Introduzione al Revisionismo

Di Piero Sella  -  Numero 40 del 01/09/1995

 

Cultura e legislazioni nazionali mobilitate dal mondialismo per sottrarre la versione ufficiale dei fatti alla verifica della libera ricerca storiografica - Indagine sulle motivazioni ideologiche e geostrategiche.

INTRODUZIONE AL REVISIONISMO” di Piero Sella – numero 40 – l'Uomo liberohttp://www.uomo-libero.com



La fede nella verità

comincia col dubitare

di tutte le verità

fino a quel momento

credute.

Nietzsche UMANO, TROPPO UMANO II

1,20


Tanto nella vita dei singoli quanto nelle vicende dell'umanità il continuo divenire è la regola.

Come l'individuo è spinto fuori di scena dall'incalzare delle nuove generazioni, così la freccia del tempo inghiotte razze, imperi, religioni, scuole di pensiero.

Quali scelte, quali equilibri, quali protagonisti stiano di volta in volta per subentrare nessuno può dirlo con sicurezza, quel che è certo è che l'irrompere del nuovo è fatale, ineluttabile; può solo essere ritardato, ma non più di tanto, e comunque a prezzo di assai costose battaglie di retroguardia.

Su uno di questi crinali della storia, che separano un'epoca dall'altra, si battono oggi le forze dell'Occidente democratico. Esse tentano di conservare i vantaggi acquisiti, si agitano per mantenere il controllo della situazione, cerca no insomma di arginare il futuro che preme; ancora una volta vogliono negare all'Europa quel ruolo autonomo che la storia della civiltà ed il suo potenziale umano ed economico le attribuiscono.

Questo sforzo fa leva sui gangli vitali conquistati manu militari alla fine del secondo conflitto mondiale e si avvale da un lato delle classi politiche europee cresciute nello spirito di Yalta, dall'altro delle strutture mobilitate dai vincitori per gestire la Politica dei Blocchi e ad essa sopravvissute.

Ma classi politiche ed infrastrutture burocratico-militari non potrebbero svolgere efficacemente il compito di controllo loro demandato senza la copertura dell'ideologia democratica. Questa, che ad ogni pie sospinto viene presentata come la conquista massima, definitiva ed insostituibile dell'umano progresso, è in realtà, dell'intera operazione, il cavallo di Troia.

Alla «bestia» sono assicurati innanzitutto ospitalità universale e pascolo senza recinti.

Dal suo capace ventre, senza che venga presa alcuna contromisura, può quindi uscire tutto il soporifero armamentario culturale predisposto dai Grandi Imbonitori per la realizzazione del loro programma. Il piano, che si fa strada attraverso una sottile manipolazione dei Valori, che vengono dapprima intaccati, poi trasmutati, determinando dove ciò avviene una vera e propria colonizzazione, punta alla graduale eliminazione delle sovranità nazionali, e prevede l'assoggettamento dei popoli ad un'oligarchia pluto-mondialista.

Lo strumento per cogliere questo ambizioso obiettivo sta nell'estendere all'intero globo un modello, quello liberal-capitalista, che postula il primato dell'economia sulla politica e lo promuove attraverso l'artificioso incremento degli scambi e dei consumi. I singoli interessi nazionali, in tale quadro, risultano un ostacolo, e qualsiasi armonica spinta sociale deve di conseguenza essere paralizzata o frantumata, indirizzata cioè verso futili, disgreganti finalità corporative o individualistiche.


Una strategia che si prefigge ambizioni di dominio ad un tempo geografiche ed ideologiche non può contentarsi di vittorie parziali. All'avversario non possono essere lasciati né tregua né rifugi nei quali liberamente elaborare e dai quali diffondere pericolosi progetti alternativi.

Annullata così quella stessa pluralistica concorrenza di cui si proclamano campioni, i vertici del cosmopolitismo, quei poteri «forti» che impazzano dietro il paravento dei partiti e del parlamentarismo, possono presentarsi come disinteressati missionari della pace, dei diritti umani e del benessere.

È a loro che tocca quindi il diritto di decidere i tempi e i modi dello «sviluppo», in pratica della vita o della rovina di interi continenti. Per chi non si piega alla dolciastra penetrazione ecumenica di questo nuovissimo culto, incentrato sulla felicità che dovrebbe scaturire per tutti dall'interdipendenza produttiva e commerciale elevata a regola planetaria, dalla deregulation economica, dalle privatizzazioni, c'è dietro l'angolo tutta una serie di collaudati e graduali strumenti dissuasivi.

Dagli «studi» e dalle «proiezioni» elaborati dalla Grande Finanza attraverso le varie Trilateral e Bilderberg si passa alle pianificazioni ed ai condizionamenti del Fondo Monetario, della Banca Mondiale e degli altri enti economici internazionali. Enti che decidono per i popoli, sulla pelle dei popoli, senza che, stranamente, i popoli abbiano sulla nomina dei loro dirigenti la minima voce in capitolo.

