| Di Gianantonio Valli - Numero 20 del 01/01/1985 |
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- La coscienza dell'impero. Ascesa e declino dell'Europa di mezzo (3)
(1) Già Nietzsche rilevava la «prodigiosa assenza di spiritualità» del modo di vita americano che cominciava a contagiare la vecchia Europa (La gaia scienza, Adelphi, 1965, pp. 189-190) e l'avanzare di «una nuova flora e fauna di esseri umani che non possono allignare in età più salde, più limitate - oppure vengono lasciare "in basso", colpite dal bando e dal sospetto d'infamia» (ibidem, pp. 224-226). «Costoro appartengono, per dirla chiaro e tondo, ai livellatori, questi falsamente detti "spiriti liberi" - in quanto non sono che schiavi, loquaci e abili di penna, del gusto democratico e delle sue "idee moderne"; tutti quanti uomini senza solitudine, goffi giovanotti dabbene cui non si può negare il coraggio né costumi rispettabili, salvo il fatto che sono appunto non liberi e ridicolamente superficiali, soprattutto per la loro tendenza fondamentale a vedere nelle forme della vecchia società sino a oggi esistente la causa di ogni umana miseria e fallimento; per cui la verità si trova felicemente capovolta!» (Al di là del bene e del male, Adelphi, 1976, pp. 48-51).
Al contrario l'uomo divenuto libero, che sente e possiede la volontà di essere auto-responsabile, non potrà far altro, necessariamente, che calpestare «la spregevole sorta di benessere di cui sognano i mercanti, i cristiani, le mucche, le femmine, gli Inglesi e gli altri democratici» (Crepuscolo degli idoli, Adelphi, 1975, p. 138).
A tutti costoro Nietzsche pone l'obiezione fondamentale: “Ti proclami libero? Il tuo pensiero dominante voglio udire da te, non che ti sei sottratto al giogo. Sei poi uno che aveva il diritto di sottrarsi al giogo? Taluni buttarono via l'ultimo loro valore, buttando via il loro assoggettamento". Cinquant'anni prima Heinrich Heine, poeta tedesco-ebraico, aveva definito l'America «la gran stalla della libertà, abitata da liberi tangheri». «Stanco di Europa», spirito inquieto ed instabile, emigrato nel 1830 negli Stati Uniti, aveva scritto a un amico, prima della partenza: «O dovrò andare in America, questa mostruosa prigione della libertà, dove catene invisibili mi premerebbero più dolorosamente di quanto non farebbero, in patria, quelle visibili, e dove, ad esercitare il suo duro dominio, è il più ripugnante di tutti i tiranni, la plebe! Tu sai quali sono le mie idee su quella terra maledetta, che una volta amavo, quando non la conoscevo ... O libertà! Sei un brutto sogno!» cfr. GROH D., La Russia e l'autocoscienza d'Europa, Einaudi, 1980, pp. 215-216.
(2) Avendo per prima percorso la via dell'industrializzazione tenendo nelle mani il più vasto impero della storia e sfruttando la sua eccezionale posizione nel commercio mondiale, l'Inghilterra mette ora a frutto le incalcolabili ricchezze accumulate nel corso dell'ultimo secolo.
La massima parte di tali capitali prende presto la via dell'investimento internazionale in paesi diversi: in primo luogo i territori dell'Impero, cui al volgere del secolo tocca circa un terzo del totale; gli Stati Uniti poi, con percentuali oscillanti dal 27% del 1870 al 21% del 1914 (ma con investimenti più che quadruplicati - in valore reale - rispetto al livello del 1870).
Tra il 1860 e il 1880, inoltre, è di provenienza britannica più della metà del capitale investito nelle ferrovie statunitensi.
A fronte di tali esportazioni di capitali, che torneranno utili per i condizionamenti politici che sapranno creare, sta la decadenza relativa dell'industria britannica, bloccata dall'uso di vetusti impianti rinnovantisi con estrema lentezza.
La fame di capitali dell'economia tedesca vieta invece forti investimenti all'estero per concentrarli soprattutto sulla ricerca e sulla modernizzazione dell'industria germanica ed austro-ungarica. Nel decennio 1905-1914, a fronte di una media patologica del 53% britannico, sta per la Germania un tasso di investimento estero inferiore al 6%.
Per una panoramica complessiva cfr.: FEIS H., Finanza internazionale e stato. Europa banchiere del mondo - 1870-1914, Etas libri, 1977.
