Origini storiche e culturali della globalizzazioine - Suoi effetti sulla politica e sul costume europei - Questione ebraica e politica internazionale. [Invitato dalla Lega Nord, Piero Sella ha partecipato il 10 settembre 2000 ad Erba a una tavola rotonda nel quadro dell'Università d'Estate sul tema «Mondialismo e omologazione dei popoli». Il testo qui pubblicato è tratto dalla sua relazione]
Dopo
la vittoria a Sedan sui francesi nasceva nel 1870 il Reich germanico.
In quello stesso anno Roma era capitale d'Italia. In Estremo Oriente,
proprio in quello stesso periodo, si affacciava alla modernità
il Nuovo Giappone.
Il
destino delle tre nazioni rimase abbastanza simile anche negli anni
successivi. Ciascuna fece del suo meglio per portarsi al livello
delle Grandi Potenze.
I
migliori risultati furono quelli ottenuti dalla Germania. Il possesso
di ricche colonie in Africa, ma soprattutto lo spettacolare sviluppo
industriale e il grande attivismo nella politica estera, erano però
destinati a suscitare le preoccupazioni e la reazione
anglo-americana, francese e russa.
Col
primo conflitto mondiale e la pace di Versailles, la Germania fu
spogliata di tutti i suoi possedimenti esterni, condannata a versare
enormi, punitive somme a titolo di riparazioni di guerra, smembrata e
accerchiata da Stati ostili, cui i vincitori avevano dato vita
unicamente allo scopo di impedire, per il futuro, un ritorno tedesco
verso l'Est e i Balcani.
All'epoca
della prima guerra mondiale, né l'Italia né il Giappone
avevano la forza per recitare un loro ruolo autonomo; scelsero perciò
di accodarsi alle Grandi Potenze, ricavandone, contro gli Imperi
Centrali, vantaggi di poco conto. Col crollo dell'Impero Zarista sia
la Germania che il Giappone avevano cercato di allargarsi. Sconfitta
a Occidente, la Germania dovette però ritirarsi dai territori
occupati all'Est, ed anche il Giappone, su pressione degli Stati
Uniti, fu costretto ad evacuare la Siberia.
Già
allora, evidentemente, gli Stati Uniti avevano deciso di farsi
paladini dell'integrità della Russia comunista.
L'ingiusto
trattamento ricevuto e la conseguente nascita di regimi nazionalisti,
portarono Roma e Tokyo a rivendicare per i loro popoli pari
opportunità di spazio e di risorse. Era una politica che
doveva spingere i due paesi ad affiancare la Germania, che si stava
muovendo con le medesime finalità, e che voleva in primo luogo
riunire sotto un'unica bandiera tutte le genti tedesche.
Le
tre nazioni vennero così a trovarsi in rotta di collisione con
gli anglo-americani, i quali, arroccati sui loro privilegi, si
rifiutavano di riconoscere, ai nuovi venuti, gli stessi loro diritti.
Basti
pensare alle scandalizzate, ipocrite proteste perché l'Italia
si era fatta in Etiopia il suo impero, perché il popolo
austriaco aveva voluto entrare a far parte della Grande Germania,
perché il Giappone cercava di estendere la sua sfera di
influenza nei mari vicini alle sue isole. Mari nei quali vi erano
vaste colonie inglesi, francesi, americane e olandesi.
Germania
ed Italia furono trascinate, separatamente ed in modo pretestuoso, in
una guerra che non avevano voluto e che non avevano i mezzi per
vincere.
Il
Giappone fu a sua volta costretto, dall'arroganza americana, a
reagire con un gesto disperato.
La
grande coalizione tra le ricche potenze coloniali e la Russia, tra
democrazia e comunismo, segnò le sorti del conflitto '39-'45.
I rapporti tra le forze in campo non potevano lasciare del resto
dubbi sull'esito dello scontro. La tesi che la Germania avesse
ambizioni di dominio mondiale è, per gli storici competenti,
solo un'uscita propagandistica.
