| Di Piero Sella - Numero 42 del 01/12/1996 |
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Sono sotto gli occhi di tutti la dilagante presenza, il dinamismo e la grande disponibilità di denaro dei visitatori nipponici. Mentre gli stranieri lasciano in Giappone ogni anno tre miliardi di dollari, i Giapponesi fuori dalle loro isole ne spendono ben ventidue, scavalcando dal 1989 nella classifica per nazioni anche i Tedeschi.Per compagnie aeree, alberghi e attività artigianali, l'effetto è indubbiamente benefico, ma il grosso del risparmio giapponese prende strade di ben altra rilevanza. Se si considera poi che questo risparmio - il più alto del mondo, pari al 15% del reddito annuo - è una forza di manovra che può contare su seimila miliardi di dollari, è facile capire come non esistano obiettivi commerciali, industriali o finanziari fuori della sua portata.
L'ascesa del Sol Levante a grande potenza economica presenta un'accelerazione stupefacente. Da 300 dollari di reddito pro capite del 1956, un livello da terzo mondo, si passa in dieci anni a 1.000 dollari; nel 1970 a 1.800; nel 1973 a 3.600; nel 1979 a 10.000. Negli anni '80 sono raggiunti i livelli della Svizzera e del Kuwait. Nel 1982 due sole banche nipponiche figurano nell'elenco delle prime dieci del mondo.
Nel 1983 la curva ascendente delle partite attive giapponesi nel commercio estero incrocia la curva discendente di quelle statunitensi, per le quali il 1975 era stato l'ultimo anno attivo.
Col 1987 le banche nipponiche presenti tra le prime dieci passano a sette e occupano i primi cinque posti. Oggi sono nove su dieci.
L'origine di questa ricchezza risale all'estrema razionalità del sistema di produzione, ai suoi elevati standard di qualità e di efficienza.
Sull'abilità imprenditoriale dei Giapponesi ci pare interessante il parere di Cesare Romiti: «Essi riescono a produrre rispetto alla FIAT con un costo del 30% più basso; riescono a mettere un prodotto sul mercato con tempi pari a due terzi in meno rispetto ai nostri; riescono a offfire una gamma di prodotti che è molto più ampia e diversificata non soltanto della nostra FIAT, ma anche degli altri europei e infine sono capaci di costruire reti di distribuzione che agli europei sono oggi sconosciute.»
Circa la qualità del prodotto, da una relazione riservata alla convention di Marentino (20-21 ottobre 1989) risulta che tra il 1983 e il 1988, rispetto alle auto giapponesi, la difettosità FIAT è stata più che doppia.
Ma i brillanti risultati economici del Giappone vanno anche attribuiti a fattori di ordine etico, quali lo straordinario amore dei Giapponesi per il lavoro e per la ditta nella quale esso si svolge, o di ordine socio-politico, come la scelta di limitare il raggio d'azione delle organizzazioni di categoria, lasciando che la dinamica sindacale si sviluppi, in modo assai più rispettoso delle particolarità, all'interno delle singole imprese. Se queste, accordandosi coi dipendenti su base meritocratica - produttività e fedeltà all'impresa - forniscono loro direttamente abitazione, assistenza sanitaria, servizi sociali e pensioni, è evidente che l'intervento dello Stato è destinato a fermarsi a una soglia assai bassa, alleggerendo, e di molto, il carico fiscale sul lavoro. Oggi in Giappone esso è attestato attorno al 10%, il livello più basso del mondo. Accantonando i confronti e le analisi sociologiche, certo interessanti ma del tutto incidentali al nostro discorso storico e politico, resta il fatto che la crescente disponibilità di capitali - ai quali sul mercato locale non viene offerta buona remunerazione (il tasso di sconto è appena lo 0,50%!) e che in Patria, per l'esiguità del territorio nazionale (appena 370.000 km) non possono trovare impiego - ha spinto i Giapponesi a investire all'estero in modo sistematico.
È il progressivo aumento del debito pubblico degli Stati Uniti - una voragine che ha portato la Repubblica stellata a essere il primo debitore mondiale - ad aprire a un'enorme massa di denaro giapponese vantaggiose opportunità: dal 1984 i buoni del tesoro USA diventano l'acquisto preferito degli investitori giapponesi. E le eccedenze nipponiche nello scambio con l'estero aumentano di anno in anno: 35 miliardi di dollari nel 1984, 49 nel 1985, 87 nel 1987, 113 nel 1994, 129 nel 1995. Il quantitativo di buoni del tesoro USA custoditi nelle cassaforti di Tokyo diventa così sempre maggiore. Delle emissioni americane il Giappone si assicura prima un terzo, poi la metà, per giungere negli anni '90 addirittura all'80%.
Per dare un'idea delle implicazioni derivanti da un simile stato di cose basterà ricordare gli effetti della crisi dell'aprile 1990, quando l'indice Nikkei della borsa di Tokyo perse il 6%. Per procurarsi denaro liquido, ci fu, da parte giapponese, un'ondata di vendite di titoli di Stato americani. Ne vennero gettati improvvisamente sul mercato per due miliardi di dollari. Ebbene, nonostante questi titoli rappresentassero appena lo 0,2% di quelli in mani giapponesi, la perdita registrata dalla quotazione dei buoni del tesoro USA fu del 2,5% in due sole giornate.
Né, contro un'economia forte come quella nipponica, possono aver successo i trucchi dei maghi di Wall Street, disposti a dare un'aggiustata al dogma del libero mercato e pronti a introdurre, attraverso la variazione del corso dei cambi, misure di tipo protezionista. La svalutazione del dollaro, messa in atto dagli USA per rendere più a buon mercato le proprie e più care le merci straniere, ha prodotto sull'economia americana effetti di ritorno non previsti. I1 rafforzamento dello yen ha reso per i Giapponesi la produzione meno costosa all'estero che in Patria e, col nuovo cambio, si è fatto vantaggioso anche l'acquisto di industrie e di società estere.
Questi investimenti hanno permesso all'economia del Sol Levante un ulteriore salto di qualità. Essa è ora in grado di commercializzare sia manufatti nazionali che merci prodotte all'estero da società nipponiche e vende anche tecnologia: le ditte che producono su licenza giapponese sono oggi diffuse in ogni continente.
Tokyo, con inflazione e disoccupazione praticamente inesistenti, è il principale creditore mondiale.
Se la presenza nipponica in Europa, negli USA e in America Latina è rilevante, in Asia è addirittura strategica. Quei Paesi del continente che sono usciti indipendenti e sovrani dalle rovine dei grandi imperi coloniali danno infatti organico respiro alla prorompente vitalità giapponese e sono di fatto entrati in quella «sfera di coprosperità della Grande Asia Sudorientale» che era stato l'obiettivo dei Giapponesi negli anni '30-'40. L'Ufficio nipponico per l'Assistenza allo Sviluppo ha finanziato ultimamente impianti portuali a Samoa nel Pacifico, dighe in Thailandia, centrali elettriche nelle Filippine. A Singapore, sul totale degli investimenti stranieri dal 1980 al 1990, quelli giapponesi sono passati dal 17 al 31%.
La salute delle nazioni asiatiche legate allo yen è dimostrata anche dalla loro posizione nella classifica stilata dal Fondo Monetario Internazionale e relativa alle riserve a disposizione delle banche centrali. Se il Giappone figura al primo posto nel mondo con 313.239 miliardi di lire (seconda è la Germania con 139.883) Formosa è al terzo posto (prima degli USA) con 139.847, Singapore è al sesto con 109.145. La Thailandia, con 58.744, è al decimo (prima dell'Italia), la Corea al tredicesimo con 54.576.
Queste premesse forniscono certo un'idea del rilevante peso del Giappone sulla scena mondiale, ma sono al tempo stesso la prova di quanto fragile sia la pretesa del Mondialismo di dettar legge, dalla sua roccaforte statunitense, a tutti i popoli. Tanto più che il Giappone non rappresenta un caso isolato.
Il dollaro, ossia l'economia americana, è debole infatti anche nei confronti del marco. Lo dimostra la costante tendenza del cambio tra le due monete: se nel 1948 occorrono 4,20 deutsche mark per avere un dollaro, nel 1965 ne bastano 3,97; nel 1970, 3,65. Nel 1975, all'epoca della sconfitta in Vietnam, 2,46. Nel 1978 il dollaro vale 2,01: il biglietto verde non è più convertibile in oro e in dieci anni ha perso metà del suo valore. L'anno successivo il dollaro sfonda in picchiata la soglia dei due marchi. Quando nel 1990 gli USA decidono di intervenire in Irak contro il «nuovo Hitler», il dollaro è a 1,62, nel 1993 a 1,42, due anni dopo a 1,36.
L'area dello yen in Asia e quella del marco in Europa dimostrano insomma la presenza ormai consolidata di grandi blocchi regionali in grado di auto-governarsi e di contrastare lo strapotere americano. Questa conflittualità appare per il momento ristretta entro confini di tipo finanziario, produttivo e commerciale, e solo il futuro potrà dire se dalle economie oggi antagoniste al dollaro nascerà qualcosa di più complesso ed organico. Quel che è certo è che una presa di coscienza politica delle aree dello yen e del marco e il pieno recupero del ruolo internazionale dei loro Paesi guida, rappresentano una prospettiva assai inquietante per gli Stati Uniti. E ciò perché lo scontro geopolitico tra America (la una parte, Giappone e Germania dall'altra, avrebbe oggi un esito certamente diverso da quello che il secondo conflitto mondiale fece registrare. Quello odierno è infatti uno scenario assai meno vantaggioso per gli USA. Non potrebbero più far peso, sul piatto americano della bilancia, né la Russia comunista, né quelle risorse umane e di materie prime che i grandi imperi coloniali dell'Occidente erano stati in grado di mettere in campo nella prima metà del secolo.
È un quadro di oggettivo pericolo nel quale, ai vertici mondialisti, altro non resta se non esorcizzare il ritorno di quelle correnti di pensiero che cinquant'anni fa - con le medesime parole d'ordine - avevano mobilitato l'Asse e il Giappone a opporsi alla prepotenza egemonica delle demoplutocrazie.
Ed ecco che la storiografia liberalcapitalista, continuando a ignorare la politica di accerchiamento diplomatico ed economico posta in atto dagli Angloamericani, nonché i loro tracotanti ultimatum, accolla ogni responsabilità per la guerra a Germania e Giappone. Si tace che gli Occidentali, ben lungi dall'offrire spiragli per un ragionevole accomodamento, avevano preteso dagli antagonisti la più completa capitolazione, lasciando loro - unica alternativa - lo scontro militare.
Alle due potenze ribelli e sconfitte sono così attribuiti, con ricostruzioni storiche di comodo e con ignominia, tutti i mali del secolo.
La colpa tedesca per l'«Olocausto» è ormai un dogma protetto dalla più rigida censura. Hollywood, sull'altro versante, quello asiatico, ha costruito e messo in circolazione la leggenda dell'americano pacioso, stretto alle corde e obbligato suo malgrado a battersi dagli invadenti e sleali «musi gialli». «Nazismo» e militarismo nipponico, rimangono dunque, dopo cinquant'anni, lo spunto per aizzare, con inesausto livore e con le invettive più scomposte, all'odio razziale contro i popoli della Germania e del Giappone (2).
Per porre fine a questo terrorismo culturale, per smascherare gli interessi strategici e mercantili cui esso fa da paravento, occorre reagire impegnandosi a fondo nella ricerca dei frammenti e nella ricomposizione della Verità. Il nostro studio, incentrato sulle vicende che vanno dall'apertura agli stranieri dei primi porti giapponesi (1854) fino alla resa del Giappone nella seconda guerra moridiale (1945), si prefigge proprio questo obiettivo.
Da Madama Butterfly, a Hiroshima. Un secolo che vede il Giappone puntuale vittima dei disegni egemonici degli Stati Uniti, i quali vogliono a tutti i costi esportare sull'altra sponda del Pacifico le loro strumentali regole ideologiche e commerciali. Dall'indebolimento diplomatico del Giappone e dal sostegno scopertamente fornito ai suoi avversari, gli Americani passeranno, col pretesto di tutelare la loro tanto altezzosa quanto inesistente moralità, al diretto strangolamento economico, per chiudere il ciclo con la sopraffazione militare e la vendetta atomica.
DAL FEUDALESIMO ALLA MODERNITÀ
A metà Ottocento l'isolamento del Giappone è quasi totale. Agli stranieri è proibito mettere piede sull'arcipelago, ai sudditi non è consentito lasciarlo. C'è da dire, a quest'ultimo riguardo, che il divieto si indirizzava a una popolazione che non aveva mai dimostrato grande interesse per spedizioni militari o commerciali, né per viaggi di esplorazione. Non risultano agli storici né un Marco Polo, né un Vasco de Gama, né un Cristoforo Colombo giapponesi.
L'isolamento nipponico è ad ogni modo tutt'altro che splendido. La popolazione deve confrontarsi in primo luogo con un ambiente naturale complessivamente ostile - suolo montagnoso, coltivabile è solo il 15% del territorio, clima rigido, terremoti con una media di quattro scosse al giorno, tifoni - ma deve anche destreggiarsi contro un regime feudale chiuso a ogni innovazione e testardamente impegnato a conservare i propri privilegi.
Quanto ai rapporti esterni, solo la posizione periferica rispetto alle grandi rotte commerciali, nonché la scarsità delle risorse naturali, avevano messo il Giappone al riparo dall'avidità delle grandi compagnie mercantili dell'Occidente.
Ma l'onda lunga del colonialismo stava per sommergere l'intero pianeta e anche le fino ad allora poco appetibili isole del Sol Levante, grazie agli scali marittimi e alla verginità del mercato, possono entrare nel gioco.
Il motivo che spinge gli Occidentali a pretendere libero accesso ai porti dell'Estremo Oriente sta nel cronico squilibrio della loro bilancia commerciale, dovuto al fatto che ai «bianchi» piacevano moltissimo le merci esotiche, mentre ai «gialli» quelle europee non interessavano per nulla.
Se gli Asiatici erano refrattari all'acquisto di beni, per spingerli a mettere mano alla borsa occorreva interessarli a qualcosa di diverso: la droga. Questa strategia posta in atto dagli Inglesi e subito imitata dai cugini americani che «con una mano portavano la Bibbia, con l'altra la droga» (3) potrà essere tentata anche col Giappone. Contro le mire dello straniero nessuna resistenza frontale è del resto pensabile da parte di un Giappone debole, decentrato, e che quanto ad armamenti è sostanzialmente privo di armi da fuoco potendo unicamente far conto sul patetico folclore dei samurai (4).
Ed ecco, nel 1854, l'ultimo shogun della famiglia Tokuguwa - la quale, dopo aver confinato in un'atmosfera mitica l'Imperatore, amministrava in suo nome e in via ereditaria il Paese - cedere al minaccioso ricatto della flotta americana e aprire agli stranieri, col trattato di Kangawa (Yokohama) i porti nipponici.
È la vittoria - anche sul Giappone - di quell'ideologia in base alla quale le nazioni più deboli sono obbligate a commerciare «liberamente», in condizioni cioè di manifesta, iniqua inferiorità.
Per vivacizzare nel proprio interesse un mercato asfittico, gli affaristi americani ed europei si presentano nella veste di missionari dello «sviluppo» e della «modernizzazione» e, poiché il Giappone scarseggia di capitali, secondo una prassi destinata in questo secolo a trasformarsi in routine, non lesinano i prestiti.
È la premessa per intromissioni via via più pesanti.
Sul modello già collaudato con Cina e Impero Ottomano, e col deterrente dei loro fornitissimi arsenali, le potenze imperialiste impongono ai governanti nipponici una serie di accordi capestro, quelli che gli studiosi del colonialismo definiscono «trattati ineguali». La sovranità del Paese è stravolta dal regime delle capitolazioni, che stabilisce uno status di extraterritorialità a favore dei sudditi delle potenze «forti». Costoro, in sostanza, non possono essere chiamati a rispondere delle loro azioni in Giappone. La legge del luogo per essi non vale (5). Sulle merci introdotte dagli stranieri i Nipponici devono rinunciare a qualsiasi protezione doganale. La forza dei grandi produttori-esportatori d'oltremare riesce a imporre il più assoluto rispetto del «libero mercato». L'economia nazionale, priva di un apparato industriale competitivo e penalizzata dall'assenza di una combattiva classe politico-burocratica, si trova praticamente in balia del capitale straniero.
Il popolo giapponese dimostra però di avere in sé le risorse per evitare l'umiliante destino già toccato all'India, alla Cina e all'Egitto. È in grado di reagire e di procedere sulla strada di quelle riforme che possono condurre alla rinascita. Per cogliere questo difficile obiettivo, i Giapponesi non possiedono alcuna miracolosa ricetta, non sono in grado di sfoderare alcun progetto originale. Sono costretti ad accettare lo scontro nelle «discipline» in cui gli Occidentali eccellono, né esistono alternative praticabili all'imitare la loro tecnologia.
Il successo della «rimonta» deve allora essere ricercato in quelle peculiari doti razziali e in quel retaggio culturale che caratterizzano il popolo giapponese e lo hanno reso tra i più adatti a competere.
Come per i fringuelli delle Galapagos, è stato certamente il lungo isolamento a fare di quello giapponese un gruppo umano diverso e omogeneo. E la «razza» si è costruita nei secoli una sua cultura dalla quale è uscito un modello di società estremamente gerarchizzato. Ogni giapponese sa quali sono i suoi obblighi, quali i comportamenti da osservare per non essere criticato. L'equilibrio, l'onore e la rispettabilità di ciascuno dipendono dal trovarsi in sintonia con la comunità e col suo codice morale.
La tendenza alla compattezza, al gioco di squadra, conduce da un lato a forme di acceso patriottismo, dall'altro, coll'istintivo rigetto degli aspetti più borghesi e deteriori dell'individualismo, a uno stile di vita improntato all'auto disciplina e all'austerità. Il popolo aderisce dunque spontaneamente a una concezione del mondo di tipo socialista, un socialismo beninteso rigidamente limitato al gruppo etnico di appartenenza, e che rimane estraneo a ogni connotazione classista.
La religiosità nipponica è un semplice corollario di questa visione.
Lo Shintoismo non ha «scritture rivelate», non rivolge la sua attenzione ai terni della salvezza o dell'aldilà, né a problematiche di tipo universalistico. I principi morali che suggerisce, contrariamente a quanto accade nelle religioni occidentali, collimano sempre con le norme dell'ordinamento statale. Non vi è perciò alcun motivo di introdurre in Giappone quella che in Europa è stata considerata una delle grandi conquiste del moderno Stato costituzionale, la separazione della sfera religiosa da quella politica.
Lo Shintoismo si occupa con grande concretezza del Giappone e del suo popolo, del sangue col culto degli antenati, della terra col culto dei Kami.
Il culto degli antenati collega anzitutto la famiglia imperiale alle divinità che avevano posto fine al caos primordiale, crea un ponte tra mito e storia della nazione, si pone alla base di una ordinata convivenza sociale. In esso affonda le sue radici il nazionalismo nipponico. La comunità di destino tra le generazioni relativizza infatti il singolo e lo spinge, nel servire la Patria, ad esigere il rnassirno da se stesso.
Attraverso i Kami - divinità legate alla fertilità della terra - viene esaltato con poetico panteismo il sacro presente nella natura. Nei luoghi ritenuti dimora dei Kami sorgono santuari all'aperto, per lo più gruppi di rocce o di piante, ma anche veri e propri edifici sacri. Tali costruzioni, nelle quali vengono tradizionalmente celebrati i riti della nascita, della pubertà e del matrimonio, si trovano sempre a contatto con la foresta, un universo magico che si contrappone al mondo profano dei campi e del villaggio. Essendo lo Shintoismo una religione con forti radici nazionali, risulta del tutto logico che la sua massima autorità sia l'Imperatore.
La necessità di far fronte comune contro le ingerenze straniere contribuisce a sgretolare le ultime resistenze del mondo feudale, un fossile del medioevo destinato in ogni caso a sfaldarsi, in quanto incompatibile con quella stessa civilizzazione occidentale alla quale i Tokugawa avevano spalancato le porte.
