| Di Stefano Vaj - Numero 20 del 01/01/1985 |
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Tre atteggiamenti di rimozione
La tecnica sembra oggi al centro del dibattere. Ne è invece stranamente assente, almeno se si fa riferimento al suo vero significato, ed a quei problemi generali che hanno relazione con la nostra vita ed il nostro futuro. Tale assenza, che assume 1'aspetto di una vera e propria rimozione, è rimarchevole al livello più basso e prosaico del dibattito; ma anche dove si discetta di futurologia, di società postindustriale o di scenari mondiali, si debbono constatare unicamente ricorrenti atteggiamenti compensatori.
Il primo atteggiamento, che si pretende smaliziato e iperpragmatico, e quello piattamente conservatore di chi ritiene che «in fondo» i problemi delle società non eambiano, che le «regole del gioco» restano sempre le stesse, per cui «tutto il resto» e un contorno vistoso ma inessenziale. Pericoloso perche ammantato di un buonsenso apparentemente penetrante, questo modo di intendere le cose impedisce non solo ogni reale capacità di incidere sul proprio avvenire, ma preclude altresì ogni comprensione del proprio passato, occultando le differenze, per definizione considerate apparenti o superficiali. Se è vero in un certo modo che «tutto ritorna», che le grandi questioni sono sempre le stesse, la storicità dell'uomo fa sì che ciò che ritorna to faccia sempre in forma diversa, che le scelte e le sfide che si propongono agli uomini ed alle culture si presentino sempre in forma rinnovata ed inedita. Soltanto nelle «società fredde», nelle culture pietrificate che non fanno che replicare se stesse, esiste una sorta di immobilismo, di regole valide una volta per tutte. Ma allora anche il quadro di vita, le tradizioni, le tecniche impiegate restano perfettamente immutati per secoli.
Sussiste poi ancora la mentalità, un tempo egemone ed oggi sempre piii screditata e fuori moda, dell'ottimismo tecnologico assoluto che investe nel progresso tecnico gran parte delle proprie speranze di miglioramento morale e materiale nel senso di una società dove regnino pace, sicurezza, felicità, giustizia e soprattutto prosperità. Tale mentalità sopravvive negli autori della cosiddetta «futurologia positiva» ed in coloro che nelle aree liberale e socialdemoeratica passano per «idealisti», ai «realisti» essendo piuttosto riservato il primo atteggiamento da noi citato.
Troviamo infine la sindrome diffusa del rifiuto. Che sia impiantata nell'estrema sinistra o nell'estrema destra o altrove, primitivista o iper-tradizionalista, essa presenta ovunque tratti singolarmente omogenei. Fondato su di una condanna morale del peccato d'orgoglio commesso datl'uomo nel voler agire, intervenire, impadronirsi del mondo e della natura, questo complesso comporta sempre la prospettiva e il timore della ineluttabile punizione, prenda questa 1'aspetto di una progressiva «disumanizzazione» della vita e della società o 1'aspetto catastrofico di una prossima crisi definitiva di qualche tipo. Alla prospettiva della punizione si accompagna sempre d'altra parte il riferimento in positivo ad un altro possibile modo di vita che viene solitamente identificato con una qualche eta dell'oro in cui non esisteva la «profanazione» dell'ordine naturale, e le folli ambizioni della tecnica moderna non avevano ancora infranto una supposta armonia originaria. Tale eta dell'oro non è mai però un'epoca storica di cui si rivendichi elettivamente t'eredita, la cui memoria sia destinata a diventare punto di riferimento rivoluzionario per una rigenerazione della storia. Prende piuttosto 1'aspetto di uno stato pre-storico od extra-storico, solitamente del tutto irnmaginario e caricaturale, che sarebbe semplicemente da ripristinare.
