La coscienza dell'impero. Ascesa e declino dell'Europa di Mezzo (2)

Di Gianantonio Valli  -  Numero 20 del 01/01/1985

 

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Il conflitto insopprimibile.

Gianantonio Valli La coscienza dell'impero Ascesa e declino del - La coscienza dell'impero. Ascesa e declino dell'Europa di mezzo (1)

Intimamente permeate da una propensione a forme di rappresentanza li­vellatrice, borghese e democratica, e da una filosofia di vita positivista e pro­gressista che riconosce lontani e vicini precursori nel razionalismo cartesiano, nell'empirismo inglese del Sei-Settecento, nell'illuminismo, nel mercantilismo e nell'internazionalismo massonico, nell'utilitarismo di Bentham e di Mill, nel liberalismo e nella religione dei «diritti dell'uomo», Inghilterra e Francia si vedono affiancate a fine secolo dal pragmatismo, dal democratismo, dall'indu­strialismo e dalla finanza del Mondo Nuovo incarnato dagli Stati Uniti d'Ameri­ca (1).
Mentre si intrecciano saldi legami economico-finanziari tra i tre Paesi, e in ispecie tra i due anglosassoni (2), che vengono a riscoprire una comune eredità di sentimenti e di interessi geopolitici, si verifica negli USA di fine Ottocento una delle più grandiose immigrazioni della storia.
E tra i milioni di persone che sbarcano sul suolo americano, decine di mi­gliaia di ebrei, favoriti dal loro dinamismo mercantile e dai loro esclusivi legami razziali e cosmopoliti, giungono ad occupare in breve tempo posizioni di grande influenza a livello di governo e di stampa, settore quest'ultimo che proprio in quei decenni vede una vertiginosa, rivoluzionaria espansione quale mezzo di condizionamento per le masse e di pressione per le classi dirigenti (3).
Comincia così in quegli anni a formarsi, coagulata intorno ad una comune concezione di vita, a similari strutture mentali e a comuni interessi economico­ - finanziari, un'entità transcontinentale con baricentro sempre più spostato verso gli Stati Uniti, fatto che inizia a pervertire gli ultimi residui europei delle nazio­ni atlantiche, al fine di costituire quel melting pot (4) mondiale in cui dovrebbe­ro fondersi e sparire differenze di razza e di filosofia, di usanze e di volontà creatrici, nucleo e fondamento di quell'informe cosa che passa oggi sotto il ter­mine di Occidente.
Dotato di una civilizzazione sua propria, di una sua propria coerente ed inarrestabile dinamica spirituale e socio-culturale che riceve fortissimo impulso dall'industrialismo e dalla finanza yankee, l'Occidente avanza velocemente a sostegno delle Potenze Atlantiche minacciate dall'ascesa dell'Europa di Mez­zo (5).
Dopo avere annientato, in una guerra pretestuosa e senza quartiere - con­flitto irreprimibile fra due mondi ideali - la civiltà degli Stati Confederati (6) con la prima applicazione storica di quell'unconditional surrender che riecheggerà a Casablanca ottant'anni più tardi, gli Stati Uniti, spinti non da malevoli forze occulte ma dalla logica implacabile del tipo di uomo e di società che sono venuti a formarsi sul loro territorio, si vengono a porre obbligatoriamente, ne­cessariamente, in rotta di collisione con le nazioni, con i valori, con la storia tutta dell'Europa di Mezzo.
Nel continente europeo frattanto, ad una politica tedesca attiva e svolta con spregiudicatezza, soprattutto in campo navale, l'Inghilterra risponde con contromisure crescenti e sempre più drastiche.
La stessa concezione imperialistica della prima epoca vittoriana si viene a mutare, da quella propria del liberalismo manchesteriano e del liberoscambi­smo anticolonialistico, in quella del federalismo imperiale e del pananglismo mistico, missionario e razzistico di fine secolo.
Alla base del nuovo e più aggressivo sentire si pongono ora le concezioni idealistiche e puritane del grande storico Thomas Carlyle (7), così come il ro­manticismo di John Ruskin e l'anglicanesimo del poeta e scrittore Charles King­sley. Lo spirito che muove non solo le concezioni ideali, ma sottende la pratica azione degli uomini di governo, può essere compendiato dalle formulazioni at­tribuite da Kingsley a un personaggio di un suo romanzo storico: «Noi andia­mo per la causa di Dio; andiamo per l'onore del Vangelo di Dio, per la libera­zione di poveri infedeli tenuti prigionieri dal demonio; per aiutare i nostri com­patrioti che non trovano lavoro in quest'isola ristretta; a Dio affidiamo la no­stra causa. Noi combattiamo contro lo stesso demonio; ed è più forte colui che è in noi che chi è contro di noi».
Ulteriori motivi ideali portano Tennyson, Swinburne, William Henley e Kipling: «Il Signore, nostro altissimo Iddio [...] ha tracciato per noi un sentie­ro fino al termine del mondo!».
Per Cecil Rhodes «l'ideale divino era palesemente di produrre un tipo di umanità adatto a stabilire la pace, la libertà e la giustizia nel mondo. Una sola razza pareva rappresentare tale ideale: la "razza" anglosassone. Un solo organi smo politico poteva offrire garanzie di ordine, di felicità e di benessere per l'umanità: l'Impero britannico. Lo scopo della sua vita - concludeva trionfan­te il giovane cercatore di diamanti - sarebbe stato di rendere grande e poten­te l'Impero britannico, perché da tale potenza e grandezza l'umanità avrebbe tratto singolare, anzi unico giovamento; e perché così facendo egli avrebbe obbedito al comando di Dio».
Altri fanno poi professione di lealismo nazionale ispirandosi ad una tradi­zione ben più antica che non la politica espansionistica dei governi di fine seco­lo. Così il vescovo di Derry dichiara dal pulpito che la sua fede nella causa inglese è resa più salda dal pensiero «di tutto ciò che Dio ha permesso che questa nazione compisse quale invitta propagatrice della Sacra Scrittura in tut­to il mondo» e si dice certo che «come Egli si è servito di noi fino ad ora, non vorrà ora metterci da parte» (8).
Anche l'antico popolo ebraico offre l'occasione per stabilire arditi paralleli e confronti con il popolo britannico. Al fine di rinnovare l'atmosfera di intransi­gente religiosità biblica dell'epoca cromwelliana si sostiene che le antiche pro­ messe fatte da Dio al popolo d'Israele sono state mantenute verso il popolo inglese, che ne è l'erede naturale.
Sempre più diffusa, la Review of Reviews si propone di «essere per tutti i popoli di lingua inglese ciò che era stata la Chiesa cattolica delle origini per la diffusione del Cristianesimo» e pone a suo compito l'applicazione concreta del progetto di «rendere gli inglesi degni della loro immensa vocazione», di fare di loro effettivamente i God's Englishmen cantati da Milton e, nello stesso tempo, di «collaborare al mantenimento ed al rafforzamento dei legami che oggi ten­gono avvinte tutte le comunità di lingua inglese meno una, [...] di promuovere con ogni mezzo, un'unione fraterna con la Repubblica Americana, di lavorare per l'Impero, di renderlo più forte, più civile e, quando fosse necessario, più vasto» (9).
Assolutamente da non sottovalutare a tale proposito è quindi l'influenza che la stampa periodica inglese di quegli anni riesce ad esercitare sulla popola­zione, gli umori della quale - l'opinione «pubblica» - condizionano sempre maggiormente la diplomazia e la dirigenza britannica (10).
Negli ultimi decenni del secolo i giornali perdono ovunque - specie nei Paesi anglosassoni - il carattere di istituzione elitaria e borghese, mentre ac­canto ad una stampa ancora dignitosa nello stile e corretta nell'informazione fa la sua apparizione quel nuovo tipo di giornalismo che verrà poi definito «di massa». Tale stampa «a un soldo» (dal 1896 il Daily Mail di Alfred Harm­sworth, futuro lord Northcliffe, costa solo mezzo penny e mantiene una tiratura media di 700.000 copie, affiancando le Evening News, dallo stesso acquistate e rilanciate due anni innanzi) che necessita di alte tirature per consentire un basso prezzo di vendita, vede subito un'accesa competizione per strappare alla concorrenza i lettori.
Rivali fra loro molto simili nascono come funghi, con tirature sempre più alte, favoriti dalle innovazioni tecnologiche di nuove macchine da stampa e da una migliore rete di distribuzione. Tra i più diffusi, è del 1900 il Daily Express, del 1901 il Daily News, del 1903 il Daily Mirror.
Violentemente patriottici, tali quotidiani sono sempre più alla ricerca di notizie a sensazione nel campo della politica internazionale. Urge la necessità di diffondere e di «creare» una emozione giornaliera sempre diversa e più intensa. Temi fra i più sfruttati sono gli atteggiamenti dell'imperatore tedesco (che offre in verità ampia materia di discussione con le sue gaffes, le sue «uscite» estemporanee, gli scoppi d'ira, le uniformi le più diverse, i pennacchi degli elmi e delle feluche) e la politica del suo Paese.
Perfino l'autorevole «The National Review» viene pressoché esclusiva­mente impostato al fine di martellare nelle menti britanniche la consapevolezza di quella che il suo direttore sbrigativamente definisce «la minaccia tedesca».
