Una nuova favola: Un giallo archeologico: la pergamena Tinumi

Di Piero Sella  -  Numero 58 del 01/11/2004

 

La relazione Mc Caine al Convegno di History Today – Etruschi e Romani – Una censura bimillenaria – Conseguenze culturali e politiche della scoperta

Stefano Vaj



Molti, da sempre, gli interrogativi sulle origini di Roma, sui suoi fonda­tori, sui miti e le leggende che la riguardano. Gli approfondimenti tentati dagli storici della classicità, sembravano però destinati a rima­nere sterili: troppo scarse e lontane nel tempo le fonti su cui lavorare.

E, invece, un inaspettato, decisivo contributo per ricondurre la Storia alla realtà, ci è giunto, recentissimo, da un insigne latinista britannico. Al Convegno di Cambridge, organizzato nel settembre 2003 dalla rivista History Today, il professor Arthur Mc Caine ha infatti presentato uno studio di spessore tale da mettere in discussione gli stessi pilastri dello storicismo.

Il lavoro, pubblicato negli Atti del Convegno, è tutto basato su un antico documento, la Pergamena Tinumi, rintracciato dallo stesso Mc Caine dopo anni di pazienti ricerche nei polverosi sotterranei delle Biblioteche Vaticane.

La Pergamena, databile attorno alla metà del secondo secolo dell'era cristia­na, è stesa in buona lingua latina, e non presenta quindi né difficoltà di lettura, né di interpretazione. Dal testo, integralmente riportato dal Mc Caine, si ricava­no intanto preziose notizie sull'autore dello scritto, il Tinumi appunto, un dia­cono che per il suo zelo fu poi santificato. Segnaliamo, a tale proposito, ai let­tori interessati che un'attenta biografia di San Tinumi è da poco (febbraio 2004), uscita per le Edizioni Paoline. Nel libro è contenuta anche una cronisto­ria delle complicate vicende della sua beatificazione; in appendice, il testo ori­ginale della Pergamena è accompagnato, a fronte, dalla traduzione italiana.

Ma nel racconto del Tinumi si trova dell'altro. In primis la cronaca dell'evangelizzazione di quelle popolazioni di ceppo etrusco stanziate appena a Nord di Roma, e poi gustose, modernissime annotazioni antropologiche, culturali e artistiche sull'Etruria di quel tempo. Ed è proprio qui che il Mc Caine ha colto gli elementi di un vero e proprio «giallo» archeologico.

Il diacono, dotato evidentemente di carisma personale e grandi qualità dia­lettiche, era riuscito, fin dall'inizio, ad attrarre a sé e a convertire alla nuova fede gli elementi più in vista della società locale. Tra questi, un numeroso grup­po di tombaroli. Il legame con costoro doveva essere assai forte, tant'è che nel giro di pochi anni una ragguardevole quantità di reperti, monili d'oro e d'argen­to, vasi d'alabastro, collane, coppe, e poi ancora orecchini, fibule, asce sacrifi­cali, sculture e sarcofagi, era passata dai depositi dei tombaroli nelle mani dello scaltro missionario romano. Nella sua relazione, il Tinumi, non solo ammette questo sfacciato arricchimento, lo trasforma addirittura in titolo di merito. Era stato lui - scrive con orgoglio - a far emergere in quegli incalliti, superstiziosi pagani, la volontà di purificarsi, e di tagliare col passato, liberandosi di tutto quel demoniaco ciarpame.

Si domanderà il lettore, con quale strategia era riuscito il Tinumi a cogliere questo sorprendente risultato? Come mai i tombaroli da uomini liberi si erano tra­sformati in spregevoli collaborazionisti?

Anche se manca la loro versione dei fatti, è facile pensare che qualche vantag­gio dalla frequentazione del Tinumi l'abbiano tratto; tuttavia per cogliere ragioni più generali, ci è d'aiuto l'incisivo commento del Mc Caine alla Pergamena.

Il comportamento dei tombaroli rientra, egli dice, in un fenomeno di suddi­tanza comune ai popoli sconfitti. Paradigmatica è la consegna dell'oro ai con­quistadores spagnoli da parte degli indigeni del Messico e del Perù. È un mec­canismo collaudato che si è tramandato nei secoli. Gli stranieri delegano uomini di loro fiducia a governare i vinti. Nascono così istituzioni e regimi che puntano alla disgregazione sociale e si reggono sulla corruzione, sulla disin­formazione, sullo stravolgimento dei valori.

Ecco perché, nel caso particolare, dopo un certo numero di generazioni, gli etruschi, scordate le devastazioni, le stragi e le ruberie inflitte dagli invasori latini, non hanno più lo spirito necessario per reagire, per sognare la rivincita e sembrano felici di vivere come capponi. Neppure l'arrivo di Annibale, che, occasione irripetibile, era calato in Italia a sfidare l'oppressore, li aveva scossi dal loro torpore.