Nel febbraio 1868 i feudatari più consapevoli, quelli che comprendono la necessità di ripristinare l'autorità imperiale, battono presso Kyoto le forze dello shogun. Di li a poco i Tokugawa si vedono costretti ad abbandonare la capitale Edo che, ribattezzata Tokyo, vede insediarsi la corte e il nuovo governo. L'anno successivo i signori feudali rimettono pacificamente alla sovranità dell'Imperatore terre e popolo.(6)
Grazie a tecnici stranieri e ai primi giapponesi che rientrano da missioni di studio in Europa lo Stato viene totalmente riorganizzato: nasce un sistema di istruzione che in breve porterà il Giappone - prima tra le nazioni del mondo - a sconfiggere l'analfabetismo; vengono organizzati ex novo poste, telefoni, ferrovie, ed è avviato un vasto programma di industrializzazione al fine di ridurre il fabbisogno di merci straniere. Macchine per la produzione di tessuti vengono acquistate all'estero dal governo e cedute agli imprenditori a fronte di pagamenti rateali. Ampio spazio nella pianificazione tocca ai cantieri navali e alle fabbriche per la costruzione di armi di cui il governo mantiene la proprietà. Nascono con l'appoggio dello Stato, interessato non già allo specioso problema della concorrenza tra i privati, ma a favorire uno sviluppo accelerato, i primi trusts.
Con la totale abolizione dell'ordinamento feudale (1871) il governo nazionale si accolla l'onere di pagare uno stipendio ai samurai. Quando però nel 1876 la spesa si rivela troppo gravosa, la categoria è liquidata con una buonuscita in obbligazioni. I samurai - ormai tutti ronin, così venivano chiamati i samurai senza padrone - troveranno alla fine collocazione nella burocrazia amministrativa, nell'esercito, nella polizia. Saranno l'ossatura del nuovo Giappone.
Se la rinascita del Sol Levante per quanto riguarda lo sviluppo economico e tecnologico si rifà al modello occidentale, questo viene decisamente messo da parte per quanto riguarda la politica. Nella costituzione promulgata nel 1889 le tracce di democrazia parlamentare sono infatti decisamente scarse. Dieta e partiti politici si rivelano istituzioni di pura facciata. I ministri del governo non rispondono del loro operato al parlamento, ma unicamente all'Imperatore. Considerati i poteri che toccano alla monarchia, non è azzardato affermare che il Trono è lo Stato.
Grande rilievo è attribuito anche alle forze armate. Le spese militari sono sottratte al controllo della dieta. Esercito e marina operano coi loro stati maggiori in totale autonomia: dipendono unicamente e direttamente dall'Imperatore. Il ministro della guerra e quello della marina - sempre ufficiali di carriera - condizionano l'esistenza del governo: il loro ritiro rende manifesta la sfiducia dei militari nell'esecutivo e obbliga il gabinetto a dimettersi.
La straordinaria importanza dei militari non costituisce tuttavia, agli occhi dei giapponesi, una prevaricazione corporativa. Il bushido - il codice d'onore, l'etica guerriera trasmessa nei secoli dai samurai - rappresenta infatti l'essenza stessa del costume e della religiosità nazionali e nessuna conflittualità è pertanto ipotizzabile tra il popolo e le sue forze armate.
Guidato da una solidissima gerarchia burocratica - i funzionari sono servitori dell'Imperatore e come tali non devono ossequio né ai partiti politici né alla dieta - il Giappone, attorno al 1890, è ormai solo il ricordo dello Stato feudale di pochi anni prima. Ha un esercito nazionale e un'industria - in particolare gli arsenali di Tokyo e di Osaka e i cantieri navali di Yokosuka - in grado di alimentarlo. I consumi interni sono modesti e le importazioni sottoposte a un rigido controllo. Non entrano nel Paese né beni di lusso, né prodotti di largo consumo a basso prezzo. Si acquista all'estero unicamente ciò di cui vi è effettivo bisogno. E ciò che serve allo sviluppo dell'economia nipponica, è deciso dal governo. Con questa politica viene anche impedito che prendano piede nel Paese quelle categorie cosmopolite e parassitarie, fautrici del consumismo che tanta voce in capitolo hanno nell'Occidente democratico e che, fino a quel momento, per fortunate circostanze geografiche e razziali, erano rimaste lontane dal Giappone.
Quanto agli investimenti stranieri, si pianifica il graduale riscatto, attraverso una serie di nazionalizzazioni, di tutte le attività di rilievo ancora nelle mani della grande finanza: miniere di carbone, società telefoniche, compagnie di navigazione.
I1 peso acquisito grazie a tale rapida ascesa consente al Giappone di chiedere e di ottenere, nel giro di qualche lustro, l'annullamento dei trattati ineguali.
ASSETTO DELL'ASIA E CONFLITTO CON LA CINA
Fatto ordine in casa, può cominciare l'avventura oltremare. Il criterio che guida il Giappone nei passi iniziali è quello di un cauto realismo. L'idea che uno Stato, nato da poco, possa lanciarsi in lontane campagne di conquista è esclusa a priori. Resta tuttavia pressante l'esigenza di disporre di quelle materie prime che nel Paese mancano, e di garantirne - senza condizionamenti né intermediazioni - l'approvvigionamento alla grande industria. È questa infatti la premessa indispensabile per poter conquistare e mantenere un ruolo di primo piano nei ricchi mercati internazionali.
La direzione nella quale estendere il proprio spazio vitale non è una scelta strategica facile: il Giappone, che visti i reciproci rapporti di forza ancora non può permetterselo, corre il rischio di pestare i piedi alle grandi potenze.
Per rendersene conto è sufficiente uno sguardo a quella che era, a fine Ottocento, la carta politica dell'Asia orientale. Nel 1858 la diplomazia zarista costringe la Cina a cedere la sua sovranità su tutte le terre a nord del fiume Amur (7). Col trattato di Pechino del 1860, impossessandosi del tratto di costa sul Pacifico che va dalla foce dell'Amur al confine coreano, i Russi tolgono al Celeste Impero lo sbocco sul Mar del Giappone. All'estremità meridionale di questo territorio, che nell'Impere zarista costituirà la Provincia Marittima, è creato il porto di Vladivostok. Nel 1875 la Russia ottiene dal Giappone la rinuncia a ogni pretesa su Sakalin.(8)
È vero che la colonizzazione slava della lontana Siberia è rallentata da mille difficoltà climatiche e di collegamento, ma la volontà di rafforzare le posizioni in Estremo Oriente è salda e, nel 1891, lo Zar dà il via alla costruzione della Transiberiana.
Gli Inglesi controllano intanto:
-dal 1857 l'intero subcontinente indiano, coi bastioni del Belucistan a occidente, di Ceylon a sud e della Birmania a oriente;
-l'odierna Malesia con la penisola di Malacca al cui vertice si trova Singapore, e la parte settentrionale del Borneo;
-i porti strappati alla Cina con la Guerra dell'Oppio del 1842, tra cui Hong Kong;
-l'Australia, la Nuova Zelanda, il quadrante sudorientale della Nuova Guinea, oltre a numerosi arcipelaghi dei Mari del Sud.
Tutte queste colonie sono collegate alla madrepatria da un'ininterrotta catena di piazzaforti marittime: Gibilterra, Malta e Suez, che bloccano l'entrata, il transito e l'uscita dal Mediterraneo, Aden che chiude il Mar Rosso.
Gli Olandesi occupano l'intera Indonesia - oggi il più popoloso Stato musulmano del mondo con 200 milioni di abitanti - con le grandi isole di Giava, Sumatra, Borneo e la metà occidentale della Nuova Guinea. Le isole, nelle quali la presenza degli Olandesi grazie alla Compagnia delle Indie Orientali risale al 1615, sono un'inesauribile fonte di materie prime, quali petrolio, gomma, bauxite e stagno.
I Francesi presidiano in Asia importanti scali commerciali sulla costa orientale dell'India. Sono francesi, nei Mari del Sud a oriente dell'Australia, la Nuova Caledonia, Thaiti in Polinesia e molte isole minori. Nel Sud-est del continente gestiscono «stabilimenti» sulla costa cinese e occupano l'intero Vietnam, sbocconcellato al Celeste Impero in diverse riprese tra il 1859 (Cambogia) e il 1893 (Annam e Laos).
I Portoghesi, del grande impero coloniale fondato quasi quattro secoli prima, conservano Goa in India, Macao in Cina, di cui si sono impadroniti nel 1557, e la parte orientale dell'isola di Timor, a nord dell'Australia.
Mentre in Occidente gli Inglesi si arricchiscono col commercio degli schiavi, in Cina comprano argento, seta, porcellane e the, coprendo con l'oppio introdotto nel Paese oltre il 50% del valore delle inerti acquistate. L'oppio è da loro coltivato in India in regime di monopolio e da qui avviato in Cina. Nel 1839 l'Imperatore decide di stroncare l'odioso traffico che oltre a danneggiare la salute dei sudditi stava dissestando la tradizionalnent florida bilancia commerciale cinese; 1600 spacciatori sono arrestati (nella vecchia stampa cinese i mercanti di oppio «inglesi» compaiono davanti al magistrato imperiale) e 20.283 casse di oppio, circa 1200 tonnellate di droga, sono bruciate a Canton. Sollecitata dalla potente famiglia ebraica Sassoon che gestiva il grosso del traffico e che era stata lesa nei suoi interessi, Londra dichiara guerra alla Cina. Con la pace i narcotrafficanti anglo-giudaici vengono risarciti per l'oppio incenerito ed Elia David Sassoon si installa a Shangai a dirigere il commercio di famiglia finalmente libero.
Gli Spagnoli sono in possesso - ancora per poco - delle Filippine e di Guam.
Anche i Tedeschi partecipano al grande banchetto imbandito a spese dell'Asia. Hanno basi in Cina, il porto di Kiaochow col suo retroterra nello Shantung e, nel Pacifico, oltre al quadrante nordorientale della Nuova Guinea, occupano gli arcipelaghi delle Caroline, delle Marianne e delle Marshall.
Sono presenti in Cina, nella piccola concessione internazionale di Tien Tsin, tra Pechino e il mare, persino gli Italiani.
Se gli Europei - tanto lontani da casa loro - avevano fatto a gara per mettere le mani su quanto via via era risultato disponibile, solo un'illogica preclusione razzista, assolutamente inaccettabile per l'orgoglio nazionale, poteva impedire al Giappone di muoversi liberamente negli spazi attorno alle proprie isole.
La prima «uscita» del Sol Levante è diretta contro il boccheggiante Impero cinese il quale, vantando il rapporto di vassallaggio che legava il sovrano di quella penisola alla Cina, si opponeva alla penetrazione nipponica in Corea.
Vittoriosi - dopo che la loro flotta si era rapidamente assicurata il controllo del braccio di mare tra Cina e Corea - i Giapponesi con la pace di Simonoseki (1895) estendono i loro possedimenti verso sud e verso ovest. A sud ottengono dalla Cina la cessione di Formosa e delle attigue Pescadores, nonché la rinuncia a qualsiasi rivendicazione sull'arcipelago delle Ryukyu (9). Sul continente estromettono definitivamente la Cina dalla Corea e le strappano, a ridosso di questa, la penisola del Liaotung.
Mentre all'estremità meridionale del Liaotung si trova lo strategico ancoraggio di Lushun, più noto in seguito come Port Arthur, verso nord si aprono per i Giapponesi le porte della Manciuria.
Gli sciacalli occidentali che stanno spolpandosi la Cina giudicano però il passo dei Giapponesi troppo lungo. Russia, Francia e Germania intervengono per imporre con un ultimatum la restituzione del Liaotung alla Cina. Il Giappone non ha scelta, deve piegarsi al diktat, rinunciare alla conquista e accontentarsi dell'impegno cinese a versare una sostanziosa indennità per spese di guerra, ben 9000 tonnellate di argento.
Da questa vicenda i Giapponesi ne escono dapprima umiliati, ma ben presto la frustrazione si trasforma in desiderio di rivincita.
L'ESPANSIONE AMERICANA E RUSSA. LO SCONTRO CON L'IMPERO ZARISTA.
Negli anni successivi il comportamento delle potenze coloniali getta benzina sul fuoco della rabbia nipponica. Mentre l'imperialismo europeo si limita a gestire lo sfruttamento dei territori di cui già e in possesso, due sono le potenze emergenti le cui mosse impensieriscono il Giappone. L'espansionismo della Russia che dilaga nel vicino continente, e degli USA che si installano nei mari immediatamente a sud del Giappone, è denso infatti di pesanti implicazioni per il futuro.
Dopo essersi impossessati nel Pacifico delle Hawaii - dove vivevano poche centinaia di americani e ben 25.000 giapponesi - di Wake e di Midway, nonché in Melanesia di Samoa, gli Statunitensi, con la guerra per Cuba del 1898, sloggiano gli spagnoli da Guam in Micronesia e, appena a sud di Formosa, dalle Filippine (10).
La capitale dell'arcipelago, Manila, già sotto il dominio spagnolo era stata un grosso centro di traffico con la Cina: l'argento delle colonie americane era barattato con oro, seta e porcellane cinesi.(11) Gli Americani intendono servirsi della nuova colonia per penetrare nel grande mercato cinese, dove, scalzando le potenze europee dalle loro zone di influenza, ed eliminando la naturale concorrenza del vicino Giappone, contano di imporre la politica della «porta aperta», null'altro che il «libero mercato» di oggi.
Le mosse dei Russi sono ancor più preoccupanti: non dal punto di vista commerciale, ma da quello dell'espansionismo militare. I territori della Siberia e del Pacifico, occupati con grande facilità grazie all'assenza di concorrenti europei, vengono incorporati come provincie dell'Impero. Ma la contiguità geografica non è certo elemento sufficiente per escludere si tratti di vera e propria operazione coloniale. Pur non essendo «oltremare», la distanza da Pietroburgo di questi possedimenti è infatti enorme, dieci volte maggiore di quella che li separa da Tokyo, e le popolazioni soggiogate dai Russi appartengono, come è tipico di ogni colonia, a razza diversa da quella dei conquistatori.
Nel caso specifico, a quella mongolica. Più che legittima quindi l'irritazione dei Giapponesi nel vedere gli sforzi posti in atto dai Russi per consolidare i loro acquisti in Estremo Oriente, per renderli militarmente sicuri e per assicurare con essi collegamenti più rapidi.
Ed ecco appunto i Russi, per abbreviare il percorso della Transiberiana, che nella sua corsa verso il Pacifico avrebbe dovuto aggirare a nord la Manciuria, ottenere dalla Cina il permesso di attraversarla. Nell'accordo, per fezionato con plenipotenziari cinesi addomesticati con qualche milione di rubli, tocca ai Russi non solo la gestione della ferrovia su suolo mancese, ma anche la sua sorveglianza, da realizzarsi con una catena di presidi militari.
Pur accorciata di circa 700 chilometri grazie all'attraversamento della provincia mancese, la Transiberiana continuava ad avere come stazione terminale Vladivostok, un porto scarsamente utilizzabile in quanto bloccato dai ghiacci per quattro mesi ogni anno. Per ovviare a questo inconveniente, l'Impero zarista chiede alla Cina, in quella stessa penisola del Liaotung che i Giapponesi avevano conquistata e da poco restituita, l'affitto di Port Arthur.
La Cina ha bisogno di liquidi: non aveva ancora versato al Giappone quella grossa indennità che nel 1895 si era impegnata a pagare. Ed ecco che, nel 1898, i Cinesi consegnano ai Russi Port Arthur e girano al creditore giapponese il prestito ottenuto dall'«inquilino».
La Corea, nella quale gli interessi nipponici sono assai rilevanti, si trova stretta a questo punto tra le basi navali russe di Vladivostok sul Pacifico e di Port Arthur sul Mar Giallo. La Russia, per di più, agitando il pretesto della sicurezza delle proprie comunicazioni marittime, chiede che i Giapponesi rinuncino a fortificare la costa coreana.
Nel 1900, nel clima antioccidentale e anticristiano (12) della rivolta dei Boxer, scoppiano in Cina gravi incidenti a carattere xenofobo. In Manciuria sono presi di mira dagli insorti la ferrovia e i reparti zaristi che la presidiano. Ne approfittano i Russi per impossessarsi dell'intera regione e dare ulteriore sviluppo ai loro piani egemonici. In tale quadro, nel 1903, è ultimata la diramazione della Transiberiana che, attraverso la Manciuria meridionale, raggiunge Port Arthur.
Il Giappone è dunque assediato dagli Americani a sud e dai Russi sul continente. La piega presa dagli eventi lascia ormai chiaramente intravvedere quali saranno gli avversari che il Sol Levante dovrà tenere a bada per salvaguardare la propria esistenza.
Nel 1903 la realtà giapponese è quella di un Paese in piena espansione. Negli ultimi dieci anni il valore di importazioni ed esportazioni è più che triplicato, quadruplicato il tonnellaggio della marina mercantile, sestuplicati i depo siti nelle banche. L'esercito può far conto su tredici divisioni ben addestrate. Anche la marina si è molto potenziata: sono ormai in linea sei nuove corazzate, costruite nei cantieri inglesi e pagate col denaro russo ricevuto dai cinesi, oltre a sei modernissimi incrociatori.
Tre favorevoli circostanze permettono a questo punto al Giappone di chiudere la partita con la Russia. Innanzitutto l'alleanza conclusa nel 1902 con la Gran Bretagna. Il patto affondava le sue radici nella montante rivalità tra Impero britannico e Russia zarista. Le zone di influenza dei domini coloniali inglese in India e russo nell'Asia centrale tendevano in quegli anni a sovrapporsi pericolosamente. Altrettanto dicasi per la zona tra il Caspio e il Golfo Persico (13).
Gli Inglesi temevano la spinta degli antagonisti verso i mari caldi e contavano che il Giappone potesse dare, in Estremo Oriente, qualche grattacapo all'orso russo.
Nel programmato scontro con la Russia il Giappone aveva dalla sua, oltre al placet dell'Inghilterra, anche la grande finanza internazionale. Non certo perché questa desiderasse beneficare il Giappone, ma unicamente perché nella giovane nazione asiatica era stato individuato lo strumento per colpire, con un castigo biblico, l'autocrazia russa. La classe dirigente zarista si trovava in quegli anni nel mirino dei banchieri e della diaspora giudaica a causa della sua dura politica interna nei confronti degli ebrei. Costoro, sistematicamente implicati in complotti rivoluzionari e in sanguinosi attentati terroristici, costituivano già allora lo zoccolo duro del marxismo. Dalla lotta di classe e dalla sua diffusione nel mondo l'ebraismo si aspettava il crollo nei popoli di quel sentimento nazionale che aveva sempre rappresentato, nei confronti dell'invadenza giudaica, una barriera insuperabile (14).
L'internazionalismo socialista, che puntava in prospettiva a superare ogni confine e ad abbattere steccati etnici e religiosi, era la base necessaria allo sviluppo e alla libera diffusione nel mondo del nazionalismo ebraico.
Ma come si concreta per il Giappone l'appoggio della grande finanza?
Per travolgere nel disastro militare la dinastia dei Romanov e tutto il sistema politico e sociale ad essa collegato, il banchiere Jacob Schiff sostiene nel 1904, con un prestito di 200 milioni di dollari erogati dalla banca Kuhn & Loeb, il riarmo del Giappone. Al correligionario Max Warburg col quale si è imparentato - Felix Warburg, fratello di Max, ha sposato sua figlia Frida - lo Schiff scrive perché si unisca al prestito contro lo Zar, «il nemico dell'umanità». I Warburg, in collaborazione con la Deutsch Asiatische Bank (Nobel e Rothschild), ottengono al Giappone un ulteriore prestito di 30 milioni di sterline.
Iniziate le ostilità tra Giappone e Russia, l'opinione pubblica mondiale è docilmente guidata dalla stampa nella direzione gradita dagli interessi ebraici e i vari governi - democraticamente - non possono che inchinarsi a questo diffu so e convergente orientamento. Il presidente americano Theodore Roosevelt è il capocordata: avverte che qualsiasi intervento a favore dell'Impero russo avrebbe portato la Repubblica stellata a fianco del Giappone.
Quando la flotta russa del Baltico si muove verso l'Estremo Oriente, gli Inglesi, in aperta violazione dello specifico regolamento internazionale-approvato nel 1888, le impediscono l'attraversamento del Canale di Suez. Costrette a circumnavigare 1'Africa, le navi russe si vedono negato nei porti delle colonie inglesi il rifornimento di acqua e carbone.
Il terzo fattore che gioca a favore del Giappone nei confronti della Russia è la vicinanza al teatro delle future operazioni militari, situato appena di fronte alle proprie isole. A tale elemento di disparità i Russi avevano cercato di ovviare con la costruzione della Transiberiana, quasi 9.000 chilometri di binari che attraversavano ben sette fusi orari. Il problema tuttavia non poteva considerarsi risolto: il flusso dei rifornimenti dalla lontana Europa era rallentato dalle strozzature costituite dai tratti meno scorrevoli o addirittura incompleti della linea.