(3) Benché singoli ebrei siano presenti in America già dalla metà del Seicento e costituiscano parte attiva dei circoli rivoluzionari e massonici al tempo della Rivoluzione Americana, primi consistenti gruppi ebraici giungono nel Nuovo Continente, dalla Germania e dall'Inghilterra, soltanto agli inizi dell'Ottocento e si stanziano soprattutto nella regione di Cincinnati, Ohio.
Nel 1839 viene fondato un Board of Delegates of American Israelites, potente centrale di propaganda e di azione politica, che sarà seguita nel 1898 dalla Federation of American Zionists e nel 1906 dall'American Jewish Committee.
Col 1880 ha inizio una calata in massa dalla Russia di ebrei che, quasi per reazione alla sottomissione e alle persecuzioni subite, portano non solo l'usuale spirito commerciale e speculativo unito al tradizionale vittimismo, ma soprattutto un'accentuata ed orgogliosa volontà di lotta politica.
Disertando le campagne, si addensano nelle grandi città affaristiche della costa atlantica: New York (presenti in 60.000 nel 1880, passano a 1.500.000 nel 1914), Filadelfia, Baltimora, Boston, incontrando un'atmosfera spirituale e ideologica loro affine, col rigorismo biblico-calvinista e la convinzione puritana di rappresentare il «popolo eletto» propria dei discendenti dei Padri Pellegrini e delle prime sette battiste.
Dal 1885 al 1910 vengono fondati un centinaio di giornali in lingua yiddish, mentre aumenta la loro influenza nella stampa e nelle attività teatrali e cinematografiche, nel commercio e nella finanzia, nelle banche e nella grande industria.
Lo spirito che li anima è ben compendiato da quanto lo scrittore Abraham Cahan, direttore dell'«Jewish Daily Forward», mette in bocca al protagonista di un suo racconto: «È un paese dove si fanno affari, mica come in Europa, eh no, signore e signori! L'Europa non è all'altezza dell'America, quanto a proprietà immobiliare, a concorrenza e a pinnacolo. E poco che sono in questa attività, ma ho già fatto a pezzi tutti i miei concorrenti», cfr. HOWE I., La terra promessa. Ebrei a New York, Edizioni di Comunità, 1984, p. 168.
Nel 1818 gli ebrei negli USA sono 3.000; 50.000 nel 1848; 230.000 nel 1880; 940.000 nel 1897; oltre due milioni nel 1910; tre milioni nel 1914.
(4) Termine americano col significato di «crogiolo», sentina in cui vengono (o dovrebbero venire) a fondersi - secondo l'aspirazione universalistica dello gnosticismo cristiano laicizzato nel progetto razionalistico di ascendenza illuministicolmassonica - etnie e ideologie dissolvendo ogni loro specificità culturale e razziale per far nascere l'american dream e l'american way of life.
Per la genesi storica della Nuova Società e del nuovo tipo umano americano rimandiamo a: MILLER J.C., Origini della Rivoluzione Americana, due volumi, Mondadori, 1965; HOFSTADTER R., L'America coloniale, Mondadori, 1983; HANDLIN O. e L., Gli americani nell'età della rivoluzione 1770-1787, Il Mulino, 1984, specie alle pp. 169-188 e 237-252; oltre che al classico TOCQUEVILLE A., La democrazia in America, Rizzoli, 1982. Sintetiche considerazioni globali imprescindibili in BONATESTA A., La nascita degli Stati Uniti d'America, in «L'Uomo libero» n. 12, 1982 e soprattutto nello splendido saggio: GOZZOLI S., L'incolmabile fossato, in « L'Uomo libero » n. 19, 1984.
(5) Per il concetto di « Sistema » e di « Occidente » ai nostri giorni, cfr. DE BENOIST A. - LOCCHI G., Il male americano, Akropolis, 1978; FAYE G., Il sistema per uccidere i popoli, Edizioni dell'Uomo libero, 1983; FAYE G., Contro l'idea di Occidente, in «Elementi», n. 1, 1982.
II termine yankee, originariamente indicante i discendenti della seicentesca migrazione puritana nelle colonie del New England (New Hampshire, Massachusetts, Rhode Island, Connecticut) passò poi ad indicare il tipo umano di tutti gli stati nordorientali dell'Unione (i nominati, più New York, New Jersey, Pennsylvania, parte del Delaware e del Maryland) e, più in generale, la popolazione nordista nella Guerra Civile americana.
