia aveva paradossalmente regalato al nemico le sue prime vittorie. E queste erano state per gli inglesi una grande iniezione di ottimismo.

Hitler è costretto a intervenire per salvare la faccia dell'alleato italiano e il prestigio dell'Asse. La Whermacht entra in Grecia dalla Bulgaria, e in Libia è spedito in gran fretta l'Afrika Korps di Rommel. Tuttavia per dare i suoi frutti, l'imprevisto, indesiderato impegno mediterraneo tedesco, come aveva a suo tempo insegnato la spedizione napoleonica in Egitto, esige l'occupazione o quanto meno la neutralizzazione di Malta. A tal fine è trasferito in Sicilia un corpo aereo tedesco. Hitler a questo punto non vuol fare le cose a metà e pensa che la volontà espressa qualche mese prima da Franco di entrare nel conflitto, possa tornare utile. All'ambasciatore tedesco a Madrid, von Stohrer, viene affidato il compito di riallacciare la trattativa col Generalissimo e di concluderla.

Una serie di incontri dimostra ben presto che Franco ha cambiato idea. Dopo aver assistito sbigottito alle disavventure dell'Italia, la sua fiducia nella vittoria dell'Asse si è assai ridotta. È spaventato dal rischio corso pochi mesi prima quando aveva puntato sulla guerra, non gli par vero di essersela cavata senza danni e decide quindi di temporeggiare tenendo il proprio paese lontano da pericolose avventure. L'ultimo tentativo per coinvolgere Franco è fatto, su richiesta del Führer, da Mussolini in persona. L'incontro tra il Duce e il Caudillo ha luogo a Bordighera

il 9 febbraio '41. Ma qualcuno, dall'altra parte, deve esserne stato tempestivamente informato. Ecco infatti che proprio in quelle ore (8.45-9.45), a rovesciare sulla testa di Mussolini un'altra doccia fredda e a documentare a Franco lo sbandamento più totale dell'apparato militare italiano, compare all'improvviso la flotta inglese di Gibilterra che, con due corazzate, un incrociatore, 10 cacciatorpediniere e una portaerei, prende a cannoneggiare Genova e la riviera. Era una splendida giornata di sole, senza nubi e senza vento, eppure le navi nemiche in allontanamento non saranno avvistate né disturbate. E questo nonostante fosse già in mare contemporaneamente e nelle immediate vicinanze, la squadra uscita da La Spezia, al comando dell'esordiente ammiraglio Iachino, con tre corazzate, la Vittorio Veneto, la Giulio Cesare, l'Andrea Doria.

Le frecce nere indicano il movimento della squadra inglese Le frecce bianche quello della squadra italiana Molto probabilmente l'esito del conflitto, anche con la Spagna al nostro fianco, non sarebbe stato diverso, ma i fatti ora riferiti sono emblematici per capire quanto abbiano pesato sulla bilancia della guerra, a sfavore dell'Asse e a favore del nemico, le scelte di Mussolini e dei suoi generali. Torniamo a questo punto alle operazioni militari delle quali già abbiamo esaminato, da una parte la vicenda di El Alamein e le conseguenze della sconfitta africana, dall'altra gli errori che a partire dallo scoppio del conflitto avevano condotto l'Italia a vedere invaso il proprio territorio nazionale. Col nemico in Sicilia, Mussolini si trova al capolinea di una situazione nella quale si era cacciato con le proprie mani e che nulla aveva fatto per risolvere. È ormai distaccato da un potere che dal giorno della dichiarazione di guerra gli era pesato sempre più, senza dargli la minima soddisfazione. Non poteva tuttavia scaricare le colpe della disfatta su nessuno, né sulla scena esisteva chi potesse sollevarlo dalle difficoltà che lui e l'Italia stavano attraversando. Fare in quel momento quel che avrebbe dovuto essere fatto prima, non sarebbe più servito. Trattare coi nemici e con l'alleato l'uscita dalla guerra non poteva essere compito suo.

A toglierlo d'impaccio giunge il colpo di stato del 25 luglio organizzato dalla Real Casa e dai militari con la sciocca complicità degli uomini del Gran Consiglio del Fascismo, i quali pensavano di poter ancora ricoprire nel postfascismo un ruolo politico di rilievo. Mussolini viene arrestato e assiste avvilito al precipitare degli eventi. Non fa neppure caso ai figuri che gli girano attorno. A chi, l'ammiraglio Maugeri, ancora lui, l'ha accompagnato prima a Ponza, poi alla Maddalena. A chi, alla Maddalena lo prende in consegna, l'ammiraglio Brivonesi. Completata l'occupazione della Sicilia, la grande isola che gli dà il controllo del Mediterraneo, il nemico ritiene conclusa un'importante fase della guerra. Si prepara a questo punto a spostare verso Nord il baricentro delle operazioni militari. Non esisteva alcun piano per sbarcare in Italia, né tantomeno più a Est, nei Balcani.

Né vi era alcuna volontà di vincere con rapidità. La guerra doveva durare ancora quel tanto da permettere ai sovietici di arrivare per primi a Budapest, a Vienna, a Praga, a Berlino: solo così sarebbero state poste le premesse per quella durevole spartizione dell'Europa tra americani e russi cui avrebbe posto il sigillo Jalta e la politica dei blocchi, NATO e Patto di Varsavia.

In tale quadro strategico le truppe alleate che avevano preso parte alla campagna di Sicilia sarebbero state trasferite in Inghilterra per lo sbarco in Normandia dell'anno dopo. È solo il cedimento politico, militare e morale dell'Italia a persuadere gli alleati a cambiare il proprio piano e a invadere la penisola. Qualche vantaggio, dopo tutto, ci sarebbe stato.

Il possesso degli aerodromi della Puglia avrebbe permesso di rifornire le bande comuniste di Tito e di raggiungere più facilmente i cieli dei Reich. 1 bombardamenti anglo-americani avrebbero spianato la strada del comunismo verso il cuore dell'Europa. Ecco perché, anche se lo sbarco in Italia non doveva essere un evento risolutivo del conflitto, ma solo un diversivo destinato a tenere impegnate alcune divisioni tedesche, viene presa in considerazione la richiesta del nuovo governo Badoglio per un armistizio.