Contando dunque sulla propria accurata preparazione militare, sull'appoggio dell'Inghilterra, sul favore dell'ebraismo internazionale e sulle difficoltà Logistiche dell'avversario, i Giapponesi, l'8 febbraio 1904, sferrano un devastante attacco a sorpresa contro la flotta zarista all'àncora a Port Arthur.
Tre delle migliori unità sono silurate. Due incrociatori pesanti colano a picco nella rada di Chemulpo.
Il Times così commenta l'attacco portato senza dichiarazione di guerra: «La marina giapponese ha aperto le ostilità con un. gesto di. audacia inaudita destinato ad occupare un posto d'onore negli annali navali»!
Caduta dopo un duro assedio Port Arthur nel gennaio 1905, mentre la flotta russa del Baltico è appena al Madagascar, i Giapponesi incalzano in una serie di scontri assai sanguinosi i Russi e li battono definitivamente a Mukden. La Manciuria sarà l'equivalente per i Giapponesi del nostro Carso. I suoi cimiteri di guerra il simbolo del sacrificio e delle ambizioni insoddisfatte. Solo avendo presente questo sentimento sarà possibile comprendere gli eventi futuri.
I rinforzi russi arrancano intanto lungo la Transiberiana. Rudimentali ponti in legno, rotaie di acciaio scadente, pendenze eccessive e tracciati tortuosi accettati per risparmiare la costruzione di viadotti e di gallerie, impediscono all'armata zarista di spostare l'artiglieria pesante e le altre moderne attrezzature belliche. Addirittura tragica è la situazione che si determina all'estremità meridionale del lago Baikal. Grandi difficoltà geologiche e climatiche si oppongono al completamento della linea per cui è necessario trasbordare i convogli ferroviari con traghetti-rompighiaccio. Ma l'inverno siberiano blocca anche questi mezzi d'emergenza; le truppe sono costrette a drammatiche, interminabili marce sul lago ghiacciato.
Verso la Manciuria. Truppe russe ammassate all'aperto sui pianali della Transiberiana. Vagoni della Transiberiana sono imbarcati su tipi traglietto rompighiaccio per l'attraversamento del lago Baikal. Bakst 1905 - Pozzi di petrolio in fiamme. I due terzi dei pozzi di petrolio russi sono distrutti nella rivolta. Le esportazioni crollano dal 31 al 9% del totale mondiale. Gli Americani subentrano sui mercati internazionali ai fornitori russi.
Non è certo un caso il fatto che, mentre la Russia si trova duramente impegnata nella guerra, il sabotaggio dei rifornimenti diretti al fronte (trucioli di legno sono inscatolati al posto della carne) e le azioni eversive del terrorismo giudaico-bolscevico (15) si intensifichino.
Due settimane dopo la caduta di Port Arthur c'è, il 22 gennaio 1905, il sanguinoso assalto al Palazzo d'Inverno a Pietroburgo (16) che segna l'inizio della rivoluzione del 1905, quella che Trotsky - l'ebreo Leiba Bronstein - definirà «la prova generale del 1917». Cadono sotto le bombe dei marxisti il ministro degli interni von Pleve, il capo della polizia di Odessa e il granduca Sergio, governatore di Mosca. Nei mesi seguenti scoppiano disordini in tutto l'Impero, con tumulti, scioperi ed il famoso ammutinamento a bordo della corazzata Poteinkin, l'ammiraglia della flotta del Mar Nero.
Il Bund, il partito socialista ebraico a base operaia, guida l'agitazione cercando di coinvolgervi il proletariato russo. Ma se in alcune città gli attivisti del Bund riescono a far scendere in piazza anche operai non ebrei, le difficoltà di una mobilitazione unitaria sono enormi. Se si escludono quelli connessi all'attività lavorativa, i contatti tra i salariati ebrei e i loro colleghi di nazionalità russa sono praticamente inesistenti. I Giudei vivono isolati nei ghetti e per di più si esprimono in un linguaggio incomprensibile ai Russi, lo yiddish, che è anche la lingua ufficiale del Bund. La rivolta, estranea alla grande maggioranza della popolazione, è dunque destinata a fallire. Ne seguono anzi sanguinosi pogrom destinati a colpire quegli stranieri che, agli occhi della collettività, ne sono i responsabili.
La pesante, univoca reazione del popolo e dello Stato al tentativo insurrezionale giudaico-marxista spinge migliaia di ebrei a lasciare la Russia. Tra le loro mete vi è la Palestina dove sono accolti in nuovissime aziende agricole che si ispirano ai principi del comunismo.
Quello stesso capitale ebraico che aveva sostenuto il riarmo del Giappone e fomentato in Russia la rivoluzione, finanzia dunque le prime sortite del colonialismo sionista. È l'inizio di quella folle, anacronistica avventura integralista tesa a ridare vita, dopo 2000 anni, al fantastorico regno di Israele e destinata a insanguinare, quantomeno per tutto il secolo, il Vicino Oriente.
Nella primavera diverse divisioni russe hanno comunque raggiunto il fronte mancese. Dal punto di vista strettamente militare potrebbe quindi registrarsi una svolta, ma sul capo dei Russi, già demoralizzati dalle sconfitte sul campo e dal caos della rivoluzione, piovono altre tegole.
Il 27 maggio 1905, la squadra navale del Baltico giunge finalmente con le sue 32 navi nel Mar del Giappone. Per rifornirsi e prender fiato dopo cinque mesi di navigazione essa dirige sulla base di Vladivostok, ma è avvistata dal nipponico Sinanu Maru che via radio trasmette alla propria flotta: «il nemico sta entrando nel canale orientale». Si trattava dello stretto tra le isole di Tsushima e di Kyushu. Qui i Russi sono affrontati dall'ammiraglio Togo e la loro squadra navale annientata. Solo un incrociatore leggero e due cacciatorpediniere riescono a rifugiarsi a Vladivostok. Per non essere intrappolata la flotta zarista avrebbe dovuto passare al largo del Giappone e raggirare Vladivostok bordeggiando tra il continente e Sakalin.
In luglio i Nipponici sbarcano a Sakalin, sbaragliano un raccogliticcio contingente russo e occupano tutta l'isola.
Con la pace di Portsmouth (New Hampshire, USA, 5 settembre 1905) i Russi prendono atto dell'«interesse» nipponico per la Corea e cedono al Giappone la penisola del Liaotung col promontorio del Kwantung e la base di Port Arthur. Passano in mani giapponesi anche la rete delle ferrovie mancesi meridionali e il relativo diritto di presidiarla militarmente (17).
Col trattato di Pechino del 22 dicembre 1905, i Cinesi danno il proprio assenso alla trasmissione al Sol Levante dei diritti già goduti dai Russi. Ai Nipponici passa anche la metà meridionale - il confine è fissato al 50° parallelo - dell'isola di Sakalin (toponimo giapponese Karafuto). A questo punto gli alleati del Giappone intervengono - non a caso la pace si era discussa in territorio americano - a bloccare ogni ulteriore pretesa nipponica. È così consentito ai Russi di sottrarsi al pagamento della pesante indennità di guerra reclamata dal Giappone. Tokyo contava con questo risarcimento di restituire agli Occidentali le somme avute in prestito per il riarmo, ma, per gli scaltri creditori, è di gran lunga preferibile che gli Asiatici vittoriosi restino indebitati.
Lo strangolamento finanziario e commerciale era già stato allora individuato dalle democrazie come lo strumento più adatto per piegare i popoli riottosi al proprio volere. Per l'Occidente, insomma, la vittoria dei Giapponesi non doveva andare al di là della bastonatura che si era voluto fosse affibbiata, a mo' di avvertimento mafioso, alla Russia zarista.
Il sorprendente successo contro la Russia aveva comunque segnato una svolta epocale per l'intera Asia. Al Giappone, che per primo aveva sbarrato il passo all'espansione del colonialismo europeo, guardano ora con ammirazione e speranza i popoli che subiscono il giogo americano, inglese, francese e olandese. È a Tokyo in quegli anni il rivoluzionario cinese Sun Yat-sen, che ottiene denaro, armi e consigli. Prende contatto coi Giapponesi anche il leader nazionalista vietnamita Phan Boi Chau. Ma i tempi non sono ancora maturi perché il Giappone si metta in rotta di collisione con le grandi potenze imperialiste, tanto più che le conseguenze per la difficile situazione nella quale la guerra aveva messo le finanze nipponiche non tardano a manifestarsi. Capitali francesi vengono messi a disposizione del Giappone, il quale deve però «ricambiare», piegandosi a un accordo politico destinato a placare le apprensioni di Parigi per l'Indocina. Quanto agli Americani, già all'indomani di Portsmouth, cercano di accrescere la loro presenza in Asia, tentando, anche se inutilmente, di farsi vendere dal Giappone le ferrovie mancesi. Tokyo intanto è ripetutamente accusata dagli USA di violare in Cina e in Manciuria il regime delle «uguali opportunità».
Opporsi in Asia al rafforzamento della presenza nipponica è da questo momento per gli Stati Uniti una costante strategica: quello stesso dinamismo che gli USA esercitano disinvoltamente nei Caraibi e in America Latina non è ritenuto lecito ai Giapponesi in Asia.
Nell'ostilità americana non mancano precisi risvolti razzisti. A San Francisco, in quello stesso 1905, ai figli degli immigrati giapponesi è proibito di frequentare le classi in cui siedono i bianchi. Sempre nello Stato di California entrerà in vigore nel 1913 una legge che vieta ai «gialli» di acquistare, o prendere in affitto, poderi o fattorie.
La psicosi razzista è alimentata dalla stampa americana con allarmistiche previsioni di guerra. Un attacco contro gli Stati Uniti sarebbe sul punto di scattare ad opera del Giappone, affiancato da un'altra vittima del razzismo e dell'e spansionismo USA, quello stesso Messico al quale, pochi decenni prima, erano stati strappati Texas, New Mexico e California.
L'uso strumentale di fòrzature geostrategiche è ricorrente nella pubblicistica USA che approfitta a piene mani dell'ignoranza e dell'ingenuità dei lettori. A giustificare durante la seconda guerra mondiale le violazioni della neutralità da parte americana, la stampa di quel Paese si fingerà a lungo preoccupata, come mostra la cartina pubblicata da «Life», per uno sbarco tedesco prima ... in Africa e ... in Brasile, poi nel Golfo del Messico. I Giapponesi intanto da Aden puntano su Suez!
Sempre in quegli anni, e in evidente funzione antinipponica, è sbarrato con formidabili fortificazioni l'accesso alla baia di Manila nelle Filippine.
I Giapponesi cercano di parare come possono l'ostilità americana e si muovono con prudenza nelle direzioni consentite. Il 30 luglio 1907 Russia e Giappone si riavvicinano e sottoscrivono un documento che, oltre a delimitare le rispettive zone d'influenza in Manciuria e in Mongolia, stabilisce un fronte comune contro le velleità degli Stati Uniti di introdursi nell'area col grimaldello affaristico allora in auge, quello di iniziative ferroviarie.
Nel 1910, tenuto conto che né Cina né Russia avevano più voce in capitolo e che, già nel 1902, l'alleato inglese aveva riconosciuto «i particolari interessi nipponici in Corea», i Giapponesi possono finalmente annettere all'Impero la penisola coreana.
LA PRIMA GUERRA MONDIALE E LA SPEDIZIONE IN SIBERIA
Nella prima guerra mondiale 1914-1918, lontano dall'epicentro europeo del conflitto, il Giappone raccoglie facili successi. Schierato a fianco dell'Inghilterra - nel 1911, nonostante gli intrighi diplomatici messi in campo dagli USA, l'alleanza era stata rinnovata - approfitta delle difficoltà dei concorrenti impegnati altrove per migliorare le proprie posizioni sul continente, in particolare in Cina. Occupa il possedimento tedesco dello Shantung e impone alla Cina, che dal 1911 è una Repubblica e dal 1916 si trova in balìa degli eserciti privati dei Signori della Guerra, sostanziali rinunce alla sovranità, nonché pesanti clausole economiche e commerciali.
Nel 1919, a Versailles, il Giappone vede sancito il suo subentro ai diritti della Germania in territorio cinese. Gli sono anche assegnate le colonie tedesche del Pacifico a nord dell'Equatore e precisamente gli arcipelaghi delle Caroline, delle Marianne e delle Marshall.
Il presidente americano Wilson aveva cercato fino all'ultimo di evitare che gli alleati europei pagassero al Giappone, il compenso pattuito. Aveva definito «moralmente ingiuste e politicamente nefaste» le pretese nipponiche, e incoraggiato la Cina a non firmare il trattato. Era evidente che, per quanto riguardava gli Stati Uniti, la questione cinese restava aperta e che alla prima occasione sarebbe stata risollevata.
Quanto alle isole del Pacifico toccate al Giappone, per pesare l'onestà delle obiezioni americane, basterà dire che i tre grandi arcipelaghi, alla fine della seconda guerra mondiale, diventeranno colonie e basi strategiche militari degli USA.
I modesti guadagni territoriali conseguiti non sono in ogni caso sufficienti ad appagare il pressante bisogno giapponese di materie prime e combustibili. E ciò anche perché, mentre le potenze europee erano impantanate nella guerra, l'espansione industriale e commerciale del Giappone aveva fatto enormi passi in avanti. Invasi i mercati momentaneamente abbandonati dagli Europei, il Giappone aveva venduto armi alla Russia, tessuti in India e nelle colonie olandesi, e approfittato di ogni circostanza per irrobustire il proprio apparato produttivo e per impossessarsi di nuove tecnologie. Diceva il saggio Lin Yu Tang «Se hai un limone fatti una limonata». I Giapponesi hanno a propria disposizione i prigionieri di guerra tedeschi e li mettono al lavoro per produrre birra secondo i metodi europei. Nasce così la birra Asahi.
È uno sviluppo a tutto campo che vede il Giappone ormai autosufficente. Dalle sue moderne officine e dai suoi cantieri escono locomotive e incrociatori. Ma sul mercato interno la gran massa di merci prodotta non riesce a trarre sbocco. Il potere d'acquisto è basso e la crescita del tenore di vita è impedita dal geometrico incremento della popolazione.
Il Giappone coglie perciò ogni occasione per allargare fuori dai confini i suoi traffici, per estendere, dallo Shantung, dalla Corea e dalla Manciuria, la propria influenza nel continente.
L'implosione dell'Impero zarista provocata dalla rivoluzione del 1917, e la guerra civile che dalle regioni europee della Russia si era estesa a tutta l'Asia centrale e all'Oriente siberiano, offrono il destro ai Giapponesi per intervenire. Se lo sbarco iniziale (dicembre 1917, Sakalin, Vladivostok) era avvenuto d'intesa con gli alleati occidentali, che volevano evitare di farsi trovare impreparati di fronte a una eventuale avanzata tedesca verso il cuore della Russia, ben presto i Nipponici prendono a muoversi con grande autonomia. Con un corpo di spedizione forte di oltre 70.000 uomini, si spingono lungo la direttrice della Transiberiana sino al lago Baikal, dando man forte agli eserciti Bianchi che si battono, agli ordini dell'ammiraglio Kolcak, contro l'Armata Rossa. Più a sud, in Mongolia, grazie anche all'azione dei Cosacchi del barone Ungern Sternberg, si assicurano l'appoggio, in funzione antisovietica e anticinese, delle tribù locali. Questa situazione, tra alti e bassi, si trascina fino al 1920-21.
Ancora una volta però gli USA mostrano di non gradire l'attivismo giapponese. La Russia comunista è per la geopolitica americana uno strumento prezioso col quale tenere sotto pressione l'Europa e la nuova dirigenza sovietica, quasi tutta di estrazione ebraica, gode in tal senso della piena fiducia degli Statunitensi.
In questa impostazione strategica antieuropea, che anticipa la grande alleanza tra democrazia e comunismo degli anni '40, il Giappone rischia di essere un elemento di disturbo. Occorre perciò mettere termine all'avventura nipponica in Siberia. Perché la richiesta americana di ritiro dall'URSS risulti più credibile, essa è accompagnata dall'embargo sulle esportazioni di cotone dirette in Giappone e dalla sospensione delle importazioni negli USA di seta giapponese.
E sulla seta, tra allevamento dei bachi e industria tessile, viveva in quegli anni una larga fascia della popolazione giapponese. Gli Americani, se Tokyo non seguirà il «consiglio», minacciano il blocco totale.
Alla conferenza di Washington del 1922, i Nipponici, cui è venuto intanto a mancare l'appoggio diplomatico dell'Inghilterra, diffidata dagli USA a mantenere rapporti preferenziali col Giappone, devono accettare il ritiro dalla Siberia. Questo successo agli Americani non basta; chiedono ai Giapponesi anche l'abbandono del porto cinese - ex tedesco - di Kiaokhow e dello Shantung. Gli USA - l'apparato industriale di gran lunga il più forte del mondo - insistono per imporre al mercato cinese il regime della «porta aperta»; quei concorrenti che con grande sforzo si erano portati in posizione più avanzata devono rinunciare all'handicap e tornare al palo.
Se nel campo commerciale gli Americani si «accontentano» della parità, nel settore degli armamenti impongono il loro diktat. Alla marina giapponese, nella stessa conferenza di Washington, viene imposto un tonnellaggio che si inquadra in un preciso equilibrio. A Stati Uniti e Inghilterra sono concesse navi da guerra per 525.000 tonnellate ciascuno; al Giappone ne toccano 315.000; a Italia e Francia 175.000.
La pressione degli Stati Uniti aveva dunque privato il Giappone, prima dell'ombrello britannico, lo aveva poi costretto al ritiro dalla Siberia, gli aveva imposto infine la rinuncia a quelle favorevoli prospettive a sud della Grande Muraglia che i deboli governi cinesi non erano in grado di contrastare.
Le limitazioni accettate da Tokyo al proprio apparato bellico - nell'esercito vengono smobilitati nello stesso 1922 sessantamila tra ufficiali e soldati - sono l'implicito riconoscimento della posizione egemonica degli USA nell'area del Pacifico.
Messi da parte gli elementi nazionalisti più vicini alle forze armate, la politica giapponese verrà guidata, fino agli anni '30, da governi orientati a rinunziare nel contesto internazionale a qualsiasi iniziativa. Il Paese si chiude in se stesso e, in questa eclissi, non gli rimane che fidare nella sincerità dei messaggi delle democrazie, le quali, con rassicurante, monotona demagogia, promettono pace e sviluppo per tutti.
I1 destino del Sol Levante dalle mani della grande politica passa al piccolo cabotaggio industriale e ai traffici commerciali.
Il barometro dei rapporti con gli USA, nonostante il «basso profilo» adottato dal Giappone, non segna però giorni sereni: nel 1924 il Congresso approva la nuova legge sull'immigrazione che, con evidenti motivazioni razziste, vieta l'ingresso negli USA ai cittadini giapponesi.
Nel 1925, a definitiva chiusura dell'avventura siberiana, i Giapponesi sono costretti a trovare un modus vivendi anche con l'Unione Sovietica, alla quale viene restituita la metà settentrionale di Sakalin.
L'INTERVENTO IN MANCIURIA. L'IMPERO DEL MANCHUKUO
Ed ecco che improvvisamente i Giapponesi vedono messe in pericolo anche le loro posizioni in Manciuria. Quella disintegrazione dello Stato cinese che aveva portato al dominio dei Signori della Guerra, nel 1928 sembra poter essere bloccata e invertita. Pacificato il meridione, l'esercito del Kuomintang (18) intende muovere alla riconquista delle regioni settentrionali allora governate da Pechino da uno dei più potenti Signori della Guerra, il maresciallo Ciang Tzo Lin.
Anche la Manciuria potrebbe dunque passare sotto il controllo del governo centrale.
Se con l'amministrazione locale i Giapponesi avevano goduto di grande libertà d'azione, una Manciuria governata da Nanchino li avrebbe privati di un territorio ormai integrato nel loro sistema economico - è nipponico il 75% degli investimenti mancesi - e già presidiato, col pretesto della gestione delle ferrovie, dal loro esercito.
Su questa fluida realtà politico-strategica si innesta la crisi economica mondiale del 1929. I suoi riflessi sull'economia nipponica sono gravissimi. Tra il 1929 e il 1931 le esportazioni crollano da 2,1 a 1,1 miliardi di yen. L'indice della borsa di Tokyo, fatto 100 il 1926, è a 60 nel 1930 e a 58 nel 1931. La produzione della seta, che copriva la metà delle esportazioni, è in caduta libera. Ad aggravare la situazione, nel giugno 1930 il dazio americano sulle merci giapponesi subisce, con la tariffa Smoot-Hawley, un aumento medio del 23%.
È smentita ancora una volta dai fatti la semplicistica asserzione secondo la quale il benessere materiale sarebbe una conseguenza automatica, un'«esclusiva» dei regimi liberaldemocratici.