(6) Cfr. le profonde osservazioni dell'ottimo LURAGHI R., Storia della guerra civile americana, Einaudi, 1967, pp. 88-103 e 1279-1291, e le considerazioni di ordine generale alle pp. XXVIIXXXI. Inoltre l'agile e fervido VENNER D., Il bianco sole dei vinti, Akropolis, 1980.
(7) Vigorosa personalità, per più versi contraddittoria, Carlyle (1795-1881) storico e letterato di stampo «plutarchiano», intese farsi il difensore dei valori dello spirito e di una aristocratica concezione della vita come creazione individuale, di contro agli ideali democratici della nuova società industriale, pur riallacciandosi alla tradizione di pensiero più incisiva dell'Inghilterra moderna, e cioè il puritanesimo. Ricordiamo di lui le sprezzanti definizioni date della Camera dei Comuni come di «una bottega di chiacchiere, inabile a governare»; della democrazia, come di «una assurdità in una comunità sociale in cui gli sciocchi costituiscono la maggioranza»; e della pietà evangelica come di «una misera creatura che si riveste di vecchi panni ebraici smessi perché da tempo logori». Quanto alle concezioni evoluzionistiche darwiniane e spenceriane «solo dalle autentiche scimmie - diceva - possono permettere ad una tale idea di penetrare nel loro cervello».
(8) Cfr. BARIÉ O., Idee e dottrine imperialistiche nell'Inghilterra vittoriana, Laterza, 1953, pp. 90, 284, 244, 301.
(9) Cfr. BARIÉ O., op. cit., pp. 268.
(10) Rileva al proposito ALBRECHT-CARRIÉ R., Storia diplomatica d'Europa 1815-1968, Laterza, 1978, p. 171: «Del resto l'opinione pubblica poteva essere facilmente stimolata a esprimersi con forza su un determinato problema se le si presentava in modo semplicistico il problema stesso in colore bianco e nero, giusto e ingiusto, della giustizia verso il suo contrario, di un'aggressione che un paese straniero minacciava di compiere contro la patria. A questo punto la stampa assumeva considerevole importanza. Questa stampa godeva di una larga misura di libertà, ma molta parte di essa era controllata da una serie di interessi costituiti; i governi esercitavano spesso su di essa considerevole influenza, mentre una parte era semplicemente venale. L'argomento della necessità interna, genuino o artefatto, divenne uno strumento nell'arsenale della diplomazia».
Già nel 1876, ad esempio, l'opuscolo del liberale Gladstone Bulgarian Horrors aveva mobilitato gli inglesi contro le «atrocità» compiute dall'«inqualificabile» turco, indegno di rimanere in Europa, presentando al contrario le truppe russe e la politica zarista verso gli Stretti in luce nettamente favorevole, mettendosi così in netta contrapposizione con la politica ufficiale inglese dell'epoca, condotta da Disraeli e Salisbury.
(11) Cfr. GöHRING M., Da Bismarck a Hitler, Cappelli, 1964, p. 58.
(12) Ci sembra a questo punto opportuno riportare le considerazioni di Bismarck a proposito di uno dei tratti meno amabili della psiche germanica: «È sempre stato un errore dei tedeschi di volere tutto o niente e d'irrigidirsi unilateralmente in un determinato metodo», in GöHRING M., op. cit., p. 65.
(13) Similare «evoluzione» si verifica anche oltre oceano, e capifila del nuovo giornalismo «d'assalto» sono Joseph Pulitzer e i periodici del gruppo Hearst: «Tra il 1880 e il 1890 negli Stati Uniti fece apparizione quella che fu definita "stampa gialla" [dal colore della carta della massima parte dei giornali n.d.A.], caratterizzata da titoli di scatola, molte fotografie, ostentata crociata per le cause cosiddette popolari, racconti fantascientifici e supplemento domenicale con storielle a fumetti. Questo tipo di pubblicazioni contribuì ad aizzare il popolo americano contro la Spagna ed ebbe una precisa responsabilità nello scoppio della guerra per Cuba», cfr. SILVESTRI M., La decadenza dell'Europa occidentale, vol. I, Einaudi, 1977, p. 240.
