Le ingerenze umanitarie: atto finale dell'offensiva mondialista contro le sovranità nazionali

Di Piero Sella  -  Numero 47 del 01/07/1999

 

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Il diritto per ogni popolo di giocare le proprie carte al riparo di qualsiasi interferenza esterna - La tendenza insopprimibile verso lo stato nazionale - Il necessario reciproco rispetto delle sovranità nazionali.


«Hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato pace»

Tacito


In ogni continente vi sono oggi popoli che si battono in armi per la loro indipendenza o che comunque si agitano a difesa delle proprie particolarità etniche, religiose o culturali.

Si tratta di rivendicazioni naturali, del tutto legittime, le quali, a dispetto dell'epocale spinta verso la globalizzazione, dimostrano l'insopprimibile vitalità dell'idea nazionalista. Rivendicazioni legittime, ma dall'esito sempre imprevedibile.

Il loro successo dipende infatti da un gran numero di fattori: i tempi e i modi in cui sono avanzate, l'intelligenza con la quale il livello delle istanze viene dosato e, di rilevanza centrale, il giudizio sulla tollerabilità o meno dello status quo, giudizio dal quale dipende la decisione di sopportare o quella di insorgere.

E di quest'ultima radicale ipotesi vanno esaminati tutti i possibili risvolti, gli ostacoli politici e militari da superare, i mezzi necessari in relazione alla presumibile durata della lotta, gli interessi esterni coinvolti.

Va ovviamente considerato anche il prezzo da pagare in caso di fallimento. Perché - i Balcani lo hanno dimostrato - è proprio da avventate iniziative armate apertamente secessioniste, e dalla reazione dello Stato che si punta a disgregare, che nascono la violenza di gruppo e la guerra civile. È difficilmente evitabile in tali circostanze il coinvolgimento nel conflitto della popolazione, con la persecuzione di quelle minoranze che si sono messe negativamente in luce, in quanto troppo attive politicamente, economicamente o demograficamente, persecuzione che nei casi estremi può giungere alla pulizia etnica, destinata a spazzar via in modo definitivo, cioè fisicamente, gli sconfitti.

Una serie di eventi certamente drammatici, ma che fanno tutti parte del già visto, essendosi la storia da sempre dipanata su questa direttrice. La civile pacifica convivenza tra le nazioni, non è infatti un felice stato di natura, ma il risultato di faticosi assestamenti, di invasioni a volte improvvise e violente, in altri casi striscianti, ossia diluite nel tempo, di lunghi e sanguinosi scontri tra un popolo e l'altro, di conflitti intestini di carattere politico, di guerre di religione.

Questi sconvolgimenti, ben lungi dal poter essere considerati imprevedibili, diaboliche aberrazioni della modernità, sono dunque per tutti i popoli un passo obbligato, un fenomeno fisiologico che, in situazioni estreme di pressione, agisce come valvola di sfogo, di autoregolamentazione.

Essi, respinta ogni utopia pacifista, rappresentano insomma l'ultima ratio per dirimere, con l'uso della forza, a spese del meno numeroso, del meno attento, del meno determinato, questioni tanto intricate cui compromessi anche a lungo perseguiti non erano riusciti a dar soluzione. Ma quali questioni in dettaglio? Quelle che inevitabilmente sorgono quando, sullo stesso territorio, vengono a trovarsi, per qualsivoglia motivo, popoli di stirpe diversa, inassimilabili a causa delle loro differenti caratteristiche razziali, linguistiche, religiose, del loro peculiare bagaglio storico e culturale.

Quando poi questi popoli sono distribuiti sul territorio - è ancora il caso dei Balcani - a macchia di leopardo, la storia insegna che lo scontro è solo questione di tempo.

Esso costituisce del resto l'unico rimedio per uscire dalla condizione di estrema fragilità propria dello stato multietnico. Un rimedio che va posto in atto con determinazione, senza mezze misure, giacché - come insegna l'esperienza - eventuali tregue o l'interposizione di terzi sono solo palliativi che lasciano il problema irrisolto.

Ecco perché Clausewitz definiva la guerra totale - proprio perché risolutiva - la più umana.

Non deve perciò meravigliare che, nelle zone del globo in cui la dinamica delle etnie non è ancora riuscita a dar vita a quelle aggregazioni nazionali e a quelle forme statuali nelle quali i popoli interessati possano con soddisfazione riconoscersi, abbiano a verificarsi, coll'improvvisa violenza di un'eruzione vulcanica, gli stessi eventi epocali da altri gruppi umani in precedenza vissuti.

