| Di Piero Sella - Numero 45 del 01/05/1998 |
Scarica l'articolo in formato PDF
L'opinione pubblica sembra digerire con inesauribile apatia il fatto di vivere in una nazione a sovranità limitata. Poche, oltre alla nostra, le voci che spingono a posizioni di autonomia politica ed economica nei confronti degli U.S.A..
Per la loro autorevolezza vanno ricordate in questo senso le reiterate prese di posizione di Massimo Fini e di Sergio Romano (1).
L'Italia appare dunque destinata ad ospitare a lungo le decine di basi militari gestite dagli Stati Uniti al servizio della loro aggressiva politica internazionale. Ma c'è di peggio.
Non si tratta solo di aerei o di navi che si muovono in assoluta libertà. La sudditanza è tale che le leggi nazionali non sono applicabili ai militari stranieri presenti sul nostro territorio. E ciò non solo nel caso di reati collegati alle attività di servizio, quali ad esempio il volo che ha provocato la caduta della funivia del Cermis: l'impunità è garantita anche per i cosiddetti reati comuni, come il furto e lo spaccio di droga.
I soldati U.S.A. - ma tra i responsabili di tali reati non mancano gli ufficiali - in base agli accordi di tipo coloniale cui l'Italia si è piegata, pur se arrestati in flagranza di reato dalle nostre forze dell'ordine, devono puntualmente essere rimessi in libertà. Ci pare necessaria a questo punto un'indagine sull'origine storica e politica della subordinazione italiana agli U.S.A., subordinazione che nel sentire popolare viene vagamente collocata tra le conseguenze della seconda guerra mondiale.
Ora, se è evidente la volontà degli Stati Uniti di estendere, con la complicità del comunismo, al Vecchio Continente le loro strumentali regole ideologiche e i loro ricatti commerciali, è interessante vedere quali forze nel campo avverso gli americani siano riusciti a mobilitare e ciò, specie in quegli anni cruciali racchiusi tra il concludersi delle operazioni belliche e la nascita del Patto Atlantico.
Ci occuperemo dunque delle vicende a cavallo dello sbarco in Sicilia del luglio 1943 e del ruolo giocato in seguito dalla mafia nel legittimare la presenza alleata, prima attraverso il Movimento Separatista, poi, sempre muovendo dalla Sicilia, ma su base nazionale, con la Democrazia Cristiana. Nel 1942 l'Italia è indubbiamente il «ventre molle» dell'Asse.
Ma le perplessità degli Alleati se iniziare proprio dalla penisola l'attacco alla «Fortezza Europa» sono numerose, legate ad una più ampia visione della guerra.
L'obbiettivo finale degli anglo-americani è quello di una spartizione del Continente con la Russia comunista. In tale quadro era per loro necessario evitare d'interferire con le operazioni militari dell'Armata Rossa.
Escluso quindi uno sbarco nei Balcani, pericoloso uno sbarco in Italia che, se operato con decisione, avrebbe potuto portare dal Veneto e dalla Slovenia nel cuore dell'Austria e di qui ad una penetrazione da sud nelle zone orientali del Reich, della Boemia e della Slovacchia, territori tutti destinati ai sovietici. Questi i motivi per cui la strategia alleata decide di rinunciare nel Mediterraneo ad operazioni di vasto respiro. Non viene presa in considerazione l'invasione della penisola a partire dalla Sicilia (2) né operazioni quali ad esempio l'occupazione della Sardegna dai cui aerodromi avrebbero potuto essere raggiunti tanto i grandi centri industriali del nord Italia quanto la grande base navale di La Spezia.
Dalla Sardegna, tra l'altro, avrebbe potuto muovere uno sbarco sulle coste meridionali francesi, enormemente meno costoso di quello che verrà posto in atto nel giugno successivo in Normandia. Gli Alleati si accontentano dunque col periferico sbarco in Sicilia di rendere sicure le loro rotte mediterranee.
Conclusa l'occupazione dell'isola, il grosso dei mezzi e degli uomini impiegati nell'operazione sarebbero stati riti rati e trasferiti in Inghilterra per essere riorganizzati in vista di Overlord, l'apertura su suolo francese del cosiddetto «secondo fronte».