(14) Cfr. BALFOUR M., op. cit., p. 332
(15) Cfr. AA.VV., Storia d'Italia e d'Europa, vol. 7°, Tomo I°, Jaca Book, 1983, p. 27.
(16) Cfr. BALFOUR M., op. cit., pp. 349-350. Già nel 1871 furono diffusi, in conseguenza della vittoria tedesca sulla Francia, numerosi opuscoli contenenti racconti immaginari, in prosa e in versi, che miravano ad attirare l'attenzione sulla possibilità di un'invasione dell'Inghilterra da parte del Reich. Il più noto, La battaglia di Dorking del colonnello Chesney, fu poi ristampata all'inizio della prima guerra mondiale. Nel solo 1871 si possono contare una ventina di pubblicazioni similari, a testimonianza, ripetiamo, dell'enorme impatto, sulla pubblica opinione britannica, della sconfitta della Francia e della fondazione del nuovo Impero germanico. Cfr. BARIE’ ., op. cit., pp. 117-119. A tale proposito rileverà Guglielmo II, in una lettera a lord Tweedmouth, primo lord dell'Ammiragliato nel 1908: «Le vostre continue allusioni al "pericolo tedesco" sono assolutamente indegne della grande nazione britannica, con il suo impero mondiale e la sua flotta almeno cinque volte superiore numericamente a quella tedesca. C'è qualcosa di comico in tutto ciò ... Altri paesi potrebbero facilmente concludere che la Germania è eccezionalmente forte, dal momento che sembra poter terrorizzare la Gran Bretagna che le è cinque volte superiore». Cfr. BALFOUR M., op. cit., p. 368.
(17) Nello stesso tempo la Francia, per sopperire allo scarso gettito della leva militare, conseguenza del ristagno demografico nazionale, porta la ferma di terra da due a tre anni.
(18) Ancora nel 1896 la Marina inglese può contare su 33 navi da battaglia contro 6 della Germania, e su 130 incrociatori contro 4.
Alla vigilia della grande guerra, nel 1914, i bilanci delle otto maggiori marine, arrotondati e portati in valuta italiana, raggiungono questa consistenza (in milioni di lire): Inghilterra 1.300, Stati Uniti 722, Russia 690, Francia 634, Germania 580, Giappone 250, Italia 228, Austria-Ungheria 196. Limitando i confronti alle marine europee, e per blocchi di alleanza, abbiamo: Intesa 2.624, Triplice Alleanza 1.004 (ma Imperi Centrali solo 776). Cfr. AA.VV., Storia della marina, vol. III, Fabbri, 1978, pp. 449-464.
Riportiamo poi alcuni dati sulla consistenza delle varie flotte al momento dell'entrata in guerra delle diverse nazioni, da cui si può scorgere come l'Inghilterra, già in notevole vantaggio nel 1906, abbia ulteriormente accresciuto il divario con la Germania negli otto anni seguenti (fonte: SILVESTRI M., op. cit., p. 182):
NAVI DA BATTAGLIA PRIMA DEL 1906NAVI DA BATTAGLIA O INCROCIATO-
RI COSTRUITI DOPO IL 1906INCROCIATORISOMMERGIBILITONNELLAGGI TOTALIInghilterra402899783.160.000Germania221841281.670.000Stati Uniti1917301011.660.000Giappone1591820940.000Francia1072854860.000Russia1061634750.000Italia452020510.000Austria-Ungheria851218500.000
(19) Il 1890 è anche l'anno della pubblicazione negli USA del volume di Alfred Thayer Mahan «The influence of sea power on history», che raccoglie le conferenze da lui tenute nel 1887 quale direttore della Scuola Navale di Guerra statunitense. Il concetto fondamentale dell'opera, che «il controllo dei mari era un fattore storico che non era mai stato sistematicamente apprezzato ed espresso», e che si era invece rivelato in tutta la storia come indispensabile per la vita e l'indipendenza degli Stati, colpisce come una bomba gli ambienti navali e di governo di tutte le potenze europee.
Ricevuto in Inghilterra nel 1893 con onori senza precedenti, lo studioso americano viene poi accolto in Germania da Guglielmo II, al quale ha modo di illustrare direttamente le sue teorie. Da allora ogni nave della Marina tedesca avrà in dotazione una copia del libro di Mahan, mentre le copie personali dell'imperatore saranno ampiamente sottolineate e fitte di note marginali.