La debolezza intrinseca delle costruzioni teoriche che vengono appoggiate su queste basi morali e psicologiche non abbisogna di molti commenti. Data una visione onnicomprensiva della «natura», l'uomo e una specie animale come un'altra e non si vede come potrebbe fare qualcosa che esca dalle possibilità e dalla logica della natura stessa. Anzi, se ha un senso parlare di specificità umana, essa sembra proprio consistere nella storicità, nella creazione di culture e nell'appropriazione tecnica del mondo. Il che evidentemente non comporta che i risultati di queste attività, per lui assolutamente «naturali» siano sempre necessariamente felici per il singolo o per la specie nel suo complesso. La verita è che cio che è naturale non è affatto di per sé armonioso, pacificato ed in equilibrio, sia in esso compresa la specie umana o meno. Non c'e niente di innaturale ad esempio nel fatto che si producano catastrofi ecologiche -- e sappiamo oggi quante per ragioni biologiche, geologiche e climatiche se ne siano già verificate, anche se per nostra fortuna mai in via globale e definitiva -- o che si estinguano delle specie. E sarebbe perfettamente possibile che l'uomo un domani sterilizzi il pianeta, o più facilmente si suicidi come specie. Soltanto, non si vede perche la possibilità di un tale uso del suo crescente potere debba portare ad una posizione di rinuncia o di condanna generalizzata della tecnica; o perché una rinuncia a quella che e una nostra speeificita dovrebbe assicurarci a lungo termine maggiori prospettive di sopravvivenza o di migliore qualità della vita.
La posizione del rifiuto ha comunque il merito di sottolineare la importanza dell'argomento, e quella di non considerare, al pari dei primi due atteggiamenti citati, la tecnica come, in fin dei conti, un... problema tecnico.
La penosa inadeguatezza di questi tre atteggiamenti pregiudiziali, le cui rispettive radici psicologiche e ideologiche sono abbastanza trasparenti, e tanto più grave in quanto, se da un punto di vista ideale non c'e nessuna differenza tra la primitiva tecnologia metallurgica dell'età del ferro e la tecnologia informatica al silicio degli odierni microprocessori, è anche vero che la nostra epoca e caratterizzata da una fase di crisi e di transizione nei rapporti tra l'uomo e la tecnica. Ovvero, vedendo le cose da un altro punto di vista, tra l'uomo e il suo ambiente inteso nel senso piu ampio del termine, il suo Umwelt.
Tale fase di crisi ha un'enorme portata, e la soluzione che ad essa sarà data ha un'itnportanza decisiva; al punto che per stabilire una analogia e ritrovare nel nostro passato un «precedente», bisogna rimontare fino alla rivoluzione neolitica.
Allora il primo uomo, l'uomo «naturale», che fino allora era stato determinato dal suo ambiente e aveva vissuto in quelle che vengono definite «società di caccia e raccolta», si trovò per la prima volta ad influire, ad interagire con quanto lo circonda secondo modalità diverse da quelle delle altre specie viventi; si trovò quindi a dover trasformare se stesso, le società umane, la sua percezione del mondo in funzione di questo nuovo stato di cose; a «riorganizzarsi» cioè in modo rivoluzionario in funzione della mutazione storica avvenuta. Usando della loro libertà storica, le varie società o rifiutarono questa transizione -- ed in questo caso per lo più si estinsero, o si stanno ancora oggi lentamente estinguendo -- oppure si piegarono ad essa, o ancora se ne impregnarono, assumendone e istituzionalizzandone tutti gli aspetti.
Questo terzo caso e in particolare rappresentato dalla cultura indoeuropea con tutte le sue propaggini storiche e dal successo selettivo evidente da essa riportato lungo i millenni.