La
formula della resa incondizionata, scelta dagli Angloamericani,
consentì invece la distruzione del potenziale industriale
europeo e fu alla base della totale occupazione del Continente che fu
spartito e che, grazie alla Politica dei Blocchi e all'imbroglio
della Guerra Fredda, rimase diviso per cinquant'anni in due zone di
influenza, quella americana e quella sovietica.
Il
resto del mondo ai nuovi padroni non poteva dare fastidio.
Era
costituito da paesi privi di peso politico ed economico, abitati da
popolazioni arretrate o imbastardite, paesi facilmente controllabili
attraverso il guinzaglio di regimi parlamentari e di classi dirigenti
corrotte.
La
decolonizzazione dell'Africa e l'ingresso nel Continente Nero, al
posto degli europei che non l'avevano snaturato più di tanto,
del neocolonialismo americano, misero il destino di altre decine di
milioni di uomini nelle mani degli Stati Uniti. Le monoculture, alle
quali erano interessate le multinazionali, dovevano segnare la fine
dell'agricoltura familiare e dell'autosufficienza alimentare, aprire
le porte alla miseria, all'indebitamento, all'emigrazione.
Poiché
gli Stati Uniti, subentrando ai britannici, avevano messo le mani
anche sulle risorse petrolifere del Medio Oriente, il dollaro era
intanto diventato la moneta unica degli scambi internazionali. Tutte
le economie deboli, quelle non in grado di reggere la concorrenza
internazionale, furono intanto messe, dall'ingannevole formula della
libertà di mercato, alla mercé di quelle forti.
Gli
Stati minori cominciarono a questo punto a perdere colpi, ebbero
bisogno, così come la plutocrazia aveva pianificato, di aiuto
e, per la propria esistenza, si trovarono a dipendere dai consigli e
dai dollari elargiti dall'Occidente. Ovviamente su insindacabile
giudizio della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale,
cioè degli Stati Uniti.
È
facile capire come, con tali premesse, gli ultimi cinquant'anni di
storia abbiano registrato la progressiva perdita di sovranità
dei vari Paesi, la loro sudditanza economica e monetaria verso
l'America, e la corrispondente diffusione di un modello
supernazionale, quello liberal-capitalista, interessato alla
globalizzazione politica ed economica.
Ma,
al di là della incombente presenza dell'apparato militare
americano e del ricatto della grande finanza, per capire l'avvento
del Nuovo Ordine Mondialista e le ridotte resistenze che esso oggi
incontra, è necessario prendere in considerazione l'inesausta
pressione culturale che si è riversata sui Popoli, per
annullarne ogni giudizio autonomo, ogni orgoglio etnico, qualsiasi
capacità di reazione.
Si
è colpevolizzata, manipolando la Storia, la naturale tendenza
etnocentrica. Si sono combattute, all'insegna del cosmopolitismo e
della libertà di mercato, l'idea della preferenza interna, e
quella della tutela dell'industria, dell'agricoltura e del lavoro
europei.
Si
è soprattutto incoraggiato l'imbastardimento razziale, e ciò
attraverso la demagogia dell'uguaglianza, la cultura
dell'integrazione e dell'accoglienza, la diffusione del «buonismo»
e, al suo interno, di un fenomeno di eccezionale gravità,
quello dell'adozione internazionale.
La
scuola, la Chiesa, lo spettacolo, l'editoria, hanno dato il meglio di
sé in questa campagna, che ha visto destra e sinistra
collaborare per lo stesso obiettivo: trasformare i popoli in una
massa amorfa di consumatori, interessati unicamente ai temi della
sopravvivenza e, tutt'al più, del benessere economico.
L'esistenza
di un preciso disegno teso ad imporre la società multirazziale
- non abbiamo la minima esitazione a parlare di vero e proprio
complotto - è sotto gli occhi di chiunque si sia piazzato
negli ultimi mesi davanti a un televisore a seguire il telegiornale.
