La democrazia, cavallo di Troia del Mondialismo

Di Piero Sella  -  Numero 49 del 01/05/2000

 

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Scelte politiche e legislazione - Contro la libertà  e gli interessi dei popoli - I Diritti dell'Uomo contro le Sovranità Nazionali - Due esempi di come opera la Democrazia- Le risposte alternative basate su valori nazionali e sociali.



Molti dei lettori avranno quantomeno sentito parlare delle cosiddette malattie iatrogene, di quei malanni causati dai medici o dai farmaci; da una cura sbagliata o dalla semplice permanenza in una struttura sanitaria. In tali casi, invece di contribuire, come sarebbe nelle intenzioni, al benessere del paziente, l'intervento risulta controproducente, finisce per danneggiarlo.

Ebbene da un simile perverso, paradossale meccanismo traggono origine in "democrazia" molte delle più gravi disfunzioni che affliggono l'organismo sociale. Con la differenza che l'inconveniente si presenta con maggior frequenza perché gli effetti dannosi non sono casuali e imprevisti, ma sono calcolati, costituendo il prezzo da pagare in vista di precisi obiettivi politici. Tra scelte politiche e reati commessi esiste dunque un chiaro rapporto di causa ed effetto che viene posto in essere tanto trasformando scelte politiche in legge, quanto tralasciando di legiferare.

I risultati dell'intervento statale, slegati in ogni caso dalla realtà, producono risposte che non corrispondono alle attese e agli interessi della Nazione. Intendiamo dire in sostanza che in "democrazia" la legge è solo uno strumento al servizio dell'utopia. Con essa ci si propone di cogliere l'obiettivo di cambiamenti epocali per il cui raggiungimento si cerca di cancellare nella natura umana il sentire tradizionale e di piegare il comportamento del popolo al modello desiderato.

Uno degli esempi più calzanti del legiferare democratico è la sciagurata legge Turco-Napolitano che regolamenta l'immigrazione. Non è che il legislatore non abbia capito che consentendo l'ingresso in Italia praticamente a tutti, senza respingere né clandestini né criminali, la convivenza civile ne risulta compromessa. L'immigrazione però fa parte di un progetto teso a far digerire agli italiani la società multirazziale, ed allora, senza curarsi dei danni provocati, si favoriscono l'accoglienza, l'assistenza sanitaria, l'integrazione degli stranieri e delle loro famiglie. Si giunge a comminare gravi sanzioni contro quei cittadini che cercano di scantonare ai doveri loro imposti nei confronti degli immigrati.

Altra legge che si muove sullo stesso binario, è quella sull'adozione internazionale. Con essa si tende a incoraggiare l'inserimento di giovani di razza diversa, da prelevarsi - grazie a sgravi fiscali e ad oneri a carico dei datori di lavoro degli adottanti - in paesi esotici.

Ma possiamo citare un'infinità di leggi che non riescono a cogliere alcun obiettivo socialmente interessante. Patetiche le «grida» contro il narcotraffico, ridicolizzate dall'enorme diffusione delle droghe il cui spaccio e il cui consumo avvengono oggi senza alcun ritegno e con rischi minimi per i trafficanti.

Quanto all'«uso personale» è di fatto legalizzato e senza limiti: un magistrato ha di recente giustificato la detenzione di ottomila dosi. È stata accolta la tesi del difensore secondo la quale gli stupefacenti erano la scorta necessaria per combattere un tenace mal di denti!

Enorme poi il numero delle leggi formalmente vigenti ma di fatto disattese, non applicate. Le forze dell'ordine in tali casi semplicemente non intervengono. Ci riferiamo all'abusivismo commerciale, al contrabbando, all'occupazione di stabili di proprietà pubblica o privata, alla costituzione di blocchi stradali, alla devastazione di mezzi di trasporto, all'accattonaggio e al borseggio, alla sistematica esportazione, sotto gli occhi delle autorità di frontiera, di centinaia di auto rubate.