Da parte italiana, l'armistizio - che fu in realtà una resa incondizionata - era un obiettivo che ancora una volta non poteva essere colto se non alle spalle dell'alleato tedesco e del Patto d'Acciaio che espressamente escludeva una pace separata.

I contatti con gli alleati, che si svolgono prima a Lisbona, poi in Algeria e in Sicilia, vengono affidati a un oscuro generale siciliano, Giuseppe Castellano. Costui, che non parla una parola di inglese, è però accompagnato ed assistito da Franco Montanari, nipote di Badoglio, figlio di un'americana del Vermont e laureato a Harward. Nelle convulse trattative finali per l'armistizio rispunta un altro siciliano, l'ammiraglio Maugeri.

È lui, che al comando della corvetta Ibis, raccoglie davanti alle coste pontine da un'imbarcazione nemica il generale americano Taylor e il colonnello Gardiner. I due plenipotenziari sbarcano a Gaeta fingendosi aviatori ripescati, prigionieri di guerra e vengono accompagnati dal Maugeri a Roma, dove sono attesi da Badoglio e da Carboni. Firmato, anche se non ancora proclamato l'armistizio, gli alleati si muovono per sbarcare a Salerno, il punto più a nord raggiungibile dalla loro scorta aerea. L'8 settembre il ministro della marina De Courten riceve il Feldmaresciallo Kesselring per informarlo di quanto il tedesco già sapeva: un grande convoglio nemico si stava dirigendo per uno sbarco verso il golfo di Salerno.

La flotta italiana sarebbe salpata al completo per contrastare l'invasione nemica. Parlando, il viscido De Courten, racconta Kesselring, aveva le lacrime agli occhi. Sempre il giorno 8 settembre, Vittorio Emanuele III riceve a Roma l'incaricato d'affari tedesco Rudolf Rahnt (14). Il re gli dice: «Riferisca al Ftührer che l'Italia non capitolerà mai. È legata alla Germania per la vita e per la morte».

Il Savoia in quel momento aveva già affidato a mani sicure i gioielli della corona e spedito in Svizzera 40 carri ferroviari con i quadri, i tappeti e gli oggetti di maggior valore. Il 9 settembre, alle prime luci dell'alba, le navi italiane escono da La Spezia e ad esse si unisce la squadra di Genova. La nafta per muoversi è finalmente saltata fuori, ma la flotta non va a Salerno. L'ordine è quello di dirigere su Malta per consegnarsi al nemico.

La formazione è uno spettacolo di forza e di grande bellezza guerriera; il morale degli equipaggi è alto. Nessuno sospetta il tradimento. In testa navigano a cuneo le torpediniere Pegaso, Orsa, Orione, Libra, Impetuoso, Ardimentoso, seguono, su due colonne, gli incrociatori Eugenio di Savoia, Duca d'Aosta, Duca degli Abruzzi, Montecuccoli, Garibaldi, Attilio Regolo. Al centro, tra gli incrociatori, le grandi navi da battaglia, Roma, Vittorio Veneto, Italia. Chiudono, ai fianchi e in coda, i caccia Mitragliere, Fuciliere, Artigliere, Carabiniere, Velite, Legionario, Oriani e Grecale. Da Taranto muovono al comando dell'ammiraglio Da Zara le corazzate Doria e Duilio con gli incrociatori Cadorna e Pompeo, quest'ultimo entrato in servizio da pochi giorni. Con Da Zara, c'è Brivonesi il quale, prima di partire, ha messo agli arresti l'ammiraglio Galati che si era rifiutato di consegnare le navi al nemico.(15)

A Malta giungono in totale 133 navi da guerra italiane, tra cui 5 corazzate, 7 incrociatori, 25 cacciatorpediniere, 23 sommergibili. Nessuno aveva mai fatto di meglio; il nemico le navi non ha dovuto nemmeno venire a prendersele. Gli sono consegnate a domicilio.

Mentre la flotta dirige su Malta, nell'Adriatico si consuma il risvolto più vile della nostra guerra. A Ortona, sulla corvetta Baionetta salgono svelti re, regina e principe ereditario. Badoglio, il capo del governo, che per la paura si era mosso da Roma in borghese, li aveva preceduti a bordo già a Pescara. Sul molo, tra coloro che pensavano di aver diritto a imbarcarsi, scoppia un'indegna gazzarra. Ci sono più di 200 tra generali e alti ufficiali e un codazzo di autisti, attendenti e domestici con borse e valigie. L'esercito è lasciato senza ordini. L'alleato tedesco, che per tutta la guerra era stato tormentato di continuo da richieste di ogni genere, troverà nelle caserme e nei magazzini dell'esercito e della marina, enormi quantitativi di armi, viveri e vestiario; materiali che il sabotaggio e il tradimento avevano lesinato per tutta la guerra ai reparti operanti. Le scorte di materiali siderurgici e dei loro componenti erano addirittura superiori a quelle esistenti all'inizio del conflitto. Nei depositi di La Spezia, a smentire la tesi dell'inattività della squadra dovuta a mancanza di combustibili, furono trovate 60.000 tonnellate di nafta. (16)

Inquadrata nelle sue essenziali linee storiche e politiche la vicenda bellica, in modo da consentire un giudizio non superficiale, passiamo all'attualità. L'Italia resterà per venti mesi tra due fuochi, tra la rabbia dell'alleato tedesco tradito e il disprezzo dei vincitori che non hanno alcun motivo per fidarsi dei «cobelligeranti». Gli alleati spenderanno infatti una parola solamente a favore di chi li stava servendo da più tempo, ossia di quei vertici della gerarchia militare italiana che col loro tradimento avevano influito sulle sorti della guerra. L'impegno anglo-americano nei confronti di questi cialtroni si traduce nell'articolo 16 del Trattato di Pace del 1947. In esso l'Italia è costretta ad assumere l'impegno ufficiale di non processare i traditori: «L'Italia non incriminerà, né molesterà in alcun modo i cittadini italiani - in particolare i componenti delle forze armate -per il solo fatto di avere, nel periodo compreso tra il 10 giugno 1940 e la data di entrata in vigore del presente trattato, espresso simpatia per la causa delle potenze alleate e associate, o aver svolto azioni a favore di questa causa».