Oggi si puo dire -- e questo tema e stato da altri ben piu estesamente sviluppato -- che 1'uomo, conclusa la fase aperta con la rivoluzione neolitica, si sta trovando di fronte ad una situazione storicamente simile. Tale situazione consiste nel fatto che ormai, e sempre piu col passare del tempo, l'uomo non si trova piu soltanto ad interagire con un quadro ambientale dato, ma a determinare e a dover determinate tecnicamente lui stesso il suo ambiente e il suo mondo, con il rischio e la responsabilità che ciò comporta, e la necessità di una mentalità nuova, culturalmente adattata a questo stato di cose. Mentalità che in particolare comporta una capacità di responsabilizzarsi in misura sostanzialmente diversa da quella che era bastata a risolvere i problemi del «secondo uomo», quello del post-neolitico, cioè del momento in cui nascono l'allevamento, I'agricoltura, la vita stanziale, la divisione del lavoro, la creazione di strumenti specializzati, le protociviltà, le guerre «moderne», il diritto. L'uomo, «animale malato» perché i suoi istinti non lo forniscono di risposte comportamentali univoche ai problemi che gli si pongono, è oggi di fronte all'esigenza di acquisire una capacità di progetto, di previsione, di decisione su se stesso e il suo mondo, in un grado finora inedito. Deve decidere che cosa vuole essere e in che modo può continuare a vivere, perché non c'è nessuno che possa farlo at suo posto, ed usare in qualche modo questo potere sottomettendolo ad una volontà storica precisa.
Le alternative sono chiare.
ln prima ipotesi questa prospettiva puo fare orrore; e cio per vari motivi. Innanzitutto per il rifiuto psicologico, caratteristica eminentemente decadente, della dimensione tragica e rischiosa della vita, cui la società moderna riapre oggi involontariamente le porte dopo aver tanto sognato di sfuggirla. Secondariamente, per un fatto molto più profondo. Abbiamo fino a questo punto parlato dell'uomo in generale, e ciò è un'astrazione lecita in quanto ci occupiamo di questioni che ci coinvolgono tutti come appartenenti alla specie: ma in concreto sappiamo bene che 1'«umanità» non esiste, esistono i singoli uomini e le societa in cui questi si raggruppano. Cosi, se si ritiene di dover condannare in qualsiasi forma il dominio dell'uomo sull'uomo, come fanno la Bibbia, Rousseau o Marx, non si può fare a meno di percepire immediatamente come una mutazione storica del tipo di cui si parlava debba necessariamente creare un'ulteriore diversificazione verticale, tra gli uomini e tra le società, esattamente come la rivoluzione neolitica ha fatto si che nascesse la distinzione tra la massa dei consociati e le aristocrazie che in pratica esercitavano il potere politico, creavano le forme culturali, indirizzavano la vita della comunita. Ed ha ancora fatto si che certe società finissero necessariamente per dominarne certe altre.
Nel momento poi in cui si rinuncia alla speranza di ritrovare in forma trasfigurata I'uguaglianza e l'indifferenziazione originaria al termine del cammino del «progresso» diventa allora naturale tendere verso un rifiuto della tecnica in generale, e della tecnica moderna in particolare perché, come abbiamo visto, ancora piu «pericolosa» e «nefasta» per l'ideale umanista ed ugualitario. Tale rifiuto resta peraltro velleitario, o nella migliore delle ipotesi storicamente irrilevante, portando puramente e semplicemente i singoli e le società che lo dovessero concretamente praticare alla scomparsa dalla scena della storia, e non soltanto nel senso in cui i Boscimani ad un certo punto della loro evoluzione culturale ne sono usciti, ma nel senso piu letterale e definitivo del termine.
Rimane 1'alternativa di non percepire affatto la situazione nei termini in cui l'abbiamo definita, o di non capirne il senso, continuando anzi a pensare che siamo proprio oggi alla vigilia, grazie al «progresso», della soluzione paradisiaca e pacificata e stabile di tutti i nostri guai. Il frutto del sovrapporsi e dell'intrecciarsi di questi due punti di vista I'abbiamo sotto gli occhi: è i1 Sistema. In mano contemporaneamente a coloro che non vedono -- anche perché di solito ritengono di avere altre cose ed altri interessi a cui pensare -- e a coloro che non capiscono, esso non è altro che l'effetto di una tecnica che ha preso il sopravvento (in senso metaforico, evidentemente) sui suoi creatori e che «gira a vuoto» replicando ed espandendo se stessa al di fuori di ogni intenzione, indirizzo e controllo consapevole.