Un fenomeno di enorme rilievo sociale e sanitario, come la prostituzione, è ufficialmente ignorato. Invece di ripulire le strade da prostitute, travestiti e protettori si è recentemente parlato, a livello ministeriale, di intervenire contro la clientela!

Se questa palese incapacità del politico democratico a mantenere l'ordine pubblico colpisce e turba la comunità, la legge dimostra tutta la sua debolezza anche nell'affrontare tematiche più legate all'amministrazione dello Stato e meno in senso stretto alla criminalità. La legge è facilmente aggirabile in tema di corruzione dei pubblici funzionari, non offre serie, garanzie sulla correttezza degli appalti, né esprime alcuna volontà di mettere un freno allo spaventoso spreco del pubblico denaro.

Manca infine, cosa di estremo rilievo, la certezza delle pene. Ciò si traduce nell'agevolare le mosse di quei soggetti criminali geneticamente predisposti a reiterare il loro comportamento. La stampa riporta quotidianamente vicende gravissime che hanno come protagonisti condannati rimessi in libertà per decorrenza dei termini, detenuti cui è stato concesso di scontare la pena agli arresti domiciliari, «pendolari» che tornano in prigione solo per il riposo notturno, o che comunque si trovano in permesso per i più disparati, assurdi motivi.


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Ma come può essere - è la domanda dell'attonito cittadino - che il legislatore democratico, quello stesso soggetto cui è istituzionalmente affidato il compito di assicurare un'ordinata e civile convivenza, che dovrebbe preoccuparsi della prevenzione dei reati e delle misure atte a reprimerli, finisca invece per favorirli?

E come può accadere che neppure la constatazione dei disastri originati dalle proprie gravi colpe od omissioni spinga il politico a cambiar rotta, a rivedere i suoi giudizi, a emanare con tempestività i necessari provvedimenti correttivi?

Tutto ciò accade perché l'azione politica, che trova il suo sbocco nella costruzione della legge, è totalmente condizionata dal pregiudizio ideologico. Invece che da un attento studio della società e dell'economia, da un esame dei bisogni del popolo, dal dovere di tutelarne sicurezza e identità, la legge muove da valutazioni che puntano a voler trasformare il mondo secondo un percorso pretracciato, al quale non vengono ammesse varianti.

Se è dunque innegabile che sia l'approccio democratico alla realtà, a impedire, per le sue caratteristiche astratte ed impermeabili a qualsiasi critica, la soluzione dei problemi sul tappeto, quali sono però concretamente quei principi che, applicati alla società civile riescono a produrre effetti tanto devastanti?

Sono anzitutto i criteri-guida tipici del cosmopolitismo democratico, che portano in modo assolutamente innaturale a trascurare le differenze esistenti tra le varie Nazioni e a respingere la necessità di regolare, in modo diverso, situazioni ed interessi diversi. Avendo la pretesa di ingabbiare tutti i popoli in un unico schema, il liberal-capitalismo non può che fornire, a livello planetario, la stessa approssimativa, generica, semplicistica risposta.

A nessun popolo è consentito dalle regole del mondialismo avere obiettivi originali in relazione tanto alle proprie caratteristiche etniche, quanto a quelle geografiche del territorio su cui vive. Guinzaglio assai corto dunque, sia per ciò che attiene allo sviluppo interno, sia per ciò che riguarda i rapporti internazionali.

La scelta di imporre regole universali si prefigge evidentemente l'eliminazione di qualsiasi dinamica tra gli Stati. Ma chi può avere interesse a una simile anestetizzante prospettiva? Impedire i movimenti a qualsiasi potenziale avversario, spingerne le energie in un alveo privo di incisività, non può che tradursi in un vantaggio per chi punta al mantenimento dello status quo. In modo speculare, chi ha invece rivendicazioni da affacciare, viene ingessato e neutralizzato.

Ecco, sfrondato dalle manipolazioni e dalle drammatizzazioni della storia operate dai vincitori, e quindi da ogni moralismo di comodo, il quadro in cui si consumò l'ultimo grande conflitto mondiale. Uno scenario che è il medesimo nel quale si muove oggi arrogante l'imperialismo anglosionista.