Se questo era lo scudo destinato a proteggere quegli ufficiali che avevano pugnalato alla schiena la patria e i loro compagni d'arme, e se l'intera nazione aveva poi seguito questi suoi preveggenti connazionali nel campo dei vincitori, è logico nel dopoguerra mancasse qualsiasi interesse per una seria indagine sulla conduzione della «guerra sbagliata». In quel clima spensierato se la caveranno anche quei grandi industriali che della guerra avevano pesantemente approfittato per arricchirsi. Se chiamati in causa da una commissione d'inchiesta, questi signori, ne siamo sicuri, non avrebbero esitato a nascondere le loro ruberie sotto quella nuova morale che, con la vittoria del nemico, era diventata di moda.

Da parte dei politici democratici componenti dell'immaginaria commissione d'inchiesta, l'accusa di aver contribuito a far perdere la guerra sarebbe stata considerata una benemerenza, e comunque, dal punto di vista giuridico, un agire assimilabile al tradimento, una fattispecie questa già depenalizzata dall'articolo 16 di cui sopra.

A ricordare, sessant'anni dopo, la battaglia di El Alamein, sono convenuti in terra d'Africa reduci e autorità italiani. La patria, che a lungo li aveva ignorati, sentiva il dovere di ringraziare i suoi figli, di stringerli in un abbraccio che spazzasse via ogni polemica del passato. Il tempo trascorso, e un governo diverso, rendevano finalmente possibile la svolta. Nei luoghi stessi dello scontro, gli anziani sopravvissuti avrebbero provato la gioia di veder riconosciuta la loro dedizione alla nazione, apprezzato e onorato il sacrificio delle migliaia di camerati caduti. Ancora una volta però questi combattenti hanno dovuto ricredersi.

Era destino che al di là di un cerimoniale imbellettato, dei discorsi ufficiali e dello sventolio delle bandiere, la loro commozione dovesse avere anche questa volta uno stampo diverso. L'atmosfera di rispetto e di ritrovata concordia non era infatti sincera; non c'era vera gratitudine; c'erano solo forma e apparenza. E a confermare questo giudizio sono puntualmente riecheggiati i distinguo, le spocchiose puntualizzazioni, le esternazioni «bipartisan» dei politicanti. Né poteva essere diversamente. All'appuntamento di El Alamein, a rappresentare l'Italia e a ricordare i caduti di una guerra perduta, c'erano purtroppo coloro che della guerra perduta hanno goduto i frutti.

Coloro cioè che si erano allora riconosciuti nello schieramento avversario e che continuano oggi a ritenerlo quello giusto. È questa - scavando bene nel profondo - la posizione sostanziale di quell'anti-Italia che durante la guerra puntava sull'infausto esito delle operazioni militari per riagguantare il potere politico. È questa la posizione di chi ha accolto a braccia aperte la democrazia imposta dalle baionette straniere e oggi si guarda bene dallo scontentare il vincitore, divenuto nel frattempo il padrone del mondo. Questa gente, nel suo scaltro opportunismo, ha ritenuto anche che i tempi fossero maturi per giocare su due tavoli; vuole allargare il consenso e si permette quindi il bel gesto di perdonare. Ma quei giovani soldati che con i modesti mezzi che la patria gli aveva affidato si erano opposti allo strapotere del nemico e avevano pagato con la propria vita, non hanno proprio nulla da farsi perdonare. Essi erano ragazzi leali e puliti che da ogni categoria sociale e da ogni paese d'Italia avevano semplicemente obbedito a un costume per cui, chi è maschio, sa fin da bambino che gli toccherà un giorno di indossare una divisa e di rischiare la pelle per quella famiglia più vasta che è la nazione. Quelli che hanno qualcosa da farsi perdonare sono semmai i politicanti democratici.

Chi della sconfitta della sua nazione in guerra ha fatto il proprio sgabello, chi era amico dei nemici e dalla loro vittoria ha tratto vantaggio. Una scelta inaccettabile, perché anche chi non era d'accordo col regime fascista allora alla guida del paese, aveva il dovere quantomeno di non sabotare la guerra, di rispettare i propri connazionali che al fronte non facevano politica ma soffrivano e versavano il loro sangue. I conti e gli eventuali processi si sarebbero potuti fare dopo, a guerra finita. Anche perché, ci pare lapalissiano, per ogni nazione la guerra è sempre meglio vincerla che perderla. E invece gli antifasciasti, equamente divisi tra destra e sinistra, tra liberaldemocratici filoamericani e comunisti filosovietici, avevano puntato sul tanto peggio tanto meglio, volevano incassare subito le loro cambiali, infischiandosene che a pagarle fosse il popolo italiano.

La collaborazione col nemico, il quale da allora continua ad occupare militarmente, economicamente, politicamente e culturalmente il nostro paese, e per la gestione dei propri interessi economici e militari ancora si serve di loro, è rimasta la sola legittimazione vantata dai «quaquaraquà» della democrazia antifascista. Non c'è da stupirsi se affondando le proprie radici etiche nel tradimento, nella resistenza e nel terrorismo, in sostanza nell'apologia della sconfitta, il caotico regime consociativo oggi imperante abbia perso senza la minima vergogna ogni residuo di sovranità a favore dei poteri forti sovrannazionali, versione aggiornata dei nostri vecchi nemici. Ed ecco una nazione totalmente priva di spina dorsale politica rassegnarsi a essere, di fatto, spartita tra bande di corruttori e corrotti, costretti a loro volta a dividere il bottino con una sempre più sfrontata malavita organizzata.

Timorosi che un'adesione piena allo spirito della cerimonia, quale almeno era stato reclamizzato, potesse essere interpretata in «alto» come una ritrattazione, un ripensamento e che ciò risultasse nocivo alla carriera, gli scaltri politici hanno pensato di cavarsela puntualizzando che la loro presenza non aveva nulla a che fare con gli ideali dei soldati che erano caduti in quella «guerra sbagliata».

I morti sul campo, quelli che avevano lasciato la loro giovinezza nel deserto per difendere l'onore della loro divisa e gli interessi dell'Italia, sarebbero ripiombati a questo punto nel ruolo loro assegnato dal dopoguerra in poi, quello di poveri ragazzi «sfigati», privati da un destino beffardo dei benefici che la vittoria del nemico garantisce a tutti noi. Grazie all'uscita sulla «guerra sbagliata» del superatlantico ministro della difesa Antonio Martino, le parole del Capo dello Stato Ciampi tornavano ad essere un generico atto di pietà; lecitamente praticabile perché politicamente innocuo. Nessuna svolta quindi. La solita presa in giro messa in scena da chi delle capriole verbali ha fatto un mestiere.

