La Nuova Società dei ConsumiChe la crisi si aggravi (Fi&N ols PARTANT PremessaChe
la crisi si aggravi (FRANCOIS PARTANT)
Premessa
La
società dei consumi è morta: viva la nuova
società dei consumi. Tanta acqua è ormai passata sotto
í ponti da quando, nel 1970, Jean
Baudrillard [alias]
ha descritto in La
società dei consumi (1)
la natura profonda della società mercantilistica occidentale
coniando questa espressione. La vecchia «società dei
consumi» ha cambiato volto e si è trasformata come se
avesse subito una «mutazione». Curiosa metamorfosi: essa
rinnega, ma al tempo stesso accentua i tratti più
caratterizzanti della «prima» società dei consumi.
Vediamone le linee generali.
La crisi
economica ed i rischi crescenti di destabilizzazione planetaria non
vanno a ledere la società consumista, ma piuttosto a
rafforzarla, a trasformarla in ciò che i sociologi chiamano
già «società dei consumi di crisi». Il suo
volto si delinea fin da oggi. E narcisista, iperindividualista,
conservatrice; allea istituzioni neofeudali e pratiche corporative ad
un'accentuazione della massificazione sociale; associa l'espansione
dell'autonomia individuale a quella dei poteri di controllo di
tecnostrutture sofisticate; mischia stranamente una rinascita di
atteggiamenti «organici» - quali un recupero ambiguo
delle radici e delle forme di. vita conviviali - con un
sovrappiù
di tecnicismo freddo, di egualitarismo programmato. Un misto del 1984di Orwell
e di un nuovo medioevo...
La
società dei consumi invecchia e si appesantisce, si fa meno
conquistatrice; con questo non è che si indebolisca, è
anzi sempre più «insediata». Più discreta,
penetra in profondità tutti gli strati sociali, diversificando
il proprio approccio con ciascuno di essi. Contrariamente alle
apparenze e a quanto succedeva ancora recentemente, non vi sono
più
emarginati dal consumismo e dal suo psichismo. La situazione odierna
può essere descritta in termini di integrazione
totale.
Il
sessantotto ha marcato l'apoteosi della società consumistica
classica: ci si trovava al centro della grande prosperità del
dopoguerra, all'apogeo del tasso di crescita. La
«modernizzazione»
procedeva a passi da gigante, la disoccupazione era insignificante,
il tenore generale di vita in piena ascesa. Le classi meno favorite
scoprivano per la prima volta l'assalto ai consumi, e intendevano
goderne immediatamente.
L'Europa
sperimentava la cultura mondiale di massa di stampo
anglo-sassone.
Il
sessantotto fu al tempo stesso la contestazione e l'assunzione
di questo stato di fatto. La contestazione: il borghesismo della
società dei consumi, il culto dell'economismo liberale e del
tasso di crescita, la società anonima e massificata, la
razionalizzazione del lavoro e della vita sociale furono aspramente
denunciati. Ma queste denunce erano inconseguenti e contraddittorie.
La nuova società dei consumi appare quindi come l'integrazionedell'ideologiache ha dato vita al sessantotto nella
societàmercantilistica e la consequenziale evoluzione
di quest'ultima: cioè il rafforzarsi del suo spirito
borghese e della sua uniformità mercantile sotto il simulacro
di un loro addolcirsi. La nuova società dei consumi
comincia dunque simbolicamente la sua ontogenesi nel 1968.
I
contestatori le intimavano, in qualche modo, di mantenere le sue
promesse, di realizzare i suoi obbiettivi. «Tutto e
subito»,
«sotto il pavé, la spiaggia», «godere senza
ostacoli», che cosa sono - come tutti gli altri slogan del
maggio parigino - se non l'impensato della pubblicità, se non
il discorso implicito del consumismo, se non l'ingiunzione fatta alla
società occidentale di adempiere al suo impegno?
Sotto
certi aspetti, la nuova società dei consumi ha integrato
queste rivendicazioni. I pubblicitari, i marketing makers, i
«lavoratori sociali» di altro tipo, i
«creativi»,
sono dei sessantottini omologati. È falso dire che si sono
lasciati «recuperare» dal sistema, perché essi
erano già da sempre nel sistema, dentro il nuovo sistema.
Come
scrive Alain de
Benoist «non è certo che il
sessantotto sia stata una reazione contro lo spirito del tempo. Ho
piuttosto l'impressione che ne fu un prodotto (e persino un
sottoprodotto). Chi si ribellava(...) contestava la
società
in atto in nome dei suoi stessi principi, rimproverandola (...) diaverli traditi » (2).
Giacché,
che venissero da paleomarxisti o da situazionisti,
le contestazioni, nella loro estrema ambiguità, attaccavano le
forme della società dei consumi classica (ineguaglianza,
standardizzazione e razionalizzazioni brutali, ecc.) in nome della
sua stessa ideologia (l'economismo, il diritto alla felicità,
l'individualismo, l'egualitarismo, il diritto all'abbondanza, ecc.).
Espressi
dal sessantotto, gli ideali della nuova società dei consumi
non hanno potuto essere messi in atto che a partire dalla fine degli
anni settanta, che a partire dal momento in cui ciò che si
è
convenuto di chiamare la «crisi» ha interrotto la grande
ondata di euforia e di prosperità del dopoguerra. La NSC,
Nuova Società dei Consumi, comincia effettivamente a prendere
piede all`alba degli anni ottanta. Essa è oggi in piena
espansione. Quali sono le sue principali caratteristiche?
Il consumismo sofisticato
La
crisi, la minaccia all'occupazione e la precarietà del tenore
di vita frenano le contestazioni contro il consumo e l'organizzazione
della società. Si preferisce preservare ciò che, a
conti fatti, è ben gradevole: il modo di vivere urbano e
industrializzato. Nella nuova congiuntura economica, che vede cessare
l'espansione lineare e introduce la disoccupazione come fatto sociale
«normale», l'edonismo e il consumismo non retrocedono, ma
progrediscono sotto una forma al tempo stesso più potente,
più
discreta e più sofisticata. Sofisticazione: parola
chiave della NSC.
Il
Central Economics Survey Institute di Londra giunge, in un rapporto
di ottocento pagine destinato agli investitori stranieri e
concernente lo stato della società britannica negli anni
1985-1990, agli stessi risultati dell'inchiesta condotta per conto
della Commissione
europea di Bruxelles su La sociétéeuropéenne à
la fin du siècle. Comportements
sociaux et économiques.
Conclusioni simili anche nei
numerosi studi realizzati con sondaggi comparativi per conto del
Centre de Communication
Avancée di Parigi e
nelle conclusioni di un rapporto
socioeconomico pubblicato dall'istituto Marketing
Office, la Guida del consumo all'orizzonte del
1990.
Il
consumo ed il suo raffinarsi prenderanno una parte capitale, molto
più importante rispetto ad oggi, nella vita sociale. «Cosa
consumare?», questa sarà la preoccupazione centrale.
Apparentemente sbarazzato di ogni frenesia, il consumo,
«responsabilizzato» e gestito in modo più
sofisticato, diventerà sol per questo ancora più
radicalmente il perno della vita sociale. Le recenti campagne
pubblicitarie sul tema del «consumatore intelligente»
annunciano questa psicologia. Più che un «fatto»,
che aliena la personalità, ma le è ancora esterno, il
consumismo sarà un sistema culturale interiorizzato,
anche e soprattutto se la generalizzata frenesia di acquisti
scomparisse dai comportamenti. Al consumo d'intasamento, che
corrispondeva all'età giovanile e prospera della società
consumista, sta per succedere l'età matura dell'homoconsumans. Ma quest'ultimo, in apparenza
responsabile, sarà
molto più alienato del suo predecessore: alienato non tanto
alle mercanzie stesse, quanto al consumo in sé come fatto di
civilizzazione. E’ interessante notare come questo fenomeno sia
direttamente provocato dalla maturazione senescente delle ideologie
che, un tempo, denunciavano la società dei consumi e che, ora,
cominciano ad «omologarsi»: vecchi
ecologisti, rivoluzionari
riconvertiti alla difesa del
consumatore, vegetariani passati all'igienismo ed al «controllo
delle scelte alimentari», eccetera. Il fatto di «scegliere
ciò che si consuma» prenderà, nella scala dei
valori, un'importanza crescente; le categorie culturali si
determineranno sempre più spesso a partire dal
«paniere»
di prodotti che i loro appartenenti consumano e da cui sono orientati
nelle loro scelte di vita. La California, dove la
«spiritualità»
pretende di fondarsi sul cibo e sulla «filosofia
dell'abbigliamento», mostra già l'esempio di ciò
che avverrà (3).
Le
associazioni di consumatori, vere e proprie corporations che
si aggiungeranno alle altre, da quelle dei genitori ai sindacati di
disoccupati, saranno abilitate a concludere convenzioni con i
distributori e si costituiranno in apparati che interverranno nella
politica produttiva e nella vita pubblica. I centri commerciali sono
chiamati a farsi carico di funzioni di animazione urbana e di
spettacolo culturale sempre più importanti. Un negozio urbano
del 1990 assomiglierà ad un drugstore con mini-nido
d'infanzia, spazio show di presentazione dei prodotti, ufficio di
assistenza sociale, centro di trasfusione sanguigna itinerante.
Tickets d'acquisto potranno essere offerti al consumatore
regolare di tale o tal centro commerciale (il negozio isolato è
già oggi in declino), il che gli darà diritto a
privilegi economici, al beneficio di un ventaglio di servizi
extracommerciali e soprattutto ad un diritto di controllo sulla
gestione del «suo» centro commerciale. Questa
«democrazia
del consumatore», che del resto è scritta negli
indirizzi programmatici di un buon numero di governi e partiti
europei, non costituisce un mezzo supplementare per spoliticizzare il
cittadino e lasciar libero corso al cesarismo delle tecnocrazie
centrali?
Si
assisterà ad una intellettualizzazione del consumo:
ogni settore produttivo di beni di consumo sarà riallacciato
ad un concetto di vita dominante, per esempio l'alimentare, il
tessile e il farmaceutico alla «nutrizione» e alla
«salute», la manutenzione all'«efficienza»,
gli elettrodomestici all'organizzazione del «focolare
domestico», i prodotti cosmetici all'«igiene» e
all'«estetica», il bricolage al
«risparmio»
e alla «autenticità», le merci pratiche ed a buon
mercato alla «democrazia», eccetera.
Il
che condurrà l'offerta, così come le agenzie di
pubblicità, ad intervenire sempre più nella filosofia
sociale, ovvero direttamente nell'ideologia esplicita, per imporre i
prodotti e i servizi (4).
Per
ciò che concerne le merci consumate, è atteso un balzo
in avanti dell'elettronica domestica sotto le forme più
diverse. Ben presto appariranno glì orologi-computer, i
muri d'immagini che rimpiazzeranno il tubo catodico dei televisori, i
telefoni portatili miniaturizzati, le macchine da scrivere a
dettatura (la dictaprint è in prova in una ditta
italiana), eccetera. Balzo anche dei prodotti alimentari e di tutto
ciò che partecipa alla sofisticazione del comfort
personale, come i gadgets elettrodomestici, la cura del
corpo, eccetera. In rischio di declino, in compenso, i prodotti
«pesanti» come l'automobile, la casa a credito, e
così
via. Il nuovo consumatore sarà un nomade radicato.
«Nomade» perché non avrà che pochi punti di
ancoraggio materiali (tipo casa, famiglia, debiti a lunga scadenza,
risparmio, etc.), ma «radicato» per i suoi bisogni
culturali di appartenenza, la sua sete di un immaginario
«caldo»,
di un ambiente familiare e conviviale. Queste «radici»
non hanno ovviamente niente di autentico. Non sono vissute
interiormente come un'appartenenza spirituale profonda, ma adottate
coscientemente come strategia di fuga e di autoprotezione. E’ il
segno del freddoloso bisogno di rassicurazioni affettive.
L'individuo
restringerà i suoi progetti, non risparmierà più,
non investirà che nel quotidiano, volendo conservare a
qualsiasi prezzo in tempo di crisi il suo tenore di vita, e, per far
ciò, misurerà i suoi acquisti, razionalizzando
progressivamente i suoi gusti e programmando i suoi bisogni come i
suoi valori personali. II nuovo consumatore non amerà le
«sparate», gli sprechi ostentati, ma sarà al
contrario riflessivo, tecnico, matematico, egotistico.
I
temi del diritto al consumo si amplificheranno, forse persino
nello stesso campo giuridico, in maniera considerevole. Consumare
indipendentemente dal lavoro diventerà - ciò che oggi
non è ancora affatto - un valore comunemente ammesso. Il
rapporto guadagno-spesa sarà infranto. Questo congiungersi di
un rinforzo dell'individualismo e dell'accesso del
«consumo»
allo status di funzione sociale egemone, ai posto della
produzione, farà probabilmente scomparire ciò che resta
dello spirito di classe: lo spirito particolaristico di
gruppo lo rimpiazzerà. Già i sindacati diventano
quasi dei centri di gestione clientelare; nel campo del consumo
appariranno nuove forze di pressione dotate di mezzi giuridici
importanti. La democrazia del consumatore, il diritto all'edonismo,
ovvero all'equilibrio ed all'eguaglianza psicosessuale, come vide
Béjin (5)
fanno la loro entrata nell'arsenale dei fantasmi ideologici.
L'edonismo
tranquillo diventa un valore cardinale e sostituisce l'«ebrezza
del consumatore» (6).