Ecco perché le grandi potenze esaltano e diffondono la "democrazia". Essa è il regime che più fa comodo all'oligarchia mondialista; è il passo necessario per trasformare in plutocrazia qualsiasi regime parlamentare.

Questo tipo di regime ha dunque la funzione di allontanare le coscienze da una visione del mondo nazionalista, e convogliare l'opinione pubblica verso sbocchi innocui per i detentori del Potere planetario. La possibile concorrenza viene sbriciolata, frantumata a livello individuale. L'aggressività naturale dell'uomo è distolta da obiettivi di gruppo, dalle grandi mete che possono mobilitare le masse e unificare i Popoli, e indirizzata a trovare appagamento unicamente nella competizione economica.

Per cogliere questo obiettivo si solletica in modo ossessivo la sfera del privato, si agita la bandiera della felicità individuale, e si dà spazio a tutte quelle posizioni minimali, di stampo buonista e universalista che sono per loro stessa natura portate a posporre alla tutela ipergarantista del singolo, delle minoranze e di tutta la varietà dei diversi, l'interesse delle singole comunità nazionali. Queste vengono convinte, con le buone o con le cattive - con i prestiti, lo strangolamento economico, le minacce, o l'intervento «umanitario» - della necessità di schierarsi dalla parte «giusta». Sono incoraggiate ad accantonare il concetto di Sovranità e quello di Stato.

L'apparato legislativo dei vari Paesi viene così «provincializzato», di fatto asservito a interessi supernazionali, utilizzato dai mondialisti per dare sempre maggiore spazio all'individuo, scavalcando definitivamente ogni barriera nazionale.

Privo di un indirizzo etico, di mete proprie, lo Stato è perciò condannato in "democrazia" a una politica di piccolo cabotaggio che lo costringe a continui compromessi. Non tanto con gli individui, che restano pur sempre figure astratte e di scarso peso, quanto con le lobby finanziarie, con le multinazionali, con le cosiddette forze sociali, confindustria e sindacati. Lo Stato liberalcapitalista si riduce insomma a un marchingegno creato per assicurare un clima propizio ai traffici commerciali e ai maneggi della Grande Finanza. Ampio disgregante spazio assumono in questo contesto quelle congreghe laiche e religiose incaricate di perseguire la «modernizzazione», i grandi cambiamenti del costume auspicati dagli ambienti affaristici. Vediamo così, in un'atmosfera di malaffare e di ingenuità, le associazioni del volontariato battersi per l'integrazione degli stranieri, perché vengano tollerati e accolti nomadi, asociali, immigrati inassimilabili. Ma questa offensiva non si propone solo di minare la compattezza della comunità al fine di renderla meno reattiva, più malleabile; agisce anche per abbassarne qualitativamente il livello con l'accettazione delle devianze sessuali, la banalizzazione della droga, la nobilitazione dell'AIDS. Larghi finanziamenti pubblici e privati sono assorbiti e sprecati nell'assistenza a immigrati e tossicodipendenti. E un pozzo di spesa senza fondo e senza controllo, destinato unicamente a moltiplicare clandestini e 'tossici, a farne anzi dei punti di riferimento etico per i giovani.

Gli intellettuali progressisti cui nei regimi liberalcapitalisti - di destra e di sinistra - viene puntualmente affidata la gestione dei mezzi di informazione, spingono l'opinione pubblica ad accogliere con benevolenza queste disastrose campagne propagandistiche. È recente la notizia di un corso di orientamento sull'omosessualità organizzato per i docenti dal nostro Ministero della Pubblica Istruzione. In Inghilterra è stato diffuso nelle scuole un video che invita - onde i giovani possano decidere con cognizione di causa - ad avere esperienze gay. Il messaggio termina con la sottile, inquietante domanda: «Ma chi vi ha insegnato ad essere eterosessuali?».

Cinema e TV sono bene allineati. Sempre più spesso gli spettatori sono condannati ad assistere a sconci caroselli di mezzosangue, lesbiche, spacciatori, travestiti.

