| Di Piero Sella - Numero 37 del 01/07/1993 |
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L'avvio col '93 del Mercato Comune Europeo aveva diffuso l'ottimistica speranza di un decisivo passo verso l'unità europea.
A ben riflettere l'operazione si proponeva però obiettivi assai più modesti, riducendosi nella sostanza ad una «ristrutturazione», limitata all'ambito economico, della mezza Europa che si era trovata, alla fine della guerra, nella sfera di influenza degli USA e che aveva trovato il suo modus vivendi nelle strutture della NATO.
Questo quadro di sudditanza politico-strategica, con una Germania divisa ed un Est europeo sottoposto al dominio sovietico e governato da leggi economiche del tutto diverse, era destinato a restare inalterato.
Nessuno spazio di manovra era previsto dovesse toccare all'Europa nei confronti del resto del mondo.
Dalle sue classi politiche, cresciute all'ombra della sopraffazione di Yalta, nessun segnale di rivolta o quantomeno di stanchezza giungeva per una situazione di umiliante comprimariato, pur ampiamente superata dai fatti.
Tutto doveva continuare a muoversi all'interno della struttura atlantica e di un ormai incontestato protettorato statunitense. Nessuna iniziativa era presa per affrontare, sia pure con grave ritardo, quei problemi di politica comunitaria che uscivano dagli angusti schemi della NATO e per scollare le energie del vecchio continente dal limitato, monomaniacale, pretestuoso tema della difesa da un'aggressione sovietica.
Da nessuna parte si osava porre l'accento sulla profonda diversità degli interessi europei rispetto a quelli dell'America e sull'opportunità che la politica europea si muovesse appunto per la tutela di questi interessi.
Ogni possibilità d'azione era trascurata persino in quelle aree geografiche nelle quali nessun obbligo internazionale lo imponeva.
Nessuna iniziativa europea in direzione del Mediterraneo e del Vicino Oriente ardiva interferire coi progetti americani per quegli scacchieri.
Chissà per quanto tempo ancora tale situazione di stagnazione politica avrebbe potuto prolungarsi se non fossero giunti ad avviarne lo smantellamento quei rivolgimenti che all'Est hanno determinato la riunificazione della Germania, la restituzione dell'indipendenza ai paesi satelliti, il crollo dell'impero sovietico.
Questi eventi, certamente non desiderati dall'Oligarchia mondialista - la quale avrebbe preferito operare in un clima di maggiore elasticità economica, ma geopoliticamente immutato - hanno evidentemente posto sul tappeto problemi nuovi, di carattere tanto politico che economico.
Rimasto spiazzato, l'establishment occidentale non poteva che affrontarli in modo affannoso e superficiale.
All'Est, nonostante il progetto iniziale fosse ormai chiaramente sfuggito di mano, si è fatto buon viso a cattivo gioco nel tentativo donchisciottesco di imbrigliare e soffocare forze eterne ed incomprimibili quali quelle del nazionalismo etnico e religioso.
In Occidente, in grandi convegni, e con l'appoggio di un ceto giornalistico ed intellettuale da decenni ormai inserito nel libro paga del Sistema, le classi politiche asservite agli USA hanno cercato di rimandare la resa dei conti, sorreggendo, sia pure con qualche marginale aggiustamento, l'immagine di una NATO la cui esistenza cominciava invece ad apparire al popolo europeo ormai superflua.
È un tentativo questo delle vecchie classi politiche che può essere capito e giustificato ma che oggettivamente si riduce ad un'azione di retroguardia la cui utilità è rapidamente vanificata dalle proporzioni senza rimedio della rotta e dall'incalzare di problemi che esigono nuove, precise risposte.
Deve innanzitutto essere chiaro che non si discute più di una mezza Europa, ma dell'Europa intera, un contesto nel quale tutto deve essere ripensato e dai nuovi partners collegialmente riconsiderato.
Ciascun paese, nella nuova realtà, dovrà assumersi nuove responsabilità e un ruolo comunque diverso da quello ricoperto come provincia del vecchio impero, americano o sovietico.
Andranno create nuove strutture comuni che forniscano al popolo Europeo certezze istituzionali e che, abbandonata la sindrome da sovranità limitata, facciano sentire nel contesto mondiale, il peso della cultura, dell'apparato industriale, la forza militare del nuovo soggetto Europa.
Andrà messa a punto tutta una strategia economica che tenga conto delle risorse energetiche e delle materie prime disponibili sul territorio della «Grande Europa», ma anche delle sue capacità produttive e dei possibili o convenienti sbocchi commerciali.
Il tutto dovrà avvenire nell'àmbito di una attenta programmazione che ponga al riparo il continente da uno sviluppo disordinato, fonte di degrado ambientale, e da migrazioni di massa pericolose per la solidità etnica e culturale dei nostri popoli.