Questa espressione è stata creata da un redattore di Lui,
rivista che esprime molto bene la mentalità della prima
società dei consumi, alla scoperta neofita di un'abbondanza
che si tingeva allora dei piccoli brividi di un erotismo che si
voleva sorridente e chic. La pornografia specializzata ha
rimpiazzato l'erotismo e Lui, come Cosmopolitan,
sono stati in Francia detronizzati da Actuel,
periodico mediocre ma molto simbolico dello spirito della NSC. Il
«consumatore sfrenato» non vi è più di
moda. L'edonismo prudente lo rimpiazza. Actuel ha lanciato una
campagna molto significativa del nuovo costume: lo slogan centrale
Vers des jours meilleurs corrisponde esattamente ad un
riassunto della nuova mentalità della NSC.
Questa
mentalità è quella di coloro che sono passati per
l'anticonsumismo, per speranze rivoluzionarie o contestatrici e che,
feriti dalle delusioni, ma nondimeno cicatrizzati, «mettono
giudizio», si reintegrano, e tornano al consumismo con una
mentalità del tutto differente, più profonda e
disincantata, più assennata di quella dei «giovani
quadri dinamici», dei cavalieri del tenore di vita degli anni
sessanta e dell'inizio degli anni settanta (7).
Nel gergo oggi di moda, diremmo che un consumismo cool rimpiazza
il suo predecessore hard, ma che in ogni caso il consumismo si
trova perciò maturato, vaccinato da ogni autodenigrazione,
rinforzato. La campagna Vers des jours meilleurs insisteva per
esempio su temi come «noi vogliamo dei begli appartamenti»,
«noi vogliamo amici simpatici», «noi vogliamo delle
serate riuscite», eccetera. Vuoto intellettuale, ma anche
ricaduta nella piattezza borghese. Due mentalità si
intrecciano qui: quella dei delusi dei grandi ideali e delle speranze
rivoluzionarie e quella, alquanto banale e normale, dell'edonismo. La
ricerca del piacere dal nostro punto di vista non è certo in
sé condannabile; ma dal momento in cui ha bisogno di
esplicitarsi ed assolutizzarsi diventa il segno di una
patologia. Il piacere, la dolcezza del vivere diventano ossessioni,
fantasmi.
La
nuova società dei consumi si vuole più dolce.
Essa ammortizza gli shock della produzione e del consumo di
massa, dell'uniformizzazione culturale e della meccanizzazione dei
rapporti sociali. Li rende sopportabili e indolori e, per ciò
stesso, li garantisce da ogni spinta contraria.
La
NSC non crede più alla modernità, al progresso, alla
democrazia di massa. Si limita a viverli. Da lirica, l'ideologia del
benessere è divenuta prosaica e pratica.
Rientrato
a casa alle diciassette e trenta in punto in una piccola vettura
diesel, il quadro medio della NSC si guarda una videocassetta porno,
poi gioca ad una guerra stellare con i suoi due figli sul PC
familiare - per quanto sostenga Amnesty
International. Il suo
predecessore della prima società dei
consumi tornava esausto, alle undici di sera, su di una rutilante
"duemila" a credito, e passava i week-end a lavorare
freneticamente al giardinetto della sua rovinosa seconda casa.
Ad
onta della sua crescente sofisticazione tecnologica, la NSC lascia in
bocca un gusto bizzarro di povertà, di penuria
crescente.
La «mancanza di credito»: leitmotiv
centrale di una società paradossalmente ossessionata
dall'inflazione, cioè dalla sovrabbondanza dei segni monetari.
Pletora di danaro, ma al tempo stesso mancanza di danaro: strana
contraddizione malsana. La parola «decadenza» assilla le
coscienze. Vi è nella mentalità della NSC qualcosa in
comune con lo spirito che doveva regnare a Parigi all'inizio
dell'occupazione tedesca, quando il bel mondo tentava di tergiversare
con la penuria crescente e di inventare un nuovo chic, una
nuova abbondanza. L'epicureismo di massa si allea al disimpegno, alla
smobilitazione delle coscienze. Così come si alleano il
proseguimento dei comportamenti «permissivi» ed
«amorali»
apparsi negli anni sessanta e il soprassalto di moralità
sessuale, familiare e di tranquillità domestica «rétro»,
soprattutto presso i giovani. Ma tutti si tollerano.
Nessuno
si sente implicato dai comportamenti altrui. Non vi sono più
poste in gioco. Si tratta semplicemente, per ognuno, dì
trovare da solo la sua piccola via personale verso la felicità
cool. Il corpo sociale non reagisce né con la violenza
né con la ribellione alle disillusioni della prima
società
dei consumi, alla fine del sogno dell'arricchimento continuo,
bensì
al contrario con una strategia di mantenimento e di perfezionamento
di quanto già acquistato.
L'ideale
dell'accumulazione fa progressivamente posto a quello della
gestione ottimale dei piaceri. Piuttosto che cercare di
acquistare una seconda residenza, arredate il vostro appartamento.
Ridipingiamo dunque gli edifici in stile rétro:
ristrutturiamo, smettiamo di costruire. Preferiamo un'architettura
assennata, un habitat restaurato, alle audacie moderne che non
siamo stati capaci di assumere culturalmente. Il Concorde ci offre le
sue ultime ore di volo prima di essere tolto dalle linee aeree e la
tecnologia spaziale non serve più alla conquista delle stelle
bensì alle telecomunicazioni, cioè alla fin fine al
nostro rassicurante televisore domestico.
Nella
nuova società dei consumi, la gente cerca di conservare il
proprio tasso lordo di felicità, non più grazie alla
crescita ed all'aumento dei redditi monetari, ma attraverso tutte le
pratiche che circondano ciò che viene chiamata la ricerca
della “qualità della vita”. Ed eccolo qua il grande slogan
che ha fatto vibrare tutta una società all'alba degli anni
settanta! La nuova società dei consumi in fondo s'è
data per missione di realizzare questo ideale povero. La
«qualità
della vita» assilla l'Occidente che invecchia, demograficamente
sempre più deficitario. Khomeini
e Gheddafi
devono certo farsene delle belle risate. Ma questa ossessione non fa
che tradurre il concludersi della vecchia aspirazione delle ideologie
occidentali. Marx
parla di continuo, sotto altri termini, di questa famosa qualità
della vita. L'ironia della storia è che la NSC del vecchio
occidente imbellettato si è assegnata il compito di realizzare
questo ideale planetario iscritto nel secondo
tomo del Capitale.
La
«qualità della vita» prolunga, senza rinnegarlo,
il quantitativismo monetario delle aspirazioni economiche della prima
società dei consumi.
Essa
sostituisce l'ossessione dello standing, del tenore di vita,
del reddito più alto possibile. Si organizza attorno a
rivendicazioni quali l'incremento del tempo libero, la qualità
dell'ambiente urbano, i passatempi, l'efficienza e l'estensione dei
servizi sociali. Per nulla anormali, questi desideri diventano, per
inversione, patologici, perché costituiscono un ideale unico,
monopolistico; e perché a dispetto dei simulacri di cui si
colora, la qualità della vita copre un'aspirazione non ad una
vita di migliore «qualità» (8),
ma ad un'esistenza sempre più presa maternamente a carico
dallo Stato-provvidenza e sempre più alienata dall'economismo.
Camuffamento e
rafforzamento dell'economismo
In un
rapporto di prospezione sociale pubblicato dall'istituto francese di
proiezioni INFORCO,
possiamo leggere: “Il
Presidente eletto -
immagine: "la
forza tranquilla" con un villaggio sullo sfondo - ha
trionfato su un candidato che prometteva con la sua propaganda agli
elettori di portarli a battersi sul fronte di operazioni mondiali
(...). Così, i socialisti hanno vinto eccitando il vero
immaginario dei loro elettori, ed oggi, la necessità obbliga,
non parlano che di economia. Perderanno dunque il potere a meno di
riuscire a prolungare il sogno suscitato. Ma i loro successori
eventuali non potranno fare unapolitica di restaurazione che
al prezzo di cadere a loro volta”. Il fatto è che,
prosegue il rapporto, “la
Francia è entrata nella
'civilizzazione socialista' (...). E’ un fatto irreversibile sul
piano 'sociologico'. Coloro che ci dirigono, di destra o di sinistra,
dovranno sottomettercisi (...) indipendentemente dai poteri politici.
E’ una novità, ed è anche una trappola per gli uomini
politici (...).Ciò che non era che una
mutazione lenta
sta diventando una rivoluzione precipitosa “.
Questa
nuova società dei consumi, «socialista», che tende
a dominare al di là delle varie etichette di partiti e governi
tutta l'Europa occidentale, vedrà il politico e l'economico
dominati in apparenza dal sociale. Il primato del
«qualitativo», la domanda culturale, l'adeguamento
crescente dell'offerta industriale e commerciale alle mentalità,
possono dare l'impressione di una messa in ombra del politico e
dell'economico. In realtà l'economico non passa in secondo
piano che per meglio riapparire: là dove, nella società
dei consumi, dominava e orientava il culturale, va oggi a confondersi
con esso, dando l'impressione di sottomettervisi. In effetti,
se è vero che, da quanto sembra disegnarsi, le preoccupazioni
qualitative (il «vivere meglio») avranno il sopravvento
sulle esigenze di riuscita economica (propria, della propria impresa,
del proprio paese, etc.), sembra nondimeno che gli stili di vita, i
gusti, le affinità, le personalità, saranno modellati e
definiti sempre più dalla tipologia diconsumo
di ognuno. I prodotti, beni e servizi, decideranno dello stato
psicologico e della «casella» di appartenenza
sociomentale delle popolazioni.
Le
speranze di sfuggire alla presa dell'economia, e di restaurare
così
il politico al posto che gli compete, vengono riposte tutte nel fatto
che la nuova società dei consumi darà più spazio
al sociale. In realtà, questo «sociale»
potrebbe non significare nient'altro che un rinforzo ed un
camuffamento della presa dell'economia, una mera sofisticazione
dell'economismo della prima società dei consumi. In apparenza,
il «sociologico» avrà la meglio sull'economico
perché quest'ultimo sarà meno presente nei discorsi e
nelle rivendicazioni. perché gli stili di consumo
concerneranno meno le classi sociali e i livelli finanziari che i
segmenti socioculturali. Ma in realtà l'economismo si
accontenterà di prendere un nuovo volto: quello del
«socialismo sociologico» che non è più un
socialismo politico o di classe, ma un socialconservatorismo, un
bisogno di madrinaggio da parte dello Stato-provvidenza.
La
NSC sarà, si dice, meno dominata dal danaro, perché
nuovi corpi intermedi si stanno creando, perché la
società,
reagendo contro la massificazione tecno-economica della prima
modernità industriale, secerne anticorpi quali un rifiorire
della vita associativa, il ritorno dei folklori, dei regionalismi,
delle radici, della qualità della vita, dei gruppi di
pressione per la difesa della libertà, eccetera. Ma questi
corpi intermedi, come le dottrine che li guidano, sono tutti
organizzati intorno a concetti socioeconomici, sono tutti
animati dall'ideologia individualista del benessere del singolo (il
cui punto ultimo è la concezione economica del mondo). Anche
il regionalismo contemporaneo è spesso falsamente
etno-nazionale: è infatti per lo più centrato attorno a
rivendicazioni autonomistiche, pseudotradizionali e societarie, senza
essere politico nel senso pieno del termine. Il sistema che
talvolta si pretende di combattere, ne esce rinvigorito. La
«qualità
della vita», affinando l'individualismo atomizzante,
l'egualitarismo e l'ideologia del benessere, non sviluppa una
mentalità veramente opposta al «quantitativismo»
della prima società dei consumi, ma spinge ancore più
lontano i suoi ideali.
Le
nuove tendenze accettuano l'economismo. Il "sociologico",
ne è la maschera.
Si
consuma cultura, qualità della vita; consumiamo, come
merci, e per le stesse motivazioni (l'individualismo), calore umano,
vita associativa e comunitaria, radicamento culturale, ritorno alle
origini; consumiamo anticonsumismo, consumiamo corpi intermedi e
socialità per vaccinarci contro il consumismo stesso nella sua
forma brutale e primaria. Appaiono interi settori economici che sono
deputati a produrre socialità e tempo libero –
anti-produzione, in una parola.
È
dunque un'illusione ottica che l'ideologia occidentale economicista,
individualista ed egualitaria sia battuta in breccia dall'apparizione
di una nuova società più “sociale”, più
interessata alle dimensioni comunitarie ed ai corpi intermedi,
più
strutturata, più interessata ai «problemi della
gente»
ed al fatto culturale. Il capitalismo di crisi prende sì in
conto il "culturale", ma solo per controllarlo meglio.
La cultura è «prodotta» e «consumata»;
da energia vivente e vissuta dal popolo e dalla società
civile, è diventata spettacolo, ovvero mercanzia
(eminentemente rispettata) fabbricata da reti produttive mondiali.
Essa entra di conseguenza radicalmente nella sfera dell'economia;
neutralizzata, cessando di essere una posta politica o pratica, la
funzione culturale non nuoce più al sistema: piuttosto che
contrapporvisi, il consumismo le si è intrecciato
strumentalizzandola.
Werner
Sombart aveva ragione:
già dal 1905 prediceva che il carro
della civilizzazione liberale industrializzata, fondata su di
un'economia di accumulazione, di prestazione, di lavoro austero, di
aspra concorrenza, avrebbe dato luogo al meschino «spirito del
benessere», che il capitano d'industria sarebbe divenuto un
borghese assistito, paradosso ugualmente rilevato da Daniel
Bell (9).
L'ideale «socioculturale» della NSC, col suo miscuglio di
socialismo (livellamento ed assistenzialismo) e di ideali
capitalistici (consumismo felice), è il logico compimento di
ciò che era al tempo stesso presente nel socialismo e nel
capitalismo liberale: il dogma della prevalenza del benessere
individuale su tutte le altre aspirazioni.