Meno male che sta per approdare nelle sale cinematografiche il nuovo, edificante cartone animato sulle avventure di Anna Frank!


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A blindare definitivamente, a vantaggio dell'oligarchia atlantica, le conquiste dei regimi democratici entrano in azione le istituzioni mondialiste. Il loro è stato un ruolo chiave. La ragnatela delle superleggi da esse elaborata ha progressivamente tolto agli Stati qualsiasi autonomia. All'osservanza di queste leggi quadro, che operano come fossero leggi costituzionali, gli Stati sono tenuti semplicemente per aver aderito all'ONU, o all'Unione Europea. O anche a enti minori, ma centrali nel gioco, come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale.

L'appartenenza a questi prestigiosi club fa sì che i governi nazionali siano privati di ogni indipendenza politica ed economica. Nessuno Stato può più stabilire quali diritti concedere alle minoranze nazionali presenti sul suo territorio (tranne Israele ovviamente) né ha la possibilità di decidere a chi concedere la cittadinanza, se, a chi, e come, aprire le proprie frontiere.

Su determinati argomenti, le superleggi mondialiste impongono una rigida censura preventiva; impediscono ai cittadini di organizzarsi, di esprimere il loro parere. La legge nazionale lo consentirebbe, ma il governo, ormai legato mani e piedi alla superiore autorità mondialista, è costretto ad accettare i veti e le direttive stabiliti oltreoceano. Al punto che l'Europa è stata costretta ultimamente a bombardare il suo stesso territorio, a danneggiare i suoi traffici danubiani, a sabotare la sua nuovissima moneta unica.

Ed ecco che in Italia certi referendum, come quello organizzato dalla Lega contro l'immigrazione, referendum che aveva visto una grande mobilitazione popolare, sono stati considerati inammissibili. I rappresentanti locali del mondialismo ci faranno votare solo su quelli che non contrastano con la situazione di sovranità limitata nella quale ormai viviamo. Su quelli che non danno noia ai loro padroni.

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Come viene giustificato dalla «cupola», a livello concettuale, questo disprezzo per la volontà popolare? Se ne occupa una recente, interessantissima sentenza della Suprema Corte degli Stati Uniti, pubblicata il 10 febbraio 2000 dall'Herald Tribune. Vi si chiarisce la finalità della legge sui Diritti dell'Uomo e di tutte le altre ad essa collegate.

Con tale legge - è detto testualmente nella sentenza - «si sono voluti sottrarre certi argomenti alle vicissitudini della controversia politica e così piazzarle fuori, cioè al riparo, della portata della maggioranza». Ne risulta, dice sempre la sentenza, che «indipendentemente da quanto grande e convinta sia una maggioranza, certe cose sono inammissibili».

Ma quali? E chi le decide? E in quali sedi? Quel che risulta evidente è che il campo, così aperto, così generico, è sconfinato. Prima delle elezioni dovrà essere deciso, da chi conta, e di volta in volta, quali partiti, quali argomenti possano essere oggetto della consultazione e quali no. E se per caso, sfuggendo alla censura, o perché si era sottovalutata la loro presa sull'opinione pubblica, vincono quelli «no», sarà necessario delegittimare il risultato, cioè gli eletti, i gruppi politici, la gente che ha votato.

Irak, Algeria, Serbia, Palestina e Austria insegnano.

Cosa resta a questo punto delle libertà promesse dalla "democrazia"? In cosa si differenzia un regime così congegnato dalla Tirannia?

Come si può considerare accettabile una politica tesa a respingere a priori, a criminalizzare, qualsiasi forma di nazionalismo?

È giusto che nella loro veste di appartenenti alla comunità nazionale i singoli non godano più di alcuna considerazione particolare? Che il cittadino venga progressivamente equiparato al semplice residente, indipendentemente dal fatto che costui provenga da oltreconfine, appartenga a razza, a cultura diversa? Che senso può avere che il destino degli europei possa essere deciso dal voto degli extracomunitari?