Mentre
un cittadino italiano è costretto ad attendere per mesi un
passaporto, entrare nel nostro paese, per i clandestini, è uno
scherzo. Basta essere avvistati al largo - in acque internazionali -
da una vedetta della marina militare, e subito escono dai nostri
porti mezzi navali che premurosamente portano a riva gli stranieri, i
quali vengono accolti dalle autorità locali, dalla Caritas,
rifocillati, ospitati ed accuditi.
Vengono
anche curati, ma con discrezione, perché le loro malattie -
lebbra, tubercolosi, scabbia e AIDS - non diventino occasione di
violazione della privacy.
Da
mesi i servizi televisivi sono incentrati sulle drammatiche scene dei
disagevoli sbarchi sulle nostre coste, sulle commoventi disgrazie
riguardanti zingari o albanesi; sulle proteste inscenate nelle strade
e nelle piazze delle nostre città da curdi, somali, kosovari,
gente che nessuno ha mai invitato, che nessuno vuole in casa nostra e
i cui problemi non ci interessano.
Ultimamente,
a supporto delle farneticazioni della Turco e dei vari Mentana,
Mimun, Colombo e Costanzo, sono sopraggiunte le interviste a quegli
imprenditori che sostengono la necessità di importare mano
d'opera straniera.
Rivelatrici
anche le notizie che riguardano l'implicazione di immigrati in fatti
di criminalità. Pochi giorni fa abbiamo appreso dalla TV che
una banda di marocchini, pescata a Roma dai carabinieri con centinaia
di documenti falsi, carte di identità, patenti, timbri e tutto
l'armamentario per estendere l'attività, è stata ...
denunciata a piede libero.
In
casi di maggior gravità l'esecutivo democratico giunge però
a minacciare l'espulsione. Per gli albanesi, dediti a pascolare le
loro greggi di prostitute, il severissimo presidente del Consiglio ha
addirittura proposto di castigarli multando i clienti delle loro
spose e delle loro sorelle.
I
telegiornali sono così diventati il bollettino di una guerra
che l'Italia ha perso in partenza perché il governo
democristiano e comunista rifiuta di battersi. Non ci si dica che è
impossibile fermare l'invasione. Quante persone scavalcavano il muro
di Berlino? Quanta gente riesce a sbarcare oggi sulle coste
israeliane?
La
fissazione monomaniacale della nostra classe dirigente è stata
ulteriormente messa in luce giorni fa da un servizio TV nel quale
sono stati filmati i nuovi modelli di uniformi femminili. Ebbene la
sfilata è iniziata con una negra che sculettava indossando la
divisa dell'Accademia di Modena, e questo sotto l'occhio ebete e
compiaciuto di alti ufficiali in uniforme.
Altrettanto
emblematico l'atteggiamento di un giudice cui è toccata
l'indagine su un minore stuprato e strangolato da alcuni zingari.
Costui, il Procuratore Generale di Cassino Gianfranco Izzo, ha
dichiarato al giornalista del Corriere della Sera che lo
intervistava: «Quando ad un certo punto le indagini si sono
indirizzate verso quei dite ragazzi nomadi, mi si è stretto il
cuore. Mi creda, sospettare due nomadi, per me, è stato un
vero sacrificio». Né ci risulta che il Consiglio
Superiore della Magistratura abbia preso provvedimenti.
La
perdita di sovranità politica ed economica è legata
anche al fatto che i singoli Stati hanno dovuto accettare una
collocazione subordinata rispetto alle istituzioni internazionali, le
quali stanno imponendo a getto continuo, come piovessero da un Olimpo
incontestabile, una serie di Superleggi. Solo il rispetto di queste
leggi quadro, che recepite alla chetichella assumono però
rilievo costituzionale, consente agli Stati di sopravvivere, sia pure
con il ridotto margine di autonomia consentito dalla loro attuale
natura di provincie dell'Impero americano.