Prendono in tal modo sostanza quegli indirizzi generali che, puntualmente confermati come corretti ed ineludibili, pena la catastrofe, dai grandi Nobel dell'economia, devono essere fatti digerire alle singole nazioni.

Di tale compito pedagogico si fanno carico i fiduciari locali delle centrali mondialiste.

Attraverso i loro giornali, all'opinione pubblica dei vari Paesi, giunge un articolato ma coerente messaggio.

E' un compito, quello di «informare», di mettere in forma, di irreggimentare i popoli, riservato a pochi eletti, nei confronti dei quali nessuno ha mai pensato di sollevare questioni di antitrust o di par condicio. La spesa poi non conta: si tratta, più che altro, di un vantaggioso investimento. Con la pubblicazione di costosi quotidiani un certo livello di imprenditoria coglie infatti i proverbiali due piccioni con una fava.

Il primo risultato è quello, orientando nella direzione richiesta dai propri interessi l'ignaro gregge dei lettori-elettori, di condizionare i vertici politici nazionali; ma l'operazione soddisfa anche esigenze di più largo respiro: costituisce un pegno di funzionalità e di stabilità, un segnale di sottomissione gerarchica lanciato dalla periferia verso il centro dell'Impero.

Ne sono destinatari quei padrini delle Banche e della Borsa la cui benevola vicinanza rappresenta una carta di credito spendibile presso tutti i governi dell'onorata società democratica. Dove questo marchingegno trova applicazione ogni resistenza è implacabilmente soffocata.

Ma vi sono ancora fortunate situazioni locali, sacche di reattività che consentono ad alcuni popoli di chiudere le porte in faccia ai commessi viaggiatori della democrazia anglo-sionista. Contro queste nazioni, decise a salvaguardare la loro indipendenza ed a privilegiare su quelli dello straniero e delle multinazionali i propri interessi, sono però pronti a scattare il blocco economico, le risoluzioni e le sanzioni dell'ONU, o il viscido espediente dell' «intervento umanitario» col quale è ormai codificato il diritto della lobby mondialista ad intromettersi negli affari interni di chiunque.

Vittime privilegiate di queste opzioni estreme sono oggi i Paesi di cultura musulmana. Con essi l'Occidente è ormai allo scontro frontale. Ed il dissidio è oggettivamente insanabile non solo per l'esistenza su suolo arabo dello stato ebraico, ma soprattutto perché il progetto liberalcapitalista, che intende omologare su basi di materialismo ateo e consumista i costumi di tutti i popoli, non è assolutamente conciliabile con la visione islamica del mondo.

Ed è proprio l'ostilità dei musulmani contro la pretesa massificante, illiberale, a ben riflettere integralista dell'Occidente democratico, il motivo di fondo delle isteriche minacce americane a Iran, Iraq, Libia e Sudan, nazioni alle quali è stato via via interdetto vendere il proprio petrolio, far volare i propri aerei, commerciare liberamente con gli altri Stati, rendersi autosufficienti nell'industria e nella difesa.

La stessa logica antislamica è sottesa ai massacri di Bosnia e di Cecenia.

E per ritardare l'avvento del nuovo, il sangue scorre anche in Algeria, Egitto e Palestina. Alle genti di tutti questi Paesi sono imposti governi antinazionali che hanno il compito di soffocare ogni spinta all'autodeterminazione e di favorire invece il trapianto e l'accettazione di istituzioni legate al mondialismo.

Entro i confini dell'Impero nessuna strategia violenta, nessuna scossa. Contro le ricche, sfibrate, corrotte nazioni dell'Occidente europeo la prepotenza non è più necessaria. La Regione è considerata pacificata; occorre solo una terapia di mantenimento per impedire che il coro delle lodi al Sistema possa essere turbato da stonature politiche, da sussulti di orgoglio nazionalistico ed autarchico, o da pericolosi rigurgiti tradizionalisti nel costume.

Non debbono essere messi in discussione né uno sviluppo senza limiti, senza regole e senza confini, né la creazione, agevolata dalla vorticosa circolazione di denaro, merci e forza lavoro, di una società multirazziale.

Ma questi indirizzi, veri e propri pilastri di quello stile di vita americano cui il mondo, nell'interesse del Grande Capitale, dovrebbe conformarsi, sono duramente osteggiati da chi vede con chiarezza il precipizio entropico verso il quale, dopo essere stati declassati a turba di individui indifferenziati, i popoli sono spinti.

È un'impostazione critica, quella antimondialista, che si ricollega a quelle lucide consapevolezze che nell'ultimo conflitto avevano guidato la resistenza europea contro l'assalto militare e ideologico della coalizione tra Occidentali e

Sovietici, tra Democrazia e Comunismo. Di questa continuità ideale i vincitori hanno preso atto, decidendo di perpetuare la loro guerra, di mitizzarla come lotta permanente contro il male, di esaltare senza requie la propria genealogia antifascista.