Ciò avviene oggi dove questo spontaneo processo di crescita è stato impedito, ed in particolare dove ancora resistono i confini tracciati dall'arroganza dei vincitori dei grandi conflitti, o dalla spocchiosa indifferenza per i problemi etnici dei sudditi propria delle amministrazioni coloniali; ciò avviene dove l'oppressione comunista aveva per decenni neutralizzato qualsiasi fermento di libertà popolare; ciò avviene in quei paesi del Terzo Mondo nei quali ogni rinnovamento è precluso perché l'imperialismo americano e la plutocrazia giudaica sono riusciti a imbalsamare la realtà piazzando al potere classi politiche corrotte che agiscono al loro servizio. Ed ecco che in Europa sono in fiamme i Balcani, nel Vicino e nel Medio Oriente la Palestina, il Caucaso e la regione Mesopotamica.

In Africa, guerre, guerriglie e tentativi insurrezionali corrono dal Mar Rosso al Golfo di Guinea e, più a sud, dal Mozambico alla foce del fiume Congo. In Asia, focolai di violenza covano in Turchia, in Afghanistan, in Birmania, in Cambogia.

Questioni locali di carattere razziale o religioso restano aperte nello Sri Lanka, nelle Filippine, a Timor.

A questi tentativi dei popoli di cancellare le tracce di una condizione subordinata e di dar vita, per lo meno a livello regionale, ad un ordine nuovo, è logico vogliano opporsi le grandi potenze le quali, per conservare i privilegi acquisiti, gettano sul piatto della bilancia tutto il peso della loro forza militare ed economica. Da questa «santa alleanza», che interferisce sul loro sviluppo, i popoli non possono naturalmente aspettarsi nulla di buono.

Le questioni sul tappeto, che non possono essere decise dallo scontro diretto e «sportivamente» pulito tra gli antagonisti, si incancreniscono, o peggio ancora, si risolvono a favore di quell'etnia, di quella fazione che fruisce dell'appoggio - ovviamente interessato - del gendarme mondialista.

La conseguenza è che, mentre un tempo le guerre permettevano la nascita di equilibri più rispondenti al vero, oggi, le guerre o non si possono fare, o vengono fatte - è il caso dell'intervento nel Kosovo - proprio per impedire che i problemi trovino soluzione.

Si respinge in tale quadro il criterio che tutte le nazioni possano agire in modo autonomo, fare quel che da altri sempre è stato fatto, e cioè spostare confini o popolazioni al fine di rafforzare la propria compattezza etnica e irrobustire le proprie strutture istituzionali. Realizzare insomma il sogno di ogni popolo, lo stato nazionale. Il mondialismo si muove invece nel senso opposto: vuole stati multietnici, società multiculturali, economie interdipendenti.

E ciò è più facile da conseguire in quei paesi gestiti da classi politiche allevate in batteria nelle università occidentali e retti da sistemi parlamentari. Il progetto è quello di un modello di convivenza incentrato sui cosiddetti diritti umani, nel quale l'individuo sia posto in posizione privilegiata rispetto alla collettività. Spinti verso un'ossessiva idea del guadagno, scoraggiati nel mantenere la propria identità biologica, privati della loro autosufficienza energetica ed alimentare, allontanati da ogni visione di vita, da ogni morale di stampo nazionale e sociale, i popoli si trovano omologati, snervati, impreparati a resistere agli intrighi planetari del Grande Capitale.

Noi non contestiamo la scelta di quei legislatori che in certi paesi hanno deciso di valutare in modo positivo l'esistenza di una società che sia multietnica, multireligiosa, multiculturale. Diciamo ben chiaro però che questa scelta non può essere elevata a norma universale, valida per tutti. Né tantomeno imposta con la forza.

Non è tollerabile che a un gruppo di Stati venga riconosciuta la potestà di imporre, col suo braccio armato, la NATO, ad altri stati sovrani quella stessa multirazzialità che da essi è stata, in modo assolutamente soggettivo, giudicata un valore. Eppure proprio questa è la sostanza della guerra che gli Stati Uniti e i paesi satelliti europei hanno mosso contro la Federazione Jugoslava, senza che da essa fosse stato aggredito o semplicemente minacciato alcun soggetto internazionale.

Quanto allo schema attraverso il quale il mondialismo si impone sulla libera volontà dei popoli esso è ormai una routine. Una volta che i «ribelli» sono entrati in rotta di collisione politica ed economica con l'Occidente, dai ricatti e dalle minacce si passa rapidamente agli ultimatum, alle sanzioni, al blocco aeronavale. Il passo finale è l'aggressione militare, per la quale non è difficile costruire il pretesto.