Quella
in cui viviamo è quindi una forma di democrazia apparente,
nella quale il popolo, e per lui il governo, non può più
decidere nulla: le questioni che contano sono sottratte alla sua
sovranità e vengono stabilite altrove. Quale politica
economica può fare una nazione se non le è consentito
occuparsi del tasso di sconto, del cambio, del credito? Che
democrazia è se il popolo non può pronunciarsi - come
aveva proposto la Lega Nord col suo referendum - su chi far
entrare e a chi concedere o meno la cittadinanza?
La
prepotenza è sostenuta ancora una volta dal controllo
assoluto, a livello mondiale, degli strumenti di formazione
dell'opinione pubblica, talché, alle centrali d'oltreoceano,
riesce agevole imporre, urbi et orbi, il proprio punto di
vista; punto di vista che gli Stati non possono più
contestare, pena - a mezzo sanzioni o intervento umanitario -
l'estromissione dalla comunità internazionale.
Ecco
perché oggi - completamente omologate - l'informazione e la
cultura sono diventate il cimitero della verità e della
libertà. La loro funzione è quella di ripetere
ossessivamente le tesi care al Sistema per spingere le masse verso il
più piatto conformismo.
Ed
è proprio il fatto che i giornali, lo spettacolo, la
televisione siano la negazione del pluralismo ad assicurare loro
agibilità. Se vogliono vivere, i mass media devono
apparire politicamente corretti, cioè democratici, liberisti,
ossequiosi dei cosiddetti Diritti Umani e delle forze preposte a
farli rispettare. Devono dunque mostrarsi riconoscenti agli Stati
Uniti che hanno scelto il nemico e si sono sobbarcati l'onere
militare di attaccarlo.
In
tale quadro il modello universalmente perseguito non può
essere che quello fornito dalla società americana. Ma che
vantaggi possiamo trarre imitando una società che, pur avendo,
a detta degli «esperti», un'economia fortissima, si
indebita al ritmo di un miliardo di dollari al giorno? Un paese nel
quale droga e psicofarmaci la fanno da padroni e che ci mostra una
società multietnica nella quale l'integrazione razziale resta
da sempre un'utopia, che detiene il record mondiale di omicidi e di
persone incarcerate. Una realtà che si vanta di respingere
qualsiasi solidarietà sociale e nella quale è crescente
il numero di emarginati, di senza casa, ma anche di gente incapace di
nutrirsi in modo civile, con le disastrose conseguenze estetiche che
il turismo USA ci mette sott'occhio.
E
che prospettive si aprono per la politica estera europea restando a
rimorchio di una nazione come gli Stati Uniti, simbolo in tutto il
mondo di violenza e di sopraffazione? E un interrogativo questo che
va approfondito considerando l'eccezionale impegno americano nel
Mediterraneo e nel Vicino Oriente.
Essere
alleati degli USA in questo scacchiere vuol dire inimicarsi l'intero
mondo arabo, rischiare - senza alcun tornaconto - la ritorsione del
terrorismo.
È
inaccettabile che agli americani, i quali vietano con la dottrina di
Monroe alle altre potenze ogni intervento nel loro Continente, sia
consentito di esercitare sul Nostro e sulle regioni petrolifere del
Medio Oriente, attraverso Israele, un vero e proprio protettorato
coloniale.
E
senza la tutela e i contributi economici americani lo Stato ebraico
cesserebbe di esistere, vittima delle sue contraddizioni, della sua
artificiosità, dell'odio di tutte le popolazioni da cui è
circondato.
Come
dimostrano ormai da anni i fatti, la situazione di Israele è
senza via d'uscita, ed è la riprova di come la questione
ebraica sia stata, anche in epoca moderna, male impostata.
Per
nascondere l'incapacità a fornire al problema soluzioni
sensate e quindi durevoli, la cultura ufficiale è quindi
costretta ad accantonare qualsiasi corretta premessa logica e
storica, e a ridurre la questione, in modo semplicistico e
schematico, a quelle argomentazioni secondarie che possono tornare
utili al mantenimento dello status quo.