Ed ecco ignorate le ragioni vitali, svisate le parole d'ordine dei paesi dell'Asse, criminalizzato il loro impegno bellico, infangati il pensiero politico e la figura dei Capi. Nessuna agibilità è di conseguenza concessa a chi rivendica le scelte dell'Europa sconfitta, a chi da tali posizioni cerca di rientrare politicamente in gioco e, come premessa necessaria, si muove per sgonfiare il pallone della propaganda antifascista e antigermanica. Quella dominante nel «libero» Occidente è dunque una democrazia dogmatica ed intollerante che non solo pretende di imporre la propria versione storica dei fatti, ma la vuole per di più arricchire di particolari destinati a privilegiarla dal punto di vista etico.

Ci riferiamo alle colpe che vengono accollate agli sconfitti con l'evidente obiettivo di metterli senza possibilità di appello dalla parte del torto. Ma poiché queste colpe costituiscono l'architrave dell'intera costruzione eretta dal nemico a mantenere il dominio sull'Europa, sorgono legittimi il dubbio e il desiderio di andare più a fondo.

Dubbio e desiderio di chiarezza che si rafforzano constatando come, a cinquant'anni di distanza, il ricordo di queste colpe, rinverdito ed arricchito di sempre nuovi, toccanti particolari, venga propinato con cadenza quotidiana alla pubblica opinione. A dispetto dell'interesse che con le rievocazioni e con le testimonianze ci si propone di suscitare, sugli aspetti più significativi di queste accuse non sono però ammesse domande, il contraddittorio è accuratamente evitato, le voci che lo chiedono vengono non solo censurate ma accuratamente schedate.

È così che semplici congetture, esagerazioni propagandistiche appena giustificabili nel clima di guerra, hanno potuto trovare credito e, al riparo delle confutazioni più elementari, farsi col tempo, (1) come per usucapione, verità. Una verità intoccabile e definitiva basata tuttavia su di un assunto del tutto irrazionale, quello della storiografia di parte demo-giudaico-marxista, secondo la quale, essendoci un colpevole - il nazifascismo - il reato ne discende come cosa automatica, scontata.

Le accuse sono costruite e gestite direttamente dal giudice. Il colpevole nasce prima della colpa.

Agli storici, ai divulgatori, agli educatori, è consentito dai vincitori, dalle «vittime», unicamente sferrare al vinto il classico «calcio dell'asino». Il bersaglio, perché tutto riesca meglio, è tenuto fermo e imbavagliato. Per chi non sta al gioco ci sono l'ostracismo alle pubblicazioni e la stroncatura delle carriere, politica, giornalistica o universitaria.

Per sottrarsi a queste sanzioni, al ricercatore, ma anche all'editore e al critico, sono aperte due strade. La prima sta nell'indirizzare la propria attenzione verso tematiche prive di interesse per il Sistema, quali, poniamo, gli eventi della storia romana o di quella bizantina.

La seconda possibilità - avendo presente l'umana natura, sicuramente la più votata - sta nel seguire, nell'esame di quei fatti che abbiano anche lontana attinenza con l'attualità, il percorso «consigliato» e nel trascurare nell'indagine tutti quegli indizi che avrebbero potuto condurre verso sbocchi innovativi.

Questo comportamento accomodante assicura la tangibile gratitudine del Potere.

Che non si tratti di malevole illazioni è dimostrato dal fatto che la RAI stipendia in qualità di collaboratori esterni ben trentamila intellettuali tra giornalisti e professori vari. A questa massa di opportunisti che agendo da «spalla» gli permettono di consolidare la propria versione della storia, ma soprattutto di tradurla in concreti vantaggi politici, il Sistema assicura l'occupazione di tutte le nicchie editoriali ed educative a sua disposizione.

È, quella tra potere democratico e prostituzione intellettuale, una vera e propria associazione a delinquere che è riuscita a cogliere obiettivi di grande rilievo.

Basti pensare, nella dialettica politica, alla totale emarginazione delle forze di ispirazione nazional-popolare; basti pensare agli effetti che l'inesausta celebrazione di Auschwitz ha avuto sulla questione del Vicino Oriente.

Senza il battage sullo «sterminio» e sulle «camere a gas», l'opinione pubblica mondiale non avrebbe certo simpatizzato con l'anacronistica operazione coloniale dei sionisti, non avrebbe concesso il via libera alla deportazione o alla ghettizzazione del popolo palestinese. Ma poiché agli intellettuali incaricati di puntellare le «verità» del Regime mancavano argomentazioni vincenti, la roccaforte demosionista correva grossi pericoli.

Era necessario rafforzare le difese, blindare le menzogne sulle quali poggia la legittimazione democratica.

L'impegno, per chi già aveva dato prova di saper manipolare il consenso popolare, non presentava soverchie difficoltà. L'apparato legislativo non avrebbe sollevato difficoltà a varare le norme richieste, norme mortali per la libertà di espressione, ma di indubbia utilità repressiva.