La «Saturday Review», oltremodo irritata per il telegramma di solidarietà indirizzato nel gennaio 1896 da Guglielmo II al presidente boero Krüger - che ha da poco respinto l'incursione inglese di Jameson nel Transvaal – conclude addirittura un suo famoso articolo con l'appello ad una guerra preventiva e di annientamento contro la Germania: «Carthago delenda est», ricordando che «se domani la Germania fosse estirpata dal mondo, dopodomani non ci sareb­be più nessun Inglese che non fosse tanto più ricco» (11).
L'impulsività tedesca, la poca esperienza e la frequente mancanza di tatto nella politica internazionale, le provocazioni gratuite - ed evitabili con un sen­so di maggiore sensibilità storica - in cui cadono talora gli uomini di governo tedeschi, costituiscono tutte altrettanti argomenti su cui tale stampa si getta a capofitto (12).
La Russia è troppo lontana; la Francia troppo decaduta per fare notizia; l'Italia, presa da problemi di politica interna o chiusa in questioni angustamente mediterranee, è ancora considerata con bonaria sufficienza; la guerra boera, coi suoi campi di concentramento e l'eroica resistenza degli uitlanders, è ormai lasciata alle spalle; ed ecco che è la Germania, in piena ascesa economica e militare, a prestarsi mirabilmente allo scopo di offrire un brivido, di « commuo­vere », di diffondere nelle masse il terrore per il declino inglese e la paura dell'ascesa tedesca (13).
L'« onesto e sobrio teutone », accettato cinquant'anni prima quale baluar­do contro la « tirannide slava », la « nobile, paziente, profonda, pia e solida Germania » contro la « vanagloriosa, gesticolante, litigiosa, instabile e sensiti va Francia »; il « fratello teutonico » cui l'Inghilterra deve offrire il proprio appoggio nella sua lotta per l'unità; diviene ora pian piano qualcosa di molto simile all'« unno infanticida » della prossima propaganda bellica.
Nel marzo 1905 è il Daily Express che si fa portavoce ufficioso delle intimi­dazioni che l'Ammiragliato rivolge alla nazione tedesca, riportando con grande rilievo - e commentandole entusiasticamente - le opinioni del Primo Lord che afferma che, come risultato di una nuova strategia, tutte le navi di riserva sono ora pronte a prendere il mare in poche ore: «Se malauguratamente do­vesse essere dichiarata la guerra, nelle attuali condizioni la marina britannica sparerebbe il primo colpo ancor prima che l'avversario abbia il tempo di legge­re sul giornale che la guerra è stata dichiarata» (14).
Intorno al 1910 è il Daily Mail che per rialzare le vendite languenti fa sue le veementi esortazioni della Lega Navale britannica ed esige la vittoria nella competizione navale con la Germania: «Abbiamo bisogno di otto navi da guerra dreadnought, e non possiamo aspettare!». Gli fa eco il Mirror (che nel 1914 giungerà a vendere 1.200.000 copie giornaliere): «Il fatto che l'Inghilter­ra sia sempre in guerra mostra una quantità di energia e una sovrabbondanza di coraggio che a lungo andare portano alla conclusione che noi non siamo una razza decadente. Tre piccole guerre in atto e la prospettiva di una grande guer­ra che appare all'orizzonte, dinanzi a noi, sono da prendere come una cosa del tutto naturale» (15).
Fondendosi con il rozzo darwinismo socio-storico di quegli anni, la subdola politica di tale stampa cerca di conferire, manipolando il conscio e l'inconscio collettivo, i toni nobilitanti di una più ampia visione del mondo a quella che è in realtà una pura necessità di sopravvivenza e di espansione economica legata all'aumento delle tirature e dei conseguenti introiti pubblicitari.
Dal canto loro, procacciatori d'affari, quale sir Basil Zaharoff per i cantieri Vickers, nulla lasciano di intentato per fabbricare illazioni e per mettere in circolazione, subito recepite dalla suddetta stampa, informazioni «segrete» sulle costruzioni navali tedesche, per magnificare il ruolo degli armamenti Krupp e per «svelare» oscure trame germaniche di conquista mondiale.
Nel 1903 il romanzo di Erskine Childers The Riddle of the Sands [«L'enig­ma delle sabbie»] descrive «in ogni dettaglio» immaginari piani tedeschi di conquista dell'Inghilterra; tre anni dopo il Daily Mail rincalza pubblicando a puntate le «previsioni» romanzate di William Le Queux su di un'invasione tedesca da attuarsi nel 1910.
L'influente lord Esher afferma nello stesso 1906 che, poiché l'egemonia navale e commerciale britannica è minacciata non dal Kaiser o da un altro indi­viduo, ma dalla logica stessa della recente storia tedesca, «a prevedibile distanza si profila una titanica battaglia fra la Germania e l'Europa [sic!] per la supremazia». A tal fine e nonostante sia stata ormai assodata a più riprese da diverse commissioni ufficiali britanniche l'impossibilità tecnica di un'invasione del Regno Unito, lo stesso Esher ricorda al Primo Lord dell'Ammiragliato, Fisher, che i sotterfugi usati per ingigantire a dismisura la minaccia tedesca e l'invasione del Paese, sono pienamente morali e giustificati, poiché «la paura di un'invasione è il mulino di Dio che macina una marina di corazzate e tiene pronto alla guerra lo spirito del popolo inglese» (16).
Questa stessa «paura» induce lord Roberts a promuovere una campagna per l'introduzione della coscrizione obbligatoria, motivandola con uno studio «dettagliato» delle possibilità che i tedeschi avrebbero di compiere oltre Ma­nica attacchi e sbarchi a sorpresa (17).
Viene al contrario minimizzata la corsa al riarmo e la potenza navale già in atto del Regno Unito (18), in parte per quell'ipocrisia tipica dell'umanitarismo pietistico dell'uomo anglosassone, ma soprattutto perché è «necessario» impostare sempre nuove corazzate, nuovi incrociatori, nuovi sommergibili per far fronte all'espansionismo tedesco che ha assunto dal 1890 una nuova dinamica dimensione (19).
Come ha affermato nel 1868 Charles Dilke: «L'oceano è effettivamente proprietà britannica, se non sotto la forma di un possedimento assegnato al­l'Inghilterra da trattati o convenzioni, nel senso che esso è navigato e occupato dagli inglesi assai di più che da tutti gli altri popoli. In qualsiasi luogo una nave getti l'ancora, ivi si parla inglese. In qualsiasi porto del mondo che non sia soggetto alla sovranità di una particolare potenza, la lingua inglese, il commer­cio britannico e l'influenza britannica vi dominano [...] L'Impero britannico è, in breve, il possesso del mare. Finché durano le condizioni descritte, ogni paese dovrà subire l'influenza britannica in proporzione della sua accessibilità dal mare. Finché tali condizioni continuano l'Impero non può essere irreparabil­mente colpito».
Il dominio del mare, rileva trent'anni dopo anche Spenser Wilkinson, è l'effettiva chiave della storia inglese, unico vero aspetto irrinunciabile della po­litica che ogni governo inglese deve attuare, poiché «una carta geografica che voglia effettivamente indicare i limiti dell'Impero britannico dovrebbe conte­nere tutto il mare dipinto di rosso» (20).
E ora su tutto ciò grava, potenziale ma non meno reale, un «pericolo» sempre più grande. Alle sette fregate e quattro corvette corazzate di cui è dotata la Marina tedesca nel 1883, si sono venute infatti ad aggiungere nel 1889 le prime quattro navi da battaglia approvate dal Reichstag.
Il primo effettivo intervento tedesco nella politica Mondiale, l'azione di protesta dell'aprile 1895 contro le pretese che il Giappone ha rivolto alla Cina col trattato di Shimonoseki (21), e il memorandum dell'ammiragio von Knorr del novembre successivo, sono poi stati i passi preliminari della Legge Navale (Flottengesetz) approvata nel 1898, che per la prima volta nella storia della Germania prevede la formazione di squadre navali bilanciate, pianificate in un programma di costruzioni a lunga scadenza.
Guglielmo II si impegna personalmente per radicare e sviluppare nel popo­lo l'idea della potenza marittima lanciando parole d'ordine di portata decisiva, sostenendo attivamente l'azione della nuova Lega Navale tedesca. La costruzio ne della flotta diviene una grande intrapresa, economica ed ideale. A differenza che nell'esercito, in cui gli alti gradi militari sono monopolio pressoché esclusi­vo dell'aristocrazia prussiana, la flotta trova i suoi ufficiali principalmente nella borghesia, la quale, così come approva la politica mondiale dei suoi uomini di governo, si schiera subito in favore dello strumento che tale politica sostiene e rappresenta. Come rileva Martin Göhring: «Qui non le si contrapponeva alcu­no spirito di casta. Proprio il suo carattere nazionale diede a questa politica tutto il suo peso, tutto il suo mordente. Il programma per la flotta sostenuto da Tirpitz si compì gradualmente e le successive tappe della sua attuazione acquistarono un carattere così spiccatamente politico da non coincidere più con la politica del Reich come tale » (22).
Viene al contempo individuato l'avversario principale; con le lucide parole dell'ammiraglio Tirpitz, «per la Germania il nemico più pericoloso è oggi l'In­ghilterra, che è anche il nemico contro il quale oggi, più che contro qualunque altro, è necessario disporre di adeguate forze navali, come fattore politico di potere».