Si tratta insomma di passare da un'Europa semicoloniale ad un'Europa artefice delle sue fortune e, ancora una volta, faro della civiltà mondiale.
È questo un compito di tale rilievo da richiedere in chi lo svolgerà la più totale dedizione e grandi capacità di apertura.
Ogni vecchio schema ideologico dovrà essere abbandonato ed ogni problematica riesaminata con diffidente cautela per accertare se le soluzioni oggi esistenti rappresentino autentiche conquiste da conservare, o non piuttosto - come appare nella maggior parte dei casi - zavorra interessatamente introdotta nella navicella europea per appesantirne il volo. È uno spartiacque tra passato e futuro, un momento di svolta nel quale sarebbe assurdo ed insensato dar credito proprio a quelle forze politiche che fino ad oggi hanno agito contro l'Europa in stretto collegamento con gli interessi delle Superpotenze e dell'Oligarchia mondialista.
Così come nessuna legittimazione, nel nuovo corso, va accordata a quel cartello culturale che si è prestato al gioco di criminalizzare, attraverso la manipolazione del suo passato storico, il Contintente e che ancora oggi si muove, dalle televisioni e dai giornali di Regime, per affossarne il costume popolare, per imporre all'Europa di domani l'utopistico, criminoso modello della società multirazziale.
Risulta da tutto quanto detto la necessità di una rapida, radicale epurazione, che liberi il Paese da una partitocrazia che si è mostrata priva di lungimiranza e di qualsiasi freno morale.
Da una classe politica che ha guidato il sacco della ricchezza nazionale e che, non contenta di «perdere la pace», ha mischiato in stragi e delitti le strutture dello Stato alla criminalità organizzata ed ha trasformato il Parlamento della Repubblica in una accozzaglia di inquisiti per i motivi più abbietti.
Da una classe politica che rappresenta ormai solo se stessa e che, per mostrare ai padroni di essere ancora attiva ed utile, non trova nulla di meglio che limitare la libertà personale degli intellettuali dell'opposizione, e di un gruppo di loro lettori, con fantasiose accuse di stampo staliniano.
Per non aver ottemperato a stretto giro di posta alle risoluzioni delle Nazioni Unite, l'Irak è stato duramente punito.
La sovranità di quel paese è ormai in frantumi, la capitale ha subìto devastanti bombardamenti e le sanzioni hanno messo alla fame milioni di persone.
Israele, che risponde all'ordine di ritirarsi dai territori occupati accelerando il ritmo degli insediamenti e facendo aprire dall'esercito il fuoco sulla popolazione araba, è lasciato, da 25 anni, del tutto indisturbato.
Ma non basta.
Con l'impudenza di chi sa che, per lui, la legge non vale, Jacob Frenkel, della banca di Israele, ha ora il coraggio di chiedere ai sette paesi più industrializzati (Corriere della sera, 12 giugno 1993) di «punire» quei paesi arabi che ancora non si sono piegati al sopruso sionista e che continuano a boicottare i traffici dello stato ebraico.
Con grande enfasi gli opinionisti di regime condannano chi in Europa reagisce contro la penetrazione di popoli e culture stranieri.
È l'ennesima strumentale occasione per raggiungere con immagini e commenti velenosi un opinione pubblica che va di continuo aizzata contro la Germania.
Nessun rilievo è invece possibile rintracciare nei mass-media occidentali contro chi in Palestina con la violenza e col terrorismo ha estromesso dalle proprie case un popolo intero, e giornalmente, da anni, sistematicamente discrimina e uccide.
Sdolcinature democratiche e mercanti d'armi
Sulla spinta di una ben orchestrata campagna che, servendosi dei soliti ingenui pacifisti si è dipanata a livello mondiale a favore di ben precisi interessi, il nostro parlamento, con la nuova legge sul commercio delle armi, ha affossato l'industria italiana del settore, una tra le più avanzate.
Un patrimonio di genialità, esperienza e di elevata tecnologia si avvia ad essere disperso - basti pensare alla Oto-Melara, alla Beretta, alla Aster, alla Oerlikon, all'Agusta ed all'Aermacchi - con grave danno per la bilancia commerciale e per l'occupazione, ed unicamente a vantaggio della concorrenza internazionale.
Tutto ciò mentre a due passi da casa nostra, sull'altra sponda del Mediterraneo, in Israele, una dirigenza aliena dalle ubbie demagogiche gettate in pasto ai Goim, non solo favorisce l'industria degli armamenti (che copre addirittura il 40% delle esportazioni) ma le mette a disposizione, per segnalare con precisione nel mondo le necessità dei clienti, i preziosi servizi del Mossad.
Sotto il governo di democristiani e socialisti l'Italia ha esibito una crescente, ecumenica solidarietà verso i paesi del Terzo Mondo.