Il
declino economico insieme ad un abbassamento generale, per il momento
non ancora misurabile, del tenore di vita, sì accompagneranno
al microperfezionamento tecnologico e ad una continuazione della
sofisticazione tecnica crescente degli ambienti di vita. Se una nuova
era di penuria - quella del dopocrisi - si annuncia
prospettiva certo poco lieta, la caduta del tenore di vita e
l'arresto dell'aumento di redditi finora ininterrotto da cento anni a
questa parte, non significheranno per niente l'indebolimento
dell'«economia mondiale» che unifica il pianeta: infatti,
sul piano internazionale, la «civilizzazione dell'economia»
non è stata per niente toccata dalla nuova società dei
consumi.
Nel
modello socio-economico a venire, sembra che il mercato non sarà
tollerato altro che a livello internazionale e minieconomico.
Lo Stato socialdemocratico gioca il gioco del capitalismo totale al
livello supernazionale, e niente distingue di conseguenza una
multinazionale privata da una società nazionalizzata;
all'interno del paese, ha la tendenza invece a sovietizzare e
burocratizzare l'economia nelle sue strutture fondamentali. In
compenso, il microcommercio, le imprese minuscole, soprattutto del
terziario, fioriscono liberamente.
Uno
strano modello viene perciò a disegnarsi: il mercato e la
dinamica capitalistica finiscono per continuare a dominare le grandi
società, le grandi banche, mentre l'economia é sempre
più burocratizzata. Burocratismo socialista e
liberalcapitalismo celebrano le loro nozze sotto il vessillo del
mondialismo...
La
nuova società dei consumi non è una cosmesi della
vecchia, né il sui, ritorno. Essa costituisce, grazie alla
creazione «perversa» di nuovi corpi intermedi,
l'esplosione della società dei consumi, cioè il
suo passaggio a livello planetario. Nel momento stesso in cui di
fatto si mondializza, la società dei consumi, per un fenomeno
di compensazione, sviluppa «anticorpi psicologici»:
fenomeni sociologici di differenziazione e di falsi organicismi.
Quando era al suo primo stadio, il suo stadio nazionale (e
«infantile»), essa appariva brutalmente uniformizzante,
massificante, standardizzante. La NSC utilizza le differenze, e per
ciò stesso le stimola e le neutralizza. Queste
«neodifferenze», eterogeneità simulate, sono
d'ordine orizzontale, e non più verticale
(etnonazionale). Per esempio: le nuove tribù mondiali dei
punks, dei gays, dei maniaci delle natura (nelle
versioni del naturismo, dell'ecologia, della macrobiotica, del
ritorno alla terra) della jet society, del «risveglio
religioso», delle «donne liberate», eccetera. Ogni
tribù è soprannazionale, di modo che il carattere
uniforme e planetario della società occidentale si ritrova
definitivamente garantito; le rivolte contro questa
macro-omogeneità
sono neutralizzate perché l'illusione della differenziazione
esiste. In qual misura ad esempio i movimenti “alternativi”
tedeschi non rinforzano almeno in parte, obbiettivamente,
l'establishment borghese di una Germania Ovest americanizzata?
La nuova società dei consumi rassomiglia ad un grosso mobile
in cui ogni cassetto è dipinto e decorato con colori e motivi
diversi. I cassetti sono felici.: si credono autonomi ed unici;
dimenticano il mobile, ma è quest'ultimo che conta.
Anche
se ogni casella, ogni cassetto si «radica» nella sua
piccola tribù nel suo segmento specifico, lo sviluppo della
macromacchina generale non ne è disturbata, anzi. Il sistema
cresce tanto meglio quanto più i sottosistemi si polarizzano
su se stessi, senza contestare la gestione dell'insieme. Certo, tutto
ciò comincia ed interagisce ...
La
NSC sarà sempre più marcata dall'informatica: ma non
importa quale tipo di informatica, perché si tratta della
«perimatica», cioè delle reti diffuse di computer
sparpagliati. Nuove protesi, nuova carta, i microprocessori governano
la NSC, dai videogames alle prenotazioni dei treni ed entrano, dalla
gestione delle imprese, nella vita quotidiana. L'informatica
quotidiana, per il modo in cui viene concepita ed usata, segmentando
ancora un po' di più il mondo sociale, accentua l'aspetto
reticolare della nostra società, società senza
luoghi ma punteggiata di punti di passaggio e di flussi di transito,
accentuando di per ciò stesso gli effetti di uniformizzazione
di massa mentre sembra combatterli.
Il
pianeta diventa veramente il villaggio
globale di cui parlava
Marshall
Mac Luhan. Sotto la traina
universale delle settoriali, tutte ed
ovunque simili nelle loro tecnologie, nelle loro istruzioni per l'uso
e nei loro codici di commercializzazione, «rivivono» le
differenze (culturali, etniche, religiose, nazionali, tribali, etc.)
mentre la prima società dei consumi sembrava schiacciarle.
Ma
di fatto, così neutralizzate, le specificità sfumano
definitivamente, finite da questa tolleranza, e non rinascono
se non come simulacri, sterilizzati ed incarcerati sotto la nebbia e
l'indistinto universale del sistema. E quest'ultimo, lusso supremo,
sarà tribale.
Il ritorno delle
tribù
Fine
dei grandi standards. Riecco le tribù, i
«segmenti».
Gli omosessuali, la terza età, i notturni, i punks, i
liceali, gli inseriti, i creativi, i randagi, i preppies, gli
yuppies, i "tossici", i manager, gli alternativi,
gli intellettuali: tutto si interseca, le appartenenze sono mobili.
Le «classi» sociali marxiste sfumano. Le grandi categorie
«socioprofessionali» degli anni sessanta, pure; gli
indirizzari si specializzano, i comportamenti si diversificano. In
apparenza, la società neotribale, ai cui primi balbettii
assistiamo oggi, reintroduce appartenenze fondate su tutt'altro che
l'economico e il monetario.
Ma,
fatta eccezione per gli immigrati e le loro comunità, il
neotribalismo, sotto ad apparenti razionalizzazioni
«culturali»,
si organizza in funzione di scelte ed affinità strettamente
socioeconomiche. Sono i costumi e non le appartenenze che
costituiscono il cemento dei nuovi corpi intermedi. Sono gli ideali
domestici a proposito di benessere ad essere all'origine dei gruppi
neotribali.
Le
nuove tribù vengono a costituirsi per sfuggire
all'omogeneizzazione della modernità industriale, per sfuggire
il suo individualismo di massa e apportare una controstrategia di
vita alla standardizzazione della società mercantilistica.
Ma,
come i movimenti «alternativi» - postgoscisti - apparsi
alla fine degli anni settanta in reazione al modello
tecnico-industriale planetario della società occidentale,
hanno alla fin fine riprodotto aggravandola la sua ideologia
(universalismo, individualismo, umanitarismo), così le
«tribù»
rischiano di rinforzare in realtà l'omogeneizzazione e
l'uniformità di massa della società dei consumi, che
esse in un certo senso avrebbero dovuto combattere.
In
effetti, la società neotribale in via di apparizione
reintroduce a prima vista questa differenza tanto ricercata.
Essa sostituisce, si crede, il «comunitario» al
«tecnoeconomico», marcando persino un ritorno alla
società organica. Sembra spezzare la standardizzazione dei
consumi a profitto dei segmenti di mercato nei quali ciascuno
svilupperebbe un modo di vivere più originale ed autentico, e
meno alienante (più scelta, meno imposizione e manipolazione).
Essa
rimpiazza, in apparenza, motivazioni produttiviste, meccaniche,
monetarie, con aspirazioni più intrise di vitalismo, quali la
qualità della vita, il benessere, la realizzazione di sé,
eccetera. In realtà, questo nuovo modello di consumo, questa
nuova definizione del paesaggio sociologico rischia fortemente di non
essere altro che una metamorfosi simulata.
Le
«tribù» sono fondate su appartenenze false che non
essendo né culturali, né politiche, né
etnonazionali, ma strettamente socioeconomiche, non spezzano
l'omogeneizzazione ma l'affinano, la mascherano (e perciò la
rinforzano) sotto l'apparenza di una segmentazione e di
un'eterogeneità, accentuano moltiplicandole le
standardizzazioni.
Questo
genere di autorinforzo di una forma sociale (e politica) tramite i
suo contrario, è frequente nella storia, compresa quella
più
recente. Esempi: il movimento operaio internazionale e il socialismo
hanno permesso al capitalismo di raggiungere il suo «primo
stadio industriale», i movimenti contestatari della
gioventù
degli anni sessanta e settanta hanno svolto obbiettivamente il ruolo
di occidentalizzare le classi d'età nate nel dopoguerra e di
creare la prima classe mondiale di consumatori, eccetera.
Oggi, la
società neotribale, prodottasi in apparenza per reazione alla
massificazione sociale, permette a quest'ultima di progredire in modo
dissimulato e di neutralizzare, assorbendole, le ideologie della
differenza. I corpi intermedi, quando non sono prodotti dal
«basso»,
dalle tradizioni, dalle fasi di maturazione storica di una
società,
ma costituiti dall'«alto», dal sistema stesso, hanno
spesso come risultato di rafforzare l'omogeneità e
l'uniformità propria mentre sembrano creare eterogeneità:
così il decentramento e la moltiplicazione degli organi
intermedi della struttura statale, mentre conducono ad una perdita di
centro e incrinano la sovranità dello Stato, accentuano di
fatto il peso e l'invadenza dello statalismo nel sociale - punto
questo su cui avremo occasione di ritornare.
Parimenti,
l'apparente pluralizzazione delle «comunicazioni» di ogni
genere (telematiche, via satellite, via telefono, telex, eccetera) e
l'esplosione dell'audiovisivo così come la moltiplicazione
quantitativa delle reti che lo producono e lo diffondono, introducono
una eterogeneità di superficie pur permettendo di perseguire
in realtà con maggior efficacia l'uniformizzazione della
comunicazione sociale. La moltiplicazione dei media, la loro
segmentazione e specializzazione, oppure il relativo declino dei
grandi media polivalenti (il grande quotidiano nazionale, le catene
televisive di Stato), non indeboliscono l'effetto di martellamento
dei media stessi sull'opinione pubblica, ma lo rafforzano
specializzandolo, affinandolo. Proprio nel momento in cui crede di
avere una «scelta» maggiore di prima, il consumatore di
messaggi mediatizzati si ritrova al contrario ancora più
abbrutita e brain-washed [col cervello lavato].
Inoltre,
la specializzazione dei media porta con sé una
specializzazione dei messaggi. Nella NSC i pubblici sono
settorializzati, «ramificati» a seconda dei loro
interessi o specializzazioni hobbies. Da qui un'ignoranza di
massa e una spoliticizzazione accresciute, da qui il montare di una
nuova «incultura sapiente», tanto profittevole ad un
sistema che divide, specializza e segmenta per regnare.
Sorriso
sulle labbra, i giovani zerbinotti della «comunicazione»,
adoratori della tastiera, del cavo, del video e del «dialogo
col computer», non vedono la povertà
dei
messaggi, sempre più problematici, e la loro insignificanza
crescente nascosta dalla loro stessa sovrabbondanza. Non vedono
ugualmente 1'insipidimento degli spiriti, la fine della
creatività
mentale sotto la normalizzazione del pensiero mediatizzato ed
informatizzato. I tessuti audiovisivi ed informatica della NSC fanno
sì che, per usare le categorie di Cartesio,
l'espritgéométrique sia colpito da
elefantiasi e l'espritde finesse da atrofia. Non si
tratta affatto, dal nostro punto di vista, di criticare la tecnologia
della comunicazione e dell'informazione in quanto tale. È la
sua utilizzazione sociale che é in causa. La nuova
società dei consumi, senza ideale politico o storico, idolatra
l'intendenza, i suoi strumenti tecnici. Secondo la celebre formula di
Mac Luhan,
i media in sé diventano i messaggi in senso
collettivo,
per tutta una civilizzazione. Si creano reti televisive per
crearne, anche se non si ha
niente da dire. Come il resto, la
comunicazione si tribalizza all’infinito. Sempre più canali
e vene, sempre meno sangue.
In
tutt’altro campo, quello della coesistenza di gruppi etnici diversi
in seno alla NSC, si ritrova lo stesso processo neotribale: la
costruzione di una segmentazione sociale, con, a monte, una
massificazione accresciuta e, a valle, un’individualizzazione,
ed un isolamento atomistico più accentuati di prima. I media
si addizionano gli uni agli altri e lo spirito pubblico si
uniformizza; le tribù e i gruppi etnici si moltiplicano ed i
grandi schemi comportamentali della società mercantilistica si
rafforzano. L’esplosione delle reti e dei canali di comunicazione,
d’altra parte, isola l’individuo di fronte al suo personale
spettacolo; l’eterogeneizzazione delle tribù e dei gruppi
etnici crea effetti di ghettizzazione: sempre fronte a fronte,
l’illusione di un’autonomia riconquistata colta contro la realtà
di una dipendenza e di una accresciuta estremità dei singoli
rispetto alla struttura.
La
società multirazziale, se niente viene ad interrompere il suo
emergere, il che resta sempre possibile, formerà il tessuto di
fondo della NSC.
Essa
corrisponde perfettamente al nuovo spirito dei costumi: la differenza
nell’idefferenziato. Come la società si segmenta in
tribù che sono altrettanto false comunità, come
le mercanzie si suddividono e si diversificano in categorie che
spezzano solo in apparenza la standardizzazione, così la
società si persuade di diventare eterogenea, anti-uniforme,
organica e diversificata per il semplice fatto di accogliere
innumerevoli minoranze etniche in un minestrone multicolore. Ma
questa multirazzialità costituisce invece proprio
l’affogamento delle “specialità” etniche. La
differenza non è considerata come significativa che sotto un
angolo strettamente individuale: “Costui è nero, o
giallo, o bruno, non vogliamo sapere perché, non vediamo in un
fenomeno individuale che non ha significato od origine degni di
essere spiegati”.