Chi
desidera farsi un'opinione precisa è costretto a defatiganti
ricerche specialistiche, a rimontare cumuli di ostacoli. I mezzi di
informazione si preoccupano solo di assicurare l'indisturbata
diffusione delle tesi gradite al sionismo.
Per
sostenere questo tipo di operazione, nulla di meglio che organizzare
la persecuzione giudiziaria delle tesi revisioniste impedendo il
lavoro di quegli storici che, con tenacia, da anni, inseguono la
verità circa la fumosa questione dell'Olocausto.
È
una gigantesca, planetaria campagna di censura finalizzata ad
impedire qualsiasi indagine a largo respiro sulle cosiddette camere a
gas, e su uno dei problemi irrisolti del secondo conflitto mondiale,
il numero di ebrei effettivamente scomparsi.
Norme
legislative approvate in sordina ai massimi livelli internazionali e
recepite da parlamenti nazionali compiacenti verso i poteri forti
d'oltre-atlantico, hanno introdotto in Europa inaudite limitazioni
alla ricerca storica, e ciò - lo ripetiamo - unicamente per
salvaguardare l'intangibilità di tesi di comodo.
Agli
inizi del terzo millennio, la verità storica non è più
il prodotto del confronto dei fatti, delle date, delle cifre, del
dibattito tra scuole di pensiero diverse, ma viene democraticamente
stabilita dai tribunali i quali si sono piegati a dare efficacia a
leggi - come la Legge Mancino - che prevedono sanzioni detentive e
pecuniarie legate semplicemente all'aver espresso opinioni sgradite
al potere.
Ampio
spazio è invece concesso, sempre per consolidare nell'opinione
pubblica il mito dell'Olocausto, alla memorialistica delle migliaia
di sopravvissuti ai cosiddetti campi di sterminio e alle continue
richieste di risarcimenti presentate dalle organizzazioni giudaiche
contro Stati, enti pubblici, industrie private, banche ed
assicurazioni giudicati ricattabili.
È
un'azione incessante che, oltre a fruttare ai sionisti milioni di
dollari, ha il risultato di seminare senso di colpa e quindi di
inferiorità in tutti i potenziali interlocutori del mondo
ebraico.
Per
intimidire ulteriormente gli avversari, veri o presunti che siano,
tutte quelle persone che nel mondo non si siano espresse nei
confronti del Sionismo, di Israele e degli ebrei della diaspora in
termini men che riguardosi, il Congresso Mondiale Ebraico ha raccolto
un'ampia schedatura, che si riferisce a ben 132 paesi nel mondo, e
nella quale sono segnalati, ,come, si trattasse. di criminali, case
editrici, gruppi politici, nomi e cognomi di giornalisti e di
studiosi.
Si
tratta non solo di un segnale per imporre all'editoria ed alla
televisione l'emarginazione culturale e professionale degli
avversari, ma di una autorevole denuncia affinché, dall'azione
coordinata di politici e di magistrati asserviti, coloro che
compaiono in queste liste di proscrizione siano sottoposti a
indagini, a perquisizioni, a lunghi e fastidiosi procedimenti
giudiziari.
Ecco
perché nessuno parla più dei veri nodi della questione
ebraica, del colonialismo sionista, del martirio del popolo
palestinese, della violenta snazionalizzazione della sua terra. Ecco
perché nessuno osa mettere in dubbio la legittimità
dell'entità statale ebraica, o fa rilevare come Israele sia di
fatto esentato dal rispetto delle regole internazionali, e la sua
esistenza costituisca una minacciosa mina vagante per tutti i popoli
del Mediterraneo e del Vicino Oriente. Così come nessuno osa
sollevare il problema dello status degli ebrei nei vari paesi
di residenza.
Eppure
sono tematiche che è necessario avere ben chiare per capire la
realtà del mondo di oggi.
Come
mai mentre si imponeva agli europei la decolonizzazione agli ebrei
era riconosciuto il diritto di installarsi in Palestina? Quale titolo
potevano vantare per il possesso del territorio se non un testo
religioso nel quale il loro Dio lo prometteva al suo
popolo?