Siamo sicuri tra l'altro che parlando di «guerra sbagliata» nessuno dei politici volesse davvero uscire dal senso unico del democraticamente corretto, né tantomeno approfondire una tematica che a distanza di tanti anni resta ancora di palpitante interesse. Quanto abbiamo fin qui scritto, dimostra che la guerra fatta dall'Italia dal '40 al '43 fu iniziata e condotta male, finì in una sconfitta disonorevole e fu dunque al di là di ogni dubbio sbagliata. Nessuno dei politici che hanno parlato però di «guerra sbagliata» aveva la minima intenzione di condividere questo genere di critiche. Neppure di avvicinarvisi. Per loro la guerra non fu sbagliata perché ci si comportò in modo equivoco nei confronti dell'alleato, non fu sbagliata perché condotta senza convinzione e senza una linea strategica, non fu sbagliata perché non si fece lo sforzo di vincerla impiegando al momento giusto quei mezzi che c'erano.

Per loro la guerra non fu sbagliata perché fu persa, ma fu sbagliata unicamente perché fu combattuta - bene o male a loro non interessa - a fianco della Germania e cioè contro i loro amici di ieri e di oggi. Nessuna disponibilità quindi a prendere in considerazione le ragioni di chi non la pensa come loro: gli sconfitti non possono essere rivalutati e sono anzi destinati a restare per l'eternità dalla parte del torto.

Guai insomma se la guerra fosse stata condotta bene, perché allora la vittoria delle nostre armi avrebbe dato all'Europa e alla storia del mondo uno sbocco diverso, uno sbocco che la cultura oggi dominante non ha dubbi nel definire catastrofico. Tant'è che i vertici istituzionali si ostinano a ringraziare gli ex nemici, in particolare gli americani, per averci salvato, per avere di fatto impedito la nascita di un'Europa autonoma, davvero in mano agli europei.

Ma la guerra che noi abbiamo perso e che i nemici dell'Europa hanno vinto ha forse dimostrato che il progetto dei vincitori era produttivo di buoni frutti? Quali sono stati, a breve e a lunga scadenza, gli effetti della guerra preventiva scatenata dall'Occidente contro la Germania?

La giustizia tra i popoli non è certo aumentata. Nessuna valida innovazione politico-istituzionale è sopraggiunta per i popoli del pianeta nel dopoguerra. Gli altisonanti proclami, le promesse di libertà della Carta Atlantica sono rimasti lettera morta. Nulla è intervenuto ad avviare un riequilibrio tra le ricchezze, lo spreco, il dissennato consumo delle risorse naturali delle nazioni più avanzate e la povertà, la fame, di quelle meno sviluppate.

Queste ultime, all'insegna del mito della libera concorrenza, hanno dovuto anzi piegarsi a un'ineguale competizione sui mercati mondiali, penalizzate da popolazioni in rapida crescita, dall'arretratezza industriale e infrastrutturale, dai debiti che sono state costrette a contrarre nel folle tentativo di raggiungere il livelli dei più forti concorrenti.

Si finge di non afferrare una verità assai semplice: nessun progresso sarà possibile alle nazioni «in via di sviluppo» fino a quando esse saranno guidate da dirigenze corrotte incaricate di affiancare localmente la strategia della plutocrazia internazionale. Dirigenze a sovranità limitata controllate dai signori dell'usura, e taglieggiate senza pietà dai mercanti d'armi e dalle multinazionali del petrolio.

L'esistenza di un sempre maggior numero di enti sovrannazionali creati dagli USA, i quali impongono attraverso questa burocrazia regole a loro convenienti, è un'ulteriore conferma della guerra condotta dal mondialismo contro i diritti dei popoli e la giustizia sociale. Le guerre si sono moltiplicate.

Un intero continente, l'Africa, è oggi in una situazione tanto disastrosa che si discute seriamente se sia il caso di intervenire ulteriormente o piuttosto non sia più opportuno abbandonarlo al suo infausto destino. L'era del colonialismo europeo, rapportata all'attualità, sembra quella mitica dell'oro. L'impero ex-sovietico è passato in pochi anni dalla schiavitù comunista all'anarchia ed è ora controllato da una momentanea alleanza stretta tra la nomenclatura ex comunista, la mafia russo-caucasica e il grande capitale internazionale. Il Sudamerica soffre ogni giorno di più sotto il tallone dell'imperialismo economico yankee. L'Europa è rimasta per decenni divisa. La Cortina di Ferro e il Muro di Berlino sono realtà recenti che tutti ricordano. All'attualità appartengono l'appoggio USA al terrorismo ebraico in Palestina e a quello albanese contro la Serbia. Si moltiplicano e si allargano a macchia d'olio anche l'intolleranza razziale e il fenomeno correlato della pulizia etnica. Quest'ultimo ha le sue radici storiche nelle persecuzioni scatenate dai vincitori dopo la loro vittoria militare sull'Asse, nella Germania orientale, in Istria e in Dalmazia e dai sionisti in Palestina. È dei nostri giorni il progressivo deteriorarsi della situazione nel Vicino e nel Medio Oriente, ma dal dopoguerra in poi, non vi è stato anno in cui nel mondo non si siano scatenati massacri. Basti pensare al Vietnam, alla guerra Iraq-Iran, alla Cambogia, ai conflitti civili di paesi ormai invivibili come la Somalia, l'Etiopia, il Sudan, il Sudafrica, l'Algeria o la Colombia. Il peso dei popoli nel governo dei loro paesi è in progressiva diminuzione.