Impossibilitato a reagire in modo autonomo, proprio perché aveva accettato la logica americana del «mercato globale», il Paese si impoverisce al punto che intere regioni sono alla faine. Molti anziani si tolgono la vita per non essere di peso alle famiglie e migliaia di giovani contadine lasciano le loro case e sgomitano per farsi assumere nelle sale da the e nei bordelli di Tokyo.
È per la nazione un momento drammatico che non può lasciare indifferente l'esercito e in particolare quei numerosissimi ufficiali che hanno le loro radici nel mondo rurale e nelle classi sociali più modeste. Viene loro spontaneo confrontare la politica di espansione coltivata dal Giappone fino a pochi anni prima, i grandi ideali cui avevano dedicato la loro giovinezza, gli sforzi sostenuti per assicurare alla madrepatria autarchia, sicurezza e dignità, coi tristi risultati della nuova politica di compromesso e di acquiescenza nei confronti delle grandi potenze imperialiste. Queste, ai commensali di rango più modesto, impongono con supponenza regole di comportamento di ineccepibile signorilità; quanto a loro, ficcano senza ritegno le dita nel piatto. Occupano territori altrui, muovono truppe e navi da guerra dove più ritengono opportuno; sono sempre e solo loro a decidere sulla produzione delle materie prime, a fissarne i prezzi, a regolare i flussi del l'import-export.
Chi detta le regole del gioco condiziona il destino di tutti i popoli.
Per uscire da questo labirinto i militari chiedono di voltare le spalle agli Occidentali, al loro «buonismo» mercantilistico, e perseguire, nell'interesse del Giappone e dell'Asia tutta, la formazione di un grande blocco regionale, politi camente sovrano, autosufficiente per risorse alimentari ed energetiche e per numero di consumatori.
Constatata su questo punto la tremebonda indisponibilità dei politici, l'esercito passa all'azione diretta. Ed ecco che, nel settembre 1931, l'Armata del Kwantung, appoggiata da reparti motorizzati e da forze aeree con base in Corea, si muove - sembra autonomamente da Tokyo (19) - occupa Mukden e, disarmati con estrema facilità i perplessi presidi cinesi, privi da anni di un preciso punto di riferimento gerarchico, si impossessa di Harbin e dell'intera Manciuria.
La Russia, che ha intanto ultimato, all'interno del proprio territorio, la costruzione del ramo terminale della Transiberiana destinato a sostituire quello mancese, da sempre considerato insicuro, entra in trattative coi Giapponesi per la cessione della «Ferrovia Orientale Cinese». L'affare sarà concluso nel 1935.
Nel 1932 la Manciuria diventa Stato indipendente legato al Giappone. Condannato a Ginevra per la sua aggressione - la sovranità sulla Manciuria, anche se imperfetta, apparteneva alla Cina - i Giapponesi abbandonano il 27 marzo 1933 la sala delle riunioni della Società delle Nazioni e non vi rimetteranno più piede.
La Società delle Nazioni era allora quel che oggi è l'ONU: una tribuna dalla quale i padroni del mondo lanciano i loro messaggi propagandistici e vigilano per bloccare qualsiasi tentativo di modificare a loro danno lo status quo.
In quella sede perciò tutte le nuove avventure imperialiste venivano puntualmente condannate. Ma, si badi bene, ciò non avveniva per il loro carattere imperialista: erano condannate unicamente perché si trattava di imperialismi nuovi.
Una tanto ipocrita disparità di giudizio e di trattamento a vantaggio delle grandi potenze colonialiste giustifica pienamente l'irritato atteggiamento del Giappone, ma la sua reazione non può essere capita appieno se non ci si rifà alle grandi novità che presenta in quegli stessi anni il panorama politico europeo.
L'Italia fascista e la Germania nazionalsocialista si erano ormai emancipate dalla tradizione liberale ottocentesca e dalla sua mentalità pseudo-giuridica per approdare a una Weltanschauung più diretta e a forme politiche destinate a privi legiare, su quelli delle categorie e dei singoli, gli interessi della nazione. Trasformare in una vera società il democratico, caotico brulicare degli individui era la premessa necessaria per recuperare terreno e per sottrarsi, nella dinamica internazionale, a un ruolo subordinato. Obiettivo ultimo dei regimi totalitari era infatti quello di rovesciare lo svantaggioso ordine costituito e appropriarsi di quegli spazi ritenuti indispensabili per la vita e per la sicurezza dei loro popoli. (20)
Anche il Giappone, in Asia, si rende conto di quanto fosse assurdo riposare sull'autolesionistica imitazione di quel sistema ideologico e politico che mostrava i suoi più evidenti segni di crisi proprio in quel continente, l'Europa, in cui era nato e dal quale si era diffuso. E per giungere a simili drastiche conclusioni, al Giappone, non è neppure necessaria una rivoluzione. La nazione si trova per sua stessa natura allineata su posizioni fasciste; a livello carismatico le è sufficiente l'istituzione imperiale, mentre il suo esercito è perfettamente in grado di sostituirsi alle strutture del partito unico tipiche dei regimi totalitari.
A partire dalla svolta mancese il Giappone imbocca perciò senza esitazioni la strada della coraggiosa, autonoma riorganizzazione della sua sfera di interessi. Col nome di Manchukuò, il primo marzo '34, la Manciuria è trasformata in Impero e alla sua testa è posto Pu-Yi, ultimo Imperatore della Cina della dinastia Manciù. Uscito vivo dal marasma post-rivoluzionario e fortunosamente rintracciato dai Giapponesi proprio nella loro concessione di Tien Tsin, il personaggio, ai fini della politica nipponica in Manciuria, è prezioso. Per la popolazione locale infatti il ritorno dei Manciù, sia pure sotto l'egida nipponica, era di gran lunga preferibile alla dominazione cinese. Una dominazione del resto ingiustificata in quanto mai la Manciuria aveva organicamente e stabilmente fatto parte della Cina.
Per comprendere l'estraneità della Manciuria alla Cina è sufficiente por mente al tracciato della Grande Muraglia. Essa, partendo da Pechino, si addentra nel continente per migliaia di chilometri e ha, oggi, tanto a nord che a sud, territori cinesi. È evidente però che una simile opera di architettura militare, un bastione con al culmine una «sopraelevata» sulla quale potevano cavalcare uno accanto all'altro cinque cavalieri, non era stata eretta per dividere in due l'Impero, bensì per marcarne i confini e difenderli dalla minaccia di'aggressioni esterne. E queste, da secoli, provenivano puntualmente dalle regioni del settentrione (21).
Rimaste per secoli inviolate, le porte della Grande Muraglia, nel 1644 vengono spalancate agli eserciti mancesi chiamati in qualità di vassalli mercenari a reprimere una rivolta scoppiata contro la dinastia dei Ming. Come spesso è accaduto nella storia, gli stranieri corsi in «aiuto» approfittano della situazione e il trono imperiale finisce nelle mani dei Manciù.
Le regioni del nord, dalle quali la nuova dinastia proveniva, non passano tuttavia a far corpo unico coll'Impero: rimangono una riserva a disposizione della razza dei conquistatori, una riserva nella quale l'immigrazione cinese era severamente proibita. Il fronte della Grande Muraglia, nella nuova situazione, è dunque rovesciato: non guarda più all'esterno, verso la Manciuria, ma è rivolto a sud, al cuore della Cina.
Nei vecchi confini del Celeste Impero, gli invasori Manciù - 5 milioni su 400 milioni di Cinesi - si sentono e si comportano da conquistatori e, come tali, non cercano affatto di assimilarsi. I matrimoni misti sono anzi proibiti e la segregazione razziale e principio applicato in tutte le grandi città. Pechino, la capitale, è divisa in una città manciù a nord (i vecchi abitanti ne sono espulsi) e in una città cinese a sud.
I nuovi padroni della Cina si mantengono saldi al vertice attraverso complicati equilibri militari e politici (22). Ai vinti, non resta che piegarsi al costume del più forte. I funzionari imperiali sono costretti a imparare la lingua uralo altaica dei Manciù. Il costume del codino, moda fino a quel momento sconosciuta in Cina, viene imposto per tre secoli con pedante severità. Così come l'uso della papalina e della tunica tartara allacciata sul fianco.
Caduti con la rivoluzione del 1911 i Manciù, i territori d'origine della dinastia restano legati alla nuova repubblica, ma la sovranità cinese sulla Manciuria, nei due decenni tra la fine dell'Impero e l'intervento giapponese, rimane solo nominale. Il locale Signore della Guerra e i Giapponesi, forti del loro esercito del Kwantung, gestivano a livello condominiale il potere ignorando del tutto i lontani e impotenti governi cinesi.
La nascita del Manchukuò, di una Manciuria indipendente, apriva un'altra questione. Se in tre direzioni i suoi confini geografici sono facilmente individuabili - a nord e a est i grandi fiumi Amur e Ussuri, a sud la Corea e il Mar Giallo - a ovest, verso l'interno dell'Asia, nessun fiume, nessuna catena montuosa separano la Manciuria dalle steppe e dai deserti della Mongolia. E come sempre accade in casi del genere, se i confini internazionalmente riconosciuti non trovano concreto riscontro sul terreno, essi non riescono a svolgere la loro funzione di separare con la desiderabile precisione le diverse etnie.
Nel caso specifico lo Shingan, la provincia più occidentale del Manchukuò, non era abitata da genti manciù, ma da tribù di stirpe mongola. Su tale presupposto il governo imperiale concede alla regione una certa autonomia e il governatore è scelto tra la popolazione mongola. È una mossa di grande intelligenza quella nippo-mancese che ha riflessi oltre il confine in quanto spinge le genti della Mongolia interna, che sono governate dalla Cina e sono perciò prive di un punto di riferimento nazionale, a gravitare sullo Shingan e quindi sul nuovo Impero mancese.
La zona di influenza nipponica si estende a questo punto verso il cuore dell'Asia assai più a occidente del confine di Stato del Manchukuò, creando di fatto, sui territori cinesi della Mongolia interna, una specie di protettorato. È un cuneo inserito in funzione anticinese verso sud e che si pone a nord come bastione contro la Mongolia esterna, la quale, fisicamente separata dalla Cina dal deserto del Gobi, fin dall'epoca della Rivoluzione d'Ottobre era caduta nella sfera di influenza sovietica.
LA POLITICA INTERNAZIONALE E I SUOI RIFLESSI SULL'«INCIDENTE» CINESE
Il nuovo assetto dato alla regione è il primo chiaro esempio del rifiuto da parte giapponese di accettare la soffocante cappa che le potenze imperialiste impongono, oltre che alle loro colonie anche alla Cina, nominalmente libera, sottoposta in realtà al pieno controllo delle banche e delle multinazionali dell'Occidente.
Si parla sempre più in Giappone di dottrina Monroe per l'Asia, ossia di Asia agli Asiatici. Una politica orientata in questo senso non può che essere gestita dai militari, i quali godono nel Paese di una popolarità assoluta. All'espansione nazionale guardano infatti fiduciosi tutti quanti aspirano ad una maggiore giustizia sociale, tanto sul piano internazionale che su quello interno. In questa nuova temperie, la quota del bilancio destinata alle forze armate sale al 50%. La marina denuncia nel 1934 il trattato di Washington e, l'anno successivo, la delegazione nipponica si ritira dalla conferenza navale di Londra.
Il riarmo è ormai una scelta precisa. Ma se lo scontro con gli USA e le potenze coloniali europee che avrà per scenario le isole e le grandi distese d'acqua del Pacifico appare ancora lontano, più incombente sulle posizioni continentali del Giappone è la minaccia comunista. L'ideologia marxista, grazie alle strutture locali del Partito comunista, organizzate e finanziate dall'Unione Sovietica, e ai Fronti Popolari, coalizioni democratiche ed antifasciste egemonizzate dai comunisti, è infatti diffusa in ogni Paese dell'Asia.
Tenuto anche conto della presenza dell'Armata Rossa ai confini coreano e mancese - il Manchukuò per gran parte del suo arco terrestre era circondato da territorio sovietico e dalla Mongolia sovietizzata - il Giappone punta a creare una sua zona d'influenza, una specie di cordone sanitario, tra Russia e Cina.
La strategia nipponica per attuare questo piano, visto che con la Russia si vuole evitare il casus belli, è quella di espandersi a sud a spese della Cina cercando di dar vita ad amministrazioni locali secessioniste in funzione di stati cuscinetto tra il Manchukuò e i territori controllati da Nanchino dal governo del Kuomintang.
Le operazioni politico-militari dei Giapponesi tese a questo obiettivo, si susseguono senza sosta. Nel 1933 è invasa la provincia dello Jehol, ai confini con la Mongolia interna. Nel maggio dello stesso anno, con una tregua siglata a Tangku, il Giappone ottiene la demilitarizzazione di una larga fascia di territorio cinese a sud della Grande Muraglia.
L'Esercito nipponico è ormai alle porte di Pechino.
Ma altre regioni, sempre nel nord della Cina, si trasformano in regimi satelliti di Tokyo e accettano di escludere dal loro territorio l'autorità del Kuomintang e il suo esercito. È così nel 1935 per le regioni dell'Hopei sulla costa, e per il Chahar, parte della Mongolia interna a ridosso dello Jehol, dove il governo è assunto da un «Consiglio autonomo» nel quale dominano elementi filogiapponesi come il sindaco di Pechino Sung Che-yuan. Nel novembre del 1936 - artefice dell'operazione è il generale giapponese Doihara Kenji - nasce in Mongolia uno Stato tartaro il cui esercito, al comando del principe Teh, con istruttori, carri ed aerei nipponici, invade la provincia cinese dello Suiyan.
Degno di nota, ed essenziale per comprendere gli sviluppi della politica di Tokyo, appare il fatto che l'attività espansionistica dei Giapponesi non susciti reazioni di rilievo da parte delle forze armate del governo di Nanchino.
Questo regime, che si regge sui militari vicini a Ciang Kai-schek e su quei Signori della Guerra che pur di conservare localmente il potere sono aperti a qualsiasi trasformismo, teme, affrontando con decisione i Giapponesi, di inde bolirsi troppo nei confronti dei comunisti. Costoro, sotto la pressione delle «purghe» di Chiang, erano passati alla clandestinità e, nello Shaanxi, una regione del nord lontana dalla costa e dalle grandi vie di comunicazione dove si erano rifugiati con una lunga marcia di 10.000 chilometri, avevano addirittura dato vita a un loro governo.
Nello stesso Kuomintang era del resto assai forte una corrente, quella socialmente più avanzata guidata da Wang Ching-wei, la quale riteneva prioritario scrollarsi di dosso l'influenza degli imperialisti occidentali e necessario a tal fine aprire una trattativa coi Giapponesi, nel chiaro intento di risolvere in àmbito asiatico le questioni aperte tra i due Paesi.
Un rovescio militare dei governativi contro i Giapponesi rischiava quindi di rimettere in gioco tanto i ribelli comunisti quanto l'opposizione del Kuomintang.
A livello più generale prendono intanto corpo gli schieramenti destinati a contrapporsi nel secondo conflitto mondiale.
Nessuna questione pratica divide innanzitutto le potenze totalitarie in quanto Germania e Italia non hanno in Asia orientale né colonie, né rilevanti interessi commerciali. Italia, Germania e Giappone si trovano per di più a fron teggiare gli stessi avversari: da un lato le potenze imperialiste baluardo del grande capitale, dall'altro la Russia cui fanno capo tutte le attività eversive del comunismo.
Nel dicembre 1936 il Giappone - il negoziato è condotto non dal ministero degli esteri, ma dai militari - firma con la Germania il Patto Anticomintern. All'accordo, nato in funzione di difesa contro il comunismo, aderiscono via via anche quelle nazioni che sono venute a trovarsi in rotta di collisione con la Società delle Nazioni e coi suoi sponsor occidentali: in Europa l'Italia coi Paesi minori dell'Asse, in Asia il Manchukuò.
Nel fronte opposto è intanto in crescita l'ostilità delle democrazie nei confronti dei regimi fascisti, i quali riscuotono la simpatia dei popoli oppressi del mondo e proprio a causa di ciò sono considerati destabilizzanti. In tutto l'Occidente si rafforzano e si impongono quelle correnti che chiedono la fine della politica di appeasemant, di apertura verso la Germania, gestita fino a quel momento dal britannico Chamberlam, e spingono per il riarmo e per la guerra. È questa la scelta di chi vede progressivamente calare nelle masse popolari europee il consenso verso la democrazia e, per altro verso, si rende conto che il nazionalsocialismo non è bestia addomesticabile.
Per schiacciare il nemico le plutocrazie non esitano a stringere accordi coi comunisti. In Francia l'ebreo Blum è al potere con un Fronte Popolare. In Ispagna -la parola è già alle armi e lo schieramento non lascia dubbi. Coi «nazionali» si battono Italiani e Tedeschi, a fianco dei comunisti sono presenti Francesi, Inglesi, Americani e Russi. Tra le Brigate Internazionali - armate grazie a una sottoscrizione mondiale dei sindacati comunisti - ce n'è una ebraica forte di 3000 uomini.
Questa dell'intesa tra democrazia e comunismo è una politica che condurrà al dispiegarsi su scala mondiale della piovra marxista con conseguenze tragiche per centinaia di milioni di europei e di asiatici. Il disastro è largamente prevedibile, ma è il prezzo che gli Occidentali accettano di pagare pur di impedire il consolidarsi dei regimi fascisti e scongiurare più in generale l'avvento del nuovo.
Tale strategia è valida ovviamente anche per l'Estremo Oriente. Ecco infatti, nel 1937, il Kuomintang, pur continuando a restare legato alla borghesia agraria e a quel mondo finanziario e imprenditoriale che gravita attorno agli interessi del capitalismo angloamericano, riavvicinarsi alla fazione comunista. Questa aveva a sua volta ricevuto da Mosca le necessarie, accomodanti e complementari direttive. Le stragi di Shanghai e i lunghi anni di guerriglia sembrano dimenticati ed è stretta anzi, tra governativi e comunisti, un'intesa in funzione antinipponica.
Il decennio di Nanchino è ormai alle spalle.
L'ambizione, l'avidità e l'opportunismo della dirigenza cinese, di Chiang Kai-schek in particolare, sono cosa nota; non deve meravigliare perciò il pronto adeguarsi del governo cinese ai desideri dei poteri forti dell'Occidente: l'e ducazione del «generalissimo», e i personaggi dai quali era circondato, non potevano spingerlo su posizioni diverse.
Come accadrà alla fine dell'ultimo conflitto, quando molti in Europa riterranno conveniente abbracciare il credo democratico dell'occupante (altri, sbagliando i loro conti, getteranno il fascismo alle ortiche in epoca a noi più vicina) così in Cina quegli eventi che a cavallo del secolo avevano visto l'Impero e la sua cultura messi in ginocchio dai colonialisti occidentali, consigliano i burocrati e la classe colta a scimmiottare le idee e i costumi dei vincitori.
Le ragioni del successo degli stranieri sono individuate e riassunte nel trinomio industria, democrazia, cristianesimo. E sono proprio gli effetti del proselitismo cristiano a produrre alla Cina i danni più profondi. Non tanto per il numero dei convertiti, che sul totale della popolazione è in verità assai modesto, quanto perché i cristiani, nell'àmbito delle categorie che contano - mondo intellettuale, burocrazia, esercito - hanno un peso decisamente rilevante, e perché la loro formazione culturale è opera di missionari statunitensi. Sono centinaia le scuole, i collegi, gli istituti di specializzazione che gravitano nell'orbita protestante e diffondono negli allievi cinesi un'ideologia totalmente estranea alla mentalità cinese. Passati dalle scuole e dalle università alla società civile, questi cristiani costituiscono nel Paese una sorta di massoneria che, collegata alla diplomazia americana (23), opera sui propri connazionali come punta avanzata dell'influenza straniera.
La diffusione in Cina della religione, del pensiero e dei costumi occidentali è agevolata dai privilegi goduti dai missionari e dagli insegnanti americani, i quali continuano ad approfittare dei diritti di extraterritorialità carpiti a suo tempo alla Cina coi trattati ineguali. Ai Cinesi che frequentano le chiese e le istituzioni culturali ad esse collegate è esteso il trattamento di favore riconosciuto agli stranieri. Tanto utile ai fini dell'imperialismo statunitense è il condizionamento delle menti cinesi messo a punto dietro la cortina fumogena della cultura e della solidarietà, che gli aiuti per le missioni e per le scuole cristiane affluiscono copiosi dalle laicissime fondazioni americane, Rockefeller in testa.