L'illusione -- o anche, sia pure in una prospettiva alquanto miope, l'interessata mistificazione -- è, come dicevamo, che la tecnica costituisca un problema puramente tecnico; e che in particolare sia un problema tecnicamente risolvibile la decisione di che cosa fare con essa. Non che questa illusione si limiti a ciò: l'amministrazione politica di una società, il modo di vivere di chi ne fa parte, la risoluzione delle crisi cui questa va incontro e dei conflitti interni ed esterni sembrano diventare anch'essi problemi tecnici.
Impostare tutta una visione del mondo in questo senso è profondamente rassicurante, in quanto essa pretende di negare la necessità di scelte arbitrarie e accoglie chi la vive in seno ad una pseudo-obbiettivita fondamentalmente consolatoria. Fornisce d'altra parte una sensazione di onnipotenza basata su di una cecità assoluta riguardo ai limiti della tecnica come elaborazione razionale di metodi a partire dai dati e dagli strumenti disponihili. Anche a prescindere dai limiti delle possibilità concretamente oggi offerte, la questione più importante è sempre quella posta dal carattere strumentale proprio della tecnica, e della cosiddetta tecnica moderna come di qualsiasi altra.
Ora, il carattere per cui il Sistema non ha nulla a che vedere con una nuova civiltà, con una cultura nascente, è proprio il fatto che ciò che rende tale una cultura è il senso che essa dà alla vita ed al mondo, senso che si esprime in particolare in forma mitica riguardo al proprio passato e come progetto da realizzare riguardo al proprio futuro. Esiste cioè un modello -- spesso percepito come ancestrale perché pensato per la prima volta come tale all'atto della fondazione di quella data cultura -- che è sempre in evoluzione, e a cui la società nel suo complesso tende a conformarsi. II Sistema, al contrario, non ha altro significato che la propria immobile reiterazione, che il proprio meccanico perdurare. Non c'e nient'altro che voglia realizzare se non la sua espansione cancerosa - che anzi e più frutto della logica del suo funzionamento strutturale che di una volontà umana di chi vive al suo interno --, non ha altra logica che quella della autoregolazione meccanica dei suoi ingranaggi tecnoeconomici.
Le conseguenze di questa progressiva incapacità umana di usare dei propri poteri in rapporto ad un fine -- il Sistema, al contrario esatto di quello che il linguaggio impiegato farebbe pensare, è dominato, ma non è diretto, perche ciò presupporrebbe una direzione in cui andare, o quanto meno la volontà di andare da qualche parte -- sono sotto gli occhi di tutti. La tecnica, che come abbiamo visto non e affatto neutra, ma che non contiene affatto in se stessa alcuna garanzia od indicazione sul modo del suo impiego, assume valenze obbiettivamente disastrose. L'alienazione e la reificazione dell'uomo a tutti i livelli, la degradazione del suo quadro di vita -- e ci riferiamo anche, ma non solo, alla sfera ecologica, all'impoverimento delie risorse, al decadere della qualità della vita --, il declino demografico, il deterioramento genetico, la frustrazione di esigenze etologiche fondamentali, la dissoluzione dei legami sociali organici, la sterilizzazione della creatività culturale, sono tutti fenomeni ben conosciuti in ambito occidentale, e la cui responsabilita viene volentieri attrihuita alla messa in atto su larga scala della tecnica moderna. Rispunta in fin dei coati dall'inconscio collettivo I'incuho di Frankenstein, della «creatura» dell'orgoglio umano ribellatasi, sfuggita al controllo.
In realtà e perfettamente vero che questi fenomeni sono effetti della tecnica moderna in atto. Non ne sono invece affatto responsabilità. La responsabilita è sempre umana. E in questo caso è la responsabilità di non avere una cultura adattata alla realtà -- terribile certo, ma anche virtualmente grandiosa -- della potenza che la tecnica ci può mettere oggi a disposizione; di concepire la tecnica solo secondo declinazioni prosaiche ed umanitaristiche che ottengono come effetto il massimo di disumanità, quello della perdita di ogni controllo sul proprio destino, ed al limite quello della perdita di ogni possibile destino.