La
differenza etnica, nel quadro del mosaico multirazziale, svalorizza
le etnie per farne semplici colori (“gente di colore”:
incredibile espressione paradossalmente reputata… antirazzista). Se
un tale è negro o arabo, non è in ragione ed una sua
appartenenza ad una razza o ad un popolo (giacché, come per
compensazione e rimozione, si dice che “le razze non esistono”,
al momento stesso in cui il fatto razziale esplode tutti i giorni
sotto i nostri occhi), non si tratta che di una semplice
curiosità
individuale, come il fatto di essere omosessuale o nato sotto il
segno della Bilancia. Qui, una volta di più, una
eterogeneizzazione del corpo sociale camuffa di fatto una
massificazione ed una atomizzazione estremizzate.
La “nuvola dei valori”
La
nuova società dei consumi segna il passaggio dal “Mondo II”
al “Mondo III”, secondo i termini di Van Lier. Egli nota: “Nel
“Mondo II” i prodotti sono tutti costituiti da elementi che
rinviano ciascuno direttamente ad un tutto di cui sono parti
integranti, il che ha per effetto che il prodotto finito si stagli
imperiosamente come forma su sottofondo (…). Nel “Mondo III”, i
prodotti sono invece costituiti da elementi originariamente separati,
ovvero eterogenei, che si unificano funzionando transitoriamente e
localmente, il che ha per effetto che i processi prevalgano sudi
oggetti. La civilizzazione industrialeavanzata lavora su
elementi funzionali. La tecnica non é più "mezzo"
ma "ambiente" come l'ambiente naturale - attorno ad
un uomo "relais", che innesca i processi e ne viene
a sua volta innescato (...). Il “Mondo III" cessa di credere
che l'universo sia distribuito in generi e categorie: ogni sistema di
significati vi diventa un partito, non gratuito ma momentaneo ed
arbitrario (...). E dì colpo la verità non rappresenta
più l'adeguamento del significato e del reale. Il reale
diventa modestamente "il referente" » (10).
Nel
«Mondo III» l'essenziale non e più l'appartenenza
ad una tribù, ma il fatto tribale in se stesso (si può
sempre cambiare di tribù, non si hanno vere radici). La
differenza è un segno tra gli altri, artificialmente ed
arbitrariamente ricreato in un mondo tecnico dato come omogeneo.
Tutti gli uomini sono simili, come dei cloni: voi scegliete la vostra
casella colorata, la vostra tribù, la vostra piccola
differenza, perché bisogna pur farlo. Se lo desiderate,
diventate Brettoni e fans del celtismo, anche se siete
giamaicani. La vostra «origine» non ha importanza,
perché
non esiste. La differenza - e il «diritto» che
l'accompagna - sono rigettati razionalmente in funzione di scelte
sì
individuali, ma originate da una società e da un'ideologia
egualitarie ed universalistiche. Nella prima società dei
consumi, la differenza, minacciata di annientamento, trovava
perlomeno nella reazione naturale una possibilità di
sopravvivenza.
La
nuova forma di differenziazione cui dà luogo la NSC riflette
invece la generalizzazione, nella vita quotidiana coree negli stili
di esistenza e di consumo, delle unità di individualismo.
Queste ultime costituiranno dei segmenti di società viventi su
se stessi, giustapposti, impermeabili, sviluppanti ciascuno il
proprio stile, i propri valori, il proprio tipo di consumi: coppie
urbane senza figli a medio reddito, età matura, terza e poi
«quarta» età, neorurali urbanizzati, liceali,
eccetera. L'età, lo stato civile, l'ambiente sociale si
ìntersecheranno per formare categorie non comunicanti, dai
bisogni e dai valori esattamente definibili dal punto di vista
tecnico in termini di marketing. Il consumo di massa quale noi
lo conosciamo, cioè con standards generali di prodotti,
scomparirà sempre più. Le merci e i servizi si
adatteranno ad ogni segmento di un pubblico sempre più
frastagliato. Ogni «unità di individualismo» si
crederà padrona delle sue soggettive scelte di vita, e si
immaginerà di sfuggire alla massificazione economica a
profitto di bisogni «culturali» o
«psicologici»;
di fatto questi bisogni saranno scientificamente condizionati da
un'offerta e da una distribuzione iperarticolate. Nessuno
sconvolgimento, dunque: economia, tecnicismo e individualismo
rafforzeranno la loro egemonia, legittimati dalla retorica sulla
«qualità della vita» e mimetizzati dietro
un'eterogeneità culturale artificiosa. Dopo aver unificato i
valori e i comportamenti, la società dei consumi si applica a
disperderli di nuovo, a polverizzarli in una nuvola di stili e
costumi economicamente e commercialmente razionalizzata. Quali
possono essere le conseguenze sociali e culturali di questa
polverizzazione degli stili e dei valori?
Fino
ad un'epoca recente, la società si diversificava in ceti e
categorie socioprofessionali, ciascuna provvista,
approssimativamente, dei suoi valori, delle sue tradizioni
ideologiche e del suo stile di vita. La grande concezione del mondo
egualitaria «federava», naturalmente, questo insieme. La
scomparsa dell'aspetto «spirituale» dei valori non
impediva al loro lato «materiale» - cioè alla
società industriale ed al progressismo economico - di
garantirsi un consenso di massa. La stratificazione sociale e
l'adesione generale ad un modello di progressione democratica,
meritocratica o causale dal basso all'alto della piramide,
garantivano il paradosso di una società culturalmente omogenea
ed economicamente differenziata. I fattori di eterogeneità e
di differenziazione si situavano infatti sulla stessa scala, si
imponevano in base allo stesso modello e metro di misura - quello di
un consumo tipo - e restavano perciò largamente quantitativi.
Fin verso la fine degli anni sessanta, le società occidentali
apparivano al tempo stesso omogenee e stratificate sul
duplice piano della cultura quotidiana e dello stile di vita.
Le
cose cambiano a partire dall'inizio degli anni settanta. La causa di
questo cambiamento è strettamente connessa all'importanza
crescente della «sfera privata». Il ripiego verso stili
di vita marginali e preoccupazioni intimiste, tende a polverizzare i
valori sociali. Le differenze non sono più soltanto salti di
livello sulla stessa scala di valore economico e sociale, ma
divengono veri e propri compartimenti stagni. Le persone non vivono
più sullo stesso pianeta. La società assomiglia sempre
più ad una giustapposizione «non-federata» di
piccole sfere tutte decentrate - senza che il centro, in fondo,
esista più da nessuna parte. Ciascuno possiede sempre più
il suo piccolo mondo, col suo proprio stile di abbigliamento, di
linguaggio, di gusti artistici e di costume: feudalesimo culturale.
Microculture
appaiono e scompaiono, originali certo, ma effimere, come sullo
spettro turbinante di un caleidoscopio. Le mode marginali si
succedono senza tregua. Tutto, nella cultura quotidiana e nelle scale
di valori, separa gli «ambienti» l'uno dall'altro.
L'eterogeneità degli stili di vita è ancora più
grande che nelle società rurali tradizionali, che pure erano
frammentate dalla geografia, ma che restavano unificate da potenti
sistemi di valori. Tra il farmacista di una cittadina di provincia e
suo figlio, disceso in città per penetrare in un mondo
semisalariato e semistudentesco, può scavarsi una differenza
tanto profonda quanto quella tra due civiltà diverse. E dal
momento che nessun centro d'interesse comune per problemi generali e
collettivi - la politica, per esempio - viene più a frenare
questa eterogeneizzazione, essa esplode in tutte le direzioni.
Il
francese o il tedesco «medio» spariscono. Le classi e le
categorie socio-professionali, pure. La sociologia trova sempre
più
difficoltà a fotografare il paesaggio dei modi di vivere e dei
sistemi di valori quotidiani. Questi si disperdono e si privatizzano,
si sminuzzano e si polverizzano in poli più o meno marginali
di stili e di idee, in «nuvole di valori».
A questa
esplosione dei centri di valore, concomitante
al montare della
sindrome della marginalizzazione di cui parleremo più avanti,
corrisponde l'implosionedel senso di cui parla
Baudrillard.
In effetti, una certa rinascita degli «stili di vita
propri»,
delle «radici», dei «valori tradizionali» che
si presenta come una reazione all'anorganicità della
società
consumista, non deve essere presa per una reviviscenza di un modello
sociale più «caldo». Un insieme umano non diventa
- o non ridiventa - organico e vivente che a condizione che i
valori siano «federati» da un senso globalecomune,
di natura politica e storica.
Non basta che «ci siano»
dei valori perché la società intera ritrovi una
valorizzazione ed un significato.
Ma
come conciliare questa dispersione con l'omogeneizzazione culturale
crescente della civilizzazione occidentale? Bisogna riconoscere che,
più che nelle società tradizionali o nelle società
della prima rivoluzione industriale, le popolazioni subiscono oggi
una inarrestabile unificazione: cultura americanomorfa di massa,
lavoro salariato, urbanizzazione, costruzione di un ambiente
tecnoeconomico unico ne rappresentano i fattori ben conosciuti.
Questa omogeneità é una riduzione quantitativa
strutturale ad un ambiente medio comune, essa costituisce l'essenza
della nostra società - ridotta a puro «ambiente»
meccanico. E’ tale essenza che rimpiazza le vecchie formule di
legittimazione ideologica. Ma questa omogeneizzazione ambientale e
quantitativa necessita per realizzarsi appieno del suo apparente
contrario: 1'eterogeneizzazione culturale.
Per
resistere alla crescente uniformità, il corpo sociale esplode
in modelli individuali e microculturali frammentari, il che
costituisce in senso proprio la morte stessa della cultura, nella
misura in cui la cultura é un fatto sociale,
«federato»,
unificante. Per compensare la morte delle culture popolari ed
organiche, rimpiazzate da una pseudocultura di massa, la società
civile «suicida» ciò che resta delle conquiste
culturali comuni, e si rifugia nelle «culture»
dell'automarginalizzazione di gruppo, compartimentate e semistagne,
in una miriade di miniculture letargiche e astoriche.
L'identificazione
con un modello unitario - quello della televisione, del cinema e
della pubblicità degli anni cinquanta e sessanta - ha fatto
cilecca.
Il
consumismo di massa non ha unificato o diffuso la «cultura»
ma ha creato una cultura di massa sotto la quale risorgono, a
partire dalla metà degli anni settanta, nuove
«microculture».
Non ci troviamo dunque soltanto in presenza di un modello culturale
occidentale di massa omogeneo, ma di due livelli: da una parte un
modo di vivere univoco, quello del Sistema occidentale, che tocca gli
aspetti meccanici, economici, ambientali dell'esistenza; e dall'altra
un ricrearsi a livello microsociale di scale di valori che deviano in
vario modo dalle loro matrici. Apparentemente in contraddizione, i
due strati culturali - modello generale di massa e molteplicità
di stili limitati - coesistono di fatto in un parallelismo neutro.
II
modello generale rassomiglia quindi sempre meno ad un referente
culturale. Stiamo probabilmente per assistere, nei prossimi decenni,
ad una dissoluzione dei grandi modelli culturali. I valori nazionali,
o anche «regionali» in senso etnico e politico, non hanno
necessariamente un gran bell'avvenire, non più del resto, di
quanto ne avranno i fenomeni di identificazione generale con
personaggi o con mode di presa globale. La società occidentale
si imporrà sempre più tramite un «minimum
economico-ambientale» tanto più incontestabile; in
quanto lascia vivere un polverone di micromode e di valori privati.
La
situazione rischia così di apparire esattamente l'inverso di
ciò che conoscevamo in un passato ancora recente: le
condizioni di vita, di habitat, di consumo, di reddito, di
lavoro erano nettamente divise, differenziate, eterogenee. Ma grandi
centri di valori federavano l'insieme, cementando in tal modo una
sorta di consenso generale: la famiglia, la carriera, la democrazia,
la legge, eccetera. Ciascuno applicava, viveva, traduceva
differentemente valori che in sostanza erano comuni.
Oggi
comincia invece a far capolino una situazione inversa: i modi di
vivere si riavvicinano, le forbici socioeconomiche si stringono, i
sistemi di spostamento, comunicazione, lavoro, habitat, etc,
si uniformano sul modello urbano occidentale. Ma i grandi valori
comuni si raggruppano e si dissolvono. Una «nuvola di
valori»
oscura l'orizzonte. Stiamo passando da un modello sociologicamenteeterogeneo e culturalmente federato ad un tipo di
civilizzazione sociologicamente omogenea e culturalmente
polverizzata.
Omologati e
marginali: il nuovo conservatorismo
Grande
fatto sociologico previsto da tutte le inchieste: il declino
radicale della politica - nel senso corrente del termine. Vedremo
sfaldarsi la partecipazione alle manifestazioni e alle consultazioni
politiche: elezioni, militanza, interesse per i personaggi politici,
adesione ai partiti. Nella stampa, il posto accordato alle lotte ed
agli avvenimenti politici rischia di decrescere severamente. Il tipo
di regime politico conterà sempre meno; le società
occidentali evolvono comunque verso «demotecnocrazie»
gestionali e conservatrici, al cui interno apparati ristretti e
settoriali si limiteranno a pilotare gli «affari», tra
l'indifferenza dei cittadini.
Questi
ultimi adotteranno in guisa di valori dominanti il ripiego su se
stessi, la stanchezza per l'«internazionale» e le sue
turbolenze (guerre) o le sue esigenze (conquiste di mercati) -
stanchezza contrastante certo con la presa crescente del
multinazionale sul nazionale - la richiesta di un'esistenza
tranquilla e solida, il bisogno di un egualitarismo crescente, la
rivendicazione simultanea, e difficilmente realizzabile, di un
sovrappiú di individualismo e di una vita
«conviviale»,
socializzata, comunitaria. Queste modificazioni delle mentalità
saranno molto rapide: le nuove generazioni
«postmoderne»
(nate dopo il 1960) hanno già una concezione della vita ed un
bagaglio culturale in rottura completa con la generazione precedente
- quella per intenderci del maggio 1968 - nata nell'immediato
dopoguerra.