Ovunque la minoranza giudaica spadroneggia, dominando interi settori della vita sociale, dall'economia allo spettacolo, dall'editoria all'informazione e pesando in modo determinante sulla politica estera dei governi, spinti con la minaccia delle bombe e dei banchieri ad appiattirsi sulle posizioni di USA e di Israele. La promiscuità razziale viene in tale quadro incoraggiata da stampa, cinema, educatori laici e religiosi, nelle scuole e nelle chiese. L'imbastardimento dei popoli, da ottenersi direttamente o attraverso le adozioni internazionali, è salutato come una conquista. Di pari passo viene favorita l'immigrazione e, attraverso l'accoglienza e l'integrazione, l'avvento della società multirazziale. Ne discendono la cancellazione progressiva delle peculiarità etniche e culturali dei popoli, sia di quelli che vedono i loro giovani emigrare, sia di quelli che li vedono affluire in casa loro.

Il degrado del costume ha assunto un ritmo accelerato. La democrazia liberal-capitalista è da sempre portatrice di una visione del mondo nella quale risulta fisiologico l'individualismo più sfrenato. Non vi è più ostacolo all'imporsi dei diritti del singolo, sempre destinati a prevalere sull'interesse della collettività. La scienza e la medicina sono scivolate al servizio delle più demenziali, egoistiche tendenze. Il legislatore è costretto a prenderne atto e si limita a codificarle. Ed ecco la mostruosità dei trapianti d'organo, i cambiamenti di sesso, le inseminazioni di ogni genere, la tutela della privacy accordata a portatori di pericolose malattie contagiose. Ciò mentre è condannato, e quindi assolutamente escluso, qualsiasi provvedimento di tipo eugenetico.

È la conferma che la democrazia rifiuta di preoccuparsi delle generazioni future; la gioventù è lasciata libera di suicidarsi con la droga e di instupidirsi nelle discoteche, le donne sono spinte a «realizzarsi» nella carriera e a trascurare la famiglia. I modelli culturali da imitare sono il matrimonio tra omosessuali, il piercing, le mise dei travestiti, le acconciature etniche. Se i mali che abbiamo sott'occhio, e cioè lo strapotere americano, l'annullamento delle sovranità nazionali, il trionfo del criterio dei due pesi e delle due misure a favore del «popolo eletto», l'asservimento delle nazioni a un'irreversibile omologazione politica e culturale, sono il risultato della «guerra giusta», dobbiamo forse pensare che il controllo della situazione sia sfuggito di mano ai vincitori?

Che essi non desiderassero i risultati che oggi constatiamo?

Ma erano realizzabili e sinceri gli scopi dichiarati dai vincitori all'inizio del conflitto? Esaminiamoli uno per uno.

La Polonia non fu salvata e non poteva esserlo per evidenti ragioni geografiche. La garanzia concessa dagli occidentali fu infatti operante solo nei confronti della Germania.

L'Unione Sovietica ebbe in quegli anni dalle democrazie carta bianca per invadere, non solo la Polonia, ma anche altre nazioni neutrali, con le quali aveva firmato specifici patti di non aggressione: Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia e, sul finire del conflitto, Bulgaria e Giappone. La Polonia, spinta alla guerra dagli anglo-americani, non ebbe a subire solo le conseguenze del conflitto che la vide sconvolta a più riprese; essa scontò anche la sua debole compattezza etnica e visse per questo sul suo territorio una vera e propria guerra civile. In Polonia, così come nei vicini Paesi Baltici, viveva infatti la più numerosa minoranza ebraica d'Europa, una minoranza il cui comportamento contribuì in maniera determinante alle disgraziate vicende di quegli anni. Quando le truppe sovietiche invasero il 17 settembre 1939 la parte orientale della Polonia, e nel giugno 1940 gli Stati Baltici, scattò in quei territori un'orgia di arresti, torture e deportazioni a danno degli anticomunisti, dei nazionalisti, del clero e più in generale, dei nemici di classe. Con l'Armata Rossa, in questa occasione, collaborarono entusiasticamente i comunisti locali, in maggioranza ebrei.

Con l'attacco tedesco all'URSS del giugno 1941 e l'arrivo delle truppe tedesche salutate come liberatrici, i sopravvissuti e i parenti delle vittime dell'occupazione sovietica, ebbero il destro di vendicarsi. Decine di migliaia di ebrei furono massacrati dai loro compatrioti, senza bisogno di alcun incoraggiamento esterno. Ma non era ancora finita; con la vittoria della coalizione tra democrazia e comunismo, sul finire della guerra, ci fu un altro rovesciamento di fronte: seguirono altri morti, altre deportazioni. Il paese fu insomma devastato, ebbe milioni di morti e cadde sotto la feroce dominazione sovietica destinata a durare cinquant'anni. Questo fu il risultato della guerra scatenata da inglesi e francesi contro la Germania, una guerra che costò 50 milioni di morti.

Si tratta di un'affermazione insostenibile visto che la Russia comunista, quella dei Soviet, dei processi farsa, dei campi di lavoro forzato, dello sterminio dei prigionieri politici e di guerra fu, nel conflitto, dalla stessa parte degli anglo-americani. Né l'idillio tra democrazie occidentali e Unione Sovietica cessò con la fine della guerra; la coalizione resse nonostante i massacri e gli stupri perpetrati dall'Armata Rossa, a danno della popolazione civile dell'Europa liberata. La superpotenza comunista prese parte - tra i giudici - al processo di Norimberga e fu premiata con la consegna della metà orientale del continente europeo. Ma il comunismo, in funzione antieuropea, fu aiutato dagli americani a sopravvivere anche nei successivi decenni, attraverso finanziamenti, rifornimenti di viveri e assistenza tecnologica. E ciò a dispetto del Muro di Berlino e dei fatti seguiti alla rivolta d'Ungheria.

Qui si cade semplicemente nel ridicolo. Come potevano avere questo obiettivo le potenze in lotta contro la Germania, quando il loro dominio coloniale si basava proprio sulla negazione dei diritti politici e civili ai popoli dei paesi occupati? Come potevano in particolare essere sinceri nella loro presa di posizione antirazzista gli inglesi che attraverso il colonialismo sionista stavano snaturando etnicamente la Palestina? E che in India durante la guerra (1942) lasciarono morire di fame oltre due milioni di persone?