Nella classifica europea dei «benefattori» l'Italia precede due paesi che avevano posseduto grandi imperi coloniali, Inghilterra e Francia, e persino la ricca Germania!
Gli uomini dei partiti largheggiavano in «aiuti» perchè i luoghi ove i fondi avrebbero dovuto essere spesi erano geograficamente remoti e ciò rendeva ogni controllo problematico.
Nonostante gli scandali e le pesanti difficoltà di bilancio, lo spreco non si arresta.
La strada che consente ora di perpetuarlo è quella degli interventi militari. Si tratta di esborsi pesantissimi la cui ragione d'essere dovrebbe trovarsi nella tutela di un interesse nazionale di grande peso strategico o quantomeno commerciale.
Ed infatti di tutto possono essere accusati gli americani tranne che di aver trascurato, prima di muoversi, tale tipo di valutazione.
Da parte italiana invece, nessun disegno, nessun progetto, solo la volontà di esibire nei confronti della prepotenza U.S.A. un ossequioso zelo.
Nessun concreto interesse italiano è rintracciabile nella partecipazione alla Guerra del Golfo. Nessuno nella campagna di Somalia, evidente completamento di quella contro 1'Irak. Così come un inutile rischio per la vita dei nostri soldati e dei civili coinvolti (camionisti o pescatori) appare il coinvolgimento italiano nel ginepraio dell'ex Jugoslavia.
Una situazione quest'ultima, la cui unica prospettiva di soluzione resta quella della «pulizia etnica», sulla quale c'è da dissentire unicamente per il metodo insensato e barbaro col quale viene perseguita.
Sovviene, nel valutare le capacità degli attuali statisti democratici il metodo altamente civile e tecnicamente efficace, col quale Mussolini ed Hitler portarono a suo tempo a pacifica soluzione il problema altoatesino!
Individualismo democratico e «orgoglio» gay
Sorretta dal consolidato criterio democratico di posporre, a quello di frange socialmente irrilevanti, di egoismi personali o di categoria, l'interesse della collettività, la vocazione del Regime allo spreco delle risorse nazionali appare inarrestabile.
Emblematico in tale quadro l'occhio di riguardo concesso a nomadi, drogati, sieropositivi e malati di AIDS.
Queste «benemerite» categorie non solo sono messe in condizione di ledere coi loro comportamenti i diritti della parte sana della popolazione, ma gravano con pesanti improduttivi stanziamenti sulle spalle della stessa.
Contiguo a questo irrecuperabile nucleo di asociali è il mondo dell'omosessualità che, persa la patetica riservatezza di un tempo, sta conquistandosi grazie ai suoi attivi lobbysti, spazi di manovra, cure ed attenzioni. Ed ecco che, mentre la Chiesa, col nuovo catechismo, è giunta a prescrivere ai fedeli il massimo «rispetto» per i «diversi», gli uomini dei partiti, evidentemente ingolositi da consistenti pacchetti di voti (in una società politicamente ben orientata dovrebbero con tali scelte perdere il consenso delle masse popolari), si stanno attivando per concedere dignità legale di famiglia alle convivenze di questi stravaganti personaggi.
Le mogli-uomo potranno finalmente ereditare dal marito-femmina; ai superstiti toccherà, a lenire il dolore della dipartita dei partners, la pensione di reversibilità!
Già ora del resto, nelle città nelle quali i «progressisti» sono al potere, il nuovo tipo di «coppia» è ammesso all'assegnazione di alloggi popolari.
Ma la categoria, già vittoriosa in America ed ora all'offensiva in Europa attraverso le teste di ponte svedese e danese, si muove con sempre maggiore arroganza per eliminare le ultime «discriminazioni».
Pretende, com'è politica di ogni minoranza, leggi speciali, nuovi privilegi; in particolare, le coppie omosessuali chiedono - ad imitazione di quanto già accade oltre oceano, nell'eldorado della democrazia - di poter accedere all'istituto dell'adozione.
Mentre ci auguriamo che lo sconcio - che i giulivi democratici sono pronti a festeggiare come una civile conquista - in Italia non abbia a passare, ci pare il caso di segnalare che negli Stati Uniti, dove l'omosessualità, la pedofilia e l'imbastardimento razziale dilagano nell'indifferenza generale, già nelle elementari viene insegnato con l'ausilio di accattivanti disegni sui sillabari, come il nucleo famigliare possa essere indifferentemente costituito da un uomo e da una donna, oppure da due uomini, oppure da due donne.
Quanto alle possibili combinazioni di colore - numerosissime in quanto la razza del «figlio» dipende nella fattispecie unicamente dalle propensioni estetiche della «coppia» - esse lasciano sperare in «famiglie» sempre più vicine al mo dello multirazziale propagandato dal mondialismo e fatto proprio dai neomodernisti della Caritas.
Piero Sella