È una tipologia umana, quella del collaborazionista cristiano, che viene replicata da un frenetico dinamismo organizzativo. I centri che maggiormente si distinguono nella bisogna sono l'Università Yenking di Pechino, la cui sede legale è a New York negli USA, e l'Università Nankai, diretta da Ciang Po Lin, un cristiano formatosi al collegio per insegnanti della Columbia University.
La rete di queste istituzioni educative si rafforza a partire dal 1925, quando il governo americano decide con squisita generosità di reinvestire in Cina le somme annualmente versate dalla Repubblica cinese a titolo di risarcimento per i danni provocati dalla rivolta dei Boxer (24). Questa penale, stabilita nel 1900 a carico della nazione cinese, sarà puntualmente pagata agli Americani, attraverso una comoda rateizzazione comprensiva degli interessi, fino al 1940.
I Cinesi dunque, per essere indottrinati e fornire di anno in anno i rincalzi a una classe dirigente gradita a chi comanda in casa loro, pagano di tasca propria.
Della gestione in Cina del denaro cinese, si occupa - da New York - la China Foundation for Education and Culture.
Chiang Kai-schek, cristiano metodista, è il degno campione di questi cinesi al servizio degli Occidentali. Determinante per la sua carriera è l'incontro con Mei-ling che sarà sua moglie e che lo introduce nella famiglia dei Sung, i veri padroni negli anni '30-'40 della Cina. Figli di un emigrato negli USA rientrato in Patria per abbinare all'attività di missionario cristiano uno sfrenato affarismo, i fratelli Sung assumono il ruolo di fiduciari del sistema bancario statunitense per il commercio nei porti cinesi.
Proprietari di case editrici e giornali, ma soprattutto delle quattro maggiori banche cinesi con funzione di banca centrale e di istituto di emissione, i Sung condizioneranno puntualmente l'attività del Kuomintang e del governo. Saranno appannaggio della famiglia il ministero degli esteri e, senza interruzioni, fino al 1945 - in mano al marito di una Sung, Ai-ling - quello delle finanze.
La moglie di Chiang, cristiana ed educata negli USA come i fratelli, ha imparato il cinese solo al suo rientro da quel Paese, veste all'americana e, ad un'amica, scrive: «L'unica cosa che ho di orientale è il viso» (25). Per la sua estrazione culturale, Mei-ling è particolarmente adatta a condurre, in Europa e negli USA, missioni politico-mondane finalizzate a convincere l'opinione pubblica delle varie nazioni di quanto il popolo cinese fosse grato all'Occidente per il suo aiuto, e quanto fosse necessario che questo non venisse meno.
La più anziana delle sorelle Sung, Ching-ling, vedova del cristiano Sun Yat-sen, già primo presidente della Repubblica cinese e del quale Chiang Kaishek era stato il braccio destro, tiene intanto i contatti col «nemico» comunista e va e viene da Mosca.
Completano l'entourrage di Chiang il generale David Kung, anch'esso cristiano, comandante dell'armata del sud-ovest e già cadetto nell'accademia militare americana di West Point, e il segretario personale del «generalissimo», l'ebreo australiano Morrison Abraham Coen, mimetizzato nell'ambiente cinese sotto l'esotico pseudonimo di Moe Choc.
A SUD OLTRE LA GRANDE MURAGLIA
L'intesa tra filo-occidentali e comunisti è un segnale di grande pericolosità che i Giapponesi non possono ignorare. Una Cina dominata da democratici e marxisti non riuscirà mai a liberarsi dai condizionamenti esterni ed è quindi destinata ad essere, per l'intera Asia, un grave fattore di disgregazione.
La contromossa nipponica per ripristinare la equivoca, ma funzionale situazione precedente è semplice: battere sul campo le forze della coalizione demo-sovietica, farne cadere il governo, accordarsi coi successori.
Uno scontro armato tra reparti nipponici e cinesi, che si verifica il 7 luglio '37 al ponte Marco Polo presso Pechino, è la scintilla che fa scattare il piano dei Giapponesi. Ed è presto guerra totale anche se ufficialmente il conflitto non sarà mai dichiarato. Per i Giapponesi la guerra resterà sempre 1'«incidente» cinese.
Già nel primo mese di operazioni Pechino è occupata, mentre nel meridione la campagna si sviluppa con operazioni anfibie.
Particolare importanza assume la battaglia alla foce dello Yang Tse per il possesso di Shanghai, nella cui concessione internazionale era da anni presente una robusta guarnigione nipponica. Mentre una serie di sbarchi avvolgenti chiude la città verso terra, una squadra navale - sono presenti tre portaerei con 102 velivoli - e i reparti di fanteria di marina nipponici bloccano ogni via d'uscita verso il mare.
Caduta Shanghai, i Giapponesi nel mese di novembre risalgono il fiume, per investire Nanchino, la capitale. I Cinesi, dopo duri combattimenti, sono costretti a ritirarsi e a spostare il governo a Wuhan.
Occupata dai Giapponesi nell'autunno del 1938 anche la nuova capitale, che nonostante i roboanti proclami del Kuomintang non viene neppure difesa, Chiang Kai-schek fissa la sua sede ancora più all'interno, a Ciungking, nello Sizhuan, alla confluenza dello Yang Tse con lo Jaling.
L'occupazione sulla costa della Cina dei porti principali intanto prosegue. Cade Canton nei pressi di Hong Kong, contingenti nipponici sbarcano sull'isola di-Santsao a sud di Macao. E occupata all'estremo sud, in ottima posizione strategica nel golfo del Tonkino di fronte all'Indocina francese, anche la grande isola di Hai Nan.
Il regime del Kuomintang a questo punto è duramente provato, ha perso quasi la metà delle proprie forze armate e quel che rimane non è in grado di svolgere azioni offensive. Il blocco delle coste cinesi è totale.
L'appoggio esterno delle forze antinipponiche, le uniche in grado di arrestare l'avanzata di Tokyo, non si fa però attendere. Né gli Occidentali né la Russia comunista si preoccupano della libertà della Cina: i primi vogliono con servare nel disgraziato Paese il potere economico; la Russia, dal canto suo, calcola, con un modesto impegno in Cina, di tener lontane dalla Siberia le ambizioni espansionistiche del Giappone.
Gli USA concedono ai Cinesi larghi aiuti economici e organizzano, con uomini reclutati e pagati dai «servizi», una forza aerea, le «tigri volanti» al comando del generale Chennault, destinata con un ponte aereo a vanificare il blocco imposto dai nipponici alle coste cinesi.
I mercenari americani fissano la loro base a Kunming, capitale dello Yunnan, una regione all'estremo sud-ovest della Cina, al confine tra Birmania e Tibet.
Quanto ai missionari la loro attività si adegua alla mutata situazione: assistono i Cinesi di Chiang Kai-schek e favoriscono l'espatrio in India di quegli elementi adatti a essere addestrati e arruolati. Di questa altruistica, edificante attività è rimasta abbondante traccia nella letteratura e nella cinematografia USA. È l'avvio della propaganda di guerra.
Dalla Birmania gli Inglesi forniscono via terra abbondante materiale bellico. Aiuti giungono ai Cinesi anche dall'Indocina francese.
Particolare rilievo assumono i rinforzi aerei. Dall'Inghilterra arrivano 36 Gloster Gladiator, dagli USA 69 aerei scuola, dalla Francia 24 Dewoitine, i primi aerei da caccia con cannoncino da 20 millimetri. Ma è l'Unione Sovietica a dare il contributo maggiore: ben 225 aerei da combattimento moderni, con 450 tra piloti, tecnici e istruttori. Una formazione di 28 di questi aerei, il 23 febbraio del '38, compie addirittura un'incursione sugli aerodromi nipponici di Formosa.
Oltre agli aerei, i Russi, attraverso una nuova camionale di 3000 chilometri che che, staccandosi dalla Transiberiana, attraverso Urumchi e Lanchow giunge a Sian, assicurano un flusso continuo di materiali ed armi, in particolare di preziose batterie contraeree. È un aiuto che si interromperà solo con l'attacco tedesco del giugno 1941.
L'appoggio degli Occidentali e dei comunisti ottiene lo scopo voluto: i cinesi si rendono conto che prima o poi il Giappone dovrà fare i conti direttamente con le grandi potenze. È questo il motivo per cui Chiang Kai-schek tiene duro e respinge la proposta di Wang Ching-wei di scendere a patti coi Giapponesi.
Politicamente fuorigioco a Chungking, l'oppositore di Chiang decide di muoversi in autonomia. Invitato a tenere una conferenza all'accademia militare di Kunming, non gli è difficile far mutare destinazione all'aereo che gli era stato messo a disposizione e riparare ad Hanoi, nell'Indocina francese. Da qui, nel 1939, rientra a Shanghai dove raggiunge un accordo coi Nipponici. Il 30 marzo del '40 è a Nanchino, dove lo troviamo alla testa del nuovo governo centrale della Repubblica cinese che si prefigge di lavorare a fianco dei Giapponesi per liberare l'Asia dal colonialismo e dal marxismo.
Wang Ching-wei, che sarà ospite dei Giapponesi a Tokyo, dove siederà alla tavola dell'Imperatore Hiro Hito, finirà per dichiarare guerra agli anglo-americani. Nel 1944 il governo collaborazionista di Nanchino metterà a dispo sizione dei Nipponici un esercito di quasi mezzo milione di uomini. Costoro, coi loro generali e con le loro armi, provenivano direttamente dalle file del Kuomintang. Il fenomeno delle diserzioni (12 generali nel 1941, 15 nel 1942, 42 nel 1943) fu dunque rilevante, ma i generali che passavano ai Giapponesi agivano con la tipica, opportunistica mentalità del Signore della Guerra. Nessun ideale poteva spingerli a battersi a fondo; nessuno di loro voleva rischiare sul campo quel capitale di uomini e di mezzi bellici che consentiva di avere voce in capitolo, di arricchirsi, e di attendere in buone condizioni la possibilità di nuovi proficui voltafaccia.
Se è certo che nessun reale cambiamento poteva nascere su queste basi, mettendo invece da parte i politici e i militari legati alle superpotenze e accettando la guida e l'esempio nipponici, la Cina avrebbe potuto risolvere, a miglior prezzo e con decenni di anticipo, i suoi problemi. Al popolo cinese sarebbero stati evitati il dramma della guerra civile, le disastrose improvvisazioni industriali e agricole del maoismo, per non parlare delle avvilenti, infantili e crudeli farse della «rivoluzione culturale» e del «libretto rosso».
Un approfondito esame della situazione mondiale convince a questo punto i Giapponesi che impegnare contro la Cina tutto il loro potenziale bellico li avrebbe condotti ad affrontare impreparati quegli appuntamenti che la situazione europea mostra in rapida, pericolosa maturazione.
Restare alla finestra conviene anche ai Cinesi. Essi non hanno i mezzi militari necessari per una controffensiva, ma soprattutto non si fidano dei comunisti, l'alleato che è stato loro imposto dall'esterno. I politici e i militari che dovrebbero battersi contro i Giapponesi rimangono pertanto inattivi, godendosi, in un'atmosfera di intrighi e di corruzione, i «pacchi dono» e lo «stipendio» dei capitalisti occidentali.
Da questo momento la guerra si blocca sulle posizioni raggiunte. I Giapponesi si limiteranno a bloccare le vie di rifornimento degli eserciti del Kuomintang e a controllare la guerriglia comunista. L'attività militare vera e propria si ridurrà per anni alle cosiddette «offensive del riso» scatenate dai Nipponici per impadronirsi dei raccolti e sfamare le proprie truppe senza pesare sulle risorse della madrepatria.
La soluzione del conflitto cino-giapponese è rimandata a quello scontro più vasto che è ormai nell'aria.
PRELIMINARI DELLA GUERRA NEL PACIFICO
Se, come abbiamo visto, il suo ruolo in Asia è senza dubbio quello di protagonista, ciò non è tuttavia sufficiente a spiegare perché il Sol Levante venga a trovarsi coinvolto nel conflitto mondiale.
Per comprenderlo occorre rifarsi agli eventi europei. E questi furono a loro volta convogliati verso un drammatico, sanguinoso sbocco dall'azione di una potenza extraeuropea, gli Stati Uniti, che vi interferirono sia con prese di posi zione o azioni dirette, sia condizionando col loro peso economico, industriale e militare le mosse di alleati e avversari.
A spingere gli USA su questa strada fu il fallimento del New Deal rooseveltiano. Quella politica, escogitata per uscire dalla crisi del '29, non era riuscita né a far tornare la produzione su livelli accettabili, né a ridurre il numero dei disoccupati i quali, nell'estate '39, superavano ormai gli 11 milioni. I politici e il grande capitale puntano dunque sulla guerra per uscire finalmente dalla recessione.
Ma quale guerra? L'ideale per dare sfogo a tutto il gigantesco potenziale produttivo USA è un conflitto da combattere contemporaneamente sui due oceani, l'Atlantico e il Pacifico. Ecco dunque la Repubblica stellata uscire dal suo isolamento e giocare tanto sul tavolo europeo, quanto, come ormai ci è noto, su quello asiatico.
Sono gli USA insomma a dare carattere mondiale a una guerra che senza di loro non sarebbe uscita, né in Europa né in Asia, dalle dimensioni dello scontro regionale. È la loro interessata intransigenza ideologica che ravviva e collega tra di loro i focolai accesi dalle ostilità tra Germania e Polonia e tra Giappone e Cina.
La strategia di Roosevelt fu in un primo tempo diretta ad animare e irrigidire il fronte antifascista in Europa.
Pressante fu infatti l'azione statunitense laddove il pretesto per giungere al conflitto era più facilmente coltivabile. Innanzitutto a Londra e a Parigi dove sono incoraggiate quelle correnti che già si erano opposte all'appeasement e ora sono lanciate a garantire - ma solo contro la Germania - l'integrità della Polonia. Quanto alla diplomazia USA, mentre Bullit a Parigi si lavora l'ambasciatore polacco Lukasiewicz, a Varsavia il suo collega Biddle, facendosi tramite tra gli oltranzisti locali e gli ambienti anglo-francesi che strumentalmente si atteggiano a paladini dei Polacchi, fa in modo che le ragionevoli proposte di accomodamento avanzate dalla Germania per Danzica vengano respinte.
Una volta esploso secondo i progetti americani il conflitto in Europa, gli USA si proclamano «arsenale delle democrazie» e quando la posizione dei loro protetti si aggrava, essi si danno da fare per essere costretti all'intervento. Attraverso un crescendo di provocazioni, gli Americani si propongono di spingere le potenze totalitarie a quelle reazioni che dovevano assicurare agli USA la tanto ambita qualifica di «aggredito».
Il casus belli, lo scontro che consentisse, scavalcando le forti resistenze dell'opinione pubblica americana, di partecipare direttamente alla guerra, fu cercato da Roosevelt con caparbia insistenza, attraverso grossolane violazioni non solo della legalità internazionale, ma delle stesse norme interne sulla neutralità (26). Rivista la legge, la quale prevedeva in caso di forniture belliche a Paesi in guerra pagamenti per contanti, gli USA cedono a credito ai belligeranti democratici armi e materiali, ospitano nei loro porti e riassettano nei loro cantieri decine di navi da guerra inglesi. Tutto ciò mentre, senza giustificazione alcuna, requisiscono navi tedesche e italiane, sequestrano i beni dei cittadini dell'Asse e ne impediscono, chiudendo i consolati, l'assistenza diplomatica. Nell'Atlantico e nei Caraibi occupano, con pirateschi colpi di mano, territori di nazioni neutrali, allargano a proprio piacimento, e a dismisura, il limite delle acque territoriali, proteggono con naviglio armato i convogli inglesi che attraversano l'Atlantico.
Col trascorrere dei mesi - a dispetto della perdurante neutralità - giungono a segnalare a unità di scorta britanniche la presenza di navi e sommergibili tedeschi (27) e contro questi mezzi la marina e l'aviazione americane ricevono ordine di aprire il fuoco, addirittura in acque internazionali. Gli incidenti non sfociano in guerra aperta solo perché, da Berlino, le forze impiegate in Atlantico ricevono il preciso, sofferto ordine di non reagire.
Anche se non porta all'intervento, l'agire americano è dunque un segnale assai chiaro, che fa capire - specie quando dopo la sconfitta della Francia l'Inghilterra è rimasta da sola a battersi - che la guerra in Europa non avrà fine se non alle «condizioni» dettate dietro le quinte dagli USA, cioé con la resa della Germania.
Il Führer, che non aveva mai nutrito interesse per uno scontro di carattere mondiale essendo stato suo unico obiettivo una Blitzkrieg all'est, già alla fine della campagna di Polonia aveva proposto agli Occidentali di discutere la pace (28). Nessun dialogo risulta però possibile con gli avversari; per essi la Polonia - come aveva dimostrato l'assenza di qualsiasi iniziativa militare in suo favore - era stata unicamente il pretesto da sbandierare, il prezioso aggancio per costringere il Reich a battersi.
Visto respinto il proprio appello alla pace, la Germania ritiene di poter costringere gli Inglesi al tavolo delle trattative calcando militarmente la mano. Ma neppure la vittorios- offensiva del maggio 1940, che in poche settimane travolge Olanda, Belgio e Francia, e isola ulteriormente la Gran Bretagna si rivela risolutiva. Il gioco era ormai uscito dai contini europei. Grazie alla propria superiorità aeronavale, agli uomini e ai mezzi ancora reperibili nel vasto impero, ma soprattutto agli inesauribili rifornimenti USA, l'Inghilterra non demorde: la pace offerta nuovamente dal Führer nel grande discorso del 19 luglio non la interessa.
A questo punto la Germania, cui è stato chiuso ogni varco per giungere ad un accomodamento politico e che si vede suo malgrado costretta a rispondere alla sfida militare degli avversari, deve ripensare tutta la propria strategia.
Come uscire dall'impasse? Come riprendere l'iniziativa?
Mentre quello che nonostante la mancanza di uno stato di guerra è il nemico principale - gli Stati Uniti - è destinato a restare, a causa della distanza, assolutamente al di fuori della portata della Wehrmacht, è invece prevedibile, anche se non per l'immediato, il ritorno offensivo sul continente europeo degli Angloamericani.
Contro la minaccia dell'imperialismo marittimo mondiale, la risposta tedesca è quella tipica di una potenza terrestre. Il ministro degli esteri von Ribbentropp, già artefice dell'accordo coi sovietici dell'agosto 1939 col quale la Germania aveva tentato di tener fuori dall'affare polacco gli Occidentali, strappa a Hitler il consenso per sondare la possibilità di costituire con Russia e Giappone un blocco continentale. Ne sarebbe risultata un'alleanza di tale portata da scoraggiare i progetti bellicisti degli USA e ridimensionare di conseguenza la testardaggine dei Britannici. Ma se col Giappone l'intesa è presto raggiunta (29) - il 27 settembre 1940 è firmato quello che per l'adesione dell'Italia sarà noto come Patto Tripartito - con l'Unione Sovietica l'intesa si rivela problematica.
Stalin infatti, che ha immediatamente percepito la gravità dei problemi geopolitica della Germania, alza il prezzo della collaborazione. Nel novembre del 1940 il ministro degli esteri russo Molotov è a Berlino, invitato per discutere quanto dallo smembramento dell'Impero britannico potrà toccare all'URSS. Ma l'appetito dei sovietici non si accontenta dei bocconi inglesi proposti dallo chef tedesco, ossia degli sbocchi sul Golfo Persico e sull'Oceano Indiano. Stando ai Sovietici, la Turchia dovrebbe cedere territori nel Caucaso e consentire, attraverso i Dardanelli, il libero accesso al Mediterraneo. Sempre nel sud-est europeo dovrebbero entrare nella sfera di influenza dell'URSS Romania e Bulgaria, mentre all'estremo nord vengono affacciate pretese sulla Finlandia e chieste garanzie per il transito dal Baltico al Mare del Nord.
Hitler, da sempre ostile all'idea di una durevole intesa coi comunisti, non intende mettere né i Balcani, con le loro vitali risorse petrolifere, né la Germania e l'Europa tutta alla mercé dei capricci sovietici e rinvia sine die la risposta tedesca. È convinto per di più che il rilevante scambio commerciale tra il Reich e la Russia sia destinato a cessare da un momento all'altro e non dubita che, quando gli Angloamericani avranno messo piede sul continente, la Germania sarà attaccata alle spalle dai sovietici.
Prima che questa catastrofica ma realistica ipotesi si verifichi, non rimane che prevenirla. Quel che non si era potuto ottenere con le buone può essere colto attraverso lo scontro militare col bolscevismo, un'idea che il Führer aveva da sempre accarezzato. Con l'operazione «Barbarossa» la Wehrrnacht avrebbe dovuto assicurare al Reich nazionalsocialista gli spazi, le materie prime e la forza lavoro necessari a riequilibrare i rapporti di forza con la coalizione nemica.