Se dunque militarmente l'operazione Husky, lo sbarco in Sicilia, è destinata a non avere seguito, gli Alleati si attendono invece da essa grandi risultati politici. I contatti in corso con gli ambienti monarchici italiani facevano infatti ben sperare gli Anglo-americani. L'attacco alla Sicilia (l0 luglio '43) poteva essere, così come fu, il detonatore per la rimozione di Mussolini (25 luglio '43) ed accelerare quelle tendenze all'uscita dalla guerra ed al voltafaccia contro l'alleato tedesco già attive nello Stato maggiore italiano che dovevano culminare nell'armistizio (8 settembre).
Solo il verificarsi di questi due eventi (allontanamento di Mussolini e ritiro dell'Italia dal conflitto) avrebbero potuto spingere gli Alleati a modificare i loro piani ed a proseguire le operazioni militari nello scacchiere mediterraneo sbarcando sulla penisola. Diversamente, l'occupazione della Sicilia avrebbe semplicemente chiuso il ciclo di operazioni che, iniziatosi nel novembre '42 con lo sfondamento di El Alamein e lo sbarco anglo-americano in Marocco ed Algeria, aveva portato l'Asse, dopo la dispendiosa battaglia di Tunisia, all'abbandono dell'Africa.
Se i governanti e i militari italiani avessero avuto in quei frangenti maggior senso morale e nervi più saldi, la guerra si sarebbe decisa altrove, senza passare sul nostro territorio. L'avremmo persa con onore, ma soprattutto ci sarebbero stati evitati la vergogna dell'8 settembre e venti mesi di devastante guerra civile. Ad indirizzare lo Stato maggiore alleato verso la Sicilia è anche lo spionaggio U.S.A. i cui vertici avevano posto la loro attenzione sull'organizzazione mafiosa, radicata tanto nell'isola quanto negli Stati Uniti.
L'intelaiatura mafiosa era certamente in grado di influire sugli umori della popolazione e di spingerla prima a favorire lo sbarco, poi a collaborare coll'occupante. I contatti tra spionaggio U.S.A. e mafia sono assicurati dal gangsterismo americano e precisamente da Lucky Luciano, purosangue siculo, capo indiscusso della malavita di New York.
Il boss in quel momento è in carcere, ma i contatti coi personaggi che Luciano deve avvicinare sono assicurati dallo spionaggio navale, il Naval Intelligence, che, su autorizzazione diretta di Roosevelt e del ministro della marina Knox, si muove attraverso il capitano Haffeden.
I contatti materiali tra i servizi segreti e Luciano sono tenuti da Mayer Lansky, socio di Luciano e stella negli U.S.A. del gangsterismo ebraico. Il Lansky, che nel dopoguerra con lo stesso Luciano arriverà a controllare il mercato mondiale degli stupefacenti tra Medio Oriente, Sicilia, Cuba e Stati Uniti, è manovrato per conto dei «servizi» dal suo difensore, l'avvocato Allen Dulles, lo stesso che per tutta la guerra dirigerà le operazioni europee dello spionaggio americano e sarà poi capo della C.I.A..
In cambio della loro collaborazione, i «servizi» sono autorizzati a promettere ai gangsters incarcerati la libertà, ma ad ingolosire la malavita americana è soprattutto la prospettiva di assicurarsi con un protetto, privilegiato insedia mento in Sicilia, una base ideale per i propri traffici nella futura libera e democratica Europa. Ed ecco che Lansky, il suo braccio destro e correligionario Benjamin Siegel e lo stesso Luciano, mobilitano per l'operazione Sicilia tutti i capi mafiosi d'America. È il caso di ricordarne almeno i nomi più prestigiosi, quelli che ognuno di noi ricorda dai films dell'epoca: Adonis, Costello, Anastasia, Profaci.
Da questi galantuomini sono distillati circa tremila nominativi di informatori, i quali, nonostante il conflitto, non hanno difficoltà a contattare la «casa madre».
Attraverso emissari sbarcati clandestinamente in Sicilia ed accolti fraternamente dai mafiosi locali, vengono allertati e messi a disposizione dell'esercito di invasione migliaia di «uomini d'onore», dei quali al momento buono i «liberatori» potranno servirsi.
Con l'appoggio di questo picaresco esercito ausiliario, l'operazione di sbarco del luglio '43 supera ogni più rosea aspettativa. Le truppe della prima ondata sanno tutto sulla dislocazione delle batterie e dei reparti. Sono persino informate del nome e cognome degli ufficiali che comandano le truppe italiane incaricate della difesa.