Queste
nuove generazioni sono divise dai sociologi contemporanei in due
gruppi principali che gli studiosi del Centre de Communication
Avancée parigino hanno battezzato con i nomi, abbastanza
felici, di «omologati» e «marginali» (11).
Nella
mentalità omologata, l'avvenire auspicato è quello di
un mondo in cui la «pace» deve essere conservata ad ogni
prezzo: i valori sociali considerati prioritari sono la sicurezza, la
tranquillità, la privacy, la riduzione dell'orario di
lavoro. Tranquillità domestica, questa è la scelta
centrale di vita.
Le
questioni collettive e i problemi sociali interessano, ma il quadro
su cui si focalizzano gli spiriti non attiene al «popolo»,
alla «nazione», alla «patria» o alla
«classe
operaia»; ci si occupa molto più facilmente delle
microcomunità, delle realtà del quartiere, dei problemi
ecologici immediati, dei servizi sociali che toccano direttamente
l'interessato, eccetera. La «società a misura
d'uomo»
forma tutto l'orizzonte sociale. Questa visione di equilibrio e di
tranquillità che non rigetta l'economia industriale ma la
limita, espelle evidentemente ogni valore di potenza. Essa è
apparentemente «progressista» per il fatto di auspicare
in ogni campo dei “miglioramenti”, delle “lotte”, un
“progresso” un «più-di-giustizia»; ma questo
progressismo può essere qualificato come minimale o
subordinato, nella misura in cui, a differenza da quello della
vecchia sinistra, si circoscrive all'interna del fine ultimo di una
società iperstabilizzata, equilibrata, sorridente, armoniosa,
molto vicina nella sua immagine a quella proposta dalla propaganda
pétainista e franchìsta - o a quella esaltata da certe
serie televisive americane degli anni sessanta - famiglie ideali in
rapporti di buon vicinato, con ragazzi «sani» e genitori
«distaccati». Lo stesso prurito mentale, la stessa
pulsione caratteriale verso il riposo, la tolleranza, la
stabilità
riemergono oggi, ma con una colorazione ed una sensibilità
espressiva diversa.
Gli
omologati rigettano totalmente la strategia «macrosociale»
dei loro predecessori, i giovani militanti rivoluzionari o i
«giovani
quadri dinamici» stakanovisti dell'era della prosperità;
non è più il gruppo
globale, cioè la
«ditta Francia», o l'«Europa» de La sfida
americana di Jean-Jacques
Servan-Schreiber (12)
a costituire lo strumento dell'emancipazione dei desideri
individuali, ma il microgruppo di una società assennata,
non-ambiziosa, pacificata - per esempio l'associazione di ambito
locale, la piccola impresa cooperativa, l'unità sociale «a
misura d'uomo». Da ciò la mentalità dominante,
più ancora di prima, appare refrattaria ai valori della
storicità, e propizia ai modelli sociali spoliticizzati.
La
politica si fa sempre più «gestione»: il quadro
ideologico e territoriale di questa gestione si rimpicciolisce; il
sociale, che aveva rimpiazzato il politico, diventa il microsociale.
E’
certo che la sinistra, quella del socialismo di stile occidentale,
quella che è attualmente al potere ad esempio in Francia o in
Grecia [l'articolo è del 1984], non può che
incoraggiare questo atteggiamento psicosociale. i temi
dell'egualitarismo accresciuto, della decentralizzazione,
dell'interventismo dello Stato-provvidenza, dell'umanitarismo,
dell'autogestione, dello sviluppo del «tempo libero»,
vanno nel senso della psicologia dell'omologazione.
Gli
omologati, secondo le inchieste sociologiche, se si interessano alla
militanza, se evitano l'isolazionismo ed il disimpegno dei
«marginali», di cui parleremo tra poco, limitano
nondimeno il loro impegno al “piccolo quadro”: movimenti
ecologici, associazioni umanitarie o di difesa sociale, gruppi locali
di consumatori o di genitori o di fruitori della nettezza urbana,
centri sociali, circoli ricreativi, collettivi contro la droga, o per
l'assistenza ai gatti randagi, o di animazione teatrale. I
«movimenti» dai grandi obbiettivi che sì situano
in uri quadro nazionale o europeo - siano di sinistra o di destra - o
quelli che appaiono politicizzati (partiti e sindacati), attirano
poco l'attenzione delle nuove nicchie sociali. Si svela allora il
denominatore comune del nuovo conservatorismo: lo spirito di
microdifesa, di auto preservazione, di aggiustamento e di
regolazione interna della routine sul piano territoriale come
su duello storico.
I
simboli detti «mobilitanti», che comportano una certa
capacità di suscitare miti e immagini insieme ad una
connotazione di estetica collettiva, lasciano assolutamente freddi
gli spiriti assetati di «piccola giustizia» immediata, di
regolazione «locale» della felicità. Preservare il
quotidiano e se possibile migliorarlo, questa è la parola
d'ordine. L'immaginazione e il «sublime» hanno veramente
disertato il nuovo spirito dell'omologato. La sua mentalità
reinventa un nuovo approccio ai media, ancora più
alienante del precedente, quello del consumatore frenetico di
messaggi. Se il giovane quadro dinamico della media borghesia degli
anni sessanta consumava riviste e rotocalchi, gli omologati odierni
si buttano da parte loro sull'audiovisivo. Ne armano l'aspetto
intimista, dolce, sussurrante, rassicurante. Televisione e
videocassette corrispondono più della stampa, del libro e
della radio agli stili di vita domestica degli omologati, che escono
poco e coltivano il sonnecchiare casalingo.
Essi
leggono sempre meno secondo le inchieste, salvo forse le riviste
specializzate, dedicate alla tavola a vela, al bricolage o
all'arredamento. I grandi dibattiti astratti li annoiano. La loro
psicologia è stiracchiata tra letture e centri di interesse
iperpratici, come il tempo libero o l'abitazione, e un bisogno di
evasione in un «immaginario» innocuo e non perturbante.
Quest'ultimo si soddisfa tramite i serial televisivi, le
videocassette di distrazione sentimentale, sessuale o fantastica, la
musica diffusa dallo stereo familiare, seconda fata della home.
Gli omologati vogliono essere rassicurati e «sentirsi in
compagnia». Gli ci vuole un «intorno» sonoro,
umano, televisivo, musicale, elettronico, domestico che sia
tranquillizzante e zuccheroso. La vita, per essi, sembra essere
soltanto quella privata, il nido prima di tutto.
Si
assiste così ad una rottura brutale con l'ideale urbano degli
anni sessanta, in cui il giovane evoluto usciva, andava al cinema,
girava con la macchina, aveva molti appuntamenti, rientrava tardi dal
lavoro, eccetera. I nuovi omologati finiscono per riallacciarsi alla
mentalità di meschinità domestica della media borghesia
degli anni trenta, schernita e messa alla berlina da Céline.
Ma il loro conservatorismo autistico è ancora più
coltivato nella bambagia, più suscettibile di fuga dal reale e
di rifiuto del mondo, nella misura in cui è rinforzato da
mezzi tecnologici di isolamento - audiovisivo e ben presto telematico
- e d'autonomia solipsísta temibilmente efficaci.
Contrariamente
a ciò che pensano gli ambienti della stampa scritta, la nuova
psicologia conservatrice richiederà sempre meno
«informazioni»
ed avvenimenti a caldo, e sempre più «sogni ad occhi
aperti». Le notizie stimolanti, turbative e remote perdono il
loro potere di attrazione a profitto della distrazione, della
compagnia, della «presa a carico» («passerete una
serata meravigliosa in compagnia del programma tale»). Gli
occhi e le orecchie devono essere «assistiti» e
riconfortati da immagini dolci e divertenti, da sonorità
facili. Quanto allo spirito, esso, vuole essere rassicurato da belle
storie non-violente. Il mondo diventa di colore rosa.
L'alloggio
spazio-rifugio accuramente verniciato e colorito - serve da caverna
di Alì Babà per un'accumulazione di gadgets il
cui ruolo non è necessariamente l'ostentazione economica come
nel caso dei parvenu della crescita degli anni sessanta. Si
tratta piuttosto di costruirsi un neoradicamento fantastico, un
microspazio di soddisfazione totale dei desideri.
La
cucina, il salotto, la doccia, la camera del bambino prendono un'aria
da cabina di pilotaggio di un Boeing: bisogna equipaggiarsi,
questo è il concetto-chiave. L'«equipaggiamento»
gioca lo stesso ruolo della croce sopra il letto dei nostri nonni. In
una civilizzazione tecnicizzata, sono i segni della detenzione
dell'oggetto tecnologico che portano la funzione quasi-magica di
integrazione dell'Io nella socialità. La «dotazione»
in dischi, cassette, videogames, etc. permette di dire
«siamo
pronti» di fronte all'avversità aleatoria. La casa
è
protetta contro i cattivi dèmoni: la discoteca e la videoteca
ci proteggono dalla noia e l'armadietto imbottito di medicinali ci
protegge dai microbi. Gli omologati ritrovano queste buone vecchie
ricette: si reinsediano.
Come il piccione della tavola, le classi
medie occidentali, randagie e in cerca di emozioni per una
generazione, rientrano nel buco caldo della piccionaia.
I
marginali, da parte loro, formano il secondo gruppo
d'appartenenza della mentalità del nuovo conservatorismo.
Molti
«marginali» sono dei futuri quadri ed appartengono agli
ambienti agiati e istruiti, abitano le città, sono abituati
alla società tecnologica. Non si tratta dunque di emarginati,
di adepti del ritorno alla terra, né di ribelli.
Paradossalmente, i marginali sono del tutto integrati nel Sistema.
Primo
tratto della psicologia della marginalità: gli interessati si
sentono disimpegnati in rapporto all'ambiente politico e sociale che
non contestano e non approvano perché ritengono che non li
riguardi. Essi «staccano». Né contestatori,
né
rivoluzionari, né ciò che è più notevole
- utopisti, spingono fino alla sua logica estrema il
«presentiamo»
degli omologati. Solo conta la piccola felicità del qui ed
ora.
Ma
la loro energia e la loro creatività non scompaiono
necessariamente: esse possono persino mostrarsi più
interessanti e più originali di quelle delle generazioni
precedenti. Semplicemente, esse non si riversano sulla società.
La creatività è tutta quanta mobilitata al servizio
dell'individuo atomizzato e della sua ristretta cerchia. Da qui una
propensione marcata verso la schizofrenia: il marginale
partecipa alla società nel quadro del suo mestiere o
professione, ma ne è sostanzialmente assente: la sua
vita è altrove. Per la forma o per necessità, se non
può farne a meno e se ne è in grado, egli lavora; ma il
contenuto del suo lavoro gli è indifferente.
Questa
privatizzazione dell'esistenza, questo «intimismo»
mentale che curiosamente non si apparenta affatto all'egoismo o al
cinismo, va di pari passo con uno psichismo da sognatore. Il
marginale è in perpetua ricerca dell'evasione: il
viaggio, la pop music, le espressioni figurative. L'energia
psichica di questa minoranza della popolazione che pure tocca nelle
nuove generazioni una percentuale che oscilla dal 20 al 40% del
totale, non è più messa al servizio della
collettività,
ma per un effetto implosivo si ripiega verso la sfera intima del
soggetto e verso la sua cerchia di relazioni personali immediate.
Marginalità
psicologica, non-contestazione indifferentista, e inserimento
sociale inattivo, sono le tre grandi caratteristiche che
permettono di distinguere i marginali. A differenza degli omologati,
essi non partecipano ad alcuna azione associativa o rivendicazione
microcomunitaria, anche qualora approvino le finalità
ricercate da questa forma di impegno sociale. Dando il meno possibile
di se stessi alla collettività, entrano nel sistema economico
recalcitrando, e preferiscono i “lavori” instabili e liberi,
magari provvisori, o la disoccupazione iperassistita ai mestieri
tradizionali, al «posto» o alle carriere. Votano poco,
guardano la televisione con parsimonia, ma, fatto notevole ed
essenziale, la struttura del loro consumo non appare realmente
marginale, e non è dunque pericolosa per i circuiti economici
dominanti. I marginali sono volentieri e spesso adepti dei consumi
«alternativi», dei prodotti cosiddetti
«naturali»,
dell'abbigliamento fuori dal comune; nondimeno, siamo lontani dalla
«marginalità» economica: il sistema di produzione
si adatta ben facilmente a questo stile. Ciò gli permette anzi
di creare nuovi settori di produzione e consumo.
Il
marginale é narcisista ed egoista esattamente come
l'omologato. Questo bisogno d'occuparsi di sé del proprio
ambiente immediato appare imperniato in un caso su valori domestici e
microsociali, nell'altro su valori di evasione e sul fatto di essere
«lasciati in pace». Questo declino del civismo e del
senso sociale non si accompagna ad una protesta marcata nei confronti
dello Stato, a differenza che nel conservatorismo tradizionale,
normalmente intollerante sul capitolo dell'intoccabilità
dell'autonomia individuale. Paradossalmente, l'iperindividualismo dei
marginati li rende indifferenti nei riguardi del potere, che essi
sopportano senza porsi la questione della sua beneficità o
nocività. Basta che lo Stato tenga un discorso umanitario e
decentralizzatore, che distribuisca le sue amenità, che non
pratichi più alcuna oppressione visibile, perché
ogni sua invadenza passi inosservata o sia tollerata con
passività.