Il blocco europeo guidato dalla Germania, col controllo del territorio ex sovietico, avrebbe potuto collegarsi via terra con l'alleato giapponese senza più preoccuparsi delle vie marittime dominate dalla talassocrazia atlantica.
In un secondo tempo, battuta cioè l'Unione Sovietica, sarebbero riprese in Africa settentrionale e in seguito nel Vicino Oriente, quelle operazioni contro l'Inghilterra che ora venivano giustamente accantonate come dispersive e secondarie.
L'Impero nipponico a sua volta, liberato dalla minaccia comunista sulla terraferma, avrebbe potuto chiudere i conti con le potenze coloniali sconfitte in Europa dalla Germania e impedire definitivamente che dai loro possedimenti qualsiasi rifornimento raggiungesse l'esercito di Chiang Kai-shek. Archiviata la vicenda cinese, i Nipponici avrebbero potuto fronteggiare, con tutte le loro forze, gli USA.
Con l'eliminazione della Russia comunista si prospettavano dunque, tanto nello scacchiere europeo che in quello asiatico, scenari tali da indurre a più miti consigli anche i più fanatici tra i guerrafondai anglosionisti.
Con qualche giustificazione logica - l'operazione Barbarossa, nonostante la diagnosi di Hitler fosse corretta e la cura per uscire dall'emergenza sensata, era un progetto davvero ambizioso - gli storici al servizio dei vincitori accusano oggi la Germania di aver mosso coll'attacco alla Russia un ulteriore passo verso la conquista del mondo. In realtà lei coperta tedesca, sicuramente troppo corta per coprire il mondo, era anche insufficiente per assicurare alla Germania quegli spazi che - pena l'asfissia energetica ed alimentare nel corso del conflitto - andavano assolutamente occupati all'Est.
Alla dirigenza tedesca non si presentavano comunque altre possibilità.
L'operazione «Barbarossa» era l'unica via d'uscita praticabile; per scongiurare la disfatta militare e politica, occorreva, con grande consapevolezza e straordinaria lucidità, accettare il rischio e giocare il tutto per tutto. Grazie all'improvviso cambio di scena, l'avversario poteva essere messo in grosse difficoltà: la partita, se non vinta, poteva ancora essere impattata.
Per questo supremo cimento la Germania tuttavia non poteva muovere a proprio piacimento tutte le forze del Tripartito. Mentre lo schieramento democratico faceva indiscutibilmente capo agli USA, che avevano in pugno i cordo ni della borsa, la Germania, che non era né una potenza finanziaria, né un impero marittimo e intercontinentale, poteva tutt'al più consigliare ma non imporre ai suoi alleati le direttive ritenute vincenti.
Al confronto con gli avversari la coalizione totalitaria si presentò dunque debole e strategicamente disunita. E fu proprio la mancanza di una pianificazione militare, unita all'oggettiva impossibilità di battersi alla pari contro un nemico più forte, a spingere gli alleati della Germania, Italia e Giappone - ciascuno in tempi diversi - prima a cercare di destreggiarsi diplomaticamente, poi a imboccare quelle strade autonome che impedirono, se mai era stata possibile, la vittoria del Tripartito.
Le forze disponibili, anziché operare in un'unica direzione, furono impegnate in una serie di campagne che, note agli storici come «parallele», furono in realtà disastrosamente divergenti.
I prodromi della seconda guerra mondiale furono in sostanza una smazzata di poker nella quale gli Americani, dopo aver accuratamente preparato le carte, giocavano tranquilli sapendo di avere in mano il punto più alto. Nessun rilancio, nessun bluff degli avversari poteva intimorirli, indurli a recedere dalle loro posizioni.
Se l'attacco tedesco alla Russia del giugno 1941 offre agli USA un'ulteriore opportunità di portare soccorso con denaro e armi, in un nuovo scacchiere, a un altro nemico della Germania, Roosevelt tuttavia non riesce a ricavarne il tanto sospirato pretesto per intervenire nel conflitto. Al neutralismo isolazionista, nella pubblica opinione americana, si unisce ora la scarsa simpatia per il comunismo. Ma se l'andamento delle vicende europee è deludente, sono proprio i riflessi asiatici di quanto era accaduto in Europa - i passi compiuti dai Giapponesi per inglobare nella propria zona di influenza i territori coloniali delle potenze sconfitte in Europa dalla Germania - ad offrire agli Americani il destro per quel durissimo atteggiamento sanzionista che doveva spingere il Giappone allo scontro militare.
Spiazzati dalla decisione tedesca dell'agosto 1939 di accordarsi - a dispetto del Patto Anticomintern - coi Sovietici, i Giapponesi erano rimasti in attesa degli sviluppi della guerra in Europa. Col giugno 1940, la vittoriosa, spettaco lare offensiva tedesca che piega Olanda, Belgio e Francia, apre loro, nel Sud-Est asiatico, grandi prospettive. I1 controllo dell'Indocina francese, geograficamente a portata delle armate nipponiche che operano nella Cina meridionale, sarebbe tornato particolarmente utile. Non solo avrebbe contribuito a isolare da sud le armate del Kuomintang, ma sarebbe stata un'ottima base di partenza per le future operazioni contro i possedimenti inglesi della penisola di Malacca, al cui vertice si trovava la munitissima base navale di Singapore, e contro le Indie olandesi.
Col consenso del governo di Vichy, i Giapponesi ottengono nel luglio 1940 basi nell'Indocina settentrionale e nello stesso mese gli Inglesi, che in Europa sono occupati a leccarsi le ferite di Dunkerque, consentono a chiudere per 90 giorni la strada che dalla Birmania porta in Cina.
Gli Stati Uniti intervengono però tempestivamente a compensare il calo di tono dei colonialisti europei e a tal fine introducono un complicato sistema di licenze di esportazione per tutti i prodotti americani maggiormente richiesti dal Giappone. Nel settembre alla lista sono aggiunti alcuni prodotti petroliferi, il ferro e i rottami d'acciaio. Forti pressioni vengono esercitate con successo sulle acefale autorità delle Indie Olandesi e dell'Indocina Francese perché siano negate al Giappone forniture di greggio, caucciù, stagno, nikel, bauxite, nonché di riso.
Per comprendere la gravità della posizione assunta dagli USA, occorre ricordare la totale dipendenza dell'industria giapponese dalle importazioni. Qualsiasi riduzione, anche piccola, nel flusso delle materie prime e dei combustibili, avrebbe innescato la crisi. Col tracollo della produzione, per la popolazione del Sol Levante che vive in maniera già modesta, sarebbero presto arrivate la disoccupazione e la fame.
Ci pare qui il caso di ricordare che il grossso delle forniture petrolifere nipponiche proveniva proprio dagli USA i quali coprivano allora i due terzi del fabbisogno mondiale di greggio. Né era possibile per i Nipponici ricorrere a fonti sostitutive. I Paesi arabi erano occupati dalla Gran Bretagna alleata degli USA e, in ogni caso, il greggio estratto nel Medio Oriente rappresentava in quegli anni solamente il 5% della produzione mondiale.
Oltre a danneggiare il Giappone con l'embargo, gli Americani sostengono con ogni mezzo i suoi avversari. Il 30 novembre - Roosevelt è stato rieletto presidente il 5 dello stesso mese - gli USA concedono alla Cina di Chiang Kaishek un prestito di 100 milioni di dollari. Da un lato dunque gli USA non consentono che il Giappone espandendosi possa farsi autosufficiente; dall'altro permettono che il rubinetto del l'import-export resti aperto unicamente a patto che l'esercito nipponico rinunci a qualsiasi iniziativa e si ritiri da tutte le posizioni occupate successivamente al 1930. Il Giappone dovrebbe abbandonare l'Indocina, la Cina e la stessa Manciuria. È evidente la volontà di voler condizionare, dall'altra sponda del Pacifico, l'esistenza stessa del Sol Levante.
Stanco di subire le continue, tracotanti intromissioni degli Stati Uniti, e conscio al tempo stesso di non poterne eludere l'ostilità, il Giappone cerca coll'antagonista un chiarimento definitivo. E per compensare la propria inferiorità - la sua produzione bellica non sarà mai superiore a un decimo di quella americana, un tredicesimo quella del carbone e dell'acciaio - il Giappone si muove sul piano diplomatico per porsi, grazie al gioco delle alleanze, nelle condizioni migliori.
Nel marzo 1941 il ministro degli esteri nipponico Matsuoka, assai vicino alla politica della Germania, si reca a Berlino dove - mentre gli viene taciuto l'imminente attacco all'URSS - è incoraggiato a spingere il suo governo affin ché prenda l'iniziativa contro gli Inglesi in Estremo Oriente, ponendo fine in particolare alla presenza britannica a Hong Kong e a Singapore.
A Berlino si pensa, evidentemente, già al dopo Russia, alla ripresa delle operazioni contro l'Inghilterra.
Nell'aprile - il giorno 13 - durante il suo rientro a Tokyo, Matsuoka fa tappa a Mosca dove, credendo con ciò di allinearsi a quanto già aveva fatto la Germania nell'agosto 1939, firma con l'Unione Sovietica un trattato di neutralità.
Con le spalle coperte da questo accordo, il Giappone è ormai deciso a lanciarsi contro quelle ricche dipendenze coloniali dei paesi europei che, grazie ai successi dell'alleato germanico, possono essere ormai considerate res nullius.
L'attacco tedesco alla Russia del giugno 1941 è per i Giapponesi una sorpresa e la loro scelta strategica rischia di essere rimessa in discussione. Lo stesso Matsuoka suggerisce infatti di rinviare l'incursione a sud, unendosi invece alla Germania per liquidare l'URSS. Pressanti consigli in tal senso giungono anche dalla Germania attraverso le ambasciate nipponica a Berlino e tedesca a Tokio.
Tre ordini di ragioni consigliano però ai Nipponici di restare fermi sulla decisione originaria.
In primo luogo si giudicava la Wehrmacht perfettamente in grado di risolvere da sola la campagna contro l'URSS. I Giapponesi tuttavia non si disinteressano a quanto sta accadendo sul continente. Si tengono anzi pronti ad appro fittare di un improvviso crollo sovietico e ad estendere in tale eventualità alla Siberia la loro sfera d'influenza. Nel giugno 1941, l'Armata del Kwantung non era però in grando di intervenire e quando, tempo qualche mese, lo fosse diventata, l'inverno non avrebbe consentito alcuna operazione bellica. Della Siberia si sarebbe dunque potuto riparlare solo nella primavera del '42.
Un'altra ragione per cui l'incursione a sud rimane privilegiata è che la guerra contro l'URSS non avrebbe in ogni caso risolto tutti i problemi del Giappone. Non solo le materie prime e i combustibili di cui l'industria bellica in piena espansione aveva assoluto bisogno erano assai più facilmente reperibili in Malesia e in Indonesia piuttosto che in Siberia, ma operazioni militari contro la Russia - che da quando è in guerra con la Germania è sul libro paga americano - avrebbero sicuramente aggravato i già pessimi rapporti con gli Stati Uniti.
I Giapponesi sono insomma dell'opinione che sia inutile divagare lanciandosi contro obiettivi secondari: i conti andavano regolati direttamente con gli Stati Uniti. Questi, dopo l'indebolimento dei colonialisti europei, erano in realtà l'unico ostacolo che si frapponeva alle mire nipponiche nel Sud-Est asiatico. E se non era possibile raggiungere con loro un compromesso, gli Americani andavano affrontati militarmente.
L'incursione a sud si presentava anche, dal punto di vista militare, di più agevole attuazione. La fortissima marina militare nipponica, che contro la Russia non avrebbe avuto ragione di essere impiegata, in quanto la flotta sovietica era praticamente inesistente, nel Pacifico meridionale avrebbe potuto dare tutto il suo contributo.
Non era infine trascurabile, nella decisione da prendere, il fatto che le popolazioni delle colonie avrebbero accolto i Giapponesi come liberatori.
Estromesso dal governo Matsuoka il quale insisteva per l'attacco alla Russia, i Giapponesi proseguono i loro preparativi bellici, ma al tempo stesso tentano, attraverso una lunga e febbrile serie di colloqui con gli Americani, di ottenere la revoca dell'embargo e di evitare così la guerra.
I Nipponici, i quali sentono essere in gioco l'esistenza stessa della nazione e sanno di non poter reggere un lungo, logorante conflitto, offrono addirittura agli Stati Uniti, in cambio della non ingerenza negli affari asiatici, di rendere inoperante il Patto Tripartito. Gli Americani insistono però nel pretendere il ritiro delle armate nipponiche da tutte le posizioni occupate in Cina e nel Sud-Est asiatico. E, a conferma della loro intransigenza, intensificano la pressione contro il Sol Levante con pesanti provvedimenti sanzionistici: quando, a fine agosto 1941, i Giapponesi muovendo dall'isola di Hai Nan occupano - sempre col consenso del governo di Vichy, che gode tra l'altro del riconoscimento americano - nuove basi, questa volta nell'Indocina meridionale, la reazione USA è immediata. I crediti giapponesi negli USA sono congelati e i beni nipponici sequestrati. Contemporaneamente viene dichiarato contro il Giappone il blocco totale. Alle navi battenti bandiera del Sol Levante è anche vietato il transito del Canale di Panama. Si associano all'embargo tutti quei paesi dell'America Latina le cui dirigenze sono asservite alla plutocrazia USA.
A Tokyo la benzina è razionata e l'ambasciatore USA Grew riferisce a Washington che in tutta la città non si trova più un taxi. In autunno, alla sede diplomatica USA sarà negato il gasolio per il riscaldamento.
Mentre i capi di stato maggiore dell'esercito e della marina americani, immaginando le reazioni dei Giapponesi si dichiarano contrari al blocco, Roosevelt non ha esitazioni nel farlo scattare proprio perché sa che lo strangolamento economico spingerà inevitabilmente il Giappone alla guerra.
Nonostante la situazione sia ormai vicina alla rottura, le discussioni in corso à Washington non si interrompono: i Nipponici sperano ancora di trovare cogli Stati Uniti un modus vivendi. Gli Americani, per parte loro, giocano come il gatto col topo; tirano in lungo, evitano di impegnarsi e rifiutano l'incontro al vertice Roosevelt-Konoye richiesto dalla diplomazia nipponica.
Gli Statunitensi sono in possesso dei cifrari giapponesi e conoscono perciò in anticipo le istruzioni indirizzate da Tokyo ai suoi plenipotenziari. Sapendo benissimo che in caso di rottura definitiva delle trattative i Giapponesi dovranno decidersi per la guerra, l'America evita lo strappo fino a quando le parrà giunto il momento più vantaggioso per essere «aggredita».
La scelta di questo varco temporale favorevole è legata all'andamento delle operazioni sul fronte russo. Se un successo tedesco avrebbe probabilmente spinto gli USA a un momentaneo compromesso col Giappone, il fallimento dell'offensiva autunnale germanica, ormai bloccata alle porte di Mosca, è il segnale perché ai Giapponesi venga chiusa definitivamente la porta in faccia.
La trappola tesa contro i Nipponici, costretti ad agire perché le loro scorte di nafta calano di giorno in giorno, è pronta da quel momento a scattare in tutto il Pacifico. Nessuna base americana viene messa allerta e l'attacco giapponese del 7 dicembre 1941 contro Pearl Harbor, largamente previsto, è accolto a Washington con sollievo, addirittura come un successo.
I danni più gravi, visto che la sorpresa non c'è stata, sono del resto evitati. Le nuove portaerei che sono l'ossatura della flotta americana del Pacifico spariscono al momento giusto e ricompaiono dal cilindro di Roocevelt, come il classico coniglio del prestigiatore, ad attacco ultimato.
Sono rimaste in porto a fare da bersaglio 8 corazzate, tutte varate all'epoca della prima guerra mondiale, navi la cui scarsa velocità (20 nodi orari) non avrebbe consentito di farle muovere in battaglia accanto alle più rapide portaerei da 30 nodi orari.
Con qualche vecchia corazzata e poche centinaia di morti il sogno demogiudaico di un'America in guerra è finalmente realtà (30).
LE GRANDI VITTORIE NIPPONICHE DEL 1942
I Giapponesi non avevano dunque tenuto conto della richiesta tedesca di indirizzare il loro attacco contro le piazzaforti navali britanniche del Sud-Est asiatico e contro le Indie olandesi. Le posizioni degli imperialisti europei erano state giudicate da Tokyo inseparabili da quelle americane. E se un attacco contro le basi dei loro alleati era destinato a coinvolgere gli Stati Uniti, tanto valeva colpirli direttamente e neutralizzarne la flotta. Era questa la logica che aveva condotto a Pearl Harbor, un attacco preventivo, rapido ed improvviso, nel tradizionale stile delle arti marziali nipponiche.
Quanto accaduto fino a quel momento stava a dimostrare del resto che la diagnosi dei Giapponesi era sostanzialmente corretta. Il gioco era stato, fin dall'inizio, tutto nelle mani degli USA.
Resta il fatto che con l'iniziativa nipponica la guerra - cosa che Hitler aveva ad ogni costo cercato di evitare - diventa davvero mondiale.
Né la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti da parte di Germania e Italia poteva a questo punto essere evitata. Senza di essa le forze americane sarebbero piombate compatte sul Giappone liquidandolo in pochi mesi. Con l'intero Tripartito da affrontare, la potenza statunitense è invece costretta a dividersi tra Asia ed Europa. Rafforzato dall'impegno sul versante atlantico degli alleati europei, il Giappone diventa sicuramente per gli Americani un osso più duro. La Germania, a sua volta può fruire nel suo emisfero di una pausa preziosa. Prima di avere addosso gli Americani in Europa, il Führer è convinto di essersi assicurato, grazie ai Giapponesi,il tempo necessario per schiacciare, con una nuova campagna estiva, la Russia comunista.
Il 1942 sarà l'anno cruciale del conflitto.
Ma qual'è la linea d'azione dello stato maggiore imperiale?
Va subito detto che obiettivo dei Giapponesi non è la debellatio dell'antagonista, così come invece cercavano gli Anglosionisti sull'Asse, o la Germania nei riguardi della Russia sovietica. Il Giappone si prefigge unicamente un'azione di alleggerimento nei confronti di quelle potenze coloniali che da altri continenti, Europa o America, si erano installate attorno alle sue isole.
I territori che il Sol Levante intendeva liberare e associare alla sua «sfera di coprosperità», Indonesia, Filippine, gli arcipelaghi equatoriali e dei Mari del Sud, sarebbero stati difesi dalla flotta imperiale, cui è affidato il compito di restare in guardia, come un ragno al centro della tela, in attesa dell'improbabile ritorno offensivo degli Occidentali sconfitti. Contavano i Nipponici che la loro forte marina e gli immensi spazi del Pacifico - la distanza tra Pearl Harbor e Singapore è di 11.000 chilometri - dai quali l'area strategica vitale per il Giappone era circondata, sarebbero stati un deterrente sufficiente per scoraggiare gli Americani dall'idea di una sanguinosa riconquista.
Questo piano, per avere realistiche possibilità di successo, avrebbe però dovuto essere accompagnato dalla piena vittoria tedesca sull'Unione Sovietica e dalla successiva sconfitta della Gran Bretagna.
Le operazioni militari dei Nipponici registrano comunque, all'inizio della guerra, successi strepitosi.
L'8 dicembre 1941, due ore prima dell'attacco a Pearl Harbor del 7 dicembre - l'apparente incongruenza è dovuta alla linea di cambio di data - un grande convoglio partito dalle basi in Indocina sbarca, sul lato orientale della penisola di Malacca, la XXV armata nipponica su tre divisioni. La divisione Guardie Imperiali si spinge da Khota Bharu verso sud lungo la costa; le altre due, la 15a e 18a, avanzano parallele all'interno, spostandosi nella giungla tropicale all'incredibile media di 20 chilometri al giorno.
Il 16 dicembre è presa Penang, 1'11 gennaio 1942 Kuala Lumpur.
L'«inespugnabile» Singapore - i grossi calibri della base sono puntati verso il mare e fissati in modo tale da non poter essere girati - si arrende il 15 febbraio. Cadono prigionieri 100.000 inglesi e 60.000 coloniali indiani. Questi ultimi saranno la spina dorsale dell'Esercito Nazionale Indiano di Chandra Bose.
Tragici sono per l'Impero britannico i giorni che precedono la caduta di Singapore. Il 10 dicembre, bombardieri e aerosiluranti della 22ª squadra aerea nipponica di base a Saigon nell'Indocina meridionale, intercettano e affonda no, mentre dirigono a nord per opporsi allo sbarco in Malesia, la corazzata Price of Wales - sfuggita nell'estate alla Bismarck - e l'incrociatore da battaglia Repulse.