È ammissibile che attraverso la pianificazione dell'imbastardimento razziale venga messa in discussione la stessa sopravvivenza dei Popoli? E che supremi valori per il singolo debbano essere i Diritti Umani e il Mercato, e non tutto quanto è utile alla Nazione cui egli appartiene?

È morale che le pretese di un tossicomane, di un omosessuale affetto da AIDS, o di uno straniero che si è introdotto nel nostro Paese senza documenti, il più delle volte per delinquere o per pascolare greggi di prostitute, debbano essere equiparate e poste dallo Stato in concorrenza con le legittime, rispettabili esigenze di nostri connazionali, di una madre, di un lavoratore, di un anziano?

Intrappolato dalle istituzioni mondialiste, il nostro continente sta vivendo oggi un momento storico paragonabile a quello del 1815, quando con la Santa Alleanza gli oligarchi che avevano stroncato il sogno napoleonico di un'Europa una, grande e libera, cercavano di piegare i Popoli al loro progetto, di imbalsamarne la psiche.

Si tratta, oggi come allora, di una soluzione innaturale.

Ma l'alternativa esiste.

È nostro compito preparare la rivolta popolare e la rinascita.

A queste riflessioni di carattere generale vogliamo far seguire, allo scopo di dimostrare quanto poco il nostro discorso di critica alla vigente legislazione liberalcapitalista sia campato in aria, il commento a due fatti di cronaca accaduti nei mesi scorsi.

L'intervento delle istituzioni democratiche nelle due vicende è stato tanto maldestro da far risultare intuitivo il fatto che a questi problemi possano essere date risposte radicalmente diverse.

Sarà nostra cura delineare brevemente tali risposte in modo da consentire al lettore un giudizio tra la ricetta fornita dall'impostazione ideologico culturale e dalle leggi dello Stato democratico e la soluzione alternativa da noi suggerita che tali leggi respinge come un abito di taglia inadatta e che propone, a protezione di un'ordinata convivenza sociale, valutazioni che s'incentrano sugli irrinunziabili interessi della Nazione.

Smentiamo innanzitutto l'affermazione che il degrado comportamentale e sociale che i fatti rivelano possa essere attribuito, così come è stato fatto da commentatori superficiali, al contesto epocale, in pratica a trasformazioni del costume giudicate ineluttabili. Mettendo a fuoco e sviscerando la dinamica di quanto accaduto sarà invece possibile capire quanto il male affondi le sue radici proprio nelle regole.di convivenza che la "democrazia" ha imposto ai suoi sudditi, nella sua morale individualista, umanitaria e universalista, e come, tanto nel determinarsi degli eventi, quanto nel prolungare nel tempo i loro effetti, sia stato decisivo il contributo della Legge.

La prima delle vicende che abbiamo ritenuto di prendere in esame si è verificata a Buccinasco, alle porte di Milano, dove un'anziana donna è stata rapinata e accoltellata a morte nella sua abitazione, una povera casa di ringhiera, da un tossicomane. Costui, pluripregiudicato per furti, rapine et similia, invece di trovarsi in carcere, era in libertà. Non perché evaso, ma perché la sua condizione di malato di AIDS viene giudicata dalla legge incompatibile con la detenzione.

La benevolenza dello Stato democratico non finisce qui; al delinquente, in considerazione delle sue cattive condizioni di salute, viene passata addirittura una pensione. Né l'ultimo reato commesso, un omicidio aggravato, cambierà qualcosa: resterà libero e continuerà a percepire la sua pensione.

Solo un legislatore irresponsabile può costruire spazi non coperti dalla legge, ammettere l'esistenza di una franchigia tanto ampia per cui un assassinio può restare privo di sanzione.

Il fatto che il colpevole, pur individuato, rimanga in libertà è la confessione dell'impotenza dell'autorità e della sua mancanza di lungimiranza. E sì che non occorre molta fantasia a immaginare che, avendo la garanzia dell'impunità, il tossico rinnoverà le sue imprese. Né è difficile prevedere che, in modo doloso, cioè consapevolmente, egli possa continuare a diffondere il contagio da cui è segnato.