Che non si possa tornare indietro l'abbiamo detto. Ancora più importante è iI fatto che non si può nemmeno restare fermi. Le nostre società immobili sono scosse da convulsioni tetaniche, prima di irrigidirsi un domani definitivamente nel rigor mortis. La tecnica e le acquisizioni tecniche senza scopo trovano sbocchi casuali, incontrollati, si incanalano lunge applicazioni sempre razionali -- dal punto di vista dell'economia del Sistema -- e ugualmente distruttive, talvolta definitivamente distruttive, per Io meno in prospettiva. I fenomeni drammatici per la nostra vita attuale e per la nostra stessa sopravvivenza, che prima abbiamo citato, il quadro diversamente disegnato da Konrad Lorenz in Gli otto peccati capitali della nostra civiltà o da Guillaume Faye in Il sistema per uccidere i popoli [versione Web], potranno essere superati soltanto con un «di più» di tecnica, non in ogni caso restando allo stesso livello del quale sono nati. Questa affermazione ci pare evidenza intuitiva, e può essere illustrata con una quantità di esempi che risparmiamo al lettore. Tali drammatici fenomeni non saranno invece mai peraltro «spontaneamente» eliminati dal progresso tecnico come crede la futurologia più naïf.
Ma quest'ultima annotazione in realtà sembra diventare sempre più superflua. Il progresso scientifico e lo sviluppo tecnologico sono sempre più rallentati, mentre la «accelerazione della storia» è ormai alle nostre spalle. Le istituzioni si tecnicizzano, la modernità sembra invadere il mondo, le nostre società si trasformano in un'unica grande macchina, ma le grandi innovazioni tecnologiche previste per la fine di questo secolo non si stanno affatto realizzando. Come nota Faye nel libro citato, i modi di vivere stanno cessando di cambiare, e quelle che vengono presentate come grandi trasformazioni non hanno nella a che vedere con l'incidenza sociale di quelle verificatesi alla fine dell'Ottocento e nei priori decenni del Novecento.
Un primo evidente fattore ad entrare in gioco qui l'incapacità costituzionale di investire del Sistema. Per i1 fatto di vivere soltanto nella attualità, esso e alieno da investimenti, economici e non, abbastanza a lungo termine ed abbastanza cospicui da assicurare un sostanziale progresso della ricerca fondamentale o una trasformazione in profondità delle sue strutture tecno-produttive. Poiché le leggi di mercato non richiedono queste cose, ed anzi le rendono economicamente impraticabili, esse automaticamente diventano in questo quadro impossibili. Le energie sono invece convogliate nella diversificazione apparente dei prodotti, nello sviluppo delle micro-innovazioni e delle micro-applicazioni di quanto è gia acquisito, in modo da garantire una redditività economica immediate. Se nel 1969 la NASA aveva annunciato la praticabilità di uno sbarco umano su Marte entro il 1980, secondo proiezioni ampiamente verosimili, nel 1984 [anno in cui il presente articolo è stato scritto] l'industria aerospaziale e 1'astronautica hanno da anni rinunciato alle cattedrali moderne rappresentate dai Saturn V, e al sogno di colonizzare lo spazio, per concentrarsi sui bidoni volanti espressamente battezzati «navette», cosi utili nella navigazione sottocosta, alla manutenzione dei satelliti addetti alla mondializzazione delle telecomunicazioni -- alla televisione quindi, in fin dei conti --, ai piccoli esperimenti in assenza di peso immediatamente utili per tecnologie da trasferire subito in catena di montaggio.
Ma esistono anche ragioni più profonde. A quanto pare, la creatività tecnoscientifica ha bisogno di un clima di incandescenza storica, un'atmosfera di cultura, un retroterra di mobilitazione collettiva -- come tra I'altro è provato dalla fertilità delle epoche di intensi conflitti. La stabilità, l'uniformità, la disidentificazione culturale e politica non sembrano permetterne to sviluppo, o anche solo il mantenimento. Non a caso il pensiero scientifico e la tecnica moderna, in quanto essi hanno di specifico, non sono per niente un prodotto generale di un presunto progresso dell'umanità, ma sono nati ed hanno trovato il loro terreno di evoluzione in Europa. Secondo una tesi, essi rappresentano, come la musica polifonica, un'espressione ed una riemersione particolare dell'inconscio collettivo europeo realizzatesi nonostante e forse in certa misura a causa della repressione operata su di esso dall'avvento della tendenza giudeocristiana. Comunque sia, ancora oggi I'Europa ne detiene il quasi monopolio, vivendo di rendita su di una eredità che il Sistema nasce specificamente per rinnegare.