Anche in Giappone l'opera verrà adottata come libro di testo nelle scuole navali e militari, e tutti i libri successivi di Mahan verranno tradotti in giapponese.
(20) Cfr. BARIÉ O., op. cit., pp. 164 e 267. [«di rosso», poichè con tale colore nazionale venivano segnati i territori britannici sulle carte geografiche].
(21) Dalla vittoria nella guerra cino-giapponese del 1894-95, il Giappone ottiene Formosa e le isole Pescadores. La richiesta di Port Arthur e del suo retroterra viene resa nulla dall'opposizione della Russia, affiancata dalla Germania e dalle altre potenze europee, Inghilterra esclusa. Mentre la Germania si fa parte attiva inviando l'intera squadra incrociatori dell'Estremo Oriente nelle acque del Mar Giallo e si prepara a sostenere la Russia anche con la forza, se necessario, al fine di evitare un protettorato nipponico sulla Cina del nord, l'Inghilterra inizia quell'avvicinamento al Giappone in funzione anti-russa che sfocerà nell'alleanza anglo-giapponese del 1902.
(22) GöRING M., op. cit., p. 81.
(23) Cfr. STEINBERG J., Il deterrente di ieri. Tirpitz e la nascita della flotta da battaglia tedesca, Sansoni, 1968, p. 146. Sulla politica di Tirpitz, cfr. pure RITTER G., op. cit., pp. 515-588. Per la sua personalità cfr. i giudizi espressi alle pp. 517-518: «Non fu un cortigiano né un adulato re, ma un uomo impegnato e profondamente compreso di zelo professionale, un funzionario della vecchia tradizione prussiana, che sempre si sforzò di convincere con argomenti oggettivi [...] Inoltre, non condivise assolutamente le ambizioni di conquista dei suoi seguaci pangermanisti e si oppose con tanta fermezza alle eccessive richieste della Lega Navale, che nel 1905 fu giudicato in seno ad essa addirittura un "centrista", tanto che ruppe ogni legame tra il Ministero della Marina e la Lega stessa [...] Non ebbe mai di mira una guerra preventiva né un attacco alla flotta inglese: la nostra marina da guerra non avrebbe dovuto provocare una guerra ma al contrario - così Tirpitz sperò e dichiarò sempre - era suo compito impedire qualsiasi attacco inglese con la sua sola presenza e imponenza».
(24) SILVESTRI M., op. cit., p. 168.
(25) ALBRECHT-CARRIÉ R., op. cit., p. 244 e 246.
(26) Cfr. le osservazioni in BARIÉ O., op. cit., p. 136-138 e 195-198 e in SILVESTRI M., op. cit., p. 174-178.
(27) BALFOUR M., op. cit., p. 277. In realtà fuori d'Europa l'Inghilterra mantiene in quegli anni una netta posizione di predominio. Nei principali mercati del Regno Unito le sue esportazioni sono dieci volte superiori a quelle della Germania e persino in Sud America sono, nel 1912, ancora più del doppio.
Le esportazioni britanniche di manufatti quasi raddoppiano nel periodo tra il 1901-1905 e il 1914, e ciò serve a equilibrare il fatto che le esportazioni tedesche sono più che raddoppiate nello stesso periodo.
(28) Giunto al trono a sessant'anni di età, alla morte della madre, la regina Vittoria, Edoardo VII ha plasmato il suo stile di vita nei luoghi di soggiorno della Riviera francese e a Parigi. Tipico rappresentante della Belle Epoque, gaudente e buontempone, ama la Francia, ne assapora il fascino ed è di casa nei circoli della sua più esclusiva società. Istintivamente nemico della precipitazione, dell'irruenza, della mancanza di savoir faire tedesca, considererà sempre quale sua personale missione l'adoperarsi per la riconciliazione tra Francia e Inghilterra, senza risparmiare al contrario di esprimere pubblicamente pesanti disapprovazioni e pungenti giudizi sulla Germania e sul suo imperatore.