Lo Stato democratico agevola dunque con le sue direttive la diffusione di quella stessa pestilenza che si è istituzionalmente impegnato a combattere con costose campagne di informazione.

Ci sembra evidente la non componibilità dello scontro tra l'interesse generale, che esige tutela per la sicurezza e la salute pubblica e la legge democratica che accorda invece a pericolosi elementi asociali, colpevoli di gravi delitti, l'impunità e il diritto di circolare liberamente. Perché possano poi, senza preoccupazioni, contagiare altre persone, lo Stato, quasi si trattasse di individui meritevoli, li aiuta a sopravvivere con un pubblico contributo. Quale sarebbe il destino di individui del genere nello Stato nazionalista e giustizialista per il quale noi ci battiamo?

Siamo d'accordo che la prigione non è per loro il posto adatto. Agli altri detenuti, che già devono sopportare la perdita della libertà, non si può imporre di scontare la loro pena in un ambiente dove sono esposti al rischio di contrarre gravi malattie. Non è questo tuttavia un buon motivo per lasciare in libertà persone che vanno invece isolate e messe in condizione di non nuocere. Se non devono danneggiare i detenuti, tantomeno è logico che possano farlo con cittadini rispettosi delle leggi.

Tossicomani sieropositivi e malati di AIDS conclamato condannati alla reclusione per qualsivoglia reato dovrebbero essere isolati in strutture carcerarie speciali ed ivi trattenuti fino al termine della pena, per poi passare ad altro tipo di restrizione personale.

Vi è, ce ne rendiamo conto, il problema di chi ha subito senza sua colpa il contagio e vive tale sventura senza macchiarsi di alcun reato. L'indicazione all'isolamento sanitario permane anche in questo caso. Certo le strutture dovranno essere diverse e migliori e così anche il trattamento, che dovrà essere privo di qualsiasi risvolto punitivo. Ma, nel caso di epidemie per le quali non esistono cure, è di rigore la separazione sorvegliata dei malati e dei portatori dell'infezione. Questo è quanto insegna la scienza medica e la soluzione da essa indicata è l'unica che possa condurre alla fine dell'epidemia. È un rimedio questo che i Soloni della "democrazia" respingono a priori. Innanzitutto l'accertare mediante esami coattivi lo stato di sieropositività o di malattia conclamata viene giudicata procedura tale da violare la privacy. Porla in atto nelle carceri, nelle scuole o nelle caserme, non sarebbe democratico. Per lo stesso motivo ci si rifiuta di sottoporre a controllo medico anche le migliaia di immigrati che giungono ogni anno nel nostro Paese dall'Africa nera, dove la percentuale dei sieropositivi tocca, in certi Stati, addirittura il 50% della popolazione ed è causa di morte addirittura superiore alla fame.

La legge Turco-Napolitano sull'immigrazione si preoccupa infatti non della salute dei cittadini italiani, ma dei Diritti Umani degli stranieri, e stabilisce che a gente senza documenti, senza lavoro, dedita allo spaccio di droghe o ad altri crimini, siano assicurate cure gratuite e discrete nelle nostre strutture sanitarie.

Non solo non si fanno esami di controllo, ma, ai clandestini, onde non essere costretti ad espellerli, si assicura anche l'anonimato.

Il danno per la Nazione è evidente, ma i principi della "democrazia" sono salvi e le lobbies del volontariato che, con la complicità della legge, speculano sull'accoglienza degli immigrati e sul recupero dei tossicodipendenti, possono sviluppare di anno in anno il loro giro d'affari.

Un business ormai da migliaia di miliardi, succhiati ogni anno direttamente dalle tasche degli italiani.


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Ma il tema del criminale spreco di risorse della collettività, fisiologico in "democrazia" perché collegato a scelte politiche di tipo clientelare, merita di essere approfondito.