E facile a questo proposito constatare la perdurante sterilità delle società «centrali» del Sistema, dove esso e da più tempo o piu in profondità insediato, sostanzialmente oggi gli Stati Uniti e le loro propaggini estremo-orientali.
In un'opera rimasta celebre (The Production and Distribution of Knowledge in the United States, Princeton University Press, Princeton 1962), l'economista Fritz Machlup mostra molto bene come all'inizio del secolo, dopo centocinquant'anni di «civiltà americana», gli USA si trovassero ancora, sul piano scientifico, in uno stato di completa dipendenza nei confronts dell'Europa. Tutte le grandi scoperte, tutte le invenzioni fondamentali erano state registrate sull'altra sponda dell'Atlantico. In Europa sono stati scoperti la turbina a vapore, il generatore elettrico, 1'automobile, il motore diesel, il telegrafo senza fili, i raggi X, la radioattività, 1'elettrone, Ia trasmutazione nucleare, gli isotopi, la catalisi, la teoria dei quanti. Negli Stati Uniti queste novità non hanno conosciuto che applicazioni. Soltanto, dai primi del Novecento gli americani hanno trovato un mezzo per superare questo problema. Secondo la migliore tecnica economica liberate, cio che è scomodo o impossibile produrre a casa propria si importa. Nasce cosi iI brain drain, il pompaggio dei cervelli dell'Europa. La materia grigia si compra sul mercato europeo. E quando non la si può comprare le si dà la caccia per impadronirsene, come nella situazione dell'immediato dopoguerra ben descritta in La chasse aux savants allemande (M. Bar-Zohar, Fayard, Parigi 1965) e sperimentata direttamente da uomini come Wernher von Braun. Tale trasfusione non riesce comunque molto bene, e deve inoltre essere sempre rinnovata.
Nietzsche parla dell'influenza dell'ambiente americano sugli immigrati europei e nota in loro un mutamento davvero radicale, una variazione della personalità. Lo scienziato europeo importato in America è ben presto «agonizzante»: smette di cogliere i punti nodali, salienti della sua branca, non vede più problemi o, se e molto resistente, non ne vede che di falsi. E il caso di Albert Einstein, che una volta arrivato in America si perde nello sproloquio metafisico e nelle illusioni sulla «teoria del campo unificato», e cosi di tanti altri.
Questa digressione serve molto bene ad illustrare qual è il destino cui è condannata l'Europa dalla normalizzazione che il Sistema le impone.
Dal problema storico al problema politico
Quando si parla del futuro dell'umanità, vale la Pena di ribadirlo ancora una volta, non si parla in realtà di nient'altro che del futuro delle società e degli uomini concreti in cui questa si incarna. E quindi, per quel che ci riguarda, si parla innanzitutto del futuro politico dell'Europa nel panorama mondiale.
Abbiamo accennato ad alcune grandi svolte che hanno portato alla rivoluzione neolitica. Abbiamo detto che I'epoca di transizione presente è caratterizzata dal fatto che l'uomo è ormai costretto ad occuparsi seriamente del suo ambiente, ad essere completamente responsabile di se stesso. Di ciò, prima che il Sistema nato dal rifiuto radicale di questa prospettiva acquistasse la sua attuale egemonia, gia ci si cominciava a render conto. I regimi fascisti tra le due guerre sono stati ad esempio un primo tentativo, prematuro ed immaturo, da parte di alcune società europee di prendersi totalmente in mano, a partire da un sistema di valori fondato su un'etica del superamento di se, su una visione tragica della vita e della storia, sulla volonta di potenza e di indipendenza delle rispettive comunità di appartenenza. Già Nietzsche aveva del resto profetizzato che la terra sarebbe appartenuta un giorno o al superuomo o all' «ultimo uomo», e che non ci sarebbero più state altre alternative.