Sobillare all'interno di uno stato sovrano una qualsiasi minoranza, armarne le frange più estreme e spingerle al terrorismo, per i «servizi» dei grandi è solo questione di spesa: bastano pochi milioni di dollari o il via libera a qualche partita di droga. Piani del genere sostituiscono oggi egregiamente il vecchio «incidente di frontiera»; i missili sono la modernizzazione della politica delle cannoniere.

Ma l'intervento armato, per la sua gravità, per il fatto di violare sfere di competenza altrui, di volere con la prepotenza imporre ad uno stato sovrano determinati comportamenti, ha bisogno di una campagna propagandistica tesa a conquistare il consenso dell'opinione pubblica. Ed ecco che ai professionisti delle telecamere e della carta stampata è affidato il compito di presentare i fatti secondo la prospettiva più conveniente.

Un esempio di come opera questo genere di disinformazione ce lo forniscono quotidianamente i telegiornali di regime, i quali, nel tentativo di scardinare ogni resistenza popolare contro l'inquinamento razziale, dedicano spazi abnormi e femminei commenti strappalacrime agli albanesi in arrivo sulle nostre coste, agli zingarelli morti di freddo o -bruciati nei loro accampamenti, al carabiniere in uniforme che caccia il biberon in bocca al neonato curdo, al marinaio che, sempre in divisa, serve piatti di minestra agli ospiti stranieri appena sbarcati.

Di questo stesso semplice, ma efficace marchingegno ci si serve per manipolare i convincimenti di massa in tema di politica estera. L'ingenuo telespettatore è indotto a credere che non esistano più nazioni in competizione tra loro, né interessi strategici o economici da tutelare, ma unicamente sofferenze individuali o familiari da impedire o da alleviare. Solo disperati delle varie razze da assistere e da inserire nel tessuto sociale, e ciò senza badare alla spesa necessaria né alle drammatiche conseguenze per il futuro del nostro popolo.

È una gara tra cattolici e comunisti (ma vi partecipano pure i Berlusconi e i Fini) a chi si dimostra più aperto all'accoglienza, a chi respinge con maggiore impegno qualsiasi discriminazione, a chi più demonizza il criterio della preferenza nazionale. Sotto la spinta del turbamento emotivo indotto dalla visione, giornalmente propinata, di patimenti e ingiustizie intollerabili, nessuno può restare indifferente.

E pochi riescono a discernere, nel groviglio dell'informazione, il reale dallo strumentale.

Comprensibili sentimenti di umana solidarietà, vergogna per il proprio benessere, sensazioni di impotenza individuale, spingono a prendere posizione a favore di quei soggetti che, sia pure in contesti poco chiari, vengono descritti come perseguitati, come vittime della sopraffazione, della miseria, della fame. È un'atmosfera nella quale ogni volontà di approfondire e capire viene annullata: lo spettacolo messo in scena ha raggiunto l'obiettivo di commuovere nel modo più acritico.

Ma la commozione non è ovviamente il risultato finale perseguito; essa è solo lo strumento per sviare l'attenzione generale dai veri scopi dell'operazione. L'opinione pubblica deve credere che l'intervento armato avvenga proprio per salvaguardare quei diritti umani di cui è stata insistentemente pubblicizzata la violazione.

La strombazzata tutela delle minoranze è invece solo 1'àlibi per dare il via libera alla prepotenza di chi ha interessi da far valere in casa altrui, e dispone "della forza militare per farlo. L'intervento militare è ovviamente traumatico e viene messo in atto con terrificante determinazione, anche se - lo si autocertifica - ha unicamente scopi umanitari e finalità politiche rieducative. A questo punto chi pensava di essere padrone in casa sua, libero di decidere ad esempio quali diritti concedere o meno alle minoranze presenti sul suo territorio, e legittimato dal diritto internazionale a resistere ad ogni indebita pressione esterna, è costretto a scendere a patti con la controparte spalleggiata dallo straniero, con coloro insomma che si sono venduti promettendo di convertirsi alla religione mondialista.

A decidere la piattaforma per l'accordo di pace non sono però i diretti interessati; questo compito se lo accolla generosamente chi ha posto in atto l'aggressione.

Raggiunti i propri obiettivi militari e politici, tra cui ovviamente l'autorizzazione a stanziare nel paese, beninteso a tempo indefinito, proprie truppe, i Restauratori dell'Ordine si faranno anche carico di fornire i mezzi economici - i prestiti - necessari per la ricostruzione, per la riparazione cioè dei danni da loro stessi arrecati, ma soprattutto utili per legare a sé i collaborazionisti locali.