Come potevano sbandierare questo argomento proprio gli Stati Uniti che non ebbero esitazioni a chiudere nei campi di concentramento quei loro connazionali che avevano l'unica colpa di appartenere alla razza giapponese? Quando nelle loro forze armate vigeva la più totale discriminazione basata sul colore della pelle? Ci pare qui il caso di ricordare che i militari negri erano allora tenuti separati da quelli bianchi e prestavano servizio in reparti speciali, ovviamente al comando di ufficiali bianchi, visto che nessun negro poteva frequentare le accademie necessarie per raggiungere il grado di ufficiale. Questo stato di cose cessò solo nel 1948 sotto la presidenza Truman, ma va detto che per le scuole, la discriminazione razziale sarebbe durata altri vent'anni, e, in pratica, la sua eliminazione fu solo formale. In fatto di libertà e diritti umani ne risulta, a carico degli Stati Uniti, un giudizio di pesante incoerenza. Come si può decidere che nel proprio paese bianchi e negri debbano frequentare scuole diverse e pretendere che, in casa altrui, in Germania, i bambini tedeschi debbano sedere fianco a fianco, nelle stesse aule con quelli ebrei? Si deve considerare razzista solo chi non vuole mischiarsi con gli ebrei e non chi ce l'ha con i negri? Né è possibile dimenticare che con la stessa impostazione razzista, il colonialismo occidentale, liberatosi dal disturbo delle operazioni militari contro il Tripartito, tornò dopo il 1945 a rioccupare quei paesi dell'Asia e dell'Africa che riteneva cosa sua. Per anni, nel dopoguerra, Indocina, Indie olandesi, Filippine e Malacca furono

insanguinate dalla repressione contro le forze nazionaliste che, con l'incoraggiamento della presenza nipponica, avevano proclamato l'indipendenza.

- Mettere freno all'espansionismo tedesco.

Assistendo in questi mesi alla grossolana, arrogante campagna di accuse che ha preceduto l'aggressione anglo-sionista contro l'Iraq, è facile capire come la stessa malafede e lo stesso strapotere mediatico fossero a suo tempo riusciti a ipnotizzare l'opinione pubblica occidentale, convincendola che la Germania era un pericolo mortale. Si parlava - e si continua a farlo seriamente anche oggi - di piani di dominio mondiale del Reich. Sui giornali americani si descriveva il progetto di invasione nazista. La Wehrmacht sarebbe piombata sugli USA da Nord via Islanda-Groenlandia-Canada, ma le forze tedesche sarebbero arrivate anche da Sud, via Brasile-Messico. Si dimenticava, e si dimentica, che la Germania non era una grande potenza; aveva un territorio di dimensioni neppure lontanamente paragonabili a quello dei suoi avversari, una popolazione di poche decine di milioni di abitanti, un esercito, una marina e un'aviazione adatti unicamente a iniziative belliche locali e di durata limitata. Un numero di carri armati inferiore a quello della sola Francia, di aerei inferiore a quello della sola Inghilterra.

I nemici del Reich, quelli che urlavano «al lupo», dominavano il globo e i suoi mari, possedevano enormi ricchezze, materie prime e petrolio in abbondanza. Avevano armi in quantità, e pretendevano, come fanno oggi gli USA, di essere i soli a poterne disporre. Ma i nemici dei Reich erano soprattutto dotati di un apparato industriale in grado di costruire mezzi di distruzione di massa a volontà e di sostenere questo sforzo per anni e anni.

In tale contesto, noto a Hitler, alla diplomazia del Reich e al suo stato maggiore, nessuna intenzione aggressiva verso l'Occidente avrebbe potuto nutrire la Germania. Erano i suoi avversari che potevano decidere quando e come muovere all'attacco. La guerra preventiva fu dunque la risposta degli Atlantici al dinamismo politico ed economico della nuova Europa. Questa non era ancora in grado di competere con la plutocrazia mondiale, ma risultava già agli occhi del mondo un modello di conduzione politica alternativa al liberal-capitalismo. Un modello che poteva sottrarre i popoli al condizionamento demogiudaico, assicurando al contempo, attraverso le strutture del partito unico e la mobilitazione delle masse, piena partecipazione popolare alla gestione della cosa pubblica.

Era la dimostrazione che il fascismo era capace di portare nella vita politica criteri nuovi di libertà, di pluralismo e di socialità, quegli stessi criteri di ordine, gerarchia, e responsabilità personale che la democrazia negava confinandone incoerentemente la validità nel campo dell'economia.

Mentre nel giudizio dei più attenti i regimi fascisti acquisivano, in Europa e nel mondo, crescenti simpatie, le democrazie erano in calo di consenso, temevano per i loro imperi e vedevano in pericolo i loro secolari privilegi. Non restava altro, finché la situazione era a loro favore, e finché c'era il tempo per farlo, che ricorrere all'uso della forza. Ed ecco che, mentre gli stati totalitari si muovono per conquistarsi il loro spazio vitale, attenti a non pestare più di tanto i piedi a quelli che già allora si atteggiavano a gendarmi del mondo, scatta dalle grandi potenze una serie di sanzioni, blocchi economici, diffide. L'Italia non deve allargarsi in Africa e nel Mediterraneo; la Germania non è libera di riunire sotto la propria bandiera tutte le genti di lingua tedesca e, in tale quadro, di imporre le sue richieste alla Polonia; al Giappone viene ingiunto di ritirarsi dalle posizioni occupate nei pressi di casa sua, nei mari vicini alla madrepatria. E sono proprio le arroganti minacce delle democrazie, lo strangolamento economico, il blocco delle importazioni e delle esportazioni, a scatenare il conflitto.

Degni di nota, in tale di quadro di ultimatum e di minacce, sono la denuncia da parte degli Stati Uniti il 26 luglio '39 del trattato commerciale col Giappone, ma soprattutto la nota del 21 giugno '41 con la quale gli USA chiedono ai nipponici il ritiro completo dalla Cina, una vera capitolazione, e il banditesco sequestro dei beni giapponesi negli Stati Uniti, ordinato il 26 luglio '41 da Roosevelt.

Né contro il bellicismo e le menzogne delle democrazie - «Hitler mente, Hitler vuole conquistare il mondo» - potevano essere portati argomenti e assicurazioni. Nulla contava che da parte tedesca, e ripetutamente, venisse esternata l'assoluta assenza di pretese contro la Francia, l'Inghilterra e contro i loro imperi.

L'estendersi del conflitto negli anni successivi al '39, quando decine saranno le nazioni coinvolte, porta a dare minor visibilità alle fasi iniziali della guerra.