Poiché inoltre ogni tentativo di guerra al commercio appare senza speranza con un nemico così riccamente dotato di basi oltremare, «la flotta deve essere costruita in modo da poter spiegare il suo massimo potenziale militare tra Helgoland e il Tamigi», ed essere dotata quanto più possibile di navi da battaglia, più che di incrociatori, utili questi ultimi soprattutto come mezzi di interdizione delle rotte e di pattugliamento (23).
Il principio strategico che sta alla base della legge è che solo una battaglia decisiva, combattuta nel Mare del Nord, potrebbe consentire alla Germania una possibilità di vittoria strategica. La Hoch See Flotte viene quindi considera ta praticamente come fleet in being, flotta cioè che con la sua sola presenza dovrebbe tenere a rispetto il nemico. Non vengono previste né pianificate azio­ni di offesa diretta; il traffico mercantile viene ritenuto sicuro, protetto in caso di guerra dalle norme di diritto internazionale. Non una volontà ottusamente aggressiva, ma una teoria del «rischio calcolato» sta alla base della prima Leg­ge Navale, come della successiva del 1900: «La Germania deve possedere una flotta da battaglia di tale consistenza che, anche per il più potente avversario navale, una guerra comporterebbe rischi tali da rendere dubbia la supremazia di tale potenza» (24).
In quest'ottica - poi rivelatasi decisamente errata a causa della determina­zione britannica di annientare la Germania quale grande Potenza - vengono negli anni seguenti impostate le navi da guerra tedesche.
Approvata nel marzo 1898, la prima Legge Navale costituisce una sfida diretta alla teoria inglese del Two Power standard, secondo cui la flotta britan­nica deve essere superiore alle flotte delle due più forti potenze messe insieme. In realtà la capacità inglese di applicare tale teoria non è stata fino ad allora messa alla prova; la nuova situazione viene quindi recepita, da un Paese in netta decadenza (pur essendo quelli gli anni del massimo trionfo della Pax bri­tannica) come la minaccia mortale per un'egemonia acquisita nel corso dei se­coli e finora difesa con le unghie e coi denti dalle ambizioni di tutte le nazioni europee.
Come rileva Albrecht-Carrié: «L'intenzione tedesca era piuttosto quella di far rilevare all'Inghilterra il suo isolamento, con la conseguenza di indurla a sottrarsi a questa posizione stabilendo un legame più stretto con la Triplice Alleanza. La politica di indurre con intimidazioni altri ad accettare la propria amicizia non costituisce un monopolio tedesco, sebbene ricorra con sorpren­dente frequenza nella diplomazia tedesca dei due decenni precedenti la prima guerra mondiale. Il fatto dell'isolamento fece indubbiamente meditare gli in­glesi, ma [...] la reazione inglese fu in genere quella di un'intensa irritazione che non favorì i rapporti anglo-tedeschi».
Nonostante ciò, e nonostante la rozzezza di molti tentativi di intesa, «la prospettiva di un più stretto legame con l'Inghilterra, più o meno secondo le condizioni della Germania, fu quella perseguita con maggior serietà» (25).
Ma nessuna potenza dominante è disposta a cedere volontariamente la pro­pria posizione finché le circostanze non lo rendono inevitabile - e molte non lo fanno neppure in questo caso.
Anche nell'Inghilterra di quegli anni vengono messi in disparte o tacciati di connivenza col «nemico» i sostenitori della teoria «che il mondo era abba­stanza vasto, sia per il Regno Unito che per l'Impero Tedesco, e che quest'ulti mo poteva ottenere tutto ciò che voleva senza guerra», se il primo si fosse adattato a riconoscere come ormai indifendibili le sue pretese di egemonia mondiale. Ma per agire secondo tale convinzione erano necessarie larghezza di vedute, fede nella ragione umana, l'abbandono della fantasia di essere stati prescelti per l'eternità quali «unti del Signore», una maggiore sensibilità stori­ca delle nuove mutate proporzioni che andava assumendo l'Europa tutta nel contesto mondiale di fronte al sorgere minaccioso di nuove realtà estranee allo spirito e agli interessi europei, e che avrebbero col tempo scalzato non solo questa o quella singola nazione, ma l'intero continente. Questa sensibilità man­ca appunto all'Inghilterra di allora, questa sensibilità le mancherà a maggior ragione qualche decennio dopo, quando ha ormai preso corpo e vigore quella nuova realtà chiamata Occidente che ha distrutto gli ultimi residui ideali euro­pei presenti in un'Inghilterra ormai economicamente, finanziariamente e mili­tarmente dipendente dal più potente partner d'oltre Atlantico.
In ogni caso la percezione della propria decadenza (26) e della virtuale mi­naccia dell'espansione tedesca si salda in quegli anni ad una depressione dell'e­conomia britannica, che soprattutto nel periodo 1894-1898 va causando ondate di scioperi e di agitazioni in tutto il Paese, mentre da parte della stampa « a un soldo » e di altri libellisti l'attenzione nazionale viene polarizzata sulla concor­renza commerciale tedesca.
Nel 1896 un libro del giornalista Edward Williams, dal titolo Made in Ger­many contribuisce efficacemente a diffondere in ogni strato sociale il timore per l'ascesa industriale e commerciale tedesca.
Altri primati cadono l'anno seguente, assumendo agli occhi della gente co­mune quasi il ruolo di monito, quando il transatlantico tedesco Kaiser Wilhelm der Grosse riesce a strappare il Nastro Azzurro dell'Atlantico ai piroscafi bri­tannici.
A fine secolo sorgono inoltre acuti i contrasti anglo-tedeschi per la questio­ne boera, mentre più pressanti si fanno nel Regno Unito le impressioni che la Pax britannica sia insidiata da un nemico subdolo e disposto a tutto.
Un ulteriore passo rivelatore della crescente ostilità è rappresentato dalla decisione della Conferenza coloniale britannica, che ha luogo durante il giubi­leo del 1897, di denunciare il trattato commerciale stipulato trent'anni prima con lo Zollverein e che regola ancora i rapporti commerciali con il Reich. La pratica esclusione della Germania dal mercato canadese mediante l'erezione di barriere doganali è recepita come uno schiaffo dal governo tedesco, che reagi­sce ammonendo che il trattamento preferenziale dell'Inghilterra in Germania avrebbe potuto essere revocato se altri paesi dell'Impero britannico avessero seguito l'esempio del Canada.
Tale moderata e più che ovvia presa di posizione provoca subito farisaici scoppi d'ira: mentre prendono corpo progetti per adottare in tutto l'Impero un trattamento di esclusione delle merci tedesche e viene varata la legge sul mar chio di fabbrica [made in ...] per identificare con sicurezza le merci di prove­nienza estera, è proprio il Times che definisce le ventilate contromisure germa­niche «una minacciosa interferenza negli affari interni dell'Impero che va al di là della sfera commerciale».
Gli ribatte però Guglielmo II: «Adesso che Albione ha scoperto la supe­riorità dell'industria tedesca, il suo prossimo sforzo sarà diretto ad annientarla, e vi riuscirà certamente se noi non sapremo prevenirla costruendo con rapidità ed energia una forte flotta» (27).
La vera rottura del precario equilibrio navale anglo-tedesco, già incrinato dalle Leggi Navali del 1898 e del 1900, avviene però nel 1904, quando l'Inghil­terra inizia a progettare segretamente la prima di una serie di navi da battaglia, alle quali la capostipite avrebbe poi dato il nome: Dreadnought, l'Intrepida, che, impostata a Portsmouth il 2 ottobre 1905 e varata il 10 febbraio 1906, viene resa operativa a tempo di record entro la fine dell'anno.
Con dislocamento di 18.000 tonnellate, corazzata monocalibra, spinta da turbine a vapore alimentate da olio combustibile anziché da carbone, tale gioiello dell'ingegno europeo dà il via ad una corsa al riarmo sempre più frene­tica, che giungerà a contare, allo scoppio della guerra e presso tutte le marine militari, ben 147 corazzate approntate o in via di allestimento.
Al volgere del secolo muta inoltre la composizione sociale della dirigenza britannica.
Ad aristocratici cosmopoliti, scettici ed esperti, conoscitori dell'Europa e della sua storia, profondamente diffidenti verso le mire della Russia zarista, qua­li Disraeli, Salisbury, Rosebery, Morley, Milner, subentrano, quali esponenti del liberalismo postgladstoniano, avvocati di estrazione borghese quali Asquith, demagoghi radicaleggianti quali Lloyd George, giornalisti autodidatti dal temperamento instabile quali Winston Churchill (che riesce in progressione ad as­sumere la carica di ministro degli interni, di ministro del commercio, e, dal 1911 al 1915 di Primo Lord del Mare), signorotti di campagna quali Edward Grey, uomini tutti con una vaga concezione della storia universale, qualcuno certo onesto ma con un orizzonte più che limitato degli immensi problemi che vanno accumulandosi, molti inclini ad assecondare avventatamente lo spirito germano­fobo dell'epoca, tutti incapaci di guidare l'Inghilterra all'accettazione di una nuova realtà e di un ruolo storico più circoscritto e partecipe del bene comune europeo.