(29) Si rovescia così completamente la pluridecennale politica dell'Inghilterra, tesa ad impedire l'arrivo della potenza russa ai mari caldi ed aperti e in special modo agli Stretti, chiave di volta di tutta la politica del Mediterraneo orientale e del Vicino Oriente (cfr. pure CATALUCCIO F., La questione degli Stretti, I.S.P.I., 1936). Ricordiamo i principali «altolà» inglesi imposti: 1) con la guerra di Crimea e col Congresso di Parigi (1855-56), in cui la Russia perde l'accesso al Danubio, la Turchia viene riconosciuta formalmente come membro di diritto della politica europea e posta sotto il protettorato comune anglo-franco-austriaco, e soprattutto viene smilitarizzato il Mar Nero (divieto di mantenere naviglio pesante da guerra e di mantenere o costruire sulla costa arsenali militari); 2) con l'invio della flotta britannica a protezione degli Stretti nel 1877 e nel 1878, a tutela di Costantinopoli minacciata dalle forze russe. E in questa occasione che il deputato radicale Cowen dichiara che Pietroburgo è la sede di «pascià cristiani» altrettanto corrotti e crudeli di quelli musulmani di Costantinopoli, e biasima Gladstone perché «con la sua agitazione» paralizza l'azione del governo di fronte ad un pericolo nazionale; 3) con le decisioni del Congresso di Berlino (1878). Si canta allora «Noi non vogliamo giungere alla guerra ma, per Jingo!, se la volessimo fare abbiamo le navi / abbiamo gli uomini / abbiamo pure il denaro. Abbiamo lottato con l'Orso prima d'ora / e lotteremo / ma i russi non prenderanno Costantinopoli, / per Jingo!»; 4) con la crisi del 1885, dopo che i russi hanno sconfitto gli afghani a Pendjeh. Per l'occasione scrive Charles Dilke che, se non si fosse fermato lo zar, «gli infelici indiani avrebbero scoperto che esisteva una nazione capace di superare i tiranni orientali in corruzione, nello stesso modo in cui li supera per la forza brutale della crudeltà e dell'oppressione». Anche Kipling scriverà che: «Il russo è amabile finché si presenta per quello che è. Come orientale è affascinante, soltanto quando vuol essere considerato il più orientale dei popoli occidentali, invece del più occidentale dei popoli orientali diventa un'anomalia razziale assai difficile a trattare» cfr. BARIÉ O., op. cit., pp. 142, 143, 166, 291.
(30) Cfr. BALFOUR M., op. cit., p. 350.
(31) Cfr. ALBRECHT-CARRIE’ R., op. cit., p. 288.
(32) Cfr. WHITTLE T., L'ultimo Kaiser, Mursia, 1982, p. 315.
(33) Già nell'ottobre 1888 viene lanciato con grande successo a Parigi il primo prestito russo di 500 milioni di franchi. Ulteriori capitali si rendono poi disponibili per gli investimenti orientali in conseguenza della guerra doganale franco-italiana di quegli anni che ne arresta l'afflusso in Italia.
L'avvicinamento più propriamente politico tra Francia e Russia, potenze fino ad allora profondamente divise dall'ideologia («L'atea Marianna e la Santa Russia si trovavano ai poli opposti quanto a mentalità») inizia nel 1890 con contatti di natura militare, quale conseguenza dei contrasti con l'Inghilterra - che ostacola entrambe in Africa e in Asia - e del mancato rinnovo del Trattato di Controassicurazione stipulato tre anni prima tra Russia e Germania. La visita di una flotta francese a Pietroburgo nel luglio del 1891 costituisce un'aperta manifestazione delle mutate condizioni dei rapporti fra i due paesi. Come rileva ALBRECHT-CARRIE R., op. cit., p. 238: «Alcuni aspetti di questa visita meriterebbero un commento umoristico, per esempio quello dello zar fermo sull'attenti mentre veniva suonato l'inno rivoluzionario della Repubblica atea - la proibizione di suonarlo in Russia venne temporaneamente sospesa -; tuttavia ciò diede all'atto un significato ancora maggiore».
Nel 1894 l'alleanza tra i due Paesi, formalizzata in una Duplice Intesa, permette un rapido sviluppo dell'industria e delle ferrovie russe con capitale francese, e l'inizio della politica di espansione in Estremo oriente, che porterà l'impero zarista a scontrarsi col Giappone dieci anni dopo.
Per le caratteristiche degli investimenti francesi all'estero, cfr. FEIS M., op. cit., pp. 48-53 e 128-131; e, per il caso particolare della Russia, pp. 169-187 e NOLDE B., L'alleanza franco-russa, I.S.P.I., 1940, pp. 520-531 e 621-623.