Poiché le disponibilità finanziarie sono limitate, è evidente come ogni impiego. insensato o truffaldino di fondi pubblici si ripercuota sulla collettività sottraendo prestazioni a quei cittadini che ne hanno diritto. Prima di tagliare quanto destinato allo «stato sociale», i governanti democratici dovrebbero decidere dove nel bilancio è il caso di largheggiare, dove è il caso di risparmiare. Ma sarebbe chiedere troppo. Affrontare una scelta implica infatti la capacità di applicare criteri selettivi e questa capacità di scelta è agli antipodi tanto dell'ugualitarismo quanto dell'umanitarismo democratici.

Per essere più chiari e per restare nel campo medico, è pacifico che sul totale dei ricoveri ospedalieri esiste una rilevante percentuale di malattie la cui genesi non è possibile imputare a pura fatalità, ma che sono invece oggettivamente attribuibili a comportamenti censurabili. Ora, se è giusto che lo Stato intervenga con un'adeguata politica di prevenzione, generale e personale, a favore di tutti i cittadini, è anche vero che, quando non riesca a cogliere gli obiettivi desiderati, diventa sommamente ingiusto far ricadere il costo sociale di un vivere al di fuori e al di sopra delle righe, frutto di libera scelta individuale, sulla collettività.

Prima del diritto a essere curati devono esserci per tutti dei doveri. E il mantenersi in buona salute è per ciascun cittadino un dovere verso il suo Popolo. Questo perché ognuno deve essere in grado di svolgere le proprie mansioni a favore della comunità e occuparsi responsabilmente della propria famiglia. Questo per non turbare, con esempi negativi, la vita sociale per non gravare la collettività di spese inutili.

Lo Stato non può contemporaneamente preoccuparsi di organizzare una struttura sanitaria territoriale, orientando l'educazione e il comportamento dei cittadini in modo tale che la libertà e le scelte del singolo non entrino in rotta di collisione con l'interesse nazionale, e poi continuare ad occuparsi in modo paterno di coloro che respingono questa scala di valori e colpevolmente trascurano la propria salute. Se così agisse, il pubblico denaro verrebbe colpevolmente sottratto a quei proficui impieghi naturali a difesa della popolazione che sono un obbligo e una scelta etica per lo Stato.

Ma se è vero che salute del cittadino e interesse dello Stato coincidono, è chiaro che non ci si può limitare a valutazioni morali o a fissare priorità di intervento sull'esistente, ma si deve anche intervenire con una politica eugenetica tesa a migliorare il livello medio di salute della collettività. Questo è possibile bloccando la trasmissione delle tare ereditarie.

Occorre evitare che la scienza medica sia indirizzata a favorire la sopravvivenza dei meno adatti, con conseguenze antiselettive tali da influire negativamente sulle generazioni future.

A convalidare la fondatezza di queste nostre ultime riflessioni giunge puntuale il secondo fatto di cui vi riferiamo.


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In Sicilia, a Pozzallo di Ragusa, una minorata mentale di tredici anni, figlia di una invalida mentale (con pensione), a sua volta figlia di altra invalida mentale (sempre con pensione), è rimasta incinta dopo un incontro sentimentale con un sedicenne, anche lui menomato.

L'evento ha colto la legislazione democratica del tutto impreparata. Nulla essendo previsto per scongiurare situazioni del genere, risulta unicamente possibile un rimedio doloroso e tardivo: l'aborto.

Ebbene, dopo polemiche durate settimane circa l'opportunità di interrompere o meno la gravidanza, e nonostante le ovvie infauste previsioni per la qualità della vita del nascituro, l'autorità cui è toccata la decisione ha scelto di non risolvere il problema, di escludere cioè l'aborto.

Questo drammatico e irresponsabile sbocco è stato determinato da un cumulo di pressioni esercitate sia da parte cattolica sia da parte progressista. Urtato dall'idea di un attacco alla «vita», l'Osservatore Romano ha titolato il suo fondo sull'argomento «Tornano gli orrori del razzismo nazista». Sul lato sinistro del fronte si è schierato contro l'«infanticidio» il ministro Livia Turco che (Corriere della Sera 14.12.99) ha testualmente parlato di «diritto dei disabili all'affettività, alla sessualità e anche alla maternità». E ha avuto l'impudenza di aggiungere: «questa è una questione di amore e di buon senso».