Ed ecco la legge Mancino-Modigliani (2) nella quale ogni sgradito distinguo, politico o semplicemente culturale, è stato assimilato a fattispecie gravissime di reato, tanto gravi da far decadere le comuni pregiudiziali garantiste.

Laboriosi magistrati e solleciti funzionari di polizia sono stati così messi in condizione di ricamare sull'ordito - volutamente elastico - di queste farneticazioni legislative e di colpire - come più volte era stato «sollecitato» - gli ultimi «battitori liberi» in circolazione.

È certo deontologicamente riprovevole che servitori dello Stato istituzionalmente deputati a scoprire la verità e a tutelare le libertà civili si prestino a confonderle, piegandosi a trattare intellettuali non allineati alla stregua di terroristi; ma l'incredibile scorrettezza è destinata a restare sepolta nel profondo delle loro coscienze.

Dall'esterno infatti, sul loro operato, non piove alcuna critica, giunge anzi adulatorio e rassicurante l'incitamento della canea giornalistica e radiotelevisiva. Di destra e di sinistra.

È un supporto questo che non deve stupire. Viene da uomini pronti ad abbaiare a comando, la cui carriera è stata tutta dedicata a costruire per il Potere un'opinione pubblica acritica e servile.

Questa doviziosa, eticamente squallida, ma organica azione repressiva contro la libertà e contro la verità, è contrastata oggi unicamente da quella coraggiosa specializzazione storiografica che va sotto il nome di Revisionismo.

Hanno gli storici revisionisti - si domanderà il lettore ansioso di capire a fondo - intenti o metodi diversi da quelli dei colleghi non revisionisti? Nient'affatto.

Ad assicurare la scomoda qualifica di revisionista è unicamente l'oggetto, la direzione impressa all'indagine. Un'indagine nella quale vengono utilizzati i normali strumenti della ricerca e i tradizionali metodi della storiografia.

Dei quali è proprio, respingendo ogni giudizio preconfezionato, il vagliare scrupolosamente materiale a disposizione, fonti documentali, dati numerici, testimonianze, con la conseguenza che nessuna informazione potrà essere trascurata, a prescindere dal piatto della bilancia sul quale andrà a pesare.

Solo così potranno essere staccate dalla tela della verità storica le incrostazioni aggiunte, individuati i silenzi, gli accomodamenti o le falsificazioni suggeriti dalla volontà di favorire una determinata posizione politica.

Ma se queste sono le giuste regole ed il Revisionismo ne è rispettoso, dov'è lo scandalo? Perché ai lavori dei revisionisti non si replica con risposte pertinenti ed adeguate? Perché con questi «strani» colleghi gli storici «democratici» preferiscono non aver nulla a che fare? Perché si scarta l'idea della «disputa», e si lascia che la replica esca sempre più spesso - con l'aiuto di leggi vergognose - dalle aule dei tribunali?

La spiegazione è una sola. Si ha paura di una ricerca libera perché essa non accetta gabbie. Si è capito che il rivedere quei lati della storia finora presentati in modo piatto, univoco, manicheistico, avrà effetti dirompenti.

Anche al di fuori del campo storiografico.

Si vuole insomma che le vicende che hanno determinato il formarsi ed il consolidarsi di quel Nuovo Ordine Mondialista, al cui cospetto è oggi inginocchiata l'Europa, restino chiuse, con tutti gli scheletri ad esse collegati, negli armadi del regime.

Vogliamo a questo punto accompagnare il lettore sulle tracce della verità nascosta elencando, almeno in modo sommario, gli argomenti che il Revisionismo ritiene degni di attenzione.

Punto di partenza dell'indagine deve essere il primo dopoguerra quando, nel 1919 a Versailles, venne imposto a Germania ed Impero austrungarico un diktat pesantissimo. Milioni di tedeschi furono «costretti» all'indipendenza - è il caso dell'Austria - altri milioni divennero sudditi di nazioni slave «inventate» dai vincitori al solo scopo di offrire in futuro ai gendarmi occidentali l'opportunità di provocazioni o di intervento diretto.

Questa ingiustizia di cui fu vittima il popolo tedesco è sufficiente a spiegare, senza ricorrere agli usuali teoremi di tipo razzista, la nascita del nazionalsocialismo, il corale desiderio di riscatto della nazione germanica, la sua fede nel Führer.

Per poter invece criminalizzare il nazionalsocialismo e di riflesso la Germania, la politica estera tedesca degli anni Trenta viene dipinta come tesa alla conquista del mondo, mentre assai più semplicemente essa puntava a riunire sotto un'unica bandiera tutti i territori da sempre abitati da popolazioni di stirpe tedesca.

La volontà di queste genti, in particolare di quelle austriache, è puntualmente ignorata.

Con altrettanto schematica malafede sono presentati l'affare dei Sudeti, che fu l'innesco per la dissoluzione della Ceco-Slovacchia, e la questione di Danzica.