Il
rock, il fumetto decadente ad alte dosi, i linguaggi
ipergergali, iI microgruppo socioaffettivo, la cultura dell'immagine,
costituiscono gran parte dell'orizzonte culturale e storico dei
marginali. Muniti di una preparazione tecnica spesso molto spiccata,
molto «affinata», essi restano perfettamente ignoranti in
materia di cultura generale, ad un grado spesso difficilmente
immaginabile per chi oggi ha già passato la quarantina.
La
loro sensibilità é stata costruita in un'ambientazione
sensoriale ed audiovisiva nella quale la psicologia
«scritta»,
discorsiva e razionale, non ha lasciato che fossili. Non si
riconoscono più del resto neppure nella televisione e nella
radio tradizionali: i loro media sono, per esempio, le riviste
«pazze», molto illustrate, molto disordinate e dai toni
volutamente stridenti, oppure le radio libere senza programmi, le cui
trasmissioni sono saturazioni di musiche ritmiche ininterrotte,
secondo la tecnica delle discoteche. Musica martellante e fumetto
«cinematografico» costituiscono due buone descrizioni
pittoriche del loro universo ipersensoriale, al tempo stesso
primitivo nello stile e compartimentato nel modo di percezione, come
attesta il successo del walkman.
I
marginali appaiono come il prodotto finale di una società dai
valori esauriti. Solo la “domesticazione”, tramite l'abitudine ad
una razione quotidiana di prodotti e di servizi da consumare, li
trattiene dal cadere in un'emarginazione «totale». La
società li tiene con questo mezzo. La questione che si pone
allora è quella di sapere se questi marginali costituiscono
una minaccia virtuale per la società dei consumi, o se la loro
semi-integrazione favorisce l'apparire di nuove strutture economiche.
Per la verità, due scenari sono possibili.
Prima
ipotesi. i marginali, a differenza degli emarginati volontari degli
anni sessanta, non sono più una categoria recuperabile. Hanno
fatto interiormente secessione, e hanno isolato la loro vita privata
e il loro mondo spirituale, fuori portata per la società e i
suoi doveri. Non rigettando il parassitismo, la loro
«marginalità
clandestina», che si dissimula sotto un'integrazione apparente,
costituisce una minaccia per la società contemporanea. Questa,
in effetti, non può recuperarli, perché non le viene
fornita alcuna presa, neppure quella di una contestazione.
Indifferenti al mondo acrosociale, essi non gli consacrano alcuna
energia e, per questo fatto, un recupero si rivela tutt'altro che
agevole, al contrario di ciò che si era prodotto con gli ex
marginali molto motivati e molto vistosi degli anni sessanta -
che sono adesso degli omologati. Questa bof generation,
secondo una tipica espressione, nasconde sotto la sua assennatezza
superficiale una temibile forza d'inerzia capace di mandare in rovina
il sistema sociale, non per esplosione, come nel caso di una grande
rivolta classica di stile sessantottesca, ma per implosione, per
consunzione di energie. In caso di una crisi grave, una frazione
importante della popolazione delle nazioni europee si rifugerà
in una sorta di passività militante, di sciopero delle energie
e degli sforzi collettivi.
La
seconda ipotesi non è meno plausibile. Essa parte dal
postulato che in caso di grave crisi, la nostra società,
tenuta in piedi da meccanismi di sorveglianza tecnocratica altamente
sofisticati, al tempo stesso impersonali e fortemente èlitari,
non avrà bisogno, qualsiasi cosa avvenga, dell'appoggio attivo
della popolazione. Al contrario, sarebbero proprio le demotivazioni e
l'indifferenza a preservare i gestori di una tale crisi da
complicazioni di ordine politico e sociale. In caso di crisi
galoppante, cioè per esempio di difficoltà
considerevoli a mantenere l'attuale tenore di vita delle popolazioni,
la psicologia della marginalità sarebbe d'un certo aiuto ai
regolatori dell'apparato tecnoeconomico.
Se
la mentalità degli anni sessanta non ha mai ammesso cedimenti
nella progressione dei redditi, le cose vanno diversamente con i
marginali odierni - e così pure, in minor proporzione, con gli
omologati. Si nota un grande calo di ambizione, determinato dal fatto
che essi non hanno mai conosciuto la povertà, ed uno
spostamento degli ideali individuali dalla «ricchezza»
quantitativa verso beni immateriali come il diminuire degli impegni,
l'ampliamento del tempo libero, il rallentamento delle scadenze e dei
servizi sociali, tutte amenità che corrispondono perfettamente
a ciò che può offrire una società in recessione
economica. Il «livello» del salario conta oggi meno
rispetto ai vantaggi ed alle facilitazioni collaterali, alla
frequenza dei permessi, all'elasticità degli orari, alle
garanzie assistenziali, mutualistiche, eccetera. Le nuove strutture
economiche della società mercantilistica in crisi economica si
prestano in effetti splendidamente a fornire servizi di questo
genere: assistenza, garanzia, libertà, sicurezza, in un
ambiente di crescita nulla o addirittura di recessione. In compenso,
sarà sempre più difficile realizzare un progresso del
tenore di vita e del volume dei consumi, o ridurre la disoccupazione.
Di
conseguenza, questa nuova forma di «società industriale
di gestione di crisi» conviene perfettamente ai marginali come
agli omologati. Il “giovane quadro dinamico” l'avrebbe, in
compenso, aborrita. La «crisi di legittimazione» di cui
parla Habermas
(13),
e che risiederebbe nel fatto che le società occidentali,
legittimate dalla crescita economica, non troverebbero più
ideologie di sostituzione in caso di recessione, può dunque
disgraziatamente - essere risolta dall'apparizione di questo nuovo
psichismo di omologazione e di marginalizzazione.
Come ha
ben visto Cristopher
Lasch (14),
il narcisismo è il vero compimento della
grande ondata
di individualismo che progredisce nelle società occidentali
dal diciottesimo secolo. Ricerca dell'io, egotismo, instabilità
affettiva, ossessione dell'equilibrio individuale, fantasmi di
esistenze «realizzate» ma senza rischi (il che
costituisce una terribile contraddizione da un punto di vista
etologico), tutti questi tratti patologici, segni di senilità
e di addomesticamento di massa, sono realizzati nella nuova
società
dei consumi. Un tempo sotterranei ed impliciti, essi entrano oggi di
prepotenza nell'ideologia sociale. La NSC e le sue strutture si fanno
terapeuti dell'io. Dallo Stato-provvidenza alla
società-infermiera ...
La pseudo-"società
civile" e la
repressione permissiva
Intellettuali
e teorici si divertono da qualche anno a criticare lo Stato e lo
statalismo, e a reclamare, in forza dei loro abusi, la fine di
entrambi. Oltre a confondere queste due nozioni, che sono in
realtà
antinomiche (15),
giacché l'interventismo statale è spesso inversamente
proporzionale al potere sovrano, essi credono di veder spuntare nelle
mentalità dei nuovi consumatori e delle giovani generazioni
una potente rivendicazione d'individualismo. Questa, si pensa a
torto, sarà la tomba dello «Stato-provvidenza», e
farà rinascere una società civile autonoma...
La
«crisi dello Stato-provvidenza» e le critiche che gli
sono state portate, non si fondano in verità affatto su una
contestazione del «provvidenzialismo». Quel che viene
rimproverato al Welfare State è proprio di non aver
saputo realizzare i suoi obiettivi, di essersela cavata piuttosto
male come reale e totale «provvidenza». Le contestazioni
dello Stato-provvidenza e del social-statalismo fatte da Minc,
Rosanvallon, Lepage e colleghi, possono essere ricondotte al
rimprovero di non aver rappresentato una vera «buona
provvidenza». Ma l'idea assistenzialista e provvidenzialista
non è contestata nel suo fondamento. In queste condizioni, non
si vede come ci si potrebbe sbarazzare delle burocrazie maternaliste.
Non si domanda loro, in conclusione, che di essere più
efficienti, di mantenere cioè le proprie promesse fino in
fondo.
Perché
la nuova società dei consumi diventi realmente polimorfa, e
dia luogo ad una società civile liberata dalla presa dello
Stato assistenziale e della burocrazia sociale, come sperano gli
intellettuali, ci vuole un profondo sconvolgimento delle
mentalità
e dell'ideologia-«ambiente». Ora, questa - più di
prima, nella società consumista iniziale - reclamerà
felicità sociale, più che «felicità
economica», dunque interventismo sociale da parte della
tecnostruttura.
Da
un certo lato, in effetti, si sente dire che la rivolta contro gli
abusi dello Stato-provvidenza (fiscali, amministrativi e sociali),
aggiunti ai desideri di felicità sociale che si sostituiscono
alla aspirazione economica dell'«ebrezza del consumatore»,
costringeranno lo Stato a ripiegare sulla sua sfera politica interna,
a dirigere l'economia dall'alto senza intervenire sul mercato
interno, permettendo così alla società civile di
rivivere in modo autonomo, producendo essa stessa con il suo
associazionismo, i suoi mercati e lo svilupparsi delle sue
inter-connessioni private, quella felicità sociale che non
rientra nelle funzioni statali classiche.
Questo
ragionamento è fallace. Non tien conto della logica e della
natura profonda dell'ideologia occidentale, razionalista,
iperindividualista ed antiorganicista, che, dal momento in cui
é
affermato il postulato di individualismo, produce
necessariamente lo statalismo. Duecento anni di storia ci
insegnano che l'ideologia liberale, paradossalmente fondata sul
desiderio di autonomia individuale e di «crescita della
felicità», ha dato luogo, a dispetto delle sue dottrine
antistatali, all'intervento protettivo delle amministrazioni ritenute
capaci di «felicizzare» la società intervenendo
chirurgicamente sul suo corpo vivo per liberarla e favorirne lo
sviluppo.
Ora,
lo stesso meccanismo rischia di riprodursi nella misura in cui
l'ideologia occidentale ha ancora rafforzato negli spiriti
l'individualismo ed il materialismo sociale. Infatti, l'attuale
domanda di felicitàsociale, l'aspirazione ad
una reviviscenza della società civile, della sua libertà,
della sua autonomia, non sono autenticamente organiciste, ma
restano individualiste. Non si tratta di un desiderio di far
rivivere i corpi intermedi in quanto tali, ma di rendere felice
l'individuo - più felice ancora - grazie ad una
società
civile «privata» che si sostituirebbe nella sua funzione
protettrice all'amministrazione statale. In queste condizioni, la
«società civile» polimorfa, autonoma, libera, non
sarebbe che una nuova espressione per designare la tecnostruttura del
Sistema e dello Stato-provvidenza. Questo si camufferebbe in tal modo
da «società civile». Così, dopo aver
distrutto la società, lo Stato gestionale, suprema
malignità,
si travestirebbe con i panni della sua vittima.
II
bisogno di una maggiore felicità sociale non sviluppa
meccanicamente una società autonoma ed organica, ma trascina
con sé un intervento anonimo ed amministrativo. La
fiscalità
ed il budget sociale possono ben discendere a gradini decentralizzati
ed all'apparenza «privati», ma resta sempre il fatto che
il principio dello Stato assistenziale e della sottrazione a suo
profitto del reddito nazionale rimane indiscusso. La domanda di
felicità sociale non porta la rinascita di una società
civile organica, perché quest'ultima, se dovesse per avvenutra
esistere, non potrebbe riporsi, come insegna lo studio delle
società
tradizionali, sull'individualismo razionalista sotteso a tale
esigenza. Una società civile «vivente» e
comunitaria, si fonda al contrario su un sentimento collettivo
di «appartenenza» sulla subordinazione del benessere
individuate alle esigenze della vita della comunità, come ha
mostrato Ferdinand
Tönnies (16).
La costituzione, in seno alla nuova società dei consumi, del
desiderio di arricchimento economico e monetario, rinforza piuttosto
che abolire, il bisogno di assistenza «materna» da parte
dello Stato.
Gli
individui quindi non chiedono la fine dello Stato-provvidenza, ma
domandano un affinamento, un’«umanizzazione», una
sofisticazione delle sue protezioni. La nuova società dei
consumi e le sue aspirazioni ad una maggiore socialità e ad un
minore statalismo vedranno crescere quest'ultimo, esigendo da esso
che annulli i suoi «inconvenienti» (distanza, anonimato,
inefficienza, sperequazioni, fiscalismo a cascata) e aumenti le sue
gratificazioni. La NSC domanda allo Stato assistenziale di
avvicinarsi agli individui, ma non certamente, di scomparire.
La
«socialità», secondo l'accezione di Michel
Maffesoli [alias]
(17),
cioè la trama vivente delle istituzioni, dei corpi e delle
strategie di una comunità sociale organica, con tutta
l'applicazione affettiva e lo spessore culturale che questa comparta,
non ha strettamente niente a che vedere con questa rinascenza della
«società civile» cui dà luogo la nuova
società dei consumi. La socialità organica non é
fatta per portare la felicità individuale nel senso
moderno. Non riposa su
postulati edonisti o eudemonisti. Né
riposa sull'individualismo. L'autentica socialità, di
natura comunitaria, integra
l'individuo in un gruppo diappartenenza che lo trascende. La comunità è il
fine dell'individuo, non il contrario, sia che il gruppo abbia
carattere dionisiaco o marziale. Nel modello neocomunitario della NSC
invece, l'individuo e il suo benessere - o la sua sicurezza -
divengono proprio la preoccupazione centrale della comunità.
Di
conseguenza l'integrazione organica degli individui nel gruppo non si
produce, e l'isolamento psicologico rimane la regola.