Un giudizio storico serio non può tuttavia trascurare quei documenti ufficiali dai quali emerge chiara la volontà da parte tedesca di giungere a un accordo capace di evitare la tragedia di una guerra davvero generalizzata. Documenti che l'Occidente lascia oggi fuori dai libri di storia, così come allora li lasciò senza risposta, per proseguire invece in una fanatica campagna di incitamento all'odio che si prefiggeva la resa incondizionata dell'Europa e la debellatio della Germania. Il primo di questi documenti è di particolare interesse, in quanto si tratta di un comunicato congiunto tedesco-sovietico emesso a fine settembre '39, alla cessazione delle ostilità con la Polonia. Il giudizio in esso contenuto non può quindi essere sbrigativamente considerato come un'autoassoluzione da parte nazionalsocialista.

Nel documento, l'accusa contro i guerrafondai democratici è infatti controfirmata dall'Unione Sovietica, che sarà l'alleato principale degli occidentali, e per essa da Molotov, allora ministro degli esteri di Stalin.

Ecco il testo della dichiarazione: «Terminata la campagna di Polonia, resa necessaria dagli errori del precedente trattato di pace e dalla garanzia franco-inglese che aveva spinto i polacchi a rifiutare ogni trattativa, appare evidente che non esiste alcun motivo valido per proseguire nel conflitto, finora solo dichiarato e, qualora malauguratamente questo dovesse invece effettivamente passare alla fase guerreggiata, la responsabilità del conflitto mondiale che ne seguirebbe, toccherà interamente a Francia e Inghilterra».

Di lì a pochi giorni, il 6 ottobre '39, il Führer si rivolge direttamente a Inghilterra e Francia. È una vera offensiva di pace. «Sarebbe pazzia distruggere milioni di vite umane e centinaia di miliardi di beni per ristabilire lo Stato polacco che già, fin dalla sua origine, fu definito da tutti i non polacchi un aborto politico. Quale altro motivo c'è per continuare a battersi? Ha avanzato forse la Germania verso l'Inghilterra una qualche pretesa che minacci l'impero britannico o che ponga in pericolo la sua esistenza? No, la Germania non ha formulato pretese del genere né contro la Francia né contro l'Inghilterra. Se la guerra dovesse avere inizio, i patrimoni nazionali dell'Europa saranno dissipati in munizioni, mentre i popoli si dissangueranno sui campi di battaglia.

La Germania è pronta a discutere la pace e non ha paura di essere tacciata di viltà nel dichiararlo. Prendano ora la parola quei popoli e i loro capi che sono del mio stesso parere. Respingano la mia mano coloro i quali credono di vedere nella guerra la soluzione migliore».

Nessuna risposta ebbero questi appelli da parte delle democrazie, così come non vi sarà risposta all'analogo tentativo esperito, nell'estate 1940, alla fine delle operazioni sul fronte occidentale. Estromessa la Francia dal conflitto, il 19 luglio del '40, Hitler offre nuovamente e solennemente la pace all'Inghilterra. Ma Churchill, cui un Roosevelt neutrale aveva appena dato la garanzia di un appoggio senza limiti, respinge anche quest'ultimo invito. Un altro episodio va ricordato. Il volo solitario di Rudolf Hess che, con un Messerschmitt 110, il 9 maggio '41 raggiunge l'Inghilterra. Il coraggioso tentativo del delfino di Hitler per trovare un accordo viene nascosto all'opinione pubblica. Churchill decide addirittura di non incontrare Hess, il quale, tenuto prigioniero per tutta la durata della guerra, verrà poi processato a Norimberga e rimarrà recluso a vita nel carcere di Spandau.

Il 17 agosto 1985 verrà strangolato dal SAS, i servizi britannici, su ordine del primo ministro Margaret Thacher. A dimostrare la protervia di chi la guerra l'ha voluta con tutte le sue forze, c'è però di peggio. Se Hess, come ambasciatore straordinario, si vide appioppare un ergastolo, il ministro degli esteri del Reich, von Ribbentrop, sempre a Norimberga, fu condannato a morte e impiccato. Occorre retrocedere agli albori della civiltà umana per trovarsi di fronte a comportamenti tanto rozzi e brutali.

L'uscita sulla «guerra sbagliata», anche se esaminata con tutta la disponibilità e l'indulgenza possibili, resta priva di una qualsiasi giustificazione storica, politica ed etica. Non approfondisce nulla né, muovendo da essa, può nascere qualcosa di valido per il presente. La frase rimane un vacuo, superficiale espediente dialettico, una manifestazione di sudditanza verso la potenza dominante, un omaggio servile nei confronti della nuova società globalizzata a direzione anglo-giudaica.

Per quel che ci riguarda, in quella «guerra sbagliata» e nello schieramento di allora continuiamo a identificare gli interessi nazionali dell'Italia. Rimane certo il rimpianto per averla persa, ma anche l'orgogliosa nostalgia per il coraggio che l'Italia manifestò nel momento più alto della sua storia moderna, coraggio che la portò a confrontarsi con gli Stati Uniti, il nemico più determinato e agguerrito dell'Europa. Lo stesso di oggi.

Piero Sella



(1) Cfr.: Luigi Longo, Chandra Bose, il braccio armtato del nazionalismo indiano negli anni '40, l'Uomo libero n. 33.

(2) Per capire quanto gli aiuti americani fossero attesi, basterà ricordare che l'URSS aveva, nel 1938, livelli di industrializzazione e di PNL pro capite inferiori a quelli dell'Italia e che il rapporto automezzi/popolazione non arrivava alla metà, sempre di quello italiano. Va tutto a merito del regime comunista l'essere stato capace di costruire, in un contesto del genere, migliaia di carri armati come il T34, col quale, così come con tutti gli altri carri nemici, i nostri M11, M13, M14 non furono purtroppo neppure lontanamente paragonabili. Per maggiori particolari sui rapporti tra USA, URSS e Giappone, Cfr.: Piero Sella, Da Madama Butterfly a Hiroshima, pagg. 75 e segg., in l'Uomo libero n. 42.