Che ogni «missione di pace» vada nel senso dell'omologazione mondialista è indubitabile.

Gli sconfitti, provengano essi da esperienze di sinistra piuttosto che di tipo autoritario, si rifacciano ad ideologie di stampo peronista o integralista, vengono tutti paternamente allontanati dalla tentazione nazionalista, distratti da una soverchia attenzione al sociale, riportati di peso nel gregge della Democrazia e del Mercato.

L'intervento umanitario non si propone dunque mai un arbitrato super partes; esso ha unicamente il fine di impedire soluzioni che escano dal controllo, dal gradimento dei potentati mondialisti.

Non si cerca di sventare pericoli contro la pace, ma di bloccare quelle dinamiche capaci di spazzar via, e in modo definitivo, oggettivi ostacoli alla formazione di uno stato autenticamente nazionale.

La presenza di «forze di pace», l'organizzazione di conferenze internazionali, di commissioni di controllo, di progetti di assistenza, sono in realtà cortine fumogene dietro le quali l'oligarchia mondialista dispone del destino delle nazioni di cui ha violato la sovranità. Le cosiddette ingerenze -umanitarie sono dunque qualcosa ,di assai diverso da quanto viene reclamizzato. La tutela dei Kosovari è stata ad esempio solo il pretesto per una guerra condotta dagli Stati Uniti contro l'Europa.

Il nostro continente, con l'interruzione delle vie di comunicazione fluviali danubiane e con la militarizzazione dell'Adriatico, è stato pesantemente danneggiato nella sua economia e di fatto imprigionato geostrategicamente. Gli USA stanno. infatti chiudendo, d'intesa con l'alleato turco, tutte quelle prospettive che, dopo la caduta del comunismo, erano sembrate aprirsi per una vantaggiosa collaborazione tra l'Europa e i popoli dell'Est e dell'Asia centrale.

Né può essere considerato secondario l'enorme, destabilizzante movimento di rifugiati che dovranno essere accolti e mantenuti dagli europei. Con grande soddisfazione dei mondialisti, le nazioni europee ne usciranno ulteriormente imbastardite e quindi dotate di un'identità più sfumata. Saranno perciò, com'è nei piani, più deboli e più malleabili. Ricordiamo a questo proposito che, solo in Italia, sono oggi già presenti oltre 150.000 tra albanesi e kosovari, impegnati; nella quasi totalità, a tempo pieno sui vari fronti della criminalità organizzata.

Solo una dirigenza politica legata mani e piedi alla plutocrazia atlantica poteva trascinare l'Europa su una strada tanto rovinosa. Anche il nostro Paese si è mosso nel branco, privo di qualsiasi linea guida. Pur contribuendo economicamente in modo assai rilevante alle spese di gestione delle istituzioni mondialiste, l'Italia non ha mai avuto, sulle decisioni prese, alcuna voce in capitolo. Alle riunioni dell'ONU, a quelle della NATO, a quelle del F.M.I., il Fondo Monetario Internazionale, la nostra partecipazione è sempre stata quella, del tutto irrilevante, dello yesman.

Uno dei risultati di tale ruolo è che, unicamente per dare servizievole supporto alla politica egemonica degli Stati Uniti, l'Italia mantiene oggi reparti armati in Bosnia, in Albania, in Macedonia, in Afghanistan, in Libano, in Mozambico, truppe il cui costo incide per 10.000 miliardi annui sul suo già disastrato bilancio. Ma la dabbenaggine dei governanti italiani non si ferma qui; attraverso il FMI sono state versate altre migliaia di miliardi, praticamente a fondo perso, a quei paesi le cui economie in crisi gli USA avevano deciso di sostenere.

Questi «aiuti» versati a Brasile, Corea, Tahilandia, Indonesia, e gettati in quel pozzo senza fondo che è diventata la Russia, sono in realtà serviti a questi paesi a rimborsare alle banche anglo-giudaiche i prestiti ottenuti in precedenza, oltre, va da sé, agli interessi nel frattempo maturati.

Tirando le fila di quanto abbiamo fin qui detto ci pare si imponga una riflessione sul concetto di politica estera. Occorre smettere di pensare che la politica estera di un paese debba consistere nell'interessarsi della sorte degli altri popoli. La classe politica deve muoversi evitando ogni confusione tra privato e pubblico, tra astrazioni metafisiche e realpolitick.