Con
l'emergere della nuova società dei consumi, questo anonimato
sociale e questo declino dei rapporti sociali organici si fanno
ancora più gravi. Ma sono mascherati e compensati dalla
proliferazione pretenziosa degli addetti alle «comunicazioni
sociali» e dall'aumento progressivo del peso della
organizzazione delle public relations, che non sono in fondo
che relazioni commerciali ribattezzate. La mercantilizzazione
dei rapporti sociali e l'impoverimento dei legami umani si trovano al
tempo stesso combattuti e rinforzati dall'instaurazione di queste
«comunicazioni» artificiali. Così come
l'amministrazione statale era venuta a colmare il vuoto lasciato
dalla scomparsa delle solidarietà organiche e comunitarie
accentuando però gli effetti di questo vuoto (l'isolamento
individualista), così il tessuto di «relazioni»,
di «comunicazioni» sofisticate, artificialmente
rifabbricate dalla nuova società dei consumi, aggrava ancora
l'incomunicabilità propria della società occidentale.
Rafforzarsi
dell'individualismo sotto il camuffamento delle «comunicazioni
sociali» e aggravarsi della massificazione tramite il simulacro
delle comunità e delle tribù. E’ questo il volto del
socialstatalismo tecnocratico e permissivo organizzatore degli spazi
di libertà individuale totale all'interno di «gabbie
sociali» ove si può fare ciò che si vuole, ma da
cui non si esce. Nelle grandi voliere degli zoo, gli uccelli sono
«liberi»: volano, ma non sanno che ci sono delle sbarre.
La
nuova società dei consumi è, dal nostro punto di vista,
peggio della vecchia. Ai mali del capitalismo, aggiunge quelli del
socialismo umanitarista. Alla società mercantilistica di cui
sopprime gli ultimi residui di dinamica conquistatrice, aggiunge gli
inconvenienti del modello di società protezionista ed
iperassistenziale. Il mercato e la sua dinamica non esisteranno
più
proprio là dove sono necessari: nell'industria privata.
Vedremo in compenso fiorire il mercato nelle microimprese terziarie,
non creatrici di valore aggiunto industriale: dai negozi ai
ristoranti, passando per le piccole imprese fornitrici di servizi
sofisticati. I soli capitalisti resteranno lo Stato socializzato (per
il tramite delle grandi imprese) e i «piccoli imprenditori»
del codice civile. Ma le forze vive della nazione, rappresentate da
coloro che mantengono e rinnovano il tessuto economico, ovvero la
media e piccola industria, sottomesse all'intervento poliziesco delle
amministrazioni, sono destinate a declinare sempre più.
In
L'après-crise
et commencée, Alain
Minc sostiene che il mercato
e il liberalismo stanno per
reintrodursi nei consumi
sociali. Egli evoca a tal
proposito
il supremo paradosso dello Stato-provvidenza che, benché
fondato sull'anticapitalismo e sul rigetto socializzante di un
mercato reputato fonte d'ingiustizia, ha sviluppato il bisogno di
felicità e di consumi sociali e, conseguentemente al
fallimento subìto nell'adempimento del suo ufficio, si vede
costretto a retrocedere al mercato ed al settore privato la funzione
della protezione sociale. Ma tutte queste argomentazioni non sono che
pie illusioni.
Se
Minc descrive con ottimismo ciò che a suo avviso potrebbe
essere un ritorno del politico e dello Stato sovrano nella nuova
società dei consumi, ciò non toglie che non è
affatto detto che il suo seducente scenario si realizzi. Ascoltiamo
nondimeno: « Il dopocrisi esige paradossalmente
"più
Stato" per meglio ingannare le leggi del mercato economico
mondiale e servire da scudo all'industria interna, "più
mercato", solo scampo all'imballarsi delle spese pubbliche e
alle impasse dello Stato-provvidenza, "più
società civile", fattore unico di riequilibrio cui
deve adattarsi il gioco delle istituzioni». Continuando
sullo slancio della sua «arringa statal-libertaria», Minc
prosegue: «La restrizione del campo politico non equivale
alla sua scomparsa. Essa esige di pensare ad uno Stato forte ma
ristretto, che si porti in prima linea ma si disimpegni dal gioco
sociale, e ad un mercato accettato non come una fatalità, ma
come un fattore di regolazione sociale» (18).
Tutto ciò può apparire interessante in assoluto ma
comunque presuppone - cosa che Minc non vede - un'inversione radicale
dei valori dominanti, in particolare dell'individualismo. In quanto
tali, le mentalità dei nostri contemporanei non preparano
affatto nell'immediato una società « statal-libertaria
». Tutt'altro.
In
campo politico, la NSC sembra prepararci ugualmente una pregnanza
accresciuta dello statalismo tiepido. Il nuovo dispositivo ideologico
di legittimazione delle società industriali tiene ad includere
nel suo discorso certi temi apparentemente «liberatori»
come l'ecologismo, la difesa della cultura ed un certo numero dl
valori «dolci», apparentemente anti-industriali. Questa
categoria ideologica ha per oggetto di preparare eventualmente gli
spiriti ad una stagnazione o ad un abbassamento del tenore di vita.
La società mercantilistica, a lungo fondata sulla crescita,
vedrebbe normalmente i suoi fondamenti dottrinali sfaldarsi
gravemente in caso di crisi economica generale; si tratta dunque di
approntare un «discorso di rincalzo», un'ideologia di
riserva presa a prestito dal vecchio argomentare dei contestatari. I
marginali e gli omologati sono il prodotto, in particolare i secondi,
di questo recupero.
Marginali
e omologati non si raggruppano più intorno a grandi cause. E’
questo che spiega la diminuzione del dogmatismo e la perdita di
audience dei grandi «credo» ideologici. Ma questa
distanza presa in rapporto agli ideali sociali e politici, come la
diminuita pregnanza dei miti moderni, non si traduce in maggior
«rigore» o «saggezza». L'intransigenza
ideologica e politica declina a beneficio di un'indifferenza civica
che ha per corollario l'autocontemplazione del proprio modo di
vivere.
Ne
deriva un forte desiderio di consenso, ma non nell'accezione politica
del termine. Il consenso in questione prende la forma di una pace
sociale a qualsiasi prezzo, di una voglia ossessiva di
composizione, di tolleranza, di arrangiamento. Mentalità
doppiamente criticabile: sul piano interno, lascia mano libera alle
manipolazioni amministrative dello Stato-provvidenza, cosa che tutto
gli é permesso purché garantisca un mondo senza
eccessivi turbamenti; sul piano esterno, le mentalità sono
preparate a tutti i compromessi, ovvero a tutte le onte e le
capitolazioni.
Il
bisogno di non-violenza, come l'ipersensibilità a tutte le
forme di aggressività, costituiscono tratti patologici sempre
più diffusi. Spesso questa sindrome conduce a curiosi
paradossi: per esempio, il bisogno di nonviolenza entra in
contraddizione con l'umanitarismo, e con l'allergia a tutte le
modalità di coercizione tradizionali. La nuova mentalità
conservatrice avverte da un lato l'insicurezza della vita urbana e la
minaccia della delinquenza con acutezza accresciuta, al punto di
soccombere al mito secondo cui la nostra società sarebbe
penetrata dalla violenza ad un livello intollerabile e mai visto, ma
esige d'altra parte che la polizia moderi la sua presenza, che la
pena di morte sia abolita, che la repressione del banditismo si
attenui, eccetera.
La
prudenza e la tranquillità del modello dell'omologazione,
così
come l'indifferenza secessionista dei marginali, preparano senza
dubbio una società in cui le masse, purché si fornisca
loro una certa pace, si lasceranno fare di tutto da una minoranza
attiva e dinamica. Questa minoranza non imporrà una
società
autoritaria nel senso classico, né uno stile politico
autocratico, né tanto meno una strategia industriale o
diplomatica attiva o offensiva. Essa rischierebbe di perdere, presso
le masse conservatrici di omologati e marginali, il fondamento della
sua legittimazione. La minoranza dirigente metterà il suo
dinamismo perciò esclusivamente al servizio delle ambizioni
personali dei suoi membri, e prenderà cura di preservare una
società molle, umanitaria, amena e ben poco politicizzata.
L'energia e il vigore collettivi passeranno dal livello
storica-comunitario a quello di ristrette e frammentate sfere
dirigenziali poste alla testa dello Stato assistenziale.
Queste
avranno cura di servire un discorso al tempo stesso iperdemocratico e
fortemente demagogico, come di mantenere il più possibile le
promesse di gratificazione fatte alle masse. Quest'élite
si recluterà probabilmente tra coloro che, fin da oggi,
condividono - spesso con indifferenza e cinismo - gli ideali
tranquilli degli omologati, ma non ne scelgono affatto lo stile di
vita: fanno forse parte di quel 10% di irriducibili che adottano
ancora i progetti di esistenza e le ambizioni dei «giovani lupi
dai lunghi denti», immagine coniata all'epoca dell'arrivismo
degli anni sessanta.
L'avvenire
ci riserva quindi una strana forma di società, al tempo stesso
repressiva e molle, ipercentralizzata sotto un'apparenza di
dispersione, e di deentralizzazione, di rigoglio associativo, di
partecipazionismo decisionale. Una supertecnocrazia dolcemente ma
saldamente insediata su di un corpo sociale che si crederà
molto «responsabilizzato», penetrato da una sorta di
civismo pseudodemocratico e pruriginoso. Nei paesi del Nordeuropa,
questo modello è già molto avanti, e non fa certo bella
mostra di sé.
E' una repressione cool, in cui si
aggregano permissività individuale e sorveglianza morale ed
economica da parte della burocrazia. La società civile,
volatilizzata in un polverone di sistemi di valori, di centri
ideologici più isolati che originali, diventa per così
dire «neutra». Essa non perviene più a contestare
efficacemente le strutture dominanti. Questa dispersione e questa
esplosione di modelli, lungi dal costituire un fenomeno di
«liberazione», accentuano il conservatorismo globale
dell'insieme.
Di modo
che la «crisi di legittimazione» delle società
capitaliste attuali, che tanto preoccupa Habermas,
conforta più che indebolire il potere delle strutture sociali
dominanti. Le persone possono essere contestatrici nelle loro idee
personali, ma se niente viene a «federare» e strutturare
questa contestazione, essa giocherà al contrario un ruolo
smobilitante. La società non si è
mai trovata
tanto bene installata come da quando è stata privata della sua
legittimazione ideologica classica, come da quando tutti «la
contestano ciascuno nel proprio angolo», disordinatamente, con
atteggiamenti e comportamenti puramente devianti, o rifugiandosi in
universi immaginari e stili di vita marginali. In effetti, l'adesione
sociale non riposa più che su «gesti» di consumo
quotidiano, che su partecipazioni pratiche al Sistema. Niente di
più
solido, a dispetto delle apparenze. Niente di più efficace
della carta di credito per federare una società. Ci si
avvicina molto da presso al modello societario «puro»,
all'insieme sociale strettamente meccanico, di cui parla Tönnies.
L'esplosione
dei valori «culturali» toglie alla vecchia «opinione
pubblica» ogni consistenza. La società dell'avvenire, se
la mentalità dell'automarginalizzazione dovesse diventare
maggioritaria, si troverebbe tutta quanta disimpegnata in rapporto
alle strutture statali ed economiche che la domineranno. Al limite,
si potrebbe sostenere che se fino ad oggi la società civile ha
«retto» la sfera istituzionale ed economica, offrendole
la base della sua legittimità, dal momento in cui questa
legittimazione non è più necessaria, è la
struttura dirigente istituzionale ed economica che va a
«reggere»
e a «produrre» la società civile, ovvero persino a
legittimarne l'esistenza. Degno funerale per gli ideali democratici.
Interregno e tempi
postmoderni: verso un'epoca
indecisa
Al
di là di ciò che noi abbiamo potuto giudicare come la
sua negatività intrinseca, in rapporto ai valori
anti-occidentali e anti-egualitari cui ci richiamiamo, la NSC
sarà
posta sotto il triplice segno dell'ambiguità, della
contraddizione e dell'indecisione. È questa la ragione per
cui, dopo tutto, non è il caso di stare troppo e lamentarcene.
In fondo, i lupi amano cacciare al crepuscolo, e gli squali in acque
agitate.
La
NSC assomiglia già ad un gigantesco teatro, ad un'enorme
simulazione. Tentando di adattare alla «crisi» una
civilizzazione di abbondanza e di spreco, essa sarà al tempo
stesso sofisticata ed austera, burocratica e conviviale, neo-organica
e tribale quanto tecnocratica ed informatizzata
(«matematizzata»),
intimista eppure massificante, compartimentata e mondialista,
eccetera.
La
«modernità» non sfuggirà a questa
contraddizione. Rifiutata là dove essa implica una
mobilitazione collettiva, un’avventura ed una certa
«brutalità»
essenziale, essa sarà sempre più adottata come ancora
di salvezza in campo domestico, Basta con le torri di acciaio e
cristallo e con le città ipermoderne, avanti con i prodotti
campagnoli, i fuochi di legna, l'urbanistica assennata, ed anche con
l'elettronica casalinga e l'informatica domestica. Si è
lontani dai sogni futuristi degli anni sessanta: i calcolatori
popoleranno il nostro ambiente che non avrà niente di
ipermoderno,
di avveniristico.
Si cercherà al contrario di renderlo rassicurante,
«neotradizionale».
Questa
nuova società dei consumi sarà fragile, perché
sofferente di forti conflitti interni. Fra i tratti che abbiamo
appena descritto, possiamo già individuare
l'incompatibilità
tra l'accentuarsi dell'individualismo ed il bisogno di
convivialità,
tra l'accresciuta razionalizzazione economica del modo di vivere e il
bisogno di immaginario, tra la frammentazione della società in
segmenti e delle istituzioni in apparati settoriali e il peso
costante delle tecnocrazie multinazionali. La società
«neo-occidentale» oggi in gestazione presenterà
contraddizioni che saranno degli enigmi per lo storico. Per certi
tratti, essa marcherà un ritorno ad elementi feudali:
radicamento, convivialità, corporazioni; dall'altro vedrà
aggravarsi le patologie
delle società omogenee di massa: isolamento individuale,
programmazione tecnica dei comportamenti, egemonia
dell'economia, così
via.