(3) Queste unità ottengono subito grandi successi. L'U 81, il 13 novembre, colpisce la portaerei inglese Ark Royal, che cola a picco mentre viene rimorchiata a Gibilterra. L'U 33, affonda il 25 novembre, al largo di Bardia, la corazzata Barham. L'U 557 silura davanti ad Alessandria l'incrociatore Galatea. I sommergibili italiani purtroppo non dettero invece buona prova. Studiati per l'agguato statico, troppo grandi, troppo alti e quindi visibili, con apparati motori rumorosi e privi di snorkel, dovettero per tutto il conflitto accontentarsi di prede mercantili.

(4) Fatti prigionieri dai sovietici che avevano invaso, d'intesa coi tedeschi, la Polonia e sfuggiti all'eccidio di Katyn, riservato agli ufficiali, i soldati polacchi vennero deportati in Asia Centrale. Dopo lo scoppio della guerra tra Germania e Unione Sovietica i sovietici avrebbero voluto arruolare nel loro esercito questi uomini, ma non riuscirono a convincerli. Furono allora consegnati agli inglesi che li addestrarono su territorio iraniano e li posero al comando del generale Anders. Decimati a Cassino, i più dei militari polacchi, caduto il loro paese sotto la schiavitù comunista, finirono la loro esistenza esuli in Inghilterra, in Australia e in Sudafrica.

(5) I rifornimenti dunque c'erano, partivano dai porti italiani ma finivano sempre più spesso in fondo al mare. E ciò avveniva anche se Malta era alla fame, ad Alessandria si programmava la fuga della flotta che avrebbe dovuto rifugiarsi nel Mar Rosso, e Gibilterra era lontana migliaia di chilometri. Nell'estate viene perso il 40% del tonnellaggio impiegato. Il 27 luglio è affondato il piroscafo Vittor Pisani con 2.000 tonnellate di carburante, 165 automezzi e 5 carri armati; viaggiava scortato da una sola torpediniera. In agosto perdiamo il Monviso, con carburante, 200 automezzi, 7 autoblindo, 11 carri armati; l'Ogaden, scortato anch'esso da una sola torpediniera, e altri 7 piroscafi tra cui 4 petroliere con 13.593 tonnellate di carburante. In settembre e in ottobre le cose non cambiano, la nostra flotta non lascia i suoi ancoraggi e gli inglesi, con pochi aerei e qualche sommergibile, spadroneggiano. Nei primi giorni della battaglia viene silurata la petroliera Proserpina. Il 29 ottobre, la Luisiana, inviata d'urgenza in sostituzione, fa la stessa fine.

(6) Il sacrificio delle piccole unità italiane per rifornire la testa di ponte tunisina è ricordato da Tullio Marcon nell'articolo Le motozattere, i muli del mare, apparso nel n° 44 de l'Uomo libero. L'eroismo dei nostri marinai si contrappone al comportamento degli uomini di Supermarina: 27.000 marinai pagarono con la vita la loro dedizione alla patria.

(7) Tra il 26 maggio e il 4 giugno del '40 la marina britannica fu mobilitata per reimbarcare gli uomini rimasti chiusi nella sacca di Dunkerque. Gli inglesi persero 6 cacciatorpediniere, 8 navi da trasporto e decine di piccole imbarcazioni, ma furono traghettati oltre la Manica 338.000 uomini. Di questi, 120.000 erano francesi.

(8) Per i particolari dell'alleanza strategica tra liberatori e mafiosi, Cfr.: Piero Sella, Appunti per la storia del collaborazionismo con l'invasore americano, l'Uomo libero n. 45.

(9) Queste parole fanno parte del discorso di Goebbels radiotrasmesso il 20 aprile 1945, giorno dell'ultimo compleanno di Hitler. In tale occasione, negli ambienti vasti e solenni della Nuova Cancelleria, il Fiihrer aveva annunciato la sua decisione di restare nella capitale del Reich: «come potrei chiedere ai nostri soldati di affrontare la decisiva battaglia per Berlino, se io in quello stesso momento un mettessi al sicuro?». Nella battaglia per Berlino moriranno 125.000 tedeschi e 304.000 (fonti sovietiche) russi.

(10) Un esame più approfondito di queste tematiche è reperibile in: Piero Sella, Cinquant'anni dopo, Repubblica Sociale, Fascismo, Germania nazionalsocialista, l'Uomo libero n. 36, pagg. 11 e segg.

(11) Non devono meravigliare queste nomine. Esse rientrano in quel criterio guida che già aveva contrassegnato la vita del Regno del Sud, nel quale Badoglio non era libero di nominare i suoi ministri e neppure i prefetti, se costoro non erano graditi all'occupante anglo-americano. Riportiamo la motivazione della Legione al Merito concessa al Maugeri: «Per la condotta eccezionalmente meritoria nell'esecuzione di altissimi servizi resi al Governo degli Stati Uniti come capo dello Spionaggio Navale Italiano».

(12) Graziani, pur conservando la carica di capo di stato maggiore dell'esercito, dopo la morte del parigrado Balbo, abbattuto il 28 giugno del '40 dalla contraerea dell'incrociatore San Giorgio nel cielo di Tobruk, gli era subentrato tanto nella carica di governatore della Libia, quanto in qualità di comandante delle truppe dell'Africa Settentrionale. Cumulare cariche e stipendi era una prassi moralmente disdicevole, dannosissima alla funzionalità delle istituzioni, ma purtroppo anche allora assai diffusa.

(13) Ugo Cavallero, conte, senatore, aveva abbandonato la carriera militare nel primo dopoguerra per entrare nel mondo dell'imprenditoria. Era stato sottosegretario alla guerra nel 1925, e dal '37 al '39 aveva comandato le truppe in AOI. Si suiciderà dopo 1'8 settembre '43 quando, caduto nelle mani dei tedeschi, verrà alla luce un suo memoriale che ne rivelava gli intrallazzi antifascisti e antitedeschi, successivi al 25 luglio.

(14) Rahn ricopriva questo ruolo diplomatico minore dopo che l'ambasciatore von Mackensen era stato richiamato in patria dopo il 25 luglio per non aver previsto la caduta di Mussolini.

(15) L'ammiraglio Galati aveva felicemente scortato in Libia diversi convogli. Raccontava di essersela sempre cavata perché di abitudine stracciava le istruzioni avute da Supermarina sulla rotta e faceva di testa sua.

(16) Cfr. Giorgio Giorgerini, La guerra italiana sul mare, Mondadori 2002.