(34) Alla fine del 1913, in tempo di. relativa calma e in ogni caso di non mobilitazione, l'esercito russo è il più numeroso del continente, potendo schierare 1.440.000 uomini (a fronte dei 530.000 della Germania, dei 420.000 dell'Austria-Ungheria, dei 650.000 della Francia), che saliranno a oltre quattro milioni e mezzo con la mobilitazione generale dell'agosto 1914. Cfr. AROIOLAS T., La prima guerra mondiale, Ciarrapico, 1984, p. 55.
(35) L'accordo anglo-nipponico fu stipulato sulla base del comune interesse di contenere la Russia in Asia Orientale e nelle Indie e di essere vicendevolmente garantiti, anche se non appoggiati nel caso di un conflitto, contro terze potenze, nel caso specifico la Francia, stretta alleata russa. Cfr. DUCE A., op. cit., pp. 41-42.
(36) Ancora nel 1912, nonostante l'abbandono della «Teoria del rischio», dichiarato da Tirpitz al fine di conseguire un più favorevole rapporto di forze con l'Inghilterra, tale concetto strategico informa, per quanto modificato, le decisioni dei massimi responsabili della politica navale, allo scopo di un ultimo tentativo - sfruttando la minaccia di una più intensa competizione - per costringere il Regno Unito a mutare la sua politica estera.
Non del tutto esattamente (per quanto concerne il giudizio sulla strategia britannica che sarà pienamente chiara solo a posteriori) rileva al proposito l'ammiraglio von Capelle: «Nessuna delle due nazioni desidera la guerra. Noi non la desideriamo perché siamo militarmente i più deboli. L'Inghilterra non la desidera perché il rischio militare e politico è già troppo grande e la ragione per combattere non è comprensibile all'uomo della strada. La proporzione di due a uno, sulla quale insiste l'Inghilterra, la mette in una situazione peggiore della nostra per mantenere il passo nella competizione navale [...] Se la guerra e la competizione navale sono escluse, l'unica alternativa che rimane aperta all'Inghilterra è l'accordo. Non è a noi che viene forzata la mano, ma all'Inghilterra .. Noi abbiamo soltanto da aspettare pazientemente fin quando sarà approvata la nostra ultima legge navale. Nel corso dei prossimi anni l'Inghilterra dovrà certamente mettersi dalla nostra parte e contro la Francia, perché ciò è chiaramente nei suoi interessi. Un'alleanza con la Germania le restituirebbe di colpo la sua posizione di potenza mondiale e la completa sicurezza per mare e per terra [...] Se tale politica viene coronata da un'alleanza con l'Inghilterra che ci assicuri completa uguaglianza di diritti politici e militari, essa avrà conseguito il suo primo grande successo». Cfr. BALFOUR M., op. cit., pp. 419-420.
La terminologia «pericolo giallo» [das gelbe Gefahr] fu coniata a fine Ottocento da Guglielmo II, al quale si deve anche l'infelice monito di emulare «gli Unni» nel loro comportamento bellico indirizzato alle truppe tedesche alla fine del luglio 1900 al momento della loro partenza da Brema per la Cina, ove era stato assassinato l'ambasciatore germanico Ketteler nel corso della rivolta dei Boxer (monito e paragone che, come è noto, verranno ricordati ad abundantiam nel 1914 dalle potenze dell'Intesa).
(37) Così come nel 1807 l'Inghilterra di Pitt distrusse la flotta danese, neutrale, nel porto di Copenhagen, al solo sospetto di un'alleanza della Danimarca con l'Impero napoleonico. Così come farà nel luglio 1940 l'Inghilterra di Churchill nei confronti delle forze navali della Francia, ex alleata uscita dalla guerra il 25 giugno, bombardate a Mers-el-Kebir (Grano), Casablanca e Dakar.
(38) L'espressione «Più Grande Britannia» è quella del titolo del libro «Greater Britain», di Charles W. Dilke, edito a Londra nel 1868, opera fondamentale ed imprescindibile per focalizzare con estrema esattezza l'atteggiamentoi inglese nei confronti dell'Europa da un lato e degli Stati Uniti dall'altro. Cfr. BARIE’ O., op. cit., pp. 156-202.
Ovviamente la «vera» e «decisiva» motivazione dell'entrata in guerra dell'Inghilterra (le cui sacrosante ragioni saranno riconfermate dalle «mani mozzate» ai bambini belgi da parte degli unni germanici) sarà costituita nel 1914 dalla violazione del piccolo Belgio «neutrale».