La sovranità insomma era una status ormai dimenticato. I più avevano accettato il luogo comune, interessatamente fatto circolare nelle scuole e nei templi, che i romani li avessero liberati. Una cosa che poteva a prima vista apparire credibile perché, dopo di loro, i romani avevano liberato molti altri popoli. Nel nuovo clima, che aveva cancellato con l'indipendenza anche la cul­tura e le tradizioni religiose, gli etruschi erano ormai pronti ad accogliere, sulla propria terra, cani e porci!

Fattostà che il Tinumi, senza alcun merito, si trova a fruire di questa vantag­giosa situazione. E se la sua sensibilità morale deve essere giudicata invero scarsa - era diventato di fatto il mandante delle sacrileghe scorrerie dei tombaroli - gli va per altro verso riconosciuta un'autentica, lodevole passione per l'archeologia.

Ecco infatti che su alcune epigrafi funerarie di cui era entrato in possesso, tutte catalogate e tradotte nel manoscritto che ci ha lasciato, il Tinumi non tardò a notare la ricorrente presenza - e qui arriviamo al cuore della nostra storia - delle parole Celio, Palatino, Esquilino, Viminale ....

Cosa mai poteva collegare quelli che gli risultavano essere colli di Roma alle necropoli etrusche? Diversi elementi lo spingevano a dare una risposta non equivoca. I luoghi nei quali erano venuti alla luce i reperti, la costruzione gram­maticale delle iscrizioni, il contesto in cui quei nomi erano citati, portavano ad escludere potesse trattarsi di toponimi geografici. Il diacono, per il quale la lin­gua etrusca non aveva più misteri, era sicuro: quelli erano nomi propri, non di persona, ma di animali e più precisamente di cani, bestie che, premio alla loro fedeltà, erano stati seppelliti accanto ai loro padroni. Le loro sembianze, del resto, erano rappresentate coll'accurato realismo tipico di quella civiltà sui bas­sorilievi in pietra dei sarcofagi.

I reperti rintracciati negli scavi a noi vicini dell'800 e del '900, e oggi espo­sti in particolare, nei musei di Tarquinia e Volterra - reperti incredibilmente tra­scurati dagli studiosi - confermano in pieno l'interpretazione del Tinumi: dove si parla di qualcuno dei «sette colli», c'è quasi sempre la figura di un cane. Considerando il relativamente esiguo numero di sarcofagi con decorazione zoomorfa, è la dimostrazione tra l'altro di quanto quei nomi dovessero allora essere comuni tra la popolazione canina dell'Etruria.

Il Tinumi aveva messo in luce una di quelle fratture della storia - il passag­gio del testimone dalla civiltà etrusca a quella latina - che dimostrano la pro­fonda verità di quanto affermato da Hans Magnus Enzemberger: per sapere cosa vuol dire una parola bisogna vedere chi è che comanda.

Possibile, ci si può domandare a questo punto, che una tale dirompente sco­perta sia rimasta in sonno per 2000 anni? Che nessuno di coloro che sapevano abbia mai informato la gente di come stavano le cose?

Non ci si deve stupire.

Nessuno aveva interesse a suscitare un vespaio. Roma, è noto, sull'argo­mento etruschi aveva la coda di paglia. E la sua sto­ria più antica - gli storici, Mommsen in testa, sono concordi nell'ammetterlo - è tutta una costruzione di comodo per salvare la fac­cia. Roma, Romua nella loro lingua, fu fondata dagli etruschi che bonifica­rono con grandi opere idrauliche il fondovalle tra i colli. E di sicuro etruschi furono diversi dei suoi re. Caduta la monarchia, i primi consoli repubblicani, furono i prefetti di Porsenna, re etrusco di Chiusi. Ma anche il diritto, l'etrusca disciplina, l'architettura civile e religiosa, le cerimonie sacre e profane, l'arte degli aruspici, i giochi dei gladiatori, e anche la simbologia politica, i littori coi fasci furono etruschi. Così come opere che hanno fatto epoca come la Cloaca, il Circo Massimo, il Tempio di Giove sul Campidoglio.

Roma insomma senza gli etruschi non sarebbe mai diventata quel che fu. Ci mancava solo di rendere di pubblico dominio il fatto che i dominatori etruschi avessero sbeffeggiato quei sempliciotti dei romani dando ai colli dell'Urbe i nomi dei loro cani!

Un'offesa irreparabile che andava assolutamente esorcizzata.

E così nessuno ebbe la forza per porre la questione sul tappeto, né tra i romani appagati dal mito, né tra i molti stranieri che, facendo in pace i propri affari, vivevano nella capitale.