Nel dar conto della quale, si tace l'insensatezza di un confine che separava dalla Germania l'intera Prussia orientale, si nascondono le pazienti, ragionevoli proposte tedesche per avviare un negoziato, si finge di ignorare il carattere etnico della città che, germanica al 99%, aveva ripetutamente espresso i suoi sentimenti patriottici. Queste pagine strappate dal libro della storia sono l'espediente per poter addebitare alla Germania ogni responsabilità per lo scatenamento della seconda guerra mondiale.

Un conflitto assolutamente non voluto dai tedeschi, i quali fecero di tutto per limitare alla Polonia il casus belli, piegandosi persino, onde escludere complicazioni internazionali, ad un'intesa con l'Unione Sovietica. Erano infatti perfettamente consci, i tedeschi, del pieno impegno degli USA a favore delle Democrazie, e per di più non ignoravano che, sul lato dell'Asse, l'Italia era impreparata e titubante a tener fede agli impegni assunti col Patto d'Acciaio.

Ad uno scontro generalizzato, quale le fu imposto dalla pretestuosa, premeditata dichiarazione di guerra inglese e francese, la Germania non solo non pensava, ma, non avendo con l'Occidente pendenza alcuna, non era neppure attrezzata.

Mancava in primis un progetto politico per l'Europa, non esisteva per di più un apparato militare pronto a colpire.

La meccanizzazione dell'esercito era appena nella fase iniziale, tant'è che il 30% delle artiglierie era ancora al traino animale, e solo sei le divisioni corazzate a pieni organici.

Quanto alla Luftwaffe essa mancava totalmente di bombardieri strategici, cioè a largo raggio d'azione, mentre la Kriegsmarine, per la «conquista degli oceani» aveva operativi 11 (undici) sommergibili.

Se poi i mezzi bellici della Germania vengono paragonati a quelli degli antagonisti, dotati di una indiscussa, secolare supremazia navale, di aerei modernissimi la cui produzione annua era ben superiore a quella del Reich, di un numero assai maggiore di mezzi corazzati, nonché di impianti radar già perfezionati, appare veramente incredibile che gli storici possano oggi dar credito alla tesi di una Germania avviata alla «conquista del mondo».

Che sarebbe stata tentata contro potenze che disponevano di territori metropolitani e coloniali, di popolazioni e risorse minerarie ed energetiche, di una produzione industriale, decine di volte superiori a quelli della Germania.

Di questi piani di conquista non si trovò infatti a guerra finita traccia tra l'ordinata e completa documentazione dello Stato Maggiore tedesco.

E che i piani, ma soprattutto i mezzi per tradurli in atto non ci fossero è dimostrato dallo stesso svolgimento delle operazioni belliche. Dopo un fuoco di paglia iniziale dovuto alla superiorità strategica e tattica della scuola militare tedesca, la Wehrmacht fu costretta ben presto sulla difensiva.

Non fu tentato lo sbarco sulle isole britanniche, non furono occupate Gibilterra, Malta e Suez; all'Est furono raggiunte, ma non prese, Leningrado, Mosca e Stalingrado. La stessa operazione Barbarossa contro l'URSS fu del resto unicamente un tentativo obbligato per uscire dalla situazione di stallo determinata dal rifiuto inglese a discutere la pace reiteratamente offerta da Hitler.

Il progressivo sforzo bellico degli USA - neutrali solo di nome - lasciava infatti presumere imminente quel ritorno offensivo contro la Germania che si sarebbe concluso con la spartizione del Continente tra Occidentali e Sovietici.

Ma è sulla veridicità o meno degli inauditi crimini accollati al popolo tedesco che l'opera del Revisionismo appare veramente necessaria.

La storiografia al servizio delle potenze e dei potentati dominanti si è prestata infatti a certificare quei crimini in modo assai sbrigativo.

L'operazione - cui i processi-farsa di Norimberga dettero il via - era studiata a tavolino per mortificare con un pesante senso di colpa l'identità nazionale e culturale germanica, e con essa uno dei pilastri sui quali qualsiasi Europa è destinata a reggersi.

Per impedire che la colpa tedesca potesse essere relativizzata, confrontata con quella degli altri belligeranti, la campagna di disinformazione doveva articolarsi su accuse tali da urtare, per quantità e qualità, il comune senso morale e suscitare una ripugnanza invincibile.

La nefandezza dei crimini loro addebitati doveva collocare i tedeschi - e per sempre - sul gradino più alto del podio degli orrori. A fronte della indiscriminata gassazione di milioni di innocenti, i bombardamenti terroristici angloamericani, le stesse bombe atomiche lanciate su un Giappone che già aveva chiesto la pace, gli stupri degli eserciti coloniali dell'Occidente e quelli dell'Armata Rossa, l'annientamento da parte sovietica, per motivi ideologici, di interi gruppi sociali ed etnici, l'inumano trattamento inflitto dagli slavo-comunisti ai prigionieri di guerra ed alle popolazioni dei Paesi invasi, erano destinati ad impallidire.