Quanto alla popolazione civile essa, anche se mancano ancora due mesi alla resa italiana dell'8 settembre, è stata ben preparata ad accogliere con favore i reparti americani. Questi del resto, contrariamente alla universale consuetudine di evitare l'impiego in battaglia di uomini oriundi del Paese invaso, sono costituiti per il 15% da siciliani; il nemico parla quindi il dialetto del Paese e spesso vi ha parenti.
La difesa dell'isola era del resto priva di qualsiasi prospettiva di successo. Troppo forte e troppo recente era stato il salasso subito dalle forze italo-tedesche nell'ultima battaglia d'Africa, dove in Tunisia (13 maggio '43) l'Asse aveva lasciato ben 230.000 prigionieri.
Ma quella che doveva avere un peso ancora maggiore è la decisione della alte sfere romane di rinunciare a battersi. Nel momento stesso in cui il territorio nazionale è invaso, ancora una volta la flotta è trattenuta nei suoi ancoraggi.
Ed ecco che le operazioni terrestri del nemico, che avanza su due colonne lungo la costa siciliana, convergendo su Messina, possono essere appoggiate dalle sue navi da battaglia, le quali si dedicano, incontrastate, a continui, micidiali cannoneggiamenti. Ma se gli alti comandi hanno ormai abbandonato o tradito le nostre truppe, la popolazione civile non è da meno.
Le istruzioni mafiose sono eseguite ovunque con entusiasmo, l'invasore è accolto con fiori ed applausi.
Quanto ai soldati siciliani catturati essi sono separati dai commilitoni continentali, cui toccheranno in Africa o negli Stati Uniti lunghi anni di prigionia e, con le più ampie, benevole assicurazioni del comandante nemico, generale Patton, avviati liberi alle loro case.
A Mussomeli, dove entrano senza colpo ferire, gli americani sono accolti da Genco Russo, il luogotenente di Calogero Vizzini, capo della mafia siciliana.
Lo stesso Vizzini per parte sua accoglie i «liberatori» a Villalba, un paese vicino a Lercara Friddi, patria di Luky Luciano. Come Genco Russo, anche Calogero Vizzini è scelto dagli americani per la carica di sindaco.
Non importa che il Vizzini abbia conti in sospeso con la giustizia per cinquantun delitti di mafia né è di ostacolo all'assunzione della carica il fatto che sia analfabeta. La fiducia degli americani è tale che lui ed i suoi uomini, tra cui vi sono diversi parenti di Luciano, sono autorizzati a portare armi da fuoco.
Il sostegno dell'organizzazione mafiosa da parte degli americani è pieno, sistematico ed immediato. Cinquecento uomini della mafia, confinati dal regime fascista ad Ustica, sono immediatamente liberati e tornano a casa.
Ed a casa c'è bisogno di loro: c'è da prendere possesso per conto dei liberatori dei posti vacanti di sindaco e di funzionario nelle amministrazioni comunali. Lo stesso governo civile alleato, che è guidato dal colonnello Charles Poletti, ha problemi per completare il proprio organico. Li risolve pescando nel ricco serbatoio mafioso: Damiano Lumia, nipote di Calogero Vizzini, diventa interprete del Civil Affairs; a Vincenzo di Carlo, capo della mafia di Raffadali, è affidata la responsabilità dell'ufficio requisizione grano.
Il capomafia di Corleone, Michele Navarra, è incaricato di raccogliere gli automezzi militari abbandonati. Né si può accusare gli Stati Uniti di agire a casaccio; gli incarichi affidati soddisfano tutti i requisiti della efficienza e della competenza. Ed ecco che Max Mugnani, che si farà nel dopoguerra un nome nel mondo dei narcotrafficanti, è nominato depositario dei magazzini farmaceutici americani in Sicilia.