La nuova
società dei consumi «di crisi» non sarà
né
comunitaria,
né sovrana, né centralizzata, né organica: essa
sarà decentrata, simulatrice
dell'eterogeneità
ma conservatrice di un'omogeneità di fondo, e dominata da
istituzioni falsificate: falsificazione della cultura,
dell'organicismo sociale, delle tradizioni, dell'immaginario ...
Intenderà proseguire e simulare, in un periodo in cui crescono
i rischi e la destabilizzazione economica mondiale, la
prosperità
del dopoguerra. Di fronte alle sfide montanti del mondo esterno che
convergono in questa fine secolo verso un punto forse drammatico che
i futurologi non osano ancora fissare, la nuova società dei
consumi, come lo struzzo, si polarizza ancora un po' di più
sul «consumo».
«Ancora
un istante di felicità», dicono i deboli, o i popoli
che stanno invecchiando e sentono montare la minaccia. Ma neppure
questa felicità vespertina sarà forse loro concessa.
Giacché, lo sappiano o meno i pronosticatori dell'economico e
del sociologico, l'occhialetto inchiodato ai giardini interni, le
grandi tempeste storiche vengono sempre dal di fuori.
La NSC
prosegue senza rotture l'inarrestabile ascesa dell'individualismo di
massa che Louis
Dumont ha giustamente
assimilato alla progressione storica, della
civilizzazione occidentale, egualitaria, democratica e cristianomorfa
(19).
Ma essa corrisponde ad una nuova fase di questo processo secolare:
quella in cui gli ideali teleologici sono spenti. Fase sociologica e
non più ideologica dell'egualitarismo, fase postmoderna
perché la fede nel
progressismo si è estinta.
La
diagnosi a questo proposito di Gilles Lipovetsky è
particolarmente lucida: «L'era della rivoluzione, dello
scandalo, della speranza futurista, inseparabile dal modernismo,
è
compiuta. La società postmoderna è quella in cui regna
l'indifferenza di massa, dove la sensazione di ripetere e procedere a
tastoni domina, dove l'autonomia individuale va da sé, dove il
nuovo è accorto come il vecchio, dove l'innovazione è
banalizzata, dove il futuro non è più assimilato ad un
progresso ineluttabile. La società moderna era conquistatrice,
fiduciosa nell'avvenire, nella scienza e nella tecnica, si è
istituita in rottura con le gerarchie del sangue e della
sovranità
sacrale, con le tradizioni ed i particolarismi, in nome
dell'universalismo, della ragione, della rivoluzione». Ora,
constata Lipovetsky, «è ormai il vuoto che ci regge,
un vuoto purtuttavia senza nulla di tragico o di apocalittico. Che
errore avere annunciato precipitosamente la fine della società
dei consumi, quando é chiaro che il processo
d'individualizzazione non cessa di allargarne i confini. La
recessione presente, la crisi energetica, la coscienza ecologica non
suonano la campana a morto per l'età del consumismo: noi siamo
votati a consumare - potesse essere altrimenti! - sempre più
oggetti ed informazioni, sport e viaggi, insegnamenti e relazioni,
musica e cure mediche. E questo la società postmoderna: non un
al di là del consumismo, ma la sua apoteosi, la sua estensione
fino alla sfera privata [...]. I processi di
individualizzazione generano il vuoto in technicolor, il
fluttuare esistenziale per e tra l'abbondanza dei modelli, siano essi
ornati di convivialità, di ecologismo, di psicologismo.
Più
precisamente, siamo nella seconda fase della società dei
consumi, cool e non più hot, consumismo che ha
digerito la critica dell'opulenza. Finita infatti l'idolatria per gli
aspetti più clamorosi dell'american way of life del
dopoguerra, delle macchine trionfanti di cromature, delle grandi star
e dei sogni hollywoodiani; finita la rivolta beatnik, lo
scandalo delle avanguardie, la contestazione, tutto ciò ha
lasciato posto, si dice, ad una cultura postmoderna individuabile da
molti tratti: ricerca della qualità della vita, passione per
la personalità individuale, sensibilità "verde",
disaffezione dai grandi sistemi di significati, moda retro,
riabilitazione del locale, del regionale, di certe credenze pratiche
tradizionali» (20).
Immobilità
tiepida di questo universo postmoderno che comincia. Per la massa,
è
della morte tiepida (Warmtod) che si tratta, secondo
l'espressione di Lorenz: l'assopirsi inquieto in un benessere
minacciato. La storia si ritira, come una marca di cui si ha paura,
dall'Occidente. Dalla fine dei trauma delle guerre coloniali, la
storia spaventa i consumatori. Essi preferiscono giocare,
giocare alla vita per procura, con esperienze di seconda mano, come
nel caso della mania per i «giochi delle parti» e per le
superproduzioni di fantascienza. Ma se le storie rimpiazzano
la storia, non è, con cinismo, fino alla fine di esse
che noi dobbiamo andare?
La NSC
ha la tranquillità dell'uomo maturo, ma non ne ha la saggezza.
Imprevidente e molle, padroneggia male i meccanismi brutali di
un'economia planetaria che pure costituisce il suo fondamento.
Castello di carte? È possibile. Attendiamo, secondo le parole
di Francois
Partant, che si realizzi
quest'inquietante profezia di cui non
sentiamo al presente che le primissime avvisaglie, delle cui
conseguenze non sappiamo nulla, di cui nessuna delle nostre strutture
sociali, politiche ed economiche ha ancora fatto l'esperienza, di cui
non sappiamo se sarà incubo o liberazione: che la crisicominci (21).
Quando
il Titanic fu squarciato dall'iceberg, la scossa fu minima e
la brillante vita di bordo, continuò ancora per un certo tempo
prima che l'inizio del dramma si facesse palese. Questo tempo ultimo
dei piaceri, questo interregno, è forse ciò che stiamo
vivendo, è forse la nuova società dei consumi. E pure
possibile che non sia affatto così, che la NSC segni l'aurora
di un lungo periodo. Può darsi che l'economia mondialista e la
pianificazione tecnoeconomica della Terra non siano che all'inizio e
che ogni crisi di prima grandezza sia per ora, e per un lungo
periodo, scartata; non ne sappiamo niente, siamo nell'incertezza;
attendendo gli anni decisivi, viviamo di fatto gli anni indecisi.
Ma può
anche darsi che ci inganniamo, e che da qualche parte, si prepari
ciò
che ci permetterebbe di mormorare non «verso giorni
migliori», ma: «anteguerra». «Penso
che siamo entrati nell’"anteguerra"»
- scrive
Alain de
Benoist «gli
avvenimenti che viviamo non chiudono un'epoca;
ne annunciano un'altra. Il prossimo decennio ridarà un senso
alla politica internazionale» (22).
Forse, in effetti, siamo proprio nell'occhio del ciclone. L'era di
intimismo, di narcisismo, di assunzione dell'individuo egotista alla
ricerca di un benessere povero e sofisticato in cui viviamo, in
questa nuova società dei consumi, in quest'età
postmoderna, annuncia forse il ritorno della storia.
La
NSC sarebbe allora il momento finale di una «civilizzazione
sociologica», il punto di passaggioobbligato,
prima che noi possiamo conoscere una nuova era di tempeste che ci
restituisca delle ragioni per vivere?
Di
questo interregno, Giorgio
Locchi scrive: «Nietzsche
ha drasticamenteopposto il "nichilismo negativo"
dell'egualitarismo, volto alla produzione dell'"ultimo uomo",
e cioè alla "fine della storia", al "nichilismo
positivo" del suo movimento "sovrumanista", deciso a
far tabula rasa,al fine di crearecosì,invece, le condizioni
secondo lui indispensabili all'"avvento
del superuomo". [...] L’"attesa della
fine" sembra divenire in
tal modo, per chi aderisce alla
visionesovrumanista, il solo atteggiamento
logico. Il
problema che si pone é di sapere se questa attesa debba essere
attira o passiva. Tanto Nietzsche con il suo nichilismo positivo,
quanto Wagner
con il progetto d'azione illustrato dalParsifal,
impongono all'attesa un
carattere nettamente attivistico.
I
rappresentanti più autorevoli del pensieroconservator-rivoluzionario, da Jünger
a Heidegger,
hanno chiamato "Interregnum"
questo periododell'attesa, destinato a trovare la sera
conclusione: o nel
trionfo della tendenza egualitarista e nella "fine della
storia", oppure nella "ri-generazione della storia" e
nell'affermazione europea delsovrumanismo» (23).
In
queste condizioni, val meglio felicitarsi di questa nuova
società
dei consumi e della mentalità postmoderna che le è
legata. L'una come l'altra marcheranno il momento epocale ultimo dei
nichilismo occidentale, per il quale bisognerà necessariamente
passare affinché una rigenerazione della storia sia possibile,
affinché l'econonia mondialista, l'individualismo di massa e
l'uniformizzazione dei popoli siano spazzati via, e perché
sopravvenga l'autentica crisi
che segnerà la fine
della
civilizzzazione occidentale. Bisogna forse, come sostenevano i
situazionisti come Vaneigem
[alias]
(24),
e come suggerisce implicitamente Baudrillard a fare, affidarsi al
flusso della moda, all'effimero, al gioco sprovvisto
di senso
dei segnali e dei codici, alle performances senza seguito
delle idee, delle espressioni culturali o dei piaceri postmoderni.
Bisogna incitarvi i nostri contemporanei, incitarli alla perdita di
coscienza, inebriarli perché, in quest'oblio e in questo
«presente totale», scompaiano i «grandi
ideali» fino ad oggi dominanti. «Come vivere gli ultimi
anni che ci restano da vivere?»: ecco cosa bisogna chiedere. E
fare nostra la sentenza latina: Quos vult perdere prius deus
dementat. Ma, come un tempo
nelle orge il cerimoniere del
festino, è necessario restare coscienti.
La
nuova società dei consumi promette di essere questo banchetto
dell'oblio. Essa spezza la dinamica mentale di questo mercantilismo
egualitario di cui rafforza le strutture materiali. Nel suo seno
può
crescere ciò che Nietzsche ha chiamato il «nichilismo
attivo».
NSC
e postmodernismo hanno in effetti il «vantaggio», in
rapporto alla società industriale e mercantilistica classica,
in rapporto anche alle ideologie del modernismo, di destabilizzare la
fede secolare nei grandi ideali della concezione del mondo
egualitaria: progresso, eguaglianza, autonomia individuale,
democrazia, eccetera. Non resta che l'individuo alla conquista del
suo presente, del suo ego epicureo, senza fiducia nel futuro. Questa
«civilizzazione socialdemocratica» in cui siamo entrati
fa penetrare nelle mentalità una coscienza del declino,
un rifiuto della politica, una paura freddolosa della competizione
internazionale. Obbiettivamente decadenti, questi tratti mentali sono
nondimeno positivi in quanto indeboliscono l'ideologia egualitaria e
mondialista, e l'individualismo democratico da cui pure provengono.
L'anteguerra
e i tempi postmoderni sono duri da sopportare, crudi come l'inverno
in cui tutto è gelido deserto, in cui ogni significato se ne
fugge via; ma bisogna ben passarci attraverso, perché un nuovo
senso delle cose subentri e la «guerra» sia dichiarata
... La luce mattutina dell`aurora appare solo, come spiegava
Hölderlin
[alias],
dopo che «i preti di
Bacco hanno danzato nella notte sacra».
Come pensava anche Heidegger, noi siamo alla mezzanotte del mondo e
dobbiamo viaggiare fino al termine della notte prima che sorga
l'alba, accettando che ben pochi dei nostri contemporanei sappiano
che l'alba giungerà, e soprattutto essendo coscienti che ben
pochi tra loro accetterebbero quest'alba... Coloro che hanno
preparato l'«interregno» non sospettano che il
«piccolo
mattino pallido» che gli succederà - cioè il
«nuovo regno» - sarà in rottura
completa
con i loro idoli.
Parlavamo
poco sopra di Bacco, e non era senza una ragione precisa. La NSC e i
tempi postmoderni sono penetrati, come ha visto Maffesoli (25),
dalla presenza sempre più insistente del dio Dioniso.
Presentismo, spirito orgiastico, ricerca del godimento, oblio ed
ebrezza confusionale, ritorno del corpo e della sua immediatezza,
perdita di coscienza politica etc.; tutti questi tratti psichici sono
positivi dal nostro punto di vista, se li si sa leggere.
Dioniso addormenta le coscienze, fa sparire gli ardori
pseudoprometeici ed i vecchi valori della morale egualitaria e di
questa società razionalista e mercantile uscita dal
cristianesimo. Dioniso prepara il ritorno di Apollo ed i suoi servi
neppure lo sanno. Ma il dio della mietitura, lui sì che lo sa
...
5 André Béjin, La
démocratie sexuelle et le pouvoir des sexologues, CIS,
Parigi 1981.
6
L'espressione originale è “la défonce du consommateur”
(Nota del Traduttore).
7
Una moltitudine di esempi potrebbe essere apportata. Ritorneremo
più avanti su questo fenomeno.
8
È significativo che la “qualità della vita”, nella sua
accezione contemporanea, designi le caratteristiche di un'esistenza
ipergarantita, preservata, equilibrata e soprattutto assicurata di
durare e di sfuggire alla morte respingendo il suo spettro il
più lontano possibile. Da un punto di vista psicologico, questa
“qualità della vita” riflette uno psichismo “addomesticato”, e
patologico. Per una psicologia normale una vita qualitativamente
superiore sembra invece essere marcata dall'intensità, il
dono di sé, l'abnegazione, il piacere, etc., per farla breve
dalla presenza soggiacente della morte che viene a dare un senso ad
ogni cosa. Su questo punto, cfr. Alain de Benoist
e Pierre Vial, La mort, Le Labyrinthe,
Parigi, 1983.