Così
come non si piegò all'occupazione straniera all'epoca delle
crociate, non è concepibile che l'Islam possa accettare oggi
il cuneo posto a spaccare la continuità di quello spazio che,
dall'Atlantico alle Isole della Sonda, è da secoli, senza
soluzione di continuità, abitato da musulmani. Tanto più
che l'insediamento ebraico si è imposto solo grazie a una
politica di inganno e di tradimento, avviata all'ombra di quel
colonialismo inglese che, invece di portare il Paese
all'indipendenza, lo ha snaturato etnicamente; processo che si è
perfezionato con la vittoria di democratici e comunisti nel secondo
conflitto mondiale.
Il
tentativo di costituire uno Stato compattamente ebraico, sia pure
attraverso l'uso - lecito ai sionisti - della pulizia etnica, è
del resto fallito e questo fallimento ha determinato l'attuale
situazione di stallo. Neppure l'immigrazione in Israele di tutti gli
ebrei disposti ad affluirvi è bastata a sommergere
demograficamente l'originaria popolazione palestinese.
Gli
arabi di Palestina, che vivono sotto occupazione straniera e che da
cento anni ormai si battono in modo eroico per la loro esistenza,
sono apertamente discriminati, nel senso che sono sottoposti ad una
legislazione razzista che li ha confinati in terre aride dove
soffrono la sete, mentre, con la loro acqua, gli ebrei innaffiano le
loro rigogliose coltivazioni di pompelmi. E ciò non riguarda
la sola Palestina; ad Amman, in Giordania, grazie a quella sottratta
a monte dagli ebrei, l'acqua viene distribuita alla popolazione per
due sole ore al giorno. E non tutti i giorni.
Ma
la questione ebraica non riguarda, come abbiamo anticipato, solo gli
ebrei che vivono in Israele. Si era detto che con la creazione di un
loro Stato avrebbe trovato soluzione generale il problema dei diritti
civili degli ebrei, cioè del loro status nei vari Paesi
di residenza. Ma quando Israele nacque fu in realtà solo la
nazione di quegli ebrei che scelsero di andarci a vivere. Anche se
Israele accorda con le sue leggi a tutti gli ebrei del mondo
cittadinanza e tutela giuridica (tra cui il diritto, nel caso di loro
presenza in Israele, a non essere estradati) gli ebrei delle varie
comunità della diaspora hanno mantenuto la cittadinanza del
Paese in cui vivono. E ciò anche se logica avrebbe voluto che
a ciascuno di loro, in quell'occasione, fosse consegnato il
passaporto con la loro nuova cittadinanza, quella israeliana, ed ogni
ebreo venisse da quel momento considerato dappertutto cittadino
straniero ospite. Col pieno rispetto dei suoi diritti umani, e con
quei diritti vasti, e tuttavia non completi, spettanti in ogni Paese
ai residenti di nazionalità diversa.
Oggi
dunque, nonostante i suoi indiscussi legami con Israele e con le
altre comunità della diaspora, l'ebreo gode ovunque dei pieni
diritti politici e gli sono spalancate tutte quelle carriere che,
agli altri stranieri, sono giustamente precluse.
È
un trattamento di favore, rispetto alle altre nazionalità, che
ha ulteriormente ingarbugliato le cose e grazie al quale tutti gli
ebrei della diaspora sono diventati sionisti; anche quelli che non lo
erano mai stati appunto perché era in loro forte il timore di
dover pagare, per ottenere uno Stato ebraico, una logica pesante
contropartita nei vari Paesi di residenza.
Oggi,
grazie a questo privilegio, creato e mantenuto dall'Olocausto,
l'ebraismo militante ha teste di ponte in ogni Paese. In ogni Paese
ha gente su cui contare, in grado di interferire e di influire, in
quanto gruppo assai saldo, sulla finanza, sulla politica, sulla
cultura, sull'informazione. Ed ecco la stampa di casa nostra farsi,
col contributo di questi connazionali ebrei, cassa di risonanza delle
parole d'ordine ebraiche, in particolare per quegli aspetti della
politica estera che coinvolgono Israele e la sua area geografica, e
per quegli aspetti culturali inerenti a risvolti di estremo
interesse, come l'Olocausto o il Revisionismo.