Grazie all'appoggio americano la Sicilia è dunque saldamente in pugno alla mafia, la quale, costituita una struttura politico-militare, quella separatista, è in grado di assicurare, comunque le cose vadano a finire in Europa e in Italia, il controllo della Sicilia e delle rotte mediterranee da Gibilterra alla Palestina, il futuro Israele, al proprio sponsor. Ed è proprio grazie all'appoggio, alla copertura degli americani, che la partnership tra mafia e separatismo produce fruttuosi risultati. Mentre qualsiasi attività politica nell'isola è rigorosamente vietata, i separatisti organizzano quando vogliono pubbliche riunioni, cui prendono parte ufficiali americani in divisa, felici di trovarsi in ambienti addobbati con la loro bandiera nazionale. Gli attivisti del separatismo per di più possono spostarsi con camion dell'esercito U.S.A. e affiggere manifesti regolarmente autorizzati dal governo «alleato».
L'E.V.I.S., l'esercito volontario per l'indipendenza siciliana, affianca la struttura politica separatista che agisce nelle città alla luce del sole, con nuclei armati alla macchia che si muovono agli ordini del bandito Giuliano.
Il tutto con la benedizione U.S.A.: Scrive in quel periodo il colonnello Donovan, capo dell'O.S.S.: «La Sicilia è il cuore strategico del Mediterraneo e il cuore strategico dell'Europa, dell'Africa, del Medio Oriente. La nostra stessa sicurezza è legata alla libertà e all'indipendenza della Sicilia».
E che l'operazione separatista dovesse concludersi colla gestione dell'Isola da parte del capitale americano risulta pacifico dalle missive indirizzate dal capo del Movimento, Finocchiaro Aprile, ad importanti ditte d'oltreo ceano, la Ford Motors, la Dillon Bank, ad esempio, o a personaggi come il segretario di stato Cordell Hull e la signora Eleonora Roosevelt, destinataria quest'ultima di un plateale, servilissimo messaggio: «saremo lieti e orgogliosi se la Sicilia potrà essere la longa manus degli Stati Uniti in Europa».
In America intanto il quotidiano newyorkese Il Progresso italo-americano di Fortunato Pope mantiene vive le simpatie degli ambienti della emigrazione siciliana per il separatismo.
Vicini al comitato americano che agisce in appog gio al Movimento per la quarantanovesima stella, movimento che in Sicilia faceva capo a Calogero Vizzini e che nel proprio simbolo abbinava Trinacria e bandiera americana, sono anche l'anglo-giudaico Fiorello La Guardia, sindaco di New York, che si esprime per il pieno diritto della Sicilia al plebiscito, e il giornalista Max Johnson.
In Sicilia nel frattempo Vito Genovese, il celebre gangster italoamericano, amico personale del governatore Poletti, viene fotografato in divisa americana a fianco del bandito Giuliano.
Lo stesso Poletti mette a disposizione dei capi separatisti - il barone Lucio Tasca sindaco di Palermo, Concetto Gallo e Finocchiaro Aprile - grosse partite di armi. Il materiale bellico è fatto pervenire ai nuclei dell'esercito separatista a cura di Salvatore Sciortino, cognato di Giuliano, il quale svolgerà in seguito anche missioni di collegamento negli U.S.A. e, quando le cose in Sicilia volgeranno al peggio, troverà rifugio nelle stesse forze armate U.S.A. con le quali si batterà nel 1951 in Corea raggiungendo il grado di sottufficiale.
Partecipa a questi traffici, conquistandosi i primi galloni della carriera, un astro nascente della galassia mafiosa, Michele Sindona. Arruolato dallo stesso Luciano, il Sindona acquista grano e farina da Baldassarre Tindara, nominato sindaco di Regalbuto dagli alleati su segnalazione di Calogero Vizzini.
Le merci sono cedute dal Sindona alla stessa amministrazione alleata la quale si sdebita con armi e munizioni che vengono passate ai separatisti. La sinergia, l'associazione a delinquere tra alleati, mafia e separatismo ha ragione d'essere e funziona fino a quando i vertici politici americani che l'hanno posta in atto decidono che l'emergenza del separatismo non ha più ragione d'essere. La nuova realtà geopolitica europea, col consolidarsi della spartizione di Yalta tra U.S.A. ed U.R.S.S., è ormai matura per la commedia della guerra fredda.
Cala sull'Europa il gelo della politica dei blocchi. La Sicilia resterà americana così come lo sono, nell'àmbito della N.A.T.O., l'Italia e l'intera Europa occidentale. Nel nuovo scenario atlantico sia gli Alleati che la mafia abbandonano gli ormai angusti confini regionali siciliani e trasferiscono il gioco sul più importante tavolo nazionale, a Roma.