In quelle stesse settimane sono occupati anche il Borneo settentrionale britannico e, in Cina, dopo brevissima resistenza, il grande porto di Hong Kong.
Le speranze dei nazionalisti indiani si ravvivano con la liberazione della Birmania. Partendo dallo stesso istmo di Kra dal quale aveva avuto inizio l'invasione della Malesia, i Nipponici puntano a nord e 1'8 marzo fanno il loro ingresso a Rangoon. Dalla Cina scendono intanto in Birmania la V e la VI armate cinesi che intervengono a difesa della strada e della ferrovia sulle quali scorrono i rifornimenti per l'esercito di Chiang Kai-shek. I Giapponesi non hanno però difficoltà a mettere in fuga Cinesi e Inglesi e, per il 15 maggio, completano l'occupazione del Paese.
Per gli Alleati la Cina è ora raggiungibile solo per via aerea.
Lo slogan «via dall'India» si diffonde nell'estate del 1942 in tutto il subcontinente indiano. Violentissima è la repressione delle manifestazioni indipendentiste da parte dell'occupante inglese: il bilancio ufficiale registra 1.000 morti, 3.000 feriti e 60.000 imprigionati.
Giunto a Singapore dall'Europa con un sommergibile tedesco, Chandra Bose forma, nelle isole Andamane, il governo dell'India libera. Nel marzo 1944, l'Esercito Nazionale Indiano entra in India, nello stato del Manipur, e ne assedia la capitale Imphal.
L' 11 gennaio '42 i Giapponesi sbarcano nel Borneo e a Celebes. In febbraio, il 14, è invasa Sumatra; il 20 sono prese Bali e Timor. Una raffazzonata squadra di incrociatori ABDA (americani, britannici, olandesi, australiani) che aveva tentato di ostacolare le operazioni di sbarco viene facilmente eliminata.
Per 1'8 marzo tutte le Indie olandesi sono in mani nipponiche.
Immediata anche l'occupazione delle Filippine. La flotta di invasione che muove da Formosa e dalle Pescadores, opera i primi sbarchi nell'isola di Mindanao. Il grosso delle forze prende terra il 22 dicembre nell'isola di Luzon. Mentre il 2 gennaio la bandiera del Sol Levante è issata a Manila, Mac Arthur ripiega nella penisola di Bataan. Il 9 aprile i reparti USA (Mac Arthur fugge in Australia) si arrendono.
Non rimane alla propaganda americana, per nascondere la brutta figura, che dipingere a fosche tinte il trattamento subito dai militari caduti nelle mani dei Giapponesi.
C'è da dire a questo proposito che se i Nipponici, a causa della loro etica guerriera che li portava a disprezzare profondamente chi si era dato prigioniero, a volte furono portati ad agire al di sopra delle righe, nessuna giustificazio ne può avere il comportamento degli Americani nei confronti dei loro concittadini di origine giapponese. Questi civili, a centinaia di migliaia, donne e bambini compresi, furono rastrellati - le attività lavorative dei capifamiglia malamente interrotte - e internati in appositi campi di concentramento. Il tutto solo perché appartenevano alla razza «gialla».
È anche il caso di ricordare che in quegli stessi anni gli Statunitensi di colore arruolati nell'esercito erano assegnati a reparti razzialmente omogenei i quali, va da sé, al comando di ufficiali bianchi, erano impiegati per lavori particolarmente gravosi o umilianti.
Se si riflette infine sul fatto che gli USA si battevano per la conservazione delle peggiori forme di sfruttamento colonialista e davano per altro verso sostegno alla disumana dittatura comunista, non si vede quali frecce siano rimaste nell'arco al tanto strombazzato moralismo demoanglogiudaico.
Nel Pacifico passano sotto controllo giapponese le isole di Guam, che resiste solo 25 minuti, e Wake, nonché gli arcipelaghi delle Salomone, delle Ellice e delle Gilbert. All'estremo nord i Giapponesi sbarcano nelle Aleutine. A sud sono in Nuova Guinea; anche l'Australia è minacciata.
Tutte queste vittorie che per mesi riempiono il popolo giapponese"di legittimo orgoglio e fanno sperare i suoi alleati europei, sono ottenute con un modesto impiego di forze, appena una decina di divisioni, e con perdite umane assai contenute. E la perfetta pianificazione che consente simili risultati. Ufficiali e soldati rivelano ferrea disciplina, ottimo addestramento e grande spirito di sacrificio.
Gli eserciti americano e inglese danno invece pessima prova di sé, sciogliendosi di fronte al nemico come neve al sole. Se a Singapore gli Indiani che passano al nemico sono decine di migliaia, in Birmania, al regime coloniale britannico tocca addirittura la vergogna di vedere le sue truppe, ancor prima che i Giapponesi giungano in vista, ammutinarsi, scatenarsi in orge disgustose, in saccheggi e devastazioni. Diserta al gran completo persino la guardia personale del governatore.
Nelle Filippine, il cosiddetto esercito nazionale, 160.000 uomini alle dipendenze di Mac Arthur, preso atto della scarsa combattività dei reparti americani, getta le armi e i soldati rientrano alle proprie case.
La catastrofica rotta degli Occidentali e la facilità del successo nipponico erano destinate a lasciare il segno nell'immaginario asiatico. Crolla all'improvviso il mito della superiorità dei colonialisti. Né i Giapponesi trascurano di sfruttare propagandisticamente la ghiotta occasione: la custodia dei prigionieri angloamericani, per squalificarli ulteriormente, viene affidata a quei sudditi come i Coreani o i Formosani che dai Nipponici erano stati sempre considerati su un gradino più basso.
A Singapore i Giapponesi girano, servendosi di prigionieri inglesi, una pellicola dal titolo Gli ultimi giorni dell'Impero britannico, che viene proiettata in tutte le sale cinematografiche dell'Asia libera.
Nessuna vittoria avrebbe più potuto restituire la faccia agli Occidentali.
Nell'estate del 1942, coi Nipponici ancora impegnati nella riorganizzazione politica, amministrativa e produttiva dei territori liberati, scatta la controffensiva americana.
La strategia degli USA è semplice: sfruttare la propria superiorità aeronavale (31) per stringere progressivamente all'angolo i Giapponesi. Senza un sicuro sistema di comunicazioni marittime e senza il controllo elettromagnetico del l'intera area del Pacifico, le isole occupate dai Nipponici sarebbero ben presto diventate inutili avamposti isolati. Lo sbarco sulle isole più vicine al Giappone avrebbe poi permesso all'aviazione americana di bombardare i grandi nuclei industriali del Paese e di paralizzare la produzione bellica del'avversario.
Impiegando in modo massiccio artiglieria navale e aviazione gli Americani avrebbero anche ridotto l'impiego e quindi le perdite della propria fanteria. I caduti americani in tutta la guerra del Pacifico dovevano infatti restare sotto i cinquantamila: meno della metà dei Giapponesi uccisi in una sola incursione su Tokyo.
I Nipponici non erano in grado di sventare questi disegni. Avevano sottovalutato non solo la determinazione politica, ma anche colossale produttività dell'industria americana, in particolare dei ratei cantieristico e aeronautico. Avevano viceversa sopravvalutato le capacità della propria marina, alla quale, per le gravi carenze nei sistemi di segnalazione, ascolto e intercettazione e la scadente qualità delle apparecchiature radio, radar e sonar, non riuscì di organizzare un'arma subacquea davvero pericolosa, né a proteggere dalla corrispondente insidia USA i propri convogli.
Ma l'errore dei Giapponesi era stato di carattere più generale: non si erano resi conto di aver tirato l'unico fendente a loro disposizione nella direzione sbagliata, nel vuoto del Pacifico, mentre, considerando che nessuna azione risolutrice era stata prevista contro il territorio metropolitano USA, sarebbe stato preferibile puntare nella direzione opposta a quella del continente americano, e cioé verso l'Asia, a cercare un collegamento con gli alleati europei.
Portate in India, con una serie di sbarchi o con una veloce avanzata dalla Birmania, le loro armate, i Giapponesi avrebbero potuto mobilitare milioni di indiani contro l'oppressione inglese, e la ventata liberatrice si sarebbe veloce mente estesa verso quei paesi del Medio Oriente che già scalpitavano sotto il tallone degli imperialisti. Ben scarsa, come dimostra la facile occupazione della Malesia, di Singapore e della Birmania, sarebbe stata la resistenza dei Britannici i quali erano largamente demoralizzati per l'andamento della guerra in Europa e in Africa Settentrionale e non disponevano nello scacchiere di grosse riserve.
Ma se il collegamento con le forze dell'Asse nell'Asia sud-occidentale poteva risultare problematico a causa delle grandi distanze, che rendevano il problema dei rifornimenti di difficile soluzione, senz'altro più attuabile e frut tuoso sarebbe stato l'incontro su suolo russo con le armate della Wehnnacht che hanno già fatto la loro parte di strada e si trovano ormai al Volga e al Caspio.
Occorre ricordare a tale proposito che l'esercito tedesco, anche dopo Stalingrado, a dispetto delle difficoltà ambientali ed in particolare della vera e propria assenza in Russia di accettabili vie di comunicazione, riuscì a mantene re, sul fronte russo, l'iniziativa fino all'estate del `43. Kharkov, in Ucraina, fu riconquistata nel marzo e nel luglio venne scatenata la grande offensiva contro il saliente di Kursk.
Per tamponare gli attacchi tedeschi, l'Unione Sovietica - mentre l'armata nipponica del Kwantung restava inattiva in Manciuria - fece ricorso a tutte le riserve di cui disponeva in Siberia, lasciando praticamente sguarnito, a partire dall'ottobre 1941, il confine verso la Corea e il Manchukuò. Ma il discorso va ben al di là dell'aspetto strettamente militare. Quelle fabbriche di armi che sotto la minaccia tedesca erano state spostate in Estremo Oriente non avrebbero certamente potuto, nel caso di un attacco giapponese, essere di nuovo trasferite al di qua degli Urali.
Per l'Unione Sovietica, costretta a combattere su due fronti, sarebbe stato il collasso.
Nella lotta contro la Russia comunista gli eserciti giapponesi avrebbero dunque conseguito risultati indubbiamente più interessanti di quelli che le pur grandi, epiche, ma slegate battaglie difensive del Pacifico fecero registrare. Intendiamo dire che quelle migliaia di soldati caduti per ritardare nel '43-44 i «salti della pulce» di isola in isola degli americani nel Pacifico, in Russia, in fase offensiva lungo la direttrice della Transiberiana, sarebbero stati impiegati in modo strategicamente più valido e con più elevate prospettive di successo.
Se la vittoriosa campagna del Pacifico aveva lasciata intatta la capacità produttiva degli Stati Uniti e tutto il loro peso militare, l'intervento contro l'URSS - l'unica mossa che la geostrategia offriva a Germania e Giappone per agire in modo davvero coordinato - poteva invece estromettere definitivamente dal conflitto uno degli avversari più forti.
Quello di non intervenire contro la Russia comunista, un nemico già duramente provato, fu quindi l'errore principale dei Nipponici. Per tutta la durata della guerra, sulla rotta del Pacifico, passarono sotto il loro naso, dirette a Vladivostok, navi battenti bandiera sovietica cariche di rifornirnenti americani destinati a sostenere quell'Armata Rossa che si batteva contro il principale alleato del Giappone, la Germania. Altrettanto può dirsi per i convogli della Transiberiana, i cui binari correvano per centinaia di chilometri, assolutamente indifendibili, paralleli al confine col Manchukuò.
Dopo aver bombardato le città giapponesi, a centinaia di piloti statunitensi fu possibile approfittare del vicino territorio russo per compiervi atterraggi di fortuna. Ebbene, questi aviatori invece di essere in ossequio alle leggi internazionali internati in Unione Sovietica per tutta la durata della guerra, ritemprati da un breve soggiorno a Taskhent, nell'Usbekistan, vennero rimpatriati attraverso l'Iran e reimpiegati nel conflitto.
Ma, come vedremo, il timore di rischiare troppo attaccando anche la Russia - quando attaccando gli Stati Uniti avevano già rischiato tutto - sarà fonte per i Nipponici di guai ancora peggiori.
Se per tutta la serie di motivi esaminata i successi nipponici erano destinati ad avere militarmente carattere effimero, non vi è dubbio che le loro conseguenze politiche cambiarono il volto dell'Asia.
Nelle Filippine, dopo la liberazione, tornarono alla ribalta i vecchi eroi, come Emilio Aguinaldo, che avevano guidato la sollevazione antiamericana dei primi anni del secolo.
In Indonesia, dove verrà dai Giapponesi incoraggiata l'idea unificatrice dell'Islam, emersero leaders come Sukarno, Hatta, Suharto, che dovevano condurre la nazione all'autonomia e dare credibilità allo schieramento dei Paesi non allineati.
In Birmania, che per gli Inglesi era stata solo un territorio da saccheggiare, si manifestò con grande naturalezza la solidarietà antioccidentale coi Nipponici. Cosi fu per l'Indocina, mentre l'India, grazie ai Giapponesi, ebbe il suo primo governo libero.
I Giapponesi avevano aperto col loro attivismo uno spazio reale alle forze nazionaliste e rivoluzionarie che nel Sud-Est del continente da decenni inutilmente si battevano contro il colonialismo. La consapevolezza che il Giappone aveva sempre avuto dei problemi asiatici lo condusse poi ad accompagnare la conquista della sovranità da parte delle nazioni uscite dall'orbita occidentale, con la creazione di una organizzazione economica autenticamente comunitaria.
Intendiamo dire che la sfera di coprosperità della Grande Asia Orientale propugnata dai Giapponesi non fu un vuoto, strumentale slogan propagandistico, ma una dottrina di contenuto altamente solidale, funzionale cioé agli interessi di tutte le popolazioni dell'area. Una dottrina che aveva in sé un promettente futuro.
La grande conferenza tenutasi a Tokyo nel novembre del 1943 alla presenza di Hiro Hito e alla quale parteciparono esponenti politici dei Paesi liberati o alleati dei Giapponesi, mise le basi per quelle intese che sarebbero state com pletate ed ampliate nel dopoguerra, prima nella conferenza di Bandung, poi nell'odierna collaborazione economica tra i Paesi del sud-est asiatico.
L'azione del Giappone, anche se condannata all'insuccesso militare, perché troppo grande era il divario di forze coll'avversario, il quale per di più era riuscito ad imporre su scala mondiale i tempi del confronto, era destinata a mettere in Asia definitivamente in crisi le strutture del dominio coloniale.
A maggio del 1942 la flotta di invasione nipponica che doveva prendere possesso di Port Moresby, sulla costa della Nuova Guinea prospicente l'Australia, è intercettata nel Mar dei Coralli e, dopo un duro scontro con gli Americani, deve rinunciare allo sbarco.
Nel giugno fallisce anche il progetto di allargare il perimetro difensivo del Pacifico occupando Midway; la squadra navale giapponese è sorpresa dagli Statunitensi i quali, grazie alla decrittazione dei messaggi radio, ne conosceva no gli spostamenti. Nella grande battaglia che ne segue, quelle portaerei USA che a Pearl Harbor «non c'erano», si rivelano decisive: tutte le quattro omologhe unità schierate dalla marina nipponica sono affondate.
Nel luglio forze americane sbarcano nelle Salomone a Guadalcanal, dove la lotta, assai dura, cesserà solo nel febbraio 1943 col ritiro dei Giapponesi. Centinaia di incrociatori e cacciatorpediniere addetti alla scorta, o al trasporto di uomini e materiali, sono coinvolti negli scontri e decine di unità, da ambo le parti, colano a picco.
La controffensiva USA si sviluppa a questo punto verso nord e registra, tra la fine del '43 e la metà del '44, la rioccupazione della Nuova Guinea, delle Marshall e delle Marianne. In occasione dell'attacco a quest'ultimo arcipelago la flotta giapponese delle Filippine salpa con coraggiosa determinazione per affrontare il nemico, ma incappa in una soverchiante task force americana, forte di quindici portaerei, sette corazzate, ventun incrociatori e sessantanove cacciatorpediniere, dalla quale è ridotta a malpartito.
I1 20 ottobre gli Americani sbarcano a Leyte nelle Filippine dove vengono immediatamente impegnati dalla superstite flotta nipponica accorsa su tre squadre. Ma, pur dovendo registrare l'affondamento di due portaerei, la marina americana infligge ai Nipponici un'altra pesante sconfitta. Nelle quattro fasi della battaglia per le Filippine i Giapponesi perdono complessivamente quattro portaerei, tre corazzate, dieci incrociatori, undici sommergibili. Questo risultato dà un'idea di quanto la lotta fosse impari, ma testimonia anche l'estrema, indomabile combattività della marina nipponica che terminerà la guerra letteralmente senza navi, tutte affondate in combattimento.
Il controllo ottenuto dagli Americani delle rotte marittime a sud del Giappone e la conseguente penuria di mezzi da trasporto navali, falcidiati in gran numero dai sommergibili USA (32) spinge i Nipponici a sferrare sul fronte cinese, nell'autunno 1944, una grande offensiva finalizzata a stabilire un collegamento sostitutivo via terra tra Birmania, Indonesia e Indocina e le regioni Cino-mancesi del nord.
L'offensiva ha pieno successo ma questa, per l'esercito nipponico, sarà l'ultima vittoria.
Rioccupate le Filippine, mentre a Berlino si combatte tra le rovine della Cancelleria, gli Statunitensi portano a termine le ultime operazioni anfibie prima del previsto sbarco sulle isole dell'arcipelago giapponese.
Il 26 marzo 1945 - l'invasione dell'isola è preceduta da cinque settimane di bombardamento dal mare e dal cielo - cade Iwo Jima, che si trova a una distanza da Tokyo compresa nel raggio d'azione dell'aviazione da caccia.
Il primo aprile ha inizio il decisivo scontro per il possesso di Okinawa, nelle Ryukyu. Qui si consuma il sacrificio delle ultime navi della marina imperiale uscite dai loro ancoraggi con nafta sufficiente per il solo viaggio di andata. Esercito e Marina gettano nella battaglia tutta l'aviazione disponibile. Le perdite finali, in questa sola battaglia, saranno per i Giapponesi di 7.830 velivoli! Compaiono in massa - ne vengono impiegati 1.800 - anche i kamikaze, i piloti-suicidi che coi loro aerei carichi di esplosivo si schiantano contro i mezzi navali d'invasione. In un solo giorno, il 6 aprile, 355 piloti giapponesi si gettano coi loro aerei contro le navi americane.
Anche se diverse decine di unità USA furono affondate o gravemente danneggiate, quella dei kamikaze resta nel bilancio della guerra solo un'estrema testimonianza di coraggio e di dedizione al Paese. Pochi e ormai malandati i velivoli destinati agli attacchi, pressoché impenetrabile lo spazio aereo sopra gli obiettivi. Ciascuno di noi ricorda qualche filmato originale: i fotogrammi «mossi», i bagliori dell'artiglieria navale, le scie dei traccianti, il tonfo nell'acqua dell'aereo che non è riuscito a cogliere il bersaglio: con navi da battaglia che si «coprivano» l'un l'altra vomitando ciascuna coi propri cannoni contraerei qualcosa come 60.000 colpi al minuto, era questo l'epilogo più prevedibile dell'azione del kamikaze.
Quel che va ricordato, e che deve far riflettere, è che la scelta di far parte dello speciale corpo d'attacco Shimpu (Vento Divino), non fu iniziativa isolata di poche «teste calde». Interi reparti di volo, senza eccezione alcuna, si offrirono per le missioni, e quei piloti che per le più disparate circostanze dovettero restare a terra, ne furono sinceramente addolorati.
Non si trattava di fanatica esaltazione collettiva. Come il samurai, il pilota suicida era solo un militare risoluto, deciso a misurarsi e pronto a morire in qualsiasi momento. Né questi uomini erano spinti ad agire perché prevedevano il successo della propria azione. Il vero combattente sa che, se si soppesano troppo le probabilità di vincere, si finisce il più delle volte per evitare lo scontro.
Il kamikaze non era dunque ossessionato dalla vittoria, lo guidavano al sacrificio impulsi interiori tanto forti da prevalere sul pur istintivo amore per la vita. Egli non si batteva per ingannevoli astrazioni quali la democrazia o il comunismo: si batteva per il Giappone.
Diceva l'ammiraglio Onishi (33), organizzatore dei reparti Shimpie: «...anche se saremo sconfitti, la nobiltà di spirito del corpo d'attacco "Vento Divino" salverà la nostra Patria dallo sfacelo. Senza questo spirito, alla sconfitta seguirebbe inevitabile la catastrofe».