E neppure in Vaticano, dove la «bomba a orologeria» era depositata, c'era un qualche interesse a diffondere il contenuto del faldone Tinumi. La Chiesa, se l'avesse fatto, si sarebbe di sicuro messa in urto con la smisurata potenza dell'Impero. Già si diffidava di essa a causa delle sue radici giudaiche. Ai cristia­ni, che, in un'ottica monoteistica, si muovevano con fanatica intolleranza per scalzare dagli spazi finora occupati tutte le altre religioni, non conveniva dunque perdersi in beghe da cortile come quella. Poteva solo seguirne una qualche san­guinosa persecuzione.

Ed allora, era meglio che tutti stessero zitti come nulla fosse accaduto. Fingere di non sapere: a dar fastidio ai potenti non c'è nulla da guadagnare. Sarebbe come oggi scrivere che l'Olocausto è un'invenzione del Sionismo, che i campi di ster­minio erano solo campi di lavoro, e che le camere a gas non sono mai esistite. E tutti sanno che quei revisionisti che hanno cercato di far conoscere i risultati dei loro studi su tali questioni sono stati duramente messi in riga e che, in modo che l'inconveniente non abbia a ripetersi, severe leggi speciali sono state promulgate a garantire che la versione ufficiale - quella gradita in alto loco - non debba mai più essere rimessa in discussione.

È facile d'altra parte capire come, con le invasioni barbariche, le crociate, le pestilenze e le guerre di religione, per secoli nessuno abbia più avuto il tempo di pensare ai romani e agli etruschi.

Solo oggi che l'Italia ha perso la sua libertà e Roma nel mondo non conta più nulla, cose come quelle svelate dal Tinumi possono essere raccontate e cir­colare liberamente.

E in ogni ambiente.

Proprio in queste settimane la vicenda è infatti uscita dal suo ristretto conte­sto specialistico e, da quelle degli studiosi, è passata nelle mani dei politici.

La Padania, quotidiano della Lega Nord, è giunta a dedicare al caso Tinumi addirittura un numero speciale, quello del 4 agosto, titolato a tutta pagina Colli o Collies? nel quale compare un fondo anonimo che lascia però intravvedere il graffiante pensiero di Umberto Bossi.

Dopo la clamorosa campagna contro Roma ladrona, i leghisti non potevano lasciarsi sfuggire l'occasione per dare un altro colpo di piccone all'immagine della romanità. Altro che colli fatali! - scrive La Padania - Tutti sapevano che Romolo e Remo erano due poveri pecorai. E quelli che li aiutavano nel loro lavoro - can Pidoglio, il capobranco, con gli altri sei - non potevano essere altro che cani da pastore. Il giornale leghista si lascia poi andare a ulte­riori deduzioni e a collegamenti semantici la cui fondatezza però deve ancora essere verificata dagli esperti. Gli animali appartenevano - conclude con sicu­rezza La Padania - a quella razza che ancora esiste ai nostri giorni ed è nota a tutti i cinofili come pastore scozzese. I colli appunto!


***


Nella capitale la pubblicazione del lavoro del professor Mc Caine e l'inopi­nato emergere del segreto della Pergamena Tinumi, hanno diffuso nelle istitu­zioni e nei politici, dapprima incredulità e stupore, poi disappunto e vergogna.

La vendetta degli etruschi, anche se gli autori non hanno potuto gioirne, è stata pesante ed è logico il colpo sia stato accusato. A nessuno può far piacere vedere malamente smitizzate quelle tradizioni di cui andava orgoglioso e sapere d'improvviso che la propria dimora o il proprio ufficio si trovano in una piazza o in un palazzo dedicati a un cane.

Al Viminale Pisani non vuol più restare in situ. È pronto in ogni caso il piano Buttiglione-Montezemolo per il recupero degli spazi già occupati dal Ministero degli Interni. Ospiteranno un CPA (Centro di Prima Accoglienza) per immigrati dall'Africa Nera e per aborigeni australiani. L'arrivo di questi ultimi, già avvistati e rifocillati dalla Marina Militare nelle acque in burrasca del Capo di Buona Speranza, è atteso con curiosità dai naturalisti.

Voci dal Quirinale dicono che la signora Franca ha già chiesto al marito di traslocare. Follini ha fatto sapere che, se non ci sarà un cattolico dell'UDC alla presidenza della Commissione incaricata di rivedere tutta la toponomastica cittadina, aprirà la crisi di governo. Quanto a Fini, ha già dato per certo al Suo Amico, il Rabbino Capo, che, con l'occasione, a uno dei luoghi più importanti della nuova Roma giudaico-cristiana, a scelta di Sharon, verrà dato quantomeno il nome della scrittrice Anna Frank.

Come andrà a finire?

Piero Sella