Il separatismo a questo punto, privo delle sue coperture politico-mafiose, può essere scaricato ed affossato. L'ala militare del movimento, il banditismo, è messa prudenzialmente, col piombo e coi caffè avvelenati, in condizioni di non poter parlare. Ma quelle stesse forze mafiose che del separatismo e del banditismo si erano servite, non sono affatto sconfitte, sono anzi ripulite e, ormai radicate nel tessuto sociale, marciano attraverso il partito di maggioranza verso un grande avvenire. Attorno alle forze ex mafiose ed ex separatiste nasce così in Sicilia il blocco moderato democristiano incentrato sugli Aldisio, sugli Scelba e sui Mattarella, già componente quest'ultimo della giunta separatista di Tasca a Palermo.
La nomenclatura mafiosa, sempre attenta a cogliere il segno del cambiamento, è da subito vicina alla D.C. col suo capo storico Calogero Vizzini e i suoi «pezzi da 90», i Michele Navarra, i Genco Russo, i Vincenzo Rimi, i Paolino Bontade, i Gaetano Filippone. Rivelatesi imperseguibili le mete più oltranziste del separatismo, anche il grosso degli agrari passa alla grande Balena Bianca. Ed ecco che il primo novembre del '44 Scelba può sfrontatamente scrivere sul Popolo: «non esistono legami organici tra latifondisti e separatisti».
L'avallo degli americani apre alla mafia la strada di Roma, la via democratica della gestione clientelare della politica.
È il via libera alla caccia dei pubblici appalti, allo sperpero delle pubbliche risorse, al saccheggio sistematico della ricchezza nazionale. Ai Giuliano ed ai Pisciotta subentrano localmente i Ciancimino e i Lima mentre a livello nazionale, a Roma, le leve del potere statale vengono prese in mano da amici sicuri, da quegli stessi uomini che gli americani hanno cooptato per imporre nella penisola la politica dei blocchi militari e la spartizione del continente.
Gli ambienti mafiosi e i democristiani siciliani avranno fino all'ultimo come proprio referente romano l'onorevole Andreotti, grande campione dell'Atlantismo, uno degli ultimi politici italiani a rassegnarsi all'unificazione della Germania ed alla frantumazione del blocco comunista.
L'America, a difesa dell'impero del male che, con la complicità di Mosca, ha introdotto in Europa, ha dunque arruolato anche in Italia il peggio della politica: classi dirigenti prive di scrupoli, colluse con la criminalità organizzata, caratterizzate da incompetenza, avidità e servilismo.
Queste classi politiche, indegne della nuova Europa, non possono oggi pensare di riciclarsi camuffandosi sotto nuove sigle, né di potersi sottrarre all'ormai imminente, severo processo di epurazione.
Piero Sella
(1) Quest'ultimo così scriveva su Limes n. 4, 1996, pag. 253: «Senza i porti, gli aeroporti, i radar e le attrezzature logistiche di cui dispone il territorio italiano, la politica americana nel Vicino e Medio Oriente sarebbe cieca e zoppa. Tutta la politica americana nella regione è credibile perché è sostenuta dalla struttura americana in Italia. [...1 Grazie agli accordi segreti degli anni '50 l'Italia, fra i maggiori paesi europei, è quella che rischia di dare un contributo determinante, contro la propria volontà e il proprio interesse, alla politica degli Stati Uniti nel mondo arabo e islamico. Rinegoziare gli accordi è necessario per l'Europa e per la dignità della politica estera italiana».
(2) Come dimostrerà la campagna d'Italia '43-45, il risalire la penisola configura dal punto di vista militare un'operazione decisamente insensata. La struttura fisica dell'Italia nel tratto appenninico offre ai difensori infinite opportunità di contrastare l'avanzata e la possibilità, arretrando con estrema gradualità, valle per valle, di conquistarsi il tempo necessario a predisporre sempre nuove linee di resistenza. Unico precedente storico di un attacco da sud, 1.500 anni prima dello sbarco americano, è la riconquista della penisola italiana operata a partire dalla Sicilia, all'epoca delle invasioni barbariche, dal generale bizantino Belisario, il quale, al servizio di Giustiniano (527-565), ripristina l'autorità dell'Impero romano su tutto il Mediterraneo.