Anche nel Foreign Office acquista peso sempre maggiore un gruppo di fun­zionari filofrancesi (Francis Bertie, Charles Hardinge, Louis Mallet, William Tyrrell, Eyre Crowe, Arthur Nicolson) protetti da Edoardo VII, del quale sono a tutti noti i contrasti e l'antipatia personale, del resto ricambiata, per il nipote, l'imperatore di Germania Guglielmo II (28).
Linea direttiva della politica britannica dopo il 1900 diviene perciò l'abban­dono dello «splendido isolamento», la ricerca di alleanze, il consolidamento (containment o Eindammung) di un blocco di Potenze intorno all'avversario principale, e se di questo blocco si prevede debba far parte la Russia, ebbene, nessuna concessione sarà mai tanto gravosa pur di ottenerne l'appoggio (29).
Non viene al contrario neppure presa in considerazione la possibilità di scendere a patti con la Germania allo scopo di migliorare la situazione europea; come afferma sir Eyre Crowe nel 1906, l'Inghilterra deve accogliere gli approcci tedeschi «con immutabile cortesia e considerazione, in tutte le questioni di comune interesse, ma anche con un pronto e netto rifiuto a partecipare a qual­siasi proposta o accomodamento unilaterale», poiché la Germania, pur non necessariamente mirando a «una generale egemonia politica o a una suprema­zia navale» avrebbe indubbiamente colto ogni occasione per estendere la sua influenza, di modo che, a lungo andare sarebbe diventata una formidabile minaccia, non meno che se questo fosse stato il suo esplicito disegno (30).
Nel gennaio dell'anno seguente lo stesso Crowe torna a sottolineare che «una supremazia marittima tedesca deve essere considerata incompatibile con l'esistenza dell'impero britannico, e anche se tale impero scomparisse, l'unione della maggiore potenza militare con la maggiore potenza navale in uno stesso Stato costringerebbe il mondo ad unirsi per liberarsi di tale incubo» (31).
Ribadirà quattro anni dopo Lloyd George, in occasione della seconda crisi marocchina, dopo avere istigato la Francia a rigettare ogni proposta tedesca di accomodamento ed essersi opposto con tutte le sue forze al possibile stabilimento di una base tedesca sulla costa del Marocco - dopo avere virtuosamente affermato la necessità di comporre le dispute internazionali senza ricorrere alle armi -: «Se ci mettessero di fronte a una situazione in cui la pace potesse essere salvata solo con la rinuncia alla grande e provvida posizione che la Gran Bretagna si è conquistata con secoli di eroismo ... allora io dico solennemente che una pace a questo prezzo sarebbe intollerabile» (32).
L'Entente cordiale dell'aprile 1904 ha trascinato intanto con sé, dopo con­trasti secolari, l'avvicinamento anglo-russo, ufficialmente ratificato nell'agosto 1907 con gli accordi concernenti la creazione di regioni cuscinetto a controllo degli accessi al subcontinente indiano dal Tibet, dall'Afghanistan e soprattutto dalla Persia, che viene divisa, a similitudine di quanto verrà fatto nel corso del secondo conflitto mondiale, in due zone di influenza, inglese a sud e russa a nord, separate da una zona neutra al centro.
Sconfitta dai giapponesi nel 1905, la Russia ha infatti abbandonato i pro­getti di espansione in Manciuria e in Corea rivolgendo ad occidente la sua at­tenzione e trovando nel groviglio balcanico il terreno adatto a provocazioni e l'occasione per reinserirsi attivamente nella grande politica europea.
Legato strettamente alla Francia da prestiti finanziari (33) e dalla costruzio­ne di una nuova rete ferroviaria a fini strategici a ridosso dei suoi confini occi­dentali, l'Impero zarista viene negli anni successivi progressivamente aumentan do la consistenza del suo già grande esercito (34), acquisendo di conseguenza quell'ingannevole senso di crescente superiorità che sarà una delle cause prime, immediate, del conflitto mondiale.
Opportunamente dimenticato lo schiaffo infertole dalla Gran Bretagna con l'alleanza anglo-nipponica del gennaio 1902 (35) che ha operato in esclusiva fun­zione antirussa e che ha permesso al Giappone di iniziare la marcia verso lo status di potenza mondiale; sconvolta dalla Prima Rivoluzione e dal crescente terrorismo anarchico e bolscevico ché trascina con sé repressioni sempre più ampie; agitata da riforme agrarie e dallo scioglimento ripetuto delle Dume; la Russia cerca una via di scampo ai gravissimi problemi interni in un azzardato rilancio della politica estera in chiave antigermanica e antiasburgica.
Le guerre balcaniche del 1912 e del 1913, precedute dalla sconfitta subita dalla Turchia in Libia ad opera dell'Italia, si sono infine concluse con un ingran­dimento della Serbia, uscitane raddoppiata nel territorio ed ingigantita nelle ambizioni. Il panslavismo russo trova ora un più fermo punto di appoggio per la sua politica. A stento vengono domati dall'Austria-Ungheria e dalla Germania, affian­cate in qualche occasione dall'Italia e ancora dall'Inghilterra, gli incendi appic­cati dalla Serbia all'Albania, appetito sbocco sull'Adriatico.
Già nel novembre 1912 truppe serbe installatesi in territorio albanese ven­gono fatte sloggiare; sei mesi dopo identica reazione suscita l'occupazione di Scutari da parte di forze montenegrine. Nuova aggressione serba nell'autunno del 1913, con invasione dell'Albania settentrionale. Nuovo ultimatum austriaco, sostenuto da tutte le Potenze europee. Nuovo sgombero del territorio.
Contemporaneamente si riesce a stento ad evitare un'analoga invasione serba del Montenegro, stato sovrano. Ora la Russia soffia sul fuoco in maniera sempre più insistente e scoperta. Con lo sfacelo della potenza ottomana è sem pre più vicina la marcia verso gli Stretti, oltre gli Stretti. La difesa delle Bocche del Danubio, come della Turchia, dalle mire zariste, secolare cardine della poli­tica inglese, è ormai passata in secondo piano. Si fa anzi più forte in Inghilterra la convinzione che un gendarme russo ai Dardanelli, oltretutto in cambio di un allentamento della pressione esercitata sulla Persia e sull'India, non risultereb­be poi troppo sgradito.
La minaccia mediterranea che la Russia potrebbe in tal modo portare alla via britannica verso l'Impero è ormai considerata in deciso subordine a quella rappresentata dalla politica navale tedesca.
Spesso velleitaria e impulsiva, propria di una giovanile e poco controllata esuberanza, arrogante e profondamente convinta di una propria missione di civiltà, impaziente di essere riconosciuta propria di una grande potenza, consapevole di essersi guadagnata un posto che potenze più antiche sono riluttanti a riconoscerle, e perciò assai sensibile e diffidente, pronta a vedere dei torti an­che dove non esistono, la politica della Germania si svolge tuttavia ancora alla ricerca di una intesa anglo-tedesca, cosciente del pericolo rappresentato per l'Europa tutta dall'immenso Impero russo e dal sorgere delle nuove realtà ex­traeuropee degli Stati Uniti e del «pericolo giallo» rappresentato da Cina e Giappone (36).
Mezzo per ottenere l'accordo è stato ritenuto dall'impetuoso Tirpitz essere il balenio della minaccia; il potere della Hoch See Flotte è stato visto soprattut­to come fattore politico, la sua dispendiosa costruzione come «rischio calcolato» per premere sull'Inghilterra, in verità in modo talora incongruo e dissocia­to, alla ricerca di un accomodamento e di una riconciliazione. L'espansione della flotta da guerra non è stata, primariamente, che un mezzo per fare accet­tare all'Inghilterra la presenza e l'egemonia tedesca sul continente europeo, la parità tra le due nazioni nel mondo.
Ma la pressione ha avuto effetti opposti e, mentre in Germania il popolo tutto prende coscienza dell'accerchiamento [Einkreisung] in cui è venuto a ca­dere, il Regno Unito si irrigidisce e con l'ammiraglio Fisher viene prendendo in sempre maggiore considerazione l'ipotesi di una guerra preventiva con la distru­zione a sorpresa della flotta tedesca (37).
Lo scendere a patti con la Germania comporterebbe d'altra parte per l'In­ghilterra la perdita dell'alleanza con la Francia, divisa e combattuta tra l'umilia­zione per la sconfitta del 1870, la paura del potente vicino, la rabbia frustrata e il desiderio di revanche.
E con la Francia - con la quale già dal gennaio 1906 si tengono discussioni e si stringono accordi militari, con la quale nel 1912 si sono riorganizzate le flotte e si è definita una strategia comune con la dislocazione delle navi britanniche in Atlantico e delle francesi nel Mediterraneo - si allontanerebbe la Russia, con essa strettamente legata da concezioni strategiche e da un ferreo, automatico patto di alleanza.
Vista l'impossibilità di una simile alternativa, mentre un malessere sottile e una sensazione di declino si diffondono in strati sempre più ampi del Paese, l'Inghilterra sceglie la strategia definitiva: guerra preventiva, «colpire per pri­mi, colpire duro e continuare a colpire»; politica del blocco navale totale della nazione avversaria, anche in contrasto con gli accordi internazionali da pochi anni sottoscritti; lunga guerra di usura, resa possibile dall'immenso retroterra dell'Impero e dal sicuro appoggio dell'altro grande Paese anglosassone, quegli Stati Uniti d'America «di cui tutti gli inglesi potevano essere fieri», parte solidale e poderosa della Più Grande Britannia (38).