Alcune scadenze dei prossimi decenni possono gia essere facilmente individuate. Quella relativa alla accumulazione, elaborazione e trasmissione delle informazioni: telematica ed informatica. Quella relativa alla tecnologia della fusione nucleare controllata. Quella della biotecnica, le cui prospettive in tutti i campi hanno fatto parlare di «rivoluzione biologica» rispetto al «vecchio» predominio della fisica. Quella della espansione nello spazio interno del sistema solare.
Le società che prima e meglio sapranno comprendere l'importanza di queste scadenze, trarne le dovute conseguenze, esplorarle, riuscire ad integrarle culturalmente e a farne lo strumento di una volonta politica e storica, incarneranno il terzo uomo, cui «evolutivamente», se vogliamo usare quest'impropria espressione, il domani appartiene.
Se è impercorribile la strada del ritorno at passato, se l'adesione at Sistema comporta una rinuncia alla dimensione storica i cui effetti sempre più disumanizzanti sono resi inevitabili dal progressivo acutizzarsi della contraddizione tra l'uso della tecnica moderna e il rifiuto delle implicazioni della sua natura, la sola speranza possibile per i1 nostro continente sta nell'accettazione del proprio destino di popoli abitati dal divenire e dall'avventura, e nel riproporsi ancora una volta in modo rivoluzionario come motore della storia umana.
La stessa più concreta ed immediata prospettiva di allargare i nostri spazi di indipendenza e autonomia è legata alla rostra prontezza nel far fronte a queste scadenze, rispetto alle quali oggi l'Europa, divisa, dominata, espropriata delle sue capacità di investimento, in preda a regimi condizionati soltanto dall'attualita immediata, patisce un ritardo ed un'eterodipendenza gravissimi.
Infine, il problema storico qui affrontato è destinato a diventare problema politico anche all'interno delle singole società. Un maggior potere dell'uomo su se stesso, gestito ed esercitato consapevolmente da una volontà precisa, diventa, ed e inutile nasconderselo, un maggior potere di alcuni uomini (forse meglio si direbbe: di un certo tipo di uomo) sugli altri. Anche qui, ciò che era bastato all'epoca della rivoluzione neolitica ed e bastato fino ad oggi in termini di autodomesticazione e di costruzione della società, non può più bastare. Al salto di qualità compiuto attraverso la libertà concessa all'uorno di fare ciò che crede del suo ambiente e di se stesso, deve corrispondere un potere di scelta proporzionalmente globale. A meno che non si preferisca «lasciarsi vivere», credere di delegare le proprie scelte ad istanze «obbiettive e razionali», e diventare cosi una specie dalla programmazione rigida, infinitamente fragile di fronte alle stesse conseguenze della sua presenza al mondo.
Siamo entrati nell'epoca della mobilitazione totale di cui parlava Ernst Jünger. E' facilmente immaginabile che il «terzo uomo» si debba incarnare in un tipo sociale preciso, con ruoli e funzioni analoghi a quelli assunti dalle aristocrazie dopo il neolitico. Ed è bene non ingannarsi a questo proposito. A quell'epoca, la nuova coscienza storica e il potere che a questa si legava vennero assunti non dai tecnici, cioè dai contadini (la nuova aristocrazia resta in generate eminentemente dedita alla caccia e alla guerra), Vennero assunti da chi seppe comprendere il cambiamento storico avvenuto, coglierne la portata, svolgerne e risolverne le conseguenze in una nuova mentalità ed in un nuovo modo di vivere.
Cosi, questa nuova coscienza storica non è destinata ad incarnarsi ne nell'uomo «naturale», colui cui è affidata la messa in atto concreta della tecnica, né nel «secondo uomo» addetto alla organizzazione della vita collettiva secondo la politica e il diritto relativi alla mera amministrazione della società ereditata dalla rivoluzione neolitica. E destinata ad incarnarsi invece in coloro che saranno capaci di operare questa mobilitazione totale, e di ridare un senso alla storia ed alle esistenze individuali, stabilendo un indirizzo e immaginando un destino.