Gli
esempi di quanto abbiamo detto sono giornalieri: in prima pagina sul
Corriere della Sera, Moni Ovadia si è occupato del
processo per spionaggio subito in Iran da alcuni ebrei locali; Amos
Oz, un altro ebreo, sempre sulla prima pagina del Corriere,
nel deprecare il fallimento dei colloqui di Camp David, ha definito
assurda la pretesa dei palestinesi di rientrare nella loro Patria e
ha sostenuto che i profughi dovrebbero seguire l'esempio di
moderazione fornito dai tedeschi espulsi dalla Germania Orientale
dopo il 1945. Che un esempio del genere potesse essere invece seguito
proprio da quegli ebrei, che mai, tra l'altro, avevano in vita loro
visto la Palestina, non viene, dal nostro Oz, neppure preso in
considerazione. Ma l'invadenza ebraica è ancor più
vasta. Basterà ricordare gli articoli comparsi a proposito
della beatificazione di Pio IX, o di quelli ancor più
sfrontati nei quali opinionisti ebraici si permettono di consigliare
sempre alla Chiesa o ai vari Stati la politica da seguire. Ovviamente
quella a loro gradita.
L'ebraismo
fa dunque sui nostri giornali una sua specifica
politica, sia a livello nazionale che internazionale. In fatto di
politica estera il suo pensiero non può essere che a favore di
Israele e degli americani e questa è destinata a restare una
scelta permanente, a prescindere dalla diversa opinione che in un
determinato momento storico fosse adottata dalla nazione italiana.
È
facile constatare come le grandi firme ebraiche del giornalismo
italiano, i Levi, i Colombo, i Segre, i Pirani, i Lerner, i Foà,
i Guzzanti, i Molco, e chi più ne ha più ne metta,
siano sempre schierate sulle posizioni ideologiche e geo-strategiche
care ad Israele e alla comunità della diaspora.
Se
una qualsiasi nazione, per i suoi interessi, decidesse di non
appiattirsi sulle posizioni gradite all'ebraismo e reclamizzate dai
suoi portavoce, essa verrebbe accusata di antisemitismo.
La
politica estera di un Paese viene dunque decisa non dal suo
parlamento, ma dal potere che è riuscita a rastrellare la sua
minoranza ebraica. E questa una situazione oggettiva che non può
lasciare tranquilli né gli ebrei, né le nazioni in cui
essi vivono.
Questo
corpo di pensiero, estraneo al Paese, si batte sempre per la
democrazia, per il liberismo, per tutte quelle soluzioni che
aumentano nella società il cosmopolitismo e si pongono come
ostacolo contro ogni tendenza etnocentrica e nazionalista. Ecco il
suo storico appoggio all'internazionale marxista, l'odierno sostegno
all'idea democonsumista, ideologie entrambe capaci di minacciare la
compattezza e la determinazione dei popoli a restare quel che sono.
Ecco
perché la cultura dominante, fortemente ebraizzata anche per
il riflusso della Chiesa su quelle radici, guarda con favore
all'imbastardimento della nazione, respinge usi e costumi
tradizionali, si batte contro ogni principio d'ordine con
l'obbiettivo di disgregare, di spingere all'individualismo più
esasperato, alla coltivazione degli interessi settoriali i quali sono
puntualmente messi in concorrenza con quelli superiori della
collettività.
Tutti
i fenomeni di resistenza a questa strategia di annichilimento non
possono che essere declassati come pregiudizi da respingere e da
condannare. Il peggiore di questi pregiudizi è ovviamente
l'antisemitismo. È una tesi piuttosto zoppicante, ma che è
riuscita finora a mettere tutta la lobby ebraica e i suoi
reggicoda al riparo da qualsiasi critica.