Questi piloti erano il distillato dell'etica marziale nipponica; per loro, il sacrificio supremo, una morte violenta, vana, affascinante, era l'unica scelta giusta e possibile per l'eroe intrappolato senza via di scampo. Il «suicidio» non era, in quel frangente, un gesto improvviso di disperazione, ma un atto di orgogliosa fierezza, accuratamente meditato, preparato e destinato a restare come esempio.
Ma nei primi mesi del 1945 lo strapotere americano era assoluto e non poteva certo marcare il passo di fronte alla metafisica guerriera dei Giapponesi.
Decisivo tra i mezzi d'offesa a disposizione degli Americani si rivelò il Boeing 1329, il più grande bombardiere della seconda guerra mondiale. La «superfortezza» volava a 12.000 metri di quota ed aveva un'autonomia di volo di 6.500 chilometri. Il suo carico di morte, difeso da 13 mitragliatrici, era di otto tonnellate di bombe. Questi aerei, a partire dal marzo del 1945, quando le incursioni diurne furono abbandonate per passare al bombardamento notturno a tappeto e a bassa quota, furono dotati, anziché di bombe dirompenti, di ordigni incendiari. Ogni aereo ne portava quaranta grappoli da trentotto pezzi ciascuno.
La nuova tattica fu sperimentata su Tokyo con 300 B29 il 9 marzo 1945, ed ebbe pieno successo. Oltre un quarto della superficie della capitale, quaranta km, fu devastato in una sola notte. Quasi trecentomila gli edifici divorati dalle fiamme e poco meno di duecentomila i morti.
Nei giorni successivi sono colpite, con lo stesso metodo, Osaka, Kobe, Nagoya. L'industria giapponese è ormai in ginocchio: la produzione dei derivati del petrolio è calata dell'83%; quella dei motori per aereo del 75%.
Tra il 9 marzo e il 15 giugno l'aviazione americana porta a termine 7.000 incursioni con bombe incendiarie sui centri urbani. Sono anche sganciate migliaia di mine che provocano l'affondamento di 1.200.000 tonnellate di naviglio. Ne segue la quasi totale paralisi del traffico marittimo tra le varie isole dell'arcipelago e lungo le loro coste.
TRADIMENTO SOVIETICO E VENDETTA NUCLEARE USA
L'imperatore Hiro Hito e la dirigenza politica a Tokyo si rendono conto a questo punto che la guerra è perduta e attraverso i canali diplomatici ufficiali fanno conoscere al nemico la loro intenzione di porre fine alle ostilità. Per i loro approcci di pace i Nipponici decidono di rivolgersi alla Russia comunista. E ciò anche se i Sovietici, il 5 aprile, avevano comunicato al Giappone la loro intenzione di non rinnovare il trattato di neutralità firmato quattro anni prima a Mosca da Matzuoka, trattato che sarebbe scaduto nel 1946. Se nel corso del conflitto i Giapponesi potevano aver temuto la Russia, ora, a guerra perduta, non c'erano più ragioni per esserne preoccupati. A Tókyo, non si sapeva però che nel febbraio, a Yalta, Stalin si era definitivamente impegnato con gli Angloamericani a entrare in guerra contro il Giappone entro tre mesi dalla fine delle ostilità in Europa. Né potevano per di più immaginare i Nipponici che gli Americani, rinunciando ad incamerare onori e vantaggi di un conflitto condotto ormai vittoriosamente a termine, chiamassero «in soccorso», all'ultimo minuto, un terzo incomodo.
Ma perché gli Americani avevano deciso di spartire con l'URSS?
Gli storici concordano largamente nel concludere che, dopo Okinawa, per ottenere la resa del Giappone, non sarebbero serviti né lo sbarco sulle isole del territorio metropolitano, né la bomba atomica. Tanto meno poteva essere necessario l'intervento dell'URSS, la cui marina non era in grado di organizzare contro il Giappone un'importante operazione anfibia.
La decisione di coinvolgere i Russi fu dunque da parte degli USA una scelta geopolitica, la stessa sulla cui base erano già stati regolati i conti in Europa. Sconfitti i Paesi fascisti, e ormai fuori gioco le vecchie potenze impe rialiste, a dominare il mondo, a dosare premi e castighi, doveva essere anche in Oriente la nuova accoppiata russo-americana. È vero che ciascuna delle «superpotenze» avrebbe poi accusato l'altra di mire egemoniche, ma anche questo faceva parte della recita: la reciproca minaccia avrebbe svolto l'utile funzione di tenere tranquilli i sudditi di ognuna.
Fu un gioco, quello della «guerra fredda» nel quale gli Americani si spacciarono per anticomunisti, mentre i Sovietici cercavano di far credere al mondo di battersi per il proletariato contro la plutocrazia. Quando qualche europeo tra i più svegli osava accusare gli USA di complicità col comunismo la risposta era facile: il presidente Roosevelt - che non poteva più far danni in quanto deceduto e felicemente sostituito - negli ultimi mesi di vita era stato molto malato e nella sua democratica, un po' utopistica semplicità, era stato vittima della scaltrezza di Stalin. Veniva così, in modo apparentemente ragionevole, spiegata agli Europei, ma il discorso doveva valere anche per i Giapponesi e per gli altri popoli caduti sotto il «protettorato» delle superpotenze, l'atmosfera di cordiale complicità con la quale USA e URSS avevano gestito le ultime operazioni della guerra e l'avvio della pace.
Sono dunque gli intrighi politico-diplomatici russo-americani ad impedire alla richiesta nipponica di cessazione delle ostilità di fare il suo corso con 1'urgenza del caso.
I Sovietici non avevano ancora completato in Estremo Oriente, lungo il confine coreano e mancese, il proprio schieramento offensivo, da perfezionarsi con reparti in arrivo dall'Europa, e tutto desideravano fuorché la pace sopraggiungesse a privarli di un facile bottino.
Gli Americani, a stabilire nel contesto internazionale il loro primato, volevano che l'ultimo atto del conflitto e la contemporanea nascita di quelle istituzioni destinate - come l'ONU - a fiancheggiare il proprio imperialismo, avessero come scenario quello disegnato dalla più grande scoperta scientifica della storia umana. La bomba atomica doveva illuminare col suo sinistro bagliore la politica del dopoguerra e quella dei decenni successivi, doveva essere il simbolo da ostentare della nuova dominazione planetaria. La diplomazia del terrore che ne sarebbe certamente scaturita doveva consentire, ai Russi di riflesso, ma soprattutto agli Americani, di godere il più a lungo possibile i frutti della guerra. Ma quella bomba atomica destinata a intimorire nemici ed amici non era stata ancora sperimentata, e i prototipi da lanciare sulle città giapponesi devono appena essere assemblati.
Ecco perché i Nipponici e la loro resa devono aspettare.
E questa l'atmosfera nella quale a Mosca si susseguono gli angosciosi tentativi dell'ambasciatore nipponico Sato di essere ricevuto dal ministro degli esteri sovietico. Molotov, che è sempre «troppo occupato» per riceverlo, è in partenza per Potsdam, dove il 17 luglio 1945 si apre la Conferenza Interalleata.
Nessuna risposta concreta riescono pertanto ad ottenere i Giapponesi alla loro offerta di resa. I Russi, prima di parlare di pace hanno bisogno di dichiarare la guerra.
A Potsdam i Sovietici informano delle mosse di Tokyo gli Americani, ma costoro, che sono già al corrente di tutto avendo come al solito intercettato e decrittato lo scambio di messaggi tra il ministero degli esteri nipponico e il suo ambasciatore a Mosca, hanno ancora bisogno di tempo e lasciano cadere il discorso. La bomba atomica era stata collaudata con successo nel deserto del Nuovo Messico solo il 16 luglio, il giorno prima dell'apertura della conferenza.
Mentre gli Americani proseguono i frenetici preparativi per il bombardamento atomico delle città giapponesi, che avrebbe dimostrato a tutto il mondo che nessuna nazione, in qualsiasi continente, era in grado di resistere all'America, il governo di Tokyo, il 28 luglio, invia ai Russi un nuovo concitato, drammatico messaggio. Neppure questa volta però Mosca, che pure informa gli alleati dell'ulteriore approccio nipponico, muta il proprio evasivo atteggiamento.
Ed ecco finalmente sgranarsi a catena quegli eventi che permetteranno di accogliere la resa del Giappone.
Il 6 agosto 1945, alle prime luci dell'alba, un B29 con un ordigno nucleare all'uranio 235 è sulla pista dell'aerodromo di Tinian. «Un cappellano benedice alla partenza il gigantesco bombardiere» (34) che, alle 8:l6, è sulla verticale di Hiroshima.
Pochi secondi dopo il lancio della bomba decine di migliaia di persone sono letteralmente disintegrate, di altre restano le ombre stampate sui muri, o i resti dei corpi fusi col vetro delle finestre o delle bottiglie.
I1 «fungo» di fumo, detriti e scorie radioattive è alto 17 chilometri.
L'8 agosto i Russi, che hanno finalmente raggruppato in Estremo Oriente il numero di divisioni necessario per l'offensiva, e capiscono essere quelli gli ultimi giorni utili per muoversi, prima che l'atomica determinasse un definitivo cambiamento di scena, attaccano in Corea e in Manciuria.
Il 9 agosto è lanciata su Nagasaki una seconda bomba. Questa è al plutonio e gli scienziati americani sono ansiosi di conoscere quali diversi effetti possa produrre rispetto all'ordigno di Hiroshima. Le condizioni iniziali delle due città cavia erano infatti identiche, essendo state «estratte» da una lista di città non bombardate. Gli esperti che dovevano esaminare i risultati delle atomiche non correvano così il rischio di confonderli con quelli di precedenti incursioni convenzionali.
La storiografia democratica ha sostenuto, e sostiene ancora oggi, che la bomba atomica, accelerando la fine della guerra, ha risparmiato centinaia di migliaia di morti. In realtà un altissimo numero di soldati al fronte e di civili nelle città bombardate, persero la vita proprio perché la guerra doveva continuare fino a che l'atomica non avesse mostrato al mondo, nella forma più tragica e impressionante, i suoi effetti.
E non esistono dubbi sul fatto che la decisione di usare la bomba atomica sia stata presa dagli Americani proprio quando lo spionaggio militare e gli stati maggiori dell'esercito e della marina affermavano in modo univoco e docu mentato che, considerato il blocco navale e il collasso delle forze armate giapponesi, la guerra era praticamente finita.
«Non era necessario colpirli con quell'ordigno spaventoso» disse il generale Eisenhower; «I Giapponesi erano già sconfitti e pronti ad arrendersi» fu il parere dell'ammiraglio Leahy; né il generale dell'aeronautica Le May, coman dante delle forze aeree strategiche del Pacifico, la pensava diversamente: «Non toccava all'aviazione decidere se sganciare o no la bomba, ma l'esplosione era inutile per vincere la guerra o evitare l'invasione».
E che le considerazioni decisive non fossero state di carattere militare lo dimostra ancora la circostanza che il comandante supremo delle forze alleate dell'area, generale Mac Arthur, sia stato informato dell'esistenza dell'arma solo poco prima che questa fosse usata a Hiroshima. Il generale in seguito ebbe ad ogni buon conto più volte a dichiarare: «Dal punto di vista militare la bomba era stata assolutamente superflua».
Hiroshima e Nagasaki furono insomma l'equivalente asiatico di quel che era stata in Europa la strage di Dresda.
Intere città e centinaia di migliaia di esistenze furono dunque sacrificate e non già per ragioni militari, ma esclusivamente in ossequio a ciniche valutazioni di opportunità politica.
Ciò senza che nessuno, in un processo per crimini di guerra, sia stato chiamato a pagare il fio di un così grave e inutile massacro.
E mai processo del genere sarebbe stato invece tanto necessario, sia per lo spaventoso numero di civili innocenti immediatamente volatilizzati nell'esplosione - circa 200.000 - sia per le inumane sofferenze cui furono condannati gli «hibakusha», coloro che ebbero la sfortuna di sopravvivere.
Per essi la morte non fu un'apocalisse istantanea: la loro fu un'agonia tormentosa. Sulle rovine delle due città martiri non regnò nei giorni, nelle settimane dopo l'esplosione, il silenzio delle cose compiute. Prive di abitazione, di luce, di gas, migliaia di persone si aggiravano, stordite da quell'evento ancora misterioso, alla ricerca di parenti, di cure, di cibo. Nessun conforto poteva essere portato ai moribondi, nessun soccorso ai feriti oppressi da un continuo tremito delle membra, colpiti da un'inarrestabile dissenteria e sfigurati dalle ustioni e dalla caduta dei capelli.
Come se questo non bastasse, i cibi contaminati e le polveri radioattive respirate dagli uomini delle squadre di soccorso accrescevano di giorno in giorno il numero dei contagiati dalla «peste atomica». I sintomi della malattia da radiazione - vomito, emorragie, tracollo del numero dei globuli bianchi del sangue, febbre sempre più alta - colpirono entro una quindicina di giorni anche coloro che erano rimasti apparentemente illesi al momento dello scoppio.
L'azione della bomba sugli organi interni del corpo venne paragonata dagli scienziati giapponesi a quella prodotta da gas venefici. Uno dei primi medici accorsi, il dottor Tsuzuchi, che si era servito di questa immagine per volgarizzare la comprensione del fenomeno, fu duramente ripreso dalle autorità d'occupazione statunitensi e allontanato dal suo incarico sanitario.
Non fu un fatto isolato. Quegli stessi americani che sbarcando avevano con magniloquenza garantito ai Giapponesi la più totale libertà di informazione, sciolsero dopo poche settimane l'agenzia di notizie nazionale, la Dorrei, e censurarono per cinque lunghi anni la diffusione dei risultati delle ricerche cliniche sugli effetti delle bombe. Il bavaglio democratico fu applicato anche a tutti i discorsi pubblici dei politici giapponesi. Da essi doveva essere sistematicamente espurgato qualsiasi accenno agli orrori del bombardamento atomico. Erano ovviamente incorag giate invece le dichiarazioni minimizzatrici, e ciò a dispetto del fatto che le conseguenze dell'atomica continuassero a manifestarsi. Per certe malattie come la cataratta da radiazioni e la leucemia, il numero più alto di casi doveva infatti registrarsi tra il 1951 e il 1953. A rimuovere e diluire nell'opinione pubblica mondiale l'orrore atomico, è diffusa in quegli stessi giorni dai vincitori, sconvolgente e provvidenziale per il suo effetto depistante, la notizia dei 4,5 milioni di morti in un solo «campo», quello di Auschwitz.(35)
Oggi il revisionismo, che sta faticosamente bonificando dalle interessate esagerazioni propagandistiche il campo dall'indagine storica e ha ormai riassestato la classifica dei crimini di guerra, può tranquillamente affermare che l'unica vera «soluzione finale» fu quella di Hiroshima e Nagasaki.
Al momento della resa unità dell'esercito nipponico sono sparse in tutta l'Asia sud-orientale, dalla Cina all'Indocina, dalla Malesia alla Birmania, dal Borneo alla Nuova Guinea, fino alle altre innumerevoli isole del Pacifico. Se il rientro in Patria dei soldati giapponesi da questi territori non presentò soverchie difficoltà, drammatica fu la sorte dei Nipponici bloccati dalla pace in Manciuria e, oltre il 38° parallelo, in Corea (36).
Il 21 agosto l'armata del Kwantung depone le armi e lascia in mano ai sovietici quasi un milione di uomini. Meno della metà di questi prigionieri, dopo quattro lunghi anni di detenzione e di lavori forzati in Siberia, riuscirà a tornare in Giappone.
L'ingresso nel Manchukuò dell'Armata Rossa fu la ripetizione del dramma già vissuto in primavera dalla Germania: un'orgia di stupri, ruberie e saccheggi. Sono caricati sui mezzi militari russi i macchinari delle industrie nippo-mancesi, e ogni cosa asportabile dalle abitazioni civili: serramenti, mobili, pentole, lampadine, servizi igienici.
La popolazione è spogliata di denaro e di gioielli, ma anche di scarpe, orologi e biciclette.
L'atto ufficiale di capitolazione venne firmato il 2 settembre 1945 a bordo della corazzata Missouri nella baia di Tokyo.
L'occupazione americana si muove di pari passo con quella rieducazione democratica che doveva spingere il popolo giapponese a recepire con rapidità il nuovo stile di vita desiderato dal nemico vittorioso.
L'Imperatore è subito declassato a mera figura rappresentativa, mentre ogni potere effettivo è assunto dal comandante in capo delle forze alleate, generale Mac Arthur. Il nuovo Shogun si installa a Tokyo accompagnato da uno stuolo di presuntuosi missionari e da casse di bibbie.
Sul trattamento da imporre al Giappone non vi sono incertezze: il modello è quello assai stretto che ha già dovuto indossare l'Europa. Il primo atto è il disarmo totale cui segue lo scioglimento delle forze armate. Il 13 settembre sono sigillati gli uffici del quartier generale imperiale. Il 15 ottobre sono sciolti gli stati maggiori, il 30 novembre sono soppressi i ministeri della guerra e della marina.
Viene quindi messa mano all'eliminazione di ogni futura capacità militare e industriale degli sconfitti e stabilito, ancora una volta, il divieto di accesso per il Giappone alle materie prime adatte a questo scopo. Rientra in tale contesto la decisione di liquidare i trust industriali, quegli zaibastu che, apertamente appoggiati e incoraggiati dallo Stato, avevano impresso alla produzione nipponica un ritmo di produzione tale da costituire un pericolo per l'egemonia anglo-americana e consentito al Sol Levante di scendere in guerra.
Nel 1947, il 3 maggio, entra in vigore, dettata dall'occupante e tradotta in lingua giapponese in maniera assai approssimativa, la nuova costituzione. In essa il Giappone rinuncia a possedere forze armate: «Lo stato di guerra non sarà riconosciuto». Perché poi il Giappone, a causa della sovrappopolazione e della mancanza di spazio vitale, non sia spinto nel futuro a cercare attraverso soluzioni di forza un «posto al sole», si introduce subito una rigida politica di controllo delle nascite.
A Tokyo entra intanto in funzione il Tribunale Militare Internazionale che ripete la vergogna giuridica di Norimberga. Il generale Hideki Tojo, che aveva guidato il Giappone in guerra, è messo a morte. Altre 900 condanne capitali sono comminate in una serie di processi che in totale vedono coinvolti e condannati a pene detentive o epurati 200.000 giapponesi.
Col trattato di pace dell'8 settembre 1951 siglato a San Francisco, al Giappone sono strappati tutti i territori di cui era entrato in possesso a partire dal lontano 1895: Corea, Formosa, Ryukyu, Kwuangtung, Karafuto, le Curili e, nel Pacifico, Marianne, Caroline e Marshall. Da essi la popolazione di origine nipponica viene espulsa.
I profughi sono milioni. Particolarmente drammatico fu il loro esodo dalla Manciuria e dalla Corea. Sui civili nipponici in fuga piombarono bande di predoni e irregolari mongoli, siberiani, mancesi e cinesi, che si abbandonarono a veri e propri massacri.
A garantire la legittimità e la continuità della presenza americana sul suolo nipponico è inserita nella costituzione all'articolo 6 la clausola: «il Giappone è libero di accogliere militari stranieri». Per evitare sorprese e non perdere tempo, lo stesso giorno in cui la costituzione entra in vigore, USA e Giappone specificano in un trattato bilaterale località e modalità degli stanziamenti militari americani nelle isole dell'arcipelago.
Al fine di rendere accettabile e indolore ai Giapponesi la presenza straniera, gli Americani mobilitano tutto il loro apparato propagandistico per introdurre nel Paese il proprio disgregante, banalizzante stile di vita. Particolare rilievo assume in questo quadro l'educazione dei giovani che ci si prefigge di plasmare sul modello americano.
Per capire appieno il peso dell'intervento rieducativo che si abbatte sulla cultura nipponica basterà dire che nelle scuole sono aboliti i corsi di morale, e che dall'epurazione neppure la religione si salva: essa è destinata a farsi irrile vante materia d'opinione. Lo studio dello shintoismo è sostituito da più democratiche ed ecumeniche lezioni di scienze sociali.
Quanto ai santuari shintoisti, bisognosi di continua manutenzione perché tradizionalmente costruiti con materiali assai leggeri, viene fatto divieto al governo di interessarsene.
Senza sussidi, quella religione nazionale che poteva essere negli anni bui della sconfitta e dell'occupazione un punto di riferimento per la ripresa nazionale, scivola, secondo il dissacrante copione imposto dalla strategia mondialista e dall'ideologia americana, al livello degli innocui culti stranieri.
Piero Sella