L'eco della pulizia etnica con la quale nel 1945 ben 16 milioni di tedeschi furono cacciati dalle loro case, lasciando sulle strade della fuga dall'Est oltre due milioni di morti (3) venne soffocata dal clamore dell'Olocausto. La cui ver sione ufficiale - cifre e modalità comprese, sei milioni i morti, le camere a gas lo strumento - risulta oggi coperta da un severissimo copyright. .

Per ingessare e perpetuare nel tempo questa costruzione di comodo, per assicurare ad Israele un enorme risarcimento in denaro ed agli ebrei «superstiti» il più scrupoloso riguardo quale specie miracolosamente sfuggita all'estinzione, doveva essere impedita qualsiasi indagine più approfondita sul «reato», sulla reale portata dei fatti, nel timore che questi potessero uscirne ridimensionati, ma che soprattutto potesse rivelarsi inappropriato - per l'inesistenza delle camere a gas - il concetto stesso di sterminio applicato in modo volutamente fuorviante a campi che per tutta la durata del conflitto funzionarono come luoghi di internamento e di lavoro.

Nonostante il clima di censura culturale e di repressione giudiziaria, l'opera dei revisionisti non si è interrotta. È certamente rimasta priva della risonanza che avrebbe meritato, ma tuttavia attorno al cosiddetto Olocausto ha accumulato una documentazione che sarà sempre più difficile continuare a considerare inesistente.

Ecco i capisaldi attorno ai quali si articola.

È accertato innanzitutto che allo scoppio del conflitto non esisteva da parte tedesca alcun piano per il futuro degli ebrei se non quello di incoraggiare e facilitare il loro allontanamento.

Questa politica continuò anche nella prima parte del conflitto: gli ebrei erano via via estromessi dai territori dei quali il Reich acquisiva il controllo. Nell'ottobre del 1940 ad esempio vennero spinti oltre la linea di demarcazione con la Francia non occupata 20.000 ebrei dell'Alsazia e 7.500 del Baden e del Palatinato.

Le cose cambiano quando, dopo il forzato accantonamento del progetto di deportazione nel Madagascar, e dopo il fallimento dell'operazione Barbarossa, la Fortezza Europa è assediata e la Germania è costretta alla guerra totale.

Per sostituire i lavoratori tedeschi disseminati sui vari fronti vengono mobilitati volontari civili dai paesi europei, prigionieri di guerra e internati politici.

In tale contesto - su trenta milioni di lavoratori dodici o tredici sono stranieri - un gran numero di ebrei viene avviato al lavoro negli appositi campi, vere e proprie città attorno alle quali erano sorti rapidamente centinaia di stabilimenti dove detenuti politici e comuni contribuivano, fianco a fianco con le maestranze nazionali, allo sforzo bellico tedesco.

La pretesa eliminazione in questi campi, con metodi da mattatoio dei quali peraltro nessuno ha saputo spiegare la dinamica, di milioni di persone, è certamente estranea alla civiltà del popolo tedesco e alla tradizionale correttezza del suo esercito.

Ma sopprimere gli internati avrebbe rappresentato altresì una scelta insensata e controproducente.

Mezzi di trasporto e personale di sorveglianza avrebbero dovuto essere distratti da impieghi che di giorno in giorno per la Germania si facevano vitali e ciò solo per cogliere il risultato di privarsi di manodopera gratuita e già addestrata.

Dell'ordine che avrebbe dato avvio allo sterminio, e della catena di ordini aggiuntivi che avrebbe necessariamente dovuto seguire data l'estrema complessità dell'operazione, non è stata trovata traccia tra le tonnellate di documenti amministrativi tedeschi sequestrati e catalogati a guerra finita.

Sono invece disponibili i registri dei Lager nei quali erano regolarmente annotati arrivi, partenze e morti degli internati, con relative cause del decesso. Tali documenti non vengono però presi in considerazione non solo perché il numero dei morti è troppo esiguo per tornare utile, ma soprattutto perché i dati dimostrano che le punte più alte di mortalità coincisero con le epidemie di tifo, coi bombardamenti alleati diretti sulle industrie allestite attorno ai campi, e col disordine e la fame non più controllabili delle ultime settimane di guerra.

Ora, senza minimamente curarsi del fatto, ormai pacifico, che l'ordine di sterminio non è mai esistito, si passa a discutere tra gli storici di parte ebraica attorno a problematiche le quali lo danno invece per scontato: come il fantomatico ordine sia stato diramato, se esso sia partito da Hitler piuttosto che da Himmler, quali dei capi nazionalsocialisti fossero al corrente dell'operazione, chi di essi ne fosse eventualmente stato tenuto all'oscuro.

Taluni, il Mayer (4) tra questi, in mancanza di un ordine scritto si accontentano di assai meno: l'ordine di sterminio sarebbe stato trasmesso a voce.

La morte di sei milioni di persone avrebbe dunque preso il via da una serie di telefonate o di informali passaparola!

Sempre in base a semplici congetture si discute ancora sul luogo in cui la fatale decisione sarebbe stata presa, e circa le possibili, assai diverse date di inizio dello sterminio.