Gianantonio Valli

- La coscienza dell'impero. Ascesa e declino dell'Europa di mezzo (3)


(1) Già Nietzsche rilevava la «prodigiosa assenza di spiritualità» del modo di vita america­no che cominciava a contagiare la vecchia Europa (La gaia scienza, Adelphi, 1965, pp. 189-190) e l'avanzare di «una nuova flora e fauna di esseri umani che non possono allignare in età più salde, più limitate - oppure vengono lasciare "in basso", colpite dal bando e dal sospetto d'infamia» (ibidem, pp. 224-226). «Costoro appartengono, per dirla chiaro e tondo, ai livellatori, questi falsamente detti "spiriti liberi" - in quanto non sono che schiavi, loquaci e abili di penna, del gusto democratico e delle sue "idee moderne"; tutti quanti uomini senza solitudine, goffi giovanotti dabbene cui non si può negare il coraggio né costumi rispettabili, salvo il fatto che sono appunto non liberi e ridicolamente superficiali, soprattutto per la loro tendenza fondamentale a vedere nelle forme della vecchia società sino a oggi esistente la causa di ogni umana miseria e fallimento; per cui la verità si trova felicemente capovolta!» (Al di là del bene e del male, Adelphi, 1976, pp. 48-51).

Al contrario l'uomo divenuto libero, che sente e possiede la volontà di essere auto-responsa­bile, non potrà far altro, necessariamente, che calpestare «la spregevole sorta di benessere di cui sognano i mercanti, i cristiani, le mucche, le femmine, gli Inglesi e gli altri democratici» (Crepusco­lo degli idoli, Adelphi, 1975, p. 138).

A tutti costoro Nietzsche pone l'obiezione fondamentale: “Ti proclami libero? Il tuo pensiero dominante voglio udire da te, non che ti sei sottratto al giogo. Sei poi uno che aveva il diritto di sottrarsi al giogo? Taluni buttarono via l'ultimo loro valore, buttando via il loro assoggettamen­to". Cinquant'anni prima Heinrich Heine, poeta tedesco-ebraico, aveva definito l'America «la gran stalla della libertà, abitata da liberi tangheri». «Stanco di Europa», spirito inquieto ed instabile, emigrato nel 1830 negli Stati Uniti, aveva scritto a un amico, prima della partenza: «O dovrò andare in America, questa mostruosa prigione della libertà, dove catene invisibili mi preme­rebbero più dolorosamente di quanto non farebbero, in patria, quelle visibili, e dove, ad esercitare il suo duro dominio, è il più ripugnante di tutti i tiranni, la plebe! Tu sai quali sono le mie idee su quella terra maledetta, che una volta amavo, quando non la conoscevo ... O libertà! Sei un brutto sogno!» cfr. GROH D., La Russia e l'autocoscienza d'Europa, Einaudi, 1980, pp. 215-216.

(2) Avendo per prima percorso la via dell'industrializzazione tenendo nelle mani il più vasto impero della storia e sfruttando la sua eccezionale posizione nel commercio mondiale, l'Inghilterra mette ora a frutto le incalcolabili ricchezze accumulate nel corso dell'ultimo secolo.

La massima parte di tali capitali prende presto la via dell'investimento internazionale in paesi diversi: in primo luogo i territori dell'Impero, cui al volgere del secolo tocca circa un terzo del totale; gli Stati Uniti poi, con percentuali oscillanti dal 27% del 1870 al 21% del 1914 (ma con investimenti più che quadruplicati - in valore reale - rispetto al livello del 1870).

Tra il 1860 e il 1880, inoltre, è di provenienza britannica più della metà del capitale investito nelle ferrovie statunitensi.

A fronte di tali esportazioni di capitali, che torneranno utili per i condizionamenti politici che sapranno creare, sta la decadenza relativa dell'industria britannica, bloccata dall'uso di vetusti im­pianti rinnovantisi con estrema lentezza.

La fame di capitali dell'economia tedesca vieta invece forti investimenti all'estero per concen­trarli soprattutto sulla ricerca e sulla modernizzazione dell'industria germanica ed austro-ungarica. Nel decennio 1905-1914, a fronte di una media patologica del 53% britannico, sta per la Germania un tasso di investimento estero inferiore al 6%.

Per una panoramica complessiva cfr.: FEIS H., Finanza internazionale e stato. Europa ban­chiere del mondo - 1870-1914, Etas libri, 1977.

(3) Benché singoli ebrei siano presenti in America già dalla metà del Seicento e costituisca­no parte attiva dei circoli rivoluzionari e massonici al tempo della Rivoluzione Americana, primi consistenti gruppi ebraici giungono nel Nuovo Continente, dalla Germania e dall'Inghilterra, sol­tanto agli inizi dell'Ottocento e si stanziano soprattutto nella regione di Cincinnati, Ohio.

Nel 1839 viene fondato un Board of Delegates of American Israelites, potente centrale di propaganda e di azione politica, che sarà seguita nel 1898 dalla Federation of American Zionists e nel 1906 dall'American Jewish Committee.