Né deve farsi condizionare da valutazioni sentimentali che la conducano a preoccuparsi del livello più o meno democratico,,dei regimi cui altri popoli sono soggetti o alle condizioni civili ed economiche di vita delle quali altre nazioni godono. Questi sono semmai compiti propri Ai enti quali Amnesty International, o di personaggi come il Pontefice. Gestire la politica estera in modo corretto significa unicamente occuparsí degli interessi del proprio paese all'estero, facendoli valere nei confronti degli altri soggetti internazionali.

Per ogni popolo, in questo contesto, è morale tutto quanto gli risulta utile. Ma poiché è giusto che ciascuna morale nazionalista valga quanto qualsiasi altra, è essenziale, onde evitare sovrapposizioni, che criterio generale delle relazioni internazionali sia lo scrupoloso rispetto delle varie sfere di competenza, cioè delle rispettive sovranità.

Una base di chiarezza e di stretta reciprocità: meno verrà cacciato da una nazione il naso negli affari altrui, meno sarà facile che altri lo cacci nei suoi.

Questo non significa che ci si debba disinteressare di tutto quanto accade fuori dall'uscio-di casa, ma piuttosto che quando uno Stato decide di muoversi, la sua politica deve essere sorretta da un disegno utilitaristico, da un preciso interesse.

Interesse suo e non di altri soggetti che gravitino in altro ordinamento statuale. Se l'Italia avesse oggi una sua politica estera essa dovrebbe essere indirizzata a contrastare la devastante invadenza geostrategica, economica e culturale degli Stati Uniti d'America.

L'Italia deve essere libera di scegliersi da sola i suoi alleati e i suoi nemici; deve essere libera di commerciare con chi le pare. Questo vale anche per gli altri paesi europei. Se imboccherà senza esitazioni questa strada, l'Europa avrà al suo fianco tutte quelle nazioni del mondo che già scalpitano sotto il tallone dell'egemonia americana. Molte di queste nazioni hanno già inquadrato con esattezza l'importanza della posta in gioco e hanno deciso di attuare una specie di politica di guerra, di affrontare un'emergenza nella quale sarebbe palesemente fuori luogo muoversi regolando il passo sul tema dei diritti umani. Coloro che hanno veramente a cuore l'indipendenza del loro paese, diffidano infatti della premurosa attenzione esibita dall'Occidente democratico per i diritti del singolo. Hanno capito che si tratta solo di un trucco per interferire e destabilizzare. Sanno che è proprio il trionfo dell'individualismo ad aprire la strada alla globalizzazione dei mercati, alla omologazione biologica e culturale dei popoli, all'esiziale penetrazione del modello di vita americano.

Mentre battersi contro la calata della barbarie americana è fondamentale, vi sono invece situazioni nelle quali non si vede quale influenza sullo scontro in atto nel mondo tra sovranità nazionale e mondialismo possa derivare dall'agitarsi per l'autonomia in contesti strettamente locali. Per essere più chiari, che Baschi, Corsi, Curdi, Saraui, Albanesi del Kosovo, o le mille tribù africane perennemente sul piede di guerra, godano o meno di certi diritti politici o civili, ci pare, per il destino dell'Europa, impegnata contro gli USA in una lotta per la vita, sinceramente ininfluente.

Non vediamo, di qui, la ragione di intrometterci nelle diatribe senza fine fra poteri centrali e forze autonomiste dei vari paesi, quando, il più delle volte, sia gli uni ehe le altre, sono di fatto costretti a ruotare nell'orbita dell'imperialismo americano.

I problemi di queste minoranze non ci riguardano e quand'anche ci riguardassero, non sembrano essere oggi alla nostra portata. Quando gli interessati li avranno risolti, con realismo ne prenderemo atto. Le battaglie di tali etnie, torniamo a dirlo, sono confinate in un settore poco significativo del fronte, e distraggono energie dalla lotta di liberazione che deve essere combattuta contro il nemico principale.

Un'osservazione conclusiva: Se linea guida della politica internazionale di uno stato sovrano deve essere quella di battersi contro ogni ingerenza esterna, di ancor maggior evidenza dovrebbe essere la mancanza di qualsiasi legittimazione a far politica sul territorio altrui per gli stranieri ospiti a qualsiasi titolo, in particolare se rifugiati. Purtroppo invece curdi, iraniani, albanesi e via dicendo, spadroneggiano arroganti ed impuniti, e si permettono di turbare l'ordine pubblico delle città europee.

Abbiamo visto anche in Italia, negli ultimi mesi, strade e piazze trasformate con l'indecente acquiescenza di ministri, prefetti e questori, in luoghi di bivacco e di rissa.

Gli stranieri, la loro politica, se ne hanno il coraggio, vadano a farsela a casa loro.

Piero Sella