C'è da restare allibiti di fronte all'immaturità sociale di quegli esponenti democratici che pensano di applicare anche nel campo medico quella stessa deregulation auspicata e avviata in campo economico. Mentre ogni coppia di sposi in attesa di un figlio si preoccupa, e giustamente, di sottoporsi a tutti quegli esami che la scienza medica mette oggi a disposizione per prevenire nascite a rischio, i politici sono travolti da eventi pur prevedibilissimi in situazioni di degrado e non trovano nulla di meglio nella circostanza che pontificare sul presunto diritto di minorati minorenni a prolificare, non esitando a porre a carico della comunità la cura e il mantenimento di minorati fisici e mentali, destinati ad essere a loro volta portatori di tare trasmissibili.

Quale vantaggio può trarre la società da un simile orientamento? Non si risolvono certo con prese di posizione di questo genere né i problemi degli handicappati e delle loro famiglie, né quelli più generali della denatalità e dell'aborto.

È evidente innanzitutto che i fondi destinati ad alloggiare, assistere e mantenere i disabili fisici e mentali potrebbero essere assai meglio utilizzati per la costruzione di alloggi popolari o distribuiti sotto forma di assegni familiari alle famiglie numerose.

Se si decide di costruire un ospedale psichiatrico del costo, poniamo, di cinquanta miliardi, la spesa corrisponde al costo di centocinquanta moderni appartamenti destinabili alle giovani coppie in attesa di sposarsi.

Certo se questi appartamenti vengono invece assegnati agli extracomunitari per consentirgli di portare in Europa le loro famiglie, tanto vale tenerci i nostri disabili. Il danno, per la Nazione, sarà certamente inferiore!

Tornando a una seria analisi del problema, è chiaro che, applicando le indicazioni fornite da una visione del mondo nazionale e sociale, disastri come quello della minorata siciliana sarebbero assolutamente evitabili. La trasmissione di tare genetiche da una generazione all'altra può essere dapprima drasticamente ridotta e in prospettiva lunga del tutto evitata attraverso una corretta politica eugenetica.

Ci pare l'occasione per chiarire anche le diverse posizioni in merito all'aborto. Anche su questo tema si ripresenta l'insanabile conflitto tra la posizione universalista dei democratici e quella di chi bada in primo luogo agli interessi del proprio Popolo.

L'aborto non può certo essere visto con favore in quanto impedisce a individui sani di venire al mondo e spinge invece all'accanimento terapeutico in favore di tutti quanti si decide di far nascere. Esso pone dunque in essere un meccanismo che inevitabilmente conduce al deteriorarsi della specie, allo spegnersi della sua spinta vitale.

Diverso è il caso in cui - come quello di cui ci siamo occupati - ci si trovi di fronte alla necessità di evitare la nascita di un disabile e quindi all'imperativo di contrastare il peggioramento della specie. In tal caso le misure prese, meglio ovviamente se preventive, vengono a coincidere pienamente con l'interesse della comunità, sono un dovere morale nei confronti della stirpe.

Ed è appunto l'interesse della comunità a impedire che, sulla questione aborto, possano essere accettate soluzioni valide su scala planetaria. Il giudizio dovrà essere invece elastico secondo l'epoca e secondo il luogo. Così ad esempio, se è la pressione demografica a spingere gli africani ad emigrare in Europa, non ci sta affatto bene che in quel Continente nostri connazionali - medici o missionari - si battano contro l'aborto.

Così come non ci sta bene che a Milano la giunta comunale abbia deciso di premiare con un assegno mensile di un milione per tre anni, quelle extracomunitarie che rinuncino ad abortire. Noi vogliamo gli asili e i giardini pubblici delle nostre città pieni di bambini italiani. Se ce ne sono pochi, occorre invertire l'attuale tendenza demografica; non ci interessa per nulla e non ci giunge gradito che possano essere sostituiti da coetanei di colore.


Piero Sella