Col 1880 ha inizio una calata in massa dalla Russia di ebrei che, quasi per reazione alla sottomissione e alle persecuzioni subite, portano non solo l'usuale spirito commerciale e speculativo unito al tradizionale vittimismo, ma soprattutto un'accentuata ed orgogliosa volontà di lotta politi­ca.

Disertando le campagne, si addensano nelle grandi città affaristiche della costa atlantica: New York (presenti in 60.000 nel 1880, passano a 1.500.000 nel 1914), Filadelfia, Baltimora, Boston, incontrando un'atmosfera spirituale e ideologica loro affine, col rigorismo biblico-calvinista e la convinzione puritana di rappresentare il «popolo eletto» propria dei discendenti dei Padri Pelle­grini e delle prime sette battiste.

Dal 1885 al 1910 vengono fondati un centinaio di giornali in lingua yiddish, mentre aumenta la loro influenza nella stampa e nelle attività teatrali e cinematografiche, nel commercio e nella finan­zia, nelle banche e nella grande industria.

Lo spirito che li anima è ben compendiato da quanto lo scrittore Abraham Cahan, direttore dell'«Jewish Daily Forward», mette in bocca al protagonista di un suo racconto: «È un paese dove si fanno affari, mica come in Europa, eh no, signore e signori! L'Europa non è all'altezza dell'America, quanto a proprietà immobiliare, a concorrenza e a pinnacolo. E poco che sono in questa attività, ma ho già fatto a pezzi tutti i miei concorrenti», cfr. HOWE I., La terra promessa. Ebrei a New York, Edizioni di Comunità, 1984, p. 168.

Nel 1818 gli ebrei negli USA sono 3.000; 50.000 nel 1848; 230.000 nel 1880; 940.000 nel 1897; oltre due milioni nel 1910; tre milioni nel 1914.

(4) Termine americano col significato di «crogiolo», sentina in cui vengono (o dovrebbero venire) a fondersi - secondo l'aspirazione universalistica dello gnosticismo cristiano laicizzato nel progetto razionalistico di ascendenza illuministicolmassonica - etnie e ideologie dissolvendo ogni loro specificità culturale e razziale per far nascere l'american dream e l'american way of life.

Per la genesi storica della Nuova Società e del nuovo tipo umano americano rimandiamo a: MILLER J.C., Origini della Rivoluzione Americana, due volumi, Mondadori, 1965; HOFSTADTER R., L'America coloniale, Mondadori, 1983; HANDLIN O. e L., Gli americani nell'età della rivoluzione 1770-1787, Il Mulino, 1984, specie alle pp. 169-188 e 237-252; oltre che al classico TOCQUEVILLE A., La democrazia in America, Rizzoli, 1982. Sintetiche considerazioni globali imprescindibili in BONATESTA A., La nascita degli Stati Uniti d'America, in «L'Uomo libero» n. 12, 1982 e soprattutto nello splendido saggio: GOZZOLI S., L'incolmabile fossato, in « L'Uomo libero » n. 19, 1984.

(5) Per il concetto di « Sistema » e di « Occidente » ai nostri giorni, cfr. DE BENOIST A. - LOCCHI G., Il male americano, Akropolis, 1978; FAYE G., Il sistema per uccidere i popoli, Edizioni dell'Uomo libero, 1983; FAYE G., Contro l'idea di Occidente, in «Elementi», n. 1, 1982.

II termine yankee, originariamente indicante i discendenti della seicentesca migrazione purita­na nelle colonie del New England (New Hampshire, Massachusetts, Rhode Island, Connecticut) passò poi ad indicare il tipo umano di tutti gli stati nordorientali dell'Unione (i nominati, più New York, New Jersey, Pennsylvania, parte del Delaware e del Maryland) e, più in generale, la popola­zione nordista nella Guerra Civile americana.

(6) Cfr. le profonde osservazioni dell'ottimo LURAGHI R., Storia della guerra civile america­na, Einaudi, 1967, pp. 88-103 e 1279-1291, e le considerazioni di ordine generale alle pp. XXVII­XXXI. Inoltre l'agile e fervido VENNER D., Il bianco sole dei vinti, Akropolis, 1980.

(7) Vigorosa personalità, per più versi contraddittoria, Carlyle (1795-1881) storico e lettera­to di stampo «plutarchiano», intese farsi il difensore dei valori dello spirito e di una aristocratica concezione della vita come creazione individuale, di contro agli ideali democratici della nuova so­cietà industriale, pur riallacciandosi alla tradizione di pensiero più incisiva dell'Inghilterra moderna, e cioè il puritanesimo. Ricordiamo di lui le sprezzanti definizioni date della Camera dei Comuni come di «una bottega di chiacchiere, inabile a governare»; della democrazia, come di «una assurdità in una comunità sociale in cui gli sciocchi costituiscono la maggioranza»; e della pietà evangelica come di «una misera creatura che si riveste di vecchi panni ebraici smessi perché da tempo logori». Quanto alle concezioni evoluzionistiche darwiniane e spenceriane «solo dalle au­tentiche scimmie - diceva - possono permettere ad una tale idea di penetrare nel loro cervello».

(8) Cfr. BARIÉ O., Idee e dottrine imperialistiche nell'Inghilterra vittoriana, Laterza, 1953, pp. 90, 284, 244, 301.

(9) Cfr. BARIÉ O., op. cit., pp. 268.

(10) Rileva al proposito ALBRECHT-CARRIÉ R., Storia diplomatica d'Europa 1815-1968, La­terza, 1978, p. 171: «Del resto l'opinione pubblica poteva essere facilmente stimolata a esprimersi con forza su un determinato problema se le si presentava in modo semplicistico il problema stesso in colore bianco e nero, giusto e ingiusto, della giustizia verso il suo contrario, di un'aggressione che un paese straniero minacciava di compiere contro la patria. A questo punto la stampa assume­va considerevole importanza. Questa stampa godeva di una larga misura di libertà, ma molta parte di essa era controllata da una serie di interessi costituiti; i governi esercitavano spesso su di essa considerevole influenza, mentre una parte era semplicemente venale. L'argomento della necessità interna, genuino o artefatto, divenne uno strumento nell'arsenale della diplomazia».

Già nel 1876, ad esempio, l'opuscolo del liberale Gladstone Bulgarian Horrors aveva mobili­tato gli inglesi contro le «atrocità» compiute dall'«inqualificabile» turco, indegno di rimanere in Europa, presentando al contrario le truppe russe e la politica zarista verso gli Stretti in luce netta­mente favorevole, mettendosi così in netta contrapposizione con la politica ufficiale inglese dell'e­poca, condotta da Disraeli e Salisbury.

(11) Cfr. GöHRING M., Da Bismarck a Hitler, Cappelli, 1964, p. 58.

(12) Ci sembra a questo punto opportuno riportare le considerazioni di Bismarck a proposi­to di uno dei tratti meno amabili della psiche germanica: «È sempre stato un errore dei tedeschi di volere tutto o niente e d'irrigidirsi unilateralmente in un determinato metodo», in GöHRING M., op. cit., p. 65.

(13) Similare «evoluzione» si verifica anche oltre oceano, e capifila del nuovo giornalismo «d'assalto» sono Joseph Pulitzer e i periodici del gruppo Hearst: «Tra il 1880 e il 1890 negli Stati Uniti fece apparizione quella che fu definita "stampa gialla" [dal colore della carta della massima parte dei giornali n.d.A.], caratterizzata da titoli di scatola, molte fotografie, ostentata crociata per le cause cosiddette popolari, racconti fantascientifici e supplemento domenicale con storielle a fumetti. Questo tipo di pubblicazioni contribuì ad aizzare il popolo americano contro la Spagna ed ebbe una precisa responsabilità nello scoppio della guerra per Cuba», cfr. SILVESTRI M., La decadenza dell'Europa occidentale, vol. I, Einaudi, 1977, p. 240.

(14) Cfr. BALFOUR M., op. cit., p. 332

(15) Cfr. AA.VV., Storia d'Italia e d'Europa, vol. 7°, Tomo I°, Jaca Book, 1983, p. 27.