Se
quelle che abbiamo visto sono le radici storiche ed ideologiche della
globalizzazione, e l'Europa vuole sottrarsi ai suoi disastrosi
effetti, è suo dovere fare precise scelte di campo.
La
strategia della liberazione non può che partire dalla
constatazione degli errori commessi, dall'esame di quanto sia stato
dannoso coordinare la nostra politica con chi era portatore di
interessi etici, geopolitici e commerciali diversi dai nostri, con
chi per questi suoi interessi era pronto a coinvolgerci nell'imporre
a terzi incolpevoli sanzioni economiche e attacchi armati.
Ci
auguriamo che, nella prossima legislatura, la Lega e quelle forze che
specie al Centro e al Sud si coaguleranno intorno a Rinascita
Nazionale abbiano i numeri per imporre i grandi cambiamenti
necessari.
Questi
dovranno riguardare tanto la collocazione internazionale del nostro
Paese e il problema della Sovranità, quanto i temi interni di
maggior rilievo.
Tra
questi, ovviamente, quello dell'immigrazione, che dovrà essere
regolata in modo estremamente rigido con una nuova legge. A questa
dovranno affiancarsi nuove norme riguardanti la cittadinanza. Il
diritto di cittadinanza non è la tessera di un club da
acquisirsi a semplice richiesta, deve restare un diritto legato al
sangue e al suolo. Non è possibile che il destino dei nostri
figli possa essere deciso dal voto degli immigrati stranieri. Non
deve succedere che i nostri nipoti parlino la nostra stessa lingua,
portino il nostro stesso cognome e siano dei mulatti.
Il
problema è urgente. Nel giro di pochi anni i rapporti etnici
di una regione, di uno Stato, possono essere sovvertiti. È il
caso del Kosovo, che non è più serbo, è il caso
della Florida e della California, che non sono più Paesi
anglofoni, ma ispanici. È il caso della Palestina e di Londra
che, nel 2010, sarà abitata da una maggioranza di colore.
È
la genetica ad insegnare che la società multirazziale è
irreversibile; la freccia del tempo ha una sola direzione. Se
dobbiamo batterci occorre dunque farlo subito. Pentirsi domani di
quanto oggi non si è fatto non servirebbe a nulla. Nessuna
razza inquinata può tornare quel che era; nessun popolo che
abbia perso la sua identità etnica potrà mai più
recuperarla. Quel che è certo anzi è che in esso
scompare l'interesse all'indipendenza politica e la voglia di
difendere l'avvenire dei figli. Un popolo privo di identità
diventa un gregge che si muove docile nella direzione voluta dalla
Grande Finanza.
È
per questo che agli italiani non interessa che gli immigrati siano
regolari, istruiti, magari cattolici. Semplicemente non li vogliono.
Né si comprende come la presenza di masse di stranieri,
inassimilabili per ragioni di razza, di religione, di cultura,
possa risultare benefica.
Le
nuove leggi dovranno perciò eliminare la necessità di
mano d'opera straniera, svuotare dagli extracomunitari le carceri,
rimandarli nei loro Paesi e mettere a disposizione dei nostri
connazionali gli alloggi necessari per favorire il necessario
sviluppo demografico. Il boom delle nascite oggi vantato dai giornali
è unicamente effetto dell'immigrazione. Andate a Milano alla
Mangiagalli, la sala parto è quasi tutta occupata da negri, da
cinesi et similia.
Ogni
contributo statale dovrà essere tolto a tutte quelle
associazioni di volontariato che oggi assistono i clandestini e
favoriscono nuovi arrivi. Non è lecito arricchirsi sulle
disgrazie della nazione.
Vogliamo
chiudere con una nota ottimistica. Siamo convinti che il rientro in
massa degli immigrati nei loro Paesi sarà motivo di forti
tensioni ed accelererà quei cambiamenti rivoluzionari che sono
l'unica possibilità per certi Paesi, specie africani, di
uscire dall'attuale incontrollato marasma.