Alla evidente mancanza di serietà scientifica di questo disquisire, gli «sterminazionisti» cercano di sopperire individuando uno dei loro punti di forza nelle cosiddette confessioni. Se però si passano al vaglio quelle degli ufficiali tedeschi addetti ai campi, esse risultano materialmente impossibili, smentite dai fatti e dai numeri.

Un solo esempio: Rudolf Höss, già comandante ad Auschwitz, parlò di tre milioni di vittime - un apporto prezioso per il raggiungimento del quorum dei sei milioni - solo nel suo campo ed in pochi mesi. Ma Höss, che poi venne giustiziato, era stato sottoposto a tortura ed alle sue dichiarazioni, che oggi sono definite «esagerate», non è più riconosciuto alcun valore.

Al punto che le targhe commemorative che ricordavano ben 4 milioni di vittime, sono state da tempo rimosse dalle mura di Auschwitz. Se quanto accaduto nei Lager non può essere chiarito attraverso documenti che non sono mai esistiti o confessioni estorte il cui contenuto non regge alla verifica, l'indagine può proseguire grazie alle testimonianze degli internati sopravvissuti.

Ma è proprio questa memorialistica, che dovrebbe portare decisivi argomenti all'accusa, ad assestare il colpo di grazia alla tesi dello sterminio. Come conciliare infatti la tesi delle gassazioni, di una frettolosa eliminazione dei deportati, con le relazioni che descrivono le precauzioni - docce, disinfezioni, quarantena - prese per evitare che nei campi potessero diffondersi malattie infettive? Come spiegare le «selezioni» per le camere a gas con l'esistenza di baracche riscaldate, del riposo domenicale, di visite mediche, di ricoveri in infermeria, dell'autorizzazione allo Schonung, il riposo in branda?

Quale follia organizzativa poteva mettere spacci, attrezzature sportive e ricreative a disposizione di chi era comunque destinato ad essere eliminato?

Come si spiega che inabili al lavoro, bambini, centinaia di essi addirittura nati in prigionia, siano stati trovati vivi e in buone condizioni al momento della liberazione?

Altro aspetto di enorme rilievo sul quale gli «sterminazionisti» evitano imbarazzati di soffermarsi è la questione delle migliaia di detenuti rimessi in libertà, fatti cioè uscire dai campi di «sterminio», una volta espiata la pena detentiva cui erano stati condannati.

Non ha neppure una qualche sensata spiegazione lo spostamento di detenuti da un campo di «sterminio» all'altro. Nella logica di un campo di sterminio non rientra infine neppure l'inoltro a favore dei reclusi - dei quali i parenti possedevano evidentemente il recapito - di corrispondenza e di pacchi con viveri e indumenti.

Un capitolo tutto da scrivere e quello relativo alle ispezioni e ai controlli effettuati nei Lager dalla Croce Rossa Internazionale fino al termine del conflitto e che mai misero in luce qualcosa di anomalo.

Nulla di simile a quanto sostenuto dagli «sterminazionisti» risulta negli archivi vaticani. Così come di nessuno sterminio vi è traccia nella documentazione raccolta durante la guerra circa i campi di concentramento tedeschi da parte di angloamericani e sovietici. Sottoposte dunque alle verifiche d'uso, le pezze d'appoggio alla tesi ufficiale dell'Olocausto hanno messo in luce insanabili contrasti con la realtà dei fatti.

Ma - la storia del pensiero lo dimostra - qualsiasi speculazione intellettuale, a dispetto della accertata carenza di attendibilità scientifica, una volta entrata in circolo fa di solito registrare tempi di sopravvivenza assai lunghi.

È una «viscosità» che dipende dall'evidente desiderio di sfruttare le posizioni raggiunte. l capiscuola, gli allievi, i divulgatori, per non parlare dei loro sponsor, si agitano per restare alla ribalta.

Eccoli, invece di riconoscere la sconfitta, ignorare o aggirare le confutazioni e rimettere in circolo, del loro errore iniziale, versioni solo marginalmente rivedute e corrette. Nonostante le convergenti obiezioni che nascevano dalle osservazioni degli astronomi, ci vollero secoli per smantellare la cosmologia geocentrica. La scienza medioevale tappava diligente le falle che via via si aprivano in quella costruzione. Erano messi in campo i più ingegnosi meccanismi di aggiustamento: orbite sempre più complicate, «epicicli», movimenti di pianeti e di stelle privi di riscontro nella dinamica celeste, ma tali da mantenere in pista il modello tolemaico.

Con lo stesso criterio, oggi, pur di dare all'Olocausto una boccata di credibilità si è giunti al trucco semantico; servendosi di traduzioni addomesticate è stato falsificato il significato di vocaboli, di frasi, di interi documenti.

Dei termini contenuti nei documenti amministrativi tedeschi, vengono infatti fornite traduzioni che deformano il significato originale in altro più consono alla tesi da sostenere.