(16) Cfr. BALFOUR M., op. cit., pp. 349-350. Già nel 1871 furono diffusi, in conseguenza della vittoria tedesca sulla Francia, numerosi opuscoli contenenti racconti immaginari, in prosa e in versi, che miravano ad attirare l'attenzione sulla possibilità di un'invasione dell'Inghilterra da parte del Reich. Il più noto, La battaglia di Dorking del colonnello Chesney, fu poi ristampata all'inizio della prima guerra mondiale. Nel solo 1871 si possono contare una ventina di pubblicazioni similari, a testimonianza, ripetiamo, dell'enorme impatto, sulla pubblica opinione britannica, della sconfitta della Francia e della fondazione del nuovo Impero germanico. Cfr. BARIE’ ., op. cit., pp. 117-119. A tale proposito rileverà Guglielmo II, in una lettera a lord Tweedmouth, primo lord dell'Ammira­gliato nel 1908: «Le vostre continue allusioni al "pericolo tedesco" sono assolutamente indegne della grande nazione britannica, con il suo impero mondiale e la sua flotta almeno cinque volte superiore numericamente a quella tedesca. C'è qualcosa di comico in tutto ciò ... Altri paesi po­trebbero facilmente concludere che la Germania è eccezionalmente forte, dal momento che sembra poter terrorizzare la Gran Bretagna che le è cinque volte superiore». Cfr. BALFOUR M., op. cit., p. 368.

(17) Nello stesso tempo la Francia, per sopperire allo scarso gettito della leva militare, con­seguenza del ristagno demografico nazionale, porta la ferma di terra da due a tre anni.

(18) Ancora nel 1896 la Marina inglese può contare su 33 navi da battaglia contro 6 della Germania, e su 130 incrociatori contro 4.

Alla vigilia della grande guerra, nel 1914, i bilanci delle otto maggiori marine, arrotondati e portati in valuta italiana, raggiungono questa consistenza (in milioni di lire): Inghilterra 1.300, Stati Uniti 722, Russia 690, Francia 634, Germania 580, Giappone 250, Italia 228, Austria-Ungheria 196. Limitando i confronti alle marine europee, e per blocchi di alleanza, abbiamo: Intesa 2.624, Tripli­ce Alleanza 1.004 (ma Imperi Centrali solo 776). Cfr. AA.VV., Storia della marina, vol. III, Fabbri, 1978, pp. 449-464.

Riportiamo poi alcuni dati sulla consistenza delle varie flotte al momento dell'entrata in guer­ra delle diverse nazioni, da cui si può scorgere come l'Inghilterra, già in notevole vantaggio nel 1906, abbia ulteriormente accresciuto il divario con la Germania negli otto anni seguenti (fonte: SILVESTRI M., op. cit., p. 182):

NAVI DA BATTAGLIA PRIMA DEL 1906NAVI DA BATTAGLIA O INCROCIATO-

RI COSTRUITI DOPO IL 1906INCROCIATORISOMMERGIBILITONNELLAGGI TOTALIInghilterra402899783.160.000Germania221841281.670.000Stati Uniti1917301011.660.000Giappone1591820940.000Francia1072854860.000Russia1061634750.000Italia452020510.000Austria-Ungheria851218500.000

(19) Il 1890 è anche l'anno della pubblicazione negli USA del volume di Alfred Thayer Mahan «The influence of sea power on history», che raccoglie le conferenze da lui tenute nel 1887 quale direttore della Scuola Navale di Guerra statunitense. Il concetto fondamentale dell'opera, che «il controllo dei mari era un fattore storico che non era mai stato sistematicamente apprezzato ed espresso», e che si era invece rivelato in tutta la storia come indispensabile per la vita e l'indipen­denza degli Stati, colpisce come una bomba gli ambienti navali e di governo di tutte le potenze europee.

Ricevuto in Inghilterra nel 1893 con onori senza precedenti, lo studioso americano viene poi accolto in Germania da Guglielmo II, al quale ha modo di illustrare direttamente le sue teorie. Da allora ogni nave della Marina tedesca avrà in dotazione una copia del libro di Mahan, mentre le copie personali dell'imperatore saranno ampiamente sottolineate e fitte di note marginali.

Anche in Giappone l'opera verrà adottata come libro di testo nelle scuole navali e militari, e tutti i libri successivi di Mahan verranno tradotti in giapponese.

(20) Cfr. BARIÉ O., op. cit., pp. 164 e 267. [«di rosso», poichè con tale colore nazionale venivano segnati i territori britannici sulle carte geografiche].

(21) Dalla vittoria nella guerra cino-giapponese del 1894-95, il Giappone ottiene Formosa e le isole Pescadores. La richiesta di Port Arthur e del suo retroterra viene resa nulla dall'opposizio­ne della Russia, affiancata dalla Germania e dalle altre potenze europee, Inghilterra esclusa. Mentre la Germania si fa parte attiva inviando l'intera squadra incrociatori dell'Estremo Oriente nelle acque del Mar Giallo e si prepara a sostenere la Russia anche con la forza, se necessario, al fine di evitare un protettorato nipponico sulla Cina del nord, l'Inghilterra inizia quell'avvicinamento al Giappone in funzione anti-russa che sfocerà nell'alleanza anglo-giapponese del 1902.

(22) RING M., op. cit., p. 81.

(23) Cfr. STEINBERG J., Il deterrente di ieri. Tirpitz e la nascita della flotta da battaglia tedesca, Sansoni, 1968, p. 146. Sulla politica di Tirpitz, cfr. pure RITTER G., op. cit., pp. 515-588. Per la sua personalità cfr. i giudizi espressi alle pp. 517-518: «Non fu un cortigiano né un adulato re, ma un uomo impegnato e profondamente compreso di zelo professionale, un funzionario della vecchia tradizione prussiana, che sempre si sforzò di convincere con argomenti oggettivi [...] Inol­tre, non condivise assolutamente le ambizioni di conquista dei suoi seguaci pangermanisti e si oppose con tanta fermezza alle eccessive richieste della Lega Navale, che nel 1905 fu giudicato in seno ad essa addirittura un "centrista", tanto che ruppe ogni legame tra il Ministero della Marina e la Lega stessa [...] Non ebbe mai di mira una guerra preventiva né un attacco alla flotta inglese: la nostra marina da guerra non avrebbe dovuto provocare una guerra ma al contrario - così Tirpitz sperò e dichiarò sempre - era suo compito impedire qualsiasi attacco inglese con la sua sola presen­za e imponenza».

(24) SILVESTRI M., op. cit., p. 168.

(25) ALBRECHT-CARRIÉ R., op. cit., p. 244 e 246.

(26) Cfr. le osservazioni in BARIÉ O., op. cit., p. 136-138 e 195-198 e in SILVESTRI M., op. cit., p. 174-178.

(27) BALFOUR M., op. cit., p. 277. In realtà fuori d'Europa l'Inghilterra mantiene in quegli anni una netta posizione di predominio. Nei principali mercati del Regno Unito le sue esportazioni sono dieci volte superiori a quelle della Germania e persino in Sud America sono, nel 1912, ancora più del doppio.

Le esportazioni britanniche di manufatti quasi raddoppiano nel periodo tra il 1901-1905 e il 1914, e ciò serve a equilibrare il fatto che le esportazioni tedesche sono più che raddoppiate nello stesso periodo.

(28) Giunto al trono a sessant'anni di età, alla morte della madre, la regina Vittoria, Edoar­do VII ha plasmato il suo stile di vita nei luoghi di soggiorno della Riviera francese e a Parigi. Tipico rappresentante della Belle Epoque, gaudente e buontempone, ama la Francia, ne assapora il fascino ed è di casa nei circoli della sua più esclusiva società. Istintivamente nemico della precipita­zione, dell'irruenza, della mancanza di savoir faire tedesca, considererà sempre quale sua personale missione l'adoperarsi per la riconciliazione tra Francia e Inghilterra, senza risparmiare al contrario di esprimere pubblicamente pesanti disapprovazioni e pungenti giudizi sulla Germania e sul suo imperatore.

(29) Si rovescia così completamente la pluridecennale politica dell'Inghilterra, tesa ad impe­dire l'arrivo della potenza russa ai mari caldi ed aperti e in special modo agli Stretti, chiave di volta di tutta la politica del Mediterraneo orientale e del Vicino Oriente (cfr. pure CATALUCCIO F., La questione degli Stretti, I.S.P.I., 1936). Ricordiamo i principali «altolà» inglesi imposti: 1) con la guerra di Crimea e col Congresso di Parigi (1855-56), in cui la Russia perde l'accesso al Danubio, la Turchia viene riconosciuta formalmente come membro di diritto della politica europea e posta sotto il protettorato comune anglo-franco-austriaco, e soprattutto viene smilitarizzato il Mar Nero (divie­to di mantenere naviglio pesante da guerra e di mantenere o costruire sulla costa arsenali militari); 2) con l'invio della flotta britannica a protezione degli Stretti nel 1877 e nel 1878, a tutela di Costan­tinopoli minacciata dalle forze russe. E in questa occasione che il deputato radicale Cowen dichiara che Pietroburgo è la sede di «pascià cristiani» altrettanto corrotti e crudeli di quelli musulmani di Costantinopoli, e biasima Gladstone perché «con la sua agitazione» paralizza l'azione del governo di fronte ad un pericolo nazionale; 3) con le decisioni del Congresso di Berlino (1878). Si canta allora «Noi non vogliamo giungere alla guerra ma, per Jingo!, se la volessimo fare abbiamo le navi / abbiamo gli uomini / abbiamo pure il denaro. Abbiamo lottato con l'Orso prima d'ora / e lotteremo / ma i russi non prenderanno Costantinopoli, / per Jingo!»; 4) con la crisi del 1885, dopo che i russi hanno sconfitto gli afghani a Pendjeh. Per l'occasione scrive Charles Dilke che, se non si fosse fermato lo zar, «gli infelici indiani avrebbero scoperto che esisteva una nazione capace di superare i tiranni orientali in corruzione, nello stesso modo in cui li supera per la forza brutale della crudeltà e dell'oppressione». Anche Kipling scriverà che: «Il russo è amabile finché si presenta per quello che è. Come orientale è affascinante, soltanto quando vuol essere considerato il più orientale dei popoli occidentali, invece del più occidentale dei popoli orientali diventa un'anomalia razziale assai difficile a trattare» cfr. BARIÉ O., op. cit., pp. 142, 143, 166, 291.

(30) Cfr. BALFOUR M., op. cit., p. 350.

(31) Cfr. ALBRECHT-CARRIE’ R., op. cit., p. 288.

(32) Cfr. WHITTLE T., L'ultimo Kaiser, Mursia, 1982, p. 315.

(33) Già nell'ottobre 1888 viene lanciato con grande successo a Parigi il primo prestito russo di 500 milioni di franchi. Ulteriori capitali si rendono poi disponibili per gli investimenti orientali in conseguenza della guerra doganale franco-italiana di quegli anni che ne arresta l'afflusso in Italia.

L'avvicinamento più propriamente politico tra Francia e Russia, potenze fino ad allora pro­fondamente divise dall'ideologia («L'atea Marianna e la Santa Russia si trovavano ai poli opposti quanto a mentalità») inizia nel 1890 con contatti di natura militare, quale conseguenza dei contrasti con l'Inghilterra - che ostacola entrambe in Africa e in Asia - e del mancato rinnovo del Trattato di Controassicurazione stipulato tre anni prima tra Russia e Germania. La visita di una flotta francese a Pietroburgo nel luglio del 1891 costituisce un'aperta manifestazione delle mutate condizioni dei rapporti fra i due paesi. Come rileva ALBRECHT-CARRIE R., op. cit., p. 238: «Alcu­ni aspetti di questa visita meriterebbero un commento umoristico, per esempio quello dello zar fermo sull'attenti mentre veniva suonato l'inno rivoluzionario della Repubblica atea - la proibi­zione di suonarlo in Russia venne temporaneamente sospesa -; tuttavia ciò diede all'atto un signi­ficato ancora maggiore».

Nel 1894 l'alleanza tra i due Paesi, formalizzata in una Duplice Intesa, permette un rapido sviluppo dell'industria e delle ferrovie russe con capitale francese, e l'inizio della politica di espan­sione in Estremo oriente, che porterà l'impero zarista a scontrarsi col Giappone dieci anni dopo.

Per le caratteristiche degli investimenti francesi all'estero, cfr. FEIS M., op. cit., pp. 48-53 e 128-131; e, per il caso particolare della Russia, pp. 169-187 e NOLDE B., L'alleanza franco-russa, I.S.P.I., 1940, pp. 520-531 e 621-623.

(34) Alla fine del 1913, in tempo di. relativa calma e in ogni caso di non mobilitazione, l'esercito russo è il più numeroso del continente, potendo schierare 1.440.000 uomini (a fronte dei 530.000 della Germania, dei 420.000 dell'Austria-Ungheria, dei 650.000 della Francia), che saliranno a oltre quattro milioni e mezzo con la mobilitazione generale dell'agosto 1914. Cfr. AROIOLAS T., La prima guerra mondiale, Ciarrapico, 1984, p. 55.

(35) L'accordo anglo-nipponico fu stipulato sulla base del comune interesse di contenere la Russia in Asia Orientale e nelle Indie e di essere vicendevolmente garantiti, anche se non appoggia­ti nel caso di un conflitto, contro terze potenze, nel caso specifico la Francia, stretta alleata russa. Cfr. DUCE A., op. cit., pp. 41-42.

(36) Ancora nel 1912, nonostante l'abbandono della «Teoria del rischio», dichiarato da Tirpitz al fine di conseguire un più favorevole rapporto di forze con l'Inghilterra, tale concetto strategico informa, per quanto modificato, le decisioni dei massimi responsabili della politica navale, allo scopo di un ultimo tentativo - sfruttando la minaccia di una più intensa competizione - per costringere il Regno Unito a mutare la sua politica estera.

Non del tutto esattamente (per quanto concerne il giudizio sulla strategia britannica che sarà pienamente chiara solo a posteriori) rileva al proposito l'ammiraglio von Capelle: «Nessuna delle due nazioni desidera la guerra. Noi non la desideriamo perché siamo militarmente i più deboli. L'Inghilterra non la desidera perché il rischio militare e politico è già troppo grande e la ragione per combattere non è comprensibile all'uomo della strada. La proporzione di due a uno, sulla quale insiste l'Inghilterra, la mette in una situazione peggiore della nostra per mantenere il passo nella competizione navale [...] Se la guerra e la competizione navale sono escluse, l'unica alternativa che rimane aperta all'Inghilterra è l'accordo. Non è a noi che viene forzata la mano, ma all'Inghilterra .. Noi abbiamo soltanto da aspettare pazientemente fin quando sarà approvata la nostra ultima legge navale. Nel corso dei prossimi anni l'Inghilterra dovrà certamente mettersi dalla nostra parte e contro la Francia, perché ciò è chiaramente nei suoi interessi. Un'alleanza con la Germania le restituirebbe di colpo la sua posizione di potenza mondiale e la completa sicurezza per mare e per terra [...] Se tale politica viene coronata da un'alleanza con l'Inghilterra che ci assicuri completa uguaglianza di diritti politici e militari, essa avrà conseguito il suo primo grande successo». Cfr. BALFOUR M., op. cit., pp. 419-420.

La terminologia «pericolo giallo» [das gelbe Gefahr] fu coniata a fine Ottocento da Gugliel­mo II, al quale si deve anche l'infelice monito di emulare «gli Unni» nel loro comportamento bellico indirizzato alle truppe tedesche alla fine del luglio 1900 al momento della loro partenza da Brema per la Cina, ove era stato assassinato l'ambasciatore germanico Ketteler nel corso della rivolta dei Boxer (monito e paragone che, come è noto, verranno ricordati ad abundantiam nel 1914 dalle potenze dell'Intesa).

(37) Così come nel 1807 l'Inghilterra di Pitt distrusse la flotta danese, neutrale, nel porto di Copenhagen, al solo sospetto di un'alleanza della Danimarca con l'Impero napoleonico. Così come farà nel luglio 1940 l'Inghilterra di Churchill nei confronti delle forze navali della Francia, ex alleata uscita dalla guerra il 25 giugno, bombardate a Mers-el-Kebir (Grano), Casablanca e Dakar.

(38) L'espressione «Più Grande Britannia» è quella del titolo del libro «Greater Britain», di Charles W. Dilke, edito a Londra nel 1868, opera fondamentale ed imprescindibile per focalizzare con estrema esattezza l'atteggiamentoi inglese nei confronti dell'Europa da un lato e degli Stati Uniti dall'altro. Cfr. BARIE’ O., op. cit., pp. 156-202.

Ovviamente la «vera» e «decisiva» motivazione dell'entrata in guerra dell'Inghilterra (le cui sacrosante ragioni saranno riconfermate dalle «mani mozzate» ai bambini belgi da parte degli unni germanici) sarà costituita nel 1914 dalla violazione del piccolo Belgio «neutrale».