Così Entfernung, che vuol dire allontanamento, è oggi letto come eliminazione fisica, annientamento. Altrettanto dicasi per Endlosung, soluzione finale, oggi contrabbandato per un criptico eufemismo di sterminio, mentre nei documenti originali il termine indicava con precisione il tipo di soluzione finale programmata, ossia l'Auswanderung o Evakuierung, l'emigrazione o l'evacuazione.

E così via, Brausebad, doccia, diventa camera a gas, Sonderation, azione speciale, si trasforma in selezione per le camere a gas. Stesso significato di annientamento, di avvio alle camere a gas, si è voluto attribuire alla procedura di trasferimento. Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi, per cui una simile arbitraria interpretazione porta l'ebreo trasferito a figurare prima tra i morti del campo di partenza, poi tra i sopravvissuti in quello di arrivo.

L'opera dei revisionisti ha messo in luce ben altre scorrettezze.

Sono stati platealmente manipolati i rilievi planimetrici di Auschwitz per far figurare come camere a gas le originali casermette e infermeria dell'antiaerea. Sono stati ritoccati anche gli aerofotogrammi scattati dalla ricognizione anglo-americana durante il conflitto.

In essi, si sono aggiunti grazie a fotomontaggi camini in sovrannumero, in modo da far credere che i forni crematori, destinati ad incenerire i cadaveri dei detenuti, fossero tanto numerosi da poter smaltire le fantamigliaia di morti giornalieri prodotti dal funzionamento di quelle camere a gas che non c'erano.

Sulle stesse fotografie sono stati cancellati alcuni tracciati interni ai campi per indurre a pensare che i gruppi di persone ripresi in movimento fossero diretti verso quei locali che nella versione ritoccata delle piante sono indicati come luogo delle esecuzioni.

Di questi locali, per renderli compatibili con la «norma» giornaliera da rispettare per giungere al totale di morti desiderato, sono stati modificati accessi, misure, cubature.

Sulla base delle indicazioni fornite da questo imbroglio tecnico-politico si è provveduto a quelle ricostruzioni che permettono oggi a turisti e a scolaresche di farsi un'idea «documentata» della ferocia nazista.

Di fronte al testardo, sfacciato tentativo degli «sterminazionisti» di costringere la realtà a prendere la forma del modello da loro fideisticamente immaginato, è lecito concludere che l'Olocausto si è trasformato in mera enunciazione metafisica, uscendo in quanto tale dalla sfera di competenza della storia.

I revisionisti, che respingono ogni dogmatismo e vogliono restare ancorati alla realtà dei fatti, si trovano a questo punto a dover fare i conti con la rabbiosa reazione dei mentitori smascherati.

Chi nega infatti che le gassazioni siano avvenute viene oggi perseguito per il reato di... apologia di genocidio e di crimini di guerra.

Chi svolge indagini sul Diario di Anna Frank, un testo quanto meno adulterato, oggi tradotto in cento e passa lingue a divulgare la verità cara ai sionisti, è accusato nientedimeno che di terrorismo (5) Quanto alle centinaia di false testimonianze sbugiardate dai revisionisti è sintomatico che la cultura dominante non abbia mostrato indignazione contro l'impudenza di questi impostori, ma se la sia presa con chi tali imposture ha denunciato.

C'è infine da rilevare che se alle tesi dei revisionisti è mancata ogni risposta, ai singoli studiosi una risposta personale è giunta: sotto forma di perquisizioni, di denunce, processi e condanne, o di passi amministrativi coi quali questi «cattivi maestri» sono stati allontanati dalle pubbliche amministrazioni o dall'insegnamento.

Non sono ovviamente mancati le aggressioni fisiche, le intimidazioni del Mossad, gli attentati terroristici, l'incendio di librerie troppo pluraliste.

Ce n'è a sufficienza per capire che ai Revisionisti si vorrebbe a tutti i costi tappare la bocca e spezzare la penna.


Piero Sella



(1) Illuminante sul tema questa frase di Muller Uber Schar che spiega il progressivo ingigantirsi dell'Olocausto: «Bisognò attendere tuttavia decenni prima che si cominciassero a comprendere le esatte dimensioni dello sterminio a danno degli ebrei europei». La fine del Terzo Reich, il Mulino, pag. 124.

(2) Per una documentazione completa leggere nel numero 37 de l'Uomo libero: "Le idee nel mirino della repressione".

(3) A questo proposito, nell'ottobre '45, così scrive sul Times il filosofo Bertrand Russel: «Nell'Europa orientale i nostri alleati sovietici stanno attuando deportazioni di massa di proporzioni inaudite, nella chiara intenzione di condurre all'estinzione molti milioni di uomini, non certo col gas, ma privandoli della loro casa e del cibo ed esponendoli ad una lenta e straziante fine per inedia. E tutto ciò non viene considerato un atto bellico, bensì parte di una consapevole politica di pace».

(4) Arno Mayer, Soluzione finale, Mondadori 1990, pag. 242.

(5) Rosellina Balbi, La Repubblica, 8 ottobre 1980.